Settembre 12th, 2026 Riccardo Fucile
“I VETI DEL M5S SU RENZI? SPARIRANNO. ORA CI SONO TANTE SIGLE AL CENTRO, NON POSSONO ANDARE DIVISE E NON POSSONO PRESCINDERE DA RENZI, INSIEME A LUI DEVONO RAGIONARE” … POI L’EX MINISTRO FISSA LE REGOLE SULLE PRIMARIE: “SE DIVENTANO DILANIANTI, CI MERITIAMO DI PERDERE. STABILIAMO REGOLE SERIE E UN PROGRAMMA CONDIVISO, SOPRATTUTTO SULLA POLITICA ESTERA” (UN’ALTRA STILETTATA A CONTE E ALLA LINEA CRITICA DEL M5S SULL’UCRAINA)
«Se non stiamo tutti insieme siamo destinati a perdere. Questo rischio ci spinge a stare uniti.
Altri cinque anni di destra sarebbero allucinanti. Non sono solo delle schiappe: non hanno fatto nemmeno le riforme di destra, solo fumo».
Non è un comizio come gli altri. E non è soltanto un ritorno tra la gente del Pd. Dario Franceschini sale sul palco della Festa dell’Unità di Reggio Emilia per la prima volta, dieci giorni dopo aver raccontato al Corriere la malattia con cui convive da sei anni: il Parkinson, e il parkinsonismo atipico che ha reso più precario l’equilibrio e più faticosa la parola.
Una confessione personale, misurata e insieme politica: «Non isolatevi, continuate a vivere», aveva detto rivolgendosi agli altri malati. Era questo l’obiettivo del suo messaggio. Il suo popolo lo ha compreso benissimo. E quando sale sul palco gli tributa un’accoglienza commovente.
Quando arriva alla Festa dell’Unità, fuori dall’auto ad accoglierlo c’è Matteo Renzi, che torna tra gli applausi a una Festa nazionale dem dopo undici anni.
Abbracci e battute taglienti. Una è poco riferibile. Dietro il palco spunta anche un altro ex democristiano doc: Pierluigi Castagnetti, che completa una triade genealogica popolare con «Dario» e «Matteo». Arriva Igor Taruffi, responsabile Organizzazione del Pd, già in Rifondazione comunista, che da padrone di casa se ne esce così: «Basta, devo uscire da questa stanza: c’è il rischio democristianizzazione».
Sorride. Inizia così un dibattito che, a tratti, è da manuale di strategia politica. Diversi in tutto: Franceschini, uomo delle mediazioni silenziose ma spesso decisive; Renzi, indole più rottamatoria e innamorato della ribalta. Per vent’anni: dal Ppi, alla Margherita e al Pd, hanno condiviso partito, guerre e ricomposizioni. Come Red e Toby , la volpe e il cane «nemici-amici» della Disney. Si sono combattuti, guardati con diffidenza, per poi ritrovarsi nei momenti chiave.
Come quando si inventarono il Conte II, poi fatto saltare proprio dal leader di Iv.
Renzi ribadisce che Franceschini è da sempre una «bussola politica quasi infallibile». E allora l’ex ministro della Cultura sale in cattedra.
E prova a dirimere così i conflitti nel Campo largo: «Le primarie sono la soluzione migliore. Dilanianti? Non è così, se sono gestite intelligentemente, all’interno di una coalizione che ha delle difficoltà ma che ha anche un perimetro tracciato. È il modo più democratico. Se diventano dilanianti, ci meritiamo di perdere. Dipende tutto da noi».
Poi il nodo chiave: «Stabiliamo regole serie: io vorrei un patto tra i candidati su un programma condiviso, soprattutto sulla politica estera». Un chiaro riferimento alla linea critica del M5S sull’Ucraina. Con l’aggiunta: «Bisognerebbe infine stabilire che chi vince le primarie non userà poi il suo nome sul simbolo di partito». Ancora applausi.
Franceschini affronta poi il nodo del centro: «I veti del M5S su Renzi? Spariranno. A Giuseppe Conte dobbiamo riconoscere il merito di aver condotto il partito nel campo progressista: mi ricordo quando in Parlamento nemmeno ci salutavano».
Renzi aggiunge: «Per il centro, al tavolo del Campo largo, non ci sarò io. Ma un sindaco come Silvia Salis o Gaetano Manfredi. Se saranno primarie a due, è chiaro che voterò Elly».
Il tempo sta per scadere. È il momento della standing ovation per Franceschini, chiamata appunto dal suo «nemico-amico»: «Dobbiamo essere grati a Dario. La lucidità con cui legge la politica nazionale e internazionale fa scopa con il coraggio con cui porta avanti la sua battaglia». Infine dieci minuti d’auto, verso un’ottima trattoria emiliana. Per una rimpatriata tra popolari.
(da Corriere della Sera)
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Settembre 12th, 2026 Riccardo Fucile
“REGGIO CALABRIA SOLO GUERRA DI CONQUISTA E I REGGINI TRATTATI COME PECORONI. NON VOGLIO CHE MIA FIGLIA VIVA NEL MONDO CHE IMMAGINANO LORO”
Circa 70 persone hanno lasciato Futuro Nazionale in poche settimane a Reggio Calabria, insieme a Francesco D’Aleo, ex presidente di uno dei primi comitati del partito in città. È solo una delle ultime stime sulle defezioni che arrivano dal capoluogo calabrese in questi giorni: altri comitati parlano di 1.200 fuoriusciti, destinati – secondo le loro previsioni – a salire fino a 2.500.
L’ex generale Vannacci sarà a Siderno («non a Reggio Calabria», fanno notare sul posto) domani, domenica 13 settembre, per la campagna elettorale di Domenico Giannetta, candidato di Futuro Nazionale alle elezioni suppletive per un seggio alla Camera, che si svolgeranno il 27 e 28 settembre.
A poche ore dalla visita, D’Aleo racconta a Open le ragioni della sua uscita dal partito: «Nessuno pensava a una destra così estremista».
L’emorragia di uscite da Futuro Nazionale continua, e non darebbe segno di volersi arrestare. Tra i casi più significativi, quello di Reggio Calabria. Una terra sulla quale Vannacci rivendica una forte influenza, anche grazie al suo fedelissimo, seduto in Parlamento: l’ex leghista Domenico Furgiuele. «Reggio sarà la nostra Sassonia», ha promesso l’ex generale in un’intervista al Fatto Quotidiano. Ma è di questi giorni la notizia della fuoriuscita di circa 70 persone dal partito, insieme a Francesco D’Aleo, ex presidente del comitato 297, uno dei primi costituiti nella città calabrese.
