Febbraio 21st, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO LA LEGITTIMA DIFESA NON SEMPRE E’ LEGITTIMA, MA TALVOLTA NON E’ NEANCHE DIFESA
Una magistratura con la schiena dritta, una polizia con la schiena dritta, un sistema
giudiziario che funziona anche se «non gli converrebbe» funzionare. Gli sviluppi dell’indagine sul delitto di Rogoredo dovrebbero rassicurare i disorientati dalle manganellate referendarie e persino chi ha paura della deriva trumpiana in Italia perché, nonostante tutto, Milano non è Minneapolis, l’Ice da noi finirebbe in galera e non c’è ancora nessuna Pam Bondi che possa bloccare un’indagine o intimidire chi la porta avanti.
È una buona notizia in questi tempi cupi. E bisognerebbe fare un monumento a chi ha gestito il caso con rapidità e coscienza professionale, dimostrando tra l’altro che certe tragiche lezioni del passato non sono state dimenticate e «isolare le mele marce» non è rimasto solo uno slogan.
La vicenda di Rogoredo è stata, fra il 26 gennaio e il 5 febbraio scorsi, il più mediatico, emotivo, viscerale, tra tutti i casi di presunta legittima difesa che hanno acceso il dibattito italiano. Uno spacciatore marocchino pluri-pregiudicato (Abderrahim Mansouri detto Zack, 28 anni) che alza un’arma contro un poliziotto d’esperienza (l’assistente capo Carmelo Cinturrino, 42 anni), quello gli spara per difendersi (dice), lo uccide e finisce nel registro degli indagati, secondo procedura. In cinque minuti era già scandalo, col centrodestra turbato, indignato, mobilitato contro l’orrore di un agente sotto inchiesta «per aver fatto il suo dovere». Ed è inutile riassumere l’elenco delle rabbie e delle solidarietà anche istituzionali e ministeriali: un’onda, uno tsunami, una valanga indignata usata poi per accelerare il pacchetto sicurezza con il famoso scudo penale. Detto fatto. Consiglio dei ministri: per i poliziotti mai più l’onta di finire nel registro degli indagati, piuttosto una «annotazione preliminare, in separato modello», che lo stesso ministro Carlo Nordio spiegherà dopo il varo della misura in Consiglio dei ministri con l’esempio «del poliziotto che spara perché viene minacciato con un’arma».
Insomma, c’erano tutti i presupposti perché la magistratura milanese chiudesse l’indagine alla bell’e meglio e assecondasse il racconto già scritto dalla politica su colpevoli e innocenti, sprofondando l’affaire Rogoredo nelle lungaggini procedurali o seppellendolo sotto una veloce archiviazione.
Ma Milano non è Minneapolis, i nostri giudici non sono Pam Bondi, la nostra polizia non è l’Ice. E dunque l’inchiesta è stata avviata con cura, i dettagli ricontrollati, i tabulati telefonici acquisiti, le perizie eseguite – con sconcertanti risultati: sull’arma finta attribuita a Zack non c’erano le sue impronte – e i testimoni in divisa, infine, interrogati con le garanzie dovute, hanno raccontato una verità assai diversa da quella del loro capo.
Sono almeno due i dati su cui riflettere. Il primo riguarda la lezione di efficienza che arriva dal sistema giudiziario, capace di agire bene e in fretta anche quando le circostanze incoraggiano al disimpegno. Mentre raccontiamo pm e giudici come potere fragile, ossessionato dalla carriera, disposto a ogni compromesso per una promozione, afflitto da inguaribile amichettismo, irresoluto, artista del rinvio, ci arriva invece l’esempio di inquirenti che fanno il loro lavoro come da manuale.
È immaginabile non siano i soli. Ed è credibile che, anche sotto questo aspetto, il nostro sistema sia assai più sano di quel che dicono certe Cassandre della catastrofe e del baratro.
Ma il caso mette in guardia anche la politica dalla pratica dei decreti «on demand», quelli prodotti sulla scia di casi di cronaca ad alta tensione per dare un riscontro al sentimento popolare. Dal decreto rave, che segnò il debutto del governo, al progetto dei metal detector all’ingresso nelle scuole appena autorizzato da una circolare, ne abbiamo visti tanti. Magari c’è pure un pezzo di elettorato che applaude, ma il cortocircuito è dietro l’angolo e Rogoredo lo dimostra. Abbiamo prodotto una norma per evitare l’onta del termine «indagato» a un poliziotto minacciato con un’arma, salvo scoprire che indagarlo era sacrosanto, che l’arma chissà da dove veniva, che la difesa non è sempre legittima: anzi, talvolta, non è nemmeno difesa.
