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BAGNO DI FOLLA ALLA LIBRERIA FELTRINELLI PER SILVIA SALIS PER LA PRESENTAZIONE DEL SUO LIBRO “E’ GIA’ DOMANI”

Ottobre 14th, 2026 Riccardo Fucile

TUTTO ESAURITO PER LA SINDACA DI GENOVA, UN PERCORSO TRA PRESENTE E FUTURO, VISIONE POLITICA E TRASFORMAZIONI DELLA SOCIETA’

Bagno di folla alla libreria Feltrinelli di via Ceccardi per Silvia Salis, protagonista di un incontro molto partecipato in occasione della presentazione di È già domani, (Feltrinelli) la sua nuova opera editoriale, che si propone come un vero e proprio libro-manifesto. A dialogare con la prima cittadina è il giornalista Corrado Formigli, chiamato ad accompagnarla in un confronto sui temi centrali del volume, tra visione politica, trasformazioni della società e prospettive per il futuro.
L’appuntamento si trasforma in un momento di confronto che va oltre la semplice presentazione letteraria, attirando l’attenzione di un pubblico numeroso e interessato a conoscere più da vicino il pensiero e le ambizioni della sindaca. Attraverso le pagine del libro, Salis ripercorre i passaggi più significativi della propria riflessione, delineando le idee che ne ispirano l’impegno pubblico e le sfide che attendono la politica nei prossimi anni.
Il titolo, È già domani, già usato per la vittoriosa campagna elettorale per le comunali dello scorso anno, racchiude il senso di una riflessione che invita a guardare oltre l’immediato, affrontando le questioni del presente con uno sguardo rivolto ai cambiamenti in corso e alle opportunità ancora da costruire. Nel dialogo con Formigli emergono così i temi e gli spunti più rilevanti dell’opera, in un incontro che intreccia racconto personale, visione amministrativa e ragionamento sul futuro del Paese.
Prima di iniziare un dialogo serrato sul libro “È già domani”, Formigli e Salis hanno ricordato la battaglia che a pochi metri da qui stanno portando avanti i lavoratori dell’ex Ilva, che oggi hanno occupato la Prefettura.
La situazione ex-Ilva
“Sono in costante contatto con i commissari, li ho sentiti anche pochi minuti fa, si sta cercando una soluzione e io devo dire personalmente che non sono pessimista, perché vedo che la soluzione si sta cercando e si sta cercando di trovare – commenta la sindaca di Genova Silvia Salis -. In questo momento gli operai, ai quale va il mio pensiero, sono in prefettura, loro stanno lottando per il loro lavoro, ricordo che ogni giorno di sciopero per loro sono più di 100 euro in meno sullo stipendio, quindi va considerata anche questo e pensare a quanto è importante che una soluzione si trovi nel breve tempo”.
Il ricordo del padre Eugenio
Una Silvia Salis commossa ha ricordato il padre Eugenio, che ha dato il nome al figlio, nato un paio di anni fa. Parole di amore sono state espresse nei confronti del papà custode di Villa Gentile e comunista di nascita e di credo. “Il valore del lavoro” questo è stato il più grande insegnamento del padre, venuto a mancare proprio nei giorni in cui Salis fu incoronata candidata sindaco di Genova. Il libro è un messaggio di una storia italiana dove una bambina che è nata in un campo di atletica, figlia di un operaio, è riuscita con la fatica e il lavoro e la meritocrazia a ottenere i risultati che voleva e poi entrando in politica a diventare sindaca della città in cui è nata e che ama. E per farlo non poteva far riferimento al padre Eugenio.
Il no alle primarie
Nel 2022, prima delle elezioni politiche, uscì “Io sono Giorgia” dell’allora leader di Fratelli d’Italia che poi diventò presidente del Consiglio. Nel 2026, a qualche mese dal voto, esce “È già domani” di Silvia Salis. Che sia il lancio della campagna elettorale?
“È una coincidenza (ride ndr). Nel futuro e negli anni chiunque ha ambizioni, credo che sia importante avere un sindaco rilevante, un sindaco credibile e rilevante dà potere alla città” ha aggiunto Salis. Nessuna dichiarazione per il futuro più imminente, ancora un “no” netto alla Primarie, anzi un messaggio forte e chiaro a Conte e Schlein, che sembrano non tornare indietro sui gazebo. “Spero che non si buttino in questa avventura, io non mi candido e lo ribadisco” le parole di Salis. Una stilettata ma al miele, a Elly Schlein, pronta a giocarsi la partita alle Primarie. “Elly legittimamente vuole giocarsi questa partita, con la convinzione di vincerle e ha il diritto di pensare di farle. I nostri elettori si meriterebbero un po’ di più, sono stoici nel difendere un campo che fa fatica a stare insieme. Non è facile e non è scontato”
Salis federatrice del centrosinistra?
In molti vedono Silvia Salis come possibile federatrice del centro, un centro che però deve trovare ancora la sua bussola. “Io cosa dovrei fare? La copertina di un gruppo di persone che non so se vogliono stare insieme? – domanda retoricamente la sindaca -. Io sono un’elettrice del Pd che quando ha perso le anime più centriste ha perso anche voi, il Pd è stato un partito che ha toccato una punta storica del 40% e lo ha fatto quando dentro conteneva tante realtà politiche”.
Patrimoniale ed evasione fiscale
Tra i temi più scottanti che spesso dividono anche il centrosinistra, quello legato alla patrimoniale, che Avs presenterà in un programma specifico domenica prossima.
“Siamo riusciti nel capolavoro di far credere che la patrimoniale ricada sulle tasche di chi sta mediamente bene, il tema della patrimoniale va costruito bene, bisogna fare un discorso più ampio sull’evasione fiscale, su questo bisognerebbe essere radicali, anche se sulla patrimoniale bisogna parlarne – ha commentato Salis -. Il governo parla delle tasse come pizzo di Stato, dicono di pagare in contanti, ma qui manca lo stato sociale. Alle mense sociali ci vanno i lavoratori, quelli in giacca e camicia. Senza il volontariato il paese crolla”.
Immigrazione e integrazione
Il tema dell’immigrazione, che probabilmente sarà al centro del battage politico delle prossime elezioni, è stato tema di confronto tra Formigli e Salis alla Feltrinelli. “Bisogna formare veramente una classe che possa lavorare, che sappia l’italiano e possa inserirsi in questa società, e farli arrivare in Italia per lavorare, con i documenti a posto – commenta Silvia Salis -. Nel campo largo una ricetta sull’immigrazione deve essere chiara, rassicurante per i cittadini, perché naturalmente deve essere rassicurante, ma che vada incontro a queste necessità, che sono quelle che noi abbiamo bisogno degli stranieri integrati perché si integrino nel tessuto, lavorino, paghino le tasse e contribuiscano a far crescere il Paese”. È facile, secondo la prima cittadina, gridare all’invasione senza fare nulla, nessuna politica di integrazione.
La parte più intima: la fecondazione assistita
È arrivato poi il momento della parte più intima e profonda, quella legata alla nascita del figlio Eugenio, concepito con la fecondazione assistita. “Innanzitutto questa non è politica ma il sostegno a tutti gli uomini e a tutte le donne che hanno passato questo percorso – spiega Salis -. Quando dicevo che ho fatto la fecondazione assistita le altre ascoltavano e non lo dicevano, si vergognavano”. Un tabù, la vergogna di non riuscire a concepire, un messaggio per coloro che arrivano a 40 anni e non riescono a rimanere incinte. “Mio figlio è nato nel laboratorio, con la dottoressa, mi ricordo tutto, è stato romantico? No, ma quello che sentite urlare è mio figlio (in sala alla Feltrinelli) ed è la cosa più romantica. Sentiamo parlare tanto di natalità ma in Italia è a zero, questo paese ha bisogno di proposte concrete, non bisogna far ascoltare il battito del feto per impedire l’aborto”. Per Silvia Salis servono tre semplici cose: servizi, pianificazione con le donne giovani (congelare gli ovuli e farlo gratis) e fecondazione assistita con fondi destinati. “È difficile e durissima, è carissima se la fai nel privato, nel pubblico devi trovare posto e non è facile, io mi facevo le punture in treno, in aereo, ovunque, non c’è niente di sbagliato in nessuna scelta che facciamo” il messaggio finale di Salis.
Le cinque domande di Formigli sotto forma di quiz
1- Cosa invidia a Giorgia Meloni? “Il suo elettorato e la capacità del suo elettorato di avere la memoria corta”.
2- Cosa rimprovera a Elly Schlein? “Non rimprovero niente, sta nel posto più pericoloso della politica e non solo. Forse, dopo quattro anni di opposizione, è difficile rimproverare qualcosa, non bisogna dire nessuna cosa divisiva. Me le tengo per me”.
3- Chi è il modello politico a cui si ispira? “È una donna di grande ispirazione: è qui con me, è Roberta Pinotti”.
4- Dove si vede tra cinque anni? “Vediamo come va il primo mandato”. Cinque mesi? “Qua a Genova”.
5- Non è proprio una domanda ma la richiesta di lettura delle ultime parole, dell’ultima frase del libro: “Non ci sopravvalutiamo, non siamo gli eletti, non ancora”.

