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“IL CAMPO LARGO SEMBRA AVER FINALMENTE TROVATO UN PROGRAMMA ELETTORALE. ANZI, DICIAMOLA MEGLIO: GLIEL’HA TROVATO GIORGIA MELONI CON LA SUA OSSESSIONE PER IL QUIRINALE”

Luglio 5th, 2026 Riccardo Fucile

RONCONE: “IL DISEGNO DI MELONI DI VARARE UNA LEGGE ELETTORALE IL CUI PREMIO PRODUCA UNA MAGGIORANZA CHE BASTI AD ELEGGERE DA SOLA IL NUOVO PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA E’ UN ASSIST PER IL CAMPO LARGO CHE COME PER IL REFERENDUM PUO’ PARLARE DI ATTENTATO ALLA COSTITUZIONE… QUELLO CHE CONTINUA A MANCARE È UN CANDIDATO PREMIER. INUTILE CHIEDERE UN AIUTO ANCHE SU QUESTO ALLA MELONI: FOSSE PER LEI, PREFERIREBBE GIOCARSELA CONTRO LA SCHLEIN (PROVATE A IMMAGINARE PERCHÉ)”

Nel Campo largo è finito il tempo del racconto politico beffardo e urtante, spesso saccente e pedagogico. Ogni soffocante domanda — cosa pensano, cosa non pensano, quanto sono uniti? — appare cancellata dalla cronaca battente degli ultimi cinque giorni.
La notizia — oggi — è una, accertata, su cui concordano numerosi osservatori: la notizia è che il Campo largo sembra aver finalmente trovato un programma elettorale. Succinto, ma condiviso. Anzi, diciamola meglio: gliel’ha trovato Giorgia Meloni.
La premier va a 10 Minuti , su Rete4, e annuncia di tenere nel mirino il Quirinale: «Non è detto che non si possa superare questo altro grande tabù e avere un presidente della Repubblica che non sia di centrosinistra». È una frase fragorosa che, nel volgere di poche ore, viene studiata e pesata dalle opposizioni. Ma c’è poco da pesare. Ogni stupore è superfluo: la Meloni, probabilmente dopo precisi calcoli strategici all’interno della sua coalizione, ha chiaramente deciso di sparigliare in grande.
Alla buvette di Montecitorio, luogo di meravigliosa aria condizionata e pessime ciofeche spacciate per caffè, occhiate torve, mezze frasi, subito un clima pieno di allarme, baruffa, barricata: «Emergenza democratica!». «Vogliono prendersi tutto!». «Deriva autoritaria: lei al Quirinale e Crosetto a Palazzo Chigi?».
Adriano Sofri, sul Foglio , offre una sintesi lineare: «Come hanno capito anche i muri… il disegno lungimirante di Meloni e della sua coalizione è di varare in fretta e furia una ennesima legge elettorale il cui premio produca una maggioranza autosufficiente, bastante cioè ad eleggere da sola il nuovo, o — magari — la nuova presidente della Repubblica. Non è detto che ci riescano: se sì, si andrà alle elezioni politiche, più o meno anticipate, fra un anno circa».
La riforma della legge elettorale comincia perciò ad essere trattata dentro uno schema già usato con successo, appena qualche mese fa, per contrastare la riforma della Giustizia: si tratta di un attentato — la dico brutale, ma almeno ci capiamo — alla Costituzione. Il tiro delle polemiche si alza, si sta alzando esattamente in questa direzione. La stessa che, in occasione dell’ultimo referendum, determinò — appunto — il trionfo dei «no».
La domanda che segue è inevitabile: una simile rappresentazione funzionerà anche come argomento centrale per un finale di legislatura che si annuncia aspro e confuso? Vedremo.
Intanto: indizi, dettagli, immagini, interviste. Tante, compatte, di colpo allineate.
Il primo innegabile vantaggio del Campo largo è proprio mediatico: invece di star lì a mettersi d’accordo su come fare meglio di questo governo (impresa non impossibile, diciamo) e decidere le strategie necessarie per la politica estera (Ucraina, Trump, Israele), immaginare soluzioni per risolvere il disastro della sanità, il dramma degli anziani, piuttosto che pensare a come affrontare lo spinoso tema delle tasse, patrimoniale sì, patrimoniale no, per non parlare della sicurezza, della scuola, dei giovani, delle energie alternative, tutti i leader del Campo largo si ritrovano improvvisamente stretti, a braccetto, nel denunciare i piani della Meloni.
Elly Schlein: «L’ossessione della premier è il Quirinale. Per arrivarci è disposta a tutto». Nicola Fratoianni chiede gesti forti, simbolici: «Meloni sta tentando l’ennesima forzatura. La sua legge elettorale è di natura sovversiva». Angelo Bonelli: «È preoccupante la torsione autoritaria del Melonellum.
Lo dico a Conte, a Magi, a Elly. Basta con i tatticismi: qui dobbiamo difendere la democrazia». Giuseppe Conte: «Serve un’opposizione compatta, emendamenti soppressivi. E poi, ovviamente, dobbiamo tenerci pronti al ricorso alla Corte costituzionale».
Matteo Renzi: «Dobbiamo impedire alla Meloni di salire al Colle. Ha distrutto l’Italia, è lo scendiletto di Trump. Ma, se a sinistra non prevale Tafazzi, io credo che sia possibile fermarla».
Non perdono tempo. Si riuniscono con 45 gradi percepiti all’ombra tra la Rinascente e la chiesa di Santa Maria del Pozzo, l’asfalto di via del Tritone, a Roma, che resta attaccato alle suole, fotografi e cameraman barcollanti come fanti ad El Alamein, ma pronti a riprendere le facce, le occhiate di quelli che s’infilano al teatro de’ Servi, dov’è in programma un’iniziativa promossa da Gianni Cuperlo e dalla fondazione del Pd che guida con (rara) autorevolezza.
Platea quasi piena davanti al cartello «Legge elettorale: torniamo alla Costituzione», gran via vai sopra e sotto al palco. Avvistamenti. C’è Roberto Zaccaria, che ha promosso il primo comitato pronto a presentare ricorso alla Consulta, «dieci secondi dopo l’approvazione della legge voluta dalla Meloni». C’è l’ex pm di Mani Pulite, Gherardo Colombo. Politici in ordine sparso. Non sono riusciti ad essere presenti, ma aderiscono: Gad Lerner, Gustavo Zagrebelsky, Sigfrido Ranucci, Corrado Augias «e, ovviamente, Tomaso Montanari».
Una trincea decisa a non arretrare di un centimetro. «Non passerà questa legge elettorale che la Meloni s’è costruita addosso per diventate Capo dello Stato». Leggi alternative più potabili? Di fronte a questo quesito, ecco però voci che soffiano incertezze, dubbi, parliamone dopo, magari domani. Atteniamoci — appunto — al programma: «Evitare che la destra conquisti il Quirinale».
I giorni seguenti servono per stilare la lista dei più pericolosi candidati possibili. In ordine decrescente: Meloni, La Russa, Crosetto, Fitto. Panico diffuso (anche se, come è noto, Crosetto e Fitto sono due democristiani, nel senso tecnico del termine). Toni, comunque, sempre crescenti.
Boutade (forse) a parte: il Campo largo, com’è insomma chiaro, un programma elettorale condiviso finalmente ce l’ha. Quello che continua a mancare è però un candidato premier e sul tema, e che tema, ci sarà da scrivere ancora molto. Inutile, comunque, chiedere un aiuto anche su questo alla Meloni: è già noto che, fosse per lei, preferirebbe giocarsela contro la Schlein (provate a immaginare perché).

