Novembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
VANTAGGIO CONSISTENTE PER EL-SAYED IN MICHIGAN E TALARICO IN TEXAS
In uno degli ultimi sondaggi pubblicati alla vigilia dell’Election Day, i democratici
appaiono a un passo dalla vittoria più importante, la conquista del Senato: i candidati dem infatti risultano in testa in cinque dei sette duelli chiave al Senato, mentre un sesto continua a essere un testa a testa, secondo il New York Times/Siena polls. In particolare, il sondaggi registra un grande balzo in avanti di Abdul El-Sayed che sarebbe 11 punti di vantaggio rispetto al repubblicano Mike Rogers, il 53% contro il 42%.
Si tratta di un vantaggio molto consistente, finora mai registrato da altri poll, come quello della Cnn che parlava del dem 7 punti avanti, e che, va sottolineato, è stato raccolto prima che in Michigan scoppiasse lo psicodramma politico provocato dalla dem moderata Haley Stevens, sconfitta da El-Sayed alle primarie, che a sorpresa si è schierata con Rogers.
Anche in Texas, la roccaforte Gop che non elegge un senatore dem dal 1988, James Talarico sembra, secondo il sondaggio Nyt, aver allungato le distanze su Ken Paxton, arrivando al 50% contro il 43% del repubblicano, con 7 punti di vantaggio.
Lo stesso vale per il Maine, dove Troy Jackson è al 51% contro il 45% della senatrice repubblicana di lungo corso Susan Collins, e in Ohio, dove l’ex senatore dem Sherrod Brown è al 49% mentre il senatore repubblicano Jon Husted è al 44%.
Il sondaggio conferma la possibilità che domani notte si registri un altro risultato clamoroso, cioè la prima elezione di un senatore dem in Kansas dal 1932: il dem Adam Hamilton viene infatti dato al 49% contro il 44 del senatore in carica Roger Marshall.
Oltre a questi stati chiave dove i dem appaiono nettamente in vantaggio, ci sono stati, attualmente controllati dai repubblicani, dove sono in corsa testa a testa all’ultimo voto.
Il primo è l’Alaska con la dem Mary Peltola ha un vantaggio di appena due punti, 48% a 46%, sul senatore Dan Sullivan, e dove è già in corso da diversi giorni una battaglia legale avviata dall’amministrazione Trump che accusa i democratici di aver spinto un omonimo del repubblicano a candidarsi per confondere gli elettori, anche se sulla scheda accanto al nome di Sullivan c’è scritto “senatore in carica”.
E poi l’Iowa, dove il candidato dem Josh Turek viene dato appena un punto avanti, 48% a 47%, sulla repubblicana Ashley Hinson.
Per vincere la maggioranza al Senato i democratici hanno bisogno di strappare almeno quattro seggi ai repubblicani, uno dei quali, bisogna ricordare, sulla carta è già certo, quello della North Carolina dove il candidato dem Roy Cooper ha da tempo un vantaggio così consistente sul repubblicano Michael Whatley, che lo stato non compare nella lista dei duelli contesi.
Bisogna sottolineare che in North Carolina il seggio dei repubblicani risulta aperto perché il repubblicano in carica Thom Tills ha deciso di non candidarsi alla rielezione, dopo che Donald Trump aveva minacciato di sostenere un candidato contro di lui alle primarie per punirlo per aver votato contro il suo One Big Beautifil Bill.
Anche in Texas, il seggio dei repubblicani risulta aperto perché alle primarie Trump ha sostenuto il controverso Paxton contro John Cornyn, al Senato dal 2002, che il tycoon ha voluto punire per averlo criticato dopo l’assalto al Congresso del 6 gennaio 2021.
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Novembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
TRA GLI OSPITI PREVISTI C’ERANO ANCHE PERSONAGGI DELLO SPETTACOLO, CON RELATIVO CACHET: ALESSANDRA AMOROSO, PUPO E ANDREA PUCCI, IL COMICO VICINISSIMO ALLA DESTRA (GIRA MOLTO UN SUO ENDORSEMENT A SILVIA SARDONE, LA LEGHISTA CHE POTREBBE ESSERE CANDIDATA A SINDACO DI MILANO)
Il Sanremo del ministero dei Trasporti dovrà aspettare.
Il MitExpo, l’evento ideato per promuovere l’operato di Matteo Salvini, in programma per il 13 e il 15 novembre, a Milano, dovrebbe essere rimandato a inizio 2027.
«Siamo in attesa», trapela da fonti della Ram, società in house del Mit.