(da Primocanale)

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CONGRESSO LEGA, GARAVAGLIA SFIDA SALVINI: “FORSE CI CANDIDIAMO E CI DIVERTIAMO”

Ottobre 14th, 2026 Riccardo Fucile

AL CONGRESSO FARSA DELLA LEGA (CON I DELEGATI SCELTI DA SALVINI), L’EX MINISTRO DEL TURISMO STA VALUTANDO SE PRESENTARSI… SE LO FACESSE, IL VOTO SAREBBE A SCRUTINIO SEGRETO

Un’alternativa a Matteo Salvini potrebbe materializzarsi al congresso straordinario della Lega, in programma a Milano il 24 e 25 ottobre. Massimo Garavaglia, senatore, presidente della commissione Finanze ed ex ministro del Turismo, ha confermato l’intenzione di valutare una propria candidatura alla segreteria del partito.
«Può essere che ci candidiamo. Mi piace la vena goliardica. Sì, forse ci candidiamo e ci divertiamo», ha dichiarato Garavaglia anticipando la decisione al Foglio e confermandola poi all’ANSA.
Chi è Massimo Garavaglia e a quale corrente leghista appartiene
La mossa del senatore — figura vicina al ministro Giancarlo Giorgetti e al presidente della Regione Lombardia Attilio Fontana — punta a dare voce e rappresentanza all’ala nordista e di governo del Carroccio.
Se la sua candidatura venisse formalizzata, farebbe decadere l’ipotesi di un’acclamazione unitaria per Salvini, imponendo il ricorso al voto a scrutinio segreto e permettendo all’opposizione interna di contarsi. «È chiaro che il voto non può che essere a scrutinio segreto», ha sottolineato lo stesso Garavaglia.

