Febbraio 21st, 2026 Riccardo Fucile
L’EX PRESIDENTE DELLA CORTE COSTITUZIONALE, UGO DE SIERVO: “LA DESTRA È NERVOSA, DENIGRANO I GIUDICI PER ARRESTARE LE CRITICHE”
“Credo che il nervosismo che si sta manifestando in varie forme, si pensi anche alle continue polemiche da parte della presidente Meloni contro i più diversi magistrati, sia proprio una risposta alla presa di consapevolezza delle tante e diffuse reazioni contro la riforma costituzionale”.
Lo afferma in un’intervista a la Repubblica l’ex presidente della Consulta, Ugo De Siervo. “Con questa continua e pericolosa denigrazione dei giudici – aggiunge – si vorrebbe arrestare la reazione critica del corpo elettorale, anche sullo svuotamento del Consiglio superiore”.
Per il costituzionalista l’intervento del Presidente della Repubblica al Csm “lo si deve considerare assolutamente eccezionale. Dobbiamo immaginare che rappresenti la risposta assai preoccupata alle eccessive polemiche del ministro della Giustizia, in particolare contro l’attività e il ruolo del Consiglio superiore della magistratura”.
In merito alle affermazioni di Nordio sul “sistema para-mafioso” al Csm: “Un ministro non può proprio usare parole del genere”, osserva l’ex presidente della Consulta. E aggiunge: “Tantomeno può estrarre espressioni, appellarsi a vecchie polemiche per sparlare di un organo di rilevanza costituzionale, che funziona da decenni”.
Quanto alla riforma, De Siervo precisa che “l’adozione della riforma costituzionale eliminerebbe la rappresentanza democratica dei magistrati nell’organo di autogoverno, a favore del mero sorteggio, riducendo quindi in modo notevole la stessa democraticità del sistema complessivo della nostra Repubblica. Ne deriverebbe una lesione dei principi fondamentali del nostro ordinamento”.
GIAN CARLO CASELLI: MELONI SUONA LA GRANCASSA PER DISTRARRE DAI VERI PROBLEMI
Meloni finge di essere d’accordo con Mattarella, ma continua imperterrita a suonare la grancassa contro i magistrati, colpevoli di decisioni “oggettivamente assurde” che aggravano tutti i mali contro cui la premier strenuamente si batte.
Lo fa per distrarre l’attenzione dalle sue difficoltà di risolvere i veri problemi. Lo fa perché i sondaggi inaspettatamente rivelano che nel “suo” referendum sulla separazione delle carriere potrebbe essere sconfitta. Lo fa perché indicare i magistrati come nemici della patria e farne dei poveri Malaussène fa sempre comodo a chi detiene il potere, specie se si ispira alla fiamma che tuttora campeggia nel simbolo del suo partito. Tutto chiaro, ma francamente piuttosto sconfortante…
(da il Fatto Quotidiano)
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Febbraio 21st, 2026 Riccardo Fucile
DURANTE LA SCORSA LEGISLATURA, CARATTERIZZATA DA TRE GOVERNI (CONTE I E II, DRAGHI), LA CONTA SI ERA FERMATA A QUOTA 107. E LA CAPA DI FRATELLI D’ITALIA TUONAVA: “IL PARLAMENTO NON PUÒ DIRE LA SUA”
Il record per il governo Meloni è arrivato. Non si tratta di quello di longevità, tanto caro alla
presidenza del Consiglio, che dovrebbe arrivare il 4 settembre, ma dei voti di fiducia chiesti al parlamento sui provvedimenti. Con quella apposta alla Camera, sul decreto Milleproroghe, il pallottoliere sale a 108: una cifra mai raggiunta in una legislatura della Repubblica italiana. Testi blindati, dibattito mutilato.