Dopo l’articolo di Domani sono state presentate due interrogazioni (di Pd e 5 Stelle), sollevando dubbi su conflitti d’interesse per la presenza di sponsor. Il rinvio non interessa solo queste realtà. Tra gli ospiti previsti c’erano personaggi dello spettacolo con relativo cachet.
Tra loro, secondo le informazioni di cui Domani è in possesso, ci sarebbero i cantanti Pupo e Alessandra Amoroso e il comico Andrea Pucci, la cui potenziale presenza al Festival di Sanremo 2026 scatenò polemiche. Potrebbe rifarsi al Festival leghista dei Trasporti.
(da agenzie)
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Novembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
L’ANNUNCIO DEL BLITZ È ARRIVATO POCHE ORE DOPO CHE L’UCRAINA HA RIFERITO DI SOSPETTARE CHE IL PROPRIO SISTEMA DI ALLERTA PER I RAID AEREI FOSSE STATO HACKERATO
Il ministero per le Situazioni di Emergenza della Russia ha fatto sapere che un
“massiccio attacco informatico” ha colpito la sua applicazione, pensata per avvisare la popolazione dell’arrivo di droni o di altre minacce. “Attenzione! L’applicazione mobile del ministero per le situazioni di emergenza della Russia ha subito un massiccio attacco informatico, che ha consentito agli aggressori di inviare false informazioni al pubblico”, ha comunicato il ministero su Telegram.
L’annuncio dell’attacco hacker all’app del ministero delle emergenze della Russia e’ arrivato poche ore dopo che l’Ucraina ha riferito di sospettare che il proprio sistema di allerta per i raid aerei fosse stato hackerato, in seguito alla comparsa, sull’applicazione, di falsi avvisi riguardanti una minaccia di radiazioni.
Gli attacchi informatici si sono verificati dopo la conclusione della piu’ lunga tregua dall’inizio della guerra in Ucraina, limitata alla regione orientale di Kherson. Questa rara pausa nei combattimenti – mediata dalla First Lady statunitense Melania Trump e avviata martedi’ mattina – ha reso possibile una missione umanitaria nella citta’ di Oleshky, attualmente sotto occupazione russa.
“Attenzione! L’applicazione mobile del Ministero russo per le Situazioni di Emergenza ha subito un massiccio attacco informatico, che ha consentito agli aggressori di diffondere false informazioni al pubblico”, ha comunicato su Telegram il dicastero russo. E’ stato inoltre precisato che i tecnici sono al lavoro per risolvere il problema. Nella tarda serata di domenica, l’aeronautica militare ucraina e il centro anti-disinformazione hanno reso noto che: “L’applicazione ‘Air Alarm’ (Allarme Aereo) e’ stata probabilmente oggetto di un’interferenza ostile”. Il portavoce dell’aeronautica, Yuriy Ignat, ha confermato all’agenzia AFP che l’applicazione e’ stata effettivamente hackerata.
SPRAVDI, il Centro ucraino per le comunicazioni strategiche, ha attribuito la responsabilita’ dell’attacco alla Russia, in un post pubblicato sul proprio account X. Le autorita’ della citta’ di Kiev hanno fatto sapere che un’altra applicazione, dedicata specificamente alla capitale ucraina, continua a funzionare regolarmente.
(da agenzie)
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Novembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
SE I DEMOCRATICI RICONQUISTASSERO ANCHE IL SENATO, POTREBBERO INDAGARE SUL PRESIDENTE, SULLA SUA FAMIGLIA E FORSE METTERE TRUMP SOTTO IMPEACHMENT (ANCHE SE PER LA CONDANNA SERVONO I DUE TERZI DEL SENATO, CHE NON AVRANNO)
Domani è in gioco il controllo repubblicano su Washington. Sono in palio tutti e 435 i seggi della Camera, 35 dei 100 seggi del Senato e le poltrone di 36 governatori. Si è registrata un’impennata del voto anticipato: 54 milioni di americani si sono già recati alle urne o hanno votato per posta, secondo Nbc News, 7 milioni in più rispetto all’ultimo midterm nel 2022. L’entusiasmo sembra più forte tra i democratici: secondo dati degli Stati che raccolgono queste informazioni, finora hanno votato 10,7 milioni di democratici, 7,8 milioni di repubblicani.
In un clima politico sempre più cupo per il presidente Donald Trump (che ha un tasso di popolarità medio del 38%) , i democratici hanno una seria possibilità di riconquistare sia la Camera che il Senato (l’88% e il 63% secondo VoteHub), anche se nulla è scontato e la situazione al Senato resta particolarmente incerta.
Dal suo ritorno alla Casa Bianca Trump ha privilegiato il ricorso ai decreti presidenziali rispetto al normale iter legislativo, ridimensionando di fatto il ruolo del Congresso, ma il controllo democratico limiterebbe le sue possibilità di ottenere risultati politici nei suoi ultimi due anni di mandato.
