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ALTRA “ZARINA”, ALTRI GUAI – DOPO I PASTICCI DI GIUSI BARTOLOZZI ALLA GIUSTIZIA, SCOPPIA IL CASO DI ELISABETTA PELLEGRINI, POTENTE DIRIGENTE DEL MINISTERO DEI TRASPORTI, BRACCIO OPERATIVO DI SALVINI, INDAGATA PER TURBATIVA D’ASTA NELLA REALIZZAZIONE DELLA CABINOVIA A CORTINA PER LE OLIMPIADI INVERNALI

Giugno 12th, 2026 Riccardo Fucile

IL MINISTRO LA “BLINDA” MA È UN NUOVO DURO COLPO PER IL LEADER LEGHISTA, DOPO L’INCHIESTA SUL PONTE SULLO STRETTO DI MESSINA – PASSATA DAGLI INCARICHI CON LA REGIONE VENETO AL MIT, LA SUPERBUROCRATE PELLEGRINI HA CONQUISTATO LA FIDUCIA PRIMA DI ZAIA E POI DI SALVINI. HA GESTITO I DOSSIER DELLE OPERE PUBBLICHE CHE CONTANO DI PIÙ PER LA LEGA

Le nubi cariche di guai giudiziari si addensano sopra il cielo del ministero dei Trasporti e delle Infrastrutture guidato da Matteo Salvini. Dopo lo scandalo sui fedelissimi coinvolti nell’inchiesta sul ponte sullo stretto di Messina, da Belluno arriva un’altra bufera. A essere indagata è Elisabetta Pellegrini, dirigente del Mit e braccio operativo del leader del Carroccio, che, dopo la notizia del procedimento a carico della sua “zarina”, è immediatamente intervenuto.
«Pellegrini si è distinta per impegno e laboriosità», ha detto Salvini. La dirigente è coinvolta nell’inchiesta per turbativa d’asta sulle presunte irregolarità nella realizzazione della cabinovia Apollonio Socrepes a Cortina d’Ampezzo.
Il fatto è che proprio i progetti su cui ha puntato (Olimpiadi Milano-Cortina, fino alla grande infrastruttura che dovrà unire la Calabria alla Sicilia) mostrano crepe e criticità sotto la lente dei magistrati.
Il minimo comune denominatore tra l’inchiesta veneta e quella romana sta proprio nel coinvolgimento dei sodali del ministro. Pellegrini da un lato. L’ex commissario della Lega nella Punta dello Stivale, Giacomo Francesco Saccomanno, dall’altro. Quest’ultimo, nel ruolo, all’epoca, di membro del cda della Stretto di Messina spa, insieme all’imprenditore Vincenzo Virgiglio, avrebbe fornito «utilità» al presidente aggiunto della Corte dei conti, Tommaso Miele, per ottenere aiuti sull’iter di approvazione del progetto faraonico.
È l’ingegnera della Lega. La super tecnica che ha in mano i dossier più cari a Matteo Salvini. Non solo le Olimpiadi di Milano Cortina e il ponte sullo Stretto. Sulla scrivania di Elisabetta Pellegrini, la coordinatrice della Struttura tecnica di missione del Mit indagata nell’ambito dell’inchiesta della procura di Belluno sui Giochi invernali, ci sono anche le carte delle opere pubbliche che contano di più per il Carroccio. Tutte al Nord.
In testa c’è la Pedemontana veneta. Una passione storica per la «zarina», come la chiamano al ministero di Porta Pia. Lo sa bene anche Luca Zaia: l’ex governatore leghista è stato il primo “sponsor” di Pellegrini.
Nel 2017 fu lui a volerla nella task force creata per tirare la superstrada a pedaggio fuori dalle secche. Con il trasferimento al Mit, nel 2022, il testimone è passato nelle mani di Salvini. Il leader del Carroccio considera Pellegrini una sua fedelissima. Intoccabile.
Dal Veneto a Roma, dunque. Con la Pedemontana, appunto, a fare da filo rosso. Pellegrini lavora a stretto contatto con la giunta Zaia. Con un incarico di peso: direttore del Dipartimento infrastrutture e trasporti della Regione Veneto.
È anche direttore della struttura di progetto della Pedemontana veneta. Quando prende in mano il dossier, il progetto è incagliato. Problemi finanziari, ma soprattutto interlocuzioni burrascose con la Corte dei conti e l’Anac. Si rischia lo stop. Alla fine viene rimodulato il contratto con l’impresa concessionaria dei lavori.
Poi si accende la “scintilla” professionale con Salvini. I due si incontrano proprio all’inaugurazione di un cantiere della Pedemontana. Appena arrivato al Mit, il leader della Lega cerca un super tecnico di fiducia.
Detto, fatto. A novembre del 2022, Pellegrini trasloca a Roma (dal lunedì al venerdì). E prende subito confidenza con il dicastero. Ma anche con palazzo Chigi:
per lei arriva anche un incarico da consigliera «per le questioni infrastrutturali» del vicepremier.
Al ministero passa da lei la sorveglianza sul Ponte. E le concessioni. È lei la regista della società autostradale unica del Nordest. Obiettivo: salvare la Pedemontana. Perché l’opera è ora alle prese con un buco finanziario. Ecco lo stratagemma: creare una holding per mischiare incassi e debiti delle opere. Dentro il gran contenitore c’è anche il tratto Brescia-Padova dell’A4. Non a caso.
Grazie all’affidamento diretto alla società Concessioni autostradali venete (Cav), gli utili di questa opera saranno utilizzati per coprire i debiti della Pedemontana. Ignorando la segnalazione dell’Anac, che il primo aprile ha scritto al Mit.
Così: la scadenza della concessione della tratta dell’A4 a fine dicembre «impone l’immediata indizione delle citate procedure». Ma Pellegrini non ha ottemperato all’indicazione. «Fa di testa sua», spifferano dal Mit.
Ora il coinvolgimento nell’inchiesta sulle Olimpiadi. Salvini la blinda. Ma non tutti la pensano come il titolare. L’ingegnera si è fatta diversi nemici al ministero.
L’accentramento non piace a molti. A quelli che stanno con il capo di gabinetto Alfredo Storto e con Elena Griglio, la dirigente che guida l’ufficio legislativo. I rapporti con Pellegrini sono tutt’altro che idilliaci. Le rimproverano di essere “troppo” ingegnere e “poco” giurista. Anche un modo per dire troppo morbida con la politica.