(da agenzie)

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CI VUOLE UN MORTO IN EUROPA PER CAPIRE CHE PUTIN È IN GUERRA CON NOI? IL MINISTRO DEGLI ESTERI POLACCO, RADOSLAW SIKORSKI, PONE LA QUESTIONE: QUAL È IL CONFINE TRA ATTACCO IBRIDO E AGGRESSIONE BELLICA? QUAND’È CHE LA NATO DOVREBBE CONSIDERARE UN’AZIONE DI SABOTAGGIO RUSSA DEGNA DI UNA RISPOSTA?

Ottobre 14th, 2026 Riccardo Fucile

VARSAVIA HA GIÀ INVOCATO L’ARTICOLO 4 DELL’ALLEANZA ATLANTICA, ANTICAMERA DEL 5, CHE OBBLIGHEREBBE I PARTNER A RISPONDERE … “MAD VLAD”, SECONDO GLI STATI BALTICI, POTREBBE PRESTO “TESTARE” LA RESISTENZA DELLA NATO – DA ANNI MOSCA PENETRA GLI STATI UE CON AZIONI IBRIDE, MA PRESTO POTREBBE ALZARE L’ASTICELLA

Qual è il confine tra attacco ibrido e aggressione bellica, quand’è che la Nato dovrebbe considerare un’azione di sabotaggio russa degna di una risposta? Radoslaw Sikorski, ministro degli Esteri polacco, ha posto ieri questo interrogativo ai suoi alleati europei attraverso un’intervista al Financial Times. E li ha avvertiti che farebbero meglio a prepararsi a un’azione «letale» russa, a «qualcuno che potrebbe essere ucciso».
Mosca sta intensificando le sue azioni di destabilizzazione su suolo europeo, sostiene il capo della diplomazia di Varsavia. «La domanda è cosa considereremo un attacco» ha aggiunto. Perché un conto sono le incursioni che non danneggiano persone.
«Ma se la gente comincia a morire, dovremo fare una conversazione seria, alla Nato». Il punto è che «occorre stabilire quando la Russia sarà andata troppo oltre».
La Polonia e i Paesi Baltici hanno vissuto negli ultimi tempi un’enorme intensificazione di azioni ostili da parte di Mosca: sabotaggi, incursioni di caccia e droni, attacchi incendiari, cyber aggressioni. E Sikorski ricorda che la Polonia e l’Estonia hanno anche invocato l’Articolo 4 della Nato, l’anticamera del 5 che obbligherebbe i partner dell’Alleanza a rispondere. Ma ha lasciato intendere che occorra fare di più.
Un allarme analogo è giunto ieri dal Regno Unito. Il capo dell’intelligence Ken McCallum ha definito la Russia «l’aggressore numero uno». Il direttore del MI5 ha confermato che è in atto un’escalation della guerra “ibrida” russa, e che Mosca è impegnata a restare sempre un filo sotto al livello di aggressione che scatenerebbe una reazione diretta della Nato.
A causa delle capacità di intervento compromesse dall’esplosione di mille funzionari russi delle ambasciate dall’inizio dell’aggressione militare in Ucraina, Mosca sta facendo affidamento su volontari e criminali reclutati ad hoc, ha concluso McCallum.
A proposito di agenti ‘low cost’ reclutati dal Cremlino: il premier polacco Donald Tusk ha fatto sapere ieri che c’è lo zampino della Russia anche nel sabotaggio di una stazione terrestre di Starlink avvenuto a settembre in Polonia.
L’azione sarebbe stata commissionato dai servizi segreti russi. E due cittadini turchi […] sono stati arrestati lunedì in Germania. Secondo il premier polacco, «tutto indica che abbiano agito per conto della Russia».
L’incendio doloso risale al 23 settembre e ha colpito una stazione nella regione della Masovia, a circa 50 chilometri a sud di Varsavia, importante per le comunicazioni ucraine e le operazioni dell’esercito di Kiev.

(da agenzie)

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IL GOVERNO HA TRASFORMATO IL PARLAMENTO IN UN ESERCITO DI “SCHIACCIA-BOTTONI” E SI LAMENTA SE I PARLAMENTARI SI GRATTANO . GIORGETTI, DOPO IL SUO INTERVENTO NELL’AULA DESERTA DELLA CAMERA, SBUFFA E ACCUSA I DEPUTATI MA IL GOVERNO MELONI HA ESAUTORATO IL PARLAMENTO DEL SUO RUOLO, CHIEDENDO 131 VOTI DI FIDUCIA IN QUATTRO ANNI, UN RECORD CHE HA DELEGITTIMATO LE CAMERE

Ottobre 14th, 2026 Riccardo Fucile

LE TRUPPE DI PEONES, QUINDI, UN PO’ PER APATIA, UN PO’ PER RIPICCA E UN PO’ PER POCA VOGLIA DI LAVORARE, AL MOMENTO DEL BISOGNO ARRIVANO CON CALMA