Giorgia Meloni non rivendicherà il primato con un video social, come accade per tante altre cose. Ma i numeri raccontano dell’abuso dell’esecutivo, che la leader di Fratelli d’Italia, dai banchi dell’opposizione definiva «una deriva davvero preoccupante per la nostra democrazia».
Eppure, nella scorsa legislatura, caratterizzata da tre diversi governi (Conte I e II, Draghi), la conta dei voti di fiducia si era fermata a quota 107, nonostante alleanze molto variegate. Ma in 4 anni e mezzo di legislatura. «Il parlamento non può dire la sua», evidenziava Meloni tuonando contro il governo Draghi.
Con il suo esecutivo, invece, si è giunti a 108 in 3 anni e 4 mesi, la media di 2,7 ogni 30 giorni. Un ritmo impressionante, che in proiezione potrebbe portare sopra i 150 voti di fiducia a fine legislatura (nel caso in cui arrivasse alla scadenza naturale).
Del resto già lo stesso Milleproroghe potrebbe richiedere un’altra fiducia per la seconda lettura a palazzo Madama. Il record rischia di restare scolpito nella pietra della storia, visto che la riforma del regolamento alla Camera, approvata in settimana, punta a far diminuire la richiesta di voti di fiducia nella prossima legislatura, a favore di un confronto nelle commissioni e nelle aule.
Il raffronto con il passato diventa del resto sempre più impietoso: nella legislatura, iniziata nel 2013 e terminata nel 2018 (con il governo Letta, Renzi e Gentiloni), le questioni di fiducia erano state 100. E allora sembrava un numero offensivo per la qualità della democrazia. Sembra così preistoria la legislatura dei due governi Berlusconi (2001-2006), quando i provvedimenti blindati sono stati 41.
Il “Milleproroghe dei record” è stato l’ennesimo esempio di pressappochismo della maggioranza. La riproposizione del caos che ha regnato durante l’iter della manovra. Per chiudere in fretta e furia, il governo ha dovuto lasciare in sospeso alcune questioni, come la rottamazione delle cartelle su cui pure puntava a intervenire. Facendo innervosire la Lega, che si è sentita danneggiata dalla tagliola.
I ritardi sono stati accumulati per la lentezza del governo sui singoli emendamenti, nonostante il testo fosse stato pubblicato in Gazzetta ufficiale il 31 dicembre. Per giorni, le commissioni della Camera sono rimaste paralizzate per l’immobilismo della destra. La sottosegretaria ai Rapporti con il parlamento, Matilde Siracusano, ha dato la colpa alle opposizioni.
«Alcuni lavoratori non sono stati prorogati, perché maggioranza e opposizione hanno litigato per dieci minuti in più», ha detto. Netta la replica della deputata del Pd, Maria Cecilia Guerra: «Se mercoledì la sottosegretaria avesse portato il parere favorevole al nostro emendamento alla proroga di lavoratori, lo avremmo potuto approvare in tempo».
Un caso di confusione al potere è il contributo da destinare a Radio Radicale. Meloni aveva garantito di provvedere a stanziare le risorse. Ma, arrivati al momento degli emendamenti, la maggioranza ha dimezzato la dotazione: da 8 milioni si è scesi a 4 milioni di euro. Per mettere una pezza, è stata ideata una soluzione creativa, ai limiti dell’incredibile: Camera e Senato potranno stipulare accordi autonomi per acquistare i servizi dall’emittente radiofonica.
(da agenzie)
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Febbraio 21st, 2026 Riccardo Fucile
STEFANO FOLLI: “SE MELONI ABBANDONA IL MERITO DEL QUESITO PER DIVENTARE OPZIONE POLITICA E PERSINO IDEOLOGICA, LA SINISTRA È AVVANTAGGIATA. HA UNA PIÙ SOLIDA TRADIZIONE DI BATTAGLIE, ED È PIÙ FACILE MOBILITARE UN ELETTORATO MINORITARIO MA AGGUERRITO”
Entrando nella campagna per il referendum sulla riforma della separazione delle carriere del 22 marzo, ed anzi assumendone la guida, Meloni era consapevole di diventare un bersaglio per le opposizioni, anche più di quanto non lo sia abitualmente.
