Aprile 10th, 2026 Riccardo Fucile
SOLO IN ITALIA IL CAMPO LARGO CONTINUA A IGNORARE L’UNICA VERA CANDIDATA CHE PUO’ MANDARE A CASA I SOVRANISTI… LEI A BLOOMBERG: “IO ELETTA PER FARE LA SINDACA DI GENOVA, SE MI CHIEDESSERO IN MODO UNITARIO DI CANDIDARMI PREMIER SAREBBE UNA BUGIA DIRE CHE NON LA PRENDEREI IN CONSIDERAZIONE”
“Se mi chiedessero di candidarmi contro Giorgia Meloni? Sarebbe una bugia dire che non lo prenderei in considerazione. Quest’attenzione nazionale mi lusinga”. Lo ha detto la sindaca di Genova Silvia Salis alla domanda del giornalista del media americano Bloomberg che da poche ore è online. L’influente portale statunitense ha dedicato alla sindaca di Genova Salis un lungo reportage nelle sue pagine di politica descrivendola come il volto nuovo italiano e possibile candidata anti Giorgia Meloni.
Quest’intervista, in lingua inglese, la stessa Salis l’ha richiamata sulle proprie stories di Instagram con in evidenza appunto il titolo di lei che emerge in Italia come l’anti Meloni.
Questi alcuni passaggi del reportage. “La sconfitta referendaria subita dalla premier Giorgia Meloni il mese scorso sta galvanizzando l’opposizione italiana. Con le speranze di tornare al potere riaccese, è emerso un nuovo nome come potenziale contendente alle prossime elezioni: Silvia Salis. La quarantenne, neofita della politica, non siede in Parlamento a Roma, bensì a Genova, nel cinquecentesco Palazzo Doria Tursi, dove ricopre la carica di sindaco. Per ora l’ex lanciatrice di martello olimpica scommette che contrastare la retorica di Meloni, incentrata sulla guerra culturale, e al contempo costruirsi una reputazione a livello nazionale, sarà sufficiente a renderla una sfidante credibile”.
Quindi Bloomberg riporta le parole della Salis al proprio reporter inviato a Genova. “Sono una candidata progressista che crede fermamente che sviluppo economico e giustizia sociale possano coesistere – le sue parole – Questo governo di destra non è stato in grado di realizzare né l’uno né l’altro, rendendo infelici sia i pochi che i molti. Il che, di per sé, è già un grande risultato”.
E sull’Italia la fotografia scattata dal media di New York è questa. “Sebbene l’opposizione – composta da blocchi eterogenei che spaziano dal Partito Democratico di centrosinistra, al Movimento Cinque Stelle populista, fino ai Verdi e all’Alleanza di Sinistra di sinistra e ad altri partiti minori – sia stata galvanizzata dalla vittoria referendaria, molto resta ancora da definire. Non è stata fissata una data per le primarie, non è ancora emerso un chiaro favorito ed è tutt’altro che scontato che tutti i voti contrari al referendum si riversino contro Meloni alle elezioni generali. I due principali contendenti sono il leader del Movimento Cinque Stelle, l’ex premier Giuseppe Conte, ed Elly Schlein, leader del Partito Democratico dal 2023.…”.
Quindi si chiede. “Salis è dunque pronta per il grande salto?”. Domanda rivolta a lei stessa, a cui Silvia Salis replica: “È chiaro che non posso sfuggire a questa attenzione nazionale, non posso eludere le domande. È una cosa interessante, mi
lusinga” ha detto, precisando che non parteciperà però ad alcuna elezione primaria. Ma, qualora le venisse chiesto direttamente di candidarsi? Chiosa finale di Salis: “Di fronte a una richiesta unificante non posso dire che non la prenderei nemmeno in considerazione, sarebbe una bugia”.
La precisazione della sindaca Salis
Dopo il clamore mediatico suscitato dal colloquio con Bloomberg la sindaca di Genova ha tenuto a precisare: “Sono la sindaca di Genova e sono stata eletta dai genovesi per occuparmi della città almeno per cinque anni. Non ho nessuna intenzione di venire meno al mio mandato”.