La fotografia è quella di inizio giornata, alla Camera: il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, alle 9, parla dello scostamento di bilancio e delle prospettive economiche di fronte a un’aula praticamente deserta.
I deputati della destra stanno arrivando in ritardo, alla spicciolata. Con la sua ironia british, Giorgetti saluta i pochi presenti nell’emiciclo di Montecitorio, poi sbuffa con Repubblica: «Non vogliono lavorare». Una maggioranza non solo spaccata, ma anche indolente.
Le responsabilità, tuttavia, non sono solo degli onorevoli scansafatiche. Il governo ha trasformato il Parlamento in una schiera di “schiaccia-bottoni” come mai è avvenuto nella storia repubblicana: Giorgia Meloni ha chiesto 131 voti di fiducia in quattro anni, un record assoluto che ha finito per delegittimare le Camere. Un record che ha anestetizzato i parlamentari che, un po’ per apatia e un po’ per ripicca, al momento del bisogno arrivano con calma.
Nel frattempo la manovra non c’è ancora, ma ha già prodotto un effetto: ha spaccato il governo. Il taglio dell’Irpef al ceto medio, tanto decantato a mezzo stampa, potrebbe restare nello scaffale, già gremito, delle promesse tradite.
Tanto che nell’ordine del giorno del Consiglio dei ministri che si è svolto ieri sera è sparita la voce «illustrazione delle linee guida della legge di Bilancio». Nella prima versione era un punto da affrontare, nell’aggiornamento è stato cancellato.
L’elefante nella stanza è diventato il taglio dell’Irpef ai redditi tra 50mila e 60mila euro. Sembrava uno dei pilastri del provvedimento. Poi c’è stata la frenata. Il costo di poco meno di 3 miliardi di euro, per una platea di 3 milioni di contribuenti, ha fatto venire qualche dubbio a Giorgia Meloni: il ritorno elettorale sarebbe minimo.
Soprattutto quando Giorgetti ha fatto notare che tra le tante idee, qualcosa bisognava eliminarla. Perché le risorse sono limitate. Dal Mef si sono limitati a far notare che la riduzione dell’Irpef era un’ipotesi. Certo è che non l’aveva proposta un passante a caso, bensì il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, ed è da sempre sostenuta da Forza Italia.
Il vicepremier Antonio Tajani avrebbe voluto inserire la riduzione dell’aliquota per la fascia di reddito 50-60mila euro già nella scorsa finanziaria. «Riteniamo ancora che si debba assolutamente procedere per il taglio dell’Irpef», ha detto il segretario di FI. Da qui il rilancio della sfida a Matteo Salvini sulle banche: «Devono pagare le tasse come tutti ma non sono il nemico».

(da agenzie)

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ELON MUSK, IL BANCOMAT DI DONALD TRUMP. IL MILIARDARIO KETAMICO HA SBORSATO, FINORA, CIRCA 366 MILIONI DI DOLLARI PER IL VOTO DI METÀ MANDATO DI NOVEMBRE, DI CUI 276 MILIONI DA LUGLIO, PER AIUTARE I REPUBBLICANI A MANTENERE IL CONTROLLO DEL CONGRESSO (CAMERA E SENATO)

Ottobre 14th, 2026 Riccardo Fucile

SE PER MUSK LA POSTA IN GIOCO È ALTA, DATO CHE I DEMOCRATICI HANNO CHIESTO INDAGINI SUI SUOI CONTRATTI GOVERNATIVI COME CEO DELLA SOCIETÀ AEROSPAZIALE SPACEX, NONCHÉ SUL SUO OPERATO ALLA GUIDA DEL DIPARTIMENTO PER L’EFFICIENZA GOVERNATIVA, PER IL TRUMPONE È ALTISSIMA: PERDERE LA MAGGIORANZA REPUBBLICANA SIA ALLA CAMERA CHE AL SENATO SAREBBE LA SUA FINE… DOPO CHE I PREZZI DEL DIESEL SONO SCHIZZATI A OLTRE 6 DOLLARI AL GALLONE A SEGUITO DELLA SCIAGURATA GUERRA CON L’IRAN, IL GRADIMENTO DI TRUMP È SCESO AL 30%

