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LE QUATTRO MENZOGNE DEI SOVRANISTI SULLA CRISI DI CEUTA

Luglio 31st, 2026 Riccardo Fucile

UNA CAMPAGNA COSTRUITA SU UNA SERIE DI BALLE GIGANTESCHE DESTINATE A UNA MASSA DI IGNORANTI

In poche ore la crisi dei migranti a Ceuta è stata trasformata dalle destre europee, dalla Casa Bianca, dal Cremlino e dal governo Meloni in un formidabile strumento di propaganda e sciacallaggio politico culminato nella decisione dell’Italia di sospendere il trattato di Schengen con la Spagna. L’operazione è stata scientificamente costruita sulla base di presupposti fattualmente falsi.
1) “L’arrivo di migliaia di migranti a Ceuta è una minaccia all’integrità delle frontiere dell’Unione europea” – FALSO
Ceuta è una città spagnola che si estende per meno di 20 chilometri quadrati in Nord Africa ed è divisa dalle coste spagnole dallo stretto di Gibilterra. È geograficamente più vicina alla capitale del Marocco che non a quella della Spagna ed è collegata all’Europa solo attraverso trasporti via mare o via aerea. Entrambi sono sottoposti ai controlli di imbarco delle autorità di frontiera spagnole. Poiché le due città sono di fatto al di fuori dell’area di libera circolazione delle persone disciplinata dal trattato di Schengen, sostenere che chi ha raggiunto in queste ore Ceuta possa automaticamente raggiungere l’Europa è semplicemente impossibile.
2) “È opportuno sospendere il trattato di Schengen per proteggere l’Italia dall’arrivo dei clandestini ammassati a Ceuta” – FALSO
Il codice delle frontiere di Schengen già prevede un regime speciale per le due città spagnole in territorio nordafricano: Ceuta e Melilla. Per poter raggiungere l’Europa da queste due città è necessario infatti sottoporsi alle procedure di identificazione e possedere un legittimo documento d’ingresso nella Ue esattamente come accade quando si entra in Europa da un Paese extra Ue. Da ieri le autorità spagnole e quelle europee non hanno registrato alcun movimento diretto da Ceuta verso la Spagna o altri Paesi Ue.
Chiedere la chiusura delle frontiere a Ceuta equivale a sostenere che vada chiusa una frontiera che già lo è.
3) “Ceuta dimostra che la scelta del governo socialista spagnolo di dare la cittadinanza a oltre 500 mila immigrati irregolari è stata un errore” – FALSO
La Spagna ha regolarizzato con decreto la posizione di chi risiedeva da tempo nel Paese clandestinamente. E lo ha fatto con il rilascio di un permesso di soggiorno e di lavoro (non con la cittadinanza) a chi era presente sul suolo spagnolo da almeno 5 mesi in una data anteriore al 31 dicembre 2025 e non aveva precedenti penali. Si è trattato di una misura legislativa per far emergere i migranti presenti sul suolo spagnolo dalla condizione di marginalità e sfruttamento legata alla loro clandestinità e integrarli in un sistema di diritti e doveri.
4) “La crisi di Ceuta è la conseguenza diretta degli sforzi deliberati del governo socialista spagnolo di consentire e facilitare l’immigrazione illegale di massa in Europa” – FALSO
Le politiche migratorie del governo socialista spagnolo hanno ridotto il flusso di migranti clandestini del 36% rispetto al 2025 e del 40% rispetto al 2024. Tra il 2021 e il 2026, secondo i dati Frontex, i migranti clandestini che hanno raggiunto l’Europa attraverso l’Italia sono stati 478.600 contro i 234.760 della Spagna. Nel solo 2025 gli ingressi irregolari registrati in Italia sono stati 66 mila contro i 36 mila della Spagna.

(da Repubblica)

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“HO SEMPRE ACCOLTO TUTTI, ASSASSINI E CORROTTI, MI PIACE STARE TRA I PEGGIORI”. SE NE VA A 96 ANNI DON ANTONIO MAZZI, FONDATORE DELLE COMUNITÀ EXODUS – “I CRITICI CHE MI DEFISCONO ‘DON TELEVISIONE’? ME NE SONO SEMPRE FREGATO, LA TV È LA NUOVA PARROCCHIA”

Luglio 31st, 2026 Riccardo Fucile

“IL VATICANO? DOVREBBE SPARIRE. PAPA LEONE? HA TROPPA TESTA, E LA GENTE CON TROPPA TESTA NON MI PIACE” . GIORGIA MELONI? NON HA PERSONALITÀ, NON CAPISCO COME SIA POTUTA ARRIVARE DOVE È – “LA PEDOFILIA? I FUTURI PRETI DOVREBBERO VIVERE FUORI DAI SEMINARI FINO AI 18 ANNI. CHI PASSA LA PRIMA PARTE DELLA VITA IN UN LUOGO CHIUSO, AVRÀ DEI PROBLEMI”… LA MALATTIA, LA MORTE DEL PADRE, LA DIFFERENZA TRA LUI E VINCENZO MUCCIOLI 