(da Il Corriere della Sera)

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AFD ORGANIZZA IL PROPRIO CONGRESSO NEL GIORNO IN CUI, 100 ANNI FA, NASCEVA IL PARTITO NAZIONALSOCIALISTA DI HITLER. LA LEADER DELLE SVASTICHELLE, ALICE WEIDEL, INCASSA L’81,3% DEI VOTI ED È RIELETTA ALLA GUIDA DEL PARTITO

Luglio 5th, 2026 Riccardo Fucile

FUORI DAL LUOGO DOVE SI TIENE L’EVENTO SI RIUNISCONO 50 MILA PERSONE PER PROTESTARE CONTRO AFD (CHE NEI SONDAGGI VOLA AL TRA IL 27% E IL 28%): SCOPPIA QUALCHE TAFFERUGLIO TRA MANIFESTANTI E POLIZIA (CHE PROTEGGE I NAZISTI,TIPICO DELLE DEMOCRAZIE MARCE NEL CERVELLO)

Cento anni fa Adolf Hitler tuonò dal leggendario hotel Elephant di Weimar: «Da questo giorno comincia la rinascita del partito nazionalsocialista!». Era il 4 luglio del 1926, e le camice brune cementarono il ruolo del Führer a un congresso in Turingia che è entrato nella storia. Quel giorno i nazisti fondarono la Gioventù hitleriana e Hitler salutò i suoi seguaci da una Mercedes decappottabile per la prima volta col braccio teso.
Nessuno pensa dunque sia un caso che l’Afd abbia deciso di organizzare – negli stessi identici giorni – un congresso proprio in Turingia. E non lo pensano anzitutto i cinquantamila manifestanti che si danno appuntamento dalle prime luci dell’alba per bloccare Erfurt, seduti sull’asfalto con le bandiere arcobaleno, le pettorine gialle, i cappellini “fuck Afd”.
Qualcuno fa partire un fumogeno ma la stragrande maggioranza se ne sta a gambe incrociate sventolando bandierine antifasciste. Scopo delle proteste: segnalare che un evento organizzato in un anniversario agghiacciante è una vergogna, che una forza politica accusata di essere incostituzionale dai servizi segreti non può essere normalizzata.
Più tardi arriva la Dgb, il più grande sindacato confederale tedesco, e ci sono decine di ong umanitarie, di organizzazioni antifasciste, ma anche la Spd, la Linke e le “Omas gegen rechts”, le “nonne contro la destra”, una delle più grandi associazioni femminili della Germania.
Grit, 55 anni, dipendente pubblica, ha un cappellino arcobaleno: i 29 tedeschi su 100 che votano Afd «non sono tutti nazisti», osserva. Ma il suo impegno ha un obiettivo: «Bisogna che la gente torni a votare. E che spazzi via questo partito antidemocratico».
Andando a piedi verso la fiera dove i delegati dell’Afd si sono blindati per il congresso, le macchine blu, gli idranti, i poliziotti in tenuta antisommossa sono onnipresenti. Un paio di elicotteri sorvola l’area. A Gothaer Platz, a metà strada tra il centro e la fiera, scoppia qualche tafferuglio. E qualche blocco viene sciolto con i manganelli e spray urticanti. Alla fine, nonostante la tensione, il congresso comincia alle dieci in punto. I delegati sono arrivati la sera prima e nella notte.
Alice Weidel sale sul palco a metà mattinata: «Siamo la nuova Volkspartei della Germania», il nuovo partito del popolo, «siamo pronti a prenderci le nostre responsabilità: i tedeschi meritano di essere governati bene». In molti land «siamo primi o secondi».
In Sassonia-Anhalt, il 6 settembre, l’Afd rischia di realizzare le sue ambizioni. È oltre il 40% da mesi in tutti i sondaggi, e di recente Sahra Wagenknecht ha detto che li aiuterebbe a governare. Soccorso rossobruno. Alla fine Weidel urla ai manifestanti: «Non ci intimidirete! Anzi, diventiamo sempre più forti e più grandi», e nella sala dei seicento delegati scoppia un’ovazione. […]
Nel primo pomeriggio Weidel incassa l’81,3% dei voti, è rieletta con una percentuale più alta rispetto a due anni fa. Il co-leader Tino Chrupalla, con il 70,05%, ne prende meno rispetto all’80% del 2024. Si parla di malumori per lo stile di comando dei due, ma alla fine prevale il senso di responsabilità verso un autunno di elezioni ritenute già storiche.

