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SI È AMMOSCIATA LA “BESTIA” DI VANNACCI? LA SUA REPUTAZIONE ONLINE È IN CALO . PER “REPUTATION MANAGER”, IL SUO INDICE REPUTAZIONALE È SCESO DI OLTRE IL 75% TRA IL PRIMO GIUGNO E IL 15 SETTEMBRE, MENTRE TRA AGOSTO E METÀ SETTEMBRE IL 63,1% DEI CONTENUTI ANALIZZATI AVEVA SENTIMENT NEGATIVO (SE PARLA SOLO DI REMIGRAZIONI, CHE DUE COJONI!)

Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile

IL PUNTO PIÙ BASSO E’ STATO REGISTRATO IL 5 SETTEMBRE, IN CORRISPONDENZA DELLO SCONTRO CON MARIO MONTI A CERNOBBIO…

La visibilità digitale di Roberto Vannacci resta alta, ma il valore reputazionale continua a perdere terreno. Tra il primo agosto e il 15 settembre sono stati rilevati 100.700 contenuti online, il 33,8% in meno rispetto ai 152.200 registrati tra giugno e luglio. Ma nello stesso periodo TikTok ha raggiunto 169.556.604 visualizzazioni complessive sui contenuti dedicati all’ex generale, quasi il doppio della precedente rilevazione.
È quanto emerge dalla nuova rilevazione dell’Osservatorio Politico di Reputation Manager (www.reputationmanager.it), che evidenzia una discesa quasi costante dell’indice reputazionale: dal primo giugno al 15 settembre il valore di R si riduce del 75,8%.
Dopo la contrazione dei volumi in agosto, le conversazioni tornano a crescere con la pubblicazione, l’11 e il 24 agosto, delle due parti del programma di Futuro Nazionale.
Dai primi di settembre la pressione reputazionale aumenta. A incidere sono soprattutto le accuse del Financial Times sui presunti legami con la Russia, l’indagine avviata dalla Procura Militare su Futuro Nazionale, il confronto con Mario Monti al Forum di Cernobbio e le polemiche per la partecipazione di Vannacci a un convegno sulla sicurezza a Torino. ‘Le notizie sulla crescita di Futuro Nazionale nei sondaggi generano una spinta positiva, ma non sufficiente a invertire la tendenza’, si legge nella rilevazione.
Il sentiment rimane fortemente polarizzato: il 63,1% dei contenuti ha segno negativo, il 21% positivo e il 15,9% neutro. Rispetto alla precedente analisi la quota negativa resta pressoché stabile, mentre la positività cresce di 5,2 punti percentuali e supera la neutralità. Sui social la negatività raggiunge il 69%, contro il 58% del web non social.
Il punto più basso del periodo viene registrato il 5 settembre, in corrispondenza dello scontro con Mario Monti a Cernobbio: l’evento genera un impatto pari a -8.005 R. La copertura risulta ad alto impatto e polarizzata, con il 62,3% di contenuti negativi, il 20,1% positivi e il 17,6% neutrali.
La negatività attraversa tutti i canali. I social network mantengono il primato per volumi, ma sono i giornali online a produrre il maggiore impatto reputazionale negativo. X resta il dominio con il maggior numero di rilevazioni; tra le testate che incidono maggiormente in senso negativo Il Corriere della Sera, Il Fatto Quotidiano e Il Giornale. L’impatto negativo dei social network, pur rimanendo rilevante, diminuisce del 41% rispetto alla precedente analisi.
Secondo l’analisi, ‘TikTok conferma invece la capacità di trasformare Vannacci in un simbolo identitario. I contenuti analizzati totalizzano 169.556.604 visualizzazioni, 15.453.353 like, 467.942 commenti, 2.234.143 condivisioni e 993.237 salvataggi. Le visualizzazioni crescono del 96,13%, i like dell’85,79%, i commenti del 123,21% e le condivisioni del 75,21%.
La community favorevole insiste su carisma, sicurezza, patriottismo e radicamento di Futuro Nazionale; le principali criticità riguardano femminicidio, diritti civili e disabilità, remigrazione e sostenibilità del programma elettorale’.
‘Su X l’amplificazione appare ampia, rapida e concentrata’. L’analisi rileva 32.507 retweet generati da 6.885 account su 245 tweet originali di @RoVannacci: ‘La mappa delle interazioni mostra un nucleo denso di co-amplificazione: gli account risultano collegati quando rilanciano ripetutamente gli stessi tweet e alcune coppie selezionano gli stessi contenuti anche in finestre temporali ravvicinate. Sostanzialmente si individuano tre nuclei che assolvono a tre funzioni narrative: mobilitare sui temi identitari e della sicurezza, connettere Vannacci a sovranità e geopolitica, rafforzare la sua identità politico-mediatica’.
‘I nuovi dati confermano che l’aumento della visibilità non coincide automaticamente con un rafforzamento reputazionale – commenta Andrea Barchiesi, fondatore e ceo di Reputation Manager – Vannacci continua a catalizzare attenzione e a consolidare una comunità digitale fortemente identitaria, soprattutto su TikTok. Parallelamente, gli eventi di settembre e la copertura dei giornali online spingono l’indice reputazionale verso il basso. Su X osserviamo inoltre dinamiche di amplificazione concentrate e ricorrenti, che meritano di essere monitorate per comprenderne natura ed evoluzione’.