È morto oggi 31 luglio all’età di 96 anni Don Antonio Mazzi, sacerdote, educatore e attivista italiano, fondatore di Exodus
In queste ultime settimane, con un paio di ricoveri in ospedale e continui alti e bassi di salute, ripeteva solo una richiesta: di non essere lasciato solo. E fino all’ultimo i suoi ragazzi e le sue adorate collaboratrici, la sua famiglia, sono rimasti accanto a lui in Cascina, la loro casa. Ieri sera don Antonio Mazzi, sempre con i ragazzi ha guardato un po’ di tivù, ha chiesto informazioni su qualche progetto e poi questa mattina la nuova crisi e la percezione chiara che questa volta non ci sarebbe stato miglioramento.
Quando i medici hanno suggerito la sedazione, la famiglia gli si è stretta intorno ancora più forte. Cercando serenità ciascuno negli sguardi degli altri. Tutti intorno, ad accompagnare gli ultimi passi di un cammino lungo più di 96 anni, percorso sempre con l’obiettivo di stare vicino ai giovani, accoglierli, non giudicarli ma aiutarli a ritrovarsi.
Don Mazzi era così sensibile alle fatiche e ai disagi di questa età perché in qualche modo li aveva provati e li aveva affrontati da “ragazzo ribelle” come si definiva. «Penso spesso alla mia mamma, perché l’ho fatta piangere troppe volte», confidava ripercorrendo la sua infanzia segnata dalla morte prematura del padre e ricordando il lavoro instancabile di una donna rimasta vedova troppo giovane con pochi soldi, con Antonio bambino e un secondo figlio in arrivo nella provincia veneta, quella molto povera e molto devota.
Con la forza e la tenacia che evidentemente gli ha trasmesso, la madre era però riuscita a mettere Antonio al riparo da sé stesso e lo aveva affidato al seminario di Verona per completare l’opera da lei cominciata. La ribellione viene domata con lo studio: teologia, filosofia e poi corsi di psicologia, psicoanalisi e pedagogia. «Avevo bisogno di capirmi e di capire», spiega don Antonio nei suoi scritti.
Ma il bisogno si tramuta presto in desiderio di «fare per cambiare», partendo sempre da questa emergenza giovanile che cominciava a farsi più acuta verso l’inizio degli Anni 80 con la piaga della tossicodipendenza.
A don Mazzi, trasferito a Milano nel 1979, viene affidata la direzione dell’Opera don Calabria che si affaccia sul Parco Lambro. «Passeggiavo in mezzo a tappeti di siringhe e soccorrevo ragazzi sballati, a volte in fin di vita». Progetto Exodus nasce così, nel 1979, e nell’84 arriva dal Comune la concessione di Cascina Molino Torrette: da allora quella sarà per sempre, davvero fino all’ultimo respiro, la sua casa e il riparo accogliente e rigenerativo per centinaia di ragazze e ragazzi che la società aveva dato per persi. A ciascuno di loro si dedica come un padre e come un educatore: spiega loro che si chiamano “Exodus” perché ogni vita è un viaggio e il viaggio è più bello e meno faticoso se si cammina insieme.
La sua battaglia contro la tossicodipendenza incontra la benedizione amorevole del cardinale Carlo Maria Martini che in quegli anni può contare sull’azione efficace e generativa di tre sacerdoti diventati “monumenti” per la città: don Mazzi appunto e poi don Gino Rigoldi e don Virginio Colmegna. «Uno coi tossici, uno coi carcerati e uno coi matti: siamo proprio una bella squadra», scherzava don Mazzi parlando dei suoi colleghi di carità.
Sono anni fervidi di impegno e iniziative. Il carattere esuberante e estroverso di don Mazzi facilita anche il salto in tivù, ospite fisso (e amico) di Mara Venier a Domenica In.

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IL GOVERNO PROVA A CORREGGERE IL TIRO SUL DECRETO LEGISLATIVO CHE AMPLIA I POTERI DI POLIZIA SUL RICONOSCIMENTO FACCIALE BASATO SULL’IA, DOPO CHE L’UE HA RICORDATO CHE LA NORMATIVA EUROPEA VIETA L’IDENTIFICAZIONE BIOMETRICA IN TEMPO REALE NEGLI SPAZI PUBBLICI

Luglio 31st, 2026 Riccardo Fucile

IL PROVVEDIMENTO DIVIDE LA MAGGIORANZA E PREOCCUPA LE OPPOSIZIONE, CHE TEMONO UNA SORVEGLIANZA DI MASSA E IL RISCHIO DI FALSI POSITIVI, CON PERSONE INNOCENTI IDENTIFICATE PER ERRORE DAI SISTEMI DI INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Alla fine, il governo proverà a smussare alcuni degli angoli più acuminati del decreto legislativo sul riconoscimento facciale. O almeno: questo è quello che chiede un parere approvato ieri alla Camera dalla maggioranza. Troppo timido, secondo le opposizioni: rimarrà la possibilità, per le forze di polizia, di acquisire i dati biometrici dei cittadini che attraversano luoghi legati a esigenze di ordine pubblico.
La pressione è interna ed esterna. In casa, i mal di pancia di Forza Italia. Fuori, l’ammonimento esplicito della Commissione Ue: «Il riconoscimento facciale in spazi pubblici accessibili è proibito secondo la legge europea». Normativa che, a stretto giro, fonti di Palazzo Chigi garantiscono verrà rispettata.
Nelle stesse ore, in Parlamento, il confronto all’interno del centrodestra è convulso. Sul tema la deputata forzista Cristina Rossello presenta un parere positivo, sì, ma carico di “osservazioni”. Suggerimenti sulle norme da cambiare. Le stesse additate dalle opposizioni. Il cuore: bisogna intervenire sulla sorveglianza generalizzata in pubblico perché il regolamento Ue sull’IA vieta l’uso di sistemi «che creano o ampliano le banche dati di riconoscimento facciale mediante scraping non mirato» (letteralmente l’acquisizione di dati “a strascico”).
I deputati di FdI Antonio Giordano e Lucrezia Maria Benedetta Mantovani fanno un salto sulla sedia. Prendono da parte Rossello, la circondano. Il messaggio è esplicito: «Così non si può votare». Finisce con un rinvio di qualche giorno: il decreto legislativo, nelle intenzioni del governo, deve arrivare nel Cdm il 4 agosto. L’ultimo dell’estate.
Cambio scena, qualche ora dopo, commissioni Affari costituzionali e Giustizia. Al Senato la maggioranza se la cava con un parere ultra-soft, rilievi minimi. Alla Camera va in scena un copione diverso. Per tutta la mattinata gli azzurri – in testa il capogruppo Enrico Costa e il relatore Paolo Emilio Russo – trattano con i meloniani per ammorbidire il provvedimento. Il viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto si adopera nella mediazione con Palazzo Chigi.
Poco prima della seduta – raccontano i presenti – è ancora al telefono con il sottosegretario Alfredo Mantovano, regista politico del decreto legislativo. Le aperture vengono concordate fino all’ultimo minuto. Saranno solo “osservazioni” ma il governo sarebbe pronto ad accoglierle. Tutte in una direzione, in sintesi: si rafforzano, in più punti, i processi di autorizzazione da affidare a un giudice terzo e non ai pm. Resta l’articolo che permette di acquisire per sette giorni i dati biometrici nelle piazze, negli stadi, nelle stazioni.
Alle opposizioni non basta, votano compattamente contro. Subito dopo, improvvisano un flash mob davanti a Chigi. «L’unica ossessione del governo è controllare i cittadini», commenta la segretaria Pd Elly Schlein. «È evidente il rischio di un utilizzo troppo estensivo dell’identificazione biometrica», concorda una nota del M5S. «Se l’IA viene applicata alle azioni di Polizia e alla sicurezza – aggiunge Riccardo Magi – si deve garantire ai cittadini la tutelata la loro libertà». Altrimenti, rimarca il capogruppo di Avs al Senato De Cristoforo, «c’è una presunzione di colpevolezza collettiva».