(da La Stampa)
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Febbraio 21st, 2026 Riccardo Fucile
“TUTTI NOI PENSIAMO LE COSE CHE NORDIO HA DETTO, MA SONO COSE CHE NON SI POSSONO DIRE PUBBLICAMENTE”
“Se prima noi eravamo dieci a zero, oggi grazie all’improvvida iniziativa con dichiarazioni folli di Nordio, siamo purtroppo dieci a dieci”. È una Simonetta Matone senza freni quella che è intervenuta stamattina in videocollegamento con il direttivo regionale della Lega a Reggio Calabria presieduto dal sottosegretario Claudio Durigon.
Parlando sempre di Nordio la deputata ha affermato: “Lui confonde ciò che si può dire in un salotto da quello che si può dire pubblicamente. Tutti noi pensiamo le cose che lui ha detto, ma sono cose che non si possono dire pubblicamente, perché abbiamo dato il la ad una ripresa del fronte del No”.
È forse questo il passaggio più forte dell’intervento dell’ex magistrata la quale, infatti, ammette senza troppi giri di parole che ci sono cose che “non si possono dire pubblicamente”, e che quindi devono essere nascoste, ai cittadini che il 23 e 24 marzo dovranno esprimersi sulla riforma.
Quando Durigon le ha fatto notare che, in sala, c’era anche la stampa che stava ascoltando il suo intervento Simonetta Matone corregge in parte il tiro (“Io ho la massima stima di Nordio, con cui ho un eccellente rapporto, però bisogna stare molto, molto attenti nelle nostre dichiarazioni”)
(da Il Fatto Quotidiano)
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Febbraio 21st, 2026 Riccardo Fucile
L’IMMOBILE ERA PRESENTE NEL PIANO SGOMBERI DELLA PREFETTURA DI ROMA PROPRIO PER VOLERE DEL MINISTRO DELL’INTERNO
Il Viminale dovrà risarcire oltre 21 milioni di euro per il mancato sgombero di Spin Time
Labs – l’immobile occupato dai movimenti per la casa in via Santa Croce in Gerusalemme a Roma – dopo la sentenza emessa il 18 dicembre dalla seconda sezione del Tribunale civile di Roma. La sentenza obbliga il ministero dell’Interno a versare alla società InvestiRE SGR la somma di 21.182.118,50 euro.
L’immobile era presente nel piano sgomberi della prefettura di Roma proprio per volere dell’attuale ministro dell’Interno Matteo Piantedosi. La sentenza, composta da 25 pagine, condanna il ministero anche al pagamento degli interessi compensativi sul debito di valore e a quelli maturati dalla pubblicazione della decisione fino al saldo.
Inoltre, il giudice Assunta Canonaco ha condannato il Viminale al pagamento «dell’importo di euro 206.932,53 mensile per il periodo successivo al dicembre 2025, sino alla liberazione dell’immobile e dell’importo di curo 150.00,00 per il mancato guadagno relativo alle sei annualità successive al 2025», oltre alle spese del giudizio, «liquidate in complessivi euro 108.394,00 per compensi».
La sentenza specifica che – pur trattandosi di un’occupazione illecita posta in essere da soggetti terzi – il danno derivante dalla mancata esecuzione del sequestro, già disposto dall’autorità giudiziaria, ricade sull’amministrazione dell’Interno.
L’occupazione del palazzo romano di dieci piani nel quartiere Esquilino nasce dall’esperienza dello Tsunami Tour, la campagna promossa dal movimento Action per il diritto all’abitare. All’interno attualmente si trovano ben 400 persone, di cui 90 minori, di 27 nazionalità. Una situazione che dà a Spin Time una precisa funzione abitativa. Che negli anni ha assunto un ruolo sempre più centrale nell’attività di quartiere, rimettendo al centro il concetto di comunità e di mutuo aiuto.
(da agenzie)
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Febbraio 21st, 2026 Riccardo Fucile
I GIUDICI HANNO DETTO ALLA CASA BIANCA CHE L’AMERICA È UNA REPUBBLICA DOTATA DI UN PARLAMENTO ED È UNA DEMOCRAZIA LIBERALE. CHE DEVE RIMANERE TALE. TRUMP HA ABUSATO DEI SUOI POTERI E DEVE SMETTERE DI FARLO, PERCHÉ NON PUÒ USURPARE I POTERI DEL CONGRESSO”
Dichiarazioni di Trump: “La sentenza della Corte Suprema è profondamente deludente. Mi vergogno di certi membri della Corte per non avere avuto il coraggio di fare ciò che è giusto per il nostro Paese.I Paesi stranieri che ci hanno sfruttato per anni sono estasiati, sono così felici. Stanno ballando per le strade, ma non balleranno a lungo, posso assicurarvelo.MRitengo che la Corte sia stata influenzata da interessi stranieri e da un movimento politico che è molto più piccolo di quanto la gente pensi. I dazi sono stati usati per porre fine a cinque delle otto guerre che ho risolto, che vi piaccia o no; guerre importanti che avrebbero potuto trasformarsi in nucleari”
La bocciatura da parte della Corte suprema degli Stati Uniti di gran parte dei dazi imposti da Donald Trump ha una valenza politico-istituzionale, prima ancora che economica. I giudici hanno deciso in sostanza che il presidente degli Stati Uniti ha abusato dei suoi poteri e deve smettere di farlo, perché non può usurpare senza motivazione plausibile i poteri del Congresso (che ha voce in capitolo in materia di rapporti commerciali).