(da agenzie)

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“LA RUSSIA STA PERDENDO LA GUERRA, ANCHE MOLTO MALE”. L’ANALISTA GEOPOLITICO DARIO FABBRI CERTIFICA IL FALLIMENTO DI PUTIN: “ERA PARTITO PER ARRIVARE A KIEV, PER ROVESCIARE IL REGIME, PER METTERCENE UNO FANTOCCIO E DA LÌ MANOVRARE L’UCRAINA E ALLONTANARLA DALL’OCCIDENTE… NON HA CONQUISTATO NEANCHE L’INTERO DONBASS CHE CONSIDERAVA SUO”

Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile

LA SCELTA DISSENNATA DI GIORGIA MELONI: “IL SUO ERRORE È STATO PUNTARE SULL’AMICIZIA DI TRUMP. STAR DIETRO AI GIUDIZI DI TRUMP È OGGETTIVAMENTE TEMPO PERSO” … “IL PRESIDENTE AMERICANO SI ASPETTAVA, SICCOME SI È INCASTRATO A HORMUZ, CHE ANCHE L’ITALIA ANDASSE LAGGIÙ A DARE UNA MANO E HA COMINCIATO AD INSULTARLA. ADESSO È IN UNA FASE PIÙ ECUMENICA, CHISSÀ PER QUALE RAGIONE, ED È TORNATO AD ELOGIARLA”

C: Trump ha fatto retromarcia sul giudizio del nostro premier: “Mi è sempre piaciuta la Meloni”. Allora che cos’è? Strategia o Alzheimer?
F: È quello che dicevamo prima: Trump dice tutto e il suo contrario in base alle circostanze. Lui si aspettava, siccome si è incastrato a Hormuz, che non solo l’Italia ma anche l’Italia andasse laggiù a dare una mano, non si capisce bene in quale forma e soprattutto come giustificarla poi alla nostra opinione pubblica, e ha cominciato ad insultarla.
Adesso è in una fase più ecumenica, chissà per quale ragione, ed è tornato ad elogiarla. Ma star dietro ai giudizi di Trump è oggettivamente tempo perso. L’errore è stato, mi permetto di dire, di puntare sull’amicizia di Trump, perché puntare sull’amicizia di Trump è come puntare sull’amicizia di una persona che un giorno ti vuole bene e il giorno dopo la incontri e neanche ti saluta.
C: La cavalleria cinese potrebbe far vincere la guerra più velocemente, sempre che la vinca perché non è detto, a Putin?
F: No, la Russia la sta perdendo la guerra.
C: Questa è una notizia.
F: La sta perdendo anche molto male. Bisogna sempre distinguere tra il piano tattico e quello strategico. Sul piano tattico, la tattica è matematica, quindi è incontrovertibile. Cioè la Russia adesso occupa territori che prima non aveva e li ha tolti all’Ucraina. La Russia mica era partita per prendersi neanche tutto il Donbass, la Russia non ha conquistato l’intero Donbass che considerava suo. La Russia era partita per arrivare a Kiev, per rovesciare il regime, per mettercene uno fantoccio e da lì manovrare l’Ucraina e allontanarla dall’Occidente.