(da agenzie)

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GRATTERI: “IL FENTANYL E’ UN BUSINESS CRIMINALE AD ALTISSIMA RESA, LE MAFIE FANNO AFFARI CON LA COCAINA”

Luglio 5th, 2026 Riccardo Fucile

IL PROCURATORE DI NAPOLI ANALIZZA L’INTERESSE DELLA CRIMINALITA’DOPO IL FURTO DI 80 FIALE A ROMA

Grandi profitti, piccoli quantitativi da trasportare, facilità di occultamento e una logistica molto più semplice rispetto alla cocaina. È questa la combinazione di fattori che rende il fentanyl sempre più interessante per la criminalità organizzata, anche se il mercato europeo è ancora lontano dalle dimensioni raggiunte negli Stati Uniti. A tracciare il quadro è il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, che in un’intervista a La Stampa commenta il furto di 80 fiale di Fentanest, anestetico a base di fentanyl, avvenuto nei giorni scorsi all’Ospedale Israelitico di Roma, e per cui sono in corso le indagini.
“Non si può escludere nulla in radice senza conoscere gli elementi investigativi”, premette Gratteri. Un colpo di questo tipo, spiega, “può interessare gruppi criminali diversi: organizzazioni strutturate, reti specializzate, intermediari del mercato illegale o soggetti capaci di rivendere rapidamente il prodotto”. Per il magistrato è però un errore attribuire automaticamente la responsabilità alle mafie: “Non vanno escluse per principio, ma nemmeno evocate automaticamente. Oggi agiscono spesso come broker, finanziatori, garanti logistici o riciclatori, non sempre come esecutori materiali”.
L’interesse delle organizzazioni criminali per gli oppioidi sintetici risponde innanzitutto a una logica economica. “Il fentanyl ha una resa criminale altissima, un alto valore, piccoli volumi, facilità di occultamento e una minore complessità logistica rispetto alla cocaina”, osserva Gratteri. Caratteristiche che consentono margini di guadagno molto elevati, poiché bastano quantità minime per produrre un numero enorme di dosi.
Il procuratore invita tuttavia a non sovrapporre automaticamente la situazione europea a quella nordamericana. “Non siamo ancora arrivati ai livelli degli Stati Uniti“, sottolinea, ricordando però che le agenzie europee stanno segnalando “una crescente attenzione verso gli oppioidi sintetici ad alta potenza e i rischi di contaminazione dei mercati tradizionali”. Allo stesso tempo evidenzia come il mercato europeo presenti un limite strutturale: “Il fentanyl uccide facilmente, destabilizza la clientela e attira una pressione investigativa e sanitaria altissima”.
Secondo Gratteri, il boom registrato soprattutto in Nord America è stato favorito dalla diffusione della dipendenza da oppioidi prescritti, dalla ricerca di sostanze più potenti ed economiche e dalla capacità delle organizzazioni criminali di inserire il fentanyl in pillole contraffatte o di mescolarlo ad altre droghe. La Drug Enforcement Administration (DEA) continua infatti a considerarlo una delle principali minacce del mercato statunitense.
Quanto agli equilibri del narcotraffico, il magistrato precisa che, al netto del fentanyl, “la cocaina resta il grande business delle mafie in Europa“. La ‘ndrangheta conserva un ruolo centrale grazie ai rapporti consolidati con i produttori sudamericani, ma oggi il mercato è più frammentato, con la presenza crescente di gruppi albanesi, balcanici, marocchini, turchi, olandesi, latinoamericani e di reti criminali ibride e transnazionali.
Anche i canali di distribuzione degli oppioidi sintetici sono ormai molteplici. “Il fentanyl può viaggiare in quantità molto più piccole e con rese criminali altissime”, osserva Gratteri. Le rotte passano attraverso lo spaccio tradizionale, le spedizioni postali, le piattaforme criptate, i social network, i marketplace illegali e il dark web, che rappresenta però soltanto uno dei canali disponibili.
Sul caso del furto delle 80 fiale di Roma proseguono intanto gli accertamenti. E proprio l’episodio ha acceso l’attenzione anche in Lombardia, dove il capogruppo del Movimento 5 Stelle in Regione, Nicola Di Marco, ha presentato, come riporta Fanpage.it, un’informativa urgente all’assessore al Welfare Guido Bertolaso chiedendo di verificare le indiscrezioni relative a un presunto ammanco all’ospedale di Sesto San Giovanni. Al momento non risultano conferme ufficiali, ma la richiesta è di chiarire se vi siano stati furti del farmaco nelle strutture sanitarie lombarde e quali misure di sicurezza siano adottate per impedirne la sottrazione e l’eventuale immissione nel mercato illegale.

(da agenzie)

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SONDAGGIO PAGNONCELLI: VANNACCI CRESCE TRA I REDDITI PIU’ BASSI, il 55% DEI SUOI ELETTORI STA CON IL GOVERNO (A DIMOSTRAZIONE CHE NON CAPISCONO UN CAZZO)