Nel breve, in apparenza, potrebbe anche cambiare poco. È estremamente probabile per esempio che adesso l’amministrazione americana reagirà imponendo nuovi dazi, sulla base di diversi appigli giuridici che tuttavia potranno essere solo parziali nella portata dei prodotti colpiti o nella durata delle misure
Ma il messaggio di fondo dei più alti giudici degli Stati Uniti – con una decisione
presa a maggioranza di sei contro tre – è che l’autorità del presidente non è incondizionata. Trump non può semplicemente invocare un’«emergenza» in maniera arbitraria per fare del protezionismo uno strumento della sua politica estera o economica, ignorando le attribuzioni del parlamento nel sistema americano.
Il messaggio riguardo all’assetto istituzionale degli Stati Uniti è, in sostanza, resterà anche se almeno per adesso la Casa Bianca riuscirà ad invocare il deficit negli scambi con l’estero o altre circostanze per rimettere dazi orizzontali su tutti i Paesi colpiti – su tutti i loro prodotti coinvolti – per almeno sei mesi.
C’è poi l’aspetto relativo al bilancio pubblico, perché migliaia o decine di migliaia di imprese potrebbero aver diritto a rimborsi dal Tesoro americano per aver dovuto versare dazi ora ritenuti illegittimi. Non a caso il valore dei titoli pubblici americani è sceso – quindi il costo del debito è salito – a seguito della sentenza della Corte suprema. Il danno per il bilancio americano potrebbe aggirarsi attorno ai 300-400 miliardi di dollari.
Trump dovrà smettere di usare i dazi come una minaccia costante, come ha fatto sul caso Groenlandia o contro la Francia, ogni volta che la linea di qualche governo straniero gli provoca qualche irritazione.
I giudici hanno detto alla Casa Bianca che l’America è una repubblica dotata di un parlamento ed è una democrazia liberale. Che deve rimanere tale. Con o senza Trump; prima, durante o dopo di lui. Oggi è arrivata una delle sentenze storiche della Corte suprema. La battaglia sul protezionismo di questa stagione americana, invece, non fa che continuare
(da Corriere della Sera)
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Febbraio 21st, 2026 Riccardo Fucile
UN PAESE CHE PERMETTE OGNI ANNO LA SFILATA DI MIGLIAIA DI NEONAZISTI IN DIVISA DA SS E’ INDEGNO DI FAR PARTE DELLA UE… GIUDICI AL SERVIZIO DEL GOVERNO CORROTTO, STAMPA IMBAVAGLIATA
“Un processo farsa politico”. Così il padre di Maja T., attivista antifascista tedesca
condannata a otto anni di carcere per tentate lesioni gravi, ha definito il suo caso. La condanna è arrivata in Ungheria, Paese in cui il governo Orban negli ultimi anni ha progressivamente eliminato l’indipendenza del sistema giudiziario dalla politica. Anche se il filone processuale è diverso, i fatti sono gli stessi di cui era accusata Ilaria Salis, a lungo incarcerata a Budapest in condizioni degradanti proprio come Maja.
Le dichiarazioni del padre della 25enne sono arrivate dalla sede Arci nazionale a Roma, in un evento che ha visto la partecipazione di parlamentari di Pd e Avs, oltre all’ex senatore e presidente di A buon diritto Luigi Manconi, tra gli altri. Il processo alla tedesca – componente del gruppo antifascista Hammerbande, cosa che spiega l’ostilità politica del governo Orban nei suoi confronti – è giunto alla conclusione del primo grado. Sia la difesa sia l’accusa, che aveva chiesto una pena ‘esemplare’ di 24 anni, hanno fatto ricorso. Nel frattempo, però, Maja rimane rinchiusa in carcere in isolamento.
L’estradizione di Maja “come un rapimento organizzato dallo Stato”
Il padre della giovane ha iniziato ricordando il giorno dell’estradizione della figlia. Era detenuta in Germania, a Dresda, dal dicembre 2023, ma i tribunali accettarono che fosse estradata in Ungheria – nonostante, subito dopo il suo trasferimento, la Corte suprema tedesca avesse stabilito che l’estradizione violava i suoi diritti fondamentali, facendo riferimento al rischio di torture.
