Settembre 10th, 2026 Riccardo Fucile
ELLY VINCEREBBE GIA’ AL PRIMO TURNO SUPERANDO IL 50%… COME DOVREBBERO SVOLGERSI LE PRIMARIE SECONDO GLI ELETTORI
Se il centrosinistra scegliesse le primarie come metodo per designare il proprio candidato premier, la segretaria del Partito democratico Elly Schlein vincerebbe la corsa contro il presidente del Movimento 5 stelle Giuseppe Conte.
Il sondaggio Noto vede avanti la leader dem sia al primo turno (con il 52% dei voti) che a un possibile ballottaggio (56%).
L’istituto ha analizzato anche i flussi di voto: alla prima consultazione l’80% degli elettori del Pd voterebbe per Schlein, mentre il 94% dei pentastellati indicherebbe Conte.
La base di Avs non è compatta, ma dentro questo bacino ai gazebo prevarrebbe nettamente la segretaria del Pd (con il 58%, contro il 30% che sosterrebbe l’ex premier).
Un candidato civico non iscritto ai partiti raccoglierebbe solamente il 4%. Ad un eventuale secondo turno su Schlein convergerebbe l’88% dei voti dem e il 66% dei rossoverdi.
Tuttavia, per il 50% degli elettori del centrosinistra sarebbe preferibile individuare il candidato premier della coalizione nel leader del partito che prenderà più voti. Comprensibilmente, l’opzione piace soprattutto ai dem (61%). Nel Movimento 5 Stelle il 62% degli elettori è favorevole alle primarie.
Le opinioni degli elettori su come dovrebbero funzionare le primarie
nche sulle regole non c’è una posizione comune. Il 59% vorrebbe primarie a turno unico, mentre solo il 24% preferisce un eventuale ballottaggio.
Quanto alle modalità di voto, il 55% sceglierebbe una formula mista, con gazebo e consultazioni online; il 20% vorrebbe soltanto i gazebo e l’8% esclusivamente il voto telematico.
Inoltre, per il 55% degli intervistati le primarie dovrebbero essere aperte a tutti. Il 18% invece vorrebbe consentire la partecipazione solo a chi si registra in anticipo su una piattaforma, mentre il 16% la riserverebbe agli iscritti ai partiti. Infine, il 43% ritiene che ogni partito dovrebbe presentare un solo candidato; il 23% opterebbe per lasciare libertà di candidatura, mentre il 17% è favorevole a fissare una soglia minima di firme per partecipare.
(da Fanpage)
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Settembre 10th, 2026 Riccardo Fucile
LA PIPPA DELLE PRIMARIE SI FARA’, MA COME L’INDICAZIONE DEL CANDIDATO PREMIER SUL PROGRAMMA ELETTORALE, NON SERVIRA’ A UN CAZZO: A DECIDERE IL PREMIER SARÀ, COME SEMPRE, SERGIO MATTARELLA…PER RISOLVERE L’ETERNO SCAZZO SULLA POLITICA ESTERA, E SULL’UCRAINA IN PARTICOLARE, A ELLY E CONTE BASTA UNA SUPERCAZZOLA LINGUISTICA, CHE SI PUÒ RIASSUMERE CON LO SLOGAN: “NO AL RIARMO NAZIONALE, SÌ ALLA DIFESA EUROPEA”
Daje e ridaje, finalmente qualcosa si è mosso a sinistra. I galletti del campo largo, più impegnati a farsi la guerra e a sognare la spartizione del potere futuro (circolano da mesi liste di possibili ministri) che a fare vera opposizione al fancazzismo dell’Armata Branca-Meloni, avrebbero trovato una quadra per fare squadra.
Una quadra chiamata compromesso, arte nobile della politica che non vuol dire sconfitta, anzi, che ha fatto il suo ingresso anche nelle testoline di Elly e Conte: “Giorgia Meloni ha vinto (nel 2022 ndr) perché il campo progressista era diviso. Noi dobbiamo promettere solennemente che non faremo mai più alla destra il favore di dividerci” (Schlein dixit).
Il nodo politico più difficile da sciogliere era la presenza di Matteo Renzi nella coalizione, detestatissimo dai pentastellati dal 2020 quando Italia Viva ritirò i suoi due ministri, Teresa Bellanova ed Elena Bonetti, oltre al sottosegretario Ivan Scalfarotto, uno strappo politico che portò alla crisi e poi alla caduta del secondo governo Conte e all’arrivo di Draghi a Palazzo Chigi.
Il dilemma ”Renzi sì, Renzi no” si è dissolto nelle ultime ore in un incontro a quattr’occhi Schlein-Conte: Elly, che ha un patto con Matteonzo che si chiama Casa Riformista, ha tirato fuori gli attributi e a Conte non è rimasto altro che sibiliare tra sé e sé: Elly lo vuole e io non posso farci niente.
Se, come ha promesso, l’ex sindaco di Firenze farà un passo indietro, magari mettendo nella prima linea di Casa Riformista il tandem Ruffini-Gabrielli, Conte farà finta di niente e non avrà niente da dire.
L’ok a Renzi arriva nelle stesse ore in cui il Campo largo ha finalmente trovato un escamotage per risolvere l’eterno scazzo sulla politica estera, e sull’Ucraina in particolare.