Inoltre l’esito delle elezioni sarà visto come un referendum su Trump, che ha ripetutamente chiesto agli americani di votare come se il suo nome fosse sulla scheda elettorale ed è responsabile di aver portato alla ribalta alcuni candidati che rischiano di perdere, tra cui Ken Paxton per il Senato in Texas.
Se i repubblicani superassero le aspettative, Trump potrebbe rivendicare di aver mobilitato la base conservatrice, grazie a una campagna elettorale a tappeto: 27 eventi in 19 Stati negli ultimi 30 giorni, più di qualsiasi presidente per il midterm . Ciò rafforzerebbe la sua influenza sul partito anche nelle primarie del 2028 e nel dopo-Trump. Se le perdite saranno gravi, invece, un numero maggiore di repubblicani potrebbe sentirsi incoraggiato a prendere le distanze da Trump
I repubblicani stanno lottando per mantenere il controllo risicato della Camera, ma i democratici si sentono così sicuri che da mesi si vantano di come intendono usare la maggioranza per mettere sotto pressione l’amministrazione Trump. Ai democratici bastano tre seggi per ottenere la maggioranza ma sperano di conquistarne molti di più. Si sono spinti con forza in distretti repubblicani, inclusi alcuni in cui Trump ha vinto con un margine a doppia cifra nel 2024.
Con il controllo della Camera (senza il Senato), comunque, non c’è molto che potrebbero realizzare. Oltre ad approvare i cosiddetti «messaging bills» (che non hanno alcuna possibilità di essere convertiti in legge) si concentrerebbero su indagini su Trump e i suoi ministri, sulle ricchezze accumulate durante il mandato, sulla sua riorganizzazione del governo federale e la persecuzione dei nemici politici.
Il margine di maggioranza alla Camera avrà conseguenze concrete. Mantenere unita una maggioranza esigua è difficile. Un piccolo gruppo di deputati di estrema sinistra si è già rifiutato di impegnarsi a sostenere il leader Hakeem Jeffries come prossimo speaker della Camera se non in cambio di concessioni.
Fino a pochi mesi fa, i repubblicani erano dati per favoriti al Senato: hanno una maggioranza di 53 seggi contro 47. I democratici devono strapparne quattro (in caso di pareggio, decide il voto del vicepresidente) in Stati fortemente repubblicani. Ma in autunno i sondaggi hanno iniziato a mostrare una situazione a sfavore dei repubblicani.
Oltre ai tradizionali Stati contesi come il Maine, la North Carolina e l’Ohio, il partito si trova sulla difensiva in Texas, in Alaska, in Iowa, in Kansas. I repubblicani stanno versando ingenti somme di denaro persino in roccaforti come South Carolina e Mississippi. Sulla mappa l’unica opportunità di conquista di un seggio democratico per i repubblicani è invece il Michigan, dove la frattura nella coalizione democratica (con l’endorsement ai repubblicani della ex rivale nelle primarie di Abdul El-Sayed) ha creato una nuova complicazione in una sfida già serrata.La riconquista del Senato da parte dei democratici li spingerebbe a indagare sul presidente, sulla sua famiglia e sulla sua amministrazione e forse a mettere Trump sotto impeachment (anche se per la condanna servono i due terzi del Senato, che non avranno).
Cosa ancora più significativa, un Senato a maggioranza democratica renderebbe molto più difficile per Trump ottenere la conferma dei suoi candidati in posizioni chiave, come un potenziale posto vacante alla Corte suprema.
Da mesi i democratici lanciano l’allarme che Trump potrebbe contestare nuovamente la legittimità delle elezioni in caso di sconfitta. In Alaska, ha già ordinato preventivamente al dipartimento di Giustizia di bloccare la certificazione dei risultati qualora il senatore repubblicano in carica dovesse perdere con un margine inferiore al numero di voti ottenuti da un avversario dal nome quasi identico (reclutato dai democratici), ma un giudice ha archiviato ieri il caso e il senatore repubblicano ha detto che accetterà i risultati anche in caso di sconfitta. Comunque anche una vittoria schiacciante dei dem domani sera potrebbe rimanere impantanata in settimane di controversie e ricorsi legali.
(da Corriere della Sera)
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Novembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
È UNA DELLE FORME PIÙ “DISCRETE” DI EROSIONE DEL POTERE D’ACQUISTO, PERCHÉ SFUGGE ALL’INDICE DEI PREZZI E AI CARTELLINI DELLE AGENZIE IMMOBILIARI
Al supermercato ha un nome preciso, shrinkflation: la confezione è la stessa, il prezzo
anche, ma dentro ci sono meno biscotti. Nel mercato dei mutui sta accadendo qualcosa di molto simile.