La disputa sui numeri degli abbandoni e dei nuovi iscritti
D’Aleo garantisce che il suo ex comitato è ormai «spaccato»: «Su 200 persone, 70 hanno seguito la mia scelta e sono uscite con me». Tra queste, aggiunge, «quasi tutti i soci fondatori». Più alti i numeri rivendicati dall’ex dirigente lametino di FnV, Giancarlo Talarico, già presidente del comitato più grande in città, il numero 144: «Almeno 1.200 usciranno dal partito». Anche se previsioni a livello locale parlano di 2.500 persone. Un dato prontamente smentito dall’onorevole Furgiuele, coordinatore regionale del partito, che avrebbe negato i malumori in Calabria, rivendicando la nascita di 30 comitati e l’ingresso di circa 2 mila nuovi iscritti dall’inizio del suo incarico.
La polemica contro Giannetta e sulla visita di Vannacci a Siderno
Prima fonte di tensione, la gestione territoriale del partito. In particolare, dopo la scelta del candidato alle suppletive nel collegio di Reggio Calabria. Quello rivendicato con orgoglio da Vannacci, Domenico Giannetta, scippato da Forza Italia dove ricopriva il ruolo di capogruppo del partito in Regione, era stato presentato dal leader come un candidato locale, esperto del territorio, contro la «politica rancida e poltronara di Forza Italia che preferisce candidare un romano sconosciuto al territorio usando i voti dei reggini».
Ma D’Aleo smentisce: «In realtà non sono riusciti a candidare un reggino, perché Giannetta è di Oppido Mamertina», mentre dà già per favorito il candidato del centrosinistra «Frank Benedetto. Una persona stimata e apprezzata. Un reggino doc».
Una questione che, al di là del campanilismo, nasconde una verità ben precisa: «Vuol dire che su Reggio Calabria non c’era una persona degna per FnV», mentre denuncia la raccolta firme per un candidato “alla cieca”, «senza sapere chi fosse» e senza coinvolgimento sulla scelta di Giannetta. Poi l’affondo sulla visita di domani a Siderno del generale: «Nonostante Reggio sia il capoluogo, la città maggiore della Calabria, Vannacci va a Siderno, una piccola cittadina di provincia. Proprio a rendere l’idea che Reggio e i reggini siano solo terra di conquista».
L’«accentramento» su Lamezia e le critiche contro Furgiuele
D’Aleo sposta poi l’attenzione sull’onorevole Furgiuele: «È stato lui, che è di Lamezia, a scegliere Giannetta e a mettere come responsabile della campagna elettorale suo cognato. Loro poi sarebbe quelli contro i favoritismi familistici», si domanda con ironia.
«Un chiaro segnale di accentramento sull’asse Lamezia-Furgiuele», è la denuncia, a cui segue l’interrogativo: «Qualcuno dovrebbe spiegare ai reggini perché su un collegio della provincia di Reggio Calabria, tutto deve essere gestito da Lamezia». Infine, il malcontento diffuso, a suo dire, nell’area lamentina, per il mancato contributo di Furgiuele nella tutela del territorio: «Non si è occupato, da deputato della zona, della Piana di Sant’Eufemia».
Il nodo della sanità e i timori sulla terza parte del programma
D’Aleo fa però risalire il disappunto già al giorno all’assemblea costituente di FnV: «Sul palco era salita una nota giornalista (Angela Camuso, ndr) antivaccinista, sostenendo tesi assurde». Idee in conflitto con le convinzioni di D’Aleo, ma anche con la sua stessa professione di microbiologo e con la posizione di dirigente sanitario: «Sono stato uno di quelli che ha lavorato 24 ore al giorno durante la pandemia. È inaccettabile per me».
E proprio perché la terza parte del programma sarà dedicata anche alla sanità, sono in molti a temere che possa contenere posizioni no-vax, visti anche i gruppi Whatsapp e Facebook nei quali «c’è una forte base anti-vaccinista, che chiede il ritiro della legge Lorenzin». Nel tempo, racconta D’Aleo, «ho mandato messaggi ed email all’onorevole Sasso, esprimendo la mia preoccupazione», ma «non ho mai ricevuto alcuna risposta».
«Non pensavamo a una destra così estremista»
Tra le ragioni della sua uscita, D’Aleo indica anche l’evoluzione della linea politica del partito con l’ideologo Gasparini, ex consigliere comunale della Lega a Cecina: «Probabilmente sarà lui la causa per cui Futuro Nazionale crollerà». Gasparini e una «cricca toscana che sta causando un sacco di problemi», prosegue, riferendosi ai fedelissimi di Vannacci. Secondo l’ex responsabile del comitato, nella fase iniziale del progetto politico c’erano aspettative diverse: «Nessuno pensava a una destra così estremista, onestamente».
D’Aleo rivendica il suo legame iniziale con Futuro Nazionale a Reggio Calabria: «Il mio comitato è nato subito dopo la nascita del partito. Sono stato tra i primi tesserati a Reggio Calabria», come racconta la sua tessera – ora restituita – numero 003. Poi, la crescita, con 200 iscritti. Infine, però, «un’enorme delusione»: «Tutto quello che si era prefigurato all’inizio, in realtà non s’è avverato», oltre al fatto che nel movimento «non me ne voglia, ma c’è gente con una cultura molto, molto bassa» e «si sta facendo scappare una possibile classe dirigente che un poco di cultura e qualche studio li aveva».
Molto contestata, soprattutto la seconda parte programmatica: «Ho una figlia femmina: quando ho letto la seconda parte del programma sono saltato sulla sedia. Non vorrei mai che lei, che ora ha tre anni, vivesse in un mondo come lo immaginano loro». Ma in D’Aleo c’è anche la convinzione che il programma non sia stato proprio scritto “a quattro mani”, con un vero coinvolgimento del leader: «Vannacci è stato un grande generale dell’esercito. Ci sono scritte delle cose sulla cybersicurezza o sicurezza che, per la loro banalità, non può avere scritto lui».