Come fare a tenere insieme il filo-putiniano Giuseppe Conte e i riformisti dem come Sensi e Quartapelle, fautori di un sostegno senza limiti a Kiev? La lingua italiana non serve solo a leccare i gelati, ma anche per aggirare i problemi.
Così è bastata una supercazzola linguistica, che si può riassumere con lo slogan: “No al riarmo nazionale, sì alla difesa europea”. Appaltando, giustamente, la politica estera ai 27 paesi dell’Unione Europea, Schlein e compagnia si tolgono dalle mani la patatona bollente che mette a rischio l’alleanza.
Resta infine solo una questione: chi sarà il leader della coalizione? Lla pippa delle primarie si farà, ma come l’indicazione del candidato premier sul programma elettorale, non servono a un cazzo: con qualsiasi legge elettorale, finché la Costituzione c’è e lotta insieme a noi, l’unico che avrà voce in capitolo sulla scelta del premier, sarà sempre Sergio Mattarella (anche con il Melonellum, che non essendo una riforma costituzionale non intacca le prerogative del presidente della Repubblica, previste dall’art. 92 della Carta).
Anche se un candidato del centrosinistra uscisse papa dalle urne, non è detto che non rimanga cardinale dopo le consultazioni al Colle (chiedere a Di Maio cosa successe nel 2018…).
Per completare il campolargo, rimane ancora in aria la fatidica terza gamba centrista. Oggi ci sarebbe stato un incontro tra Renzi, Ernesto Maria Ruffini e Benedetto della Vedova (che sta facendo la guerra a Riccardo Magi in +Europa) per iniziare a costruire il futuro di Casa Riformista.
Mentre l’altra alternativa per l’elettore che non ha nessuna voglia di votare PD-M5S-AVS, il Progetto Civico Italia di Alessandro Onorato, benedetto da Goffredo Bettini, non vede un futuro entrando a far parte di Casa Riformista.
“Renzi è una personalità importante, ma si porta dietro anche una storia di contrasti, di divisioni”, ha dichiarato l’assessore del Comune di Roma, Onorato. Aggiungendo: “Guai a porre veti, ma credo che una corsa autonoma di una nuova classe dirigente — noi, i socialisti di Maraio e le altre forze liberali — riuscirà a prendere molti consensi. L’unità in un unico contenitore politico non è stato possibile”.
E si domanda: “Ma ci dobbiamo domandare, una eventuale unione con Iv porterebbe più o meno voti al centrosinistra? Penso che due soggetti in campo farebbero il pieno ognuno con il proprio consenso, rafforzando la coalizione”.
(da Dagoreport)
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Settembre 10th, 2026 Riccardo Fucile
ALESSANDRO DE ANGELIS: “LEADER INCAPACI DI UNO SCATTO, NELLA DIREZIONE DI UN’EUROPA PIÙ FORTE E INTEGRATA CAPACE DI RISPONDERE AL DISAGIO E AL BISOGNO DI SICUREZZA DEI CITTADINI, PERCHÉ INCHIODATI, OGNUNO, ALLE VICENDE DEL PROPRIO PAESE”
. NON BASTERÀ SVENTOLARE LE NOBILI BANDIERE DELL’UNIONE O CITARE SPINELLI CONTRO I ‘BARBARI’ SE LE FORZE EUROPEISTE NON SI MISURERANNO CON SENSO COMUNE DEL RIFIUTO E CON LA PAURA
C’è un libro, in questi tempi inquieti, che merita di essere preso dallo scaffale. Il titolo è
Il tradimento dei chierici. Lo scrisse, sollecitato dagli sconvolgimenti europei in atto, il filosofo francese Julien Benda alla fine degli anni Venti del secolo scorso.
I chierici sono gli intellettuali, che dovrebbero avere una visione disinteressata della realtà e l’attitudine a elevarsi al di sopra dell’interesse particolare e del potere. Il tradimento è nella rinuncia a questo orizzonte. Arrivò il nazismo.
Purtroppo, un secolo dopo, il paradigma è applicabile alle classi dirigenti europee in senso ampio. In fondo, non ci voleva una Cassandra per prevedere cosa sarebbe successo in Sassonia.
L’economista Vladimiro Giacché, già in un lucido volume del 2013, parlò provocatoriamente di Anschluss, ragionando di unificazione della Germania. Come caso di scuola dei costi sociali dell’annessione citava quello della Treuhandanstalt, l’agenzia incaricata di liquidare in blocco l’apparato produttivo della Germania Est: migliaia di aziende vendute o chiuse in pochi anni, milioni di posti di lavoro cancellati.
A distanza di una generazione, il risentimento sedimentato ha preso forma politica nelle urne della Sassonia. Desertificazione industriale, disuguaglianze, perdita di reddito e status.
L’insicurezza determina paura, il populismo lo trasforma in odio e in cultura del nemico, promettendo protezione come chiusura nazionalista.
Ebbene, peggio del voto tedesco, c’è solo il dopovoto. Non solo nella Germania del confuso cancelliere Merz, ma in Europa. Racconta di chierici incapaci di uno scatto, nella direzione di un’Europa più forte e integrata capace di rispondere al disagio e al bisogno di sicurezza dei cittadini, perché inchiodati, ognuno, alle vicende del proprio Paese. Vedono con spavento la puntata che li riguarda e non la legano al film generale.
