Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
LO STORICO GIANNI OLIVA: “LA SPIEGAZIONE DI QUESTA MEMORIA A LUNGO NEGATA RINVIA A TRE SILENZI. IL PRIMO È QUELLO INTERNAZIONALE: NEL 1948, QUANDO STALIN ROMPE I RAPPORTI CON TITO, LA JUGOSLAVIA DIVENTA PER L’OCCIDENTE UN INTERLOCUTORE E NON VA DISTURBATA. IL SECONDO È IL SILENZIO DEL PARTITO COMUNISTA ITALIANO. E IL TERZO È IL SILENZIO DI STATO: APRIRE I CONTI CON IL PASSATO SIGNIFICA RISCHIARE RIVISITAZIONI DAGLI ESITI IMPREVEDIBILI E INDIVIDUARE LE CORRESPONSABILITÀ DI TROPPI”
Anche se il voto quasi unanime con cui nel 2004 il Parlamento ha istituito la “giornata del
ricordo” ha contribuito a sottrarre il tema dal cono d’ombra dell'”indicibile”, la vicenda del confine nordorientale resta una pagina ancora
parzialmente irrisolta, stretta tra l’ignoranza dei molti (troppi) che continuano a non sapere di che cosa si tratta, i retropensieri dei negazionisti e dei riduzionisti, le esasperazioni opposte di chi parla di genocidio e di pulizia etnica.
La storiografia più avveduta ha fatto chiarezza da tempo: nella primavera 1945 nelle foibe (le fenditure naturali tipiche del paesaggio carsico) stati gettati i cadaveri di cinque/seimila cittadini italiani eliminati dall’esercito partigiano jugoslavo.
Le spiegazioni del fenomeno riconducono ad una duplice realtà: da un lato, gli antagonismi nazionali alimentati dall’italianizzazione forzata perseguita dal fascismo ed esasperati dalle violenze dell’occupazione militare italo-tedesca del 1941-’43, quando il Regio Esercito si rese responsabile di esecuzioni sommarie, deportazioni di cittadini slavi, incendi di villaggi; dall’altro, la politica espansionistica del nazionalcomunismo di Tito e il progetto di annettere alla nuova Jugoslavia comunista le terre mistilingue dell’Istria e della Venezia Giulia.
Nel maggio-giugno 1945, quando le forze titoiste arrivano per prime a Trieste, si scatena una repressione brutale nella quale si mescolano risentimenti nazionali e volontà epurativa politica. Perché al tavolo delle trattative di pace venga riconosciuta la sovranità di Belgrado su tutto il territorio giuliano, bisogna infatti eliminare le persone che possono difenderne l’italianità, impedire l’affermarsi di autorità antifasciste capaci di legittimarsi agli occhi degli Alleati, sopprimere le personalità di orientamento moderato o anticomunista.
E da qui il fenomeno successivo: l’esodo di circa 300mila italiani dalle regioni che il trattato di pace del 10 febbraio 1947 ha assegnato al controllo jugoslavo, cittadini che lasciano le loro terre d’origine e raggiungono la penisola, ospitati in 109 campi di raccolta sparpagliati in tutte le regioni.
Perché per tanti decenni non si è parlato di tutto questo? La spiegazione di questa memoria negata rinvia a tre silenzi, pesanti come macigni. Il primo è il silenzio internazionale.
Nel 1948, quando Stalin rompe i rapporti con Tito accusandolo di deviazionismo, la Jugoslavia diventa per l’Occidente un interlocutore e la prima regola della diplomazia è che gli interlocutori non si mettono in difficoltà con domande imbarazzanti: da quel momento, non c’è più interesse a far chiarezza né sugli infoibati, né sulle ragioni dell’esodo dall’Istria e dalla Dalmazia.
Il secondo è il silenzio di partito. Per il Partito comunista parlare di foibe significherebbe esplicitare la posizione di Togliatti sulla questione di Trieste e mettere in evidenza le contraddizioni di un movimento che in Parlamento opera come partito nazionale, ma in politica estera conserva la visione internazionalista e la subalternità alle indicazioni di Mosca.
Il terzo è il silenzio di Stato. L’Italia fascista ha scatenato la seconda guerra mondiale insieme alla Germania nazista e l’ha persa, ma la nuova Italia del 1945 si sforza di autorappresentarsi come Paese vincitore e utilizza l’esperienza della Resistenza partigiana (nobile e determinante per il futuro del Paese, ma minoritaria) come alibi per autoassolversi e cancellare in un colpo il periodo 1922-1943.