Elon Musk ha speso finora circa 366 milioni di dollari nel ciclo elettorale di metà mandato statunitense del 2026, di cui 276 milioni da luglio per aiutare i repubblicani a mantenere il controllo del Congresso, anche se le possibilità dei democratici di riconquistare la Camera e il Senato degli Stati Uniti sono migliorate.
Secondo i registri dei finanziamenti elettorali, la generosità di Musk, già riportata dal “New York Times”, rende probabilmente l’uomo più ricco del mondo il maggiore finanziatore politico delle elezioni di quest’anno.
Per Musk la posta in gioco è alta, dato che i democratici alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti hanno chiesto indagini sui suoi contratti governativi come CEO della società aerospaziale SpaceX, nonché sul suo operato alla guida del Dipartimento per l’Efficienza Governativa sotto la presidenza di Donald Trump.
Ecco una ripartizione delle sue spese politiche, confermata da un portavoce del suo super PAC America PAC.
• Musk ha speso finora 366 milioni di dollari in questo ciclo elettorale, iniziato il 1° gennaio 2025.
• Almeno 276 milioni di dollari sono stati finora destinati a gruppi repubblicani e al suo stesso super PAC da luglio. Dei 276 milioni di dollari di donazioni del terzo trimestre:
• 158 milioni di dollari sono stati destinati al Senate Leadership Fund, il super PAC creato per aiutare a eleggere i repubblicani al Senato e allineato con il leader della maggioranza al Senato John Thune, un repubblicano del South Dakota.
• 20 milioni di dollari sono stati destinati al Congressional Leadership Fund, il super PAC creato per i repubblicani della Camera e allineato con il presidente della Camera Mike Johnson, un repubblicano della Louisiana.
• 76 milioni di dollari sono stati destinati all’America PAC di Musk.
• 10 milioni di dollari sono stati destinati al Lone Star Liberty PAC, che sostiene la candidatura al Senato degli Stati Uniti in Texas del procuratore generale repubblicano dello stato, Ken Paxton, dove i recenti sondaggi lo vedono in una situazione di parità con il democratico James Talarico.
• 10 milioni di dollari sono stati destinati all’Associazione dei Governatori Repubblicani.
• Due milioni di dollari sono stati destinati all’Associazione dei procuratori generali repubblicani.
• America PAC sta aiutando i candidati repubblicani in sette stati chiave e in quasi una trentina di elezioni per la Camera dei Rappresentanti.
• Le nuove donazioni saranno rese pubbliche quando molti super PAC saranno tenuti a divulgare le proprie spese del terzo trimestre giovedì.
• Secondo quanto riportato dal New York Times, Musk ha anche donato ulteriori somme di denaro tramite gruppi che non rivelano l’identità dei propri donatori.
• Circa 90 milioni di dollari spesi in questo ciclo elettorale hanno finanziato attività svolte nelle elezioni precedenti o sostenuto altre iniziative, tra cui un candidato non eletto alla Corte Suprema del Wisconsin e un controverso programma che prevedeva il pagamento di 1 milione di dollari agli elettori registrati che avevano firmato una petizione a sostegno della libertà di parola e del diritto al possesso di armi, secondo un portavoce di America PAC.
• Musk ha speso circa 290 milioni di dollari durante l’ultimo elezione presidenziale, in cui Trump ha vinto le elezioni presidenziali contro l’ex vicepresidente Kamala Harris.

(da agenzie)

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MASTELLA: “UNA FOLLIA ESCLUDERE RENZI. OCCORRE QUALCUNO CHE METTA INSIEME TUTTI QUESTI CENTRI E CENTRINI. SE VOGLIONO, LO FACCIO IO IL FEDERATORE DEL CENTRO. OPPURE RICHIAMINO PRODI, MA QUALCOSA SI FACCIA!”

Ottobre 14th, 2026 Riccardo Fucile

IL NO ALLE PRIMARIE E LA LEZIONE DI POLITICA AI CESPUGLI CENTRISTI (“QUESTI RISCHIANO TUTTI DI RESTARE FUORI E NON LO CAPISCONO, È UN SUICIDIO, UN NONSENSE POLITICO MAI VISTO IN VITA MIA”) E A CONTE: “SE VUOLE FARE IL PRESIDENTE DEL SENATO, O QUEL CHE È, NELLA PROSSIMA LEGISLATURA, ALLORA CAPISCA CHE NON PUÒ METTERE VETI. LUI E SCHLEIN DOVREBBERO CAPIRE”… LA SOLUZIONE: OGNI SETTIMANA SI FACCIA UN SONDAGGIO: CHI PUO’ BATTERE GIORGIA MELONI? ALTRO CHE PRIMARIE, COSI’ SI VINCE”

“Occorrerebbe qualcuno che mettesse insieme tutti questi centri e centrini. Io l’ho detto: possono impegnarmi. Se mi chiedono di mediare, mi offro per farlo: medio io”. Clemente Mastella inviato speciale per il centro del campo largo? “Ci sono: se vogliono, faccio il ‘federatore’ della casa riformista”, risponde ridendo l’ex ministro della Giustizia e sindaco di Benevento. “Capisco che verso di me possano avere diffidenze, ma allora trovino qualcuno, richiamino Prodi piuttosto, ma qualcosa si faccia!”.
Mastella ne è convinto: “ Serve una sorta di nuova Margherita e, siccome si vince o si perde per poco, mi pare una cosa senza né capo né coda dal punto di vista politico quella di mettere fuori Renzi. E’ una follia”. Eppure a Conte e ai 5 stelle il nome dell’ex premier non va proprio giù. “Se Conte vuole fare il presidente del Senato, o quel che è, nella prossima legislatura, – risponde Mastella – allora capisca che non può mettere veti. Anche senza di me, ad esempio, a Benevento e Avellino non prendono un voto”.
Poi il fu fondatore dell’Udeur va avanti come una furia, incontenibile, senza quasi mai riprendere fiato: “La chiamassero piuttosto ‘casa formista’, almeno magari qualcosa si forma davvero. Questi rischiano tutti e non lo capiscono”. In che senso? “Immaginiamo che ognuna di queste liste prenda il 2,9, il 2,7 e così via: tranne una, tutte le altre rimarrebbero fuori con percentuali di tutto rispetto e moltissimi voti…un suicidio, un nonsense politico che non ho mai visto in vita mia”.
Anche sulle primarie del centrosinistra Mastella è molto critico: “Rischiano di diventare uno stillicidio.
Eppure ci sarebbe una soluzione molto più semplice: ogni settimana ci sono le rilevazioni di dieci istituti di sondaggi diversi, italiani e stranieri, ma perché non se ne fa uno per vedere chi può battere davvero la Meloni? Altro che primarie, così si vince!”. Conte e Schlein non sembrano affatto intenzionati a fare passi indietro… “Dovrebbero capire che non diventi un leader se non lo sei, la Meloni lo è perché ha i numeri, loro no”

(da agenzie)

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IL DRAMMA DEI NOSTRI DEPUTATI: L’ARIA CONDIZIONATA E’ TROPPO FREDDA (MA PERCHÉ È ANCORA ACCESA A OTTOBRE?)