In definitiva, sono caduti nella trappola sovranista della logica nazionale. Guardate l’immigrazione: ognuno si fa il suo modello Albania, invece di ragionare europeo, scimmiotta la destra estrema e perde le elezioni.
La verità è che la crisi non è solo tedesca. È una crisi europea. Della sua democrazia. E riguarda, innanzitutto, il declino del compromesso sociale su cui si è retta per lungo tempo. È questo che stressa anche la questione migratoria. Jacques Delors lo aveva intuito con straordinario anticipo quando osservò: «Non ci si innamora del mercato unico». Giusto.
Nessuna comunità politica costruisce il proprio futuro soltanto sulle regole economiche senza una missione politica. Quel modello, più o meno, ha retto finché ha tirato l’economia, sia pur stretto nella contraddizione tra il cosmopolitismo dei mercati e il nazionalismo della politica.
Con la crisi finanziaria – dei subprime prima, dei debiti sovrani poi – viene alla luce la fragilità dell’impianto: un deficit di sovranità popolare. Di qui un doppio movimento: il potere reale si sposta verso il mercato e la finanza internazionale; la politica, percepita come establishment, allarga il suo divario coi cittadini lasciando spazio alla rabbia ideologica.E oggi la crisi europea è resa più acuta dall’età dell’incertezza, segnata dalla fine di un ordine mondiale, geopolitico ed economico, cui l’Europa è arrivata, con ogni evidenza, impreparata. Non è un’onda che si addomestica.
Compiere uno scatto significa misurarsi con quel nucleo di verità che il populismo declina in chiave regressiva. Col senso di impotenza dei cittadini verso scelte che sentono di non poter influenzare.
Alessandro De Angelis
per “La Stampa”
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Settembre 10th, 2026 Riccardo Fucile
RIFACCIAMO AI LEADER DEL CAMPO LARGO LA SOLITA DOMANDA: APRIRETE O NO UN’INCHIESTA SULLE RESPONSABILITA’ A TUTTI I LIVELLI IN QUESTI ANNI DI DECISIONI INFAMI, DISCRIMINAZIONI E VIOLAZIONE DELLE LEGGI INTERNAZIONALI?
L’allarme è arrivato sui telefoni della rete di volontari, che supplisce con la solidarietà alle lacune istituzionali, nelle prime ore della mattina. “L’acqua sta salendo”. E poi foto e video che mostrano decine di persone che provano a cercare riparo sul minuscolo marciapiede all’ingresso del Porto Vecchio, provando a mettere in salvo qualcosa. “Prendete i documenti e le cose più importanti e tenetele al sicuro”, la raccomandazione di volontari e attivisti, che da ore sono alla ricerca di soluzioni.
Nessuna soluzione istituzionale per i richiedenti asilo
La pioggia a Trieste continuerà per almeno 24 ore e a quelle persone adesso manca tutto. Persino vestiti e una coperta per ripararsi. “Stiamo chiedendo a tutti di portare quello che hanno al centro diurno di via Udine – spiega Marianna di Linea d’ombra fra le realtà civiche più note a Trieste, premiata con l’ambito San Giusto d’oro, ma da mesi al centro di attacchi – mentre cerchiamo posti per stanotte”.
Un compito arduo, che non spetterebbe alle associazioni. In strada, ci sono richiedenti asilo o aspiranti tali, anche con le nuove norme Ue avrebbero diritto all’accoglienza, ma il collocamento nelle strutture d’accoglienza da mesi si è inceppato, i trasferimenti in altre province o regioni sono stati bloccati, mentre l’applicazione delle procedure di frontiera è diventata la norma anche per si mette pazientemente in fila davanti alla questura in attesa quanto meno di un appuntamento per poter presentare domanda.
Minori, rifugiati e fragili sottoposti alle nuove procedure
Le nuove norme Ue prevedono che si applichi esclusivamente a chi cerchi di eludere i controlli alle frontiere esterne dell’Ue, ma a Trieste è diventata procedura standard. Per tutti. Inclusi quelli che spontaneamente si presentano per fare domanda.
“Abbiamo avuto casi di applicazione a minori che sono da anni in Italia e a 18 anni chiedono la protezione, ad afghani in fuga dai talebani, alcuni nuclei familiari sono stati divisi, con le donne sottoposte a procedura Dublino e gli uomini a quella di frontiera”, racconta Gianfranco Schiavone, giurista e fra le figure di riferimento di Ics, Consorzio internazionale di solidarietà, fra i pionieri dell’accoglienza diffusa in Italia. “Abbiamo curato più di 40 ricorsi di richiedenti asilo arbitrariamente sottoposti alle nuove procedure e il tribunale li ha accolti tutti”, sottolinea Schiavone.
Valanga di ricorsi vinti e il Viminale disegna nuove frontiere
Il Viminale ha provato a metterci una pezza con un decreto del 10 agosto che ne “aggiorna” uno del 2019, già in precedenza cassato dai giudici perché basato su norme abrogate, e trasforma, fra le altre, le intere province di Udine, Trieste e Gorizia in “zona di frontiera” per “ragioni geografiche”, seppellendo Schengen e riportando i rapporti con la Slovenia a più di vent’anni fa, quando piazza Transalpina, che segna(va?) il confine tra Gorizia e Nova Goriza, era divisa da una rete.