(da Domani)

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TESTA A TESTA IN PERÙ TRA I DUE CANDIDATI ALLA PRESIDENZA DEL PAESE: CON QUASI IL 98% DELLE SCHEDE SCRUTINATE, IL CANDIDATO DELLA SINISTRA, ROBERTO SÁNCHEZ, MANTIENE UN VANTAGGIO INFERIORE A 10 MILA VOTI SULLA CANDIDATA CONSERVATRICE KEIKO FUJIMORI, PARI AD APPENA LO 0,05% DEI VOTI VALIDI

Giugno 12th, 2026 Riccardo Fucile

OGGI INIZIERÀ ILRICONTEGGIO: LA PROCLAMAZIONE DEFINITIVA DEL VINCITORE DELLE ELEZIONI PRESIDENZIALI DOVREBBE AVVENIRE A METÀ LUGLIO

In Perù inizieranno venerdì 12 giugno le udienze per il riconteggio delle schede relative ai verbali contestati del secondo turno delle elezioni presidenziali. Lo ha annunciato la Giuria nazionale delle elezioni (Jne), precisando che ogni procedimento seguirà il calendario previsto dalla normativa elettorale.
Secondo il portavoce del Jne, Jorge Valdivia, fino al 9 giugno erano già stati trasmessi 25 verbali con errori materiali per il riconteggio fisico delle schede e quattro casi avevano già ottenuto una data per l’udienza. Le contestazioni riguardano principalmente firme mancanti, dati incompleti, errori aritmetici, documenti illeggibili o irregolarità nella compilazione dei verbali.
L’Ufficio nazionale dei processi elettorali (Onpe) ha registrato sinora 1.615 verbali del ballottaggio di domenica scorsa, equivalenti a oltre 400 mila voti, da trasmettere al Jne. Il responsabile ad interim dell’ente, Bernardo Pachas, ha inoltre confermato l’arrivo in Perù di circa l’80% dei verbali provenienti dall’estero.
Secondo il Jne, la proclamazione definitiva del vincitore delle elezioni presidenziali del 2026 dovrebbe avvenire a metà luglio, una volta completate tutte le verifiche e risolti i ricorsi pendenti. Al momento, con quasi il 98% delle schede scrutinate, il candidato della sinistra, Roberto Sánchez, mantiene un vantaggio inferiore a 10 mila voti sulla candidata conservatrice Keiko Fujimori, pari ad appena lo 0,05% dei voti validi.
Cresce la tensione in Perù mentre prosegue il conteggio dei voti del ballottaggio presidenziale, che vede il candidato della sinistra Roberto Sánchez in vantaggio di poche migliaia di voti sulla conservatrice Keiko Fujimori. Esponenti della comunità aymara della regione di Puno hanno annunciato proteste e manifestazioni nel caso in cui la leader di Fuerza Popular dovesse essere proclamata vincitrice.
Durante una mobilitazione svoltasi nei pressi del ponte di Ilave, i manifestanti hanno dichiarato che non riconosceranno un eventuale governo guidato da Fujimori, contestando i ritardi nelle operazioni di scrutinio e proclamazione dei risultati. I partecipanti, riferiscono i media locali, hanno esibito bandiere di Juntos por el Perú e immagini dell’ex presidente Pedro Castillo, ricordando anche le vittime delle proteste del 2023.
Alcuni leader locali hanno minacciato di estendere le manifestazioni fino a Lima se Fujimori dovesse risultare eletta. Sánchez ha affermato che la mobilitazione pacifica in difesa del voto rappresenta un diritto costituzionale, purché si svolga nel rispetto della legge e senza ricorso alla violenza.

