Marzo 23rd, 2026 Riccardo Fucile
NESSUNO AVREBBE IPOTIZZATO UNA PARTECIPAZIONE INTORNO AL 60%… UN 10% CHE AVEVA DETTO CHE NON SAREBBE ANDATA A VOTARE SI E’ RECATA ALLE URNE…QUESTA VOLTA I GIOVANI SONO ANDATI A VOTARE… IL VOTO ALL’ESTERO DETERMINANTE?
Il dato definitivo sull’affluenza al referendum sulla giustizia nei 61.533 seggi alle 23 è del 46,7%. Molto più alta del previsto anche (o forse: soprattutto) senza un quorum da raggiungere. E considerando che si vota anche oggi dalle 7 alle 15. Si studiano i dati territoriali per prevedere i risultati. La regione con più elettori al voto
è l’Emilia-Romagna (53,70%), quella con il dato più basso la Sicilia (34,94%). Mentre a Roma l’affluenza più alta è stata nel II municipio (quartieri Parioli, Trieste, Salario) con il 59,41%, seguito dal Centro storico con il 54,46%. Mentre alla periferia di Tor Bella Monaca nel VI municipio a votare è andato il 41,20%. Ma cosa dicono i sondaggisti su questi numeri? Come influenzeranno i risultati?
Referendum, affluenza e risultati
Intanto la previsione per le 15 di oggi è che l’affluenza arrivi al 60%.
Secondo Salvatore Vassallo, politologo che dirige l’Istituto Cattaneo, «una tale misura si raggiunge solo quando i motori si accendono in entrambi i campi. Alla fine si è parlato tanto dei tecnicismi della riforma, ma nelle ultime settimane la sfida ha generato nel quotidiano dei cittadini, nel vissuto familiare, negli ambienti di lavoro una quantità inedita di discussioni e punti di vista».
La questione è interessante perché quasi tutti i sondaggi prima del silenzio elettorale spiegavano che c’erano due scenari favoriti: la vittoria del no in base alla bassa affluenza oppure quella del sì in base all’alta affluenza.
La vittoria del sì e la vittoria del no
A Repubblica Renato Mannheimer spiega che però bisogna «guardare all’orizzonte certo. Il centrodestra che ha la maggioranza dei voti, se riesce a mobilitare tutti i suoi al massimo per il sì, può vincere; ma nello stesso tempo c’è un fronte del no che ha macinato tanti chilometri e consenso in varie aree».
Mentre Antonio Noto di Noto Sondaggi dice di non aver mai pensato che il diverso tasso di affluenza portasse a una vittoria dell’uno e dell’altro: «Ciò che ci colpiva è l’impennata improvvisa: negli ultimi giorni c’è stato un balzo di 10 punti, coloro che avevano deciso di andare a votare sono passati dal 41 al 51 per cento in una settimana, e comunque era impossibile prevedere un 60 per cento finale».
E secondo lui un segnale importante potrebbe arrivare dall’elettorato dei giovani: «Mentre nei sondaggi delle Politiche, solitamente i ragazzi ti dicono “non so, non ci capisco nulla”, stavolta partecipavano e si sentivano un po’ più coinvolti».
Numeri oltre le tifoserie
E così, mentre sul web c’è chi scrive che oramai «è fatta» e chi pronostica che il dato dell’affluenza non sia un buon dato per il sì, c’è chi è convinto che si tratti di «numeri che vanno oltre le tifoserie del Sì e del No. L’affluenza è alta e trasversale. Al Centro-Nord alle 19 era già attorno al 43%, alta tanto nelle regioni di destra che
di sinistra: in Emilia, Veneto, Lombardia. Se guardiamo alla distribuzione per abitanti, è più alta nei comuni medio grandi, quelli sopra i centomila abitanti», dice Lorenzo Pregliasco di Youtrend a La Stampa.
Il quadro, spiega il sondaggista, è frastagliato: «Al Nord l’affluenza è alta sia nei comuni in cui è forte il Partito Democratico, sia in quelli dove prevalgono Fratelli d’Italia e Lega».
Il voto d’opinione
Mentre al Sud «l’affluenza è più bassa, ma resta complicato vedere una tendenza. Le faccio un esempio: alle 19 nei Comuni in cui è forte Forza Italia era al 34%, in quelli dei Cinque Stelle al 32».
E i laureati? «Nei comuni con oltre il 20 per cento di laureati i votanti sono il 44%, in quelli con meno del 10, il 34». Quindi l’unica tendenza chiara è che il voto d’opinione è altissimo. E una partecipazione così alta significa che gli italiani giudicano la consultazione un voto politico.