Una palese violazione del diritto Ue, secondo i giuristi che ricordano come la sospensione di Schengen sia possibile solo per periodi limitati di tempo e per fondati motivi di sicurezza, difficili da sostenere se è vero che Paesi Ue limitrofi o confinanti come Slovenia e Croazia non hanno rinnovato i controlli alle frontiere. Decideranno i giudici, i ricorsi presentati dopo il dieci agosto si contano già per decine.
Tutti condannati alla strada, anche se il tribunale ha detto no
Nel frattempo, il risultato per i richiedenti asilo è uno: la strada. Lì rimane chi è costretto a attendere settimane, se non mesi prima di avere la possibilità di presentare la propria domanda e fin dalle prime ore dell’alba non può fare altro che incolonnarsi davanti alla questura, sperando che sia il giorno buono. Lì finiscono i ricorrenti sottoposti a procedura di frontiera che aspettano l’esito del ricorso. Lì finiscono anche quelli che il ricorso lo hanno vinto e avrebbero diritto a un’accoglienza che non arriva. Per un uomo del Bangladesh, in là con l’età, ha significato tre ricoveri in ospedale per una polmonite grave. Dimesso per due volte e mai collocato in un centro, è stato costretto ad arrangiarsi in strada nell’attesa. Adesso è nuovamente ricoverato in gravi condizioni.
Cancellati i centri di primissima accoglienza
Del resto, i centri di primissima accoglienza, quelli in cui i richiedenti asilo venivano ospitati nelle prime fasi, non esistono più. Dopo “casa Malala”, la struttura costruita vicino al principale valico con la Slovenia, anche l’Ostello di Camposacro, fino a qualche settimana Cas non lontano da Trieste, è stato trasformato con un tratto di penna in un Paf, uno dei centri dedicati a chi sia sottoposto alle nuove rapidissime (e contestate) procedure. Una manovra che ha lasciato tanto perplessa la Caritas che lo gestiva, da indurre la realtà diocesana a mollare. “Noi – ha detto il direttore Giovanni La Manna alle testate locali – dobbiamo preservare la dignità delle persone. Ci sono delle perplessità che nascono dal fatto che il Tribunale di Trieste ha accolto i ricorsi di migranti sottoposti a quella procedura accelerata, quindi noi ci fermiamo, in attesa che si chiariscano i dubbi sul fatto che il sistema stia operando nel rispetto dei diritti e della dignità delle persone”.
“Una strategia deliberata”
Le stesse che oggi sperano almeno in una coperta che sostituisca quella trasformata in uno straccio zuppo e che aspettano tetto, accoglienza e assistenza a cui avrebbero diritto, ma di fatto non esiste più. “Una scelta deliberata, con un obiettivo politico: espellere le persone dal sistema, condannarle alla strada, sperare di monetizzare elettoralmente marginalità e problemi”, tuonano le associazioni.
(da Repubblica)
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Settembre 10th, 2026 Riccardo Fucile
NON POTEVANO MANCARE IL FAN SFEGATATO DI PUTIN, CHE FESTEGGIA IL COMPLEANNO DELLO ZAR ALL’AMBASCIATA DI MOSCA, E L’EX NEONAZISTA SEBASTIAN KOCH
L’Afd «ha rapporti con l’intero spettro dell’estrema destra» hanno sentenziato nel loro
rapporto più recente i Servizi segreti interni della Sassonia-Anhalt. E il loro programma «è intriso dell’ideologia razzista dell’etnopluralismo».
Fosse solo quello. Ecco una mini rassegna dei neodeputati. L’ex neonazista Sebastian Koch ha definito il suo passato neonazista «una fase». In realtà vanta un curriculum brillante. Dieci anni fa faceva parte di “Rechtes Plenum”, un gruppo che si autodefiniva “di resistenza nazionalsocialista” e amava farsi fotografare con mazze e passamontagna. Pare che Koch abbia anche un passato nella setta neorurale Artgemeinschaft (lui nega ma è finito nel mirino della polizia in un blitz recente contro l’organizzazione).
Una setta bruna che per decenni si e dedicata con passione all’attività di «custode della razza germanica». Finché nel 2023 le autorità tedesche l’hanno vietata. Sui social Koch si diverte a postare motti della Wehrmacht come «fedeltà per la fedeltà». E nel tempo libero si dedica ai riti del solstizio d’estate delle comunità rurali neonaziste.
Anche Philipp-Anders Rau è finito nelle maglie del blitz recentissimo contro la Artgemeinschaft, anche lui nega di farne parte. Ma in campagna elettorale ha propagandato «legge e ordine» finché è venuto fuori che nel 2009 era stato condannato per furto e qualche anno dopo per aver falsificato il diploma di maturità. […]
Ma per l’Afd non è stato un motivo sufficiente per cancellarlo dalla lista elettorale. E a proposito della maturità finta: in tribunale Rau si è difeso sostenendo di essere stato cocainomane all’epoca e dunque «inaffidabile». Due anni fa, inoltre, si sparse la voce che che tra un furto e un falso Rau avesse partecipato a un film porno. Lui replicò, indignato, «non sono né una vergine né un attore porno».