Ma l’invito a non trasformare l’ultimo mese di propaganda in «una lotta nel fango» è in realtà a doppio taglio.
La premier sa bene che il centrosinistra, e soprattutto il Pd, aveva già programmato un crescendo di attacchi nei suoi confronti. E vuol cercare di far passare la sensazione che, se sarà costretta a trascendere, dovrà farlo per i toni scelti da Schlein, Conte e dagli altri esponenti delle opposizioni.
Ai quali – è sottinteso – si aspetta che il Capo dello Stato si rivolga con la stessa severità usata contro il ministro di Giustizia Nordio per gli insulti mirati sul Csm.
Una previsione del genere ha trovato la sua prima conferma nell’intervista al “Domani” dell’ex ministro Franceschini, esponente di solito assai attento e punto di equilibrio del correntone che sostiene la segretaria del Pd. Franceschini, pur dichiarandosi soddisfatto del livello di mobilitazione per il “no” alla riforma e fornendo alcuni suggerimenti per il prosieguo della campagna, ha lanciato l’allarme sull’obiettivo dei “pieni poteri” che Meloni starebbe coltivando
L’argomento dei “pieni poteri”, si sa, è più che una parola d’ordine: viene adoperato perché ha un forte ascolto nell’elettorato d’opposizione, così come la difesa della Costituzione. E se a lanciarlo è un moderato come Franceschini, ovviamente pesa di più. Meloni però punta a politicizzare la campagna, ma fino a un certo punto. Palazzo Chigi sta organizzando un giro d’Italia finale, negli ultimi dieci giorni prima dell’apertura delle urne, dedicato soprattutto ai magistrati e agli errori giudiziari. Come dire, altra benzina sul fuoco che già arde sotto lo scontro sulla giustizia.
La vera partita del referendum non è ancora cominciata. La partenza sarà il primo marzo, quando mancheranno tre settimane alla data (domenica 22 e lunedì 23). Finora abbiamo assistito a scaramucce, benché aspre, e a qualche dimostrazione di forza o magari di debolezza.Come sarà la gara? Di certo sappiamo che si tratterà di uno scontro tutto politico. L’opposizione unita sul No — salvo eccezioni da non sottovalutare, ma via via più esigue — contro la maggioranza di centrodestra senza dubbio compatta sul Sì.
S’intende, se la scelta abbandona il merito del quesito per diventare opzione politica e persino ideologica, la sinistra è avvantaggiata.
Il terreno della contesa può favorirla. Ha una più solida tradizione di battaglie politico-ideologiche combattute, anche se non sempre vinte. Ed è più facile mobilitare un elettorato forse minoritario nel paese, ma agguerrito.
La destra deve difendere la riforma Nordio e dunque non può prescindere del tutto dai contenuti del testo. Può scendere sul terreno politico, ma entro certi limiti: deve ricordarsi che le nuove norme vanno spiegate, che lo strapotere delle correnti interne alla magistratura deve essere declinato con esempi concreti; e lo stesso andrà fatto per i casi di malagiustizia. O di favoritismi indebiti.
Sul mero terreno dello scontro ideologico, la destra non è vincente. Per la semplice ragione che i padri della riforma hanno l’ovvio dovere di spiegarla agli elettori. Il che può avvenire in modo professorale e asettico, e dunque con scarse conseguenze sull’elettorato che si vorrebbe spingere alle urne.
Oppure con esempi concreti e citazioni volte a creare una corrente emotiva destinata a provocare sensibili effetti sull’affluenza. Un punto decisivo per la sorte del Sì, come si è detto più volte. Una percentuale intorno al 50 per cento di votanti aumenta fin quasi alla soglia di sicurezza l’ipotesi di una vittoria del binomio Meloni-Nordio. Al di sotto, le prospettive si rovesciano.