Ottobre 14th, 2026 Riccardo Fucile

RITA DALLA CHIESA, PARLAMENTARE DI FORZA ITALIA: “SONO STATA MALE E TANTE COLLEGHE SI SONO RAFFREDDATE, HANNO AVUTO MAL DI GOLA, E SONO STATE COSTRETTE A COPRIRSI CON SCIARPE E SCIALLI, ANCHE QUESTA ESTATE”

Non c’è solo il dilemma voto sì, voto no. A tormentare l’equilibrio dei deputati della Camera c’è anche il ‘pericolo’ dell’aria condizionata. Non sono pochi i parlamentari costretti in questi mesi a fare incetta di paracetamolo e aerosol per curare raffreddori e bronchiti particolarmente fastidiosi.
Tra le ‘vittime’ l’azzurra Rita Dalla Chiesa, che ha contratto una polmonite per l’aria ‘sparata’ nell’emiciclo, anche d’autunno, e si fa portavoce del malessere bipartisan di numerose colleghe. Al punto che tramite il suo avvocato avrebbe mandato una lettera alla presidenza della Camera per chiedere spiegazioni e ottenere un abbassamento della temperatura, non solo in Aula.
‘Meno aria fredda per tutti’, scherza un parlamentare forzista prendendo spunto dal celebre slogan coniato da Silvio Berlusconi per la campagna elettorale del 2001 e apparso sui manifesti ‘6X3’. ”Sono stata male e tante colleghe si sono raffreddate, hanno avuto mal di gola, e sono state costrette a coprirsi con sciarpe e scialli, anche questa estate”, confida con la voce ancora rauca la deputata di Forza Italia”.
Il vero problema, spiega, è “l’aria ghiacciata, che “lasciano aperta sempre e non ho capito perchè. Io non ho chiesto mica di toglierla”, altrimenti “come si fa ad affrontare il caldo tropicale di qualche mese fa”, ma “semplicemente ho proposto di aumentare la temperatura” per raggiungere un freddo ‘normale’, più tollerabile. Ora si avvicina l’inverno e va da sè tarare l’impianto di refrigerazione, ma anche nei mesi di gran caldo, sottolinea Dalla Chiesa, ”se fa tanto freddo a Montecitorio, possiamo ammalarci più facilmente”.

(da agenzie)

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DOPO LA FRANCIA, ANCHE IN ALBANIA GLI STUDENTI SCENDONO IN PIAZZA PER PROTESTARE CONTRO IL GOVERNO: “QUANDO I GIOVANI SI SVEGLIANO, IL GOVERNO CADE” , I MANIFESTANTI HANNO CHIESTO LE DIMISSIONI DEL PREMIER EDI RAMA

Ottobre 14th, 2026 Riccardo Fucile

LA SITUAZIONE È DEGENERATA DOPO CHE UN GRUPPO DI PARTECIPANTI AL CORTEO HA INIZIATO A LANCIARE UOVA, PETARDI, PIETRE E ALTRI OGGETTI CONTRO L’EDIFICIO DEL MINISTERO DELL’ISTRUZIONE E CONTRO LA POLIZIA. GLI AGENTI HANNO RISPOSTO CON IDRANTI, GAS LACRIMOGENI, SPRAY URTICANTI E MANGANELLI: IL BILANCIO È DI VENTI FERITI E 40 ARRESTI