Luglio 5th, 2026 Riccardo Fucile

UN LEGHISTA SU QUATTRO LO SCEGLIEREBBE, UN TERZO CHE LO SOSTIENE SI E’ ASTENUTO ALLE EUROPEE

Come abbiamo visto la scorsa settimana, a proposito delle intenzioni di voto del mese di giugno, il fenomeno che caratterizza quei dati è il successo di Futuro nazionale, la formazione del generale Vannacci, che cresce apprezzabilmente di settimana in settimana. Alla fine di giugno il dato di questa forza era stimato al 6%, superando la Lega al 5,6%. Si tratta di un risultato evidentemente importante. È utile allora cercare di capire da dove arrivi e come sia composto l’elettorato di questa formazione che potrebbe mutare, forse anche in maniera significativa, gli equilibri politici. Per poterlo fare abbiamo lavorato su circa 20.000 interviste cumulate tra febbraio e giugno di quest’anno, una numerosità che ci aiuta ad attenuare i rischi di approssimazione e di errore che piccoli campioni possono correre.
Come abbiamo già evidenziato nei più recenti scenari politici, l’elettorato di Vannacci proviene in grande parte dall’area di destra: circa il 56%, infatti, si colloca in quest’area, oltre il 22% si definisce centrodestra, il 15% non si colloca politicamente, il 4% si dichiara centrista, il restante (meno del 3%) si dichiara invece elettore di centrosinistra o sinistra.
Anche i partiti a cui Vannacci sottrae maggiore consenso si confermano quelli che avevamo evidenziato precedentemente; il travaso più rilevante avviene ai danni della Lega: oltre il 20% di chi aveva votato il Carroccio alle Europee oggi sceglierebbe FnV. Il secondo serbatoio è Fratelli d’Italia: al momento circa l’8% dei suoi elettori si sposterebbe su Vannacci, una quota in crescita nelle ultime settimane. Seguono gli ex astenuti delle Europee, tra i quali FnV raccoglie il 9%. Dalle altre forze (Noi moderati, M5S, Azione/Italia viva) i flussi sono minimi, quasi trascurabili.
Passando dalla «dinamica» alla «fotografia» dell’elettorato, cioè alla sua composizione attuale, vediamo che oggi oltre un terzo degli elettori di FnV proviene dagli astensionisti alle Europee, il 31% proviene da Fratelli d’Italia e il 25% dalla Lega. Qui si vede bene la differenza tra flussi e composizione: è vero che FnV prende l’8% degli elettori di FdI e più del 20% di quelli della Lega, ma il partito della premier ha un elettorato più grande. Dunque, facendo 100 gli elettori attuali di FnV, la quota che proviene da FdI pesa più della quota che proviene dalla Lega, nonostante la percentuale di erosione interna alla Lega sia più alta.
Va sottolineato, inoltre, che se l’impatto di Futuro nazionale sulla Lega è stato quasi immediato, cioè una quota consistente di elettori di questa formazione si è trasferito su Vannacci al suo primo apparire nello scenario politico, l’impatto su Fratelli d’Italia è stato meno consistente all’inizio ma sembra progressivamente crescere.
Tre mesi fa, infatti, FnV attirava meno di 200 mila elettori di FdI alle Europee, mentre oggi arriva a 506 mila; al contrario, l’erosione della Lega sembra rallentare: 372 mila elettori al suo apparire agli attuali 407.000. Se questa tendenza venisse confermata, Futuro nazionale potrebbe insidiare in maniera apprezzabile il partito di maggioranza relativa.
Dal punto di vista delle caratterizzazioni sociodemografiche, l’elettorato di Vannacci è decisamente più maschile (62% contro il 38% di donne), ma è piuttosto trasversale quanto all’età: l’appeal dai giovani agli anziani rimane infatti piuttosto costante nelle diverse classi di età (che nella composizione dell’elettorato di Vannacci prevalgano le classi di età meno giovani non dimostra infatti una maggiore attrattività, ma dipende dal fatto che l’Italia è un Paese particolarmente anziano). Da notare inoltre che emerge una certa capacità attrattiva nei confronti delle giovani generazioni, che tendono a crescere un po’ più di quanto avviene per i meno giovani.
Per quel che riguarda la condizione economica, la maggiore attrattività si ritrova nelle condizioni basse e medio/basse, che insieme compongono oltre il 50% dell’elettorato attuale di Futuro nazionale, mentre il 34% è composto da elettori di condizione media. Le aree economiche medie e deboli sono anche quelle che segnalano una maggiore crescita negli ultimi mesi.
Per quel che riguarda la condizione professionale, il massimo di appeal lo troviamo tra i disoccupati e gli operai. Dal punto di vista territoriale, la presenza è maggiore nei piccoli e medi Comuni del Centro-Nord, mentre è minore l’attrattività nel Sud, anche qui con livelli più elevati nei Comuni più piccoli.
Infine, un tema di cui si dibatte è relativo alla potenzialità espansiva di questa nuova formazione. Ci si chiede infatti a quanto potrebbe arrivare. Naturalmente è difficilissimo fare stime attendibili sul futuro, che dipendono da una pletora di variabili imponderabili. Però, sia pur con grandi limiti, se ragioniamo sulla potenzialità attrattiva in termini di interesse per il leader di Futuro nazionale (quanti cioè apprezzano Vannacci pur non votando per FnV), e la considerazione per il partito (quanti tengono in considerazione l’ipotesi di votare per Vannacci pur attualmente non indicandolo come prima scelta), interpolando i due dati si può stimare attualmente un ulteriore bacino elettorale potenziale (1.518. 000) di dimensioni di poco inferiori alla stima dell’elettorato attuale (1.628.000 elettori).
È un bacino potenziale che sembra distribuirsi in modo abbastanza simile all’intenzione di voto attuale, anche se qualche differenza è possibile individuarla guardando con attenzione alle stime per i singoli gruppi con cui abbiamo analizzato i nostri campioni: qui troviamo, ad esempio, più elettori con condizione economica medio-alta, ceto impiegatizio, residenti nelle grandi città del Sud.
Va altresì osservato che non sono escluse future defezioni tra coloro che oggi dichiarano la loro intenzione di votare per Vannacci, attratti più dalla novità e dal clamore mediatico che dalla proposta politica. In un elettorato volatile, i ripensamenti non sono infrequenti (non è affatto certo che l’orientamento espresso oggi da un elettore rimanga invariato fino al giorno delle elezioni) e potrebbero essere influenzati anche dalla possibile nuova legge elettorale, dalla politica delle alleanze e dal ricorso al «voto utile».
In vista delle prossime elezioni sarà interessante verificare se l’elettorato di FnV preferirebbe allearsi con l’attuale maggioranza o propenderebbe per una corsa solitaria: le opinioni sul governo attuale non sciolgono i dubbi, dato che il 55% esprime un giudizio positivo contro il 42% che dà una valutazione negativa.
In conclusione, possiamo dire che Futuro nazionale ha il profilo classico della formazione ancorata a destra, che raccoglie prevalentemente un elettorato di protesta: cittadini in difficoltà o comunque in condizioni socio-economiche difficili, trasversali dal punto di vista dell’età, presenti nelle professioni meno qualificate, spesso residenti al di fuori delle aree urbane. È un pezzo di elettorato che proviene in buona parte proprio da quelle aree politiche che avevano messo al centro della loro campagna la difesa di questi ceti e che forse non sono riusciti a farlo. Sembra quindi che il terreno di coltura della nuova formazione sia più tema della (mancata) protezione sociale rispetto a quello, pur non trascurabile, della narrazione identitaria.

