Luglio 6th, 2026 Riccardo Fucile
I MORTI “SPALMATI” IN SICILIA E QUELLI EVITABILI IN VENETO, IL DISASTRO LOMBARDO. LETTI E VACCINAZIONI GONFIATI
Morti “spalmati” per alleggerire i bollettini. Posti letto Covid gonfiati per evitare
restrizioni, richieste di vaccini manomesse e ogni altro barbatrucco anche per salvare la movida in Costa Smeralda. Sulle Regioni la Commissione Covid ha deciso di non indagare anche se proprio lì si concentrano alcune delle vicende più controverse della gestione dell’emergenza: dalla Lombardia al Veneto, fino a Sicilia, Liguria e Sardegna.
Come la mettiamo con chi sostiene che in Veneto potevano essere evitati almeno tremila morti? Con i difetti nella raccolta dei dati che alteravano il calcolo dell’indice di trasmissibilità, o con le aperture da zona gialla quando sarebbe servita una restrizione totale? E che dire dell’uso massiccio di test rapidi, al posto dei tamponi molecolari, che non intercettavano tutti i contagiati? Passando alla Lombardia, che incidenza hanno avuto la mancata chiusura dell’ospedale di Alzano Lombardo, a cinque chilometri da Bergamo o i mancati tracciamenti? La Commissione d’inchiesta guidata da Fratelli d’Italia avrebbe potuto approfondire ciò che hanno fatto — o non hanno fatto — le Regioni. Soprattutto quelle del Nord, che registrarono i dati peggiori. Quelle vicende, però, sono rimaste sostanzialmente confinate al livello di commissioni regionali, dove il centrodestra ha imposto relazioni auto-assolutorie.
Prendiamo il Veneto della seconda ondata (ottobre 2020-marzo 2021), regione “maglia nera” italiana per numero di morti. La relazione finale di maggioranza venne approvata nel 2022 dai sette consiglieri leghisti senza far cenno ai rilievi che invece erano stati evidenziati dalle opposizioni. Che nelle 43 pagine della relazione di minoranza avevano chiosato: “Mentre Zaia teneva conferenze stampa giornaliere, non ci venivano consegnati i documenti richiesti. Dopo la prima ondata il Veneto manifestò la sindrome del primo della classe, ma nella seconda prevalse una spinta aperturista e si evitò la linea rigorista”. Uno studio del professor Enrico Rettore ha stimato circa 3.000 morti in più per la mancata istituzione della zona rossa. Il demografo Enzo Migliorini calcolò invece 1.142 decessi evitabili tra il 4 novembre e il 30 dicembre 2020, diventati oltre 1.600 morti in più al 7 gennaio 2021. Un quarto della relazione di maggioranza invece fu dedicato a confutare le critiche del professor Andrea Crisanti sull’eccessivo ricorso ai tamponi rapidi. Ma soprattutto tentò di ridimensionare il dato della mortalità. La consigliera Vanessa Camani (Pd) osservò che “tra ottobre 2020 e marzo 2021 in Veneto morirono 8.282 persone: peggio di noi, nella seconda ondata, solo la Lombardia, che però ha il doppio della popolazione”.
Copione analogo in Lombardia. “Siamo stati i migliori, un esempio per il resto del Paese” concluse il centrodestra in regione presentando la relazione finale che mai mette in dubbio l’operato della giunta di Attilio Fontana, nonostante al 13 ottobre 2020 (data in cui termina l’indagine) la Lombardia contasse 114.800 casi e 16.994 morti, un terzo dei contagi e la metà dei decessi di tutta Italia. Le responsabilità? Addossate all’allora governo, all’Oms e casomai alle feste di Carnevale. Nulla da dire invece sulla mancata chiusura dell’ospedale di Alzano Lombardo, l’inadeguatezza della medicina territoriale, i mancati tracciamenti dei contagi, l’inerzia delle Ats, l’ospedale in Fiera usato “come strumento di propaganda” , tutti elementi invece messi in fila nella relazione della minoranza sulla mala gestione da parte di Regione Lombardia dell’emergenza travolta dalla prima ondata pandemica, anche a causa dell’iniziale sottovalutazione di quanto stava accadendo. Ma i casi, diciamo così, controversi non si fermano al Nord. Che dire della Sicilia di Nello Musumeci e delle parole di Ruggero Razza, allora assessore alla Salute poi promosso al Parlamento europeo da Fratelli d’Italia? “E spalmiamoli un poco”, diceva – non sapendo di essere intercettato – alla funzionaria della regione che doveva trasmettere all’Istituto superiore di sanità i dati sui morti e i contagiati. […] Ma non si contano i trucchi per restare in zona bianca e evitare restrizioni, come quello sui posti letti gonfiati nei reparti Covid ma a medici e infermieri invariati come segnalò per esempio un’inchiesta in Calabria. La Procura di Genova aveva invece pizzicato Matteo Cozzani, uomo macchina di Giovanni Toti in regione Liguria a raccontare il ritocchino sui vaccini che lo aveva visto protagonista insieme al suo capo. “I dati che abbiamo mandato… io avevo già truccato, lui li ha presi, li ha riaumentati”. Ancora prima nella Sardegna di Christian Solinas più che all’epidemia si pensava alla movida: e quindi ecco servita l’ordinanza per tenere aperte le discoteche nonostante il parere contrario del Comitato tecnico-scientifico regionale.