E Pregliasco alla fine rifiuta anche di fare un pronostico: «Onestamente non riesco a capire cosa stia succedendo, e le spiego tecnicamente il perché: è andata a votare molta gente che in un primo momento non sembrava intenzionata a farlo, e dunque è difficile capire come valutarla. Nell’ultima settimana la partita è diventata molto più intensa, è uscita allo scoperto la premier. Resta da capire se ha fatto la scommessa che la farà vincere o perdere».
Gli instant poll
L’analista di Youtrend fa sapere che negli instant poll hanno chiesto ai votanti se hanno considerato il referendum una consultazione sulla riforma o un voto politico: «Oggi sapremo come è andato, di certo questo referendum somiglia molto a quello del 2016 sulla riforma Renzi del Senato». Ma il paragone non va preso alla lettera perché ci sono differenze tra lui e Meloni: «Allora il premier Renzi nei sondaggi sui leader era già molto più impopolare di quanto non lo sia oggi la Meloni. Non mi stupirei di un risultato molto stretto, e a fare la differenza potrebbe essere il voto dei residenti all’estero».
Il voto degli italiani all’estero
Infine, potrebbe essere decisivo il voto sugli italiani all’estero, che sulla carta sono quasi 5 milioni: «Su questo oggi non abbiamo dati di affluenza, ma sappiamo che saranno certamente più di un milione, tenuto conto che all’ultimo referendum voluto dalla Cgil sul Jobs Act – la cui affluenza fu piuttosto bassa – votarono 1,2 milioni di loro. Se il risultato del voto nazionale fra Sì e No fosse molto vicino, anche una piccola percentuale in senso opposto dall’estero potrebbe fare la differenza». Tanto che qualche tempo fa, a urne ancora chiuse, già si ipotizzavano brogli.
(da Open)
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Marzo 23rd, 2026 Riccardo Fucile
IN CASO DI SUCCESSO DEL “NO” SALVINI E TAJANI FRENEREBBERO PROPRIO SULLO STABILICUM. E SCATTEREBBE L’IPOTESI DI UN VOTO ANTICIPATO DI QUALCHE MESE, PER EVITARE UN LOGORAMENTO DELLA MAGGIORANZA – QUALUNQUE SIA L’ESITO DEL REFERENDUM, DA OGGI PARTE LA CAMPAGNA ELETTORALE PER LE POLITICHE
Due certezze per Giorgia Meloni, due soltanto di fronte a un dato sull’affluenza che stravolge e
spiazza Palazzo Chigi, destabilizza le opposizioni, consiglia prudenza ai sondaggisti.
La prima: stavolta chi perde si farà male. La seconda: comunque vada, parte da oggi la campagna elettorale per le prossime politiche, e sarà corsa aspra e senza esclusione di colpi.
Una valanga del genere può avere il potere di proiettarla verso un controllo pressoché assoluto della coalizione, del quadro politico e del Paese. Oppure incastrarla in una crisi da cui sarebbe complesso divincolarsi.
C’è una profezia che rimbalza nelle chat del governo, quando su Roma cala il buio e i dati sull’affluenza delle 19 già promettono che la partecipazione lascerà segni indelebili sui protagonisti della contesa.
È quella offerta da Ignazio La Russa, due settimane fa: «L’esito del referendum sulla riforma della giustizia una valenza politica comunque la avrà – aveva detto il presidente del Senato, che in Fratelli d’Italia resta il massimo esperto di numeri, sistemi elettorali ed elezioni – ma dipenderà anche da quanti la esprimeranno. Se andrà a votare una cifra vicino al 50% degli elettori avrà un senso, ma sotto il 45% ne avrà un altro»
Tutto, però, viene stravolto in poche ore. Gli sherpa meloniani speravano in un’alta affluenza per vincere e avevano fissato nel 48-50% la soglia di sicurezza. Ma con questi numeri, difficile sbilanciarsi.
Il dato della partecipazione al Nord è l’elemento che più rassicura la premier. L’Emilia Romagna, però, è la percentuale che preoccupa. E comunque, si ammette
ai vertici del governo, se è possibile che un testa a testa avrebbe forse un effetto non troppo destabilizzante, la vittoria netta di uno dei due contendenti – per di più con questa partecipazione – scuoterebbe profondamente le coalizioni.
Un trionfo, questo almeno è il piano, significherebbe accelerare verso la nuova legge elettorale, senza vincoli e senza freni. Potrebbe rispolverare l’opzione del premierato. Di più: avrebbe in mano l’intera coalizione e sarebbe lei a dettare anche i tempi del ritorno alle urne.
E se invece prevalesse il no? Una preoccupazione inizia a farsi largo, nel suo fortino: gli alleati potrebbero frenare proprio sulla riforma elettorale. L’idea di garantirsi un pareggio avrebbe presa, a quel punto. E nulla, neanche un voto anticipato di qualche mese, potrebbe essere escluso, per evitare un doloroso logoramento.
