Ottobre 28th, 2026 Riccardo Fucile
IL CONGRESSO STRAORDINARIO DELLA LEGA, CHE HA MANTENUTO AL VERTICE IL MALCONCIO SALVINI, È L’ULTIMO, LAMPANTE ESEMPIO – TUTTO IL CORAGGIO DI GIORGETTI E’ STATO QUELLO DI MANDARE ALLO SBARAGLIO IL FIDO GARAVAGLIA: SE FEDRIGA NON SI E’ NEMMENO PRESENTATO (SCUSA CRESIMA DEL FIGLIO), QUEL CUOR DI CONIGLIO DI ZAIA SI E’ LIMITATO A FARE CIAO-CIAO CON LA MANINA: COSI’, GARAVAGLIA SI E’ RITROVATO AL FIANCO SOLO FONTANA (E ROMEO)
I cosiddetti “ribelli leghisti” ormai sono un genere cinematografico. Comico. Scalpitano,
fanno trapelare, brigano, ma nel momento della verità si dimostrano sempre dei “caghetta”. Il congresso straordinario della Lega, che si è svolto nel weekend a Milano, è l’ultimo, lampante esempio.
Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha mandato avanti il suo fedelissimo Massimo Garavaglia, presidente della Commissione finanze del Senato ed ex ministro del Turismo, che ha ottenuto 146 voti su 465 (il 24% dei consensi).
Garavaglia non era solo il candidato di Giorgetti, ma anche di tutto il fronte nordista (lo sostenevano anche i “lumbard” Attilio Fontana e Massimiliano Romeo).
L’ex governatore del Veneto, Luca Zaia si è presentato, ha fatto da lontano ciao-ciao con la manina a Garavaglia e si è lasciato chiamare in causa da Durigon per un ruolo nella nuova segreteria politica (massimo nove membri nominati dal segretario). Ma, pavido come sempre, non ha affondato il colpo. Il suo “collega” Massimiliano Fedriga non si è nemmeno presentato, con la scusa della cresima del figlio.
Attilio Fontana ha firmato per Garavaglia e ha rivendicato di aver visto accolte le istanze del territorio, ma nulla più. Alla fine Matteo Salvini ha ottenuto la sua vittoria, che gli permetterà un controllo ancora più stretto del partito.
Oltre alle piccole beghe interne, la notizia più rilevante del congresso leghista è stata la frase del segretario sull’Ucraina: “Al prossimo consiglio dei ministri chiederò lo stop agli aiuti a Kiev”. Una frase poi corretta, dopo una telefonata furiosa di Giorgia Meloni.
Il prossimo pacchetto di aiuti dovrà essere votato presto: l’autorizzazione alle forniture scade a fine 2026 e servirà un nuovo atto parlamentare per il 2027. L’Italia è tra i contributori più bassi sul piano bilaterale militare (stime IAI e Kiel collocano gli aiuti militari diretti intorno ai 3-4 miliardi, con il Paese spesso in fondo alle classifiche).
Nella Lega la maggioranza dei dirigenti e dei parlamentari, sul piano pragmatico di governo, è più vicina alla linea di continuità che allo stop secco. Salvini però ha usato il congresso per titillare la base e inseguire quello spara-putinate di Roberto Vannacci, che l’ha superato a destra.
Ma la percezione è comune un po’ a tutti i partiti: la popolazione italiana, in maggioranza, è scettica sugli aiuti all’Ucraina e ha in forte antipatia Zelensky.
Dimenticando la storia, peraltro: se durante la seconda guerra mondiale i cittadini americani si fossero opposti ad aiutare militarmente (anche al costo di migliaia di morti) il nostro Paese, il fascismo non sarebbe mai caduto.
Ma evidentemente l’esperienza non insegna. E così, anche la gran parte dell’elettorato Pd è contraria a fornire aiuti all’Ucraina (soprattutto i vetero-comunisti, rimasti ancora fedeli all’Unione sovietica che ha foraggiato il Pci per mezzo secolo).