Almeno venti feriti, circa 40 persone accompagnate nei commissariati per accertamenti, edifici pubblici e attivita’ commerciali danneggiati e cinque agenti di polizia sospesi dal servizio: e’ il bilancio provvisorio dei violenti scontri che hanno interessato Tirana per oltre otto ore, nel corso della manifestazione organizzata ieri pomeriggio, 13 ottobre, dagli studenti davanti al ministero dell’Istruzione.
Secondo le ricostruzioni delle emittenti albanesi “Report Tv” ed “Euronews Albania”, la protesta, iniziata intorno alle 14 a una settimana dall’avvio dell’anno accademico universitario, si e’ progressivamente trasformata in una serie di scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, estendendosi dal ministero dell’Istruzione a diverse zone della capitale, fino alla sede del municipio e al mercato del Pazari i Ri.
La manifestazione era stata convocata per denunciare le condizioni dell’istruzione superiore, gli elevati costi universitari, le insufficienti opportunita’ di lavoro per i giovani e la mancanza di risposte istituzionali. Ai dimostranti si sono aggiunti altri cittadini e gruppi antigovernativi, mentre gli slogan iniziali, tra cui “Vogliamo condizioni, vogliamo conoscenza, non favole governative” e “Quando i giovani si svegliano, il governo cade”, sono stati affiancati dalle richieste di dimissioni del primo ministro Edi Rama.
La situazione e’ degenerata intorno alle 15, quando alcuni manifestanti, tra cui giovani con il volto coperto, hanno iniziato a lanciare uova, petardi, pietre e altri oggetti contro l’edificio del ministero. Successivamente sono state divelte alcune recinzioni metalliche e rimosse mattonelle dai marciapiedi, utilizzate per infrangere le finestre e danneggiare la facciata dell’edificio.
Un gruppo di dimostranti e’ riuscito ad abbattere un cancello e a entrare nel cortile del ministero, mentre altri hanno preso di mira gli agenti schierati a protezione dell’istituzione. Secondo la polizia, contro le forze dell’ordine sono stati lanciati anche ordigni incendiari e petardi. Gli agenti sono intervenuti utilizzando idranti, gas lacrimogeni, spray urticanti e manganelli, riuscendo inizialmente ad allontanare i manifestanti.
Le tensioni sono tuttavia riprese piu’ volte nel corso del pomeriggio, con nuovi scontri lungo Rruga e Durresit, una delle principali arterie del centro cittadino. Alcuni dimostranti hanno danneggiato un’attivita’ finanziaria e un negozio di abbigliamento, trascinando mobili e altre suppellettili sulla carreggiata e appiccandovi il fuoco.
Intorno alle 20 la polizia e’ nuovamente intervenuta con idranti e gas lacrimogeni, mentre gruppi di manifestanti si sono spostati verso il municipio di Tirana. Qui alcuni giovani incappucciati hanno sfondato una porta d’ingresso e sono penetrati al piano terra dell’edificio, dove hanno acceso fumogeni.
Gli incidenti sono proseguiti anche nelle zone dei Nove Piani, di Rruga e Barrikadave e del Pazari i Ri, dove sono stati incendiati cassonetti e danneggiate alcune strutture commerciali.
Secondo l’ultimo aggiornamento di “Report Tv”, diffuso poco dopo la mezzanotte, gli scontri hanno provocato almeno 20 feriti, tra cui sette agenti di polizia, due giornalisti, otto manifestanti e tre passanti, uno dei quali appartenente al corpo diplomatico. Il numero delle persone accompagnate nei commissariati per accertamenti e’ salito a circa 40, tra cui, secondo l’emittente “Mcn Tv”, quattro minorenni di eta’ compresa tra 15 e 17 anni.

(da agenzie)

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L’ACQUA E’ POCA E LA PAPERA NON GALLEGGIA: LA GENTE NON SPENDE PIÙ PER VESTITI FIRMATI. IL GRUPPO “LVMH”, CHE CONTROLLA MARCHI COME LOUIS VUITTON, DIOR, FENDI, BULGARI E TIFFANY, PERDE TERRENO IN CINA, MENTRE LE LOW-COST “UNIQLO” E “ZARA” AVANZANO

Ottobre 14th, 2026 Riccardo Fucile

LE VENDITE DI “LVMH” SONO ARRETRATE DEL 5%, CONTRO UNA FLESSIONE INFERIORE AL 2% PREVISTA DAGLI ANALISTI … IN TUTTO IL MONDO, TRA IL 2022 E IL 2025, LA PLATEA MONDIALE DEGLI ACQUIRENTI DI BENI DI LUSSO SI È RIDOTTA DA 400 A 340 MILIONI DI PERSONE. IL MOTIVO? I RINCARI DEI PRODOTTI E L’INFLAZIONE CHE CAMBIA LE PRIORITA’ DEI CONSUMATORI