A ottobre 2026 la casa che una famiglia con uno stipendio fisso può permettersi vale circa 19mila euro in meno rispetto a quella che avrebbe potuto comprare a gennaio 2025. Lo stipendio è lo stesso e la rata pure: a cambiare è stato soltanto il prezzo del tempo, cioè il tasso d’interesse.
È una delle forme più discrete di erosione del potere d’acquisto, perché sfugge all’indice dei prezzi e ai cartellini delle agenzie immobiliari e avanza un decimale alla volta
Partiamo da un lavoratore con un reddito netto di 2.130 euro al mese. La regola prudenziale che le banche applicano da sempre vuole che la rata resti entro il 30% del reddito, quindi 639 euro al mese in questo caso. Il nostro lavoratore sceglie un mutuo a tasso fisso a 30 anni che copre l’80% del valore di un immobile standard, quello che nel gergo bancario si definisce brown: una casa con una classe energetica medio-bassa, come la gran parte del patrimonio abitativo italiano.
A gennaio 2025 la media dei tre migliori Tan (tassi annui nominali) fissi a 30 anni per un immobile brown, rilevata da MutuiSupermarket.it, era del 2,58%: con 639 euro al mese si sosteneva un mutuo da 160mila euro, e quindi l’acquisto di una casa da 200mila euro. A ottobre 2026 la stessa media è salita al 3,35%, e con la medesima rata si finanziano oggi circa 145mila euro, che corrispondono a una casa da 181.359 euro. La differenza è di 18.641 euro, pari al 9,3% di potere d’acquisto immobiliare evaporato in meno di due anni.
La prima spinta al rialzo è arrivata nell’estate del 2025: a luglio il tasso medio aveva già superato il 3,1% e la casa alla portata del nostro lavoratore era scesa a 186mila euro. Nella primavera del 2026 è arrivata una breve tregua: a marzo, e di nuovo a maggio, il fisso è tornato al 3,09% e il valore raggiungibile è risalito a 187mila euro, abbastanza da convincere molti che il peggio fosse ormai alle spalle.
Da maggio in poi, invece, la salita è ripresa mese dopo mese fino al 3,35% di ottobre, il livello più alto dell’intero periodo: chi ha atteso quella finestra per decidere ha oggi un budget più basso di quello di primavera.
L’aspetto da tenere a mente è la sproporzione tra causa ed effetto. I tassi sono saliti di 77 centesimi di punto, quasi il 30% in termini relativi, ma su un orizzonte di trent’anni anche pochi decimali finiscono per pesare moltissimo.
Chi volesse comunque acquistare quella casa da 200mila euro dovrebbe sostenere una rata di 705 euro: 66 euro in più al mese, quasi 23.700 euro sull’intera durata. Per restare entro la soglia del 30% gli servirebbe uno stipendio netto di circa 2.350 euro, con un aumento di 220 euro al mese che i rinnovi contrattuali sono ancora lontani dal garantire.
(da Il Sole24ore)
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Novembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
DOMANI SI VOTA PER RINNOVARE LA CAMERA, UN TERZO DEL SENATO E 36 GOVERNATORI… COSA PUI’ CAMBIARE DAVVERO PER L’AMERICA
Martedì 3 novembre i cittadini americani vanno al voto per le elezioni di Midterm. Si chiamano così perché cadono regolarmente a metà del mandato di 4 anni del presidente degli Stati Uniti. Sulla scheda però non compare Donald Trump. Gli elettori sono chiamati infatti a rinnovare i due rami del Congresso, ossia il Parlamento Usa. Si vota per eleggere tutti e 435 i membri della Camera, dato che il loro mandato dura solo due anni, e 35 dei 100 membri del Senato: il loro mandato dura infatti sei anni, ma se ne rinnova un terzo ogni due. Il ruolo chiave del Congresso è quello di introdurre, discutere e votare le leggi nazionali. Ma anche di controllare l’operato della Casa Bianca, votare il bilancio annuale e autorizzare le spese. Per questo le Midterm sono considerate importanti: se vince chi governa, rafforza il suo potere; se vince l’opposizione, può «imbrigliare» il presidente per i suoi ultimi due anni. A creare attesa politica è anche il fatto che martedì 3 novembre si vota pure per i governatori di 36 Stati (su 50).