(da Repubblica)

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LA STORIA MAI RACCONTATA DELL’ASTIO DI GIUSEPPE CONTE VERSO MARIO DRAGHI. LA “POCHETTE DAL VOLTO UMANO” NON HA MAI METABOLIZZATO LA CACCIATA DA PALAZZO CHIGI DEL 2021, DETRONIZZATO DALL’ARALDO DEI POTERI FORTI INTERNAZIONALI, CON LA BENEDIZIONE DI ANGELA MERKEL, CONTRARIA A FAR GESTIRE I 200 MILIARDI DEL PNRR AL POPULISMO 5STELLE

Luglio 31st, 2026 Riccardo Fucile

I TWEET D’AMORE DI TRUMP A “GIUSEPPI” CHE PORTO’ IL PREMIER CONTE AD AUTORIZZARE L’INSOSTENIBILE INCONTRO A ROMA DEI VERTICI DEI SERVIZI SEGRETI CON IL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA DEGLI STATI UNITI, A CACCIA DI “MAIL IMBARAZZANTI SU HILLARY CLINTON IN POSSESSO DEI RUSSI” … DESTINO VOLLE CHE DOPO SEI GIORNI DAL GIURAMENTO DI BIDEN, LA FAVOLA DI “GIUSEPPI” FINI’ ED INIZIO’ LA VENDETTA CONTRO “DRAGHI, L’USURPATORE” (OGGI, A PAGARNE LE CONSEGUENZE, E’ L’EX SOTTOSEGRETARIO DEL GOVERNO DI “MARIOPIO”, FRANCO GABRIELLI)