Il putinista Maga Florian Schröder ama Putin e Trump, ma ormai le due cose si sposano bene. L’anno scorso è stato avvistato alla festa di compleanno in onore dello zar organizzata dall’Ambasciata russa, pochi mesi dopo era su un aereo per New York per partecipare insieme ad altri sei colleghi Afd della Sassonia-Anhalt a una serata di gala dei giovani repubblicani Maga che ha voluto premiare uno degli esponenti più radicali dell’ultradestra, Markus Frohnmeier, fan sfegatato di Trump.
Per festeggiare gli ospiti, i trumpiani duri e puri hanno intonato la prima strofa dell’inno tedesco, Deutschland, Deutschland ueber alles, quella vietata dopo il nazismo.
«Difficile da accettare». Il responsabile regionale per la rielaborazione della dittatura della Ddr, Johannes Beleites, aveva commentato così la scelta dell’Afd di candidare Frank-Ronald Bischoff al Parlamentino regionale. L’ex ufficiale della Stasi è stato eletto.
E vale la pena ricordare che per dodici anni, dal 1977 fino all’anno della caduta del Muro, Bischoff era incaricato di esaminare le richieste di espatrio dei cittadini della Ddr. […]
Il produttore porno Ronny Kumpf si è impegnato a lungo in un’organizzazione che simpatizzava per l’Afd, adesso farà il suo ingresso nel Parlamento di Magdeburgo come deputato. E in campagna elettorale pare abbia fatto propaganda per l’organizzazione estremista Ein Prozent. Ma prima di dedicarsi con profitto alla politica, Kumpf faceva il produttore di film porno. Chissà se lo proporranno per il ministero della famiglia.
(da Repubblica)
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Settembre 10th, 2026 Riccardo Fucile
ALLA LEGA DEL CAOS, LA ”PREMIER DURACELL” DEVE AGGIUNGERE LO STATO DI GUERRIGLIA IN FORZA ITALIA, DOVE IL “MAGGIORDOMO DI CASA MELONI”, ANTONIO TAJANI , GIACE NEL TRITACARNE DEGLI OCCHIUTO, ZANGRILLO, MULÈ
Che cosa si prova a diventare una gallina lessa, una lingua in salmì, uno zampetto con mostarda?
Dopo fiori e onori, salamelecchi e aggettivi lecca-lecca, dopo fiumi di inchiostro versati, dopo infuocati entusiasmi, si riesce davvero a scendere nell’inferno del potere perduto, sbattuti in un “carrello di bolliti misti”, provare a poggiare le chiappe sulla poltrona e ritrovarsi col culo per terra?
Nemmeno il suo “ideologo” e futuro suocero Denis Verdini, colui che suggerì la malsana idea di una Lega nazionale, riesce più a far ragionare Matteo Salvini.
Si racconta che alla presenza di un parlamentare di punta della Lega, il leader del partito fondato da Umberto Bossi, nonché vice-premier e ministro delle Infrastrutture, si sia talmente imbufalito all’ipotesi di disinnescare la questione Vannacci infilando nella nuova legge elettorale il ballottaggio (idea partorita dai capoccioni di Fratelli d’Italia), da digitare il numero di Giorgia Meloni e sbraitare: “Tolgo la fiducia al governo!”.
E questa è solo una delle tante “uscite” fuori di sinapsi del “gran bollito lombardo” che si sussurrano nei palazzi romani del potere.
Del resto, davanti allo spappolamento del Carroccio, diventato un cartoccio che raccatta a mala pena il 6 per cento, sconquassato da una linea politica sovranista e populista in salsa trumputiniana, a cui si è sommato l’infausto arruolamento di Vannacci, tale condizione di alterazione psicologica va pure capita.
E diventa sempre più difficile per Salvini superare l’assedio dei governatori e dei dirigenti del Nord, capeggiati da Attilio Fontana e da Massimiliano Romeo, che hanno in mano il bacino elettorale lombardo-veneto.
Tra dieci giorni, occhi puntati sul pratone di Pontida, dove domenica 20 settembre potrebbe succedere di tutto, dato che di solito la kermesse vede in maggioranza la presenza dei leghisti del nord-est, i più incazzati con Salvini.
Tutto è appeso a un fattore: il fidanzato di Francesca Verdini riuscirà a trovare un accordo con Fontana e Romeo?
Una situazione da allarme rosso che sta mandando in fibrillazione gli otoliti della fu “Giorgia del Due Mondi”. Sarebbero avvenute interlocuzioni fra la premier e quello che resta del gotha salviniano, Durigon e Calderoli: “Parlate voi con i governatori, trovate un accordo o davvero rischia di cadere il governo…”.
Le angosce della Fiamma Magica di Palazzo Chigi hanno più di una ragione: subito dopo Pontida sbarcherà alla Camera la legge elettorale (l’inizio della discussione è calendarizzato per il 28 settembre) e la votazione si svolgerà a scrutinio segreto.
E come è già successo, con i tanti parlamentari che ormai sono certi che non verranno ricandidati, il rischio di andare sotto a causa dei franchi tiratori non è per niente da escludere.
Anche perché, allo stato di casino totale della Lega, si accompagna lo stato di guerriglia dell’altro alleato della maggioranza, Forza Italia.