Dopo il 23 si faranno i conti. Una delle due parti raccoglierà i cocci e vediamo come. Da qualche giorno, sull’onda della percepita rimonta del No, si è affacciata di nuovo l’idea che in caso di sconfitta il governo Meloni preferirebbe le elezioni anticipate a un anno — l’ultimo della legislatura — trasformato in un percorso a ostacoli
Tuttavia è appena il caso di ricordare che l’Italia non è il Regno Unito, dove è il premier a decidere quando andare a votare. E un atto risolutivo per forzare la mano di Mattarella, come la rinuncia a qualsiasi collaborazione istituzionale da parte del centrodestra, avrebbe riflessi molto negativi sull’opinione pubblica.
Sarebbe letto come una prova di arroganza, tanto più illogica poiché viene dopo la sconfitta referendaria. A Palazzo Chigi dovrebbero rassegnarsi a lunghi mesi di contraccolpi, in vista di elezioni nel ’27 a quel punto di nuovo incerte.
Quando all’opposizione, la vittoria del Sì, cioè della controparte, innescherebbe soprattutto nel Pd una riflessione su come preparare il voto politico e con quale gruppo di vertice andare in battaglia.
(da La Stampa)
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Febbraio 21st, 2026 Riccardo Fucile
ELLY SCHLEIN: “CI CHIEDIAMO SE MELONI, NELLA CONSUETA PILLOLA VIDEO SERALE DA PALAZZO CHIGI, ATTACCHERÀ I GIUDICI AMERICANI PER DIFENDERE IL SUO AMICO TRUMP OPPURE PER UNA VOLTA DIFENDERÀ L’ITALIA”
Come nelle cancellerie di mezza Europa, la grana dazi piomba su Palazzo Chigi accolta da una
cortina di riservatezza. Ma c’è un sovrappiù di imbarazzo, per la leader più trumpiana (dopo Orbán) dell’Unione.
Giorgia Meloni non commenta. Affida la pratica al vice, Antonio Tajani, che sulle prime liquida la questione così: «Quando non ci stanno i dazi sono sempre buone notizie, però credo che non ci saranno grandi effetti, grandi cambiamenti».
Il governo si aspetta «misure temporanee che possono adottare gli americani, che già si aspettavano la decisione».
La premier, in contatto con il suo staff, chiede intanto agli uffici di Chigi il testo della sentenza. Per valutarne le ricadute tecniche, economiche, politiche. Non vola una mosca, ufficialmente, sull’extra tariffa, quasi di ripicca, del 10% minacciata notte tempo dal tycoon.
La linea, trapela genericamente dalla cerchia di Meloni, resta la stessa delle trattative pre-Turnberry: evitare l’escalation, deve prevalere il buonsenso. Ma il
timore, sottotraccia, è che possa rideflagrare una guerra commerciale. Assolutamente da scongiurare, per la premier.
Al di là dei primi contatti informali, una volta ottenuta la sentenza, Meloni si raccorderà con gli altri leader europei e con Ursula von der Leyen, per tarare la reazione.
Sul tavolo del governo c’è anche un altro nodo: le richieste di rimborso per i dazi illegali che ora possono chiedere, come ha ammesso lo stesso Trump, sia i Paesi che le aziende che li hanno sin qui sborsati. Un ministro di peso però frena, a taccuini chiusi: sarebbe «complicato» sul piano legale e decisamente incerta la riuscita dell’operazione, con il presidente americano che già minaccia la guerriglia in tribunale.
Meloni spera sempre di parlarne a tu per tu con The Donald, in un bilaterale. Il presidente non ha ancora comunicato se atterrerà a Milano per la chiusura dei Giochi, dove è già arrivata la sua sicurezza. Meloni sarà comunque alla cerimonia.