Il lusso aveva già perso i clienti della classe media, quelli che per acquistare una borsa firmata risparmiavano per mesi o aspettavano un’occasione speciale. Ora rischia di perdere anche una parte di quelli che potrebbero permettersela senza grandi sacrifici, ma che cominciano a chiedersi se ne valga ancora la pena.
E mentre le grandi maison cercano una via d’uscita da una crisi che dura ormai da quasi tre anni, accade qualcosa che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato paradossale: Louis Vuitton rallenta, Uniqlo accelera. Non sono concorrenti diretti, naturalmente, ma i loro risultati raccontano due facce della stessa trasformazione.
Da una parte un’industria che ha alzato i prezzi fino ad allontanare milioni di consumatori, dall’altra marchi di fascia intermedia che stanno conquistando una clientela sempre più attenta al rapporto tra qualità, stile e prezzo.
L’ultimo segnale d’allarme arriva dalla Cina, il mercato che per anni ha alimentato l’espansione delle grandi firme europee. Nel terzo trimestre le vendite di Lvmh, il colosso francese che controlla Louis Vuitton, Dior, Fendi, Bulgari e Tiffany, sono diminuite a doppia cifra nella Cina continentale. […]
Nel trimestre chiuso a settembre Lvmh ha registrato ricavi per 18,5 miliardi di euro, con una crescita organica di appena l’1%, contro il 3% dei tre mesi precedenti. Ma è soprattutto la divisione moda e pelletteria, cuore dell’impero costruito da Bernard Arnault, a mostrare le difficoltà maggiori: le vendite sono arretrate del 5%, contro una flessione inferiore al 2% prevista dagli analisti. Il fatturato della divisione si è fermato a 8,25 miliardi.
Il problema è che non si tratta soltanto di una stagione difficile per Louis Vuitton. In Asia, escluso il Giappone, i ricavi organici di Lvmh sono diminuiti del 5%, stessa percentuale di flessione anche per gli acquisti effettuati dai consumatori cinesi fuori dal proprio Paese.
Il rallentamento arriva dopo una trasformazione che il settore fatica ancora a metabolizzare. Secondo le analisi di Bain & Company e Altagamma, tra il 2022 e il 2025 la platea mondiale degli acquirenti di beni personali di lusso si è ridotta da circa 400 a 340 milioni di persone: 60 milioni di clienti perduti, pari al 15% del totale. Non necessariamente consumatori scomparsi per sempre, ma persone che hanno smesso di acquistare o si sono allontanate dalle grandi firme. A spingerli fuori dal mercato non è stata soltanto l’inflazione.
Negli anni successivi alla pandemia le maison hanno aumentato ripetutamente i listini, cercando di rafforzare l’esclusività dei marchi e di compensare con prezzi più elevati una crescita meno sostenuta dei volumi. Alcune borse iconiche hanno registrato rincari del 50-70% rispetto al 2019. Secondo i dati che richiama anche Bonelli, tra il 2019 e il 2023 circa l’80% della crescita del settore è arrivato proprio dagli aumenti dei prezzi.
«L’industria ha confuso la capacità di aumentare i prezzi con la possibilità illimitata di farlo. Qualità, creatività ed esperienza non sono cresciute alla stessa velocità», sottolinea il manager. E concentrarsi sulla clientela più facoltosa non è bastato: «oggi i grandi spenditori rappresentano il 46-47% del mercato, ma la loro spesa è sostanzialmente ferma». Il risultato è una base di consumatori più ristretta, senza che quelli rimasti riescano a compensare gli acquisti perduti.
È qui che la crisi smette di essere soltanto una questione di potere d’acquisto e diventa un problema di valore percepito. Se un prodotto continua ad aumentare di prezzo senza offrire un miglioramento riconoscibile, anche chi potrebbe acquistarlo senza difficoltà finisce per interrogarsi sulla convenienza, o semplicemente sul senso, di quella spesa. Il prestigio di un marchio non scompare da un giorno all’altro, ma può consumarsi lentamente, soprattutto quando il consumatore comincia a trovare altrove ciò che cerca.
Mentre le grandi maison cercano di riconquistare i clienti perduti, una parte della domanda si sta orientando verso alternative meno costose. Il Financial Times ha raccontato il ritorno dei marchi di fascia intermedia, un segmento che per anni aveva sofferto la concorrenza dei due estremi del mercato: da una parte il lusso, dall’altra il fast fashion più economico. Adesso, secondo McKinsey, è proprio la fascia intermedia dell’abbigliamento, indicativamente compresa tra 50 e 300 dollari per capo, a registrare la crescita più rapida.
L’esempio più evidente è Uniqlo. Fast Retailing, il gruppo giapponese che controlla la catena, ha chiuso l’esercizio terminato ad agosto con ricavi per 3.963 miliardi di yen, in aumento del 16,6%, e un utile netto cresciuto del 25,3%. È il quinto anno consecutivo di risultati record. E mentre Lvmh cerca di arrestare la contrazione della sua divisione più importante, Uniqlo continua a espandersi puntando su capi funzionali, qualità riconoscibile e prezzi lontani da quelli delle grandi firme.
Ma non è soltanto una questione di convenienza. I marchi intermedi stanno imparando a offrire anche ciò che un tempo sembrava appartenere esclusivamente alle maison: collaborazioni con stilisti affermati, collezioni riconoscibili, una forte identità estetica. Uniqlo ha sviluppato una linea con JW Anderson, il marchio fondato dall’attuale direttore creativo di Dior, mentre Mango ha collaborato con Victoria Beckham. Anche Zara continua a intercettare consumatori interessati alle tendenze della moda senza affrontare i prezzi delle passerelle. È una concorrenza che non replica necessariamente i prodotti del lusso, ma ne contesta una delle promesse fondamentali: per vestirsi con gusto e riconoscibilità non è più indispensabile spendere cifre straordinarie.
Per le grandi maison la situazione presenta una difficoltà particolare: aumentare i prezzi è stato relativamente semplice, diminuirli potrebbe rivelarsi molto più complicato. Una borsa venduta a 10 mila euro non può essere improvvisamente proposta con forti sconti senza mettere a rischio proprio quell’immagine di esclusività che ne ha giustificato il prezzo. Il lusso ha allontanato una parte della propria clientela con i rincari, ma non dispone della stessa libertà di manovra dei marchi più accessibili per provare a riconquistarla.
A complicare il quadro di Lvmh si è aggiunta in Cina una controversia tra Louis Vuitton e la catena locale di bevande Molly Tea, legata all’utilizzo di un marchio. La disputa ha suscitato reazioni negative tra i consumatori cinesi, penalizzando le vendite del marchio almeno nella prima parte del trimestre, come ha riconosciuto la stessa Cabanis, pur senza quantificarne l’impatto. Un episodio circoscritto, ma significativo di quanto sia cambiato anche il rapporto tra i grandi marchi occidentali e il pubblico asiatico.
Naturalmente non tutto il lusso attraversa le stesse difficoltà. Lo dimostra il bilancio di Lvmh: mentre moda e pelletteria arretrano, orologi e gioielli crescono del 6%, seppure rallentando rispetto al primo semestre, e la distribuzione selettiva, che comprende Sephora, avanza dell’8%. Anche all’interno della moda le performance sono differenti, con Loro Piana indicata dal gruppo tra i marchi dai risultati particolarmente positivi. Più che un crollo generalizzato, quello che emerge è un mercato sempre più selettivo, nel quale il successo non dipende necessariamente dall’appartenenza alla fascia di prezzo più elevata.

(da Corriere della Sera)

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