Questa rielaborazione rassicurante del passato, che scarica le colpe della dittatura e della guerra esclusivamente su Mussolini e sul Re, giova tanto alla sinistra comunista (che nella Resistenza trova la propria legittimazione) quanto alle forze moderate, che puntano alla normalizzazione dello Stato e alla continuità della classe dirigente.
Aprire i conti con il passato significa rischiare rivisitazioni dagli esiti imprevedibili e individuare le corresponsabilità di troppi, pregiudicando gli equilibri del Paese: meglio fingersi vincitori e garantire a tutti una ritrovata verginità politica e morale. Perché questa autorappresentazione possa funzionare, occorre però rimuovere dalla memoria collettiva ciò che ricorda la sconfitta. Nascono così i silenzi.
“Indicibili” sono i prigionieri di guerra perché rinviano all’idea della sconfitta; “indicibili” sono i crimini di guerra italiani e i presunti criminali di cui si nega l’estradizione; “indicibili”, soprattutto, sono le foibe e l’esodo, perché nessun Paese vincitore subisce, dopo la fine del conflitto, la strage di migliaia di cittadini e l’esodo di centinaia di migliaia di altri.
La “giornata del ricordo” è stata una scelta politica (tardiva ma importante) per trasformare la tragedia del confine nordorientale in coscienza collettiva: dopo oltre vent’anni dalla sua istituzione, è però evidente che la strada da percorrere è ancora lunga. Sarà percorsa solo il giorno in cui si riconoscerà che gli infoibati e gli esuli non sono né di destra né di sinistra, ma solo cittadini italiani, vittime estreme di quella follia nazionale che fu la guerra 1940-’45.
Gianni Oliva
per “la Stampa”
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Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
IL “GUARDIAN” DEDICA UN ARTICOLO AL CASO E DÀ RILEVANZA ALLO SCIOPERO DELLE FIRME DEI GIORNALISTI DI RAISPORT
I giornalisti sportivi della televisione pubblica italiana stanno mettendo in atto forme di protesta in risposta alle clamorose gaffe commesse dal direttore sportivo durante il commento della cerimonia di apertura delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina Winter Olympics.
Paolo Petrecca, nominato nel 2025 alla guida di Rai Sport, ha dapprima dato il benvenuto agli spettatori allo Stadio Olimpico di Roma invece che a San Siro di Milano, dove si è svolta la cerimonia di venerdì, per poi scambiare l’attrice italiana Matilda De Angelis per Mariah Carey e Kirsty Coventry, presidente del Comitato Olimpico Internazionale, per Laura Mattarella, figlia del presidente della Repubblica.
Le gaffe sono state immediatamente derise dagli spettatori sui social media e sfruttate dai partiti di opposizione, anche alla luce della presunta vicinanza di Petrecca al governo di estrema destra di Giorgia Meloni. De Angelis ha scherzato: «Mariah Carey e io a quanto pare siamo la stessa persona».
Il Cdr, l’organismo sindacale interno che rappresenta i giornalisti Rai, ha dichiarato lunedì che i giornalisti sportivi dell’emittente daranno vita a proteste, tra cui la rinuncia alla firma dei servizi dedicati ai Giochi e uno sciopero di tre giorni al termine dell’evento, in risposta alla “disastrosa copertura” della cerimonia inaugurale da parte del direttore sportivo.
«Per tre giorni ci siamo tutti sentiti imbarazzati», si legge nella nota del Cdr. «E senza colpa. È arrivato il momento di far sentire la nostra voce, perché stiamo
assistendo alla peggiore performance di sempre di Rai Sport durante uno degli eventi più attesi di tutti i tempi, le Olimpiadi invernali di Milano Cortina».
Secondo il Cdr, il commento errato ha danneggiato la Rai, i cittadini che pagano il canone e i giornalisti che lavorano per il servizio pubblico. La dichiarazione aggiunge: «Non è una questione politica, come qualcuno vorrebbe far credere, ma una questione di rispetto e dignità del servizio pubblico».
Esponenti dell’opposizione hanno sostenuto che l’episodio rappresenti l’ennesimo esempio di presunto orientamento di destra della Rai. Sandro Ruotolo, del Partito democratico, ha parlato di un ulteriore segnale di «occupazione politica e dilettantismo» di quella che ha definito «TeleMeloni».
In un’azione senza precedenti nel 2024, i conduttori dei telegiornali dei tre principali canali Rai lessero in diretta un comunicato di Usigrai che accusava il governo Meloni di «trasformare la Rai in un megafono del governo».