“Immaginate che siano le 4 del mattino a Dresda, centinaia di poliziotti stanno transennando strade deserte”, ha iniziato l’uomo, parlando in tedesco con l’aiuto di
un traduttore. “La nonna e il nonno siedono sui loro girelli davanti al carcere di Dresda, sconvolti. A più di 80 anni, hanno percorso 500 chilometri in un vecchio furgone Volkswagen. La visita era prevista per le 9 del mattino, ma la loro nipotina, la mia bambina Maja, non c’è più”.
L’estradizione è stata “un’operazione di stampo paramilitare che mi è sembrata un rapimento organizzato dallo Stato”, ha aggiunto. “Estradata in un Paese in cui Maja è tenuta in isolamento da oltre un anno e mezzo, una situazione che può anche essere descritta come tortura psicologica”. Un Paese, l’Ungheria, a cui l’Unione europea “ha congelato fino a 22 miliardi di euro a causa della mancanza di uno stato di diritto”. E in cui, infatti, Maja è stata condannata “in un processo farsa politicamente motivato e costellato di errori procedurali. La pena detentiva più severa, senza possibilità di libertà condizionata”.
Cos’è il Giorno dell’onore in cui i neonazisti marciano a Budapest
La presunta aggressione di Maja sarebbe avvenuta nel corso della Giorno dell’onore, una manifestazione di estrema destra di cui il padre della tedesca ha ricordato le origini. “All’inizio del 1945, Budapest era circondata dall’Armata Rossa. In un periodo in cui la guerra era persa da tempo, le SS, la Wehrmacht e l’esercito ungherese tentarono un’evasione. In un orribile massacro paragonabile a quello di Stalingrado, morirono oltre 160mila persone”.
Oggi, quel giorno è diventato un “pretesto per organizzare ogni anno il più grande raduno neonazista d’Europa”, in cui “migliaia di neonazisti provenienti da tutta Europa marciano per le strade di Budapest” e “i soldati tedeschi e ungheresi sono celebrati come martiri”. Quale sia lo schieramento politico dei partecipanti non è un mistero: “Molti partecipanti marciano apertamente indossando uniformi delle SS e della Wehrmacht, fornite dal Museo di storia militare di Budapest. Vengono esposti saluti nazisti, rune delle SS e svastiche”
Vi partecipano anche “numerosi neonazisti tedeschi, tra cui membri dell’organizzazione fuorilegge ‘Sangue e Onore’, che includeva anche i terroristi della ‘Clandestinità Nazionalsocialista‘ (NSU)”. Si tratta di un gruppo neonazista che, tra il 2000 e il 2007, ha ucciso dieci persone straniere e che nel 2011 è stato formalmente sciolto l’arresto dei suoi componenti. Ed è originario di Jena, “la città natale di Maja e mia”
Il processo politico e le accuse a Maja T.
Si arriva dunque al 2023. Nel Giorno dell’onore si sono verificati quattro attacchi ai danni dei partecipanti, con sei persone gravemente ferite. “Maja è accusata di un possibile coinvolgimento in due degli attacchi”, ha ricordato il padre, che ha sottolineato: “La violenza non deve essere un mezzo di dibattito politico. Se ci sono accuse, devono essere indagate. Ma in un processo equo e giusto, non in un processo farsa politico”.
Gli elementi a sostegno dell’accusa sono sostanzialmente inesistenti: “C’è solo un video dell’incidente. Secondo l’accusa, una persona con un cappello rosso è Maja”. Questo è quanto. Per di più, ha evidenziato l’uomo “questa stessa persona, che presumibilmente è Maja, passa, indietreggia e poi prosegue. Questa persona non ha niente in mano, non colpisce nessuno e non ferisce nessuno”.
I prossimi passi e la richiesta: “Solidarietà a Maja, non dimenticatela”
Nonostante questo, è arrivata una condanna a otto anni di carcere che in secondo grado potrebbe anche essere aggravata. Per il ricorso ci potrebbe volere fino a un anno, e in questo periodo Maja resterà rinchiusa in isolamento.
Il padre dell’attivista ha raccontato quale sia il clima politico in Ungheria: nel Giorno dell’onore di quest’anno, “4mila neonazisti si sono riuniti nuovamente a Budapest. A una contromanifestazione, avrebbe dovuto parlare l’86enne sopravvissuta all’Olocausto Katalin Sommer. L’evento è stato vietato perché Antifa era stata classificata come organizzazione terroristica”. Si è svolta una conferenza stampa “con associazioni di vittime del regime nazista”, ma solo alla presenza di “settanta agenti di polizia” e solo dopo che “i dati personali di tutti gli oratori sono stati registrati”.