(da agenzie)

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“QUELLA DEL GOVERNO È UNA SCELTA DEL TUTTO SBAGLIATA” – IL GOVERNATORE LEGHISTA DELLA LOMBARDIA, ATTILIO FONTANA, ATTACCA L’ARMATA BRANCAMELONI, DOPO LA DECISIONE DEL MINISTRO SCHILLACI DI RITIRARE LA RIFORMA DELLA SANITÀ TERRITORIALE, CHE PREVEDEVA LA TRASFORMAZIONE IN DIPENDENTI DI UNA PARTE DEI MEDICI DI BASE

Giugno 12th, 2026 Riccardo Fucile

“ORA CE LO SPIEGHERÀ IL GOVERNO COME FAREMO AD APRIRE LA CASE DI COMUNITÀ. ERA UNA STRADA NECESSARIA, UNA PROPOSTA SOTTOSCRITTA SIA DAI PRESIDENTI DI REGIONE DI CENTROSINISTRA CHE DEL CENTRODESTRA” … FONTANA PARLA DI “CONDIZIONAMENTI” NELLO STOP ALLA RIFORMA, SENZA FARE NOMI. SARANNO FISCHIATE LE ORECCHIE AL SOTTOSEGRETARIO-FARMACISTA DI FDI, MARCELLO GEMMATO

La più grande Regione italiana, storicamente guidata dal centrodestra, va all’attacco del governo. Dopo lo sfogo di mercoledì nel corso della riunione tra assessori alla Salute del responsabile della Sanità della Lombardia, Guido Bertolaso, ieri è arrivata la presa di posizione pubblica del presidente Attilio Fontana.
Decidere di fermare la riforma della sanità territoriale, che prevedeva anche la trasformazione in dipendenti di una piccola parte dei medici di famiglia, oggi convenzionati, è stata «una scelta veramente sbagliata del governo, anche perché era una proposta sottoscritta sia dai presidenti di centrosinistra che del centrodestra».
Proprio l’intesa tra tutte le Regioni (e il ministro alla Salute Orazio Schillaci), per Fontana «avrebbe dovuto far riflettere un po’ di più il governo perché era una strada necessaria. Era l’inizio di quella che avrebbe potuto essere una grande riforma della sanità e a me è molto dispiaciuto che, purtroppo, dei condizionamenti di varia natura abbiano eliminato l’opportunità di arrivare a una riforma che sarebbe stata utile per tutti»
La riforma era pensata per aprire, e far funzionare, nei termini posti dal Pnrr, le Case di Comunità: «Ce lo spiegherà il governo come faremo ad aprirle». Parla di condizionamenti, Fontana, senza specificare quali siano. Di certo dentro la maggioranza, e pure dentro il ministero se si pensa a una figura come quella del sottosegretario-farmacista Marcello Gemmato, in molti hanno remato contro la riforma.
I più fieri oppositori del testo sono stati i sindacati dei medici di famiglia, che hanno fatto anche leva sulla politica ottenendo alla fine che invece del decreto legge si faccia una modifica della convenzione che li lega al sistema sanitario.
Si chiederà ai dottori di lavorare almeno 6 ore la settimana nelle Case di Comunità, come ha spiegato ieri agli assessori il capo di Gabinetto di Schillaci, Marco Mattei.
Per Marina Sereni, responsabile sanità del Pd, «stiamo assistendo al clamoroso fallimento del tentativo di modificare la medicina generale, senza coinvolgere i professionisti interessati e senza aver verificato prima il consenso della maggioranza».
Poi si va in Aula a partire dal 26 o al più tardi dal 29 giugno. Anche il timing è ragione di scontro E se Matteo Renzi pronostica «voto a maggio con la nuova legge che non ci piace, ma ha il merito di garantire che chi vince governi», +Europa manifesta la contrarietà totale proponendo di rinominare la proposta del centrodestra «nuova legge fascista Acerbo».

(da agenzie)

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VERDINI, SOLO GUAI: STAFFETTA GIUDIZIARIA TRA PADRE E FIGLIOL’EX PARLAMENTARE BERLUSCONIANO, DENIS VERDINI, È STATO RINVIATO A GIUDIZIO NELL’INCHIESTA ROMANA SULLE COMMESSE DI ANAS, MENTRE IL FIGLIO TOMMASO HA PATTEGGIATO UNA PENA DI DUE ANNI E DIECI MESI

Giugno 12th, 2026 Riccardo Fucile

LA PROCURA IPOTIZZA UN SISTEMA CON AL CENTRO LA “INVER”, LA SOCIETÀ DI FABIO PILERI E VERDINI JR. (FRATELLO DI FRANCESCA, FIDANZATA DEL MINISTRO SALVINI) … PER I PM “COME CONTROPARTITA DELLA MESSA A DISPOSIZIONE DELLE LORO FUNZIONI” ALCUNI INDAGATI “ACCETTAVANO LA PROMESSA DI UTILITÀ DA PARTE DI DENIS VERDINI E DEL FIGLIO, CONSISTITE NEL LORO INTERVENTO E RACCOMANDAZIONI IN SEDI POLITICHE E ISTITUZIONALI PER LA CONFERMA IN POSIZIONI APICALI DI ANAS”