La sinistra
Per la segretaria del Pd, Elly Schlein, i giudici americani, «applicando la Costituzione, hanno dimostrato che ogni potere incontra un limite». Le politiche commerciali di Trump, secondo la leader dem, sono «dannose anche in Italia» e ora sono «fuori dalla legalità».
A questo punto, insiste Schlein, «ci chiediamo se Meloni, nella consueta pillola video serale da Palazzo Chigi, attaccherà i giudici americani per difendere il suo amico Trump oppure per una volta difenderà l’Italia, le imprese e i lavoratori colpiti da quei dazi. Questa subalternità del governo a Trump la paga a caro prezzo l’Italia».
§l capo del Movimento 5 Stelle, Giuseppe Conte, celebra i «santi giudici della Corte Suprema americana», in grado di dire quello «che noi non siamo stati capaci». L’ex premier ricorda che per Meloni si trattava di «un accordo tutto sommato soddisfacente, salvo poi promettere alle nostre imprese un intervento sostanzioso un anno fa di oltre 20 miliardi di cui si è persa traccia». […] Un altro ex premier, Matteo Renzi, presidente di Italia Viva, si chiede «dove sono finiti i galoppini di Trump? Meloni sta zitta anche stavolta o troverà il coraggio finalmente di fare gli interessi della nazione?
(da Repubblica)
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Febbraio 21st, 2026 Riccardo Fucile
BENE PD E AVS… LEGA al 6,1% SUPERATA DA AVS AL 7,2% E INCALZATA DA VANNACCI AL 4,3%
Segno negativo per tutto il centrodestra. Tutti e tre i partiti di maggioranza riportano un calo nei sondaggi. Per la Lega si tratta di una lieve flessione, appena un decimo. A destare preoccupazione nel Carroccio potrebbe essere piuttosto l’avvicinamento di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, distante poco meno di due punti. Ecco che cosa emerge dall’ultimo sondaggio di Youtrend per Sky Tg24.
Chi prende più voti e chi crolla
In questa rilevazione ci sono vari aspetti interessanti da segnalare. In primo luogo il calo che coinvolge tutte le forze di maggioranza. Fratelli d’Italia perde tre decimi, rispetto alla settimana precedente, e si colloca al 28,6%. Per ora il calo incide poco sul primato del partito di Meloni ma il fatto che abbia interessato, seppure con le dovute differenze, i tre partiti di governo lo rende un elemento su cui soffermarsi. Un indizio, forse, che qualcosa si è mosso in termini di consensi dopo il terremoto che ha travolto la Lega con l’uscita dell’ex generale.
In effetti, come dicevamo, anche i due alleati di maggioranza sembrano perdere terreno. Forza Italia riporta un -0,4% e scende al 9,1% mentre il Carroccio si ferma decisamente più in basso, al 6,1% (-0,1%).
E qui veniamo a un secondo aspetto interessante. Se fino a qualche mese fa i due partner di minoranza apparivano spesso e volentieri appaiati nei sondaggi, ora la distanza si è allargata, a favore degli azzurri.
Il tracollo della Lega, che prima viaggiava sopra l’8%, è molto probabilmente imputabile all’avanzata di Vannacci. Futuro Nazionale ha fatto il suo ingresso da poco nello scenario dei partiti e ci vorrà del tempo per capire se sarà in grado di imporsi come una forza politica di rilievo o se si limiterà a essere una meteora. Al momento riesce a strappare più di qualche consenso al centrodestra, totalizzando il 4,3%.
Per il centrosinistra invece, il quadro è tutto sommato positivo. Il Partito democratico recupera tre decimi e raggiunge il 21,5%, mentre il Movimento 5 Stelle si ferma all’11,7% (-0,1%). Nota di merito per Alleanza Verdi-Sinistra che incassa lo 0,2% e raccoglie il 7,2%. Uno dei livelli più alti per il partito di Bonelli e
Fratoianni che fino a questo momento veniva dato dietro la Lega. In questa rilevazione Avs risulta addirittura in vantaggio, di più di un punto.