Più nell’immediato, Meloni dovrà affrontare la gestione del rapporto con la galassia della giustizia, dopo uno scontro violentissimo. Anche in questo caso, si mescolano timori e speranze. Il prevalere del sì garantirebbe all’esecutivo margini di azione inaspettati
Difficile però che la scrittura delle leggi e dei decreti attuativi necessari per tradurre la riforma possa avvenire con l’attuale squadra di via Arenula. Più ancora di Giusi Bartolozzi, capo di gabinetto di Carlo Nordio, traballa la posizione del viceministro alla Giustizia Andrea Delmastro: troppo esposto a causa delle recenti rivelazioni, così tanto da essere considerato ai vertici del melonismo comunque in bilico nel suo ruolo di governo.
(da La Repubblica)
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Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile
ALLA FINE IL PIANO NON È ANDATO IN PORTO (NON È CHIARO SE SIA ORBAN CHE NON S’È FIDATO O PUTIN CHE HA FERMATO L’OPERAZIONE)
Un mese prima delle elezioni in Ungheria un’unità del servizio di intelligence estera russo avrebbe lanciato l’allarme sul crollo del sostegno pubblico verso il premier Viktor Orban, la cui vicinanza con Mosca ha a lungo garantito al Cremlino un punto d’appoggio strategico all’interno della Nato e dell’Unione Europea.
E secondo un rapporto dei servizi russi di cui il Washington Post ha preso visione, gli agenti avrebbero proposto misure drastiche per cercare di ribaltare il risultato del voto, come un finto attentato ad Orban. Una strategia chiamata ‘The Gamechanger’, ‘la svolta, per “alterare radicalmente l’intero paradigma della campagna elettorale”.
“Un incidente del genere sposterà la percezione della campagna elettorale dal piano razionale delle questioni socioeconomiche a quello emotivo e i temi centrali diventeranno la sicurezza dello Stato, nonché la stabilità e la difesa del sistema politico”, si legge nel rapporto. Alla fine, evidentemente, il piano non è andato in porto.
Ma i legami tra Mosca e Budapest sono più stretti che mai. Secondo quanto riferito da fonti informate al Washington Post, il governo Orban da tempo fornisce a Mosca una finestra sulle discussioni più sensibili all’interno dell’Unione europea. Il ministro degli esteri Peter Szijjarto, rivelano funzionari europei, effettuerebbe regolarmente telefonate durante le pause dei consigli europei per fornire al suo omologo russo, Sergei Lavrov, “resoconti in diretta su quanto discusso” e su possibili soluzioni.
(da agenzie)
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Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile
GLI STATI UNITI PER LA PRIMA VOLTA NON SONO PIÙ CLASSIFICATI COME SISTEMA LIBERALE. SLOVACCHIA, SLOVENIA E CROAZIA STANNO REGREDENDO, L’UNGHERIA DI ORBAN È UN’AUTOCRAZIA ELETTORALE. E L’ITALIA DI GIORGIA MELONI E’ SULLA BUONA STRADA
Il “Democracy Report 2026” del V-Dem Institute, appena pubblicato dall’Università di Göteborg,
offre un quadro allarmante della salute del sistema democratico. Gli autori, invece di limitarsi a contare i Paesi democratici o autocratici, presentano dati su quante persone vivono sotto ciascun tipo di sistema. Il risultato è netto: il 74% della popolazione mondiale vive in autocrazie, mentre appena il 7% in democrazie liberali. Siamo tornati ai livelli del 1978.
Questa regressione non riguarda soltanto Paesi lontani o instabili. Per la prima volta in mezzo secolo, gli Usa non sono più classificati come sistema liberale. Ma il problema non è solo americano. Questo fenomeno tocca direttamente l’Europa. Il rapporto identifica diversi Paesi – tra cui Slovacchia, Slovenia e Croazia – come nuovi casi di regressione democratica.
L’Ungheria è un’autocrazia elettorale, al pari della Serbia. Albania, Bosnia-Erzegovina, Moldavia e Macedonia sono regimi ibridi.
L’Italia resta una democrazia liberale, ma sta acquisendo alcuni aspetti autocratici
il rapporto cita in particolare il peggioramento dell’autocensura dei media e l’aumento della parzialità del sistema informativo a favore del governo in carica.
Il passaggio da una democrazia liberale a una elettorale, e poi – nei casi più estremi – all’autocrazia (con o senza elezioni) avviene quando si indeboliscono i vincoli sull’esecutivo, l’indipendenza della magistratura, la libertà dei media, lo spazio della società civile.