(da RAI 3)

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SALONE NAUTICO, SALIS, EDIZIONE DA RECORD NEGLI ULTIMI 15 ANNI: “GENOVA HA TUTTO PER FAR DIVENTARE IL SALONE PRIMO AL MONDO E RIMANERCI, ABBIAMO IL TEATRO NATURALE PIU’ BELLO DEL MONDO”

Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile

138.000 VISITATORI, + 11,2% RISPETTO ALL’ANNO PRECEDENTE… SILVIA ANNUNCIA: “I 25.000 EURO RICAVATI DAL PARCHEGGIO PER I VISITATORI SARANNO DESTINATI IN BENEFICIENZA

“È stato un Salone nautico internazionale di Genova da record a detta di tutti gli espositori, il Salone più di successo degli ultimi quindici anni, ne siamo orgogliosi perché come Comune di Genova abbiamo lavorato tantissimo per far funzionare la città e far funzionare al meglio l’evento. Possiamo fare tanto e sempre meglio, è il nostro obiettivo, abbiamo il ‘teatro’ più bello del mondo, abbiamo tutto per diventare i migliori del mondo e rimanere al primo posto”.
Così la sindaca di Genova Silvia Salis alla conferenza stampa di chiusura del 66/mo Salone nautico internazionale di Genova commenta il superamento della soglia dei 138mila visitatori alla manifestazione registrata alle 11 dagli organizzatori con una crescita dell’11,2% rispetto all’anno scorso.
“È stato un grande successo, un’altra grande manifestazione di successo grazie al fatto che ognuno ha fatto la sua parte, – sottolinea Salis -. È il Salone nautico di Genova e la città si è messa completamente al servizio dell’evento, lo ha fatto attraverso le società partecipate e con gli eventi del ‘Fuori Salone’, che hanno avuto grande riscontro a livello internazionale, eventi magari distanti dalla nautica ma che permettono di attrarre un nuovo pubblico più giovane, continueremo su questa strada con eventi che arricchiscano la proposta del Salone magari allungando il soggiorno dei visitatori in città. Genova vuole essere a tutti i costi sempre più performante per il Salone”.
Salis annuncia che il Comune di Genova donerà gli oltre 25mila euro di proventi del parcheggio allestito in corso Marconi per i visitatori del salone alle associazioni ‘Porto dei piccoli’ e ‘Music for peace’.

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LA NUOVA LEGGE ELETTORALE INNESCA IL RISIKO DEI PICCOLI PARTITI OBBLIGATI A ESCAMOTAGE PER PRESENTARSI ALLE ELEZIONI. L’EX SOTTOSEGRETARIO TABACCI PRESTA IL SIMBOLO DEL SUO PARTITO, CENTRO DEMOCRATICO, A ERNESTO MARIA RUFFINI E LO NEGA A ALESSANDRO ONORATO

Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile

PER L’ASSESSORE CAPITOLINO, VICINO A CONTE E BETTINI E FRONTMAN DI PROGETTO CIVICO, ARRIVA IL SOCCORSO DEL M5S (IL MOVIMENTO FARA’ TRASLOCARE TRE DEPUTATI IN UNA NUOVA COMPONENTE CHE POSSA COSÌ EVITARE AD ONORATO DI DOVER RACCOGLIERE 6000 FIRME PER COLLEGIO)… DIVISIONI IN +EUROPA, IL PSI DI MARAIO SPINGE PER UNA LISTA UNICA DI CENTRO

È un risiko complicatissimo quello dei simboli. La nuova legge elettorale, sulla strada ormai dell’approvazione, costringe i partiti più piccoli e quelli fuori dal Parlamento, obbligati a raccogliere un numero enorme di firme per presentarsi alle elezioni, a inventarsi tattiche e strategie.
Il più tattico di tutto è sempre stato Bruno Tabacci, democristiano di lungo corso e oggi leader di Centro democratico. A Un giorno da pecora rivela il suo piano. Prestare il simbolo? «Sto sostenendo apertamente Franco Gabrielli e Ernesto Maria Ruffini, ma per fare una componente in Aula bisogna avere altri due colleghi». I lavori sono in corso.
Tabacci è a caccia di adesioni così Più Uno dovrà raccogliere solo 1500 firme per collegio e non 6000 e presentarsi così in coalizione con il centrosinistra.
Nel frattempo l’ex capo della polizia e l’ex direttore dell’Agenzia delle entrate ieri hanno firmato l’atto costitutivo del nuovo soggetto politico e sabato ci sarà l’assemblea fondativa. Da queste parti, di solito, si è fatto vedere anche l’ex ministro M5S, Vincenzo Spadafora, con la sua associazione Primavera.
Dopo il botta e risposta tra Tabacci e Alessandro Onorato, su chi aveva offerto o richiesto il simbolo, e chi aveva rifiutato di darlo o accettarlo, non sarà certo il leader di Centro democratico ad andare in soccorso dell’assessore capitolino.
Piuttosto a sostegno del fondatore di Progetto civico si starebbe muovendo – secondo le voci che circolano a Montecitorio – il Movimento 5 Stelle, pronto a far traslocare alcuni suoi deputati, ne servono tre in tutto, in una nuova componente che possa così evitare ad Onorato di dover raccogliere 6000 firme per collegio.
«Nei prossimi giorni ci saranno novità, la certezza è che ci saremo alle elezioni politiche», garantisce Onorato che tiene le distanze da Italia viva-Casa riformista.
A una candidatura con l’ex premier sarebbe invece interessato Benedetto Della Vedova di +Europa, ma il partito si è spaccato dal momento che invece il segretario Riccardo Magi dialoga con il Psi di Enzo Maraio e con lo stesso Onorato. Tuttavia è stato proprio Maraio ieri a auspicare una lista unica di centro. Affermazione che complica ancora di più il campo di battaglia che è il centro del campo largo.