E ancora: “Nell’intervista a Bloomberg, tra le tante altre cose mi è stato chiesto che cosa farei se, pur non prendendo parte alle primarie, qualcuno mi chiedesse di fare la candidata. E ho risposto come ho sempre fatto, anche in un recente passato, a domande molto simili a questa. Ovvero che di fronte a una richiesta unitaria sarebbe falso dire che non ci penserei neppure. Come d’altronde immagino farebbe chiunque di fronte a una richiesta del genere. Ho pure aggiunto un altro passaggio che, però, nell’intervista non è stato riportato. Ovvero che rimane il fatto che sono stata eletta per essere cinque anni la sindaca di Genova. E, rispetto ad altri nomi che si fanno, ho già un altro incarico”.
(da il Secolo XIX)
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Aprile 10th, 2026 Riccardo Fucile
NEL 2019, DURANTE IL CONGRESSO DI GRANDE NORD, MOVIMENTO CHE SI ISPIRAVA A BOSSI, PRIMA FU SALUTATO DAL PALCO DA CARLO FIDANZA, OGGI CAPO DELEGAZIONE A BRUXELLES DI FDI, POI PRESE LA PAROLA ILLUSTRANDO LA SUA “IDEOLOGIA”: ATTACCÒ IL REDDITO DI CITTADINANZA (“CREA DANNI ALLE IMPRESE E SIGNIFICA RECESSIONE”), SPROLOQUIÒ DI LEGITTIMA DIFESA: (“SE ENTRA IL LADRO IN CASA MIA IO SPARO”) E ARRIVÒ A DIRE CHE “LA CRIMINALITÀ ESISTE PERCHÉ LA GENTE HA FAME”
Gioacchino Amico, oggi collaboratore di giustizia, è l’imprenditore camorrista che mette
tutto insieme. Da una parte triangola le mafie che da anni hanno occupato il nord: camorra, mafia e ‘ndrangheta. E dall’altra alza ponti con professionisti e politica. Ma fa anche altro: l’ideologo.
Parla da imprenditore di reddito di cittadinanza e anche di criminalità organizzata. Dobbiamo tornare al 2019 per scoprire la piattaforma programmatica del rampollo della famiglia della mala più potente della capitale: i Senese.
In questi giorni si parla molto del boss, tra i principali imputati nel maxi processo Hydra, per la foto pubblicata da Report nella quale si mostra in un selfie con Giorgia Meloni, l’attuale presidente del Consiglio.
Era il 2019 e, in mezzo a mani, volti e appassionati durante un evento politico in vista delle Europee, c’era anche lui. Scatto che ha scatenato l’ira della premier: «Squallidi attacchi di gente in malafede».
Amico ha costruito, in quegli anni, da imprenditore in doppio petto relazioni con la destra, è entrato in contatto con l’attuale sottosegretaria all’Istruzione, Paola Frassinetti. Nelle carte è documentato un incontro nel 2020 alla presenza anche della senatrice Carmela Bucalo. Ha anche ottenuto la tessera di Fratelli d’Italia da una collaboratrice dell’esponente meloniana, come già raccontato da Domani.
Durante un altro evento politico, svoltosi sempre nel febbraio 2019, viene salutato dal palco da Carlo Fidanza, oggi capo delegazione a Bruxelles di Fratelli d’Italia. Si tratta del congresso di Grande Nord, movimento legato alle idee del leader leghista Umberto Bossi. Dal palco il meloniano ringrazia «Gioacchino Amico per l’invito».
Il boss-imprenditore non sembra un imbucato, non è estraneo a quel mondo, spinto dall’esigenza antica della criminalità di farsi mafia penetrando settori produttivi e politici.
Monica Rizzi, tra le fondatrici di Grande Nord, ha raccontato: «Gioacchino Amico era un personaggio che bazzicava intorno alla politica, millantando rapporti con la destra e con le imprese». Era stato anche coordinatore cittadino del movimento politico di Flavio Tosi, oggi deputato forzista, quando era uscito dalla Lega.
Il suo pensiero era tutto raccolto in quell’intervento, ripreso da Radio Radicale. «Vi ringrazio tutti, la Monica (Rizzi, ndr)… per questo invito. Oggi abbiamo fatto molta politica, ma vi riporto la voce del popolo e del mondo delle imprese.