Infine, gli altri partiti. Azione in crescita, prende quanto Vannacci, ovvero il 4,3% (+0,4%). Seguono Italia Viva, che scende all’1,9% (-0,3) e +Europa, all’1,6% (-0,3). Chiude Noi Moderati con l’1%.
(da Fanpage)
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Febbraio 21st, 2026 Riccardo Fucile
ALTRO DATO: IN UNA SETTIMANA IL NO E’ CRESCIUTO DELL’1,6%
A poco più di un mese dalle urne, è ancora apertissima la partita del referendum
costituzionale sulla riforma della giustizia. Secondo l’ultimo sondaggio di Youtrend per SkyTg24, tutto dipenderà da quanti cittadini andranno a votare. Al momento, il Sì è in testa con il 51,0% nello scenario con affluenza alta (59,6%, che include coloro che voterebbero sicuramente o probabilmente). Il No, al contrario, è avanti al 51,5% nello scenario con affluenza bassa (48,0%, considerando solo coloro che voteranno sicuramente).
Cresce il fronte del No
Rispetto alla rilevazione diffusa l’11 febbraio, il fronte del No – spalleggiato da Anm e quasi tutti i partiti di opposizione – è cresciuto di 1,6 punti nello scenario con affluenza alta e di 0,4 in quello con affluenza bassa.
(da agenzie)
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Febbraio 21st, 2026 Riccardo Fucile
NEL 2025 I RIMPATRI NON SONO STATI 7.000 COME ANNUNCIATO MA 6.097, MENO DEL PERIODO DAL 2015 AL 2019… IL CASO DI UN CITTADINO GHANESE CHE NON ANDAVA ESPULSO E CHE CHIEDERA’ I DANNI AL VIMINALE… IN PRATICA RIMPATRIAMO L’1% RISPETTO A CHI ARRIVA
Per mesi il governo Meloni ha parlato dei «7mila rimpatri» del 2025 come di un cambio di passo nella gestione dell’immigrazione. Ma i dati ufficiali diffusi dal Viminale – scrive oggi Il Fatto Quotidiano – raccontano una storia decisamente meno trionfale. Innanzitutto, i rimpatri complessivi sono stati 6.772. E la cifra include 675 rientri volontari assistiti, cioè casi in cui lo straniero aderisce a programmi di reintegrazione finanziati con fondi europei. Al netto di questi, i rimpatri effettivi scendono a 6.097.
Come cambiano i rimpatri
L’incremento rispetto al 2024 c’è, ma è contenuto: poco più di 600 persone, circa il 12% in più rispetto all’anno precedente. Numeri che rappresentano appena l’1% delle persone sbarcate nel corso dell’anno. E che non bastano a raggiungere le performance dei governi precedenti alla pandemia.
Se si guarda al periodo 2015-2019, i rimpatri – esclusi i volontari assistiti – erano sistematicamente più alti. Nel 2015 superarono quota 7.200, nel 2019 erano oltre 7.000. Anche l’anno con il dato più basso di quel quinquennio, il 2016, si colloca sopra i livelli registrati oggi.
I numeri dei rimpatri volontari assistiti
Lo stesso vale per i rimpatri volontari assistiti, che non sono una novità degli ultimi anni: nel 2017 furono 869, nel 2018 addirittura 1.185. Il risultato dell’attuale esecutivo segna un aumento rispetto al 2022, anno in cui è sbarcata al governo Giorgia Meloni, ma resta inferiore ai livelli precedenti al Covid.