«Un partito che si riferisce solamente a una persona»
C’è un altro punto che ricorre con frequenza nelle recriminazioni dei fuoriusciti, e lo aveva raccontato anche il “cacciato” Sforzini in una recente intervista a Open. Si tratta della struttura interna di Futuro Nazionale, descritta come fortemente verticistica: «Purtroppo questo è un partito che si riferisce solamente a una persona», racconta D’Aleo. Difficile anche comunicare all’interno dell’organizzazione: «Quando ho chiesto di rimettere la tessera e di venire cancellato dai loro server, ho dovuto mandare quattro o cinque Pec e minacciarli di querela».
Per non parlare delle lamentele sull’inclusione di «una serie di personaggi molto chiacchierati» nel partito. È molto cauto nelle definizioni, D’Aleo, laddove invece Talarico, ha parlato più apertamente di «gentaglia». E racconta: «L’onorevole Sasso, all’epoca coordinatore del Sud Italia, mi disse: “Facciamo una lista di tutte queste persone, poi sarà nostro compito cercare di arginarle”. Ma questo non è successo». E poi il mancato coinvolgimento in assemblea costituente: «Dissero a noi delegati di inviare una proposta di discorso che sarebbe stata vagliata. In realtà poi non fecero sapere niente e scelsero loro chi doveva parlare sul palco».
Tanti comitati, pochi iscritti: «Nascono come i funghi»
D’Aleo contesta anche il proliferare dei comitati territoriali di Futuro Nazionale, molti dei quali, sostiene, composti da poche decine di iscritti: «Si vantano di avere un sacco di comitati, ma vengono fatti con dieci persone». Secondo l’ex esponente, «ognuno di noi poteva fare più comitati» e i gruppi «nascono come i funghi». Da qui l’interrogativo: «Perché farne 100 quando ne bastava uno per ogni comune?».
(da agenzie)
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Settembre 12th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO GLI ESPERTI ENTRO IL 2070 UN QUINTO DELE ABITAZIONI DI LONDRA SARA’ A RISCHIO COLLASSO
L’estate più calda mai registrata nel Regno Unito è agli sgoccioli, ma l’emergenza si sposta ora
nel sottosuolo. Secondo quanto analizzato da Enrico Franceschini per Repubblica le piogge scarse non bastano a rimediare al prosciugamento del terreno, che sta letteralmente mettendo a rischio la stabilità delle abitazioni. Il problema è particolarmente acuto a Londra e nel Sud-Est dell’Inghilterra, territori edificati prevalentemente su strati di argilla: con il calore estremo il suolo si contrae, provocando micidiali cedimenti strutturali.
Inizia tutto con una crepa
Gli effetti sono già ben visibili nelle case dei londinesi, con crepe a zig-zag sui muri, porte bloccate e finestre deformate. Ma le conseguenze sono pesanti anche sui bilanci del settore assicurativo. Le compagnie hanno già pagato 97 milioni di sterline di risarcimenti (in media 27 mila sterline a reclamo). Nell’anno precedente la spesa complessiva aveva toccato il record di 415 milioni di sterline, in aumento del 10% sul 2024. Gli esperti del settore prevedono un ulteriore peggioramento a causa delle continue ondate di calore.
Quali case rischiano di crollare
La vulnerabilità riguarda soprattutto il patrimonio immobiliare storico — oltre la metà degli edifici di Londra è stato costruito prima del 1945 — ma gli smottamenti minacciano ormai l’intero Paese. Gli studi della Cardiff University suggeriscono di contenere l’estensione delle radici degli alberi per frenare il prosciugamento in profondità, ma il tempo stringe. Se il trend climatico non dovesse invertirsi, gli esperti stimano che entro il 2070 un quinto delle abitazioni di Londra sarà a rischio collasso.
(da Open)
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Settembre 12th, 2026 Riccardo Fucile
“LA BATTAGLIA PER IL COLLE? CON L’ELEZIONE DIRETTA O IL BALLOTTAGGIO AVREBBE POTUTO FARCELA”
Chi era Emma Bonino?
«Un’icona dell’incontro tra idealismo e pragmatismo».
Francesco Rutelli, lei nel 1980 diventò segretario nazionale del Partito Radicale.
«Io avevo 26 anni e Bonino 32. Non si deve dimenticare che Emma è stata cinquant’anni nelle istituzioni. Il modo più forte per onorare una vita pubblica e politica è ricordare le sue battaglie e i suoi successi e anche i temi su cui i Radicali sono rimasti in minoranza. Vale per Bonino e vale per Marco Pannella».
Cosa li univa e cosa invece finì per dividerli?
«Lui era un leader carismatico e non transigente. Avevano un rapporto importante e complicato, come i rispettivi caratteri. Il 19 maggio lei si collegò con la Camera dei deputati per il decennale della morte di Pannella e disse: “Quando incontrerò Marco, gli chiederò cosa volesse dire con quella citazione di San Paolo che ripeteva sempre, spes contra spem ”».
Speranza contro ogni speranza?
«Una citazione che va letta alla luce delle battaglie per i diritti condotte all’insegna del pragmatismo, elemento indispensabile nella narrazione dei Radicali e di Bonino. Mai battaglie ideologiche di sistema, ma obiettivi da conseguire. Così in Italia si è fatto il divorzio e così si è combattuta la battaglia per l’aborto».
Clamorose vittorie, ma anche dure sconfitte?
«L’Europa, ad esempio, che oggi è più burocrazia che strategie. Il contrasto alla fame nel mondo. E la Cpi, appunto, istituita nel 1998 in Campidoglio. Tutte battaglie strategiche per grandi valori, che oggi faticano nella pratica, come la violazione dei diritti umani, i crimini contro l’umanità, la pena di morte».
E le donne?
«Nel 1976 i Radicali hanno il 55% dei candidati donne e ne eleggono due su quattro, Bonino e Faccio».
Numeri che colpiscono oggi, con il 36,9% di donne parlamentari e la legge in discussione al Senato che potrebbe ridurre ancora la rappresentanza.
«Bonino è la punta di diamante di una storia in cui il ruolo delle donne non è stato decorativo, ma autentico. Prova ne sia anche Adelaide Aglietta, prima segretaria di un partito».
Perché una leader così popolare e riconosciuta, che ha sempre difeso le istituzioni, non è approdata al Quirinale?Era divisiva, o era una donna?
«Era controversa, ma è stata alfiere della società civile. Se al Colle si andasse per elezione diretta e col ballottaggio, la partita sarebbe stata diversa. A proporla per prime al Quirinale furono Anna e Carla Fendi, di cui fu molto amica».
È stata amata, ma anche combattuta, a volte insultata e lasciata sola.