Si parlava di reddito di cittadinanza, ora vi racconto quanto danno può arrecare alle imprese. Io che ho 123 dipendenti, 45 part time. Sapete cosa hanno fatto i lavoratori part time da un mesetto?», si chiedeva Amico.
«Si sono licenziati, preferiscono stare a casa davanti al divano prendendo il reddito piuttosto che lavorare con 550 euro più i contributi. Questo cosa comporta all’imprenditore? (…) stiamo abbassando la domanda interna, significa recessione totale. Italia, svegliatevi! E a Roma non si mettano a parlare di legittima difesa, se entra il ladro in casa mia io sparo», ragionava Amico con eloquio claudicante.
In fondo lui problemi di legittima difesa non li ha mai avuti, a un debitore diceva: «Ti stermino la famiglia, ti stermino tutto».
All’epoca non era indagato per mafia, aveva rimediato una condanna per falso. L’ideologo, però, era pronto anche a illuminare la platea sul tema criminalità, un momento autobiografico: «La criminalità esiste perché la gente ha fame. Andiamo avanti con Grande Nord, ringrazio anche il mio amico Carlo Fidanza di Fratelli d’Italia che è andato via».
(da Domani)
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Aprile 10th, 2026 Riccardo Fucile
LEI RIBADISCE: “NESSUNA RELAZIONE STABILE CON L MIO ASSISTENTE BONNIN”
Ilaria Salis è «esterrefatta» per l’attenzione «morbosa» nei confronti della sua vita privata. «Soprattutto in un momento in cui tra guerre, crisi, dubbi legami tra esponenti di governo e clan, vi sono questioni di ben altra rilevanza pubblica. Sono bersaglio di una campagna della destra che arriva a spiarmi in casa: si è andati oltre», dice oggi in un’intervista a Repubblica. Si parla del presunto rapporto tra lei e il suo assistente parlamentare Ivan Bonnin. Vietato dalle regole del parlamento europeo
Nell’intervista Salis tiene il punto sul “partner stabile”, come da policy di Strasburgo. Sembra negare proprio la stabilità della relazione: «Bonnin non è il mio partner stabile. Lo conoscevo di vista prima della mia carcerazione in Ungheria, in seguito alla liberazione ho pensato che il suo curriculum fosse adatto al ruolo. Ora è diventato un carissimo amico, una persona verso cui nutro piena fiducia, con lui ho scritto a quattro mani il libro Vipera. E di tutto questo non ho mai fatto mistero». Ivan è solo «uno dei miei quattro assistenti, il più stretto, viaggiamo insieme e si è appoggiato nella mia camera. Non è raro per gli europarlamentari. E poi io tendo a girare con persone di cui mi fido, non ho la scorta e così sono più tranquilla: la mia storia mi chiede di essere prudente».
La residenza
E sulla residenza a casa sua a Milano sostiene: «Quando sono tornata da Budapest ho dovuto ricostruirmi di botto una vita. In meno di due anni ho cambiato quattro volte residenza e dall’inizio del 2025 fino al marzo scorso l’ho fissata in un appartamento di proprietà di Bonnin. Questo non significa che abbiamo una relazione stabile o che viviamo insieme: lui è quasi sempre a Bruxelles per lavoro e io giro in Italia e in Europa. Sono stata coinquilina di molti altri amici in passato. E non sono certo l’unica parlamentare ad averlo fatto».
Il cambio di residenza il giorno dopo la perquisizione è invece avvenuto perché «la destra e i giornali di quella parte politica avevano iniziato a strumentalizzare da subito la sua presenza in camera mia e per non lasciare alcuno spazio a questa manipolazione ho cambiato indirizzo. C’è anche un problema di sicurezza».
Le minacce
Salis dice di ricevere minacce quotidiane: «A casa dei miei genitori ci sono state infrazioni (forse intende effrazioni, ndr), su social e mail sono oggetto di insulti e avvertimenti. Persino un europarlamentare dell’Afd, Alexander Jungbluth, con il quale a fine marzo ho condiviso l’auto messa a disposizione dall’Europarlamento al ritorno da una plenaria, una volta arrivati alla mia abitazione mi ha detto “Ora sappiamo dove abiti”. Ho segnalato l’episodio alla presidente del Parlamento europeo». E aggiunge: «Per nascondere i veri problemi del governo Meloni si cercano finti scoop. Ma io nel mio privato faccio ciò che voglio».