Camera e Senato, i seggi in palio e la sfida a Trump
Quello americano è un sistema essenzialmente bipartitico: i Repubblicani interpretano il sentire conservatore, i Democratici (D) quello progressista. Tradizionalmente alle Midterm gli elettori Usa tendono a «punire» chi governa, indifferentemente dal partito. Negli ultimi 80 anni solo due volte i presidenti in carica hanno visto i propri partiti premiati alle elezioni di metà mandato: Bill Clinton nel 1998 e George W. Bush nel 2022. Nel primo caso l’economia andava a gonfie vele e il tentativo di impeachment del presidente per il caso Lewinsky fu giudicato eccessivo; nel secondo pesò lo slancio patriottico dopo la tragedia dell’11 settembre. Alla Camera per avere la maggioranza serve conquistare almeno 218 dei 435 seggi in palio: in quella uscente i Repubblicani avevano 220 seggi, i Democratici 215. Al Senato la maggioranza è di 51 seggi (su 100). Considerato che attualmente i Repubblicani ne hanno 53 e i Democratici 47, l’opposizione deve strappare almeno 4 seggi dei 35 che si rinnovano. Gli elettori registrati per questo voto sono circa 210 milioni.
I temi chiave del voto
«It’s the economy, stupid!», fissò nella testa di Bill Clinton il suo stratega elettorale nel 1992, portandolo a una vittoria schiacciante. La regola vale sempre: gli elettori Usa (e non solo) votano avendo in mente in primis le questioni economiche: i prezzi di energia, benzina, alimentari, casa e cure (oggi la parola chiave è affordability, cioè il potere d’acquisto); l’andamento del mercato del lavoro; le prospettive per i figli. Donald Trump promise col suo secondo mandato di riportare gli Stati Uniti all’«età dell’oro», innanzitutto proteggendo la manodopera Usa con dazi record agli altri Paesi. Per i Democratici quella strategia, implementata solo in parte, si è rivelata controproducente. La politica estera solitamente non è in cima ai pensieri della maggior parte degli elettori. Nell’ultimo anno però le scelte internazionali della Casa Bianca hanno avuto un impatto diretto sui mercati di energia e materie prime, e a cascata sui prezzi anche negli Usa. A ottobre l’economia Usa cresceva del 3,4%, ma l’inflazione del 3,7%. Per questo l’elezione di Midterm sarà anche un giudizio sulla guerra all’Iran lanciata a febbraio con Israele, e mai davvero finita. I Repubblicani provano a convincere gli elettori di aver avuto successo per lo meno sull’altra promessa primaria di Trump: fermare l’immigrazione clandestina – a costo di usare metodi da sceriffo ai confini e violenti nelle città con gli «squadroni» dell’Ice.
Cosa dicono i sondaggi e perché Trump rischiIl consenso per Donald Trump è andato calando costantemente dal suo ritorno alla Casa Bianca. Oggi il tasso di approvazione dell’operato del presidente è al 38%, quello di disapprovazione al 60% (dati medi misurati da Nbc). Secondo l’ultima rilevazione del New York Times, in particolare, appena il 33% degli americani approva la gestione della guerra in Iran, il 29% quella del costo della vita, e oltre il 40% degli elettori repubblicani disapprova la gestione dei prezzi del gas. Il malcontento verso il governo si riflette anche nei sondaggi sui partiti. Per i Democratici prevede di votare alle Midterm il 52% degli americani, per i Repubblicani il 43%. L’opposizione dovrebbe quindi strappare la Camera al partito di Trump: i Democratici sono considerati favoriti per 220 seggi, i Repubblicani per altri 196, mentre i restanti 19 sono contesi. Più incerta è la vittoria Dem al Senato: al momento i sondaggisti prevedono una loro crescita di almeno due seggi, da 47 a 49, ma per controllare anche la camera alta ne servono almeno 50. L’attenzione si concentra quindi sui cosiddetti battlegrounds, gli Stati in cui la corsa è più incerta.
Gli Stati in bilico e le sfide da seguire
Tra Democratici (D) e Repubblicani (R) si prevede un testa a testa in Iowa, dove si contendono il seggio l’ex giornalista (R) Ashley Hinson e l’ex campione paralimpico Josh Turek (D), così come in Alaska, dove il senatore uscente Dan Sullivan (R) è sfidato da Mary Peltola (D). In entrambi gli Stati Trump aveva stravinto nel 2024 staccando di 13 punti Kamala Harris, e ora i Repubblicani sono in affanno. I Democratici ci credono, e non lesinano colpi bassi: il New York Times ha documentato come in Alaska abbiano setacciato i registri per cercare (e trovare) altri “Dan Sullivan” da candidare per confondere gli elettori. Pure in Kansas un successo Dem avrebbe del clamoroso: l’ultima volta che vi elessero un senatore fu nel 1932. Ora sperano di farcela con il pastore Adam Hamilton, dato in vantaggio nei sondaggi (49 a 45%) sul Repubblicano uscente Roger Marshall. Annusato il clima, venerdì Trump ha deciso di cancellare i comizi previsti nell’ultimo weekend prima del voto in Iowa e Kansas, ripiegando su un più prudente collegamento. Occhi puntati per capire i conti finali del Senato pure sul Maine, dove il Democratico Troy Jackson se la gioca con l’«eterna» Susan Collins, in Senato dal 1997, e sull’Ohio, dove Sherrod Brown (D) prova a tornare in Senato sfilando il seggio a Jon Husted (R).