Denis Verdini è stato rinviato a giudizio, mentre il figlio Tommaso ha patteggiato la pena nell’inchiesta romana sulle commesse Anas. Da un lato c’erano gli imprenditori che bramavano gli appalti e dall’altro i funzionari della società delle strade che ambivano a posizioni apicali.
Al centro la Inver, la società di Fabio Pileri e Tommaso Verdini, che agiva sotto lo sguardo vigile del padre, l’ex parlamentare berlusconiano Denis Verdini, il suocero del ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini.
Una vicenda emersa con un’indagine che nel dicembre 2023 – a Roma – ha rivelato un sistema di corruzione che oggi ha portato Tommaso Verdini a patteggiare una pena di 2 anni e 10 mesi (in continuazione con un precedente patteggiamento) e al rinvio a giudizio per il padre Denis e di altri manager. Un dirigente di Anas è stato condannato, con rito abbreviato, a scontare 1 anno e 4 mesi di carcere per corruzione impropria ed è stato assolto dal reato di turbativa d’asta.
Secondo i pm “come contropartita della messa a disposizione delle loro funzioni” alcuni indagati “accettavano la promessa di utilità da parte di Denis Verdini e del figlio consistite nel loro intervento e raccomandazioni in sedi politiche e istituzionali per la conferma in posizioni apicali di Anas o comunque la ricollocazione in ruoli apicali ben remunerati di organismi di diritto pubblico”.
Anche in questo procedimento Anas è parte civile, assistita dagli avvocati Giorgio Perroni e Bruno Andò.
Quando l’indagine era scoppiata, Denis Verdini era finito ai domiciliari. Nell’ordinanza di custodia cautelare veniva descritto come un uomo “in grado di far valere il suo peso politico sui referenti pubblici di Anas e di attivarsi, al contempo, per garantire a questi ultimi, con reciproca soddisfazione, utilità in termini di adeguati riposizionamenti o nuove collocazioni lavorative in concomitanza con lo spoil system attuato con il cambio del governo”.
Nel luglio 2022 la Guardia di Finanza aveva anche bussato alla porta di Tommaso Verdini e degli altri indagati e per qualche tempo il sistema corruttivo si era fermato. Poi era ripartito.
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(da agenzie)

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“MA QUALE VIMINALE, LO SANNO TUTTI CHE SALVINI NON ARRIVA COME LEADER DELLA LEGA ALLE PROSSIME ELEZIONI”: LA BATTUTA DI UN MINISTRO DI PESO CERTIFICA LO STATO IN CUI VERSA LA LEGA

Giugno 12th, 2026 Riccardo Fucile

DRENATO DAL BOOM DI VANNACCI A DESTRA, BALCANIZZATO AL SUO INTERNO DALLA LOTTA TRA “NORDISTI” E “SUDISTI”, IL CARROCCIO BY SALVINI È ORMAI A FINE CICLO… GIORGIA MELONI TEME UN CONTRACCOLPO SULLA MAGGIORANZA: PER QUESTO SI È MESSA IN CONTATTO CON ZAIA E FEDRIGA PER SALVARE IN EXTREMIS IL PARTITO … I LEGHISTI “DEL SUD”, GUIDATI DA DURIGON, MINACCIANO: “VENTI DEPUTATI SONO PRONTI ALL’ADDIO SE TORNA L’ASSE DEL NORD”