Fatti fuori i suoi bracci esecutivi Barelli e Gasparri, il primo “maggiordomo di Giorgia”, Antonio Tajani, è finito nel tritacarne degli Occhiuto, Zangrillo, Mulè che, coltello fra i denti, stanno vivendo ore di tensione in attesa del voto dell’elezione supplettiva in Calabria, prevista per il weekend successivo a quello di Pontida, il 27-28 settembre. Se il candidato azzurro viene fatto nero, anche qui, potrebbe succedere la qualsiasi.
I prossimi giorni saranno duri per l’Armata Branca-Meloni ma se, come al solito in Italia, tutto si arrangia e si risolve nel nome del santo potere (“‘A Fra’ che te serve?”), poi arriverà la discesa e quindi la pacchia.
Grazie a un forte gettito fiscale, l’Italia ha ottime probabilità di uscire dallo stato di infrazione del 3%. A quel punto, apportando nella finanziaria un opportuno spostamento di bilancio, Giorgia Meloni si travestirà da Befana e ci inonderà di balocchi e profumi
(da Dagoreport)
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Settembre 10th, 2026 Riccardo Fucile
MARCELLO SORGI: “NESSUNO VUOLE TROVARSI A GESTIRE UN RISULTATO CHE PER FORZA DI COSE, CON VANNACCI IN CONTINUA CRESCITA, SARÀ MEDIOCRE”
Dopo mesi di tira e molla, che datano dall’uscita di Vannacci dalla Lega, il 3 febbraio, i
governatori del Nord, il doge Zaia, il capogruppo (in procinto di essere giubilato) dei senatori Romeo e il non meglio definito «popolo del Nord» hanno messo a punto una proposta che per Salvini significherebbe trasformare il partito di cui è padrone assoluto «Lega per Salvini premier» – uno slogan che risale a quasi dieci anni fa, ai tempi eroici del 34 per cento che consentiva al Matteo nazionale di autoproclamarsi capo del centrodestra e guidare la delegazione che andava al Quirinale per le consultazioni – in una federazione di tre Leghe, Nord, Centro e Sud, ciascuna con i suoi organi dirigenti e i suoi candidati per le prossime elezioni politiche.
Quella del Nord sarebbe pronta a esordire – o a riesordire – a Pontida. Con la differenza che, mentre i candidati nordisti qualche possibilità concreta di rielezione ce l’hanno ancora, i centristi e i sudisti i seggi in Senato e alla Camera dovrebbero sudarseli
Salvini, che anche ieri ha preso tempo, in questo quadro resterebbe segretario fino alle prossime elezioni. Dopo di che, anche se questa parte della proposta non è scritta, la leadership toccherebbe alla parte della federazione che avrà preso più voti. I «ribelli» nordisti, che hanno menato le danze fin qui, prenderebbero atto che non c’è uno di loro per ora che intenda candidarsi contro il Capitano.
In altre parole che nessuno vuole trovarsi a gestire un risultato che per forza di cose, con Vannacci in continua crescita, sarà mediocre. E Salvini avrebbe da sei mesi a un anno, e forse qualcosa di più se le urne dovessero aprirsi alla scadenza naturale dei cinque anni, per riorganizzarsi e rilanciare se stesso.
Il che, conoscendo le sette vite di cui ha saputo godere in tanti altri momenti di difficoltà, potrebbe perfino essere troppo, se il progetto finale dei suoi avversari interni è quello di liberarsene una volta e per tutte.
(da La Stampa)
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Settembre 10th, 2026 Riccardo Fucile
IL PARA-NAZI BOVINO HA IN PROGRAMMA UN LIBRO E NON ESCLUDE LA CANDIDATURA POLITICA: IL 56ENNE STA COSTRUENDO UNA RETE CON LE DESTRE EUROPEE E CON LE ELEZIONI DI MIDTERM ALLE PORTE, DEFINISCE UNA SUA CANDIDATURA “UN’OPZIONE INTERESSANTE” – NEL FRATTEMPO, SI DILETTA A VENDERE WHISKEY CON LO SLOGAN “DEPORTIAMOLI TUTTI”
Greg Bovino aspetta. Aspetta che il tempo gli dia ragione, e non solo il tempo. Tra poco gli animi torneranno a svegliarsi e i chierici traditori verranno messi a tacere.
Era l’inizio di marzo quando l’allora comandante generale dell’Ice, […] venne avvicinato da un paio di agenti dell’ufficio disciplinare che chiedevano spiegazioni su alcuni casi di sospetta cattiva condotta. Era forse il suo coinvolgimento diretto o indiretto nell’uccisione di due poveri diavoli a Minneapolis tre mesi prima?
Non si sa: l’unico particolare trapelato, di tutta l’inchiesta, è che Bovino era chiamato a discolparsi di presunte frasi antisemite e di false dichiarazioni inerenti operazioni contro i migranti. […] Alla fine del mese l’incolpato era condannato – anche qui: non si sa nulla della giuria e del verdetto – e lasciava la divisa.
“In Minnesota ci siamo arresi” ha incominciato a gridare ai quattro venti, fin da subito, sui social e alle televisioni. Gli hanno detto di stare zitto, racconta, lo hanno più o meno minacciato. Lui per tutta risposta si è messo a fare l’influencer, il predicatore su Youtube, il comiziante.