Il rapporto mostra dove si concentra il declino. La libertà di espressione peggiora in 44 Paesi, mentre nel 2000 migliorava quasi ovunque. La censura dei media e la repressione della società civile sono diventate pratiche diffuse nei Paesi in regressione. Anche la tortura come metodo di controllo della popolazione è in aumento
Un libro del 1991 descriveva la «terza ondata di democratizzazione nel mondo» come ineluttabile. Il Democracy Report individua una traiettoria opposta. Le speranze di un pieno consolidamento liberale dopo la fine dell’Unione Sovietica si sono dunque solo parzialmente realizzate.
Oggi il 41% della popolazione mondiale vive in Paesi che stanno diventando meno democratici. Non si tratta più di deviazioni isolate, ma di una tendenza strutturale.
Stupisce molto che Ucraina e Russia rientrino nella categoria delle autocrazie elettorali. Gli studiosi della Russia oggi non hanno dubbi a classificarla come una “autocrazia chiusa” e l’Ucraina come una democrazia anche se imperfetta (anche il caso del Regno Unito, classificato solo come democrazia elettorale, richiede cautela interpretativa).
La qualità del sistema politico in un Paese andrebbe messa in rapporto a una rinnovata aggressività sovranista. Lo slittamento che osserviamo oggi nella politica estera americana è, almeno in parte, il riflesso di questa trasformazione interna. Lo stesso vale per la Russia. Politica estera e politica interna non sono mai disgiunte.
Roth e Lewis avevano intuito che i sistemi democratici possono erodersi dall’interno, spesso con il consenso di una parte dell’elettorato. Oggi disponiamo di dati che, pur con alcuni gravi limiti, confermano quella intuizione. La domanda non è più se «può succedere qui». In modi e forme diverse, sta già accadendo.
(da La Stampa)
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Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile
“REPUBBLICA”: “È INDUBBIO CHE TEHERAN ABBIA SVILUPPATO ARMI IN GRADO DI PIOMBARE SULL’EUROPA OCCIDENTALE. IL KHORRAMSHAHR-4 È STATO ACCREDITATO DI UN RAGGIO D’AZIONE DI DUEMILA CHILOMETRI MA SI PUÒ ALLUNGARE LA DISTANZA. IL VERO PROBLEMA È UN ALTRO. NESSUN PAESE DEL VECCHIO CONTINENTE DISPONE DI SCUDI OPERATIVI CONTRO I MISSILI BALISTICI. SOLO LA GERMANIA HA ACQUISTATO L’ARROW ISRAELIANO, CON UNA SPESA DI 8 MILIARDI. LA NOSTRA PROTEZIONE DIPENDE TOTALMENTE DA SATELLITI, RADAR E NAVI STATUNITENSI”
Da 48 ore un brivido scuote i comandi militari occidentali. I missili balistici scagliati nel mezzo dell’Oceano Indiano sono un’altra sorpresa amara. Finora si era ritenuto che la Repubblica islamica fosse in grado di condurre attacchi contro obiettivi distanti duemila chilometri, adesso questa distanza va raddoppiata: quasi tutta l’Europa, Italia inclusa, entra nel raggio d’azione della rappresaglia.
Si tratta di una valutazione condizionata da informazioni incomplete e dati segreti, sufficiente però a far suonare un altro campanello di allarme sull’evoluzione di un conflitto che dopo tre settimane continua ad allargarsi.
Le notizie ufficiali più dettagliate sono state fornite dal capo di Stato maggiore israeliano, il generale Eyal Zamir, che ha parlato di «un’arma balistica intercontinentale a due stadi, con una portata di 4mila chilometri diretta verso un
obiettivo Usa nell’isola di Diego Garcia». E ha sottolineato: «Questi missili non sono stati concepiti per colpire Israele: la loro traiettoria raggiunge le capitali d’Europa. Berlino, Parigi e Roma sono tutte minacciate».
Il generale Zamir, il principale pianificatore di questa guerra, ha detto che l’incursione è avvenuta venerdì. Fonti di Londra hanno specificato che è stato questo episodio a spingere il governo Starmer ad allargare venerdì sera l’autorizzazione ai raid dei bombardieri americani dagli aeroporti inglesi, permettendogli di bersagliare pure le postazioni che tengono sotto tiro Hormuz.
Due missili Khorramshahr-4 avrebbero puntato sull’aeroporto americano nell’arcipelago della Chagos, territorio britannico a metà strada tra le Maldive e le Mauritius. Un ordigno sarebbe finito nell’Oceano; l’altro sarebbe stato distrutto da un intercettore dell’Us Navy SM-3 Standard all’esterno dell’atmosfera. Si tratta dell’elemento chiave: se il Pentagono ha autorizzato il lancio dell’SM-3 — che costa più di quindici milioni — significa che il bolide iraniano poteva realmente esplodere sulla base americana.