«Claudio, se nasce la Lega meridionale in venti parlamentari se ne vanno». Deputati e senatori salviniani del Centro-Sud sono in subbuglio. Si sono visti mercoledì sera all’hotel Una, dietro via Veneto, dopo il federale-fiume nella sala Salvadori della Camera.
Convocati dal luogotenente del vicepremier sotto il Po, Claudio Durigon, vicesegretario nazionale del Carroccio. MCe l’hanno tutti con il modello Cdu-Csu che sta spingendo il fronte dei governatori del Nord, facendo asse con Luca Zaia. […] Non vogliono diventare “la bad company” del Carroccio. Fino alla minaccia di uscire. Per Salvini lo stop dell’ala “sudista” della Lega al progetto di Zaia può
essere un assist. Ma se mal gestita, la questione rischia di trasformarsi nell’ennesima grana.
C’è un ministro di peso che si aggira al Senato, a due passi dalla buvette. Il governo è a Palazzo Madama, schierato quasi al completo. Inevitabilmente, la discussione vira su Matteo Salvini e sulla possibilità che il ministro dei Trasporti ottenga il gran ritorno al Viminale per non essere spazzato via da Roberto Vannacci.
«Non faccio dichiarazioni ufficiali», è la richiesta non negoziabile dell’esponente dell’esecutivo. Quindi aggiunge secco: «Ma quale Viminale, lo sanno tutti che Salvini non arriva come leader della Lega alle prossime elezioni».
Da qui bisogna partire per comprendere cosa si muove davvero nel governo. E soprattutto, per valutare le mosse di Giorgia Meloni e la svolta di Fratelli d’Italia nei rapporti con l’ex generale.
Se la premier ha deciso di inaugurare una nuova fase è perché ha preso coscienza di un dato di realtà: ignorare Vannacci e non spiegare che al momento si colloca all’opposizione del melonismo significa “autorizzare” fette dell’elettorato di destra a sostenere Futuro nazionale. Pescando nel bacino di consenso di via della Scrofa, ma soprattutto svuotando il Carroccio. Con un effetto ormai evidente: il collasso del partito.
Per questo negli ultimi giorni la leader si è mossa. Da tempo coltiva un rapporto istituzionale e politico con due pesi massimi leghisti, Luca Zaia e Massimiliano Fedriga.
Sono i candidati circolati per il ruolo di vicesegretario con poteri quasi assoluti sulla Lega del Nord. Di fatto, è in ballo una nuova leadership del Carroccio, anche se mimetizzata dietro la casella di numero due di via Bellerio.
Fonti leghiste di massimo livello lasciano trapelare che pochissimi giorni fa la presidente del Consiglio avrebbe avuto contatti telefonici con i due presidenti di regione. A loro […] avrebbe chiesto di contribuire a risolvere una situazione complessa, facendo il massimo per tenere in piedi una forza fondamentale della coalizione. Tradotto: i due governatori si muovano per risolvere il problema generato dall’opa ostile di Vannacci a Salvini.
Ritrovarsi Zaia o Fedriga in prima linea con ruoli di responsabilità servirebbe anche a Palazzo Chigi per dare una scossa alla Lega ed evitare che l’attuale segretario continui a perdere consensi a vantaggio di Futuro nazionale.
Parallelamente, Fratelli d’Italia procede con una svolta politica e di comunicazione nei confronti di Vannacci. Prima un fazzolariano come Francesco Filini, poi Giovanni Donzelli, infine ieri la premier in persona hanno messo nel mirino l’ex
generale, veicolando sostanzialmente un messaggio: Fn è contro il governo, aiuta la sinistra, vota contro l’esecutivo, la vera destra siamo noi.
Attilio Fontana, che da qualche tempo si diverte a fare il grillo parlante leghista (memorabile la sua invettiva «col c… che ci vannaccizziamo»), il giorno dopo ammette che il Consiglio federale di mercoledì è stato «frizzantino». Un eufemismo che cerca di derubricare un confronto mai così duro e vibrante ai vertici del partito guidato da Matteo Salvini.
«Stiamo ancora tutti lavorando a delle soluzioni. Ne riparleremo quando avremo trovato, o non avremo trovato, un accordo». Così lo stato dell’arte nella sintesi del presidente della Lombardia. Nel senso che finora si è giocato solo il primo tempo di una partita che riprenderà mercoledì prossimo e che potrebbe necessitare anche di tempi supplementari da disputare il 3 e 4 luglio prossimi a Mogliano Veneto quando tutto lo stato maggiore leghista si troverà a rapporto dal leader.
Ma che partita è? Parafrasando Garibaldi «qui si (ri)fa la Lega federale o si muore». I nordisti, uno schieramento che comprende i governatori (da Luca Zaia a Massimiliano Fedriga con Attilio Fontana e il presidente della Provincia autonoma di Trento Maurizio Fugatti), i capigruppo alle Camere (Massimiliano Romeo e Riccardo Molinari) e diversi parlamentari eletti fra Lombardia e Piemonte, chiedono, o meglio pretendono, una modifica dello Statuto per riconoscere autonomia dentro il partito alle regioni nordiste.
Una autonomia non puramente formale ma molto sostanziale. Detto prosaicamente, potere di scegliere i candidati al Parlamento nella prossima tornata elettorale […] e possibilità di disporre di un proprio budget per sostenere le iniziative sui territori e la campagna elettorale.
Nelle scorse settimane Salvini, messo alle strette da un calo di consensi inversamente proporzionale alla crescita di quelli di Roberto Vannacci […] si è mostrato disponibile a venire incontro ad una vecchia richiesta di Zaia, quella di modificare l’assetto organizzativo del partito, distinguendo quello nazionale a trazione meridionale da quello del Nord.
Ma quando i correttivi sono stati messi a punto, al segretario è parso evidente il pericolo di vedersi intaccato il potere di decidere su tutto e per tutti. Ed è arrivata una brusca frenata, con il rinvio al secondo tempo della partita.
Forse la tante volte evocata, a torto, resa dei conti interna non è così lontana. Per una elementare ragione. Sondaggio dopo sondaggio, l’asticella del consenso si sta abbassando (che via sia il sorpasso di Vannacci o no). Non fare nulla
significherebbe rassegnarsi al declino. Ma anche fare qualcosa non è così semplice né è scontato che si arrivi ad una soluzione condivisa.
Anche Meloni dubita della tenuta della Lega. La presidente del Consiglio è molto preoccupata che la debolezza del segretario del Carroccio e gli assalti da destra del generale possano compromettere la stabilità del governo nei mesi cruciali prima del voto.
Meloni è in contatto con Zaia e con Massiliano Fedriga, presidente del Friuli Venezia Giulia e della Conferenza delle Regioni, con cui da sempre coltiva un ottimo rapporto. Ci sono stati scambi di messaggi, telefonate, un confronto che va avanti anche sugli scenari politici e sul destino del partito.
In Senato. Matteo Renzi ha appena concluso il suo intervento in Aula contro la presidente del Consiglio, esce e si ferma a parlare con i cronisti nel piccolo Transatlantico: «Meloni farà di tutto per tenere Vannacci dentro la coalizione, vedrete. Anche perché se non lo fa, alle elezioni perde di sicuro». Renzi si diverte a dare consigli non richiesti alla sua avversaria. Ha annusato il terrore che circola nel centrodestra e si fa trascinare nel gioco delle previsioni, tra istinto e numeri.
Anche Vannacci, secondo il leader di Italia Viva, si trova di fronte a un bivio: «Deve scegliere se puntare a un ministero se rivince Meloni, oppure non allearsi e prendersi la futura leadership del centrodestra».