La residenza di Bonnin
E conclude: «Avere la stessa residenza del mio assistente non significa far parte dello stato di famiglia. Se dovessimo indagare su chi dorme con chi, non so dove finiremmo». Infine, sul regolamento europeo che prevede che Bonnin abbia la residenza nella sede di lavoro, spiega lo stesso assistente di Salis: «Ho mantenuto la residenza anagrafica a Milano anche perché il mio è un contratto part time, ma sono regolarmente registrato in Belgio. C’è una sorta di status particolare riconosciuto per prassi. Al Parlamento Ue ho consegnato il casellario giudiziario: è risultato corrispondente agli standard».
(da agenzie)
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Aprile 10th, 2026 Riccardo Fucile
IL DESTINO E’ APPESO A 678 MILIONI DI EURO, TRE DECIMALI DI PIL, QUELLI CHE SERVONO PER USCIRE DALLA PROCEDURA DI INFRAZIONE… SE NON LI TROVA SARA’ UNA LENTA AGONIA
Le parole più importanti ieri al Parlamento non le ha dette Giorgia Meloni, ma il
ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti. Ha detto che la crisi energetica rallenterà le stime di crescita. Ha detto che anche per questo motivo il deficit rispetto al PIL è pari al 3,07%. E che per arrivare al fatidico 3,04% che consentirebbe all’Italia di rientrare dalla procedura d’infrazione, mancano 678 milioni di euro.
Ha detto anche, Giorgetti, che “crede nei miracoli”, bontà sua, e che il governo ha circa un mese per venire a capo del problema. Dovesse farcela, potremmo aumentare il budget sulla difesa fino al 3% del PIL come abbiamo promesso a Donald Trump, senza gravare sui bilanci pubblici – e quindi senza fare nuovo debito a tassi italiani, o senza alzare le tasse, o senza tagliare la spesa sociale – grazie al piano di riarmo europeo.
Non dovessimo farcela, invece, quel poco di soldi che abbiamo da spendere, se ne andrebbe in buona parte in armamenti, anziché in scuola, sanità, pensioni, crescita, nell’ordine che volete voi.
C’è poco da fare i romantici, e molto da fare i contabili: il destino della legislatura passa da qui, da quanto saranno bravi i ragionieri del ministero dell’economia e delle finanze, o da quanto saranno zelanti e indipendenti dalle pressioni politiche gli statistici dell’Istat. Se ci sono i soldi, Giorgia Meloni potrà provare a invertire la rotta decadente della sua parabola di governo. Altrimenti, sarà solo una lenta agonia fino al voto.
Lei stessa ne è consapevole del resto, visto che ieri a Camera e Senato ha rivendicato molto l’azione del governo finora, e ha detto molto poco sul futuro. Perché sa benissimo che per parlare di futuro servono soldi che, per ora, non ha.
A dire il vero, l’unico momento di verità in ore di chiacchiere è stato quando ha detto che se la crisi dovesse perdurare e peggiorare, l’Unione Europea dovrebbe derogare dal Patto di Stabilità, consentendo ai governi del continente – cioè, a lei – di spendere quel che vogliono, senza alcun vincolo. Cosa che potrebbe succedere, paradossalmente, solo se saltassero le trattative tra Usa e Iran, tra un paio di settimane. Solo se, cioè, la crisi globale diventasse talmente grave da far saltare tutto.
Di fatto, il destino di Giorgia Meloni e del suo governo è nelle mani di ragionieri italiani e negoziatori pakistani, e di quel che combineranno nelle prossime due settimane. Non esattamente il finale che avrebbe sognato, Giorgia Meloni. Ma forse, dopo aver buttato miliardi in progetti senza senso come i centri per migranti in Albania, è il finale che si merita.