(da agenzie)

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SCHIFANI VERSO LE DIMISSIONI, TERREMOTO POLITICO IN SICILIA, IPOTESI VOTO ANTICIPATO, CENTRODESTRA NEL CAOS

Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile

LA MOSSA DEL PRESIDENTE DOPO CHE L’AVEVANO SCORAGGIATO A RICANDIDARSI… LA PAURA DEI DEPUTATI SICILIANI ALLA PRIMA LEGISLATURA CHE NON MATUREREBBERO I REQUISTI PER LA PENSIONE

Il presidente della Regione siciliana, Renato Schifani, ha convocato per domani la giunta regionale a Palazzo d’Orleans, a Palermo. Secondo quanto risulta all’Ansa, in quella sede potrebbe rendere note le dimissioni. All’ordine del giorno compaiono i «provvedimenti più urgenti».
A innescare la tensione è stata la frattura con Forza Italia, il partito dello stesso governatore. Spaccatura aperta dalle dichiarazioni del commissario regionale del partito, Nino Minardo, che aveva parlato della necessità di «una proposta politica completamente nuova». Una formula che di fatto chiuderebbe la porta a un Schifani bis alle regionali del 2027.
Gli sherpa azzurri starebbero lavorando per ricucire: sul tavolo c’è un chiarimento a tre tra Antonio Tajani, Schifani e Minardo, ma non ci sono ancora né certezze né una data sul faccia a faccia.
Dimissioni e voto anticipato: tempi e conseguenze
Nel partito l’ipotesi di dimissioni, circolata già ieri sera, preoccupa non poco. Se Schifani lasciasse, la prima finestra utile per tornare alle urne sarebbe il 13 dicembre, e fino a quella data il governo si limiterebbe all’ordinaria amministrazione.
Niente manovra di stabilità a fine anno, quindi, e Regione in esercizio provvisorio, con la spesa compressa proprio nei mesi decisivi della campagna elettorale. C’è poi un nodo che riguarda direttamente i deputati regionali al primo mandato: la soglia previdenziale di 4 anni, 6 mesi e 1 giorno scatta solo a maggio 2027. Sciogliere l’Assemblea in anticipo vorrebbe dire fermare la legislatura prima che molti parlamentari maturino il requisito pensionistico.
Le reazioni: Controcorrente chiede chiarezza in aula, la Dc difende Schifani
Dal gruppo Controcorrente arriva la richiesta di un confronto in Aula. I deputati regionali Ismaele La Vardera, José Marano, Alessandro De Leo e Carlo Gilistro ricordano che domani dovrebbe essere incardinata la mini finanziaria e giudicano inaccettabile «che si faccia finta di nulla» o, peggio, che «i parlamentari sappiano le cose dai social». Parlano di una crisi di governo in corso e hanno chiesto al presidente dell’Ars, Gaetano Galvagno, di convocare Schifani perché spieghi la situazione. In caso contrario, annunciano che useranno «tutti i mezzi e gli strumenti parlamentari possibili» per impedire il voto sulla variazione di bilancio.
Conferma sostegno invece la Democrazia Cristiana, con il segretario nazionale Carmelo Pace che esprime apprezzamento per il lavoro del governatore, richiamando le recenti parole attribuite al presidente del Senato Ignazio La Russa. Fonti vicine al presidente del Senato infatti avevano fatto sapere che La Russa non è «mai entrato nelle vicende interne di un partito» e «quel che è certo è che ha sempre apprezzato il lavoro» di Schifani. Secondo Pace, i risultati ottenuti su crescita economica e competitività dell’isola «sono sotto gli occhi di tutti» e sono documentati da organismi economici nazionali e internazionali. La crisi però sembra ormai aperta.