Insomma, Budapest è diventata una città dove “migliaia di neonazisti marciano senza ostacoli” mentre “le proteste possono portare a procedimenti giudiziari”. L’uomo ha concluso, però, con un appello di speranza: “Ciò che dà coraggio a Maja nonostante l’isolamento e le condizioni degradanti è la solidarietà. È la sensazione di non essere dimenticata, di essere sostenuta da così tante persone”. E ha ricordato: “Antifascismo significa non solo difenderci dal fascismo, ma dalle tendenze autoritarie e totalitarie in generale. Antifascismo significa difendere la democrazia, lo stato di diritto e la dignità umana”.
(da agenzie)
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Febbraio 21st, 2026 Riccardo Fucile
“GUERRIERI DELLA LUCE GENERATI DA PADRE ANTICO E DALLA MADRE TERRA”) E VENIVA SPERNACCHIATO PER LA SUA ATTRAZIONE NEI CONFRONTI DEL NAZISMO ESOTERICO
Alberto Samonà è stato nominato Direttore dell’Istituto Villa Adriana e Villa d’Este dal direttore generale dei Musei del Ministero della Cultura, Massimo Osanna, al termine della selezione internazionale indetta per il rinnovo delle direzioni di 14 importanti istituti museali statali.
Una raccolta di poesie, alcune delle quali inneggianti alle squadre della morte di Hitler, le Ss: “Guerrieri della luce generati da padre antico e dalla madre terra”, si legge nel libro firmato da Alberto Samonà nel 2001. Una raccolta tirata fuori dal Fatto Quotidiano adesso che Samonà è stato appena nominato assessore regionale ai Beni culturali in quota Lega.
Una nomina che ha già fatto discutere per il passato (recente) di massone dello stesso Samonà, per la sua stima nei confronti di Stefano Delle Chiaie, leader dell’eversione nera degli anni Settanta, e anche per la sua passione per il fascismo, l’esoterismo e i massaggi tantrici.
(da ilsicilia.it)
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Febbraio 21st, 2026 Riccardo Fucile
“LA FATICA PSICOLOGICA È FORTE, DERIVA DAL FATTO CHE NON SAPPIAMO QUANDO FINIRÀ. QUANDO ARRIVIAMO PER RIPARARE UNA CENTRALE, SAPPIAMO CHE È LA STESSA COSA CHE ABBIAMO FATTO IERI, L’ALTRO IERI, UN MESE FA. L’ULTIMA EMOZIONE CHE PROVI È LA CONSAPEVOLEZZA CHE SEI UN UMANO, CON UNA VITA BREVE E FORSE IL TEMPO PER TORNARE A COME ERAVAMO PRIMA DELLA GUERRA NON LO AVREMO”
Una centrale elettrica è un muscolo capace di mettere in moto una città. Pompa, brontola e
non dorme mai. E’ viva, è vita. Se un drone le si getta addosso, la centrale rantola e per tenerla sveglia, cosciente, serve che una squadra di uomini corra, nonostante gli allarmi, nonostante i droni, nonostante il gelo, prima per spegnere l’incendio causato dall’esplosione, poi per mettere mano a quell’ammasso di fili, cavi e lamiere che, come nervi e pelle saltati per aria, sono i segni più visibili del danno.
Della centrale colpita rimane un sarcofago confuso, in cui gli operai entrano e cercano di ritrovare un senso. Entrano, e il primo calcolo che fanno riguarda il numero di zone, e quindi di persone, senza energia.
Una delle stazioni ad alto voltaggio di Odessa, attaccata a gennaio, è ora un grande cantiere, in cui gli operai della Dtek, la più grande compagnia privata nel settore dell’energia in Ucraina, lavorano nel fango e nel ghiaccio.
Dmytro Hryhoriev, amministratore delegato della sezione odessita della Dtek, si raccomanda di non fotografare il terreno e le case attorno, nulla deve essere identificabile. Deve bastare un’informazione: è una delle più importanti per la città, “non sappiamo quando saremo in grado di rimetterla in funzione”.
Gli operai lavorano fino a quando non tramonta il sole, oggi il vento del Mar Nero ci tira addosso rasoiate di gelo.
Uno strato di ghiaccio inizia a formarsi sui cappotti e sulle loro divise grigie. Mancano cinque ore al tramonto, c’è chi raccoglie pezzi di cavi, chi stringe viti, chi lotta contro il fango. I loro movimenti sono meccanici, coordinati, sincopati: sembrano loro le macchine e la centrale il corpo.
Un gruppo lotta contro un pannello elettrico, cerca di appoggiare una scala, il terreno però non è stabile. Imprecano e ridono, decidono di sacrificare il più giovane del gruppo che viene mandato ad arrampicarsi in cima alla scala, mentre gli altri tentano di sostenerla.
L’operazione riesce sotto gli occhi preoccupati dell’amministratore delegato che grida: “I caschi, i caschi”. I caschi cadono, un po’ per il vento, un po’ per i movimenti bruschi, un po’ perché gli operai non se ne curano, hanno altri pensieri.