Nando Pagnoncelli
(da corriere.it)

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LA FORZA DEL PONTEFICE E LA PAURA DEI POLITICI DI PERDERE CONSENSI

Luglio 5th, 2026 Riccardo Fucile

IL RICHIAMO DI PAPA LEONE AI VERI VALORI VALE PER CREDENTI E NON CREDENTI (FECCIA SOVRANISTA ESCLUSA)

Papa Leone XIV solitario e pensieroso sugli scogli di Lampedusa che perde lo zucchetto strappato dal vento, là dove continuano a morire sotto i nostri occhi i nuovi dannati della terra, è un’immagine che ci ricorderemo. Come se il Dio del Creato o chissà quale altra bizzarra combinazione astrale, dipende dalla fede di ciascuno di noi, avesse destinato proprio lui, questo agostiniano nato a Chicago, San Gimignano del Novecento, a svolgere il ruolo di supplenza etica che era già stato assunto, con toni diversi ma uguale idealità, da papa Francesco.
Le frasi pronunciate ieri, nel miglior contraltare possibile alla festa dell’Independence Day, soprattutto i gesti compiuti, tesi a legittimarle, l’omaggio alle tombe dei migranti, la Santa Messa celebrata nell’isola posta al centro del più grande cimitero marino dei nostri tempi, rappresentano, con incomparabile evidenza plastica, una risposta schiacciante alla cieca e proterva politica dei respingimenti. Non riconoscerlo significherebbe disattendere quella stessa responsabilità che secondo il pontefice avrebbe dovuto ispirare le decisioni non prese nelle stanze dei bottoni dei palazzi che contano del Vecchio Continente.
Arriverà un giorno in cui qualcuno ci chiederà dov’eravamo noi quando la gente affogava: un po’ le stesse domande che gli abitanti dei villaggi intorno a Bergen-Belsen si sentirono porre dalle truppe alleate che, alla fine della Seconda guerra mondiale, avevano appena liberato il lager nazista. Non vedevate la cenere accumulata sulle foglie degli alberi? I civili tedeschi potevano difendersi dicendo di non sentirsi colpevoli perché chiunque avesse protestato sarebbe finito dall’altra parte del filo spinato. Noi no. Non disponiamo di tale giustificazione. Eppure troppo spesso ci mancano le parole: c’è un vuoto da colmare. Perché abbiamo l’impressione che il Papa, come anche nelle sue riflessioni sull’intelligenza artificiale presenti nella Magnifica humanitas, resti da solo? Siamo prigionieri degli schemi, delle ideologie, delle reciproche strumentalizzazioni.
In particolare le dichiarazioni della classe dirigente sul tema dell’immigrazione appaiono strabilianti, benché facilmente decifrabili. Si tratta di un problema linguistico legato alla percezione artificiosa, se non strumentale, della gigantesca osmosi di popoli alla quale stiamo assistendo. Il migrante non andrebbe né criminalizzato né idealizzato. Dovremmo conoscerlo. Non la categoria che lo definisce. Non le statistiche che lo riguardano. Non i protocolli d’intesa da realizzare coi Paesi da cui proviene. No. Le persone. Ognuna con la sua storia, il suo carattere, la sua esistenza unica, sacra e irripetibile. Se fossimo in grado di farlo, potremmo interpretare meglio noi stessi, diventando almeno consapevoli della dimensione retributiva da cui ci lasciamo governare. Il rapporto con Mohamed o Fatima diventerebbe la misura di tutti gli altri. E invece i cosiddetti leader degli opposti schieramenti si limitano a balbettare formule astratte sui vari tipi di emigrazione. Hanno paura di perdere il consenso. Pensano soltanto ai voti. Hanno fatto credere anche ai nostri ragazzi che la quantità certifichi la qualità. Non è affatto così!
Dobbiamo aspettare il Papa che ci esorta a non temere di contaminarci nell’incontro col prossimo per riscoprire ciò che Arthur Rimbaud scriveva a George Izambard, Je est un autre? Forse sì, e non sarebbe la prima volta: a chi faceva implicito, sebbene sottaciuto, riferimento quel motto divenuto quasi impronunciabile per consunzione interna, se non al giovane rabbi disceso da Cafarnao sulle rive del lago di Tiberiade? Non era stato lui a incrociare lo sguardo dei primi pescatori, lasciando loro intendere la possibilità di realizzare, qui ed ora, non chissà dove, come e quando, un’azione a fondo perduto, non schiava del risultato che avrebbero ottenuto? Vieni, seguimi, io ti darò tutto, anche se tu non mi restituirai niente. Soltanto così capiremo chi siamo.