(da Fanpage)
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Aprile 10th, 2026 Riccardo Fucile
L’AMBASCIATORE STEFANINI: “ENTRAMBI HANNO CONCLUSO CHE PROSEGUIRE LA GUERRA HA UN COSTO TROPPO ELEVATO. ED ENTRAMBI DEVONO POTERSI DICHIARARE VINCITORI. MA PRIMA DELLA GUERRA IL PROBLEMA HORMUZ NON ESISTEVA. L’HA CREATO TRUMP, DANDO A TEHERAN IL FORMIDABILE ASSO NELLA MANICA AI NEGOZIATORI IRANIANI. RICONOSCERE UN DIRITTO DI PEDAGGIO SULLO STRETTO RENDEREBBE L’IRAN PADRONE DEL GOLFO”
Al sollievo per il cessate il fuoco è subito subentrata la confusione. La tregua è parziale, lo Stretto non si riapre, Israele continua la guerra contro Hezbollah in Libano, gli attacchi iraniani contro i Paesi del Golfo si sono trascinati.
Unico elemento certo è la volontà di trattare sia di Washington che di Teheran, pur nel disaccordo sulla base da cui cominciare a negoziare. Iraniani e americani ne offrono versioni diverse.
Nessuno dei due minaccia però di disertare Islamabad. Con un diverso calcolo costi-benefici, entrambi hanno concluso che proseguire la guerra ha un costo troppo elevato
Inoltre, entrambi devono potersi dichiarare vincitori – l’hanno già fatto prima di cominciare. Cosa aspettarsi dunque da Islamabad? Al meglio, consolidamento della tregua e Stretto aperto alla navigazione mentre il negoziato continua. La trattativa sarà infatti complessa e lunga, sullo sfondo di fortissime tensioni se non di ripresa delle ostilità che Trump ha già minacciato: «Se non c’è accordo si riprende a sparare».
Dal canto suo, Teheran non si presenta a Islamabad come parte sconfitta ma potenza che ha resistito. Con richieste concrete: garanzie di non essere nuovamente attaccata, riparazioni di guerra, rimozione delle sanzioni; sottinteso, basta eliminazione sistematica della leadership politica e militare.
I padroni dell’Iran non si accontenteranno di un’intesa politica ma vorranno negoziare ogni dettaglio e virgola del futuro accordo, mettendo a dura prova la (mancanza di) pazienza di Donald Trump. Come già avvenuto nei due precedenti negoziati Usa-Iran mediati dall’Oman, interrotti prematuramente dall’intervento militare americano.
Alla trattativa bilaterale, con mediazione pakistana, non partecipano attori che subiscono le conseguenze della guerra e della crisi energetica-economica: Europa, Cina, Russia, India. Non presenti neppure i vicini regionali pur direttamente coinvolti. Israele, cobelligerante. La guerra finisce solo se e quando anche Gerusalemme smette di farla.
Celando la malavoglia, Netanyahu si è accodato alla tregua con l’Iran, ma ha subito intensificato l’offensiva contro Hezbollah dicendo che non si applicava al Libano. Iran e mediatori pakistani l’hanno prontamente smentito; da parte americana ha avuto un contorto supporto.
Quindi continuava la “sua” guerra. Può far saltare il cessate il fuoco, così come aveva convinto Trump a iniziare la guerra? No, tant’è che ieri ha fatto un mezzo passo indietro
Non dimentichiamo il commento attribuito a Bill Clinton dopo un incontro con Bibi, allora giovanissimo premier: «Chi si crede di essere la superpotenza?».
Le monarchie del Golfo, alleati importanti degli Usa, oggetto di una guerra che non volevano ma che ora temono lasci un Iran più aggressivo di prima, colpite severamente in esportazioni ed economie, vedono sul tavolo delle trattative le richieste iraniane di controllo dello Stretto di Hormuz.
A parte il pesantissimo precedente – sono acque internazionali – è per loro un cordone ombelicale, la via all’Oceano Indiano, all’Asia, all’Africa.
Prima della guerra il problema Hormuz non esisteva. L’ha creato Donald Trump. Dando all’Iran il formidabile asso nella manica con cui i negoziatori iraniani, lo speaker del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, e il ministro degli Esteri, Abbas Araghhi, pur prostrati militarmente, si sentono in grado di porre condizioni alla fine della guerra.
Le richieste di partenza sono massimaliste – equivalgono ad aggiungere un dollaro a barile sul petrolio in transito – ma hanno un nocciolo geo-economico duro, col coltello dalla parte del manico.