Sì, insiste, con i clandestini abbiamo messo le mani in alto: sono 100 milioni in tutti gli Stati Uniti e stanno mutando geneticamente e culturalmente il Paese. Poco importa che le stime più accreditate del Pew Research Center parlino di 14 milioni nel 2023, scesi di almeno 4 milioni nel fuggi fuggi degli ultimi venti mesi, e che la Amministrazione Trump sbandieri su richiesta il dato di 51.000 tra arresti e deportazioni nel solo mese di agosto.
Perché sì, l’Ice non ha smesso di far retate; ora le fa con più discrezione. Tutto questo non conta, o meglio non esiste, nella visione del mondo secondo questa sorta di MacArthur in sedicesimo che, chissà, potrebbe voler essere, più che un MacArthur, un De Gaulle. O qualcun altro, anche in Italia, ma altri nomi non ne facciamo.
Se il buen retiro è la sua casa in North Carolina e l’orizzonte è il Tennessee, questo non vuol dire che sia rimasto fermo a contemplare le praterie. Al contrario: è stato anche in Europa a stringere legami con le destre continentali.
Al momento non risultano contatti in Italia, ma in Portogallo c’è stato e anche in Romania. Ha rilasciato interviste a testate della destra francese in cui come esempi ha indicato il famigerato direttore della Cia J. Edgar Hoover e, per restare in tema di stellette, George Patton e persino Erwin Rommel.
In Romania, per mettere le cose in chiaro, si è fatto il selfie con la tomba di Vlad l’Impalatore, principe di Valacchia trasmigrato nella cultura popolare con il nomignolo di Dracula. Gli impalati, ha avuto cura di spiegare, erano turchi ottomani, islamici invasori, e gli impalatori una sorta di Border Patrol ante litteram.
Alla fine di ogni trasferta, per parlare agli Young Republicans di New York come al Save Heritage Indiana, torna a casa in North Carolina. A rivedere le bozze. Il comandante ha scritto un libro: titolazione riservatissima, contenuti si promette risolutivi. Lui anticipa: “Sarà un libro di verità, leadership e filosofia”. Di più non si dimandi, ma è difficile che il mondo vi sia descritto come qualcosa che marcia nella direzione giusta. Lui, disilluso e deluso, ci ha bevuto su.
La sua seconda fatica è infatti dedicata alla creazione e al lancio del whiskey del Comandante, che troneggia sull’etichetta nera a caratteri aurei, tra foglie di alloro e Old Glory al vento. “Per la tribù”, si legge sotto, e poi: “Deportiamoli tutti”. Lo produce un tizio, in Florida, che candidamente ha ammesso alla Cnn di contare sull’effetto pubblicitario delle controversie presenti, passate e future. […]
Ma di sola rivalsa per una cacciata ritenuta ingiusta si può trattare? Qualcosa bolle e l’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato, che a novembre potrebbero essere un colpo non da poco per un Trump accusato di scarso rendimento, smuove le acque. Un sito che lo vuole presidente è già partito. Lui, come altri generali e comandanti prima di lui (sia chiaro, il riferimento è a MacArthur), nicchia ma ci pensa. “Un’opzione interessante, la tengo aperta” dice e non dice.
(da agenzie)
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Settembre 10th, 2026 Riccardo Fucile
“MA QUESTA LEGISLAZIONE SECURITARIA, QUESTA DOTTRINA ILLIBERALE, È FIGLIA DI UN EQUIVOCO, DI UN ABBAGLIO COSTITUZIONALE. PERCHÉ LA SICUREZZA NON È UN DIRITTO, BENSÌ UN LIMITE ALL’ESERCIZIO DEI DIRITTI”
Estratto dall’introduzione di “Fascismo bianco”, di Michele Ainis, ed. Garzanti
È il tempo della paura. […] E la paura libera un’energia negativa, puramente difensiva, che oscura l’idea stessa della libertà in cambio di maggiore sicurezza, in nome d’un bisogno di protezione, di rassicurazione. L’uomo moderno – diceva Sigmund Freud – rinunzia volentieri alla possibilità d’essere felice se questo è il prezzo per sentirsi più sicuro.
Ma è un fenomeno globale, sospinto dal vento della storia. Guardiamoci attorno, a partire dai quattro Stati più potenti del pianeta. Due di loro (Cina e Russia) sono autocrazie, se non vere e proprie dittature. Gli altri due (India e Stati Uniti) si qualificano come democrazie, almeno sulla carta.
Tuttavia in India governa da più di un decennio un Premier nazionalista (Narendra Modi), artefice di politiche discriminatorie contro la minoranza musulmana, oltre che d’una stretta sul dissenso e sulla libertà di stampa. Mentre negli USA ha (ri) vinto Donald Trump, aprendo una nuova stagione: deportazioni di massa per i clandestini, pugno di ferro contro l’opposizione, una museruola sul potere giudiziario.
Non sarà un caso se Trump, al pari di Modi, Putin e Xi Jinping, sia un leader ultrasettantenne. Quando il futuro genera angoscia, allora ti rifugi nel passato, nei vecchi che incarnano il passato.