(da agenzie)

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RENATO SCHIFANI HA MINACCIATO DI DIMETTERSI SUBITO DA PRESIDENTE DELLA REGIONE SICILIA, PER FAR SALTARE IL GIOCHINO IMMAGINATO DA PALAZZO CHIGI: ELEZIONI REGIONALI SULL’ISOLA INSIEME ALLE POLITICHE E ALLE AMMINISTRATIVE, ALL’ELECTION DAY DI MAGGIO. CON LA PROBABILE VITTORIA IN SICILIA, SI BILANCEREBBE IL “TRAINO” A SINISTRA DELLE GRANDI CITTA’ AL VOTO (MILANO, ROMA, NAPOLI, BOLOGNA, TORINO)

Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile

QUANDO HA SAPUTO CHE LA SUA SCALATA AL CSM SI E’ FERMATA, SCHIFANI E’ ANDATO SU TUTTE LE FURIE E ORA TOCCA PLACARLO CON UNA NUOVA PROMESSA, ALTRIMENTI RENATINO SI RICANDIDA E ROMPE LE UOVA NEL PANIERE A TAJANI E A TUTTO IL CENTRODESTRA… ADDIO IN VISTA?

Secondo quanto risulta all’ANSA il presidente della Regione siciliana, Renato Schifani, ha convocato per domani la giunta regionale a Palazzo d’Orleans, in cui potrebbe rendere note le sue dimissioni. All’ordine del giorno della giunta vi sono i “provvedimenti più urgenti”.
“Ho proposto per i prossimi giorni un incontro a Roma alla presenza del segretario nazionale di Forza Italia Antonio Tajani e del presidente della Regione siciliana Renato Schifani. Insieme stabiliremo il percorso politico”: il commissario di Forza Italia in Sicilia, Nino Minardo, uomo di Antonio Tajani, fa una mezza marcia indietro rispetto alle durissime dichiarazioni di ieri contro il presidente della Regione Sicilia Renato Schifani.
“C’è una grande richiesta di cambiamento e, in coscienza, credo che abbiamo il dovere di dare una risposta”, ha detto ieri Minardo, sostanzialmente “scaricando” Schifani, il quale ha reagito in serata, ventilando le dimissioni: “Prendo atto delle dichiarazioni dell’onorevole Minardo. In queste ore sto valutando, con senso di responsabilità, le decisioni da assumere, che comunicherò a breve”.
Ma cosa sta succedendo nel centrodestra siciliano? A quanto ci riferiscono le nostre antenne sull’isola, la partita è legata a doppio filo con quella nazionale. Schifani non sarà ricandidato, questo lo sa bene anche lui: scalda i motori per prenderne il posto Giorgio Mulè.
A Schifani era stato promesso un posto al Csm, ma l’ipotesi è tramontata. Quando gli è stato comunicato, Schifani si è imbufalito e ha approfittato delle dichiarazioni di Minardo per far tremare il centrodestra romano, ipotizzando le immediate dimissioni.
Perché a Roma non vogliono che Schifani si dimetta adesso? Semplice: perché in Sicilia si andrebbe a votare entro un paio di mesi, mentre Giorgia Meloni e i suoi hanno programmato le elezioni regionali per il prossimo maggio (la scadenza naturale sarebbe settembre 2027).
Il motivo? La Meloni si è ormai rassegnata: se si vota in primavera, è impossibile evitare l’election day, ovvero l’accorpamento tra politiche e amministrative. Si vota, lo ricordiamo, nelle più grandi città italiane: Roma, Napoli, Milano, Torino, Bologna.
Città tradizionalmente di sinistra: il timore della Meloni è che l’effetto del voto contestuale con le politiche possa avvantaggiare l’attuale opposizione.
Lucio Malan, capogruppo di Fdi al Senato, si è lanciato in una dichiarazione temeraria: “In tutto il mondo”, ha detto Malan a “Un giorno da pecora” su Rai Radio Uno, “il centrosinistra va meglio nei grandi centri mentre i conservatori e i moderati vanno meglio nei centri più piccoli e addirittura, diciamo così, nelle campagne”.
Al di là della simpatica definizione di “campagnoli” agli elettori di centrodestra, evidentemente Malan sa benissimo che l’election day non si può evitare.
I genietti di Palazzo Chigi hanno pensato: “Bilanciamo il voto delle grandi città, sfavorevole a noi, con quello delle regionali siciliane, che invece va a nostro vantaggio!”.
E così a Schifani è stato consigliato (diciamo così) di dimettersi un paio di mesi prima delle politiche. Tra febbraio e marzo 2027.
Quando però Schifani ha appreso di non essere più in corsa per il Csm, ha minacciato (politicamente) le dimissioni immediate, per far saltare il giochino.
Risultato: ora occorre accontentare Schifani con una posizione di suo gradimento, altrimenti, sono dolori. Intanto il presidente della Sicilia, a quanto riferisce l’Ansa, ha convocato per domani la giunta regionale a Palazzo d’Orleans, in cui potrebbe rendere note le sue dimissioni. All’ordine del giorno della giunta vi sono i “provvedimenti più urgenti”.