I volti nuovi Democratici e la corsa verso il 2028
Molto pesante simbolicamente per i Repubblicani sarebbe pure una sconfitta in Texas, dove i Democratici non eleggono un senatore dal 1988. Ora ha buone chance di diventarlo James Talarico, 37enne seminarista presbiteriano che ha osato sfidare il «cattivismo» di Trump parlando di Bibbia, amore e diritti, e secondo i sondaggi dovrebbe battere il procuratore generale Ken Paxton (49 a 42%). Anche in Michigan è dato vincente con cifre analoghe un uomo nuovo Democratico, di tutt’altra pasta. Abdul El-Sayed, 41 anni, medico ed epidemiologo, rappresenta l’ala sinistra del partito, quella dei Socialisti Democratici (corrente cui pure non ho iscritto) che ha tra i suoi leader Alexandra Ocasio-Cortez e che ha portato l’anno scorso Zohran Mamdani a sindaco di New York. Musulmano, di padre egiziano, El-Sayed attacca duro sull’appoggio Usa a Israele e punta sull’intervento pubblico per tutelare diritti e stipendi di chi ha meno. Profilo ancora diverso quello di Jon Ossoff, senatore in Georgia già dal 2001 fattosi notare nei comizi di questa campagna elettorale per gli attacchi ad effetto a Trump – tanto che alcuni già lo intravedono candidato presidente nel 2028, magari su una piattaforma più moderata.
Cosa può succedere dopo le Midterm
Se i Repubblicani dovessero tenere il controllo del Congresso, Trump avrebbe gioco facile a rivendicare una vittoria e a procedere a spron battuto per i due ultimi anni di presidenza. Se i Democratici, come prevedono i sondaggi, si riprenderanno la Camera, e magari pure il Senato, Trump come molti suoi predecessori resterà un’«anatra zoppa». Diventerebbe molto più difficile per lui far passare i suoi progetti di legge – per quanto già nei primi due anni The Donald abbia dimostrato tutta la sua insofferenza per i vincoli parlamentari, piegando fino all’estremo (e oltre) i poteri presidenziali e governando a colpi di ordini esecutivi. Conoscendo il suo spirito umorale e la sua scarsa considerazione dei protocolli democratici, c’è chi teme pure che un Trump «azzoppato» e arrabbiato possa reagire in modo incontrollato: denunciando brogli e non riconoscendo la legittimità del risultato (ha già gettato qualche seme in campagna elettorale) o prendendo nuove pericolose iniziative internazionali – in Iran, a Cuba o altrove. Quanto ai Democratici, in caso di vittoria si aprirà di fatto la corsa alle elezioni presidenziali 2028, quando Trump non sarà più candidabile. E qualcuno medita pure di provare a far fuori il presidente fin da subito, lanciando il terzo tentativo di impeachment contro di lui. Più facile che i Democratici alzino la pressione del controllo politico-finanziario su Trump tramite le commissioni d’inchiesta parlamentare: potrebbero dare battaglia per esempio sull’uso dell’Ice contro i migranti (e non solo), sulle accuse di corruzione a lui e al resto del suo “clan” – da Donald Trump jr. al genero Jared Kushner, o ancora sulle spese per i lavori di costruzione della nuova sala da ballo alla Casa Bianca.
(da Open)
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Novembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
CGIL, CISL E UIL ACCUSANO IL GOVERNO DI INDEBOLIRE L’ISTRUZIONE PUBBLICA: “È UNA SCELTA GRAVISSIMA CHE FINIRÀ CON IL METTERE IN GINOCCHIO LA SCUOLA ITALIANA” – GLI STUDENTI ANNUNCIANO UNA MOBILITAZIONE PERMANENTE: “SAREMO DI NUOVO IN PIAZZA IL 20 NOVEMBRE”
È una rivolta che salda insieme studenti e sindacati, presidi e genitori, mentre le
opposizioni compatte parlano di «scempio» e di «schiaffo al futuro dei giovani».