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Luglio 6th, 2026 Riccardo Fucile
TESTA A TESTA TRA I DUE POLI, VANNACCI TRA IL E L’8% MENTRE UN ELETTORE SU DUESVRGLIDI NON VOTARE
I numeri, da soli, non vincono le elezioni, tuttavia possono aiutare a comprendere quali scenari potrebbero delinearsi se le tendenze oggi osservabili dovessero consolidarsi. La tabella di Only Numbers che accompagna questa riflessione non vuole essere assolutamente una previsione, ma rappresenta un semplice esercizio matematico costruito su tre differenti ipotesi di distribuzione del consenso.
A differenza di molte rilevazioni, in questo sondaggio si è rilevato direttamente per coalizioni. Tre simulazioni elettorali realizzate sulle alleanze in gioco, tre fotografie diverse di un Paese che fatica a riconoscersi in un’unica maggioranza. Il dato di partenza è la sostanziale stabilità del bipolarismo – stanco – italiano. Nei tre scenari simulati il centrodestra oscilla tra il 43,1% e il 47,7%, mentre il centrosinistra (la rilevazione comprende anche Italia Viva alleata con Pd, M5S e Avs) si colloca tra il 43,9% e il 45,4%. In altre parole, la distanza tra i due poli resta contenuta e, in due delle tre ipotesi, siamo di fronte a un vero e proprio testa a testa. In questa simulazione è evidente che si sono esasperati gli equilibri semplificando le partecipazioni e inserendo nelle coalizioni anche tutti i nuovi movimenti politici che stanno facendo capolino sulla scena, ma che al momento sono ancora in embrione.
Ciò che cambia realmente gli equilibri non è tanto la forza dei due schieramenti principali quanto il comportamento dell’elettorato esterno ai due poli. Il primo elemento è rappresentato da Futuro Nazionale, cui vengono attribuite percentuali comprese tra il 6,1% e il 8,8%. Si tratta della variabile più significativa della simulazione dove un “nuovo” soggetto politico di queste dimensioni potrebbe diventare decisivo nella formazione delle maggioranze parlamentari, soprattutto se nessuno dei due schieramenti riuscisse a prevalere nettamente. Un secondo fattore è costituito dall’area definita Azione e dagli Altri partiti, che insieme si attestano attorno al 6,5% e l’8,5%. Pur trattandosi di percentuali apparentemente più modeste, in un sistema competitivo come quello italiano possono risultare determinanti nella costruzione degli equilibri parlamentari.
A questo quadro si aggiunge, inoltre, l’incognita rappresentata dalle formazioni politiche attualmente in fase di costruzione o riorganizzazione, la cui eventuale partecipazione alle prossime elezioni potrebbe incidere sulla distribuzione del consenso, frammentando ulteriormente il panorama politico o intercettando quote di elettorato oggi non pienamente rappresentate. Si tratta di una variabile che rende le attuali rilevazioni necessariamente provvisorie e soggette a possibili significative evoluzioni, e questo è bene ricordarlo sempre.
Detto questo, il dato probabilmente più interessante è, ancora una volta, quello dell’astensione. Nei tre scenari viene ipotizzata tra il 45,9% e il 50,7%. Significa che quasi un elettore su due potrebbe scegliere di non votare, il non-voto, ad oggi, resta il primo partito d’Italia, in ogni scenario possibile. Ed è questa la vera incognita delle prossime elezioni. Una partecipazione così ridotta modifica il peso relativo di ogni singolo voto e rende ancora più imprevedibili gli esiti finali. Bastano piccoli spostamenti di consenso o una diversa mobilitazione dell’elettorato per cambiare radicalmente il risultato. Ed è da qui, prima ancora che dai numeri di centrodestra e centrosinistra, che dovrebbe partire qualunque riflessione sul futuro politico del Paese. Osservando le tre ipotesi emergono altre considerazioni.