Il vice presidente americano JD Vance, fiancheggiato dagli infaticabili Steve Witkoff e Jared Kushner, ha un compito difficile. Deve portare a casa quanto era in negoziato prima della guerra: rinuncia iraniana al programma nucleare, trasferimento dei 500 chili di uranio arricchito, limitazione delle capacità missilistiche. È il minimo sindacale.
In più adesso c’è la riapertura di Hormuz. Ha pochi margini di manovra. Riconoscere un diritto di pedaggio renderebbe l’Iran padrone del Golfo. Rimozione o alleggerimento delle sanzioni?
La minaccia di guerra era la leva più potente in mano americana. Lo è ancora ma di seconda mano. E, a Washington, Vance era il più avverso a ricorrervi. Nei corridoi di Islamabad corre voce che gli iraniani abbiano insistito per negoziare con lui.
Forse non solo perché è Vice Presidente.
(da “la Stampa”)
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Aprile 10th, 2026 Riccardo Fucile
I DUE, CHE AVREBBERO INSULTATO LA SENATRICE SUI SOCIAL, FATTO PERVENIRE UN RISARCIMENTO E LA QUERELA È STATA RIMESSA… ALTRI STANNO TENTANDO LA MESSA ALLA PROVA CON LAVORI SOCIALMENTE UTILI, MENTRE IL PROCESSO PROSEGUE PER GLI ALTRI IMPUTATI
Altri due “hater” della senatrice a vita Liliana Segre si sono scusati e hanno fatto
pervenire un risarcimento. Passaggi che hanno portato alla remissione della querela, come è emerso oggi dall’udienza del processo milanese con al centro l’accusa di diffamazione aggravata dall’odio razziale per raffiche di insulti via social alla sopravvissuta alla Shoah.
Già per tre posizioni nella scorsa udienza, davanti alla sesta penale del Tribunale di Milano, era stato dichiarato il non doversi procedere per remissione delle querele. E si era saputo proprio di quel percorso con lettere di scuse, soldi versati in beneficenza alla Fondazione Memoriale della Shoah e altre proposte di risarcimenti, dai 500 fino ai duemila euro.
Altri due imputati, intanto, stanno cercando di ottenere la messa alla prova (che sospende il processo e se va bene il reato si estingue), con lavori di pubblica utilità, ma oggi è stato disposto un rinvio dalla giudice Francesca Ghezzi, data l’assenza attuale dei requisiti per ottenerla. Rinvio al 16 aprile, giorno in cui è fissato anche il processo abbreviato per l’unico imputato che ha scelto questa strada
Si tratta del primo processo derivato da uno dei filoni di una maxi inchiesta della Procura, scattata dopo le denunce di Segre, assistita come parte civile dall’avvocato Vincenzo Saponara.
(da agenzie)
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Aprile 10th, 2026 Riccardo Fucile
QUELLO CHE TRUMP PUÒ FARE E’ METTERE “IN CASTIGO” I PAESI NEMICI E SPOSTARE LE TRUPPE STATUNITENSI IN STATI “AMICI”. PUÒ IMPORRE DAZI E PUÒ RIFIUTARSI DI INTERVENIRE IN CASO DI ATTACCO A UNO STATO DELL’ALLEANZA CHE IN QUESTO MODO PERDEREBBE LA DETERRENZA
Poco dopo il meeting alla Casa Bianca dell’altra notte con il segretario generale della Nato, l’olandese Mark Rutte […] Trump ha usato tutte maiuscole per esprimersi sul suo Truth Social, segno di gravissima irritazione presidenziale: «LA NATO NON C’ERA QUANDO AVEVAMO BISOGNO, E NON CI SARANNO SE NE AVREMO ANCORA BISOGNO. RICORDATEVI DELLA GROENLANDIA, QUEL GRANDE BLOCCO DI GHIACCIO MALGESTITO!!!».
E poi, per ribadire, ieri mattina, sempre sul Truth Social: «Nessuna di queste persone, inclusa la nostra, molto deludente, NATO, ha capito nulla, l’unico modo è esercitare pressioni su di loro!!!» (esercitare pressione peraltro, basta leggere l’autobiografia del 1987, è da mezzo secolo il modus operandi trumpiano: tratta Iran e Nato e Groenlandia e tutti gli altri come trattava la Hilton quando si trattava di comprare il loro hotel-casinò di Atlantic City).