(da Repubblica)

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STEFANO PATUANELLI: “AGLI AMICI DEL COVID 100 MILIONI, PER I TUMORI NON NE HNNO TROVATI SEI”

Luglio 5th, 2026 Riccardo Fucile

“ESPOSTO AI PM PER CHIARIRE LE RESPONSABILITA’ SUL PAGAMANETO ALL’AZIENDA VICINA A FRATELLI D’ITALIA”

“No, non immaginavamo potessero arrivare a tanto”. Il vicepresidente del M5S Stefano Patuanelli è una furia. Ce l’ha con il governo e con il partito di Giorgia Meloni accusato di aver taciuto anche in commissione Covid sullo “scandaloso” bonifico da 100 milioni disposto proprio in favore di un’azienda vicina a Fratelli d’Italia. “Hanno fatto finta di niente evidentemente contando di non essere scoperti. Ora blaterano a sproposito per l’imbarazzo. Ma dovrebbero andare a nascondersi: ricordo che sono gli stessi che non hanno trovato 6 milioni per lo screening dei tumori al seno”.
Della transazione con la JC di Dario Bianchi non si sapeva nulla fino a poche ore fa… Che ne pensa?
Intanto che questo signore è diventato dal 2024 il principale teste di accusa di Fratelli d’Italia nei confronti dell’ex premier e Giuseppe Conte. Bianchi è stato sentito più volte dalla commissione Covid e non gli è uscito mai di bocca nulla a proposito dei 100 milioni che aveva nel frattempo incassato dal governo.
Né a lui né a chi sta gestendo l’inchiesta in commissione
Esatto. Abbiamo chiesto ripetutamente al presidente della commissione Covid Marco Lisei di Fratelli d’Italia che venissero acquisite notizie sulla vertenza in corso con questa azienda: ha sempre nicchiato e ora capiamo perché.
È possibile che Lisei fosse all’oscuro di tutto?
Beh mi pare molto difficile. Così come è altrettanto curioso che i segugi dei giornali della famiglia Angelucci, che hanno sprecato fiumi di inchiostro su JC non abbiano saputo nulla. Del resto anche ora che la transazione è stata rivelata hanno liquidato la cosa in poche righe quando lo hanno fatto.
Il ministro Schillaci? Poteva non sapere?
Guardi, il consiglio dei ministri di cui fa parte ha sfornato un decreto che destinava al suo ministero un contributo da 100 milioni: le pare possibile che non abbia chiesto a cosa dovesse servire?
Sta denunciando l’intera filiera di Fratelli d’Italia…
Non so se ci sono gli estremi della falsa testimonianza per Bianchi che ha omesso di raccontarci della transazione. Di sicuro vogliamo che la magistratura faccia chiarezza sulle singole responsabilità in questa vicenda che rappresenta un unicum nella storia d’Italia: senza attendere la sentenza di appello e neppure la sospensiva, il governo a ottobre ha deciso di pagare, sborsando quella cifra…
Avete annunciato un esposto in procura
C’è più di un elemento che non torna, anche se non occorre Sherlock Holmes per capire cosa sia accaduto. Chi firma la transazione è la moglie del meloniano Cirielli messa in quella posizione nonostante un curriculum non proprio calzante per il ruolo a cui è stata preposta al ministero della Salute. Vogliamo anche capire in che circostanze sia maturato il parere dato sull’operazione dall’Avvocatura dello Stato. Questo per tacere della norma infilata alla chetichella nel decreto approvato in quattro e quattr’otto in Parlamento. Ma poi mi scusi…
Prego.
Non hanno mai detto una parola su questa transazione neppure un cenno. Parlano di trasparenza e con la massima opacità hanno pagato 100 milioni degli italiani quando non ne hanno trovati 6 per gli screening tumorali. Per non parlare delle liste di attesa su cui hanno messo briciole. Ma non si vergognano?
Martedì il presidente della commissione Covid sentirà il capogruppo di Fratelli d’Italia.
Verrà a gettare altro fumo negli occhi per continuare ad accusare di ogni nefandezza gli avversari. Conte, l’allora ministro della salute Speranza… Questo invece di chiedere conto alla loro ex ministra Daniela Santanchè che ha dovuto restituire la cassa integrazione Covid per i dipendenti di Visibilia che lei continuava a far lavorare. La commissione d’inchiesta non la usano per capire cosa ha funzionato e cosa no durante la gestione della pandemia, ma serve per fini squisitamente politici. Purtroppo sono così: sono inadeguati al ruolo perché non hanno la minima grammatura istituzionale”.

(da Il Fatto Quotidiano)

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SAREBBE QUESTA LA FAMOSA AMERICA?

Luglio 5th, 2026 Riccardo Fucile

L’INTELLETTUALE SERVIRA’ A POCO, MA SI CAPISCE BENE A COSA SERVONO GLI IGNORANTI QUANDO VANNO AL POTERE: A RENDERE IL MONDO PIU’ STUPIDO E CRIMINALE

Il discorso di Trump in occasione del 4 luglio è stato talmente puerile, elementare, privo di qualunque gravame culturale o psicologico, da costringere a chiedersi se non siano la protervia, l’avidità o la violenza, ma sia l’ignoranza la peggiore minaccia per il futuro dell’umanità. E pure per il presente.
La stolta idea che esista un Bene (l’America) e un Male (la non America, per comodità di Trump ribattezzata “il comunismo”) è, prima di essere un’idea fanatica, un’idea paurosamente incolta. Per arrivare a formularla, ed esprimerla in pubblico, bisogna non sapere niente non solo del mondo, ma perfino degli americani, che del mondo sono comunque un piccolo spicchio (per la precisione: circa il 2,4 per cento del totale del genere umano).
Bisogna credere che ogni possibile scrupolo di equità sociale, specie se alligna sul sacro suolo americano, sia “comunismo”. Che avere fede nell’America equivalga ad avere fede in Dio, perché le regole dell’America sono le stesse di Dio, e dunque gli atei (sinonimo di comunisti) sono nemici da schiacciare o corpi estranei da espellere (che differenza c’è con gli ayatollah?). Bisogna credere che arricchirsi sfruttando un ruolo pubblico (come sta facendo, sfrontatamente, Trump) sia lecito, sia in regola con “l’America”; mentre tassare i miliardari per aiutare i poveri sia invece “un furto” perpetrato dal comunismo ai danni dell’America.
Un farmer bianco, povero e incazzato, che scende dal suo pickup per andare a mangiare tre dollari di robaccia in un fastfood di paese, non avrebbe saputo dire di peggio. Va bene che gli intellettuali servono a poco; in compenso si capisce bene a cosa servono gli ignoranti, specie quando vanno al potere: a rendere il mondo perfino più stupido e cattivo.