(da agenzie)

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VERGOGNIAMOCI PER LEI. SEI MESI FA LAURA RAVETTO, DA DEPUTATA DELLA LEGA, ANDAVA IN TV A ELOGIARE IL GOVERNO SUL TEMA DEI RIMPATRI- ORA, DA DEPUTATA DI “FUTURO NAZIONALE”, IL PARTITO DI VANNACCI, HA USATO GLI STESSI DATI SUI RIMPATRI PER CRITICARE L’ESECUTIVO

Giugno 12th, 2026 Riccardo Fucile

QUALCUNO, SUI SOCIAL, LE FA NOTARE LA GIRAVOLTA. E LEI RISPONDE: “AVETE RAGIONE! INFATTI IL PROBLEMA ERA PRIMA QUANDO LA LEGA MI MANDAVA IN TV A DIFENDERE CERTE CAZZATE! 6.700 RIMPATRI ANNUI SONO UNA MISERIA. FINALMENTE ORA SONO LIBERA DI DIRE LA VERITÀ!” … UNA DEPUTATA DELLA REPUBBLICA METTE PER ISCRITTO, PUBBLICAMENTE, DI ESSERE ANDATA PER ANNI IN TELEVISIONE A PROPINARE CAZZATE AGLI ITALIANI SU MANDATO DEL SUO PARTITO

Breve storia tragicomica. Sei mesi fa Laura Ravetto, da deputata della Lega, andava in televisione a difendere il governo sul tema dei rimpatri:
“Con questo governo gli sbarchi quest’anno sono stati 66 mila. I rimpatri sono aumentati negli ultimi tre anni per ogni anno del 20% e quest’anno sono stati 7 mila. Con la sinistra al massimo eravamo arrivati a 4 mila, quindi…”.
Oggi, da deputata di Futuro Nazionale, il partito di Vannacci, è intervenuta alla Camera durante le comunicazioni di Giorgia Meloni. E ha commentato così gli stessi dati:
“I rimpatri effettuati dall’Italia nel 2025 sono stati circa 4.700. Meno di 400 al mese. Se ci aggiungiamo i rimpatri volontari siamo a 6.700 unità: c’è un’efficacia espulsiva pari a meno del 10% e l’Italia rimane tra gli ultimi paesi in Europa per rimpatri. Gli italiani non chiedevano miracoli ma chiedevano risultati”.
A gennaio quei 7 mila rimpatri erano il fiore all’occhiello del governo. A giugno quei 6.700 sono “una miseria”. Trecento rimpatri di differenza tra il trionfo e il fallimento. E in mezzo un solo avvenimento degno di nota: l’onorevole ha cambiato partito.
Qualcuno, sui social, le fa notare la giravolta. E lei risponde, testualmente:
“Avete ragione! Infatti il problema era PRIMA quando la Lega mi mandava in tv a difendere certe caz*ate! 6.700 rimpatri annui sono una miseria (si fidi, lo pensano tutti pure in Lega, pure quello che le ha girato il video ?). Finalmente ora sono libera! Libera di dire la verità! E soprattutto libera di sperare che Vannacci arrivi al Governo e faccia ciò che questa destra finta non sa fare ?”.
Rileggete.
Una deputata della Repubblica mette per iscritto, pubblicamente, con punto esclamativo e faccina, di essere andata per anni in televisione a propinare caz*ate agli italiani su mandato del suo partito. Lo confessa col tono festoso di chi annuncia una promozione.
Poi proclama la liberazione: “Finalmente sono libera di dire la verità!”.
La verità, per l’onorevole Ravetto, ha un calendario preciso: arriva sempre insieme alla tessera del nuovo partito. Con Forza Italia una verità, con la Lega un’altra, con Vannacci un’altra ancora. Tre partiti, tre verità, uno stipendio solo: il nostro.
E quando anche questa avventura finirà, tranquilli: tornerà in aula a raccontarci che la mandavano a dire caz*ate. E sarà, di nuovo, finalmente libera.