«È vero, nel vivo della battaglia quasi mai c’è il riconoscimento al merito. Ma attenzione, quali sono i leader politici laici e non credenti che ricevono a casa la visita del Pontefice? È stata anche fortemente avversata dalla Chiesa su temi come aborto e fine vita, ma pur nel dissenso la sua traiettoria lineare e coerente ha avuto da papa Francesco il massimo riconoscimento in vita, il più sorprendente».
Un ricordo personale?
«Una cosa spiritosa che diceva quando le facevano qualche critica è “io sono nata a Bra, sono im-bra-nata”. Nel 2001, quando mi candido premier, viene presentata una lista Pannella-Bonino che non mi appoggia, va da sola e raccoglie mezzo milione di voti. Più o meno quelli che mi sono mancati. In questi decenni Emma è stata in coalizioni di centrosinistra e centrodestra, a nominarla commissaria europea fu Berlusconi».
Qual è la lezione politica?
«I Radicali non hanno mai praticato l’antipolitica, che oggi domina. Hanno combattuto la “partitocrazia”, l’invadenza sulle istituzioni. Se si fossero seguiti i Radicali contro la degenerazione dei partiti avremmo avuto un Paese con meno pulsioni autodistruttive».
(da Corriere della Sera)
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Settembre 12th, 2026 Riccardo Fucile
“E’ IN ARRIVO UNA PIOGGIA DI RICORSI DAVANTI AL TRIBUNALE DEL LAVORO DI MILANO. IL 17 SETTEMBRE SI TERRÀ LA PRIMA DI 15 UDIENZE IN CALENDARIO FINO A DICEMBRE – LA QUESTIONE ARRIVA IN UN MOMENTO NON FACILE PER “IL BISCIONE” PERCHÉ SUL TAVOLO C’È GIÀ UN’ALTRA GRANA: L’INPS CONTESTA A “MFE-MEDIASET” CIRCA 21 MILIONI DI EURO SUL FRONTE DEI COLLABORATORI DELL’AREA VIDEONEWS
Pier Silvio Berlusconi lo aveva detto bello fiero: «Noi, in controtendenza, assumiamo».
Applauso, musica trionfale, Mediaset che cresce mentre gli altri tagliano. Peccato che, mentre il capo del Biscione raccontava la favola delle nuove assunzioni, una parte dei giornalisti – assunti con Partita Iva da una società esterna – che per anni ha mandato avanti l’informazione digitale del gruppo si preparava a lasciare la scrivania.
A fine dicembre 2025, infatti, RTI comunica di non voler più proseguire il rapporto con PrimoPiano per le attività legate a TGCom24 e SportMediaset. Risultato? Dopo anni di lavoro, più di 30 giornalisti (con contratti a Partita Iva) utilizzati quotidianamente per quelle testate si ritrovano fuori. Contratto non rinnovato. A casa. Sipario. Solo che, invece di prendere cappotto e andare via in silenzio, in molti hanno deciso di presentarsi davanti al giudice. Nessuno ne parla e nessuno ne scrive, ma noi vi anticipiamo che il 17 settembre si terrà la prima di 15 udienze in calendario tra settembre e dicembre presso il Tribunale del Lavoro di Milano, che avrà un gran da fare…
E adesso a Cologno potrebbe cominciare il forte mal di testa. Perché il problema non è soltanto che una collaborazione è finita. Il problema è quello che quei giornalisti sostengono di aver fatto per anni. Lavorare per TGCom24 e SportMediaset con turni, orari, fasce da coprire, indicazioni operative e dentro un’organizzazione editoriale che, secondo la loro ricostruzione, aveva caratteristiche molto più simili a una redazione interna che a una semplice collaborazione esterna.
La questione, peraltro, arriva in un momento decisamente poco simpatico per Mediaset. Perché sul tavolo c’è già un’altra grana: l’INPS contesta a MFE-Mediaset circa 21 milioni di euro sul fronte dei collaboratori dell’area Videonews. Oltre cinquanta persone finite sotto la lente degli ispettori perché, secondo la ricostruzione dell’Istituto, lavoravano con modalità riconducibili al lavoro subordinato pur risultando formalmente collaboratori o titolari di Partita Iva. Mediaset contesta la ricostruzione e la vicenda è materia di contenzioso. Quindi, sia chiaro, nessuna condanna preventiva: quei 21 milioni sono una contestazione. Ma il numero fa comunque rumore. E se lo metti accanto alla vicenda dei giornalisti di TGCom24 e SportMediaset, il rumore diventa un ronzio parecchio fastidioso.
Perché qui non si parla di uno che ha scritto tre articoli e poi è sparito dai radar. Si parla di giornalisti che per anni hanno lavorato nell’universo informativo Mediaset. E qui bisogna riavvolgere il nastro. Prima di PrimoPiano c’era Uomini e Affari. Poi Uomini e Affari chiude, anche dopo un’ispezione dell’Inpg, e gli stessi giornalisti vengono fatti transitare nella nuova realtà: PrimoPiano, costituita nel 2003. Stessi giornalisti, stessa area di lavoro, stesso universo editoriale Mediaset. Cambia il contenitore. Il lavoro, invece, continua.
PrimoPiano diventa così, per oltre vent’anni, la struttura attraverso la quale viene fornito personale giornalistico e supporto produttivo alle newsroom digitali di TGCom24 e SportMediaset. E qui la faccenda comincia a diventare interessante.
Perché, secondo quanto ricostruito negli atti delle controversie, quei giornalisti non stavano semplicemente a casa ad aspettare che qualcuno telefonasse con un articolo da scrivere. C’erano turni. C’erano fasce orarie. C’erano disponibilità da comunicare. C’erano responsabili. C’erano indicazioni. C’era un’organizzazione quotidiana. E c’era il sistema editoriale di Mediaset attraverso il quale venivano creati, modificati e pubblicati i contenuti. Molti giornalisti assunti con partita iva venivano introdotti ad esempio in estate in redazione a Cologno Monzese con tanto di badge aziendale, altri andavano in tv nei programmi di punta del Biscione con il sottopancia “giornalista Tgcom24”, tutti potevano intervenire direttamente sul sito e pubblicare in qualsiasi momento notizie che finivano in home page.
Insomma, formalmente fuori. Operativamente dentro. Ed è proprio su questa linea di confine che oggi si combatte la battaglia.