“La situazione è molto grave, ma rimane stabile. E’ dal primo giorno dell’invasione che il nemico attacca gli oggetti energetici, cambia tattica, cambia oggetti, non modifica però l’obiettivo che rimane rendere invivibile Odessa. All’inizio colpiva soprattutto le grandi sottostazioni della compagnia statale Ukrenergo. Poi ha iniziato con le centrali elettriche.
Adesso se la prende con tutto”.
Durante la conversazione, Hryhoriev non parla mai di russi, Russia, Cremlino o Vladimir Putin. Si riferisce a loro come il “nemico”. Gli uomini della squadra di Hryhoriev lavorano con la consapevolezza che il “nemico” ha l’obiettivo di distruggere con metodo tutto quello che loro rimettono in sesto in fretta.
La centrale sulla quale lavorano oggi funziona ancora per metà e non è detto che il prossimo obiettivo dei droni di Mosca non sia proprio la metà ancora funzionante.
“Noi non siamo militari, ma ogni giorno abbiamo a che fare con le conseguenze della mancanza di armi per intercettare i missili e i droni. Mancano a Odessa e in tutta l’Ucraina. Ogni giorno, ovunque, vengono distrutte sottostazioni e per costruire una nuova sottostazione servono anni, noi non abbiamo a disposizione anni. Dobbiamo agire velocemente per un processo che ha bisogno di tempo”.
Questa settimana a Odessa è stata danneggiata una grande sottostazione, sono rimasti senza elettricità 158 mila clienti, “non persone, ma famiglie”. In tutta l’Ucraina, dice Hryhoriev, non c’è una centrale che non sia stata danneggiata, però la vita degli ucraini va avanti, il paese vive, produce, è attivo […].
C’è chi ringrazia i lavoratori della Dtek e chi li insulta. Chi li chiama eroi, chi invece gli urla di lavorare più velocemente. “Quando noi torniamo a casa, abbiamo gli stessi problemi di tutti gli ucraini, viviamo condizioni di privazione, abbiamo la luce secondo lo schema stabilito. Sappiamo perfettamente come si vive nel paese e allo stesso tempo sappiamo come stanno veramente le cose”.
La Dtek a Odessa ha perso lavoratori al fronte, la maggior parte partiti volontari, altri sono tornati e dopo le ferite riportate, non essendo più in grado di combattere, sono tornati a lavorare. Molti degli operai non sono militari, ma sono un esercito dell’energia pronto ad agire ogni notte, senza pause.
“Quando arrivi al lavoro, la persona si spegne e arriva l’operaio. La prima sensazione che provi dopo ogni attacco è di rabbia. Sappiamo quanto sacrificio, quanto denaro, quanto tempo sono stati usati per costruire una sottostazione all’avanguardia. Dopo la rabbia provi – e qui Hryhoriev esita, gli manca la parola adatta a definire la sensazione – non so bene come chiamarla.
Proviamo una sorta di forza che ti porta a lavorare perché sai che è quello che devi fare. La fatica psicologica è forte, deriva soprattutto dal fatto che non sappiamo quando finirà. Quando arriviamo per riparare una centrale sappiamo che è la stessa cosa che abbiamo fatto ieri, l’altro ieri, un mese fa. L’ultima emozione che provi è la consapevolezza che sei un umano, con una vita breve e forse il tempo per tornare a come eravamo prima della guerra non lo avremo”.
Non sono anziani Vitali e Volodymyr che per ragioni di sicurezza non possono rivelare il lavoro di riparazione che stanno svolgendo dentro la centrale. Vitali posa volentieri per una foto, Volodymyr, capomastro, rimane ad ascoltare le dichiarazioni dei suoi lavoratori. Si sentono molto più che operai, sono consapevoli di essere su una prima linea, di doversi sacrificare fino a quando ne avranno le forze.
Loro sono giovani e forse un giorno le vedranno tutte le loro centrali rimesse a nuovo, dormiranno senza pensare che saranno svegliati dagli allarmi che, per loro, non vogliono dire soltanto che servirà correre in un rifugio, ma che dopo il rifugio riceveranno il nome della possibile centrale che è stata colpita.
“Torno a casa e spesso la luce non c’è. E quasi mi viene da ridere, mi dico: ma non hai lavorato tutto il giorno per avere la corrente? E che hai fatto se non puoi usarla?”. Vitali ride, la sua divisa sporchissima è un’uniforme, il suo caschetto un elmetto. La casa di Volodymyr è proprio vicino alla sottostazione in cui sta lavorando; anche lui ha una disponibilità di corrente molto limitata: “Quando rientro non posso far altro che pensare: e che fanno quelli della Dtek tutto il giorno?”. Non riescono a lamentarsi delle persone che li accusano di lentezza, ne ridono.