(da pagina facebook di Abolizione del suffragio universale)

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RAI, UNA FIGURACCIA MONDIALE. DURANTE LA CERIMONIA D’APERTURA DEI MONDIALI, MENTRE SHAKIRA CANTA, RAI1 INTERROMPE LA DIRETTA DELL’EVENTO PER… MANDARE IL TG1

Giugno 12th, 2026 Riccardo Fucile

MA NON POTEVANO MODIFICARE IL PALINSESTO E TRASMETTERE TUTTA LA CERIMONIA? … SUI SOCIAL, GLI UTENTI FANNO NERA LA TV PUBBLICA: “TUTTO IL MONDO HA VISTO LA CERIMONIA IN DIRETTA, A NOI TOCCANO I TITOLI DEL TG1” – INOLTRE, I TELESPETTATORI HANNO CRITICATO LA RAI PER LA QUALITA’ AUDIO E VIDEO DELLA CERIMONIA (“FA CAGARE, NON SI SENTE NULLA”).

Il fischio d’inizio dei Mondiali 2026 porta con sé il primo grande cortocircuito televisivo, tutto interno a Viale Mazzini. L’atmosfera allo Stadio Azteca di Città del Messico era quella delle grandi occasioni, pronta a inaugurare la manifestazione con una scenografia imponente e l’esibizione dei Manà a fare da apripista.
Il momento più atteso della serata era però il ritorno sul palco mondiale di Shakira che, insieme a Burna Boy, si accingeva a presentare “Dai Dai”, l’inno ufficiale di questa edizione.
Il pubblico italiano sintonizzato su Rai1, tuttavia, ha dovuto fare i conti con una scelta di palinsesto che ha interrotto la festa sul più bello: proprio nel mezzo della performance, la diretta è stata interrotta per cedere la linea allo studio del TG1, che ha anticipato la messa in onda di qualche minuto rispetto al tassativo appuntamento delle 20.
La decisione della rete ammiraglia di dare la precedenza all’informazione del telegiornale, sacrificando il culmine dello spettacolo inaugurale, ha colto di sorpresa i telespettatori. A rendere ancora più spigolosa la ricezione dell’evento da parte del pubblico a casa è stata una prima parte di trasmissione caratterizzata da una qualità audio giudicata decisamente non all’altezza per un evento di tale portata globale. L’interruzione improvvisa, unita ai disservizi tecnici precedenti, si è tradotta nell’ennesimo motivo di scontro sulla gestione dei grandi eventi da parte della tv di Stato.

(da agenzie)

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CHE FAIDA NELLA LEGA. TRA QUELLI CHE CONSIGLIANO A SALVINI DI NON CONSEGNARE IL PARTITO AI GOVERNATORI C’È SOPRATTUTTO ARMANDO SIRI, IL RASPUTIN DI SALVINI, IL CONSIGLIERE MISTICO-POLITICO CHE SUSSURRA ALL’ORECCHIO DEL CAPO MENTRE IL RESTO DELLA DIRIGENZA DISCUTE DI STATUTI E RAPPORTI DI FORZA

Giugno 12th, 2026 Riccardo Fucile

PARE CHE, DURANTE IL VERTICE, MENTRE ESPONEVA TESI DI NEUROSCIENZE APPLICATE AL CERVELLO DEGLI ELETTORI, I NORDISTI ABBIANO PERSO LA PAZIENZA DICENDOGLI CHE I VOTI BISOGNA PRENDERLI OLTRE CHE TEORIZZARLI

Matteo Salvini pensava di aver trovato il modo di disinnescare il malessere del Nord. Si ritrova invece nel mezzo della crisi più delicata della sua segreteria. È la settimana più lunga della Lega, quella che separa il nulla di fatto del Consiglio federale di due giorni fa dal prossimo appuntamento di mercoledì, quando un primo passo andrà fatto. Telefonate, riunioni riservate, parlamentari che si schierano, governatori che trattano e un Salvini che si tiene in sella anche se deve prendere atto che la partita può sfuggirgli di mano.
Salvini aveva immaginato di coinvolgere Luca Zaia in una nuova fase politica del partito. Un modo per rafforzare il legame con il Nord A un certo punto, però, la partita è cambiata. Perché dai governatori è arrivata una proposta di riforma. Una bozza di statuto, a cui sta lavorando il ministro Roberto Calderoli, che dovrebbe riportare verso i territori una parte consistente del potere accumulato a Roma negli ultimi dieci anni: nomine, rappresentanza, risorse, priorità legislative, autonomia delle articolazioni territoriali.
In sostanza, una Lega più federale e meno centralizzata. Il famoso modello Cdu/Csu alla tedesca. Ma accettarlo significherebbe modificare davvero gli assetti interni del partito. Fra domenica e lunedì la trattativa si è bloccata. Anche perché i
fedelissimi di Salvini, come Andrea Crippa, premono perché nulla cambi in concreto.
Tra quelli che consigliano a Salvini di non consegnare il partito ai governatori c’è soprattutto Armando Siri, oggi custode del programma della Lega e della sua scuola politica. Siri è diventato il simbolo di quel ristretto cerchio di consiglieri che continua a esercitare una forte influenza sul leader.
Sul sito della sua “Arca delle idee. Manifesto dei tempi nuovi”, al secondo punto si legge “Cultura dell’Abbondanza e della Creazione”, formula che già da sola aiuta a comprendere perché non tutti lo considerino un semplice dirigente. Nei corridoi del partito c’è chi lo descrive come il Rasputin di Salvini, il consigliere mistico-politico che sussurra all’orecchio del capo mentre il resto della dirigenza discute di statuti e rapporti di forza.
Pare che, durante il vertice, mentre esponeva tesi di neuroscienze applicate al cervello degli elettori, i nordisti abbiano perso la pazienza dicendogli che i voti bisogna prenderli oltre che teorizzarli.
Se non si arriverà a qualcosa di concreto, lo stesso Zaia potrebbe rifiutare la nomina a vicesegretario e decidere di non presentarsi affatto, mercoledì. Così come Massimiliano Fedriga. Intanto, l’ala settentrionalista si allarga: alcuni dirigenti riferiscono che la pressione più forte stia arrivando dal basso. Da settimane, i dirigenti ricevono telefonate da segretari provinciali, militanti storici e amministratori locali. È il vecchio mondo leghista del Nord che si è rimesso in movimento e che considera la riforma statutaria l’ultima occasione per ritornare alle origini. Così, cresce l’incertezza anche attorno all’appuntamento del 4 e 5 luglio all’hotel Move di Mogliano Veneto, Treviso