In Fratelli d’Italia la leadership (Meloni-Crosetto e Fazzolari, sposato con una donna ucraina) tiene la linea atlantista, ma anche lì la base è più fredda. Il Movimento 5 Stelle è nettamente contrario.
Sondaggi recenti (Eumetra settembre 2026: 61% no alle armi; Ixè: solo 18% per il sostegno militare «finché necessario») mostrano una netta maggioranza contraria.
Crosetto stesso, in un’intervista alla BBC, ha ammesso che «la maggioranza dell’opinione pubblica è contro». È passata la narrazione dei «cessi d’oro» e degli sprechi a Kiev, mentre in Italia si discute di sanità, liste d’attesa e priorità domestiche. Ed è su questo scollamento che si gioca tutta la propaganda “pacifista” by Conte-Travaglio.
(da Dagoreport)
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Ottobre 28th, 2026 Riccardo Fucile
IN ASSENZA DI PROVVEDIMENTI INCISIVI E DAVVERO IMPORTANTI PER LA VITA DEI CITTADINI, MARTORIATI DALLE TASSE E DALL’INFLAZIONE, CI DOBBIAMO ACCONTENTARE
«Una nota che si potrebbe definire di colore: introduciamo la possibilità, per chi se ne vorrà avvalere, di avere delle targhe personalizzate. Ci si potrà più o meno sbizzarrire come si ritiene, ovviamente sostenendo un costo. E qualcosa mi dice che la creatività degli italiani qui potrebbe farsi valere».
La premier Giorgia Meloni, presentando lo schema della manovra 2027, rilancia la possibilità di avere targhe personalizzate già prevista dal Codice della strada ma ancora priva di norme attuative.
(da agenzie)
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Ottobre 28th, 2026 Riccardo Fucile
“NELLA RICHIESTA DEI PM NON SI RIESCE A INDIVIDUARE NEANCHE UN SOLO MESSAGGIO IN CUI SIHER ORDINA O INVITA GLI UTENTI A COMPIERE AZIONI VIOLENTE, AD AGGREDIRE QUALCUNO, IN PARTICOLARE LE FORZE DELL’ORDINE, A DEVASTARE NEGOZI O AD ASSALTARE EDIFICI” … COSA SCRIVEVANO GLI UTENTI: “LO STATO CI PISCIA ADDOSSO E I MEDIA CI FANNO CREDERE CHE PIOVE”
Si resta allibiti di fronte alla fragilità probatoria e argomentativa delle accuse formulate
dalla procura di Milano contro Youssef Siher, il ricercatore trentenne fermato nell’ambito dell’indagine sulle iniziative di protesta annunciate dopo le violenze del 17 ottobre a Milano. La procura gli attribuisce la regia di un movimento digitale, con un canale Telegram arrivato a oltre 11 mila iscritti, e sostiene che stesse organizzando nuove manifestazioni destinate a degenerare in devastazioni e saccheggi.
Da qui l’ipotesi di istigazione a delinquere con finalità di terrorismo. La procura ha chiesto la convalida del fermo e la custodia cautelare in carcere. Eppure, nella richiesta dei pm non si riesce a individuare neanche un solo messaggio in cui Siher ordina o invita gli utenti a compiere azioni violente, ad aggredire qualcuno, in particolare le forze dell’ordine, a devastare negozi o ad assaltare edifici. Niente di tutto ciò.
Nella richiesta di convalida del fermo, i pm scrivono innanzitutto che “la pagina Instagram ‘Movimento 17 ottobre’ include contenuti violenti”. “Si evidenziano, in particolare, post pubblicato il 20 ottobre dal tenore ‘lo Stato ci piscia addosso e i media ci fanno credere che piove’, ‘Meloni dichiara guerra al futuro di questo paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame’”, sottolineano i magistrati. E dunque? Dove sarebbe la violenza? Si tratta di invettive contro il governo, espressioni di rabbia politica, slogan deliberatamente provocatori, ma non basta certo nominare la parola “guerra” per trasformare una metafora in un piano criminale.