Il calcolo è stato fatto dai satelliti della Space Force, che hanno avvistato l’accensione dei motori e ricostruito la traiettoria: i missili balistici escono dall’atmosfera e poi rientrano con una parabola in cui sfiorano i ventimila chilometri orari. Oltre agli Usa, poche nazioni sono state in grado di documentare l’attacco: Israele e molto probabilmente la Cina.
Lo scudo spaziale non è totalmente condiviso con la Nato, anche se Londra ha accesso completo ai dossier di intelligence.
Quanto è concreto questo pericolo? È indubbio che Teheran abbia sviluppato armi in grado potenzialmente di piombare sull’Europa occidentale. Il Khorramshahr-4 è stato accreditato di un raggio d’azione di duemila chilometri ma si può allungare la distanza riducendo la carica esplosiva — oltre 1500 chili — a vantaggio del combustibile. E questo vale per altri modelli di ordigni, senza dimenticare che la Repubblica islamica ha costruito vettori per satelliti con prestazioni addirittura superiori. Si ritiene però che per colpire Roma o Parigi la rampa di lancio dovrebbe trovarsi nell’Iran settentrionale, dove i bombardamenti sono stati sistematici e terrificanti.
Il vero problema è un altro. Nessun Paese del Vecchio Continente dispone di scudi operativi contro i missili balistici, che a gennaio i russi hanno scagliato a pochi
chilometri dal confine polacco. Solo la Germania ha acquistato l’Arrow israeliano, con una spesa di otto miliardi: la prima batteria è stata consegnata a dicembre e non è ancora in servizio.
La nostra protezione dipende totalmente da satelliti, radar e navi statunitensi: uno dei grandi limiti della difesa europea.
(da Repubblica)
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Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile
NELLE AZIENDE DI CAROCCIA C’E’ LA CRIMINALITÀ: I LOCALI RIPULISCONO I SOLDI DELLA MALA ROMANA, CAMBIANO PELLE MA SONO SEMPRE LA STESSE COSA – NEL 2020, ARRIVANO I SEQUESTRI E GLI ARRESTI: VENGONO FUORI I CAPITALI SPORCHI, I CONTATTI CON AMBIENTI DELLA CURVA NORD DELLA LAZIO… LA FIGLIA 18ENNE ENTRA IN AFFARI CON DELMASTRO E QUATTRO POLITICI DI FRATELLI D’ITALIA
All’inizio era Baffo. Poi arrivarono Baffo 2018, Baffo 2 Fish e Baffolona Burger. E, da ultimo, la
Bisteccheria d’Italia. All’inizio «c’erano i Senese», la criminalità organizzata. Poi arrivarono i figli del boss. E, da ultimo, dopo arresti e sequestri, il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro e altri politici di Fratelli d’Italia.
C’è la storia di rinomati ristoranti e degli assetti societari che li circondano, nelle carte dei pm romani che si occupano di mafia. Una storia che ruota intorno alla famiglia Caroccia e si sviluppa lungo una delle principali complanari di Roma Sud: via Tuscolana. Inizia nel 1994 al civico 8 di Porta Furba, quando Nicola Caroccia e la moglie Rosetta arrivano nella capitale dalla Campania e fondano “Baffo”.
Saranno i figli, Mauro e Daniele Caroccia, a cambiare passo. A trasformare il locale in una catena. Una crescita veloce. Troppo veloce, diranno le sentenze: Mauro viene condannato a 4 anni di carcere, Daniele è assolto. In aula emerge che il rapporto con il clan Senese inizia da subito, dalla fondazione della Rdm, nel 2015. L’azienda serve a gestire una nuova bisteccheria, non troppo distante dal precedente locale, in via dei Fulvi, al civico 8.
È di Mauro Caroccia, anche se la madre ne custodisce un 5%. «Mauro Caroccia ha dichiarato che quando acquisì la proprietà della società vi erano “già dentro i Senese”, che erano stati “portati” dal fratello Daniele, con il quale l’imputato aveva rotto i rapporti», spiega la sentenza.
I due si separano già nel 2017. Daniele si allontana di qualche centinaio di metri, raggiunge via Tuscolana 969 e fonda Baffolona Burger. Il fratello Mauro prima apre Baffo 2 Fish, sempre in via dei Fulvi. E poi si spinge più a sud, oltre il Grande Raccordo Anulare, in via Gasperina, dove stabilisce la sede di Baffo 2018.