Volodymyr e Vitali hanno fatto parte della squadra di volontari che all’inizio dell’invasione su larga scala si offrì di muoversi per il paese e andare nelle zone più critiche. Volevano andare a Mykolaïv, invece vennero inviati a ripristinare le infrastrutture energetiche dopo il ritiro russo dalla regione di Kyiv. “Ci muovevamo in un territorio in cui non si vedevano essere umani, tutto era vuoto, spento”,
racconta Volodymyr che dal 2014 al 2016 è stato mobilitato nella Guardia di frontiera. “E’ difficile lì, è difficile qui”, il capomastro tiene insieme i due fronti.
“Dopo il ritiro siamo partiti, eravamo due brigate”, si sono spostati per un’Ucraina spenta e spettava a loro far tornare la vita, “non sapevamo neppure dove andare a cercare qualcosa da mangiare, mancava tutto”
“Non avevamo tempo, dovevamo muoverci in fretta, anche in zone minate. In una centrale abbiamo trovato una bomba inesplosa e non potevamo occuparci di lei, le abbiamo lavorato attorno e alla fine ci siamo fatti una foto con lei che giaceva, minacciosa. Non potevamo farci caso, nonostante fosse da cinquecento chili”.
La parete del secondo piano della centrale è distrutta, offre una vista perfetta sul lavoro degli operai che lottano ancora con la scala, i calcinacci, il vento, il ghiaccio. Qualcuno di loro si è allontanato, oltre ai problemi causati dal nemico hanno da risolvere anche quelli dell’usura, questioni tecniche che accadrebbero anche senza la guerra.
“Sì, facciamo insieme più lavori: quello normale che fanno tutti dovunque e quello che ci procaccia il nemico. Viviamo diverse vite insieme, vite complesse. Prendete me, sono capomastro, autista, sarto, mietitore e flautista. Tante, tante vite”, ride Volodymyr. Troppe vite, tutte veloci.
(da Il Foglio)
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Febbraio 21st, 2026 Riccardo Fucile
I 23 MINUTI DI RITARDO DAL MOMENTO DELLO SPARO ALLA CHIAMATA DELL’AMBULANZA, LA PISTOLA SOFT AIR TROVATA ACCANTO AL CORPO DI MANSOURI CHE POTREBBE ESSERE STATA PIAZZATA PER GIUSTIFICARE LA SPARATORIA E LA PRESUNTA LITE TRA IL POLIZIOTTO E IL PUSHER AVVENUTA MESI FA … I COLLEGHI INTERROGATI RIVELANO CHE CINTURRINO AVREBBE MENTITO DICENDO DI AVER CHIAMATO I SOCCORSI: “HA GESTITO TUTTO LUI. ERA UN FANATICO”
Era al telefono Abderrahim Mansouri mentre dalla pistola dell’assistente capo Carmelo Cinturrino partiva il colpo che lo avrebbe ucciso. Uno dei pusher al servizio del clan che domina da anni la piazza di spaccio di Rogoredo lo stava avvertendo del blitz dei poliziotti del commissariato Mecenate al boschetto dei tossici.
E pochi secondi dopo una nuova chiamata per assicurarsi che il 28enne marocchino si fosse effettivamente allontanato dagli agenti in borghese.
Questi ultimi squilli hanno permesso agli investigatori, dopo aver rintracciato e sentito a verbale il prezioso testimone, di cristallizzare il brevissimo lasso di tempo in cui Cinturrino ha sparato e di misurare in 23 minuti il ritardo della chiamata al 112.
È cominciata da qui l’indagine degli investigatori della Squadra mobile, coordinati dal pm Giovanni Tarzia, che ieri ha interrogato a lungo i quattro poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso presenti sulla scena. La convinzione degli inquirenti — Mansouri non aveva la pistola soft air trovata accanto al suo corpo, piazzata lì sul prato solo in un secondo momento — è stata contestata ai colleghi (un vice ispettore e tre agenti semplici) di Cinturrino.
«Hanno risposto e hanno chiarito ogni punto dimostrando la loro totale estraneità ai fatti», spiega l’avvocato Antonio Buondonno, che con i colleghi Matteo Cherubini e Massimo Pellicciotta assiste i quattro. Ai quali è stata contestata una seconda circostanza emersa dall’analisi delle telecamere di via Impastato e da quelle del commissariato Mecenate: il viaggio dell’agente D.P. verso gli uffici di via Quintiliano, proprio durante quei 23 minuti.
Solo dopo il rientro del poliziotto tra i rovi del boschetto — è la convinzione degli inquirenti — la pistola finta sarebbe spuntata per giustificare la reazione di Cinturrino ad una minaccia di sparo.