Nel blocco di partenza – la prima ipotesi – la fotografia è un equilibrio quasi perfetto che mostra un pareggio dove centrodestra e centrosinistra viaggiano appaiati, attorno al 43-44%, con Futuro Nazionale al 6,1% e Azione al 4,5%. È l’istantanea di un bipolarismo stanco, in cui nessuno dei due poli ha la forza per governare da solo e in cui le forze esterne alla coalizione – Futuro Nazionale e Azione – si dimostrano l’ago della bilancia. La seconda ipotesi racconta un centro destra che si rafforza fino al 47,3%, trainato probabilmente da un riassorbimento dei voti di Futuro Nazionale, che però all’interno della coalizione perde dei consensi, mentre cresce l’elettorato di Azione fino quasi al 5,5% assimilando voti dal “centro”.
Crescono fino a sfiorare il 3% anche gli Altri partiti. È lo scenario di un centro destra che si sposta a destra e che prova a chiudere la partita, pagando però il prezzo di una fuga degli elettori più moderati e un’astensione che esploderebbe al 50, 7%: la metà esatta del Paese sceglierebbe di non votare. C’è da chiedersi infatti, se effettivamente in una situazione di questo tipo, un partito come Forza Italia possa rimanere compatto nella coalizione di centro destra con l’entrata di Vannacci.
La terza ipotesi, quella forse più curiosa per chi guarda al 2027, capovolge la prospettiva e trova un centrosinistra che sale al 45,1%, superando il centrodestra, fermo al 42,6%, e una Futuro Nazionale che, lungi dallo sciogliersi nel blocco conservatore, si consoliderebbe come forza autonoma sfiorando il 9%. È lo scenario in cui la frammentazione del campo conservatore, anziché rafforzare la destra di governo, finisce per indebolirla, aprendo uno spazio che il centrosinistra riuscirebbe ad occupare. In questa esercitazione matematica emerge una riflessione su queste “tre Italie” possibili. Il vero terreno di scontro politico non è più soltanto tra centrodestra e centrosinistra, ma, ancora una volta, tra chi vota e chi smette di farlo. Una forbice che oscilla tra il 46% e il 51% di non voto non è un dettaglio statistico: è la misura di una sfiducia strutturale verso l’offerta politica nel suo complesso, indipendentemente da chi la guida.
In questo senso, lo scenario in cui Futuro Nazionale cresce come soggetto autonomo nell’ipotesi 3, merita un’attenzione particolare. Non tanto per il dato in sé, quanto per la tentazione, sempre più diffusa – a destra come a sinistra -, di inseguire un elettorato deluso con offerte identitarie nette, anziché con proposte di governo capaci di intercettare anche chi oggi sceglie di restare a casa. A ciò si aggiunge una difficoltà che accomuna gran parte delle forze politiche: trasformare gli slogan della campagna elettorale in politiche concretamente realizzabili e applicabili una volta al governo. Le aspettative create durante la competizione si scontrano spesso con i vincoli economici, istituzionali e internazionali, alimentando una distanza crescente tra promesse e risultati percepiti dai cittadini. È una dinamica che, legislatura dopo legislatura, contribuisce a rafforzare la disillusione dell’elettorato e ad accrescere l’astensione. È una scommessa rischiosa: può pagare in termini di consenso all’interno del proprio campo, tuttavia rischia anche di allargare ulteriormente la platea di chi si sente orfano di rappresentanza e considera il voto sempre meno uno strumento efficace per incidere sulla realtà.
Naturalmente la politica non è una semplice equazione algebrica, entrano in gioco campagne elettorali, leadership, eventi economici, crisi internazionali e, soprattutto, la capacità di convincere gli indecisi. Tuttavia, la matematica offre uno strumento prezioso, perché consente di capire quali combinazioni siano plausibili e quali conseguenze potrebbero produrre. La lettura che emerge da questo esercizio è semplice. Le prossime elezioni potrebbero non essere decise tanto dalla crescita o dal calo dei grandi partiti, quanto dalla partecipazione al voto e dalla capacità delle forze intermedie – o di nuovi partiti e movimenti ancora oggi solo in fase di progetto – di intercettare quel consenso che oggi appare ancora molto fluido. Per questo motivo la tabella non va letta come una fotografia del futuro, ma come una bussola, perché mostra che oggi esistono almeno tre percorsi possibili, tutti statisticamente coerenti, e che il risultato finale dipenderà non solo da pochi punti percentuali, ma da quali nuovi altri scenari da qui alle elezioni si presenteranno. Potrebbe emergere anche una quarta ipotesi in cui nessuno schieramento superi il 42% e i seggi potrebbero essere distribuiti con il sistema proporzionale… Insomma, in un Paese sempre più polarizzato, politicamente indicizzato sui leader di partito e caratterizzato ancora da una forte astensione, anche una variazione minima può trasformarsi nella differenza tra una maggioranza solida, un Parlamento senza vincitori o la necessità di nuove alleanze. È utile ricordare che in politica, come nella matematica, spesso sono i decimali a fare la differenza.