(da Dagoreport)

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“NESSUNO DI NOI PUÒ SGARRARE, PERCHÉ MANTOVANO CONTROLLA TUTTI I VOTI DA PALAZZO CHIGI”. NELL’IMPAZZIMENTO GENERALE PRIMA DEL VOTO SULLA LEGGE ELETTORALE, UNA DEPUTATA DI FDI E’ CONVINTA CHE IL SOTTOSEGRETARIO CON LA DELEGA AI SERVIZI SEGRETI POSSA TENERE D’OCCHIO DA REMOTO I SINGOLI PARLAMENTARI E I LORO VOTI

Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile

TRA IL TIMORE DI “SPIE” MANDATE IN TRIBUNA A FARE I VIDEO E LA CERTEZZA DI COLLEGHI-DELATORI SGUINZAGLIATI TRA I BANCHI A SORVEGLIARE, NELLA MAGGIORANZA È UN TUTTI CONTRO TUTTI: NESSUNO SI FIDA PIÙ NEANCHE DEL COMPAGNO DI BANCO – FEDERICO FORNARO, L’ESPERTO DI LEGGE ELETTORALE DEL GRUPPO PD, AMMETTE CHE “C’È UN CLIMA STRANO, TROPPO TRANQUILLO”: “I FRANCHI TIRATORI SONO COME I VIETCONG, CHE SBUCAVANO DAI CUNICOLI ALL’IMPROVVISO. MICA METTEVANO PRIMA I CARTELLI”

Questa caccia al franco tiratore ha un tantino preso la mano. Alla Camera i capi di Fratelli d’Italia hanno letteralmente terrorizzato i gruppi parlamentari di maggioranza, soprattutto il loro. Le donne di FdI — le prime sospettate per l’agguato di luglio nel voto segreto — ormai hanno paura persino a traversare da sole i corridoi di Montecitorio.
Stefano Graziano, un gentiluomo del Pd che intrattiene rapporti cordiali con le deputate meloniane, ieri cercava di calmarne una spaventatissima: «Ma sei matta? Ti dico che non è possibile!». Non appena la collega volta l’angolo, Graziano riferisce incredulo: «Mi ha detto che stavolta nessuno di loro può sgarrare, perché Mantovano controlla tutti i voti da palazzo Chigi».
A questo siamo, nell’impazzimento generale una deputata di FdI è davvero convinta che il sottosegretario con la delega ai servizi segreti possa tenere d’occhio da remoto come votano i singoli parlamentari. Ma rende bene il clima rassegnato che si respira alla Camera in vista del voto segreto di domani: nessuno prevede sorprese, la minaccia di Meloni di andare subito a dimettersi ha sortito l’effetto voluto.
Eppure… Federico Fornaro, l’esperto di legge elettorale del gruppo Pd, ammette che «c’è un clima strano», tutto troppo tranquillo: «I franchi tiratori sono come i vietcong, che sbucavano dai cunicoli all’improvviso. Mica mettevano prima i cartelli». Sarà, staremo a vedere.
Intanto le ore trascorrono tra la noia e i tramezzini della buvette, mentre in aula prosegue la chiama nominale per le due fiducie. Il tempo non passa mai, come nel fortino del deserto dei tartari. Tutti richiamati, tutti presenti, il povero Francesco Mura, un deputato sardo di FdI, l’hanno costretto a presentarsi con le stampelle e si trascina a fatica.
Nei capannelli la discussione non è più “se” la legge elettorale sarà approvata, ma si ragiona come se già fosse in vigore. Sui divanetti in zona centrosinistra si parla solo di primarie Conte-Schlein. Su quelli di destra stranamente non c’è quasi nessuno, sono tutti in aula e non si muovono. Li hanno davvero spaventati con questa storia del voto controllato, delle spie mandate in tribuna a fare i video, dei colleghi-delatori sguinzagliati tra i banchi a sorvegliare. È un tutti contro tutti, nessuno si fida più del fratello (o della sorella).