“When in trouble, go big”, che si potrebbe tradurre “Quando sei in difficoltà, gioca al rialzo”, è una frase del giornalista americano Ben Smith, che sintetizzava così la strategia politica di Barack Obama.
“When in trouble, go Draghi”, è quella di Giuseppe Conte. Perché ogni volta che Peppiniello è all’angolo, immancabilmente tira fuori dalla pochette la testa dell'”usurpatore”, di colui che agli ordini di occulti poteri internazionali nel 2021 lo detronizzò da Palazzo Chigi.
Ha preso il bazooka quando è trapelata la notizia dell’incontro riservato avvenuto tra l’ex governatore della Bce e una Elly Schlein in via di de-ideogizzazione, che prova a mandare in soffitta l’eskimo da gruppettara (oltre a Draghi, ha messo a dura prova le sue supercazzole colloquiando con Prodi, Gentiloni e, ultimo, il presidente di Confindustria Orsini).
“Sento che c’è uno strano movimento intorno a certe figure”, ha commentato, acido come uno yogurt fuori scadenza, l’ex Avvocato del Popolo, bollando la svolta di Elly, dal carri ballerini dei Gay Pride a quel certo ‘”Establishment” (che secondo lei non la sopportava), come un’apertura a logiche moderate e centriste distanti dal Movimento 5 Stelle che rischia di allontanare il progetto del “campo largo”.
L’affondo finale è sempre diretto a Draghi, l’Araldo dei Poteri Forti: “C’è chi lo incontra e lo sogna al Colle”.
E quando l’altro giorno Conte si è ritrovato inaspettatamente all’angolo sotto una gragnuola di pugni del risuscitato padre fondatore, Beppe Grillo (“Il M5sa perso la sua identità”), non ha trovato di mejo di ritirare fuori il suo caprone espiatorio preferito: “Lui aveva detto che Draghi era un grillino, attenzione, fate un po’ voi…”.
Se l’azzeccagarbugli pugliese non ha mai metabolizzato la cacciata da Palazzo Chigi del 2021 e il conseguente incarico, con la benedizione di Mattarella, a Mario Draghi per formare un governo di unità nazionale, il gesuita MarioPio non ha del tutto abbandonato l’idea di prendere il posto di Mattarella, nel 2029.
Per ben comprendere l”’astio spumante” tra i due, occorre stimolare la memoria sui fatti e fattacci che portarono la caduta del secondo governo Conte, che non trovò da parte del M5s, ancora sotto l’ala di Grillo, alcun ostacolo ideologico o “tradimento di valori” a passare da un esecutivo con la Lega di Salvini al Pd di Zingaretti.
Nel febbraio 2021, durante le consultazioni per la nascita del governo di unità nazionale, l’incontro tra il fondatore del M5S (storicamente anti-sistema) e l’ex presidente della BCE produsse un feeling sorprendente.
Grillo dichiarò pubblicamente di essersi trovato davanti non il “banchiere di Dio”, ma un vero e proprio “grillino”.
Secondo BeppeMao, Draghi si mostrò d’accordo sul Reddito di Cittadinanza, sulla transizione ecologica e sulla centralità dell’onestà nella cosa pubblica.
Quando Grillo rivelò che Draghi lo chiamava “l’Elevato”, mentre lui ricambiava definendo Draghi “il Supremo”, a Conte partì definitivamente l’embolo: nel giugno 2022 sul “Fatto Quotidiano” il sociologo Domenico De Masi riferì che il ”premier usurpatore” avrebbe chiesto privatamente a Grillo di rimuovere l’ex avvocato dello studio Alpa dalla guida del M5S perché ritenuto “inadeguato”.
Draghi ovviamente smentì di essere mai entrato nelle questioni interne di un partito, ma l’episodio segnò l’inizio della crisi che avrebbe poi portato alla caduta del governo nell’estate del 2022.
Conte è inoltre convinto che la nascita dell’esecutivo Draghi fosse parte di un “complotto” della nuova amministrazione democratica di Joe Biden, per rimuovere da Palazzo Chigi quel “Giuseppi”, caro al presidente sconfitto Donald Trump
È utile ricordare la cronologia degli eventi.
Il 26 gennaio 2021 Giuseppe Conte sale al Quirinale per presentare le dimissioni dopo lo scazzo con Matteo Renzi, che qualche giorno prima aveva ritirato dal governo le ministre di Italia Viva in polemica con la gestione dei servizi segreti e del Pnrr.
Peppiniello spera in un reincarico da Mattarella per un Conte ter, grazie al contributo dei soliti parlamentari banderuola, all’occasione nobilitati con l’appellativo di “responsabili”.
Fallito il mandato esplorativo del Presidente della Camera, il grillino Roberto Fico, il 3 febbraio 2021 tramonta definitivamente l’ipotesi del Conte ter e il Capo dello Stato convoca al Quirinale Mario Draghi, che accetterà l’incarico dando vita a un esecutivo di unità nazionale.
C’è però un dettaglio, grosso come un macigno, che va evidenziato: sei giorni prima delle dimissioni di Conte, il 20 gennaio 2021, a Washington Joe Biden giura come 46esimo presidente degli Stati Uniti d’America, rimandando a giocare a golf Donald Trump.
Per Conte, un mezzo lutto, che si aggiunge, e contribuisce, alla malasorte politica: si era trovato benissimo con Trump, che un anno e mezzo prima, a fine agosto 2019, lo aveva sostenuto pubblicamente con il famoso tweet in cui l’aveva ribattezzato “Giuseppi”.
Il Trumpone postò: “Le cose iniziano a mettersi bene per l’altamente stimato Primo Ministro della Repubblica Italiana, ‘Giuseppi’ Conte. Ha rappresentato l’Italia con forza al G7. Ama molto il suo Paese e lavora bene con gli USA. Un uomo di grande talento che spero rimarrà Primo Ministro!”.
Tale dichiarazione d’amore a “Giuseppi”, che oggi sbeffeggia la “Gigiorgia” Meloni accucciata ai piedi di Trump, porta la data del 27 agosto 2019.
Del resto, dodici giorni prima, la sera di Ferragosto, il premier Conte aveva ampiamente dato prova di meritarselo l’endorsement del Trumpone, scavallando quelle norme istituzionali che non prevedono contatti tra 007 e un ministro di uno stato straniero: i vertici dell’intelligence incontrano i loro omologhi della Cia o Fbi. Punto.
Ma forte di aver sommato alla carica di premier la delega ai servizi segreti, Conte autorizzò il fedelissimo Gennaro Vecchione, da lui piazzato a capo del Dis, il dipartimento che coordina l’intelligence, ad attovagliarsi in un ristorante di Piazza delle Coppelle, a Roma, con il ministro della Giustizia degli Stati Uniti, William “Bill” Barr.
Piatto forte della seratina, la richiesta del ministro di Trump di un incontro con i vertici dei servizi, per avere notizie e informazioni per screditare l’inchiesta dell’FBI sulle interferenze russe nelle elezioni americane del 2016, che issarono per la prima volta alla Casa Bianca Donald Trump.
Non solo scoprire se il nostro Paese abbia avuto un ruolo nel Russiagate, se abbia ottenuto documenti riservati e se i servizi abbiano effettivamente aiutato Joseph Mifsud, il professore dell’università Link Campus di Roma di Vincenzo Scotti, ben frequentata dai pentastellati, che nel 2016 avrebbe informato il comitato elettorale di Donald Trump dell’esistenza di “migliaia di mail imbarazzanti su Hillary Clinton in possesso dei russi”. In quei giorni è ancora in carica il governo gialloverde.
Davanti alla netta contrarietà all’incontro da parte delle due agenzie di intelligence italiane, ci pensò il capo del Dis Vecchione a togliere le castagne dal fuoco a “Giuseppi”, prendendosi la responsabilità diretta del secondo appuntamento, avvenuto ai primi di settembre, in forma di “riunione allargata” tra Barr, scortato dal tosto procuratore John Durham, con Vecchione, il capo dell’Aise Luciano Carta, quello dell’Aisi Mario Parente.
Se Conte non si preoccupò minimamente di informare dei suoi contatti con l’amministrazione di Trump i ministri del suo primo governo giallorosso, è più che propabile che a far esplodere sulle prime pagine i due meeting romani che dovevano restare “segretissimi”, ci abbia pensato qualche vendicativa soffiata degli 007 di piazza Dante.
Naturalmente, il ministro americano sbarcato a Roma a caccia del presunto complottone dei democratici a danno della rielezione di Trump, se ne ritornò a casa con un pugno di mosche in mano.
Anzi. Successive inchieste del “New York Times” hanno rivelato che durante quelle riunioni i vertici dell’intelligence italiana offrirono in realtà elementi che difendevano la correttezza dell’inchiesta dell’Fbi.
Ma per Conte, dimostrare fino a che punto arrivava la sua riconoscenza a Trump, sembrava poter garantirgli il futuro politico.
Una scommessa che si sarebbe trasformata nel suo più grande errore perché Joe Biden, non ancora rincojonito, nel novembre 2020 batte Trump alle elezioni.
E quei permalosi dei democratici, da Obama a Hillary Clinton, non aspettavano altro che regolare i conti con l’amichetto di Trump, tra gli ultimi leader del G7 a congratularsi con il neo-eletto presidente degli Stati Uniti.
Destino volle che tra il giorno del giuramento di Biden e quello della caduta del governo passano sei giorni. I dem di “Sleepy Joe” si sono vendicati? Non è certo, ma sicuramente è ciò che pensa l’ex Avvocato del popolo.
A rinforzare questa convinzione, c’è il ruolo di Matteo Renzi. Fu lui, grande amico di Obama, l’artefice dello scossone che mandò in crisi il Conte-bis.
Uno zampino lo avrebbe messo anche il Quirinale che scoraggiò l’ingaggio dei “responsabili” con alcune telefonate provvidenziali in direzione Cesa-Tabacci che disponevano del voto dei “volenterosi” necessari per far nascere il terzo governo Conte.
Peppiniello scontò anche una drammatica (per lui) convergenza politica: mentre si insediava Biden negli Stati Uniti, le cancellerie dell’Ue, guidate da Angela Merkel, nutrivano forti dubbi sull’opportunità di far gestire 200 miliardi di euro del Pnrr al leader di un partito populista.
La vendetta di Conte si consumerà nel luglio 2022 con la mancata partecipazione del Movimento 5 Stelle al voto di fiducia sul Decreto Aiuti e si è conclusa il 21 luglio con le dimissioni di Draghi e lo scioglimento delle Camere.
Nonostante l’ex Bce per più di un anno avesse ingoiato rospi e rosponi per accontentare il M5s su tutte le sue battaglie (anche quelle per lui indigeribili), dal Superbonus al reddito di cittadinanza, fino all’inceneritore romano, Conte si portò via lo scalpo dell'”usurputore”.
Un rapido flash forward e si arriva a oggi, a Draghi che incontra Schlein e al reietto Grillo che inciuciava con l’Araldo dei poteri forti internazionali.
Un astio che rimbalza anche sui “draghiani”. È la ragione per cui il presidente del M5s si oppone con le unghie e con la pochette all’ipotesi di issare Franco Gabrielli come possibile candidato premier per il centrosinistra.
Gabrielli sconta la colpa di aver lavorato con il governo Draghi: fu l’ex capo della polizia, nominato sottosegretario con delega ai servizi, a far fuori Gennaro Vecchione (caro a Conte), a cacciare Marco Mancini e a far arrivare Elisabetta Belloni al Dis.
(A proposito: ancora oggi a piazza Dante, sede delle agenzie di sicurezza, si chiedono: perché 16 giorni prima della caduta del suo secondo governo, Conte decise improvvisamente di rinunciare alla delega sui servizi per affidarle a Pietro Benassi, ex ambasciatore in Germania e consigliere diplomatico di Palazzo Chigi?)
Complotti, trame e potere, senza dubbio, ma, guardando bene, si scopre che nel disprezzo di Conte c’è forse anche un po’ di invidia segreta per le adulazioni ricevute in Europa dall’ex presidente della Bce, le standing ovation riservate dalla stampa a “Super-Mario”, l’eroe della Bce che aveva salvato l’euro dalla catastrofe. Un trattamento che Conte può solo sognare…