(da La Stampa)
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Luglio 6th, 2026 Riccardo Fucile
“LA PRIORITÀ NON È CONQUISTARE CHI LA PENSA DIVERSAMENTE, MA LA COMPETIZIONE INTERNA SU CHI È PIÙ A SINISTRA. L’UNICO COLLANTE RESTA L’ANTI-MELONISMO, ELISIR DI LUNGA VITA PER LA PREMIER”
Duemila chilometri, questa la distanza geografica tra Ankara e Napoli. Lì inizia oggi, per
tre giorni, uno dei vertici Nato più importanti degli ultimi anni. Qui, in concomitanza con la sua conclusione, Conte, Schlein e gli altri, terranno una loro manifestazione. Duemila chilometri, forse anche di più è la distanza politica. Non cercate qui risposte a ciò che avverrà lì.
Risposte, non foto per celebrare un’unità di facciata. O comizi con qualche slogan già sentito su sanità e salario minimo e, da ultimo, sulla Rai. Anche questa volta sarà rimosso il tema difesa e sicurezza.
Al pari degli altri argomenti difficili, come l’Europa, l’immigrazione e tutti i temi più divisivi. Peccato, sono il terreno su cui si gioca la partita vera per l’Italia. L’interesse nazionale, si sarebbe detto una volta. Che, in un mondo così confuso e così interconnesso, si difende soprattutto fuori dai confini nazionali.
Ciò che avverrà non è una supposizione. A completare l’harakiri comunicativo, i nostri eroi del campo largo, dopo aver scelto per l’evento un giorno buono per pagina 20 dei giornali, hanno pure fatto sapere che di programma si parlerà seriamente a ottobre. Sembra un po’ come la “rivoluzione” nella canzone di Gaber: oggi no, domani forse, dopodomani sicuramente.
L’istantanea racconta un “altrove”. Come lo racconta la mancata visita a Kiev, da parte degli stessi leader, in quasi quattro anni e mezzo di conflitto, più della Prima Guerra Mondiale. Recentemente, hanno anche disertato Confindustria e l’ambasciata americana.
Questo “altrove” è il proprio recinto identitario. La priorità non è conquistare […] chi la pensa diversamente, ma la competizione, tutta simbolica e interna al proprio schieramento, su chi è più a sinistra, quantomeno a parole.
L’unico collante resta solo l’anti-melonismo, elisir di lunga vita per la premier come l’antiberlusconismo lo fu per il Cavaliere. Suggerimento non richiesto: attenzione a trasformare […] le prossime elezioni, da contesa sul governo, in un referendum sulla Costituzione e su chi va al Quirinale. Se Costituzione e Quirinale diventano bandiere di parte, in caso di sconfitta, vengono trascinate nel gorgo.
Tutto ciò accade nel momento di più acuta difficoltà del governo Meloni proprio sulla spese militari, tema che la destra ha a cuore: ha rinunciato ai fondi Safe – prestiti europei senza interessi – per ragioni interne al governo. E ad Ankara sarà una impresa per la premier rassicurare Trump sugli impegni presi con eccessivo entusiasmo (il famoso 5 per cento), mantenendo le esigenze di bilancio.
Ma davanti a tutto ciò non è sfidata, perché difesa e sicurezza per il campo largo sono un tabù. Eppure, il Safe non è “riarmo nazionale” per compiacere Trump, ma l’opposto. Costruire l’Europa della difesa è un modo per contenere Trump, che conosce solo il linguaggio della forza.
Anche su Kiev il racconto del governo è più appannato. E tuttavia, anche qui: nel momento in cui Giorgia Meloni arriva a sostenere, come Sergio Mattarella, la necessità di un «inviato comune dell’Europa», dall’altra parte ci si avvita sull’invio delle armi.