Il nodo dei Paesi d’origine
Uno degli argomenti più ricorrenti nel dibattito politico riguarda le presunte responsabilità della magistratura, accusata dalla destra di voler ostacolare le espulsioni a tutti i costi. Ma il limite strutturale, scrive Il Fatto, resta la collaborazione dei Paesi d’origine, spesso insufficiente o assente, che rende complicata l’esecuzione dei rimpatri. Anche dai Cpr meno della metà delle persone trattenute viene effettivamente rimpatriata. C’è poi un dato che pesa più di tutti: le stime parlano di circa 400 mila persone irregolari presenti in Italia. Con i numeri attuali, si riuscirebbe a rimpatriarli tutti in circa sessant’anni.
Il caso dell’immigrato ghanese rimandato in Africa. Il giudice: «Può tornare»
Tra i migranti rimpatriati dal governo Meloni ce n’è uno con una storia particolare, raccontata sempre dal Fatto. Si tratta di un cittadino ghanese, a cui nel 2024 la questura ha negato il permesso di soggiorno per protezione speciale, nonostante la prova documentata del suo percorso di integrazione, la residenza fissa e un
contratto di lavoro stabile. L’uomo si vede recapitare il decreto di espulsione, il fermo, la convalida dell’espatrio e infine l’espulsione vera e propria. Lui presenta ricorso e il giudice fissa una nuova udienza a fine 2025 sospendendo il suo ritorno in Ghana. Peccato che lui nel frattempo sia già stato rimpatriato. Pochi giorni fa, il tribunale ha riconosciuto il suo diritto alla protezione speciale. E così, l’uomo potrà rientrare in Italia e provare a ottenere un risarcimento dei danni dal ministero dell’Interno.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Febbraio 21st, 2026 Riccardo Fucile
IL GOVERNATORE DELLA BANCA D’ITALIA: “BENE GLI ACCORDI DELL’UE CON INDIA E MERCOSUR”
L’onere dei dazi imposti da Donald Trump sul resto del mondo «finora è ricaduto soprattutto
sull’economia statunitense». A dirlo è Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia. Intervenendo all’Assiom Forex, l’economista ha tirato le somme sull’impatto delle tariffe imposte da Washington nell’ultimo anno, che proprio nelle scorse ore sono state giudicate illegittime dalla Corte Suprema degli Stati Uniti.
L’impatto dei dazi sui flussi mondiali
«Nel complesso, la ricomposizione geografica degli scambi ha attenuato l’impatto delle misure doganali sui volumi commerciali, ma ciò non significa che i dazi siano privi di costi. Essi hanno accresciuto la complessità delle catene globali del valore con effetti sui costi di produzione, sui tempi di approvvigionamento e sulla trasparenza degli scambi», spiega Panetta. Insomma, i dazi di Trump alla fine si sono ritorti contro la stessa economia americana e non hanno affatto frenato il commercio internazionale. «Nonostante l’introduzione dei dazi – continua il
governatore di Banca d’Italia – nel 2025 il commercio internazionale è cresciuto del 4 per cento, un ritmo superiore a quello del PIL mondiale e doppio rispetto alle attese».
Dietro questo dato si nascondono due possibili spiegazioni: il «forte aumento degli scambi legati all’intelligenza artificiale» e la «profonda ricomposizione geografica dei flussi commerciali». Ne è un esempio la contrazione delle importazioni Usa dalla Cina, che hanno fatto registrare un -25%, mentre sono aumentati gli acquisti da Messico, Vietnam e Taiwan. Panetta promuove poi la strategia di diversificazione e apertura di canali alternativi abbracciata dall’Unione europea. «Il commercio internazionale», avverte, va ripensato, visto che il «ritorno all’assetto precedente non è realistico». E proprio per questo motivo Panetta promuove gli accordi di libero scambio siglati dalla Ue con Mercosur e India.