(da Repubblica)

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LEGA E FORZA ITALIA TEMONO IL VOTO ANTICIPATO. LA DUCETTA, ALLA VIGILIA DEL VOTO FINALE SULLA LEGGE ELETTORALE (PER AFFOSSARLA SERVONO 45 FRANCHI TIRATORI), RASSICURA GLI ALLEATI CHE PERO’ HANNO INTUITO CHE LA SORA GIORGIA VUOLE LE URNE TRA APRILE E MAGGIO

Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile

MASSIMILIANO ROMEO, CAPOGRUPPO DELLA LEGA AL SENATO, FISSA LE CONDIZIONI: “PRIMA L’AUTONOMIA, POI LE ELEZIONI” – FRATELLI D’ITALIA REPLICA: “I NOSTRI ALLEATI LEGITTIMAMENTE PENSANO A RISOLVERE I PROBLEMI CHE HANNO IN CASA” – LA PAURA A PALAZZO CHIGI DI UN INTERVENTO DELLA CORTE COSTITUZIONALE SUL PREMIO DI MAGGIORANZA AL SENATO, CHE E’ PREVISTO SU BASE NAZIONALE E NON REGIONALE – LA MINA RISCHIA DI ESPLODERE PRIMA DELLE POLITICHE

Il gong è domani a mezzogiorno. E la vigilia del voto finale sulla legge elettorale, a destra, è funestata da un intreccio di veleni, timori, sospetti tra alleati. Ombre che si proiettano su un’altra scadenza, decisamente più tormentata: la fine della legislatura. Giorgia Meloni sa bene che né Matteo Salvini né Antonio Tajani vogliono le urne a stretto giro di posta.
Pure Maurizio Lupi ieri ha fatto sapere: si voti a scadenza naturale, tra un anno. Ecco, mentre la partita del Melonellum è ancora appesa a un filo, quello sottile del voto segreto, la premier è portata ad assecondare questa narrazione: niente strappi a inizio anno, navigazione tranquilla, è la rassicurazione offerta.
E neanche urne in primavera, perché palazzo Chigi ha a cuore la sopravvivenza politica degli alleati. Ma dopo l’ultima conta di Montecitorio? I suoi stessi soci di maggioranza temono il bluff. Hanno intuito che prepara la resa dei conti. E non avrebbe in realtà cambiato idea: urne tra aprile e maggio, comunque.
Ma sono soprattutto i parlamentari leghisti a mostrare insofferenza. Sanno che dopo le elezioni potrebbero essere dimezzati.
Ecco perché il messaggio in bottiglia della premier – «se non passa la riforma, tutti al voto subito» – potrebbe essere un’arma spuntata: salverebbe il vitalizio, ma dimezzerebbe comunque l’ultimo scampolo di mandato.
In un angolo del Transatlantico Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, conferma che le riflessioni sulla legge elettorale sono legate a doppio filo all’orizzonte della legislatura. «Noi diciamo che si va al voto a fine legislatura, ma non è una decisione soltanto nostra: è una scelta di tutti e i nostri alleati legittimamente pensano a risolvere i problemi che hanno in casa».
Quando gli si chiede se a luglio possano esserci stati franchi tiratori dentro Fdi, risponde: «Non posso escluderlo, ma abbiamo spiegato bene in questi giorni a tutti come funziona la riforma». Un modo elegante per ricordare agli eletti che il voto pesa sulle prossime liste.
Chi mette in difficoltà la leader oggi, rischia di non trovare posto domani. Dopo la conta di ieri sulla fiducia, a via della Scrofa hanno già fatto di conto: per affossare la riforma nel voto finale servirebbero 45 franchi tiratori. Una soglia che include qualche “aiutino” dai dem. Tanti, 45 voti. Ma non abbastanza da scacciare tutti i fantasmi.
Il piano di Meloni, comunque, ha un punto debole: i numeri. Azzurri e leghisti arrancano pericolosamente nei sondaggi, mettendo a repentaglio il fatidico 42 per cento, utile a far scattare il premio di maggioranza. Anticipare il voto significa, quindi, scommettere sulla tenuta di FdI, ma mettere in dubbio l’esistenza dei partner.
È il bivio di Meloni: quanto davvero cannibalizzare FI e Lega? Ancora oggi, resta convinta che elezioni in primavera siano la risposta. I leghisti, naturalmente, vivono con angoscia proprio questo scenario: che il dado sia già tratto. E allora alzano la voce. Massimiliano Romeo, capogruppo al Senato, mette una condizione precisa: «Prima l’autonomia, poi le elezioni».
Per Meloni le prossime 48 ore non sono un all-in. Passasse il Melonellum, resterebbe la Corte costituzionale. A palazzo Chigi temono soprattutto un intervento: sul premio di maggioranza al Senato, che nella nuova legge avrebbe un’impostazione nazionale, mentre la Costituzione prevede un’attribuzione dei seggi su base regionale. La mina che rischia di esplodere più avanti, ma prima delle Politiche. Per questo i mediatori sono al lavoro. Tra loro, il solito Alfredo Mantovano.