Chissà, magari se la giocheranno ai gazebo: se vince Schlein, si mandano, ma un po’ meno, se vince Conte si mettono fiori nei cannoni. E davvero non si comprende questo doppio standard tra Gaza e Kiev, come se ci fosse una differenza tra i bambini massacrati da un autocrate (Putin) e da uno che aspira ad esserlo (Netanyahu).
Facciamola breve. La madre di tutte le difficoltà si chiama Donald Trump: «Nec tecum nec sine te vivere possum». È Ovidio ma forse è anche quel che pensa Giorgia Meloni: la svolta europeista, senza Trump, le costerebbe scomuniche ben peggiori di quelle ricevute finora; l’appartenenza a quel mondo, con Trump, ha un costo, e non solo elettorale. Lo sanno bene le imprese che si sono viste cancellare il business forum di Miami.
È una condizione di “sospensione” politica, che sarebbe messa in difficoltà da un europeismo forte, concreto, non declamatorio, anche nel rapporto con la commissione Ursula, che non brilla di iniziativa. Difficile che l’alternativa prenda corpo tra chi è ancor più sospeso rispetto al principio di realtà. E lievita da terra sospinto dalle proprie ambizioni e vanità. Svegliatevi, il mondo è “altrove”. Fuori dal recinto.
Alessandro De Angelis
(da La Stampa”)
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Luglio 6th, 2026 Riccardo Fucile
IL “TRIATHLON FUTURISTA” DI VANNACCI, TRA NUOTO (“LA MENTE DOMINA L’ACQUA”), CORSA (“LANCIAMO LA DETERMINAZIONE OLTRE L’OSTACOLO DELLA DISTANZA, COME IL CUORE FUTURISTA”) E BICI (“PEDALANDO CONTROVENTO RIUNIAMO UNA NAZIONE”.. MANCA SOLO IL SALTO NEL CERCHIO DI FUOCO E IL CIRCO E’ AL COMPLETO
Tre giorni per «temprare mente e corpo». Roberto Vannacci chiama a raccolta i suoi e dà appuntamento a Sanremo per la sua «tre giorni dei futuristi», tra nuoto, corsa e bici, nella città ligure a partire dal prossimo venerdì 10 luglio. […] Futuro Nazionale da una parte si struttura (ieri nominati diversi dirigenti regionali, insieme ad alcuni responsabili dell’organizzazione politica) e dall’altra rilancia, ammiccando ai nostalgici del fascismo, tra disciplina e Marinetti.
Ad annunciarlo è l’eurodeputato sui suoi canali social: «Ci vediamo venerdì a Sanremo per temprarci». L’appuntamento politico sarà all’insegna del movimento, e del triathlon, con momenti dedicati al nuoto, alla corsa campestre e al ciclismo. E per il lancio sui social il generale sceglie lo slogan caro al Ventennio «mens sana in corpore sano», con una postilla: «Senza compromessi».
Dopo l’elogio della X Mas, adesso Vannacci rilancia con il richiamo al manifesto futurista di Tommaso Marinetti. «Lo sport è salute. La salute è vita e chi è in salute pesa di meno sul servizio sanitario nazionale ed è psicologicamente più stabile» scrive il leader di Futuro nazionale. Per Vannacci, «la politica è leadership ed esempio» e non manca l’occasione per lanciare un messaggio omofobo: «I politici dovrebbero dare l’esempio anche nello sport… invece di ballare sui carri del Gay Pride». Dunque la proposta: le prove fisiche dovrebbero essere estese a tutti i politici dell’intero arco costituzionale.
«D’altra parte — ironizza — anche per fare politica ci vuole un fisico bestiale». La locandina dell’iniziativa al lido La Fontana, declina singolarmente le discipline, a partire dal nuoto, perché «la mente domina l’acqua». E poi la corsa campestre, per lanciare «la determinazione oltre l’ostacolo della distanza, come il cuore futurista». Infine, il ciclismo, perché «pedalando controvento — promette Vannacci — riuniamo una nazione».
8da Repubblica)
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Luglio 6th, 2026 Riccardo Fucile
WEIDEL HA RISPOSTO STIZZITA: “POSSONO SCRIVERE QUELLO CHE VOGLIONO. IO VIVO IN MODO DIVERSO”… E’ LESBICA E STA CON UNA DONNA IMMIGRATA DALLO SRILANKA, CON LA QUALE STA CRESCENDO DUE FIGLI
La leader dell’AfD Alice Weidel ha preso le distanze da un manifesto regionale del suo
partito che sostiene il modello di famiglia tradizionale.