Ed ecco che arriva il secondo tempo. Nel giugno 2024 l’Inps avvia un’ispezione su PrimoPiano. L’Istituto riqualifica i rapporti dei giornalisti come subordinati. PrimoPiano impugna. Primo grado: vittoria della cooperativa. Sembra finita? Macché. L’INPS fa appello. E il 23 giugno 2026 la Corte d’Appello di Milano ribalta la sentenza. Secondo gli atti, viene riconosciuta la natura subordinata dei rapporti oggetto del procedimento. E tra gli elementi che pesano ci sono proprio i turni prestabiliti e l’inserimento dei collaboratori nell’organizzazione necessaria a garantire la copertura delle fasce orarie richieste. Il dettaglio che sembra banale diventa quindi il dettaglio che scotta.
Perché un conto è essere autonomi. Un altro è avere un turno. Un conto è scegliere quando lavorare. Un altro è dover garantire una fascia oraria. Un conto è essere un collaboratore esterno. Un altro è essere inserito stabilmente in una macchina redazionale.
E poi arriva il conto economico: una multa di circa tre milioni di euro, secondo la ricostruzione degli atti, con RTI chiamata a rispondere in solido.
A quel punto PrimoPiano smette definitivamente di essere una faccenda “di PrimoPiano”. Diventa una faccenda Mediaset. Perché quei giornalisti (oggi tutti a spasso) lavoravano per TGCom24 e SportMediaset.
Perché la commessa arrivava dall’universo RTI. Perché la questione riguarda il modo in cui quelle prestazioni venivano organizzate. E soprattutto perché, dopo la fine del rapporto, quei giornalisti non sono semplicemente spariti. Hanno iniziato a fare causa.
Una pioggia di ricorsi davanti al Tribunale del lavoro di Milano. Diverse udienze tra settembre e dicembre. E la domanda, sempre quella: chi era davvero il datore di lavoro?
E qui Pier Silvio torna inevitabilmente al centro della scena. Perché nel 2024 aveva rivendicato con orgoglio la politica delle assunzioni: «Noi, in controtendenza, assumiamo». Benissimo. Ma adesso c’è chi gli risponde con una domanda molto meno televisiva: quelli che lavoravano già lì? Quelli che facevano i turni? Quelli che coprivano le notti? Quelli che riempivano TGCom24 di notizie? Quelli che tenevano in piedi SportMediaset? Quelli che per anni hanno lavorato dentro quella macchina e che a dicembre 2025 si sono ritrovati senza rinnovo?
Perché la questione non è sostenere che Mediaset non assuma. Il Biscione assume eccome. La questione è capire se alcuni dei giornalisti che oggi chiedono al giudice il riconoscimento del rapporto avrebbero dovuto essere assunti molto prima che arrivassero gli ispettori, le contestazioni, le sentenze e gli avvocati.
(da Dagoreport)
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Settembre 12th, 2026 Riccardo Fucile
L’UNICO SCOPO E’ ARGINARE VANNACCI E CONSERVARE LA POLTRONA AD OGNI COSTO
La legge elettorale in votazione in questi giorni, quella che viene definita Melonellum, è il risultato della paura di perdere da parte della maggioranza: altrimenti non cambi legge elettorale a meno di un anno dalle elezioni e non lo fai dicendo “serve stabilità”, quando sei il governo più longevo della storia della Repubblica Italiana, segno che questa legge elettorale può dare stabilità.
Arginare Vannacci e il centro sinistra
Il punto è un altro: arginare l’avanzata di Vannacci rendendolo marginale e tentare di sottrarre voti al centrosinistra con una norma anti-liste piccole, aumentando in modo spropositato le firme necessarie per presentare le liste a chi non è oggi in Parlamento e facendo entrare alla Camera solo la prima lista arrivata sotto lo sbarramento.
Trucchi e tecnicismi, come sempre sono le leggi elettorali, che però se scritte alla vigilia delle elezioni e con un premio di maggioranza spropositato calcolato con i sondaggi alla mano, diventano simili alla Legge Truffa del 1953, che assegnava il 60% dei seggi a chi raggiungeva il 50% dei voti. Oggi con il 42% dei voti si ottiene il 55%: la differenza è davvero minima.
Le finte preferenze
Poi c’è il nodo preferenze: Meloni ha smentito se stessa non votando un emendamento del PD che le introduceva pienamente; è rimasta invece fedele al capolista bloccato e a un listino dove poter esprimere la preferenza. Peccato che circa un quinto degli eletti sarà davvero eletto così: per eleggere più di un candidato per collegio bisogna superare il 20% dei voti, quindi solo FdI, PD e raramente il M5S. Insomma, preferenze simboliche come contentino al proprio elettorato.
Lo stallo del paese in attesa del voto
Il governo più longevo ma tra i meno proficui della storia repubblicana è in difficoltà e da settimane il Parlamento è impantanato su questa legge elettorale. Le priorità dovrebbero essere come tagliare le accise e come aumentare i salari, e invece siamo qui a riscrivere le regole del gioco poco prima di lanciare i dadi, perché sarebbe difficile spiegare come il governo dei record e della rinascita italiana possa perdere alle elezioni successive.
(da Fanpage)
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Settembre 12th, 2026 Riccardo Fucile
LE CONSEGUENZE DEL VOTO IN GERMANIA
Il trionfo degli estremisti di destra tedeschi di Afd nelle elezioni in Sassonia Anhalt ha scosso
tutta l’Europa. Gianluca Ansalone – manager e docente di Geopolitica – ha scritto un libro che si chiama “Estremi” e descrive l’ascesa delle pulsioni estremiste, non solo in politica e nelle relazioni internazionali, ma in tutti gli aspetti della società. Con lui abbiamo discusso le cause e le conseguenze del voto in Germania.
Ansalone, c’è chi ha definito quella della Sassonia Anhalt “l’elezione più scioccante per l’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale”, è d’accordo?
Sì, sono d’accordo e non solo per la misura della vittoria di Afd, ma anche per le implicazioni che questo può avere nel risvegliare un sentimento politico più vasto in giro per l’Europa e per il mondo. Ormai noi abbiamo perso tutti i connotati della vecchia globalizzazione degli anni ’90. L’unico fenomeno che è rimasto fortemente globale è la polarizzazione degli schieramenti. Quando questo sì si trasforma in un risultato politico conclamato, perché si contano i voti nelle urne, è chiaro che il dato prende una maggiore consistenza e deve essere un campanello d’allarme per tutti quanti. Quindi senz’altro è un’elezione di altissimo valore simbolico, che riguarda una regione molto particolare della Germania, ma che potrebbe essere l’inizio di un trend.