Nella pancia delle sue aziende c’è la criminalità. I locali ripuliscono i soldi della mala romana. Cambiano pelle ma sono sempre la stesse cosa. […] Poi, nel 2020, i sequestri e gli arresti. Vengono fuori i capitali sporchi, i contatti con ambienti della Curva Nord della Lazio, anche con narco-ultras come Marco Turchetta e Fabrizio Piscitelli, detto Diabolik, ucciso nel 2019. Per i Caroccia è il fallimento dell’impresa di famiglia. O quasi. Perché mentre Mauro Caroccia si difende dalle accuse, la figlia diciottenne entra in affari.
Mancano 8 giorni al Natale 2024. La ragazza fa la valigia, arriva fino a Biella e si siede al tavolo con il sottosegretario Delmastro e quattro politici importanti del partito di governo: Elena Chiorino, Davide Eugenio Zappalà, Cristiano Franceschini.bC’è anche l’imprenditrice Daniela Pelle.
Fondano la 5 Forchette Srl e con quella gestiscono un nuovo locale: la Bisteccheria Italia. I legami con il passato sono ben presenti. Mauro — prima di finire in carcere — promuoveva il ristorante. Gli adesivi “Baffo” sono appesi in vetrina e, ancora oggi, se si digita su Google “ristorante da Baffo Roma”, l’algoritmo rimanda al civico 452 di via Tuscolana, la Bisteccheria Italia.
La sede legale, invece, è a Biella, nello studio del commercialista Amedeo Paraggio, assessore al bilancio del Comune, in quota FdI. «Il sottosegretario Delmastro deve spiegare perché è entrato in società con Caroccia, prestanome del clan Senese, nel ristorante “Da Baffo” di via Tuscolana 452, poi diventato “La Bisteccheria d’Italia” — dice Angelo Bonelli, deputato Avs — Quel ristorante non era un luogo qualunque: era un punto di riferimento della destra estrema romana, frequentato da esponenti della curva della Lazio e da Diabolik, figura centrale della criminalità romana, emersa in più inchieste e in rapporti con il clan Senese e con la famiglia Caroccia». Il tutto all’insaputa di un sottosegretario.
(da La Repubblica)
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Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile
L’ALLARME: “DOVREBBERO ESSERE I NOSTRI I REPARTI PIÙ INDICATI A TRATTARE QUESTI PAZIENTI, MA MANCA UN MEDICO SU CINQUE E LA CARENZA DI INFERMIERI RAGGIUNGE IL 22%” … LA METÀ DEI REPARTI È IN “OVERBOOKING” E DUE PAZIENTI SU TRE SONO COSTRETTI, IN ATTESA DI RICOVERO, AD ASPETTARE AL PRONTO SOCCORSO, MAGARI SU UNA BARELLA
Il 77% delle persone ricoverate in ospedale ha più di 70 anni. L’Italia è un paese di persone anziane e il dato demografico esplode nelle strutture sanitarie, visto che chi è in là con gli anni soffre spesso di più malattie croniche, anche più di 4.
A dirlo è Fadoi, la federazione delle associazioni di medici internisti, che ha fatto una indagine tra gli associati responsabili di 269 dipartimenti ospedalieri. “Dovrebbero essere i nostri i reparti più indicati a trattare questi pazienti, ma mancano un medico e un infermiere su 5”.
Da Fadoi dicono che la metà dei reparti è in “overbooking” e due pazienti su tre sono costretti, in attesa di ricovero, ad aspettare al pronto soccorso, magari su una branda. Si tratta del fenomeno del boarding. In questi reparti mancano letti, personale e dotazioni tecnologiche.
“La colpa è della loro obsoleta classificazione come reparti “a bassa intensità di cura”, quando la realtà odierna dice che proprio per l’età e la presenza di più patologie concomitanti oltre la metà dei ricoverati nelle medicine interne richiede invece una medio-alta intensità di cura”.
Le carenze nell’assistenza territoriale, inoltre, caricano di lavoro i reparti. “Secondo l’indagine, infatti, circa il 27% delle giornate di ricovero, oltre due milioni, si potrebbero evitare con una migliore presa in carico del territorio.
Se poi molti ricoveri potrebbero essere prevenuti, lo stesso si può dire per le permanenze prolungate oltre il dovuto in reparto che fanno occupare impropriamente il 22% dei letti”.
Secondo Fadoi nelle medicine interne manca in media un medico su cinque, cioè il 20% dei camici bianchi. La carenza di infermieri raggiunge invece il 22%. Il tasso di occupazione dei letti di queste strutture è del 99%, ma con il 49,8% delle strutture in overbooking, “con tassi di occupazione superiori al 100%”. Per questo non si trova posto per chi arriva dal pronto soccorso.