(da La Stampa)

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TRAVAGLIO: “VANNACCI È UNO XENOFOBO CHE PARLA COME UN COLONNELLO IN PENSIONE DI FINE 800, MA CON MOGLIE ROMENA. E’ UN OMOFOBO CHE BLATERA DI NORMALITÀ E DIRITTI COME UN TIPO DA BAR AL TERZO GRAPPINO, MA SI VEDE BENISSIMO CHE DINANZI A UN PAIO DI GAY O DI LESBICHE INCAZZATI NERI SE LA DAREBBE A GAMBE”

Giugno 12th, 2026 Riccardo Fucile

“IL TIPICO ITALIANO CHE SI FINGE ANTITALIANO CON LA PENSIONE A 56 ANNI. UN FURBACCHIONE CHE SA BENE DOVE GRATTARE LA PANCIA DELL’ITALIA PROFONDA”… “LA SUA (E NOSTRA) FORTUNA È CHE NON GOVERNA, SENNÒ IL BLUFF SI VEDREBBE SUBITO. MA C’È ANCHE UN BLUFF GIÀ BEN VISIBILE”

Il debutto del generale Vannacci a Ottoemezzo ha fatto il pieno di ascolti e forse di voti. Vannacci non deve camuffarsi: gli basta mostrarsi così com’è. Un fascio 2.0 all’acqua di rose, molto più all’italiana del fascismo vero, con la vestaglina a fiori o la camicetta di lino a righe.
Uno xenofobo che parla come un colonnello in pensione di fine 800, ma con moglie romena. Un omofobo che blatera di normalità e diritti come un tipo da bar al terzo grappino, ma si vede benissimo che dinanzi a un paio di gay o di lesbiche incazzati neri se la darebbe a gambe.
Il tipico italiano che si finge antitaliano con la pensione a 56 anni. Un furbacchione che sa bene dove grattare la pancia dell’Italia profonda: i migranti che disturbano soprattutto i quartieri popolari, i miliardi che buttiamo in Ucraina e nel riarmo, una Ue lontana le mille miglia dalla gente, una sinistra che pare occuparsi solo di esigue minoranze, il politically correct che bandisce mezzo vocabolario (il famoso “Zingaretti”).
Questi sono i suoi punti di forza, oltre ai tradimenti di Meloni e Salvini, che prima parlavano come lui e ora fanno l’opposto; e allo scandalo di FI eterodiretta da Marina B., che nessuno osa toccare per tenersi buona Mediaset e tirare i forzisti dalla propria parte.
Ma il vero asso nella manica del generale è l’eterno vizio della sinistra di vedere il ritorno del fascismo dappertutto, trasformando in uomo d’ordine anche un cazzaro come lui.
La sua “remigrazione” o “deportazione” altro non è che una normalissima norma presente in Italia dalla Turco-Napolitano e in tutta Europa: gli immigrati irregolari vanno rimpatriati. Solo che, siccome nessuno ci riesce e le parole “rimpatrio” ed “espulsione” sono usurate, se ne inventano altre. Magari bastasse così poco per riuscirci: servono troppi soldi, agenti e accordi coi Paesi d’origine (perlopiù insicuri per guerre e dittature).
Vannacci dice che è tutto semplice, come lo erano il blocco navale e i porti chiusi. Cita le deportazioni di Trump (che ne ha fatte meno di Biden e Obama) […] La sua (e nostra) fortuna è che non governa, sennò il bluff si vedrebbe subito.
Ma c’è anche un bluff già ben visibile: se è contro il “sistema delle poltrone”, perché non molla la sua al Parlamento europeo, ottenuta con la Lega, e non la fa mollare alle centinaia di transfughi imbarcati da altri partiti? Altrimenti la “nuova destra” è formata al cento per cento dai voltagabbana di quella vecchia.

MarcoTravaglio
(da Il Fatto Quotidiano)

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