La ricetta di Panetta per la crescita dell’economia italiana
Parlando più nello specifico dell’economia italiana, Panetta ha sottolineato come un modello di crescita «fondato sull’espansione dell’occupazione e dei salari contenuti non è sostenibile», specialmente «alla luce delle tendenze demografiche». Per il governatore della Banca d’Italia, i progressi del Pil degli ultimi anni «non vanno sottovalutati», ma «non sono sufficienti a colmare le carenze strutturali» né a garantire un «ritorno stabile su un sentiero di crescita duratura». La svolta, insiste Panetta, può arrivare solo da un «deciso aumento della produttività». Senza, avverte il governatore di via Nazionale, «lo sviluppo rischia di arrestarsi».
(da agenzie)
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Febbraio 21st, 2026 Riccardo Fucile
PISTOLA MESSA IN MANO ALLA VITTIMA E DEPISTAGGIO DELLE INDAGINI PER L’ASSISTENTE CAPO CHE PRENDEVA SOLDI DAL PUSHER
“Mi ha detto di tornare in commissariato a prendere lo zaino. Non l’ho aperto, non sapevo cosa ci fosse dentro». A parlare è uno dei colleghi di Carmelo Cinturrino, l’agente indagato per omicidio volontario nell’inchiesta sulla morte di Abderrahim Mansouri, il 28enne marocchino ucciso nel boschetto di Milano Rogoredo lo scorso 26 gennaio durante un controllo antidroga. Per l’episodio sono indagati anche quattro suoi colleghi, che dovranno rispondere di favoreggiamento e omissione di soccorso.
Lo zaino con la pistola a salve
Secondo quanto riporta oggi il Corriere di Milano, a incastrare definitivamente Cinturrino ci avrebbe pensato un suo collega. Di fronte agli inquirenti, il poliziotto avrebbe raccontato di aver lasciato la scena del crimine per recarsi al commissariato in auto, tornare indietro e consegnare all’assistente capo uno zaino. All’interno, secondo i pm, c’era la pistola a salve che Cinturrino avrebbe lasciato accanto al cadavere di Mansouri. Un chiaro tentativo, sempre secondo la ricostruzione dei magistrati, di depistare le indagini e far apparire la sparatoria come un semplice episodio di legittima difesa da parte del poliziotto.
Il racconto dei colleghi di Cinturrino
In un primo momento, ricostruisce il Corriere, la squadra di Mecenate ha fatto quadrato intorno alla versione di Cinturino. Poi, sono emerse le prime crepe e incongruenze. La svolta è arrivata giovedì, quando i colleghi dell’assistente capo hanno iniziato a collaborare alle indagini. Tutti hanno confermato una certa «soggezione» nei confronti del 41enne, che non era il più alto in grado (c’era anche un giovane ispettore lì presente) ma veniva trattato come tale. Un collega ha anche raccontato di pestaggi e aggressioni ai pusher, gli stessi che nei giorni scorsi avrebbero raccontato ai pm di aver pagato il pizzo a Cinturrino in cambio del suo “via libera” a continuare a smerciare sostanze nel quartiere del Corvetto.
La destra in retromarcia: «Si faccia chiarezza»
La svolta nell’inchiesta ha costretto anche una parte della politica a correggere il tiro rispetto alla vicenda. All’indomani dell’uccisione di Mansouri, la destra aveva promesso una sorta di difesa a oltranza degli agenti coinvolti nell’operazione antidroga. Ma ora che il quadro si complica, anche le posizioni si fanno più sfumate. «Sono compiaciuto che la polizia sia in grado di fare chiarezza e di non fare sconti a nessuno. Poi noi accetteremo con assoluta serenità quello che emergerà», commenta il ministro degli Interni, Matteo Piantedosi. Mentre il vicepremier Matteo Salvini aggiunge: «Se qualcuno sbaglia, è chiaro che bisogna approfondire». Toni ben lontani da quelli usati nei giorni scorsi, quando il segretario provinciale del Carroccio, Samuele Piscina, diceva: «Siamo di fronte all’ennesimo, indegno copione della sinistra becera, che attacca le forze dell’ordine ancora prima che la magistratura accerti i fatti».
(da agenzie)
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