Il cordone sanitario per tenere fuori dalla guida delle istituzioneiun partito con dichiarate simpatie filonaziste è sul punto di cedere. Siamo a un punto di svolta?
Certamente le possibili misure preventive hanno dimostrato di non funzionare a sufficienza. L’argine si è rotto un po’ per il consenso crescente verso questo movimento e un po’ perché ormai gli estremi opposti riescono addirittura a incontrarsi, a trovare un terreno comune. Cioè rende vana qualsiasi contromisura convenzionale, come banalmente la somma dei partiti che non sono agli estremi. Oggi infatti se Afd può andare effettivamente al governo in Sassonia Anhalt è anche grazie all’appoggio che gli potrebbe dare Bsw.
Il partito di Sahra Wagenknecht, che ha superato di un soffio la soglia per entrare nel parlamento regionale
Un movimento nato pressoché dal nulla, che porta il nome della fondatrice e che noi con categorie politiche novecentesche ormai superate collocheremo nell’estrema sinistra. Ma che in realtà è caratterizzato da un tratto post-ideologico e ultra populista. Nel mio libro racconto dell’unica intervista che la Wagenknecht ha dato a un giornale tedesco un paio di anni fa, all’atto fondativo del partito. Le venne chiesto il suo programma e rispose: “noi siamo per la famiglia tradizionale, zero immigrazione e la fine di tutti i conflitti”. Un po’ poco per un programma politico, ma sufficiente ad avere alla prima elezione nel bacino della Ruhr un risultato clamoroso. E oggi in Sassonia, Bsw rischia di essere la stampella di Afd.
Se quella tra gli estremi è l’unica sintesi che si realizza, è anche perché le democrazie liberali europee non riescono più a dare un’alternativa valida?
Il nodo principale in questo caso è l’inefficienza delle democrazie liberali: manca l’aggiornamento dei sistemi, la capacità di lavorare alla velocità delle sue alternative, quelle che chiamiamo genericamente autocrazie. Gli ultimi 15 anni ci hanno dimostrato la capacità di questi modelli autocratici di diventare molto efficienti sotto il profilo della decisione e di risultati come la crescita del Pil nominale o dei fattori di produzione. La democrazia invece si è incartata perché è rimasta legata a degli schemi ancora vecchi. La sfida quindi non è demolire i sistemi liberali, ma renderli in grado di funzionare. Senza cancellare i riti della democrazia che spesso vengono messi sotto accusa, come il parlamentarismo, e che invece ne sono il sale. Ma evitando che diventino un ostacolo alla decisione.
Quanto pesano le forze esterne che puntano a disgregare gli Stati eurpoei e l’Unione? Penso agli Usa di Trump e la Russia di Putin
Questo è un altro elemento secondo me di grande interesse del voto in Sassonia. Ormai le consultazioni interne hanno delle innegabili influenze di chi gioca fuori da quel perimetro e quindi ogni elezione nazionale è di fatto un banco di prova per la tenuta delle relazioni internazionali. Sotto il profilo geopolitico, non c’è alcun dubbio che si incontrano sul terreno europeo due volontà ben precise, di Stati Uniti e Russia, di ritornare ad un mondo diviso in sfere di influenza, non più a due attori, ma oggi anche con la Cina. A farne le spese sono le aree considerate più deboli o periferiche tra queste, purtroppo, anche l’Europa.
Quali sono le conseguenze?
Le conseguenze sono gigantesche. Le faccio un esempio molto concreto. Il governo tedesco di Merz, assieme all’intelligence , da tempo ha preparato un piano di reazione e risposta allo scenario considerato più che probabile, di un attacco convenzionale russo sul territorio core dell’Unione Europea, entro il 2030. Il piano riguarda le autorità di governo, le forze armate, ma anche il modo in cui singoli cittadini dovrebbero reagire, ad uno scenario apocalittico come questo. Il ministro dell’Interno tedesco nelle prossime settimane dovrà prendere una decisione politica cruciale, cioè se condividere questo piano con il nuovo presidente della Sassonia-Anhalt. È un tema delicatissimo, perché il sospetto che Afd sia in una forma di dialogo più o meno esplicito con le autorità russe è concreto e quindi quelle informazioni potrebbero diventare un vantaggio competitivo asimmetrico per il potenziale nemico del futuro. Questo porta il tema dei risultati delle elezioni nazionali e locali su un piano strategico molto più delicato, rispetto a quello del solo esito elettorale.
C’è il rischio che la battaglia politica ed elettorale negli Stati europei diventi terreno di guerra ibrida?
Non c’è alcun dubbio. Lo sono nella preparazione, nella gestione e nelle implicazioni. Si possono avere gli stessi effetti in due modi. Provando a far guadagnare a movimenti simpatizzanti per una certa linea – nel caso specifico filorussa – la maggioranza relativa o assoluta. Oppure facendo avere a quei partiti un potere di veto, affinché le decisioni più consistenti vengano bocciate quando sarà il momento di discuterne. Il ventaglio di opzioni di chi attacca è sempre più largo di chi difende.
É innegabile però che il successo delle formazioni estremiste si nutra anche di conflitti e polarizzazioni interne. Solo per fare due esempi, l’immigrazione e gli squilibri nella distribuzione della ricchezza
Questi sono esattamente i piani su cui lavora la polarizzazione, trattandoli nella forma più estrema possibile. È la stessa ragione per cui fisiologicamente la contrapposizione al movimento Maga negli Usa la fanno ormai candidati socialisti all’interno del Partito Democratico. Dopo 15 anni di gestione sostanzialmente dinastica e poi di una sconfitta sonora alle elezioni, i Democratici non trovano una risposta migliore, che organizzare la curva contrapposta al polo che si è creato nel Partito Repubblicano, i cui vertici convenzionali ormai non toccano più palla. Sarà lo schema a cui ci dovremmo abituare per tutte le elezioni del 2027 in giro per il mondo.
Sì, il 2027 sarà un anno cruciale. Si vota in Italia, Francia, Spagna Polonia, Svezia e non solo. Alla fine che Europa verrà fuori?
Dire che l’Europa potrebbe diventare il ventre molle dell’Occidente rispetto alla Russia, lo trovo ampiamente esagerato. In fondo l’infiltrazione dei russi nel Continente europeo è un fatto storico, che noi abbiamo iniziato a conoscere già durante la guerra fredda. È piuttosto plausibile invece una situazione di lento sanguinamento, cioè è in gioco la tenuta sulla lunga distanza delle nostre democrazie. I nostri sistemi nei prossimi anni potrebbero fiaccarsi al punto di diventare arrendevoli di fronte al cambiamento tumultuoso di uno scenario intorno a noi in piena ebollizione. Rischiamo di non avere la prontezza, la compattezza, l’efficienza nella decisione necessarie per gestire un cambiamento così epocale.