(da Guardian)
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Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
“UN DIRETTORE DI RAI SPORT CHE NON CONOSCE GLI ATLETI… MA STATTENE A CASA O VAI A DIRIGERE ‘RAI YOYO’ E TI PRENDI LO STIPENDIO”… È STATO DI UNA SCIATTERIA IMPRESSIONANTE, PETRECCA PENSAVA DI POTER ANDARE A FARE LA TELECRONACA SENZA PREPARARSI”
Il vero problema della Rai è il direttore di Rai Sport Paolo Petrecca. È di una sciatteria
impressionante. Oltre che di superbia. Pensava di poter andare a fare la telecronaca dell’inaugurazione delle Olimpiadi senza prepararsi. Allora vale tutto, ha messo in campo tutta la sua inadeguatezza: si deve dimettere!
L’azienda deve invitare Petrecca a mettere le dimissioni sul tavolo. Lo dico anche agli amici di centrodestra che farebbero più bella figura. Se Petrecca rimane i vertici della Rai mostrano di essere della stessa sua pasta. I direttori, da regolamento, non possono condurre. Ha bisogno di una delega. Un direttore di Rai
Sport che non conosce gli atleti… è una figura pazzesca. Ma stattene a casa, fai più bella figura. Vai a dirigere “Rai Yoyo” e prendi lo stipendio.
(da agenzie)
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Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
NELL’ULTIMO TOUR SI È RIFIUTATO DI ESIBIRSI NEGLI STATI UNITI PER IL TIMORE CHE L’ICE POTESSE FARE RETATE FUORI DAI SUOI CONCERTI E HA CONQUISTATO LE CLASSIFICHE CON IL SUO ALBUM “DEBÍ TIRAR MÁS FOTOS”
Nel 2025 è stato l’artista più ascoltato su Spotify grazie al suo album «Debí Tirar Más Fotos» e pochi giorni fa è entrato nella storia della musica diventando il primo artista che canta in spagnolo a vincere il premio al Miglior album ai Grammy Award. Quello di Bad Bunny — al secolo Benito Antonio Martínez Ocasio — è un’ascesa da sogno americano.
Nato il 10 marzo 1994 a Vega Baja, cittadina di Porto Rico, inizia a scrivere brani a 14 anni. Il 2025 è l’anno della consacrazione globale. Eppure il suo trionfo è stato definito insieme meritato e sorprendente.
Il motivo? È un artista che non ha paura di esprimere il suo pensiero in un’America sempre meno aperta e accogliente. Lo ha fatto sul palco del Super Bowl e prima ancora su quello dei Grammy, dove si era scagliato contro l’Ice. «Non siamo selvaggi, non siamo animali, non siamo alieni. Siamo esseri umani e siamo americani».
Mesi fa, all’annuncio del tour mondiale, aveva spiegato di aver scelto di non esibirsi negli Stati Uniti per il timore che l’Ice potesse fare retate fuori dai suoi concerti, preferendo una residency di 30 date a San Juan, capitale di Porto Rico.
Bad Bunny canta solo in spagnolo, segnando una cesura con tutti gli artisti latini che lo hanno preceduto. Molti hanno dovuto scegliere l’inglese per raggiungere un’audience mondiale (come Enrique Iglesias), mentre altri hanno rivendicato la loro americanità
Lui no: è portoricano e vuole che si sappia, parla in spagnolo anche quando ritira i
premi o sul palco dell’Halftime del Super Bowl e, soprattutto, non sente la necessità di cambiare la propria lingua per esprimere la propria arte.
Ma non è solo questo: è tutto il suo ultimo lavoro a contenere un messaggio politico: una lettera d’amore alla sua Porto Rico che parla delle note dolenti della globalizzazione, della malinconia di chi se ne va per inseguire i propri sogni e, tornando, non riconosce i luoghi della propria infanzia, trasformati dal turismo di massa.
Temi complessi, eppure universali come la nostalgia della famiglia e della casa in cui si è nati, che sono forse una prova del cambiamento culturale in atto, con le nuove generazioni di latini che non vogliono più rinnegare le loro radici, ma le rivendicano con orgoglio.
(da agenzie)
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Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
ELLY SCHLEIN PUNTA IL DITO CONTRO GIORGIA MELONI: “PERCHÉ QUANDO SI TRATTA DI CONDANNARE ALCUNE VIOLENZE INTERVIENE SUBITO, MENTRE SU ALTRE SCEGLIE IL SILENZIO? UN SILENZIO CHE RIVELA CHE L’UNICO DOPPIOPESISMO È IL SUO”
Sui muri la scritta “Righi fascista, la scuola è nostra”, svastiche, e poi estintori svuotati e vetri
rotti, carte buttate per terra, arredi distrutti, atti vandalici che costeranno alla Città metropolitana almeno 10mila euro per essere riparati e hanno costretto il preside, Giovanni Cogliandro, a sospendere le lezioni nella sede succursale dell’Istituto, in via Boncompagni, a due passi da via Veneto. Si è presentata in questo modo, questa mattina, a docenti, personale Ata e studenti la sede del liceo romano.