“Possono scrivere quello che vogliono. Io vivo in modo diverso”, ha affermato in un’intervista a Rtl/Ntv, a margine del congresso federale di Alternative für Deutschland partito a Erfurt, rispondendo a una domanda sulla questione.
Lo riporta l’agenzia Dpa.
Il programma sostiene che “una famiglia intatta, composta da madre, padre e figli, è la base migliore per un sano e positivo sviluppo dei bambini”.
Weidel vive con una donna, con la quale sta crescendo due figli.
(da agenzie)
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Luglio 6th, 2026 Riccardo Fucile
LA PM CHE NEL 2021 AVEVA CHIESTO DI ARCHIVIARE IL CASO SOSTENNE CHE LE MINACCE DELL’UOMO, TRA CUI UN EPISODIO DI UN COLTELLO PUNTATO ALLA GOLA, FOSSERO “SCHERZI DI CATTIVO GUSTO”, E CHE “È NORMALE CHE GLI UOMINI DEBBANO SUPERARE UN LIVELLO MINIMO DI RESISTENZA CHE OGNI DONNA TENDE A MANIFESTARE QUANDO È STANCA DELLA VITA QUOTIDIANA E UN UOMO LE FA DELLE AVANCES SESSUALI”. FRASI CHE PER LA CEDU “RIFLETTONO UNA CULTURA SESSISTA E STEREOTIPATA”
La Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato l’Italia per non aver risposto in tempo e in maniera adeguata alle denunce di violenza domestica da parte di una donna costretta vivere in una casa protetta con i suoi figli per oltre tre anni.
La sentenza, depositata lo scorso 2 luglio, stigmatizza inoltre alcune motivazioni scritte dal magistrato nella richiesta di archiviazione della Procura di Benevento.
La vicenda riguarda Audrey Carmen Manuela Ubeda, cittadina francese residente in Italia, che nell’aprile 2021 denunciò l’ex compagno, padre dei suoi due figli, accusandolo di ripetute violenze fisiche e psicologiche nei confronti suoi e dei bambini.
Nel novembre 2021 il pubblico ministero aveva presentato una richiesta di archiviazione in cui definiva tra l’altro uno degli episodi denunciati, durante il quale l’uomo avrebbe puntato un coltello alla gola della donna, come uno “scherzo di cattivo gusto”.
Quanto poi alle accuse di violenza sessuale, la pm aveva sostenuto che è ”normale che gli uomini debbano superare un livello minimo di resistenza che ogni donna tende a manifestare quando è stanca della vita quotidiana e un uomo le fa delle avances sessuali”.
Per la Corte europea dei diritti dell’uomo si tratta di affermazioni che ”riflettono una cultura sessista e stereotipata”.
”Per me è una rivincita – afferma ora all’Adnkronos Audrey Ubeda – Non è semplice per una donna che denuncia ritrovarsi davanti a chi invece di aiutarti vuole metterti a tacere. Le parole dell’allora pm mi lasciarono allibita, poi per fortuna ho trovato un’altra pm, Maria Colucci, che ha svolto un’inchiesta approfondita e il mio ex è stato condannato proprio lo scorso giugno in primo grado a 4 anni e mezzo.
Quando ho fatto ricorso alla Cedu, nel 2024, ero ancora in casa protetta e quello era il mio ultimo appiglio. La decisione della Corte europea – sottolinea Ubeda – deve servire affinché una donna vittima non si ritrovi più davanti a parole del genere scritte da un magistrato”.
(da agenzie)
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Luglio 6th, 2026 Riccardo Fucile
LA DECISIONE E’ STATA PRESA A CAUSA DEL SOVRAFFOLLAMENTO CARCERARIO A CUI SONO SOTTOPOSTI GLI ISTITUTI… UN GOVERNO INDEGNO DI UN PAESE CIVILE
Sono talmente piene le carceri toscane che l’ultima decisione è la più drastica ed
eclatante: far dormire i detenuti per terra. Usare ogni centimetro nelle celle, mettere i materassi sul pavimento e piazzare lì sopra chi viene arrestato. La decisione è stata comunicata dal Provveditorato regionale dell’amministrazione penitenziaria, ufficio detenuti e trattamento, a tutti i penitenziari toscani.