(da Corriere della Sera)
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Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile
“ABBIAMO DIFESO LA GLORIOSA STORIA DC. VOLEVAMO SCRIVERE ASSIEME UN ARTICOLO PER SOSTENERE IL NO AL REFERENDUM”… “I POLITICI DI ALLORA ERANO SUPERIORI AGLI ATTUALI. NOI ‘SECONDE FILE’ OGGI FORSE SAREMMO STATE PRIME. VIVIAMO UNA CRISI VALORIALE IN POLITICA, NELLA CHIESA, NELLE FAMIGLIE. CONTINUIAMO A SCENDERE SCALINI”
Clemente Mastella è scosso: «Se ne sta andando una generazione». Dopo Umberto Bossi, la morte
di Paolo Cirino Pomicino lo colpisce come un fulmine: «L’ho sentito poco tempo fa, era affaticato… Ma quante volte sembrava stesse per morire, poi si riprendeva. La tempra nel fare politica lo faceva sembrare invincibile».
E ora che sta per compiere 50 anni nelle istituzioni — fu eletto deputato a 28 anni — il sindaco di Benevento confessa: «Se per Bossi mi sono commosso, per Paolo ho pianto.
Ho dovuto rileggere la notizia. Non volevo crederci».
«Lui era così: aveva una passione totale per la politica, sempre pronto a mettersi in gioco. Mi ripeteva: “Clemè, dobbiamo rimetterci insieme per fare il centro”. Fu eletto anche con la mia Udeur, poi lasciò perché lui era più bravo a ideare che a tenere in piedi le costruzioni. Ma tra noi c’è sempre stato affetto».
Siete stati i referenti di due enormi leader della Dc.
«Io ero portavoce di De Mita, lui era fedelissimo di Andreotti. Erano le due correnti che, alla fine degli anni ‘80, avevano la maggioranza nella Dc. E al governo c’era Ciriaco. I due leader avevano caratteri non facili, noi spesso mediavamo per l’uno e per l’altro. Tanto che fu proprio Paolo ad avvertirmi di una cosa».
Quale?
«De Mita era capo della Dc e premier, e questo veniva contestato dalle correnti avversarie. Ci fu una riunione nella villa di Pomicino sull’Appia: […] partecipò anche Gava che di De Mita era ministro dell’Interno e amico. Paolo mi avvertì: “Guarda che pure Gava è contro De Mita…”. Io lo dissi a Ciriaco, che davanti a me chiamò Gava che smentì tutto. E De Mita mi rimproverò […]».
Come finì?
«Poco dopo si riunirono ancora, e Paolo me lo ridisse: “Guarda che Gava è il più duro contro De Mita… ”. Andò proprio così. […] Ci frequentavamo. Dopo l’operazione al cuore, a Pavia, lo andai a trovare: c’era anche Di Pietro».
Il Pm di Tangentopoli?
«Paolo sapeva farsi volere bene. Era simpatico, intelligente, stabiliva rapporti con tutti. Anche con Di Pietro, in nome di quella meridionalità che crea un sentimento».
Come visse Tangentopoli?
«Non negava che la politica usasse certi mezzi, ma contestualizzava come Craxi nel famoso discorso in Aula. Ma seppe anche andare oltre. Abbiamo difeso la gloriosa storia Dc. Pensi, volevamo scrivere assieme un articolo per sostenere il No al referendum»
I politici di allora erano superiori agli attuali?
«Sì, da una parte e dall’altra. Noi “seconde file” oggi forse saremmo state prime. Viviamo una crisi valoriale in politica, nella Chiesa, nelle famiglie. Continuiamo a scendere scalini…».
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Marzo 22nd, 2026 Riccardo Fucile
PAPA LEONE ATTACCA TRUMP SULLA GUERRA ALL’IRAN, IL NEGAZIONISMO CLIMATICO E LE POLITICHE ANTIMMIGRAZIONE
Il titolo non lascia spazio ad interpretazioni: «Il governo degli Stati Uniti è in guerra con la Chiesa cattolica». Così America, la rivista Usa dei gesuiti, vicinissima a papa Francesco, ma non lontana nemmeno da papa Leone XIV, ha pubblicato in apertura un commento durissimo nei confronti di Donald Trump. La firma è quella di uno degli editorialisti di punta, Nathan Schneider, che senza mezzi termini definisce gli Stati Uniti di oggi «una potenza ostile» alla Chiesa cattolica. La guerra all’Iran, certo, è l’ultimo atto che segna una distanza non più recuperabile. Ma quasi tutte le politiche interne e internazionali varate dal presidente degli Stati Uniti sono citate per mostrare questa frattura irreparabile.