Ma arriviamo all’accusa più “pesante” mossa dalla procura a Siher, cioè quella di aver pubblicato “contenuti di tipo eversivo tra i quali un vademecum di incitamento alla rivoluzione e all’utilizzo di tecniche di guerriglia urbana ispirato alla rivoluzione egiziana del 2011 (‘Rivoluzione, istruzioni per l’uso’) per affrontare gli scontri di piazza”.
In seguito, però, sono gli stessi pm a spiegare che “il testo individua tre obiettivi principali: manifestare il proprio dissenso, coinvolgere il maggior numero possibile di persone e proteggere i partecipanti alla protesta”.
Manifestare, coinvolgere e proteggere. Non si rintraccia anche in questo caso alcun invito ad aggredire forze dell’ordine o ad assaltare negozi. Il paradosso è che a notarlo sono gli stessi pm, contraddicendo le loro premesse.
I magistrati proseguono, evidenziando che nel vademecum “vengono citati anche strumenti da utilizzare durante gli scontri con le forze dell’ordine”. Ci si aspetterebbe di leggere inviti di Siher a recarsi in piazza muniti di spranghe, bombe carta, pietre. Niente di tutto questo:
“Viene mostrato – scrivono i pm – un abbigliamento composto da felpe con cappuccio, occhiali protettivi, kefiah e guanti, presentati come strumenti per proteggersi dai lacrimogeni e dagli scontri”. Alla faccia dell’istigazione alla violenza.
In modo ancora più surreale, la procura cita messaggi di altri iscritti al gruppo Telegram che propongono di “spaccare gli istituti di credito”, mandare “le banche tutte al rogo” o distruggere i ripetitori Rai. Frasi gravissime, ma non scritte da Siher, che amministrava il gruppo.
Eppure per i pm, non prendendone le distanze e continuando a fornire indicazioni organizzative, Siher avrebbe rafforzato i propositi criminali degli utenti. Così l’amministratore di un gruppo diventa automaticamente responsabile delle intenzioni criminali espresse da altri iscritti.
Restano le indicazioni per comunicare i luoghi di ritrovo all’ultimo momento e gli inviti a cancellare gruppi e tracce digitali. La procura li interpreta come strumenti per eludere i controlli e organizzare scontri. Sono elementi da valutare, ma la riservatezza organizzativa di una manifestazione non dimostra, da sola, che si stia preparando una sommossa.
Il salto argomentativo più incredibile riguarda la finalità terroristica. I pm la ricavano dagli slogan sulla “guerra”, dai disordini del 17 ottobre (precedenti alla creazione del gruppo Telegram), dalla crescita del gruppo e dalla paura dei commercianti. La paura suscitata da precedenti devastazioni dimostra la gravità di quelle violenze, ma non dimostra che Siher intendesse terrorizzare la popolazione.
Insomma, nella richiesta della procura le parole diventano prove, i sospetti diventano certezze e il dissenso radicale finisce sotto l’etichetta del terrorismo.