“Ignoti durante il fine settimana, probabilmente ieri notte, si sono introdotti a scuola e hanno creato dei danni notevoli – ha detto il dirigente scolastico -. hanno sporcato pesantemente tutte le classi del plesso, creando danni al materiale scolastico, e francamente questo è il gesto più grave. Contiamo di poter autorizzare la ripresa delle lezioni mercoledì mattina. Siamo tristi, io, i docenti e le famiglie per questo clima di tensione immotivata che continua in queste settimane”.
Già durante l’occupazione dello scorso novembre, il Righi era finito nel mirino di attivisti di estrema destra che al grido di ‘duce, duce’ e ‘Boia chi molla’ hanno tentato per ben due volte di entrare dentro il liceo occupato. La devastazione della scuola è subito stata messa al centro dei riflettori dalla politica.
“Perché quando si tratta di condannare alcune violenze interviene subito, mentre su altre sceglie il silenzio? Non ha proferito una parola sull’attacco fascista al liceo Righi di Roma, che ha costretto l’istituto alla chiusura: un silenzio che rivela che l’unico doppiopesismo è il suo”, ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein rivolgendosi alla premier Meloni ed è dura la condanna di molti esponenti del Pd nei confronti del raid.
I Cinque Stelle hanno annunciato una interrogazione al ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara. Anche Azione, con il segretario romano Alessio D’Amato e gli Under30 hanno avuto parole di forte condanna: “Le scritte fasciste e le svastiche comparse al liceo Righi di Roma non sono un episodio marginale né una semplice azione vandalica. Sono un atto intimidatorio deliberato, un segnale allarmante che va fermato subito, senza ambiguità e senza minimizzazioni”.
La Flc Cgil e la Cgil di Roma avvertono: “a chi usa la svastica come simbolo e la devastazione come linguaggio, rispondiamo che non ci faremo intimidire. La scuola della Costituzione è antifascista, inclusiva ed egualitaria”. E’ costernato il delegato del sindaco all’edilizia scolastica, Daniele Parrucci il quale assicura che tecnici e squadre specializzate sono già al lavoro per far tornare l’edificio al più presto nuovamente fruibile.
(da agenzie)
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Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
L’APPELLO DI 38 STUDENTI VINCITORI DI BORSE DI STUDIO NEI NOSTRI ATENEI, MA I CORRIDOI UNIVERSITARI DA GAZA SONO CHIUSI DA MESI
“Quando ho saputo di aver vinto la borsa di studio mi trovavo come al solito nella tenda, soffrivo per il caldo e la stanchezza, ma appena ho letto sono balzato in piedi e ho abbracciato forte mio padre, mi sembrava un sogno che si avverava. Adesso però l’ambasciata italiana non risponde alle mail, e al telefono dicono che la linea è riservata solo alle emergenze. È un muro di silenzio”. A parlare da Gaza a Fanpage.it è Mohammed Al-Ashi, 22 anni, portavoce della rete dei 38 studenti bloccati nella Striscia.
Mohammed ha vinto una borsa di studio per l’Università di Roma Tor Vergata ma nonostante questo non è riuscito a partire, e come lui anche i suoi colleghi accettati in altri atenei italiani. Mesi fa, il Ministero degli Esteri ha attivato i corridoi universitari per permettere a studenti e ricercatori di Gaza di usufruire delle borse di studio vinte nelle nostre università. Secondo quanto riferisce la Farnesina a Fanpage.it, sono 157 gli studenti arrivati nel nostro paese, e oltre 1.500 quelli evacuati per altri motivi, come ragioni mediche o ricongiungimenti. La differenza è che questi ultimi corridoi non si sono mai chiusi, l’ultimo volo umanitario è partito nella notte del 9 febbraio, mentre quelli per gli studenti sono stati interrotti a novembre, nonostante ci siano ancora decine di giovani vincitori in attesa.
Mohammed è tra loro e ha deciso di fare rete con i suoi colleghi: “La maggior parte dei borsisti è partita mesi fa, ma 38 di noi continuiamo a essere bloccati a Gaza, anche se abbiamo borse di studio complete che coprono tutte le spese. Siamo stati lasciati indietro. E la cosa più dolorosa è la totale assenza di comunicazione”.
Come apprendiamo, le università interessate sono in tutta Italia: l’università di Milano attende 8 studenti; quella di Bologna 7; l’università della Calabria 5; poi ci sono Camerino; Trieste; Insubria e altre. Per un totale di 18 diversi atenei.