(da Dagoreport)

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BASTA CAZZATE: IL PRESTITO SAFE PER LA DIFESA È UN’OPPORTUNITÀ PER L’ITALIA. PERMETTEREBBE DI RISPARMIARE TRA I 4 E I 6,5 MILIARDI DI EURO IN TASSI DI INTERESSE E SAREBBE UNA MANNA PER L’INDUSTRIA TRICOLORE.IL FONDO EUROPEO VIENE OFFERTO A UN COSTO INFERIORE DI QUELLO DEI TITOLI DI STATO, CON UN PERIODO DI “GRAZIA” DI DIECI ANNI. I PROGETTI DEVONO INVESTIRE ALMENO IL 65% IN BENI EUROPEI (OTTIMO PER LEONARDO E MBDA, COLOSSI CHE FANNO PARTE DEI PRIMI CINQUE GRUPPI DELLA DIFESA)

Luglio 31st, 2026 Riccardo Fucile

L’ALTERNATIVA È CHE A PAGARE SIANO I CONTRIBUENTI: LE SPESE PER LA DIFESA SONO IMPROROGABILI – NON ABBIAMO NEMMENO UNO STRACCIO DI SISTEMI ANTI-MISSILE. SE PUTIN CI VOLESSE COLPIRE, NON TROVEREBBE OSTACOLI. E NON SOLO PER I MOLTI “PUPAZZI PREZZOLATI” (COPYRIGHT DRAGHI) PRONTI A STENDERGLI TAPPETI ROSSI

Il prestito europeo Safe (Security Action for Europe), nella sua forma più brutale comporta una scelta fra due opzioni: ottenere un risparmio fra circa 4 e 6,5 miliardi di euro, o lasciare sul tavolo questi soldi e far sì che a versarli siano i contribuenti italiani quando si dimostreranno necessari.
Perché accadrà: investire di più nella difesa diventerà probabilmente inevitabile nei prossimi anni, per ragioni tecnologiche oltre che geopolitiche. Queste ultime sono le più visibili.
Gli sviluppi più recenti rivelano come l’Italia sia indietro, come Paese europeo proteso nel Mediterraneo che dipende dall’export. Sempre più i protagonisti dei grandi conflitti in corso si stanno affacciando sui tratti di mare dai quali dipende la sicurezza delle rotte italiane.
Non c’è più solo la questione degli houthi, che minacciano costantemente il percorso del made in Italy verso i mercati asiatici (al punto che l’Italia partecipa da anni a una missione militare europea attorno allo stretto di Bab el-Mandeb). Anche l’Iran […] ha iniziato a colpire alcuni scali egiziani e Suez – parte della stessa rotta strategica – per ostacolare i flussi del petrolio saudita dal Mar Rosso.
C’è poi un terzo punto critico, di fronte al quale l’Italia oggi è impreparata: la Russia presidia quattro basi militari nella parte della Libia controllata dal clan Haftar, nelle quali ha installato missili a medio raggio per contrastare attacchi ucraini sulle petroliere di Mosca in transito dal Mar Nero verso Gibilterra attraverso il canale di Sicilia.
Di fronte a simili minacce, l’Italia oggi non ha intercettori a sufficienza per proteggere le rotte del proprio export. Intanto i rischi non fanno che divenire sempre più concreti.
Solo nella notte fra il 18 e il 19 luglio la Russia ha spedito contro l’Ucraina 41 missili balistici, superando i cento lanci di questo tipo di arma solo questo mese.
Ciò significa che, probabilmente, l’esercito di Mosca ha una capacità di produzione di missili balistici da quasi cento pezzi al mese. Le attuali difese antimissile italiane basterebbero forse per una o due notti.
Peraltro Mosca non avrebbe bisogno di attaccare: basta l’evidenza dell’asimmetria fra le forze in campo per darle un implicito potere di coercizione. Ci sono le poi le svolte tecnologiche.
I conti attorno a Safe partono da qua. Il fatto che il prestito sia disponibile ai tassi d’interesse delle emissioni europee offre potenziali risparmi all’Italia: quasi quattro miliardi di euro in costo del debito (ai rendimenti attuali), se rimborsa gradualmente in 45 anni dopo il «periodo di grazia» dei primi dieci; poco più di 6,5 miliardi, invece, se il rimborso avvenisse tutto dopo 55 anni.
C’è poi una questione industriale: i progetti finanziati con Safe devono coinvolgere almeno due Paesi europei e devono investire almeno il 65% in beni europei (esclusi i britannici, ma inclusi gli ucraini). Per l’Italia è un’opportunità. Già oggi il 58% del made in Italy nella difesa è esportato, mentre Leonardo e Mbda (partecipata da Leonardo stessa) sono fra i primi cinque gruppi della difesa in Europa. Entrare in Safe significa conquistare credibilità per le imprese italiane. Anche perché oggi il Paese è indietro: indecisioni e ambiguità nelle scelte lo stanno tagliando fuori dalle nuove start up tecnologiche della difesa, concentrate nei Paesi baltici e scandinavi, in Polonia, Germania, Olanda e Danimarca. Restare fermi equivale ad accettare il rischio di svegliarsi , presto, con molte nuove minacce e mezzi troppo vecchi per affrontarle .

(da “Corriere della Sera”)

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SORCI VERDI PER PUTIN. ZELENSKY COLPISCE GLI IMPIANTI PETROLIERI RUSSI PER FAR IMPLODERE L’ECONOMIA DI MOSCA. I DANNI PROVOCATI DAGLI ATTACCHI UCRAINI ALLE RAFFINERIE RUSSE SONO VISIBILI PER SETTIMANE O MESI.