(da Il Foglio)
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Ottobre 28th, 2026 Riccardo Fucile
ANM E VERTICI DELLA PROCURA DI MILANO SOTTO ATTACCO DELLA DIPLOMATA IN LINGUE CHE SI VEDERE ROMPERE IL GIOCATTOLO DELL’ARMA DI DISTRAZIONE DI MASSA PER CRIMINALIZZARE LA PROTESTA
I vertici del Tribunale di Milano sono intervenuti a difesa della gip Tiziana Landoni dopo che Giorgia Meloni e la maggioranza hanno definito “vergognosa” la mancata convalida del fermo e la rimessione in libertà di Youssef Siher. Il presidente del Tribunale Fabio Roia e la presidente della sezione GIP-GUP Vincenza Maccora hanno diffuso una nota ufficiale con cui hanno respinto le ingerenze dell’esecutivo, definendo le dichiarazioni degli esponenti politici “irricevibili” e tali da evidenziare “una scarsa conoscenza – reale o mascherata – degli istituti giuridici di uno Stato di diritto”. Nel documento la presidenza ha ribadito che l’operato di polizia e procura deve sempre sottostare al vaglio terzo e indipendente di un magistrato, ricordando come nel caso di Siher mancassero sia il pericolo di fuga sia i gravi indizi di colpevolezza necessari per una misura cautelare. Sottolineando che le decisioni possono essere impugnate nelle sedi opportune ma non tradursi in attacchi personali condizionati da aspettative politiche, i magistrati milanesi hanno replicato frontalmente a Palazzo Chigi affermando che “la vergogna riguarda altre categorie della vita sociale, non il responsabile e difficile esercizio della giurisdizione”.
L’Anm contro Meloni: “Attacco scomposto alla gip, basta intimidazioni da chi governa”
“La nostra piena solidarietà alla gip di Milano, oggetto di un attacco scomposto da parte della Presidente del Consiglio dei ministri. Le decisioni dei magistrati si possono contestare nel merito e impugnare all’interno dei procedimenti. La delegittimazione dei colleghi, persino da chi ricopre le più alte cariche istituzionali, è invece un ormai consueto esercizio di intimidazione che non dovrebbe appartenere a uno Stato di diritto. Un esercizio insopportabile”, a dirlo la Giunta esecutiva centrale dell’Associazione nazionale magistrati, che ha poi aggiunto: “Autonomia e indipendenza della magistratura sono due capisaldi della democrazia, in cui i magistrati non possono essere il nemico da additare in ogni circostanza all’interno del dibattito pubblico. Questo comportamento arreca un danno alla credibilità delle istituzioni”.
(da agenzie)
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Ottobre 28th, 2026 Riccardo Fucile
L’ESORTAZIONE DEL PRESIDENTE, ISAAC HERZOG: “DOBBIAMO FARE TUTTO CIÒ CHE È IN NOSTRO POTERE PER EVITARE UN NUOVO TURNO ELETTORALE. MI ASPETTO CHE CHIUNQUE VENGA QUI LO FACCIA CON UNA MENTALITÀ APERTA” – COME LEGGERE QUESTE PAROLE? UN INVITO A EISNKOT A TENTARE UN’ALLEANZA CON I PARTITI ARABI?
Con oltre il 92% delle schede scrutinate in Israele la coalizione del primo ministro
Benjamin Netanyahu è a 53 seggi, seguita dal blocco di opposizione guidato da Gadi Eisenkot. I partiti di opposizione israelo-palestinesi hanno finora ottenuto 19 seggi.
‘Una cosa deve essere chiara, e l’ho detto già prima delle elezioni: dobbiamo fare tutto il possibile per evitare di dover ricorrere a un’ulteriore tornata elettorale. Riceverò i risultati ufficiali la settimana prossima e inizierò le consultazioni: mi aspetto che chiunque venga qui si presenti con apertura mentale”. Lo ha detto il presidente israeliano Isaac Herzog.
Il comitato elettorale centrale ha riferito che le ‘doppie buste’ (ossia le schede degli elettori che hanno votato da ospedali, zone di guerra o i diplomatici dall’estero) sono circa 430- 480.000. Si tratta di una cifra molto elevata che può impattare sulla redistribuzione di circa 10-12 seggi.
(da agenzie)
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Ottobre 28th, 2026 Riccardo Fucile
IL RISCHIO È CHE LA CORTE COSTITUZIONALE CANCELLI IL PREMIO NAZIONALE AL SENATO RENDENDO POSSIBILE UNO SCENARIO CHE MELONI AVREBBE VOLUTO EVITARE: DUE MAGGIORANZE DIVERSE NEI DUE RAMI DEL PARLAMENTO .TRADOTTO: INGOVERNABILITÀ O COMPROMESSI DOPO LE URNE, PAROLE TABÙ PER LA “STATISTA DELLA SGARBATELLA”. NON SI ESCLUDE, QUINDI, DI ANTICIPARE LA CORSA ALLE URNE
«Teniamoci pronti alle urne», è l’avviso di Giorgia Meloni agli alleati, al termine di un vertice tribolato sulla manovra.