L’amministrazione Trump su ogni dossier contro l’insegnamento cattolico
Secondo la rivista dei gesuiti «la maggior parte dei cattolici sembra non essersi resa conto della gravità del conflitto in corso negli Stati Uniti. Si può andare in chiesa, vedere una bandiera americana accanto all’altare, pregare per il Paese e i suoi leader, condividere la comunione con i compagni di fede e tornare a casa con l’impressione che la bandiera e la croce siano più o meno in armonia. Ma non è così. Visti attraverso gli occhi del recente insegnamento della Chiesa, e soprattutto alla luce del ministero di Gesù, gli Stati Uniti d’America sono una potenza ostile – un paese così avvolto nelle vesti dei propri idoli da essere incapace di ascoltare i profeti che la Chiesa ha suscitato, dal Santo Padre a un bambino in un centro di detenzione». Parole durissime, cui si aggiunge: «Su una questione dopo l’altra, il governo degli Stati Uniti ha contraddetto il recente insegnamento cattolico — e non
in modo sottile, ma ostentando i propri atti di opposizione all’insegnamento dell’istituzione religiosa che rappresenta più americani di qualsiasi altra».
Trump secondo i gesuiti ha dichiarato guerra agli insegnamenti ambientalisti degli ultimi quattro papi che hanno insistito su una «gestione responsabile del creato di Dio nella natura, e in particolare l’attenzione alla crisi ecologica del cambiamento climatico causata dall’uomo». L’amministrazione Usa invece «ha intrapreso una campagna di terra bruciata contro qualsiasi sforzo volto a riconoscere o mitigare il cambiamento climatico e altre forme di disturbo ambientale. Si è ritirata dagli accordi globali sul clima, ha tagliato i fondi alla ricerca scientifica sull’argomento, ha cancellato progetti di energia pulita, ha scoraggiato l’elettrificazione e ha raddoppiato la posta sui combustibili fossili —anche quando l’industria energetica preferirebbe non farlo. Il presidente e la sua amministrazione mostrano abitualmente il loro disprezzo per qualsiasi tentativo di mitigare le cause o gli effetti del cambiamento climatico»
Scandalo per l’utilizzo di passaggi della Bibbia nelle politiche antimmigrazione
Nel mirino della rivista naturalmente le politiche sulla immigrazione: «Gli Stati Uniti non riescono da tempo ad approvare una legislazione che aggiorni la legge sull’immigrazione in modo umano, ma la politica di Trump è quella di intensificare la crudeltà del sistema. Il processo per la concessione dell’asilo ai rifugiati è stato sospeso. Agli studenti internazionali vengono revocati i visti. Le retate di espulsione stanno terrorizzando le comunità di immigrati e intere città. Il governo che ha deportato immigrati in campi di lavoro all’estero sta anche costruendo un massiccio sistema nazionale di detenzione per immigrati – in un paese che ha già il più alto tasso di incarcerazione di qualsiasi democrazia del pianeta. I bambini vengono portati via dalle loro case e dalle loro scuole». Ma quel che più sembra irritare i gesuiti è l’utilizzo strumentale della religione anche per questo: «Passaggi biblici», scrive la rivista, «vengono utilizzati negli annunci di reclutamento per l’Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia più strettamente legata alla strategia del governo di glorificare la brutalità»
La guerra: «praticata la violenza preventiva come funzione dello Stato»
Durissimo il passaggio sull’uso «della guerra come pratica normale di governo». Secondo America «il governo degli Stati Uniti ha praticato sempre più spesso la violenza preventiva come una normale funzione dello Stato. L’amministrazione Trump ha fatto ricorso a attacchi spettacolari, come in Iran e in Venezuela, per
raggiungere obiettivi politici anche quando non vi è una minaccia imminente per gli Stati Uniti. Nel contesto di Gaza, dove i diplomatici statunitensi hanno mediato un presunto cessate il fuoco, le truppe israeliane sostenute dagli Stati Uniti hanno ucciso centinaia di palestinesi da quando l’accordo è entrato in vigore. Come ha detto Papa Leone XIV, la promessa di un ordine internazionale che aspira alla pace ha lasciato il posto a un mondo in fiamme»
Secondo la rivista dei gesuiti americani di cui è editor at large padre James Martin (da anni sacerdote simbolo dell’apertura della Chiesa cattolica al mondo Lgbtq+) anche la discriminazione di genere praticata dalla amministrazione americana è uno dei punti di frattura con il cattolicesimo. E l’articolo così conclude: «La guerra contro l’insegnamento cattolico è meno evidente rispetto ai recenti spettacoli di violenza del governo, da Minneapolis a Teheran. È anche meno visibile. Ma una volta che si comincia a notarla, lo stato di guerra è chiaro. Quale è, allora, la responsabilità dei cattolici americani? Date a Cesare ciò che è di Cesare: certo, può avere tutte le meme-coin che vuole. A Dio, invece, dobbiamo un’obbedienza molto più significativa, come fece Gesù: rifiutare la chiamata alle armi e ascoltare la chiamata all’amore».
(da agenzie)
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