(da Repubblica)

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MELONI PACIFISTA PER CONSERVARE LA POLTRONA: “GLI ITALIANI NON CAPIREBBERO ALTRE SPESE MILITARI”

Luglio 5th, 2026 Riccardo Fucile

QUINDI UNA STATISTA NON DEVE FARE L’INTERESSE SUPREMO DELLA NAZIONE MA ACCODARSI AGLI IGNORANTI… QUESTA NON DIFENDEREBBE NEANCHE I CONFINI DEI GIARDINETTI

Deponete le armi. Meloni rispetterà gli impegni Nato, si presenterà al vertice di Ankara con il 2,8 per cento di spesa militare, ma non ha intenzione di aderire al Safe, i prestiti europei per la Difesa. Non ha intenzione di attivare la Nec, la clausola di salvaguardia, perché “gli italiani non capirebbero e così si perdono le elezioni”. Non ha intenzione perché vuole che a caricarsi la scelta sia il Parlamento. Non ha intenzione perché è iniziata la campagna elettorale e Vannacci fa sudare. C’è ormai chi pensa, in maggioranza, che perfino la legge elettorale sarà votata alla Camera, “ma che al Senato, vedrete, rischia di saltare…”. La Nato ha già deciso di sostenere l’Ucraina per altri due anni, con 70 miliardi, ma l’Italia ha fatto sapere di non condividere il margine temporale perché, e sono fonti diplomatiche di Chigi, “equivale a non scommettere sulla pace”. Il riarmo, sì, ma a loro!
C’è un ministro della Difesa, nobile, Guido Crosetto, che da anni si batte per spiegare che spendere in sicurezza è come spendere per i ponti e strade, ma c’è un paese che ha già la febbre elettorale, da cabina. Meloni ha bisogno di ventilare la sua propaganda. Il 7 e l’8 luglio vola ad Ankara per il vertice Nato (ha telefonato a Erdogan) e rivedrà Trump. Non sono previsti bilaterali con il presidente bifolco, e c’è da sperare che il 13 luglio Meloni corra a Parigi ad abbracciare ancora i Volenterosi. Resta da capire quanto rende in Italia la buona volontà. C’è un’antica promessa, fatta a L’Aja, che l’Italia intende mantenere, vale a dire raggiungere la traiettoria del 5 cento di spese militari Nato, ma c’è Vannacci, il pericolo percepito. Quanto parte italiana c’è in quei di 70 miliardi Nato a Kyiv?
Attenzione, sono contributi volontari degli stati, ma sono cifre che non si vogliono diramare e la ragione è semplice. Scoraggiano. Le elezioni politiche potrebbero tenersi ad aprile 2027, e Meloni e Giorgetti non vogliono che passi l’idea che il governo spenda in armi al posto della sanità. La spesa italiana in ambito Nato è già arrivata al 2,8 per cento ed è così scorporata: il 2,09 per cento sono spese militari, l’altra parte, lo 0,71 per cento, comprende spese in cybersicurezza, protezione dei confini. L’impegno italiano è che nel 2035 si arrivi al cinque per cento e la crescita è stata costante, ma chi garantisce che ci sarà Meloni ancora? Il governo ha sempre sostenuto l’Ucraina ma ieri, ha preteso con gli alleati Nato che il “sostegno” non fosse di due anni, ma di uno, per favorire “l’idea della pace”. Non si sa ancora nulla sul secondo pacchetto di aiuti italiano a Kyiv. Sono tutte spie di un malessere che riguarda il tema armi. Nato e Safe sono questioni diverse. Oltre ad aumentare le spese Nato, il governo ha possibilità in Europa di attivare la Nec, la clausola che permette di deviare gli obiettivi di Bilancio per gli acquisti in Difesa. Sta al governo scegliere come finanziare gli acquisti: può farlo indebitandosi o ricorrendo ai prestiti Safe, europei. E’ ormai una vecchia questione che si trascina da mesi, a colpi di lettere Giorgetti-Crosetto, ma è una questione che si è fatta squisitamente politica, come in passato il Mes. Meloni e Giorgetti sono dell’opinione che sia qualcosa di “troppo tecnico” da spiegare agli italiani e che a pochi mesi dal voto rischia di compromettere la campagna elettorale. La Nec si attiva con un voto in Aula (serve la maggioranza assoluta) e Meloni esclude l’aiuto coraggioso del Pd. Filippo Sensi, uno che potrebbe votare (ma quanti sono i riformisti illuminati del Pd?) scrive: “Stiamo diventando la barzelletta d’Europa sui fondi Safe. Questo continuo pattinare non inganna più nessuno, è tempo di chiarezza sulla difesa e la sicurezza degli italiani. Basta furbate, basta fischiettare, basta rinvii. Ora”. Crosetto si è rimesso alla volontà politica e la volontà politica di Meloni e Giorgetti è sempre più chiara: il Safe è un prestito vantaggioso (e sul quanto c’è da ragionare) ma un prestito che va restituito. Sono indizi che fanno una sola prova: le spese militari non verranno davvero aumentate. Preparatevi, è già suonato con la Rai, il gong. E’ suonato con le dimissioni della Commisione di Vigilanza Rai, le dimissioni della quinta giornata (direbbe il Manzoni) a pratica chiusa. L’altro giorno, un uomo che ama la Rai, come Roberto Natale, membro del cda, quota Avs, raccontava: “Posso capire le dimissioni dei membri della Commissione di Vigilanza, ma che c’entra il cda Rai? Il cda Rai sta lavorando. Non è paralizzato”. Si sta girando in una sola pentolaccia il peggio della propaganda: la Costituzione, la Rai, le armi, la resistenza di Kyiv, la legge elettorale… Sono già gli affari correnti della ragione. Il governo non ha più la forza di spendere in Difesa e il solo che ha la forza di dirlo è Crosetto: il ministro che, per forza di cose, non può più dimettersi.