Luglio 31st, 2026 Riccardo Fucile

LE TRUPPE DI KIEV NON SI LIMITANO PIU’ A COLPIRE I DEPOSITI O I SERBATOI MA MIRANO A DISTRUGGERE LE COMPONENTI DEGLI IMPIANTI PIU’ DIFFICILI DA SOSTITUIRE – LE CONSEGUENZE PER MOSCA SONO DEVASTANTI: GLI ATTACCHI HANNO MESSO FUORI USO OLTRE IL 30% DELLA CAPACITÀ PRODUTTIVA DEGLI IMPIANTI

Era il 2013 quando Vladimir Putin inaugurò la raffineria di Tuapse sul Mar Nero, il più grande e potente impianto di lavorazione del petrolio in Russia, simbolo della «straordinaria tecnologia russa». Avanti veloce di tredici anni, quello stesso complesso è diventato il segno di un altro salto tecnologico: la capacità di Kiev di colpire in profondità nel territorio russo e danneggiare infrastrutture energetiche strategiche.
Secondo un’analisi del Financial Times , basata su planimetrie, fotografie, immagini satellitari e dati termici a infrarossi e condotta anche con il contributo di Frontelligence Insight, i danni subiti da diverse grandi raffinerie russe sono visibili per settimane o mesi dopo gli attacchi.
La campagna di deep strike ucraini in territorio russo avrebbe messo fuori uso oltre il 30% della capacità produttiva effettiva e il 45% di quella nominale della Russia, contribuendo alla peggiore crisi petrolifera interna dalla fine dell’Unione Sovietica.
La strategia ucraina non si limita più a colpire depositi o serbatoi, bersagli che producono roghi spettacolari ma che lasciano danni spesso riparabili in tempi relativamente brevi. Le squadre incaricate degli attacchi mettono nel mirino i componenti critici degli impianti, in particolare quelli più difficili da sostituire e indispensabili nei sistemi di raffinazione di concezione sovietica.
A Tuapse, gli attacchi di fine aprile avrebbero distrutto più di una dozzina di serbatoi, per circa 80.000 metri cubi di capacità di stoccaggio, ma soprattutto un’unità di lavorazione secondaria costruita durante il programma di modernizzazione celebrato da Putin. […]
Altri obiettivi cruciali sono le unità che rimuovono sale e acqua dal greggio prima della raffinazione. Una di queste sarebbe stata messa fuori uso a Omsk, una delle più grandi raffinerie al mondo, a 2.500 chilometri dal confine ucraino. Russia e Ucraina hanno ereditato sistemi energetici simili di progettazione sovietica, il che ha fornito agli ingegneri ucraini una conoscenza dettagliata di molti processi industriali, configurazioni delle apparecchiature e vulnerabilità operative all’interno degli impianti russi. […]
Le riparazioni, secondo stime di mercato, possono richiedere mesi. Le immagini satellitari mostrano inoltre la lentezza del recupero. In diversi grandi impianti, tra cui Omsk, Mosca e Tuapse, i segni dei raid restavano visibili a distanza di settimane o mesi. Nel caso della raffineria di Kstovo, nella regione di Nizhny Novgorod, colpita il 18 e il 20 maggio, i dati termici indicavano ancora a luglio l’assenza di attività nella principale unità di distillazione.
Anche le difese russe si sono adattate, con reti e protezioni anti drone attorno agli impianti. Ma le ondate ripetute lanciate dall’Ucraina possono saturarle: come osserva una fonte imprenditoriale russa citata dal FT , una rete può fermare un drone, non tre diretti nello stesso punto.

(da il “Corriere della Sera” )

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L’ITALIA È GIÀ IN GUERRA: DA MARZO ALMENO 400 SOLDATI DEL NOSTRO ESERCITO SONO IN MISSIONE IN ARABIA SAUDITA, PER PARTECIPARE ALLE OPERAZIONI DI DIFESA DEI PAESI DEL GOLFO CONTRO GLI ATTACCHI IRANIANI

Luglio 31st, 2026 Riccardo Fucile

IL NOSTRO PAESE, CHE NON HA UN SISTEMA ANTI-MISSILE PROPRIO, HA SCHIERATO QUATTRO CACCIA, RADAR E BATTERIE MISSILISTICHE, IN UNA MISSIONE SEGRETISSIMA: IL GOVERNO NON AVEVA MAI COMUNICATO LA MISSIONE, CHE È STATA AUTORIZZATA CON UN TRUCCHETTO, UNA FRASE INSERITA IN UNA RISOLUZIONE APPROVATA “ALLA CIECA” DALLE CAMERE – IL PD PRESENTA UN’INTERROGAZIONE: “IL GOVERNO FACCIA CHIAREZZA”