I settemila tagli nel comparto scuola annunciati nella legge di Bilancio — circa cinquemila insegnanti e duemila tra amministrativi, tecnici e collaboratori scolastici del personale Ata — hanno provocato una vera e propria rivolta nelle scuole di tutta Italia, già impoverite dai tagli del 2025
Gli studenti medi annunciano mobilitazione permanente, «saremo di nuovo in piazza il 20 novembre», spiega la coordinatrice della Rete Angela Verrecchia.
Critiche dure e senza appello arrivano dai sindacati della scuola tutti compatti nel bocciare la manovra. Cgil, Cisl e Uil parlano di «scelta gravissima che finirà con il mettere in ginocchio la scuola italiana».
Sottolinea Ivana Barbacci della Cisl: «Chiediamo il ritiro immediato dei tagli per l’istruzione», mentre Gianna Fracassi, leader della Flc Cgil, denuncia: «La scuola statale viene smantella ma le private continuano a godere di provvidenze pubbliche».
Sulla stessa linea Gilda e Anief che ricordano quanto proprio oggi, nell’esplodere della violenza giovanile, la scuola — baluardo educativo — dovrebbe non essere impoverita ma sostenuta più che mai. Un pensiero che torna nelle parole di chi tutti i giorni è in prima linea, come Matteo Croce, preside del liceo linguistico e delle scienze umane “Danilo Dolci” di Palermo.
«Le parole sono superflue, già ora il nostro organico è ai minimi termini. Soprattutto quell’organico di “potenziamento” che aveva consentito a tanti nostri alunni di recuperare quelle lacune frutto di problematiche legate al contesto sociale e familiare, alunni che certamente non possono permettersi insegnanti a pagamento. Tagliare poi personale Ata, può causare seri problemi sulla vigilanza e sicurezza dei nostri ragazzi». […]
Non c’è “anima” della scuola italiana che non viva come un affronto al futuro dei propri figli la scure del governo Meloni sull’istruzione pubblica. Laura Trucchia del Coordinamento genitori democratici, racconta una lotta che affratella le generazioni. «Noi madri e padri siamo scesi in strada accanto agli studenti e siamo sgomente e indignate per le risposte che il governo ha dato ai nostri giovani.
Criminalizzazione, repressione, fino allo smantellamento sistematico della scuola pubblica, nell’assoluta indifferenza per l’edilizia scolastica fatiscente, mentre il calo demografico viene strumentalizzato per lasciare invariate le classi pollaio».
E uno schiaffo ulteriore «a chi crede nella scuola libera, laica, gratuita» dice Laura Trucchia, è rappresentato «dal supporto alle private paritarie mentre si disintegra la scuola pubblica». […] E dalle piazze di studenti e sindacati arriva un monito chiaro: «Saremo in mobilitazione permanente, ormai nelle strade siamo milioni».
(da agenzie)
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Novembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
“QUELLO CHE FA PIU’ MALE E’ PENSARE CHE CERTE PAROLE SONO STATE PRONUNCIATE MENTRE MIO ZIO STAVA MORENDO”
Yossra Fakir, nipote di Abderrahim Fakir, dice oggi al Corriere della Sera che lo zio era una persona vulnerabile. E che le frasi dei poliziotti per lei sono state uno shock. Mentre le scuse sono arrivate tardi. Lei ha sapute delle frasi «tramite il nostro avvocato, Fabio Anselmo. Per tutti noi è stato uno choc. Siamo profondamente provati, ma soprattutto arrabbiati e delusi. Quello che fa più male è pensare che certe parole siano state pronunciate mentre mio zio stava vivendo i suoi ultimi momenti. Ci ferisce sapere che siano state rivolte a una persona che meritava rispetto e umanità, come qualsiasi essere umano».
La bodycam
Yossra dice che «da chi indossa una divisa ci aspettiamo protezione, rispetto, non parole che feriscono ulteriormente la dignità di una persona in difficoltà. E c’è una domanda che non riesco a togliermi dalla testa: queste frasi le abbiamo conosciute perché c’era la bodycam. Ma se non ci fosse stata, cosa sarebbe emerso? È inaccettabile. Non vogliamo pietà né risposte di circostanza: vogliamo la verità e che ciascuno si assuma le proprie responsabilità. Abderrahim merita rispetto, non smetteremo di pretenderlo».
Le scuse
E le scuse dell’agente? «Delle sue scuse non so che farmene. Non le accetto io, non le accetta la mia famiglia e non possono cancellare quello che è successo. Ci doveva pensare prima, quando si trovava davanti a un uomo in difficoltà, che meritava rispetto e dignità. Oggi chiedere scusa è facile, ma il rispetto andava dimostrato in quel momento, non dopo che quelle parole sono diventate pubbliche». E dice che le cose sarebbero potute andare diversamente: «Sì, me lo sono chiesta tante volte. Io non sono un medico e non ho le competenze per stabilire quali procedure dovessero essere adottate, ma non posso ignorare quello che abbiamo visto nei video girati dai residenti del Pilastro».