Dopo il varo della legge di bilancio da parte del Parlamento, sul finire di dicembre, arriverà la sterzata verso le Politiche. Stavolta, nel chiuso di Palazzo Chigi, la premier non ripete quale sia in concreto la road map che ha in testa, Quirinale permettendo, per lo scioglimento delle Camere.
Ha già spiegato a Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi che l’orizzonte che considera più praticabile è maggio-giugno, con le dimissioni subito dopo il consiglio europeo di Roma, che si svolgerà a fine marzo, con tutti i leader europei attesi sullo scalone del Campidoglio.
Il problema, che viene affrontato nella riunione con i leader del centrodestra, sono le mosse della Consulta, chiamata a pronunciarsi sulla nuova legge elettorale. (…) In particolare, le preoccupazioni, nel corso del vertice, si concentrano sul premio nazionale fissato al Senato.
La Costituzione all’articolo 57 parla, per la Camera alta, di seggi distribuiti su base regionale. Il grande cruccio è che dunque salti il maxi-premio a Palazzo Madama, con una sentenza applicativa che introduca mini-premi regionali. Rendendo più che possibile uno scenario che Meloni avrebbe voluto a tutti i costi evitare: due maggioranze diverse nei due rami del Parlamento.
Tradotto: ingovernabilità o compromessi dopo le urne, parole tabù per la leader di FdI. C’è anche lo scenario opposto, che alle orecchie dei meloniani è arrivato dagli esperti in materia del Pd: che si voti con un proporzionale puro, cioè che venga annullato in simultanea anche il premio di maggioranza a Montecitorio, perché strettamente connesso con quello del Senato, nella riforma approvata in via definitiva venti giorni fa.
Dunque, che fare? Una soluzione a portata di mano non c’è. Si ragiona – ma è un’ipotesi che al momento viene scartata – della possibilità di anticipare ancora la corsa verso le urne. I tecnici di Palazzo Chigi sarebbero a lavoro per accertare se, in caso di scioglimento delle Camere prima della sentenza della Consulta, l’esito delle elezioni sarebbe comunque disciplinato dalla legge elettorale originaria.
Anche se la Corte dovesse esprimersi prima dei seggi. È un susseguirsi di incertezze e rompicapi, che scombussola la strada verso il voto e che indispettisce la premier. Anche se l’avvertimento ai soci di governo resta quello: «Dopo la manovra, teniamoci pronti».
(da agenzie)
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Ottobre 28th, 2026 Riccardo Fucile
LA PRIMA RIGUARDA “DARK HORSE”, BIOPIC SU JAIR BOLSONARO MAI REALIZZATO PER IL QUALE SAREBBE STATO NEGOZIATO UN FINANZIAMENTO DI 21 MILIONI DI EURO CON IL BANCHIERE DANIEL VORCARO, IN CARCERE PER UNA MAXI FRODE DA 10 MILIARDI DI DOLLARI … L’ALTRA RIGUARDA I RAPPORTI CON L’AVVOCATO WILLER TOMAZ E FINANZIAMENTI DI PROVENIENZA SOSPETTA: GLI INVESTIGATORI VOGLIONO CAPIRE SE BOLSONARO HA AVUTO ACCESSO A DENARO ATTRAVERSO SOCIETÀ LEGATE A TOMAZ E AL SETTORE DELLE SCOMMESSE ONLINE”
Agli stranieri, agli ambientalisti, ai pedofili di Hollywood: ho un messaggio per loro.