(da Fanpage)
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Settembre 12th, 2026 Riccardo Fucile
LA RUSSA POTEVA DICHIARARE INAMMISSIBILE LA PROPOSTA DEL CAMPO LARGO ED EVITARE LO PSICODRAMMA INTERNO ALLA MAGGIORANZA? MELONI HA FATTO UNA FIGURA BARBINA RIMANGIANDOSI LE PROMESSE DI UN TEMPO SULLE PREFERENZE PUR DI EVITARE LA ROTTURA CON FORZA ITALIA E LEGA
Il pollice verso che si leva dai banchi della maggioranza in Senato è quello di Andrea De Priamo, presidente della prima Commissione a Palazzo Madama e meloniano di lunghissimo corso.
È il segnale atteso dai parlamentari di Fratelli d’Italia: a dispetto di quanto fatto trapelare la sera precedente, alla fine voteranno contro il sub-emendamento con cui l’opposizione ha provato a introdurre delle preferenze “pure” all’interno della legge elettorale e, soprattutto, a spaccare il centrodestra.
Mentre Roma è travolta da una tempesta, quella di Palazzo Madama – almeno all’apparenza – si risolve in un bicchiere d’acqua. Amaro, però, per Giorgia Meloni. Secondo quanto è possibile ricostruire la premier avrebbe preferito non dover rinnegare sé stessa per spirito di corpo.
Meloni, insomma, per coerenza avrebbe davvero ragionato sulla possibilità di sostenere le modifiche con cui Pd, M5S, Avs e Iv hanno provato lo scacco matto, ma ciò avrebbe significato venir meno alla faticosa intesa raggiunta con Matteo Salvini e Antonio Tajani, basata sì sull’introduzione delle preferenze ma in una versione con i capilista bloccati.
«La figuraccia andava evitata» è il senso delle parole che diversi esponenti meloniani riportano. Nel partito, infatti, non manca chi fa notare che una modifica al testo della legge elettorale simile a quello approdato in Aula ieri era già stato respinto in Commissione.
Si invoca, insomma, la flessibilità che da sempre – e per ogni parte politica – caratterizza certi iter parlamentari. I veleni sono incontrollati e tracimano da via della Scrofa.
C’è chi parla di «leggerezza» di La Russa derubricando a falsità quel «non poteva fare altrimenti» che è la versione ufficiale e chi, invece, sostiene avrebbe concordato l’operazione con il capogruppo del Partito democratico Francesco Boccia – di cui il presidente del Senato resta a lungo ad ascoltare l’intervento seduto alla postazione di un commesso al primo piano di Palazzo Madama – con un obiettivo piuttosto dichiarato: offrire una via d’uscita per liberarsi di una legge elettorale che, con l’ascesa di Roberto Vannacci, ha visto snaturata la propria missione e la propria efficacia.
«Si poteva rimandare in Commissione per evitare spaccature e portarla su un binario morto» è la tesi larussiana che riporta un parlamentare di centrodestra dietro la garanzia dell’anonimato ma che, ovviamente, è difficile attribuire davvero alla seconda carica dello Stato.
A scompaginare le carte un sub-emendamento del Partito democratico, che prevedeva invece l’introduzione delle preferenze pure, eliminando i capilista bloccati.
Ecco la trappola: un testo fotocopia era stato presentato da Futuro nazionale alla Camera e votato in solitaria da FdI, vincolato dalle dichiarazioni della stessa presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che nel 2014 aveva presentato un emendamento pro preferenze (letto in aula da Matteo Renzi), stigmatizzando le corsie preferenziali per i nominati.
Quindi ora – è stato il ragionamento dei dem – come può il partito della premier cambiare idea e votare al Senato contro qualcosa per cui aveva detto sì alla Camera? È seguito un vertice più che teso tra il governo, rappresentato dalla ministra Elisabetta Casellati, e la maggioranza, con Forza Italia e Lega pronti alle barricate contro l’alleato.
La risposta finale si è incaricato di darla il capogruppo di FdI, Lucio Malan, chiudendo all’ipotesi di un voto in solitaria dei meloniani all’emendamento dem: «Manteniamo gli accordi all’interno della maggioranza. Voteremo contro». E l’aula ha respinto la proposta con 99 voti contrari e 68 a favore. […]
Al Senato il testo passerà presumibilmente indenne, visto l’assenza del voto segreto, ma rimane inevaso il problema delle quote di genere. L’emendamento prevede la preferenza di genere ma nessun vincolo per i partiti nell’individuazione dei capilista bloccati.
Dunque difficilmente le “franche tiratrici” che alla Camera avevano fatto saltare il banco potranno dirsi soddisfatte del nuovo testo che si troveranno davanti a Montecitorio il prossimo 28 settembre. […]
Piove, preferenza ladra. Meloni apre l’ombrello prima di scivolare sul subemendamento Boccia, le preferenze estese. Viene respinto (99 favorevoli e 68 contrari). Il governo che ripristina le preferenze, dopo trentacinque anni, passa come quello che le boccia. E’ una Waterloo comunicativa.
E’ il risultato della paura, di una catena di errori e della sfrenata libertà, democratica, di Ignazio La Russa che ricorda: “Io sono il presidente del Senato, ho una mia autonomia”. Per Meloni c’è la sua mano e la raccontano infuriata perché “sulla genesi di questa giornata ci sarebbe molto da …”. Marco Lisei, il senatore di FdI, dice che “si è andati fuori dal solco. Non si doveva subemendare”. Il cigno nero della storia è La Russa, lo zio me ne frego!
L’errore si sarebbe consumato in commissione, una volta presentato l’emendamento Lisei che fa decadere a cascata quelli delle opposizioni. Boccia, Paita e Pirondini, i capigruppo di Pd, M5s, Iv protestano non solo con La Russa.
Evidenziano una certa complicità degli uffici del Senato e La Russa non può consentire che si metta in discussione la nobiltà dei suoi funzionari. Garantisce che si può subemendare.