È l’operazione più segreta, delicata e rischiosa realizzata dalle forze armate italiane negliultimi anni. Da metà marzo centinaia di militari hanno preso posizione in Arabia Saudita e altri Paesi del Golfo per fare scudo contro gli attacchi iraniani.
Sono stati schierati in zona di guerra i migliori sistemi contraerei nazionali, dalle batterie missilistiche Samp-T ai cannoni antidrone Skynex, dai caccia Eurofighter all’aereo radar Gulfstream CAEW. Reparti che hanno partecipato attivamente alla protezione degli alleati fondamentali per i rifornimenti energetici e continuano a farlo in nazioni che sono continuamente sottoposte a incursioni dei pasdaran o degli Houthi yemeniti.
La spedizione è stata rivelata da Fausto Biloslavo sul Giornale e confermata da una nota inserita sul sito web del ministero della Difesa che per la prima volta annuncia l’esistenza della Task Force Arabia: “Dalla seconda metà di marzo 2026, a seguito della crisi nell’area del Golfo e della richiesta di supporto avanzata dai Paesi partner, la Difesa italiana ha schierato un dispositivo dell’Aeronautica a supporto delle Forze Armate e di sicurezza di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein.
La Task Force Air – Arabia concorre alla sorveglianza e alla difesa dello spazio aereo, nonché alla protezione delle forze e degli interessi nazionali presenti nell’area”. Si tratterebbe di 400 uomini e donne dell’Aeronautica, con quattro caccia Eurofighter, un radar volante CAEW dislocati in Arabia Saudita.
In Kuwait si troverebbe un radar a lungo raggio An/Tps 77 mentre non è chiaro se una task force anti-drone con il sistema Acus di Leonardo si trovi in Bahrain. Ma a quello che risulta a Repubblica il contingente è più numeroso: sono stati inviati in Arabia Saudita anche reparti dell’Esercito con batterie missilistiche terra-aria Samp-T e radar Kronos.
Negli Emirati Arabi Uniti invece è stata mandata una batteria di cannoni a tiro rapido Skynex sempre dell’Esercito: non è chiaro se però sia gestita da militari emiratini o italiani. Si tratterebbe almeno di altri 300 militari.
Dalla seconda settimana di marzo decine di voli hanno trasferito personale e armamenti nella Penisola Arabica: in quel momento tutta l’area veniva bersagliata dagli attacchi iraniani. Secondo le informazioni raccolte da Repubblica, in diverse occasioni il nostro contingente è entrato in azione per proteggere i Paesi in cui era schierato. Dalla Difesa affermano che il contingente grazie alla tecnologia in dotazione fornisce dati e coordinate ai partner per abbattere i missili iraniani.
A inizio marzo i ministri Crosetto e Tajani hanno dichiarato al Parlamento che c’erano state richieste di aiuto all’Italia da parte delle monarchie arabe bersagliate dai raid di Teheran, ma non hanno mai comunicato cosa è stato concesso e tantomeno l’invio di nostri militari.
La missione è stata autorizzata da una frase inserita in una risoluzione approvata “alla cieca” dalle Camere, in cui si cita – parole testuali – “il dispiegamento e il rischieramento di sistemi di difesa aerea e anti-missilistica e di sorveglianza a protezione dei cittadini italiani, a supporto dei Paesi partner dell’area del Golfo e per la salvaguardia delle infrastrutture strategiche presenti nell’area, a tutela degli interessi primari nazionali; quanto sopra anche in relazione alla necessità di contrastare una crisi energetica per i cittadini e le imprese italiane…”.
A questa risoluzione è seguita la modifica del Decreto Missioni all’estero voluta dal governo Meloni: non indica più le forze italiane stanziate in un singolo Paese ma quelle presenti in una “area geografica” permettendo così i trasferimenti in Arabia Saudita o in altre nazioni senza bisogno di un passaggio parlamentare Neppure nella lunga discussione nelle Commissioni di Palazzo Madama e Montecitorio sulle missioni all’estero lo schieramento di militari italiani in zona di guerra è mai stato comunicato.

(da agenzie)

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L’AZIONISTA DI MAGGIORANZA DEL GENOA E PROPRIETARIO DEL RAPID BUCAREST, DAN SUCU, SAREBBE STATO UNA SPIA AL SERVIZIO DELLA DITTATURA COMUNISTA DI NICOLAE CEAUSESCU IN ROMANIA

Luglio 31st, 2026 Riccardo Fucile

SECONDO IL QUOTIDIANO “GAZE SPORTURILOR”, L’IMPRENDITORE RUMENO AVREBBE COLLABORATO COME INFORMATORE CON LA POLIZIA SEGRETA DEL REGIME – SUCU AVREBBE AGITO CON IL NOME DI COPERTURA “MIRCEA CRISAN”, FORNENDO INFORMAZIONI SU DELEGAZIONI E FUNZIONARI STRANIERI

La stampa romena, attraverso il quotidiano Gazeta Sporturilor (Gsp), avrebbe presentato prove che dimostrerebbero come l’attuale proprietario del Rapid Bucarest e del Genoa, durante il regime comunista di Nicolae Ceausescu, abbia collaborato con la Securitate (la polizia segreta della Romania comunista) in qualità di informatore.
La testata ha pubblicato le informative scritte per i servizi segreti da Dan Sucu con il nome di copertura “Mircea Crisan”. L’imprenditore ha consegnato decine di relazioni con questo pseudonimo, come emerge dai fascicoli conservati negli archivi del Cnsas (Consiglio Nazionale per lo Studio degli Archivi della Securitate).
In totale sono ventuno le informative firmate “Mircea Crisan”, riconducibili a Sucu. I documenti coprono un periodo che va dal dicembre 1987 al novembre 1989, arco di tempo in cui l’attuale patron di Genoa e Rapid riferiva su colleghi, turisti, delegazioni e funzionari stranieri. […]
Tra i documenti figura un’informativa dell’8 febbraio 1988 destinata alla Securitate, riguardante una delle colleghe di “Mircea Crisan”, di nome Felicia, guida collaboratrice dell’Ont (Ufficio Nazionale del Turismo), così descritta: “Fisicamente ha circa 30-35 anni, un aspetto comune, privo di fascino femminile.
A colpire sono i suoi denti d’oro, che la rendono inconfondibile. Poiché l’Ont rappresenta il suo unico mezzo di sostentamento, non va d’accordo con nessuno e considera antipatica qualsiasi guida che possa sostituirla con successo”.
La descrizione, quasi grottesca, attirò l’attenzione dell’ufficiale reclutatore, che annotò a margine a penna rossa con tono persino ironico: “Ho l’impressione che la fonte sia ossessionata dai ritratti”. Un’altra informativa priva di data, risalente probabilmente allo stesso anno, riguardava un’altra collega, Emilia Scarfes, descritta come: “Una donna dall’aspetto ordinario, poco attraente, priva di fascino ed eccessivamente autoritaria. Il suo modo di essere semplice, sincero e privo di diplomazia le crea molti problemi e ho avuto l’impressione che si sia già fatta molti nemici. Purtroppo per lei, è una di quelle persone che aspirano troppo in fretta a incarichi dirigenziali, senza possedere la preparazione e l’esperienza necessarie.
Le informative più dettagliate riguardano però l’addetto militare degli Stati Uniti in Romania, identificato nei documenti con il nome di copertura “Strîmbu George” (documenti resi noti per la prima volta nel 2015). Dai file emerge che l’ufficiale avrebbe avuto origini rumene attraverso i nonni, nati nella regione del Banato, nei pressi di Timis.
Un altro report descrive un incontro tra “Mircea Crisan”, la famiglia dell’addetto militare (marito e moglie) e una loro amica, Mary Louise Honnen, diventata oggetto di un’ampia relazione: “Ex insegnante di fisica, oggi in pensione, (…) la signora H. non fuma, non beve e non sembrava particolarmente interessata a nulla. Non parlava di sé nemmeno quando veniva sollecitata; ho capito che probabilmente non aveva una famiglia e non sembrava legata alla famiglia S. da un’amicizia di lunga data o di stretta fiducia.
Ho appreso che attualmente vive nello Stato dell’Illinois e che possiede anche una proprietà di circa 300 ettari in Kansas. In una delle conversazioni ha raccontato di aver trascorso un periodo nella Germania Ovest circa dieci anni fa e di aver viaggiato molto in Europa in quell’occasione. A mio parere, le caratteristiche fisiche, psicologiche e il comportamento fanno della signora H. un corriere ideale”.