Questo Paese non è il loro. È nostro». A pronunciare la frase, su una musica drammatica e con il sottofondo di una folla inferocita, è l’attore Jim Caviezel (da “Belli e dannati” a “Paolo, l’apostolo di Cristo”), nei panni di un giovane Jair Bolsonaro. […]
Dark Horse è l’opera voluta da Flávio Bolsonaro in memoria del padre e attorno alla quale ruota una delle principali inchieste che potrebbero aver causato la sua fuga.
A 48 ore esatte dalla chiusura delle urne che lo hanno visto perdere le elezioni presidenziali, il candidato della destra sovranista, dopo aver disconosciuto e infine riconosciuto il risultato, […] è atterrato in Florida.
Ma da cosa fugge Bolsonaro? Lunedì, a poche ore dal risultato che consegnava un quarto mandato a Lula, il giudice Alexandre de Moraes notificava al senatore e candidato un ordine di consegna del passaporto, per il timore che lasciasse il Paese per sottrarsi alla giustizia.
I volti di questa vicenda sono noti: de Moraes è il giudice che ha condannato Jair per il tentato golpe (durante il quale sarebbe dovuto essere ucciso) e che Trump ha sanzionato, vietandogli di mettere piede sul suolo statunitense. […]
L’inchiesta sulla base della quale è stata disposta la revoca del passaporto ruota attorno ai rapporti di Flávio con Willer Tomaz, un avvocato sospettato di essere coinvolto in operazioni finanziarie illecite. Gli investigatori vogliono capire se Flávio ha avuto accesso a denaro di provenienza sospetta attraverso società legate a Tomaz e al settore delle scommesse online.
Ma c’è un altro filone d’inchiesta, di dimensioni maggiori, che ha a che vedere, appunto, con “Dark Horse”. La polizia indaga sul finanziamento negoziato con Daniel Vorcaro, ex proprietario del Banco Master, banca brasiliana liquidata nel 2025 dopo la scoperta di gravi frodi finanziarie, al centro di una vasta inchiesta su presunti raggiri ai danni di investitori e fondi pensione.
L’operazione a favore del senatore ammonterebbe a 134 milioni di reais, circa 21 milioni di euro; almeno 61 milioni, quasi 10 milioni di euro, sarebbero stati trasferiti nel 2025. Una parte del denaro sarebbe finita in un fondo in Texas. Gli investigatori esaminano messaggi, audio e fatture per circa 1,5 milioni di reais emesse da Flávio a società legate a Vorcaro, oltre all’uso del jet del banchiere.
(da agenzie)
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Ottobre 28th, 2026 Riccardo Fucile
BOLSONARO JR E’ TRANSITATO PER L’ARGENTINA E DA LI’ HA PRESO UN AEREO PER LA FLORIDA (PASSANDO PER L’ECUADOR). L’AMMINISTRAZIONE TRUMP HA AFFERMATO DI SOSTENERE LA SCELTA E IL DIPARTIMENTO DI STATO HA CONFERMATO CHE GLI GARANTIRÀ IL VISTO … LULA: “SCAPPARE È VERGOGNOSO”. LE VOCI SU UN RUOLO DEL SEGRETARIO DI STATO USA RUBIO. BOLSONARO AVREBBE INTENZIONE DI GUIDARE L’OPPOSIZIONE A LULA DAGLI STATI UNITI, ATTRAVERSO UNA “STRATEGIA DI PRESSIONE ECONOMICA”
“Alle ore 22:50 del 27/10 sono entrati attraverso il valico di frontiera del Ponte Internazionale Tancredo Neves, nella provincia di Misiones, Flavio Nantes Bolsonaro, Fernanda Antunes Figueira Bolsonaro, Carolina Figueira Bolsonaro e Luiza Figueira Bolsonaro, in possesso di documenti di viaggio validi. Lo scrive su X la Direzione Nazionale delle Migrazioni argentina. “Alle ore 23:30, la delegazione in arrivo si è imbarcata su un volo privato operato dalla compagnia Baires Fly S.A. con destinazione la città di Guayaquil, in Ecuador, secondo quanto indicato nel piano di volo”.