L’episodio
Yossra rivela un episodio «che ci ha lasciati profondamente colpiti. Quando mia zia e mio padre sono arrivati, gli agenti avrebbero detto loro di aver trovato mio zio già morto. Ma alcuni residenti sono intervenuti subito, facendo presente che non era così e che c’erano i video a documentare quanto era realmente accaduto. È una circostanza che riteniamo fondamentale e che merita di essere chiarita. I video mostrano elementi che sollevano interrogativi importanti: l’utilizzo dello spray al peperoncino direttamente nella bocca di mio zio e il massaggio cardiaco praticato mentre aveva ancora i polsi e le caviglie ammanettati. Mio zio non era armato. Inoltre, non era presente un medico a bordo dell’ambulanza. Mio zio ha chiesto aiuto più volte. E allora mi chiedo: si sarebbe potuto intervenire prima?».
La sofferenza di Fakir
La donna dice che non sapeva nulla della sofferenza che lo zio stava attraversando: «Non ha mai fatto trasparire niente: era una persona solare, affettuosa, ironica, sempre pronta a scherzare e a farci ridere. Col senno di poi, penso che forse qualcosa dentro di lui ci fosse, ma che abbia scelto di non mostrarlo. È proprio questo che oggi mi fa riflettere: a volte le persone che amiamo possono nascondere una sofferenza importante, senza che chi gli sta accanto riesca ad accorgersene».
(da agenzie)
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Novembre 2nd, 2026 Riccardo Fucile
L’ESPOSTO DELL’AVVOCATO DELLA FAMIGLIA
La procura di Roma ha avviato un nuovo fascicolo di indagine sull’omicidio di Pier Paolo
Pasolini, ucciso ad Ostia la notte tra il primo e due novembre del 1975. Il procedimento, affidato al sostituto Silvia Santucci, è stato aperto alla luce di un esposto depositato a piazzale Clodio le scorse settimane dall’avvocato Stefano Maccioni che in passato assistito uno dei cugini della vittima, Guido Mazzon, ed ora è avvocato dell’Ordine dei giornalisti del Lazio, del regista David Grieco e dello scrittore Giovanni Giovannetti.
L’esposto
A differenza della denuncia, l’esposto è un atto con cui un cittadino richiede l’intervento o la mediazione dell’Autorità di Pubblica Sicurezza (come Carabinieri o Polizia) oppure informa la Procura della Repubblica su fatti o dissidi tra privati che non costituiscono necessariamente (o non ancora) un reato certo. La nuova istanza presentata nel mese di novembre 2025 e poi integrata nel mese di maggio 2026 «si basa su nuovi elementi raccolti da questa difesa», spiega l’avvocato Maccioni, che rappresenta la famiglia. «Confidiamo che la Procura della Repubblica di Roma riesca finalmente a fornire quelle risposte che da troppi anni stiamo cercando e nel contempo invitiamo tutte quelle persone che fino ad oggi hanno preferito tacere su ciò che sanno a farsi avanti e parlare», aggiunge.
Le istanze di riapertura indagini
Nel 2016 e nel 2023 sono state presente istanze di riapertura delle indagini, entrambe respinte dalla Procura. Nel 2025 era stata presentata un’ulteriore istanza basata su analisi dei dati, immagini d’archivio Rai e nuove letture degli elementi probatori. Secondo alcuni accertamenti scientifici c’erano profili del Dna non attribuibili al solo Giuseppe “Pino” Pelosi sui reperti degli abiti e del plantare di Pasolini. Questi indicherebbero, secondo le ipotesi alternative a quella che ha portato al carcere Pelosi, la presenza certa di più persone sulla scena del crimine. Morto nel 2017, Pelosi era stato condannato in primo grado a 9 anni, 7 mesi e 10 giorni e a 30.000 lire di multa per atti osceni, furto aggravato e l’«omicidio volontario in concorso con ignoti» di Pasolini.
Pino Pelosi
La sentenza d’appello ritenne invece «estremamente improbabile che Pelosi possa avere avuto uno o più complici». La sentenza fu confermata dalla Cassazione nel 1979. Pelosi è tornato libero dopo l’estinzione della pena il 23 settembre 2009. Negli anni ha fornito nuove versioni della notte dell’omicidio, mai riscontrate dagli investigatori.
(da agenzie)
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