(da agenzie)

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ODESSA, I MISSILI DALLA RUSSIA, LE SPIAGGE E GLI HOTEL SOLD OUT: “E’ LA NOSTRA RESISTENZA”

Luglio 31st, 2026 Riccardo Fucile

I TURISTI PRENDONO IL SOLE ACCANTO ALLE POSTAZIONI ANTIAEREE… REPORTAGE DALLA CITTA’ CHE RIFIUTA DI ARRENDERSI ALLA PAURA

A Odessa tutto è normale, finché non lo è più. Da settimane l’oblast dell’Ucraina meridionale vive sotto la minaccia costante degli attacchi russi. La quotidianità continua, ma resta sospesa. L’offensiva della notte tra il 29 e il 30 luglio ha segnato però un nuovo cambio di passo. La Russia ha lanciato un attacco su vasta scala che ha colpito Kiev e raggiunto Leopoli, dove oltre venti missili da crociera hanno centrato aree residenziali, provocando la distruzione di diversi edifici. «Si tratta del primo attacco di notevole intensità a raggiungere l’Ucraina occidentale dallo scorso maggio», spiega un analista militare sul campo. Secondo l’esperto, l’operazione mostra un ritorno da parte di Mosca al modello degli attacchi combinati su larga scala, con un impiego più contenuto di missili balistici rispetto alle settimane precedenti. Una scelta che potrebbe indicare «un temporaneo ridimensionamento delle scorte» dopo un mese di utilizzo intensivo, oppure «una diversa priorità operativa», con la capitale Kiev in questa fase non più come unico obiettivo principale.
La normalità ostinata di Odessa
Anche Odessa, località balneare sul Mar Nero, resta però esposta agli attacchi. Da settimane le sirene antiaeree scandiscono le giornate, mentre missili e droni prendono di mira infrastrutture portuali ed energetiche, depositi di carburanti e imbarcazioni civili. «Rispetto a giugno – prosegue l’esperto -, qui i raid sono aumentati del 130%. La posizione della città e il ruolo strategico del porto, dove passano le esportazioni di grano e parte della logistica militare, espone la città a continui attacchi con droni Shahed, Banderol e missili balistici Iskander-M». Colpire Odessa significa mettere sotto pressione uno dei principali snodi economici e logistici dell’Ucraina, con ripercussioni sulle esportazioni, sui rifornimenti e sulla capacità del Paese di sostenere lo sforzo bellico. Ma gli effetti della guerra non riguardano solo gli obiettivi strategici. Anche il centro storico, coi suoi edifici e il suo patrimonio architettonico, resta vulnerabile ai raid. Eppure, tra le strade della città e il lungomare, Odessa continua a difendere una parvenza di normalità.
La città che sopravvive alla guerra
Gli stabilimenti balneari sono aperti, la spiaggia è affollata, ristoranti e bar del centro pieni. Per qualche ora, la vita dà l’illusione di aver ritrovato il suo ritmo. Un ritmo scandito dal suono improvviso delle sirene antiaeree e dalle regole della guerra. Il coprifuoco scatta alle 24. Un’ora prima i bar servono l’ultimo giro, poi le strade si svuotano. Un’abitudine forzata, forse un compromesso, il modo in cui la città da oltre un milione di abitanti ha imparato a convivere con la guerra senza rinunciare, per quanto possibile, a vivere. «Sono di Zaporizhzhia. Trascorro qui le mie vacanze. Il mare mi aiuta a combattere lo stress», racconta una turista mentre si scatta un selfie davanti al porto, appena colpito da un attacco russo. La nube nera è ancora visibile in lontananza, ma intorno tutto sembra immobile.
Tra il fumo dei missili e i selfie in spiaggia: la solita estate di Odessa
Almeno dieci volte al giorno gli avvisi di allarme risuonano contemporaneamente sui telefoni. Il messaggio è sempre lo stesso. Una voce automatica avverte: “Attenzione, allarme aereo, dirigetevi nei rifugi”. Ma molti ucraini, dopo quattro anni di guerra e abituati a seguire gli aggiornamenti sulla traiettoria dei missili, sostengono di riuscire a distinguere le situazioni più rischiose da quelle percepite come meno imminenti. «Siamo di Leopoli, eravamo già qui quando hanno attaccato la nostra città», racconta un gruppo di ragazzi in costume, pronti a tuffarsi in acqua davanti a una postazione mobile della difesa antiaerea montata su un veicolo, sorvegliata da circa sei militari in uniforme. «Siamo qui in vacanza, l’università è finita e anche noi vogliamo goderci l’estate». La paura degli attacchi sembra lasciare spazio alla routine. «Ci basta monitorare i gruppi Telegram per capire quando il pericolo è davvero concreto», ci spiegano.
A Odessa tutto è normale, fino al prossimo allarme
Tra i turisti c’è anche chi arriva dalla regione di Cherson, dove un attacco ha ucciso quattro persone nel pomeriggio di giovedì, e cerca di ritrovare una quotidianità perduta. «Sto provando a ricominciare a vivere. Prima del 2014 andavo al mare in Crimea, ora vengo qui», racconta una turista. A Odessa arrivano persone da tutta l’Ucraina, da Kiev e Dnipro, ma anche dalle zone più colpite dalla guerra. La città è oggi una delle poche destinazioni balneari ancora accessibili nel Paese. Dopo la bonifica di alcune aree dalla presenza di mine, diverse spiagge sono state riaperte al pubblico. Anche gli alberghi registrano una domanda elevata, con molte strutture già vicine al tutto esaurito per il mese di agosto. I prezzi, soprattutto negli hotel sul mare, possono raggiungere i 200 euro a notte. «Non è abitudine alla guerra – dicono i turisti -, ma il tentativo di non permettere al conflitto di occupare ogni spazio della nostra vita». È un’altra forma di resistenza. È la scelta consapevole di continuare a vivere mentre si attende la fine del conflitto, con la certezza che anche la guerra voluta da Putin avrà la sua fine. Perché, nonostante le sirene, gli attacchi e i droni, gli ucraini continuano a riempire i giorni sospesi. E a Odessa tutto è normale, almeno fino al prossimo allarme.

(da Open)

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