Mohammed ha saputo di essere stato accettato il 14 novembre 2025: “A me come ad altri è stato fatto promettere di ‘restare vicini al telefono’, e per noi in questi mesi è diventato un ricordo ossessivo. Da quel momento abbiamo provato in tutti i modi a ottenere informazioni, ma abbiamo ricevuto solo silenzio. Quando proviamo a chiamare ci rimandano alle stesse e-mail a cui non risponde nessuno”.
Gli studenti di Gaza credevano che la loro vita sarebbe cambiata per sempre, invece sono entrati in un limbo dal quale non riescono a uscire a causa della speranza delusa due volte, la prima dalla guerra e la seconda dal silenzio dell’ambasciata: “Dall’inizio della guerra siamo stati privati di tutto, abbiamo perso il diritto all’istruzione per quasi due anni e mezzo. Questo è un disastro per una generazione che valorizza l’apprendimento sopra ogni altra cosa. Per noi l’istruzione non è solo una scelta, è la nostra identità ed è anche l’unico strumento che ci rimane per costruirci un futuro”.
Prima del 7 ottobre 2023 Mohammed era uno studente modello: “Mi sono laureato con lode nel tempo record di 3 anni invece di 4 all’Università Al-Azhar. Era il settembre 2023, un mese prima dello scoppio della guerra. Volevo fondare una mia
startup e intanto davo lezioni private agli altri studenti. Con l’arrivo della guerra tutto è stato distrutto”.
Le ragazze e i ragazzi di Gaza hanno avuto nuova speranza quando in tutta Europa sono stati adottati dalle università programmi appositi per dare loro una nuova possibilità per studiare. E l’Italia ha fatto lo stesso: a maggio 2025 la CRUI (Conferenza dei rettori delle università italiane) ha creato lo Iupals, il progetto di borse di studio dedicato proprio ai giovani palestinesi attraverso l’esonero dalle tasse universitarie, i finanziamenti per l’alloggio, per i pasti e per l’assicurazione sanitaria.
Gli studenti di Gaza però non possono partire e basta. C’è bisogno che i Ministeri degli esteri dei singoli paesi di arrivo attivino dei corridoi appositi in accordo con Israele e con i paesi di transito, come più volte ha sottolineato la Farnesina.
Mohammed ha seguito un corso di laurea in lingua inglese e avrebbe potuto fare domanda per Regno Unito e Irlanda, ma ha preferito l’Italia per amore del nostro paese: “Studiare in Italia è un sogno per molti, ma il primo giorno in cui ho iniziato a desiderarlo è stato quando ho visto il film Il Padrino con mio padre in televisione quando ero piccolo. All’inizio del film, quando la famiglia era riunita, ballava e cantava al matrimonio della sorella, sono rimasto molto colpito dalla cultura perché mi sembrava molto simile alla nostra. Da quel momento, il mio sogno è diventato quello di visitare l’Italia. Dopo essere cresciuto un po’ e aver fatto ricerche approfondite, ho scoperto che l’Italia è molto interessata alla scienza e ha molto prestigio nel campo dell’istruzione, quindi mi sono impegnato e ho lavorato sodo per poter studiare lì”.
Dopo tanto impegno è riuscito a rientrare nel gruppo di 97 vincitori del progetto Iupals, ma per lui non è stato predisposto nessun volo, e non sa perché.
L’appello degli studenti lasciati a Gaza: “La Farnesina rompa il silenzio”
Mohammed e gli altri palestinesi vincitori delle borse di studio hanno scelto di lanciare un appello all’Italia: “La nostra speranza continua a essere riposta nel governo italiano affinché continuino i loro sforzi per salvare il nostro futuro. Facciamo appello al Ministero degli Affari Esteri italiano affinché rompa questo silenzio e includa i restanti studenti nella prossima evacuazione. Non lasciate che il nostro percorso accademico finisca prima ancora di iniziare”
E si rivolgono anche ai cittadini che in questi mesi sono scesi in piazza a più riprese per la causa palestinese: “Non dimenticatevi di noi. Vi chiediamo di far sentire la
vostra voce a nostro nome e di chiedere che ci sia permesso di iscriverci alle nostre università prima che il secondo semestre vada perso”.
La volontaria: “Riattivare i corridoi per studenti provenienti da contesti di guerra”
Secondo i dati forniti a Fanpage.it dai volontari che in questi mesi stanno facendo da ponte tra le università italiane e Gaza, sono oltre 50 gli studenti ancora in attesa di essere evacuati verso l’Italia. Si tratta di giovani vincitori di borse di studio IUPALS, AFAM e del programma Erasmus+.