La vittima, come hanno argomentato a verbale gli stessi colleghi del 42enne assistente capo indagato per omicidio volontario (e difeso dall’avvocato Pietro Porciani), negli ultimi mesi sarebbe venuto in diretto contrasto con Cinturrino.
Un elemento che aggrava la posizione del poliziotto. Sul quale pende già un’inchiesta per falso a proposito di un verbale di arresto del 7 maggio 2024 nel quartiere Corvetto, periferia difficile a sud-est della città: una telecamera lo riprendeva mentre estraeva e intascava delle banconote dalla cover del cellulare di un pusher tunisino.
Ma c’è una seconda informativa, arrivata in Procura a fine gennaio, che getta ulteriori ombre sull’operato dell’assistente capo del commissariato Mecenate. Una fonte confidenziale qualificata ha indicato un appartamento affacciato su piazzale Ferrara — sempre al Corvetto — come meta dei tossici di zona: i due spacciatori, due italiani che ricevono indisturbati a domicilio, avrebbero goduto «della protezione di un poliziotto, un certo Carmelo, amico della portinaia del condominio».
Quest’ultimo, di cui la fonte avrebbe indicato la foto offrendo agli investigatori il suo profilo social, avrebbe invece chiesto «alcune migliaia di euro» a un pusher marocchino interessato ad inserirsi in quella piazza. Gli inquirenti hanno approfondito la traccia. E trovato già i primi riscontri.
Carmelo Cinturrino, l’assistente capo di polizia indagato per l’omicidio volontario di Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo a Milano, il 26 gennaio, avrebbe mentito ad altri agenti dicendogli che aveva chiamato i soccorsi quando il 28enne era a terra agonizzante dopo il colpo alla testa, ma in realtà non l’avrebbe fatto. E la chiamata sarebbe partita più di venti minuti dopo
Lo si apprende in relazione a versioni rese ieri negli interrogatori di quattro poliziotti indagati per favoreggiamento e omissione di soccorso. In sostanza, i colleghi avrebbero detto di non entrarci nulla con l’omicidio e che avrebbe gestito tutto lui in quelle fasi dopo il colpo sparato. Sarebbe stato definito una sorta di fanatico nel gestire in modo opaco alcune operazioni
(da agenzie)
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Febbraio 21st, 2026 Riccardo Fucile
“NON SI È MAI FATTO BASTARE SOLTANTO IL TALENTO DEL GRANDE SBIRRO: MA HA INVECE SEMPRE CERCATO DI AGGIUNGERE AI SUOI INCARICHI ANCHE UN PROFONDO SENSO DELLO STATO E DELLE ISTITUZIONI, CON NON SCONTATE DOSI DI ETICA E DI MORALE, SUPPORTATE DA UN RARO, RICONOSCIUTO CORAGGIO”
Alcune sere fa, ospite di Corrado Formigli, a Piazza Pulita, c’era Franco Gabrielli. Se ve lo
siete perso, potete recuperare la puntata sul sito de La7. Non è stata un’ospitata qualsiasi. Intanto, perché ha demolito, punto dopo punto, il decreto sicurezza progettato dal governo. Ciò che maggiormente colpiva, però, era il metodo utilizzato: Gabrielli parlava con calma, il suo eloquio era elegante e autorevole, del tutto privo di retorica, senza dosi di polemica, senza asti
Mentre lui ci ragionava su, ripassavo mentalmente la sua luminosa carriera: Gabrielli, nel tempo, è stato prefetto di Roma e dell’Aquila, capo della polizia, capo della Protezione civile e capo dei Servizi segreti.
Mario Draghi lo nominò sottosegretario affidandogli proprio la delega ai Servizi. Ho pure pensato a come Gabrielli non si sia mai fatto bastare soltanto il talento del grande sbirro: ma abbia invece sempre cercato di aggiungere ai suoi incarichi anche un profondo senso dello Stato e delle istituzioni, con non scontate dosi di etica e di morale, supportate da un raro, riconosciuto coraggio.
Lo osservavo e lo ascoltavo e ho realizzato che, da qualche tempo, collabora con il sindaco di Milano, Beppe Sala. Gabrielli, non è un mistero, da giovane è stato democristiano. Mentre, adesso, si definisce «un moderato e, al tempo stesso, un progressista, che affonda le sue radici nel mondo cattolico».
Allora ho preso il cellulare e sono andato su Wikipedia, a controllare: ha 66 anni. Età giusta, identikit perfetto. È stato a questo punto che ho capito come e perché numerosi esponenti del Pd, centristi vari, ex Margherita, pensano che un giorno, se Elly Schlein e Giuseppe Conte non dovessero mettersi d’accordo, può essere lui, Gabrielli, l’uomo giusto per Palazzo Chigi.
Fabrizio Roncone
per “Sette – Corriere della Sera”
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