Nemmeno è un caso se la stagione dei diritti – mezzo secolo fa, ma sembra ormai un millennio – sia stata inaugurata dal più giovane presidente degli Stati Uniti: John F. Kennedy, eletto a quarantatré anni. Ma quello era un tempo di speranza, d’ottimismo, di fiducia nel progresso. Il tempo che allevò i primi movimenti ambientalisti, pacifisti, femministi. Il tempo delle libertà.
Accadde anche in Italia, quando la Costituzione generò i suoi frutti più maturi, con un ventaglio di riforme che hanno trasformato il nostro vivere civile. L’approvazione della legge elettorale che permise d’introdurre le Regioni, nel 1968. Lo statuto dei lavoratori del 1970.
Sempre in quell’anno, la legge che ha permesso di celebrare i referendum e la legge sul divorzio, confermata da un referendum nel 1974. […] L’istituzione del Servizio sanitario nazionale, nel 1978. […] Infine la legge Basaglia, che in quello stesso anno chiuse i manicomi.
Ma la Costituzione non è che un pezzo di carta, diceva Calamandrei: «La lascio cadere e non si muove». Affinché si muova, serve un popolo che la sostenga. I diritti vivono sulle gambe degli uomini, non sulle colonne a stampa delle Gazzette ufficiali. E non sono mai per sempre.
Ogni generazione deve impadronirsene di nuovo, riconquistarli, giacché altrimenti appassiscono, benché scolpiti in una Carta costituzionale.
È la lezione (questa sì, perennemente attuale) dei fascismi: Mussolini non si curò d’abrogare lo Statuto albertino del 1848, pur calpestando una per una le sue garanzie liberali; Hitler lasciò sopravvivere la Costituzione di Weimar del 1919 – madrina dello Stato sociale – mentre il nazismo compiva i suoi misfatti.
Serve insomma una reazione, o almeno una presa di coscienza, rispetto alla stretta autoritaria che anche in Italia sta corrodendo le nostre libertà. Difatti è un fenomeno che cade goccia a goccia, generando assuefazione.
Dopotutto, la lezione del COVID ci ha mostrato che è possibile vivere senza libertà – anzi, che per sopravvivere dobbiamo rinunziarvi. Sarà che di libertà ne abbiamo ricevuta in dote troppa, e allora non ne riconosciamo più il valore. O forse sarà che in passato ne abbiamo fatto abuso: come osservò Platone, «dalla somma libertà viene la schiavitù maggiore e più feroce».
Tuttavia il pericolo maggiore giunge dall’accondiscendenza, figlia della paura ma altresì dell’ignoranza. Non conosciamo il nostro patrimonio di diritti, pochi hanno letto la Costituzione che dovrebbe garantirne la tutela. E non abbiamo perciò alcuna difesa contro la loro violazione. Tanto più se quest’ultima avviene in forme subdole e indirette, anziché palesi.
Senza negarne la validità formale, però svuotandoli di fatto, come un guscio d’arsella. Aggirandoli, tradendone lo scopo. In questi casi la regola costituzionale viene usata contro sé stessa, viene forzata al limite dell’autolesionismo. È il fenomeno della «frode alla Costituzione», su cui Georges Liet-Veaux scrisse pagine illuminanti già nel 1943.
È la prassi dei regimi autoritari, che in ogni tempo s’accompagnano all’ossequio formale delle regole, congiunto al loro disprezzo sostanziale. E che giustificano le offese alla legalità costituzionale in nome della sicurezza, dell’allarme verso questo o quel pericolo incombente, vero o falso che sia.
Da qui uno stato d’emergenza permanente, che stressa la società civile e che trasforma la società politica in una casamatta, in una fortezza militare. Da qui l’abuso dei decreti legge o di altri strumenti normativi eccezionali, come gli executive or ders del presidente americano, ormai divenuti strumenti ordinari di legislazione. Da qui la moltiplicazione dei divieti, dei nuovi reati, degli aggravi di pena, frutto d’un pensiero otte nebrante come un anestetico. A danno di chi? Dei diseredati, come i detenuti o gli immigrati.
Dei dissidenti, di chi canta fuori dal coro. O più in generale di chi coltiva uno stile di vita irregolare rispetto ai crismi dell’autorità costituita. Accade in Italia, sta accadendo in tutto l’Occidente.
C’è insomma in circolo un vento autoritario, che sta spazzando via le nostre libertà. Riconoscerne il pericolo, denunziarlo, contrastarlo, non è una battaglia di partito, quale che sia il partito. È un obbligo costituzionale. […]
Ma questa legislazione securitaria, questa dottrina illiberale, è figlia di un equivoco, di un abbaglio costituzionale. Perché la sicurezza non è un diritto, bensì un limite all’esercizio dei diritti.
Vale per la privacy, che può ben essere violata quando entra in gioco l’esigenza di perseguire i criminali. Vale per cortei e manifestazioni, vietati se mettono a rischio l’incolumità pubblica. Vale per la libertà di domicilio, così come per ogni altra libertà. Ma se nessun diritto è incondizionato, allora non potrà mai dirsi assoluta la sete di sicurezza, che non assurge nemmeno al rango di diritto. Da qui la conclusione: se per respingere i migranti o i disobbedienti proclamiamo uno stato d’assedio permanente, ne va di mezzo la nostra stessa libertà. E in ultimo l’ossessione della sicurezza ci recherà in dono la più acuta insicurezza.
(da agenzie)
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