“Si tratta di ragazze e ragazzi che hanno già superato selezioni e ottenuto lettere di ammissione, e che dovrebbero essere qui, nelle nostre università, a studiare e costruire il proprio futuro – spiega Annette Palmieri, la volontari che in questi mesi ha accompagnato in Italia decine di studenti – L’istruzione non è un privilegio, è un diritto fondamentale e in questo caso anche uno strumento di protezione. I corridoi universitari hanno salvato molte vite e hanno garantito la continuità accademica a studenti provenienti da contesti di guerra, per questo devono essere riattivati con urgenza”.
Palmieri in questi mesi ha perso i contatti con diversi studenti, con alcuni è successo perché hanno accettato borse in atenei di altri paesi, ma altri sono semplicemente spariti. “Le università e le istituzioni hanno una responsabilità chiara: non voltarsi dall’altra parte”, conclude l’attivista.
(da Fanpage)
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Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
LA STORIA DEI 40.000 FATTORINI DI GLOVO
Circa 40.000 fattorini, in larga parte stranieri, retribuiti con 2,50 euro a consegna: operativi
sette giorni su sette, dodici ore al giorno, per un reddito lordo mensile oscillante tra i 700 e i 1.100 euro. È il quadro della condizione lavorativa imposta da Glovo secondo la Procura di Milano che, in coordinamento con l’Ispettorato del Lavoro, ha disposto l’amministrazione giudiziaria per Foodinho, la controllata che gestisce l’app in Italia.
L’ipotesi di reato è caporalato. L’inchiesta delinea un rapporto di subordinazione totale in cui i rider, formalmente autonomi ma di fatto dipendenti, sono assoggettati a un algoritmo che funge da datore di lavoro senza alcuna intermediazione umana. Il sistema prevede una valutazione basata sulla velocità, la geolocalizzazione costante e solleciti automatizzati qualora la prestazione non rispetti i parametri temporali stabiliti dal software. Questo scenario si inserisce nel più ampio perimetro del lavoro povero, una piaga strutturale del sistema economico italiano. Negli ultimi decenni, mentre i salari reali in Francia e Germania crescevano rispettivamente del 31,5% e del 32,9%, l’Italia registrava una contrazione tra lo 0,1% e lo 0,9%. È l’esito di una politica di compressione dei costi salariali a vantaggio dei dividendi aziendali, che ha generato un impoverimento sistemico della forza lavoro.
Il paradosso della sicurezza e il declino della produttività
In Italia, la rottura del nesso tra produttività e salari è un fenomeno strutturale. Dagli anni ’90, a fronte di una produttività del lavoro rimasta piatta, i salari reali hanno subito una contrazione. Mentre altrove l’efficienza generava aumenti retributivi, qui il valore aggiunto è stato drenato da profitti e rendite. Il risultato è un’economia stagnante, dove la competitività si cerca ancora nel basso costo del lavoro anziché nell’innovazione.
Il dibattito pubblico, tuttavia, appare distorto e surreale. L’attuale maggioranza ha costruito il proprio consenso sul concetto di sicurezza, ma la narrazione politica ignora sistematicamente la sicurezza economica e quella fisica sui luoghi di lavoro. Con circa 1.100 decessi registrati nell’ultimo anno – una media di tre morti al giorno – l’emergenza reale è rappresentata da chi esce di casa per lavorare e non vi fa ritorno. Mentre l’attenzione viene dirottata su emergenze fenomenologiche o percepite, come la microcriminalità o il fenomeno dei “maranza”, l’inchiesta milanese impone un ritorno alla realtà dei rapporti di forza economici. Non può esservi sicurezza reale senza dignità salariale.
(da Fanpage)
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Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO LA PROCURA LE AZIENDE SFRUTTANO LO STATO DI BISOGNO DEI RIDER E LI PAGANO L’81% IN MENO DELLA CONTRATTAZIONE COLLETTIVA
Sono ciclofattorini subordinati di fatto a un datore di lavoro che li eterodirige digitalmente. Per questo i lavoratori a partita Iva di Glovo hanno diritto a compensi e tutele diversi. La procura di Milano ha messo sotto controllo giudiziario Foodinho srl, la società che gestisce la piattaforma Glovo di consegna a domicilio di cibo. Secondo il pm Paolo Storari «sfrutta la manodopera» (40.000 ciclofattorini in Italia e 2.000 solo nell’area di Milano) perché, «approfittando dello stato di bisogno dei riders», li paga «fino all’81% meno della contrattazione collettiva e fino al 76% meno della soglia di povertà». Che è parametrata (attorno ai 1.245 euro al mese per 13 mensilità) su indicatori come il reddito di cittadinanza, la cassa integrazione, la nuova assicurazione sociale per l’impiego, e l’indice di povertà Istat.