Il Wall Street Journal prima, la Reuters poi, hanno rivelato ieri che ci sono discussioni già in stato avanzato alla Casa Bianca sull’idea di spostare truppe americane dai Paesi Nato «renitenti» sulla guerra in Iran verso Paesi ritenuti collaborativi (al momento ci sono circa 80 mila soldati americani in Europa, 30 mila dei quali in Germania).
Schiaffeggiata via social media l’alleanza atlantica, ecco Rutte (che peraltro gli è simpatico, Trump lo ripete spesso: figuriamoci se ci fosse al suo posto uno che gli è antipatico) costretto a qualche equilibrismo: «Gli alleati stanno fornendo un sostegno massiccio, mettendo a disposizione risorse logistiche e altre misure per garantire che le potenti forze armate statunitensi riescano a impedire all’Iran di dotarsi di armi nucleari e a ridurne la capacità di seminare il caos. Quasi senza eccezioni, gli alleati stanno facendo tutto ciò che gli Stati Uniti chiedono. […] Ma cosa può fare Trump davvero contro la Nato?
Non può ritirare o sospendere gli Stati Uniti dall’alleanza (appena prima del suo ritorno alla Casa Bianca il Congresso ha reso la Nato a prova di Trump: una Nato-exit deve essere approvata da 2/3 del Senato, auguri), ma ha un potere molto significativo per punire i Paesi membri, o svuotare di fatto l’alleanza con altri mezzi.
Sì, il National Defense Authorization Act (NDAA) del 2024 è stato smaccatamente progettato per rendere l’alleanza «a prova di Trump» (giuristi amici pensano che Trump potrebbe ancora tentare un’uscita unilaterale invocando l’articolo II della Costituzione, quello del potere esecutivo sugli affari esteri. Però finirebbe tutto alla Corte Suprema, dove Trump spesso perde male (dazi, ius soli).
Però, quando vuole, Trump può ordinare unilateralmente il movimento delle truppe statunitensi, ha già minacciato di spostare truppe dai paesi «in castigo» e di stazionarle in Paesi che ritiene più favorevoli, cioè quelli dell’est.
Utilizzando giustificazioni di sicurezza nazionale (Trade Expansion Act), può imporre dazi pesanti. L’opzione più pesante: l’Articolo 5, quello finora invocato soltanto dagli Usa dopo l’11 settembre.
Trump può dire che non difenderà un membro specifico se attaccato: l’alleanza perderebbe immediatamente il suo senso — la deterrenza.
Trump ha ripetuto più volte attraverso gli anni che vede la Nato, di fatto, come un racket: con i clienti che pagano il capo, Washington, per la protezione. Pagando in denaro, cioè alzando le spese militari; in fedeltà politica, rispondendo all’appello quando Washington chiama.
(da “Corriere della Sera”)
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Aprile 10th, 2026 Riccardo Fucile
LA PROSPEROSA “ESPERTA DI COMUNICAZIONE” VIENE DEFINITA “BELLISSIMA E VISTOSISSIMA, MOLTO PIÙ DI CC”. HA MOLTI PIÙ FOLLOWER SUI SOCIAL, OLTRE IL TRIPLO: CLAUDIA CONTE STA SUI 300MILA, LA MISS “X” RAGGIUNGE IL MILIONE
Dopo anni di intensissima attività tra i politici, alla fine è arrivato il semaforo rosso per
Claudia Conte, che ha reso nota a tutti la sua presunta relazione con il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, scatenando un caso politico che ha messo in difficoltà il governo Meloni.
Ma tra i corridoi del potere c’è ancora allarme, per «un’altra mina vagante in giro», si sente dire davanti a Palazzo Chigi. Già, perché da tempo si agita una scalpitante presenza a Roma, che chiede incontri diretti ai ministri, con alcune nette somiglianze nei metodi che evocano la “strategia Claudia Conte”. Viene persino definita «bellissima e vistosissima, molto più di CC».
Di sicuro ha più follower sui social (oltre il triplo, e la giornalista ciociara sfonda comunque la soglia dei 300 mila), ma la stessa implacabile attitudine al collezionismo di selfie col potente di turno. Fatto sta che le antenne sono alzate al massimo livello da parte delle potenziali “vittime”.