Nella direttiva si chiede di sfruttare «tutti gli spazi disponibili fino al raggiungimento del limite indicato e se necessario anche oltre, adottando in tali casi ogni iniziativa ritenuta opportuna, compresa, in via estrema per quanto assolutamente provvisoria, la collocazione di brande o materassi a terra». Il sovraffollamento è cronico, ma la situazione è precipitata nelle ultime settimane da quando nel carcere di Sollicciano a Firenze — uno dei più critici d’Italia — sono state sequestrate dalla magistratura 7 sezioni, poiché ritenute degradanti e umanamente inaccettabili. Risultato: 240 detenuti devono essere trasferiti.
Circa 70 sono già stati spostati, ma questo ha finito per aggravare la situazione in altri istituti toscani. Il 30 giugno si contavano 540 persone a Sollicciano con 502 posti disponibili, a Massa 303 con 177, a Pisa 300 con 195.
Nella direttiva del Provveditorato si spiega che «con frequenza sempre maggiore», quando arrivano nuovi arrestati, ci sono direttori di carceri che si rifiutano di accoglierli «a causa della mancanza di posti». E così la contromisura: mettere a terra i nuovi arrivi. Ma in realtà a Sollicciano da anni si convive con acqua alta sui pavimenti, insetti, muffe. Talmente critico lo scenario che da tempo centinaia di detenuti chiedono sconti di pena per il trattamento subito. Il caso è pure finito alla Consulta. L’ufficio del Provveditorato spiega che, una volta ricevuta «la comunicazione dell’avvenuta sistemazione “di fortuna” dell’arrestato», provvederà a regolarizzare la situazione.
«Siamo alla follia pura: il rispetto della dignità umana e della salute è costituzionalmente tutelato — denuncia il segretario generale regionale della Uil Fp polizia penitenziaria, Eleuterio Grieco
Il sindacato ha scritto al ministro della Giustizia, Carlo Nordio, affinché intervenga e apra «con urgenza un tavolo». Il deputato Federico Gianassi, capogruppo Pd in Commissione giustizia, chiede al ministro «di venire di persona a vedere lo stato del penitenziario.
(da agenzie)
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Luglio 6th, 2026 Riccardo Fucile
DIETRO L’INCAZZATURA DI “RE” TRUMP CI SAREBBE LA CHIAMATA DELLA SORA GIORGIA A ERDOGAN: LA PREMIER HA CHIESTO AL PRESIDENTE TURCO DI “GESTIRE I LAVORI DEL VERTICE SU UN PIANO PIÙ TECNICO E OPERATIVO POSSIBILE, SENZA CONCEDERE A TRUMP DEI MOMENTI DI RIBALTA POLITICA CHE POTREBBERO COMPROMETTERE I LAVORI DEL SUMMIT ANNUALE”
«Ordine restrittivo necessario». Bastano tre parole e un fotogramma a Donald Trump per terremotare anche il vertice Nato che comincerà ad Ankara domani sera. A poco più di 48 ore dalla cena di inizio lavori, quando Palazzo Chigi aveva già tirato qualche sospiro di sollievo, un nuovo post sul social Truth chiarisce a Giorgia Meloni – ma pure al resto dei leader europei – che quello turco sarà soprattutto l’ennesimo palcoscenico del tycoon, già impegnato da giorni a ricordare ai Paesi del Patto atlantico che l’obiettivo del 5% Pil per le spese militari andrebbe centrato immediatamente e non nel 2035.
L’attacco rivolto alla premier è duro, quasi più delle altre volte. Alla frasee si somma infatti un’immagine: Trump di spalle al G7 francese – quello del «mi ha supplicato» per una foto – con di fronte Meloni ritratta in una posa quasi adorante.
Un “meme” che rimette in discussione giorni di rassicurazioni sulla vicinanza tra Italia e Usa, di hamburger divorati a Villa Taverna da ministri e dignitari di partito, di amorevoli scambi tra ambasciatori.
E dire che Meloni aveva in mente di presentarsi ad Ankara con il petto gonfio di chi può dimostrare di aver mantenuto l’impegno di raggiungere il 2,8 per cento del Pil investendo in difesa e sicurezza (passi se il risultato è ottenuto anche attraverso riclassificazioni e interventi contabili). Una medaglietta che ora è difficile appuntarsi.
L’attacco di Trump, però, non sposta molto nelle intenzioni meloniane ad Ankara. Attraverso la sottoscrizione della dichiarazione finale e i suoi interventi durante i lavori, Meloni dovrebbe ribadire l’impegno italiano (l’aumento degli investimenti degli ultimi due anni, dall’1,6 per cento al 2,8) e la disponibilità a sostenere tanto l’Ucraina quanto il rafforzamento industriale e militare europeo. L’ambizione era chiara e condivisa da tutti i leader: non offrire sponde alle recriminazioni americane.