(da agenzie)

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TAGLIA DI QUA, TAGLIA DI LÀ: A PRENDERSELA IN SACCOCCIA È LA SANITÀ. TRA IL 2023 E IL 2026 IL FONDO SANITARIO NAZIONALE HA PERSO 18,8 MILIARDI DI EURO. IL MOTIVO? LA CONTRAZIONE DELLA QUOTA DI FINANZIAMENTO IN RAPPORTO AL PIL. LO RILEVA UN RAPPORTO DELLA FONDAZIONE GIMBE

Ottobre 7th, 2026 Riccardo Fucile

SI TRATTA DI “TAGLI INVISIBILI” PROVOCATI SIA DALL’INFLAZIONE CHE DAL MINORE STANZIAMENTO DI RISORSE… LA PREVISIONE SHOCK SUI PROSSIMI TRE ANNI: SERVONO ALMENO 32 MILIARDI AGGIUNTIVI PER FINANZIARE LA SANITÀ SENZA GRAVARE SUI CITTADINI

Anche se nominalmente è cresciuto, dal 2023 al 2026 il Fondo sanitario ha perso quasi 19 miliardi di euro per effetto della contrazione della quota di finanziamento in rapporto al Pil. Per il futuro le cose non sembrano cambiare e si prevede che per il prossimo triennio saranno necessari 32 miliardi aggiuntivi per finanziare la sanità senza gravare sui cittadini.
Sono alcuni dei dati salienti del Nono Rapporto sul Servizio Sanitario Nazionale realizzato da Fondazione Gimbe e presentato questa mattina presso la Sala della Regina della Camera dei Deputati.
Nel periodo 2023-2026, illustra il rapporto, il Fondo sanitario nazionale è aumentato di 17,5 miliardi di euro, passando da 125,4 miliardi del 2022 a 142,9 miliardi nel 2026. Se però il finanziamento è rapportato alla ricchezza prodotta dal Paese lo scenario cambia: nel 2022 il Fondo sanitario rappresentava il 6,27% del Pil; negli anni successivi la quota si è mantenuta intorno al 6%, con l’eccezione del 6,14% del 2026. Questo calo ha prodotto una perdita ‘virtuale’ per la sanità di 18,8 miliardi.
“Il finanziamento nominale è certamente aumentato ma si è ridotta la quota di ricchezza nazionale destinata al Ssn”, dice il presidente Gimbe Nino Cartabellotta. “È il fenomeno dei ‘tagli invisibili’: non tagli nominali, ma risorse inferiori rispetto a quelle che il Ssn avrebbe ricevuto mantenendo invariato il rapporto Fsn/Pil del 2022″.
A rosicchiare ulteriormente le risorse per la sanità, inoltre, è intervenuta l’inflazione, che ha praticamente annullato la crescita nominale di 37,5 miliardi del Fondo sanitario tra il 2010 e il 2026.
Per il futuro, secondo Gimbe, le cose non sembrano cambiare. Nel Documento Programmatico di Finanza Pubblica, approvato il 2 ottobre, si prevede per il prossimo triennio una spesa sanitaria in aumento in termini nominali, ma in calo o stabile in rapporto al Pil col risultato che il fabbisogno sanitario potrebbe superare di 32,3 miliardi le risorse destinate al Fondo Sanitario dice Gimbe.
«Poiché spetta allo Stato garantire il finanziamento dei Lea il nodo è capire con quali risorse verrà colmato questo divario”, commenta Cartabellotta. “In assenza di ulteriori stanziamenti, ricadrà interamente sui bilanci delle Regioni, che per mantenere i conti in ordine – conclude – avranno due sole possibilità: aumentare le imposte o tagliare i servizi. In entrambi i casi, il costo ricadrà ancora una volta sui cittadini”.

(da agenzie)

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