L’inchiesta su Glovo e Foodinho srl
L’amministratore giudiziario regolarizzerà le «situazioni deliberatamente ricercate ed attuate» da Fooodinho srl (indagata come società, al pari dell’amministratore unico spagnolo Oscar Pierre Miquel) in «una politica di impresa che rinnega esplicitamente le esigenze di rispetto della legalità» teoricamente cristallizzate «nel modello organizzativo». Che è invece «inidoneo a garantire che si verifichino pesanti sfruttamenti lavorativi riconducibili alla fattispecie penale dell’articolo 603». Cioè al reato di caporalato. La maggior parte dei fattorini lavora per 9/10 ore al giorno per sei giorni a settimana e riceve un reddito netto sotto la soglia di povertà.
Si tratta di 40 mila lavoratori. Mentre dopo le indagini 36 società hanno internalizzato 52.470 lavoratori (secondo i dati Inps) prima in balia di società-serbatoio. E saldato i conti con il fisco per un miliardo e 72 milioni di euro. I lavoratori di Glovo arrivano in gran parte da Pakista, Bangladesh e Nigeria. Hanno permessi di soggiorno precari. E 41 di loro si sono presentati a deporre. Le testimonianze le riporta oggi il Corriere della Sera: Ahmed: «Mi sento un numero per la piattaforma. E se mi rubano la bici o la batteria, tutte le spese sono a carico mio». Hassan: «Uso una bicicletta elettrica che ho acquistato io, ricevo in media 2 euro e 50 centesimi a consegna, con incrementi legati alla distanza o ai fine settimana e penalizzazioni in caso di ritardo, circa 10/15 consegne al giorno con punte anche di 20/25 percorrendo tra i 50 e 60 km., rimango collegato all’app per circa dodici ore al giorno dalle 10 alle 22». Muhammad: «Sono costantemente geolocalizzato con il gps, se sono in ritardo Glovo mi chiama per sapere perché sono fermo o perché non sto consegnando».
Il responsabile privacy
Il general manager per l’Italia in una causa di lavoro sull’assenza di un archivio con i dati sui turni (indispensabili ai rider per provare a chiedere in Tribunale il riconoscimento del rapporto di lavoro subordinato o eterodiretto dal committente), rispondeva che «il nostro garante della privacy ci ha detto di cancellare tutti i dati e così è stato fatto». E come si chiama costui? «Non ricordo il nome del responsabile privacy».
Il mercato delle consegne a domicilio
Il mercato degli alimentari a domicilio, tra ristoranti, supermercati e negozi, ha un valore di consegna di quasi 5 miliardi l’anno nel 2025. I dati sono dell’osservatorio eCommerce B2C Netcomm della scuola di management del Politecnico di Milano. E i guadagni? Su uno scontrino da 30 euro si può stimare che 21 finiscano al ristorante e 9 alla piattaforma che ha gestito la consegna (circa il 30%). Ad affermarlo alcuni studi di settore. Dei 9 euro che vanno alla piattaforma, 4 servono per pagare un compenso lordo al lavoratore, 4 per coprire spese di marketing e gestione, 1 è la marginalità della piattaforma.
(da Open)
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Febbraio 10th, 2026 Riccardo Fucile
LE “IMPRESE “ DEL DIRETTORE
Paolo Petrecca è, ormai, una leggenda del giornalismo. Ma di quel giornalismo lì. Gli aggettivi
sono inutili. Quanto alla sua telecronaca dell’altro giorno, una delle dirette più nere (in tutti i sensi) trasmesse dalla Rai: non ha senso tornarci. È già stata ben sezionata tra lo sgomento per la totale improvvisazione (argomenti ed eloquio da bar della stazione) e certi errori blu (come si fa a confondere la presidente del Cio, Kirsty Coventry, con Laura Mattarella, figlia del capo dello Stato?). Il punto è un altro: cercare di capire meglio chi è e chi non è, questo Petrecca, e come e perché — fregandosene dell’idea di servizio pubblico, quindi pure del canone, cioè dei nostri soldi — si sia sentito autorizzato a mettersi davanti a un microfono per un racconto sportivo e istituzionale tanto solenne come l’apertura dei Giochi olimpici invernali, portandosi addosso modestia assoluta e disdegno, arroganza e presunzione (indizio: «Ho le spalle coperte, io. Non possono farmi niente», ripeteva — con espressione facciale tronfia — nei corridoi di Saxa Rubra).
Questa storia ha una prima scena: con Petrecca che, in un pomeriggio di pioggia e vento, gli occhialini appannati, entra nella redazione di Rai News 24. Poche ore prima (18 novembre 2021), il cda della Rai, su proposta dell’amministratore delegato Carlo Fuortes, lo ha nominato direttore (siccome l’importante canale delle all news non bastava, ci hanno messo sopra pure la guida di Televideo). Il suo nome è stato indicato da Fratelli d’Italia.