Ad oggi, infatti, l’obiettivo Nato del 5% entro il 2035 resta lontano e affatto scontato. La traiettoria già disegnata – il Documento programmatico di finanza pubblica che prevedeva un aumento graduale della spesa militare (più 0,15 per cento del Pil nel 2026 e 2027, più 0,2 nel 2028) – è stata disattesa. La mancata chiusura della procedura per deficit eccessivo e la prudenza sull’uso degli strumenti Ue hanno rallentato il percorso, rinviando gli incrementi alla prossima legge di bilancio, con grande delusione di Crosetto.
(da La Stampa)
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Luglio 6th, 2026 Riccardo Fucile
IL “PATRIOTA RUSSO” SEMPRE AL FIANCO DI PUTIN. OGGI VOLERÀ A BELGRADO PER INCONTRARE IL PRESIDENTE SERBO VUCIC, QUINTA COLONNA DI “MAD VLAD” NEI BALCANI
Quando alle 20.30 Matteo Salvini arriva nel cortile dell’ex cantina sociale di Capriata
d’Orba, accolto dal capogruppo alla Camera Riccardo Molinari e dagli altri esponenti piemontesi della Lega, sfoggia una t-shirt bianca con la scritta «L’Italia agli italiani» sulla schiena. Uno slogan che sembra ribadire la sua linea nazionale e sovranista.
Davanti ai tavoli della trentunesima Festa della Padania dell’Alto Monferrato, però, sventolano le bandiere di Lombardia, Piemonte e Veneto: un richiamo alle radici invocate da governatori e amministratori che chiedono una svolta neo-nordista.
Il colpo d’occhio restituisce l’immagine di una Lega che prova a ritrovare slancio: ad aspettare Salvini ci sono almeno duecento persone «nonostante in televisione ci sia Brasile Norvegia» rivendica con una battuta il segretario.
È in questo contesto che il leader tenta di uscire dall’angolo in cui è finito complice l’ascesa impetuosa di Futuro Nazionale del suo ex beniamino Roberto Vannacci. La strategia poggia su tre pilastri: un ulteriore impegno sui temi della sicurezza, con l’ipotesi di un ritorno al Viminale dopo l’estate per togliere argomenti a Vannacci (secondo fonti interne al partito i contatti fra gli staff di Salvini e del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi negli ultimi tempi si sono fatti più frequenti) e la «militarizzazione delle stazioni ferroviarie»;
Si leggono in questa chiave anche le mosse delle ultime ore. Prima l’intervento su X dopo l’accoltellamento di un tecnico informatico di 55 anni da parte di un ventiduenne italiano di origine gambiana a Milano: «Si è divertito e lo rifarebbe? Che non esca più dal carcere allora!».
Poi l’annuncio di nuove proposte di legge per togliere la cittadinanza italiana a chi delinque e per sospendere il rilascio di autorizzazioni alle realtà islamiche organizzate finché non sarà sottoscritta un’intesa tra Islam e Stato italiano.
Infine la missione che oggi e domani, proprio alla vigilia del vertice Nato in Turchia, lo porterà a Belgrado.
«La Serbia è un Paese in fase di pre adesione all’Unione europea che, rispetto ad altri, ha fatto i compiti a casa – spiega Salvini-. Rispetto ad altre ipotesi di ingresso nell’Ue, la Serbia è culturalmente, economicamente e socialmente più vicina a noi».
Poi aggiunge: «C’è qualcuno che dice che dovremmo far entrare l’Ucraina in Europa. No amico mio, mettiti in fila, c’è qualcun altro che aspetta da prima».
È proprio questo il passaggio politicamente più delicato del rilancio del vicepremier. Salvini infatti vedrà il presidente serbo Aleksandar Vucic, che già accolse in Italia nel 2019 all’epoca in cui era ministro dell’Interno. Un incontro che oggi assume un significato particolare perché Belgrado sta attraversando una fase di forte instabilità politica. Vucic infatti ha annunciato l’intenzione di lasciare la presidenza per ricandidarsi alla guida dell’esecutivo. Un modo per non essere travolto e per proseguire nel suo difficile equilibrismo tra il percorso europeo e il mantenimento delle relazioni privilegiate con Mosca.
Sullo sfondo, ovviamente, resta anche la dimensione geopolitica: un eventuale ingresso della Serbia nell’Unione europea difficilmente dispiacerebbe a Vladimir Putin, che si troverebbe ad avere un altro “amico” a Bruxelles oltre all’Ungheria.
(da La Stampa)
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