(da Il fatto Quotidiano)

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MARINE LE PEN, L’ULTIMO SELFIE PRIMA DEL GIORNO DEL GIUDIZIO: “NON FARO’ CAMPAGNA CON IL BRACCIALETTO ELETTRONICO”

Luglio 5th, 2026 Riccardo Fucile

MARTEDI’ 7 LUGLIO LA SENTENZA CHE PUO’ ESTROMETTERLA DALLA CORSA ALL’ELISEO… IL DELFINO BARDELLA VOLA NEI SONDAGGI MA E’ AL CENTRO DI ALTRE INDAGINI SULL’UTILIZZO DI FONDI EUROPEI

La “festa” di questa sera, a Liévin, nel feudo politico del Nord, il Pas-de-Calais, è per Marine Le Pen l’ultimo incontro con i militanti prima della sentenza di martedì prossimo, 7 luglio, appuntamento giuridico determinante per il futuro politico della leader dell’estrema destra: la Corte d’appello di Parigi si pronuncerà sul caso della frode ai danni del Parlamento europeo da parte del suo partito, Front national prima, poi Rassemblement national. Se i giudici confermassero la sentenza di primo grado – quattro anni di detenzione, due con la condizionale e due ai domiciliari col braccialetto elettronico, più cinque anni di ineleggibilità – Marine Le Pen dovrà lasciare il suo giovane bracciodestro, Jordan Bardella, correre alle presidenziali del 2027 al posto suo. Se l’ipotesi dell’assoluzione a questo punto sembra poco probabile, non si può escludere invece un giudizio più clemente. Ma meno che la pena non venga ridotta al massimo a due anni Le Pen non può sperare di concorrere alle presidenziali.
In attesa di conoscere la sentenza, la cui lettura comincerà martedì alle 13.30, Le Pen ha dichiarato su LCI che, in ogni caso, “non farà campagna con il braccialetto elettronico”: “Sarò candidata solo se potrò fare campagna. Per essere candidati alla presidenziali bisogna essere totalmente liberi di muoversi. Rifiuterei di dipendere dalle autorizzazione dei giudici”.
Marine Le Pen si gioca la quarta candidatura all’Eliseo: “Non ho paura – ha aggiunto -. Qualunque cosa accada non sarò morta e continuerò a combattere per le mie idee”. La fête champêtre di oggi è quindi per lei l’ultimo bagno di folla, di selfie e strette di mano prima del verdetto, nelle vesti della candidata naturale del RN. Accanto a lei c’è il “delfino” Jordan Bardella, per ora ufficialmente destinato al ruolo di futuro primo ministro, ma già preparato da tempo all’eventualità più impegnativa di una candidatura all’Eliseo. “Non gli farò mai da tutrice”, ripete Le Pen, rivendicando l’autonomia politica del presidente di partito, che al momento delle elezioni avrà 31 anni. Da mesi la leader RN sta organizzando il possibile passaggio di consegne.
La sera stessa del 7 luglio, dopo la decisione della Corte d’appello, Marine Le Pen sarà ospite del tg delle 20 di TF1 e, in funzione della sentenza, chiarirà se è candidata o se il testimone passerà definitivamente a Bardella. Nelle ultime settimane i due hanno moltiplicato le uscite pubbliche insieme, offrendo, almeno di facciata, un’immagine di unità. Restano invece divergenze, ed in particolare sulla riforma delle pensioni, con Bardella che ha assunto posizioni considerate più rassicuranti dai grandi patron rispetto a quelle tradizionalmente difese da Marine Le Pen. Differenze che hanno alimentato interrogativi sulla reale solidità del tandem politico. Come ha confidato un dirigente del movimento a BFM Tv: “Dopo questo fine settimana nulla sarà più come prima: entreremo nell’ignoto”.
Intanto, la popolarità di Bardella ha toccato un altro picco nell’ultimo sondaggio Odoxa, realizzato ad una settimana dalla sentenza, registrando per lui il 40% di opinioni favorevoli. L’Ifop lo piazza a sua volta intesta al primo turno del 18 aprile 2027 col 36%. Neanche nuove vicende giudiziarie sembrano intaccare il capitale politico di Bardella. Infatti alcune perquisizioni sono state effettuate in Francia e in altri Paesi Ue, tra cui l’Italia, nell’ambito di un’inchiesta sulla sospetta appropriazione indebita di fondi Ue da parte dell’ex gruppo Identità e democrazia al Parlamento Ue (circa 4,3 milioni di euro tra il 2019 e il 2024), di cui faceva parte anche il RN.
Nelle stesse ore, sulla base di rivelazioni di Libération e del Canard Enchaîné, l’associazione Anticor ha chiesto l’apertura di un’inchiesta, accusando Bardella di avere occupato nel 2015 un impiego fittizio come assistente parlamentare europeo e di avere prodotto documenti falsi destinati a giustificare l’attività. Si aggiunge poi un’altra indagine, rivelata anche in questo caso dal Canard Enchaïnée, relativa al possibile utilizzo di fondi europei da parte del RN per finanziare lezioni di media training, compreso un coach personale per Bardella in vista della campagna presidenziale del 2022

(da il Fatto Quotidiano)

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