Dopo gli scandali scoppiati attorno a Maria Rosaria Boccia e Claudia Conte, è pronto a esploderne un altro a breve? Intanto è arrivata la giornata di venerdì, e nella romana piazza del Popolo è andata in scena la festa della polizia di Stato, con la presenza del titolare del Viminale, Matteo Piantedosi, alla sua prima uscita pubblica dall’inizio della vicenda Conte, sulla quale l’ex capo di gabinetto di Matteo Salvini non ha ancora detto una parola.
(da lettera43.it)
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Aprile 10th, 2026 Riccardo Fucile
IERI TRUMP SI È APPELLATO AI CITTADINI UNGHERESI: “VOTATE ORBAN, È UN LEADER FORTE” – IL 12 APRILE IL PAESE VA ALLE URNE E IL PREMIER RISCHIA DI NON ESSERE RICONFERMATO: I SONDAGGI DANNO IN VANTAGGIO LO SFIDANTE PÉTER MAGYAR – LO SCANDALO DEL MINISTRO DEGLI ESTERI UNGHERESI CHE SPIFFERAVA A LAVROV COSA DICEVANO I LEADER EUROPEI

L’opposizione “complotta con servizi di intelligence stranieri, senza fermarsi davanti a nulla” per “impadronirsi del potere”. Lo ha detto il premier ungherese
Viktor Orban in un video pubblicato su Facebook, accusando gli avversari a due giorni dal voto.
L’opposizione sta portando avanti un “tentativo organizzato di usare il caos, la pressione e la demonizzazione internazionale per mettere in discussione la decisione del popolo ungherese”, ha evidenziato Orban, denunciando “minacce di violenza” contro i suoi sostenitori, “accuse di brogli elettorali completamente inventate” e “manifestazioni pre-organizzate” prima dello spoglio.
“Il premier ungherese Viktor Orban è un leader forte. Il 12 aprile votate per lui. E’ un vro amico, un combattente e ha il mio totale sostegno”. Lo afferma Donald Trump sul suo social Truth rivolgendosi direttamente agli ungheresi. Orban “lavora duro per proteggere l’Ungheria, far crescere l’economia, creare posti di lavoro e fermare l’immigrazione illegale”, ha messo in evidenza Trump.
Nei poster elettorali che tappezzano le vie di Budapest imperversano uno Zelensky arruffato accanto a un Péter Magyar invecchiato con la fronte rugosa (prodezze dell’Ai) e sotto l’ordine: «Fermiamoli». In altri cartelloni campeggia una von der Leyen cupa, nemica del popolo ungherese. La retorica anti ucraina e anti Ue è stata il grido di battaglia di Orbán e del suo partito, Fidesz, durante tutta la campagna elettorale.
E Vance in visita a Budapest ha enfatizzato questo messaggio, portandosi a casa, tra le altre cose, un accordo da 500 milioni di dollari per l’acquisto di petrolio da parte del gruppo energetico ungherese Mol, e 700 milioni in sistemi missilistici Himars.
Ma a ridosso del voto che i sondaggi danno sempre più a favore del leader dell’opposizione, sembra che questa strategia non stia funzionando. Una nuova rilevazione condotta dall’European Council on Foreign Relations, think tank paneuropeo con sede a Berlino, rivela un’Ungheria diversa da quella che Orbán presenta all’Europa e ai suoi amici nel mondo.
Il sondaggio, realizzato tra fine di marzo e inizio aprile, mostra che la maggior parte degli ungheresi non condivide la visione del primo ministro secondo cui l’Ue è un nemico: tre quarti degli ungheresi si fidavano dell’Unione «completamente», «abbastanza» o «un po’»; solo il 15% non si fida affatto.
Non stupisce di conseguenza che il 68 per cento degli interpellati ritenga che l’attuale politica ungherese verso I’Unione vada modificata. La richiesta di cambiamento è più forte tra gli elettori di Tisza (91%), ma anche nel campo di Fidesz il 45% desidera un nuovo approccio. Il 43% di loro si dichiara addirittura favorevole all’introduzione dell’euro, percentuale che a livello nazionale sale al 66.
(da agenzie)
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