Era estate. Si sottovaluta l’effetto comunicativo e quel Vannacci che già di mattina “si appella a tutta la destra” per votarlo. Vannacci non ha senatori e può guastare a volontà, come può farlo Renzi che prende la parola per rivolgersi a Meloni: “Non si faccia impaurire da Tajani e Salvini anche perché è il solo essere vivente che si fa impaurire da Tajani e Salvini”.
Anche Boccia lavora sull’orgoglio: “Per Meloni la coerenza è una ragione di vita. Si tira indietro? E’ la sua maggioranza che in commissione ha precluso i nostri emendamenti. L’errore lo hanno commesso loro”.
Si cercano colpevoli, a destra. Andrea De Priamo, il presidente della Commissione Affari costituzionali, che ha sostituito Balboni, viene inseguito: “Devo rispondere al ministro, scusate”. […]
La legge elettorale chiamata Stabilucum continua a essere modificata tanto che meriterebbe il nome di Modificabilum. Si scopre così che la soglia per i partiti cespuglio si abbassa mentre si alza il numero di firme per chi vuole presentarsi alle elezioni. Sembra che debba cadere il mondo, il governo, che si debba andare a elezioni a gennaio.
(da agenzie)
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Settembre 12th, 2026 Riccardo Fucile
L’AUTORE DELLA BIO È TIZIANO CIOCCHETTI, ANALISTA MILITARE, POI ASSISTENTE A BRUXELLES DELL’EURODEPUTATO, CON CUI È FINITA A STRACCI: “NON ASCOLTA NESSUNO, SI CIRCONDA SOLO DI YES MAN E SA DI FARE SOLO SLOGAN E PROPAGANDA”… TUTTI I PUNTI IN COMUNE NEI PROGRAMMI DEL PARTITO DI PUTIN E DI FUTURO NAZIONALE
Roberto Vannacci ha una sua teoria sulla nascita di Roberto Vannacci. Dice che è successo tutto
per caso. Che Il mondo al contrario, autopubblicato su Amazon il 10 agosto 2023, era un libro come tanti, poche centinaia di copie vendute, fino a quando una settimana dopo Repubblica non raccontò quello che c’era scritto dentro.
Ma è andata davvero così? Perché riavvolgendo il nastro emergono tracce che portano molti mesi indietro: una biografia preparata su Wikipedia quando quasi nessuno conosceva l’allora generale.
E poi ci sono le idee. Se si sovrappongono alcuni dei punti centrali del progetto politico di Vannacci alle posizioni sostenute dalla Russia, le coincidenze diventano numerose.
Tante da rendere necessaria una domanda: quanto c’è stato di spontaneo nell’operazione Vannacci? C’è chi una risposta se l’è già data. «È stata tutta un’operazione progettata a tavolino, non c’è dubbio», racconta a Repubblica uno degli editor di Wikipedia che si occuparono della voce del generale, basandosi su una serie di elementi raccolti proprio quando la storia di Vannacci cominciava. Sei mesi prima dell’agosto 2023.
Il 16 febbraio qualcuno apre su Wikipedia un account: Hockler73. Una settimana dopo carica una fotografia privata di Vannacci risalente al 2013, quando comandava il Col Moschin, e comincia a costruire una voce dedicata al generale. Vannacci in quel momento è sostanzialmente sconosciuto al grande pubblico. La prima bozza è molto dettagliata, quasi curriculare. Gli editor la considerano troppo promozionale. Hockler73 insiste, interviene, chiede che venga pubblicata.
Finché la comunità di Wikipedia gli pone una domanda precisa: sta lavorando in conflitto di interessi? La risposta è sì. Hockler73 dichiara di scrivere quella voce «per incarico del diretto interessato». Il diretto interessato è Vannacci. Il 9 marzo la pagina viene pubblicata. Cinque mesi prima del libro.
A dare un nome a Hockler73 è stata Facta: Tiziano Ciocchetti, analista militare, autore per diverse testate specializzate e collaboratore fino al 2024 del Fatto Quotidiano. «Come altri generali, anche Vannacci voleva una sua pagina di biografia, lo andai a conoscere, il nostro tramite era Fabio Filomeni», spiega Ciocchetti. «C’era il libro in lavorazione, il successo che poi ha avuto non era preventivato», continua.
Ciocchetti poi sarà a Lamezia Terme, alla fine dell’agosto 2023, quando viene lanciato il movimento “Il mondo al contrario” e Vannacci interviene telefonicamente per benedire l’iniziativa. Più avanti il rapporto diventa anche professionale: dopo l’elezione del generale al Parlamento europeo, Ciocchetti lavorerà come suo assistente a Bruxelles fino al gennaio scorso.
Non è finita bene: «Non siamo mai andati d’accordo, era pesante stargli accanto: non ascolta nessuno, si circonda solo di yes man e sa benissimo di fare solo slogan e propaganda. Non è stato quello che mi aspettavo».
Ciocchetti aveva firmato la postfazione di Morire per la Nato?, il libro di Filomeni, a lungo uno degli uomini più vicini a Vannacci (col quale, anche lui, poi ha rotto). Un volume fortemente critico nei confronti dell’Alleanza Atlantica, dove l’invasione dell’Ucraina viene letta anche come risposta all’espansione della Nato verso Est.
«Su Vannacci e la Russia — racconta — posso dire solo questo: lo chiamai il 25 febbraio 2022, l’attacco a Kiev era appena partito, lui era di stanza a Mosca e gli chiesi come stavano così le cose. Mi rispose: “no no, qui tutto a posto….”.
Da ex incursore, sa davvero poco di strategia, mentre in politica mutua un po’ le tecniche di guerra psicologica definite PsyOps», fatte di disinformazione e manipolazione.
Intanto Russia Unita, il partito di Putin, ad agosto ha varato il nuovo programma politico in vista delle elezioni della Duma. Quasi contemporaneamente Futuro nazionale ha messo nero su bianco la sua piattaforma per l’Italia 2027-2037.
E dal confronto fra i due programmi le analogie sono significative: centralità della nazione e della sovranità, difesa dei valori tradizionali contro quelli imposti dall’esterno, famiglia e natalità come garanzia della sopravvivenza del popolo, sovranità economica e tecnologica, immigrazione subordinata all’adesione ai “nostri valori”: se i putiniani scrivono di un «ingresso solo a chi condivide i nostri valori», Fn parla della precondizione di «adesione ai valori della nostra civiltà».
Oppure, i primi: «Più siamo, più forte è la nostra Patria»; i futuristi: serve «partire dal rilancio demografico». Nazionalismi fotocopia, se va bene.
(da Repubblica)
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