Sono l’unico partito d’opposizione, ma a Viale Mazzini le regole della lottizzazione (non scritte) restano chiare: anche chi non è al governo ha diritto a prendersi una rete, o un tigì. I Fratelli indicano Petrecca o perché lo stimano (vabbé), o perché non hanno di meglio (lui assicura d’essere missino, sebbene non risulti abbia frequentato la leggendaria sezione di Colle Oppio, dove sono cresciute le sorelle Meloni: che però gli credono e, in qualche modo, se lo fanno piacere).
Siccome in Rai, spesso, la riconoscenza è tutto, Petrecca decide di partire nel modo giusto: nel senso che parte e va subito a Civitavecchia, a presentare il libro biografico della futura premier, Io sono Giorgia. Poi torna. E s’insedia: «Faremo un grande telegiornale!».
Qualcosa s’intuisce la sera delle elezioni francesi, quando tutti i tigì del pianeta seguono in diretta l’evento. Non a Rai – News 24. Dove, invece, aprono il notiziario con il Festival delle città identitarie, che è in svolgimento a Pomezia (giuro, ho controllato bene). Stupore. Corrono al coordinamento. C’è un errore nella scaletta dei servizi? No. Cercate il direttore. Ma il direttore non si trova. Dov’è? Eccolo lì, seduto in prima fila, sotto il palco di Pomezia. Ma no? Ma sì. E volete sapere perché? Perché, sul palco, si esibisce la sua promessa sposa, Alma Manera, cantante.
Fin qui, diciamo che siamo all’uso del servizio pubblico per ragioni di amore privato. Poi, però, Petrecca inizia a fare seriamente il suo lavoro. Così, quella volta che il ministro Francesco Lollobrigida fa fermare un Frecciarossa in corsa per scendere alla fermata di suo gradimento (atto che trascina nella mitologia l’ex compagno di Arianna Meloni), la notizia viene omessa. Non nascosta: omessa. Primo intervento del cdr: «Direttore, abbiamo il dovere di farci un servizio». Lui accetta malvolentieri la richiesta.
Ma quando esce il clamoroso fuorionda di Andrea Giambruno che fa il galletto con una collega, dicendo cose che è meglio non dire se stai con la presidente del Consiglio, Petrecca ci ricasca. E niente: pure stavolta deve intervenire il sindacato. Molti giornalisti (non tutti: qualcuno con la lingua strusciante c’è sempre) sono mortificati.
Il clima viene descritto da una firma del politico, Enrica Agostini: «Mai subite tante censure come in questo periodo». Lui, il direttore, sbuffa. Che noia queste croniste tutte d’un pezzo. Così, per far capire chi comanda, va ad Atreju. Poi manda in diretta ogni comizio della Meloni. Quindi, francamente, si supera: e, durante il caso Cospito, falsifica un titolo. Annunciando, a caratteri cubitali, «l’assoluzione» del sottosegretario Andrea Delmastro, mentre si trattava solo della richiesta del pm. Petrecca viene sfiduciato dalla redazione: l’83% dei giornalisti è contro di lui
Troppo. A Palazzo Chigi, perciò, decidono di promuoverlo. Che gli facciamo fare al nostro Paolone? Diamogli la direzione di RaiSport (dove, intanto, era andato in pensione uno storico gentiluomo del giornalismo Rai come Jacopo Volpi). Petrecca arriva, nomina sei vicedirettori tutti di area governativa (tra cui Riccardo Pescante, che — per l’anniversario della nascita del Msi — pubblica un romantico post: «Le radici profonde non gelano») e si becca altre due sfiducie: tre in tre mesi, più uno stato d’agitazione, più un pacchetto con tre giorni di sciopero.
È chiaro che, a questo punto, sarebbe dovuto intervenire l’ufficio studi di via della Scrofa, coordinato dal deputato Francesco Filini, il quale — a sua volta — prende ordini dal potente sottosegretario Giovanbattista Fazzolari: è infatti in quelle stanze che vengono confezionati i dossier per i parlamentari, e dove gli eventi del Paese vengono passati al setaccio per poi essere gestiti, e indirizzati, sotto l’aspetto mediatico. Ma né Filini né Fazzolari realizzano che al loro Paolone stanno, di fatto, affidando la complessa gestione televisiva dell’Olimpiade invernale.
Poi, certo: lui ha scapocciato e s’è addirittura messo davanti a quel microfono (Pucci, almeno, non se l’è sentita e, alla fine, ha rinunciato).
Fabrizio Roncone
(da il Corriere.it)
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