Sempre secondo l’autorità argentina, Bolsonaro e la sua famiglia “non presentavano alcun impedimento legale all’ingresso nel Paese. I transiti sono stati registrati dall’autorità competente senza incidenti”.
Due giorni dopo la sconfitta alle elezioni presidenziali, con uno scarto di appena quattro milioni di voti rispetto all’avversario Lula, il candidato dell’estrema destra brasiliana Flávio Bolsonaro è fuggito negli Stati Uniti, come fece il padre Jair dopo la sconfitta nel 2022 e dove vive il fratello Eduardo, presunto artefice della «diserzione». L’amministrazione Trump ha affermato ieri di sostenere la scelta e il dipartimento di Stato ha confermato che gli garantirà il visto.
L’avvocato messicano Simón Levy, collegato al movimento Maga, ha spiegato i dettagli dell’Operazione Alpa: il piano di Bolsonaro, che è atterrato in Florida ieri sera e ha incontrato il fratello Eduardo, a suo dire sarebbe stato architettato dal segretario di Stato Marco Rubio. Flávio, sostiene Levy, avrebbe intenzione di guidare l’opposizione a Lula dagli Stati Uniti, attraverso una «strategia di pressione economica».
È stata Michelle, terza moglie di Jair Bolsonaro, a confermare ieri verso metà giornata che Flávio era uscito dal Paese. L’agenzia argentina Infobae è stata la prima a rivelare la presenza di un jet privato sospetto, «un Gulfstream con matricola LV-JQW», sulla pista dell’aeroporto di Puerto Iguazú, punto d’incontro geografico e politico tra Brasile, Argentina e Paraguay e zona «caldissima» di contrabbando e narcotraffico.
Il piano di volo prevedeva come destinazione Miami e quattro, misteriosi passeggeri senza nome. Il governo argentino ha però subito negato che Bolsonaro jr avesse attraversato la frontiera.
Appena 22 chilometri separano lo scalo di Puerto Iguazú dal confine del Brasile, che Flávio, secondo il deputato bolsonarista Nikolas Ferreira, sempre al suo fianco nell’ultima parte della campagna elettorale, avrebbe percorso a piedi, per non farsi fermare. Proprio ieri, avrebbe dovuto consegnare il passaporto alle autorità, per ordine del giudice del Tribunale Supremo Alexandre de Moraes, il grande accusatore del padre al processo per golpe. C’era il timore, appunto, di una fuga.
Flávio Bolsonaro è indagato per corruzione e riciclaggio in due diverse inchieste giudiziarie e da febbraio, scaduto il suo mandato di senatore federale, perderà l’immunità parlamentare. E proprio ieri il giudice del Tribunale supremo Flávio Dino ha reso noto di aver ordinato alla Polizia federale di aprire una nuova inchiesta per verificare presunte interferenze e un finanziamento estero (leggi Usa) a favore della campagna presidenziale di Flávio Bolsonaro.
L’indagine mira in particolare a chiarire, come accusa lo staff di Lula, se vi sia stata una contropartita o un accordo per cedere o favorire l’accesso e lo sfruttamento delle riserve strategiche brasiliane di terre rare e minerali critici in cambio di supporto politico ed elettorale.
Il divieto di espatrio è stato comunicato a Flávio Bolsonaro sette minuti dopo la conferma della sconfitta alle elezioni di domenica. «Lo consegnerò, non ho intenzione di lasciare il Brasile», aveva promesso lunedì Flávio con un video postato sui suoi account social. In realtà, la fuga era già programmata.
E quell’aereo fermo a Puerto Iguazú era forse solo un depistaggio. Non è tuttavia chiaro se alla fine sia davvero passato dall’Argentina, guidata dall’«amico» Milei, o dal Venezuela, come sostengono altri, nuovo «protettorato» di Trump.
(da agenzie)
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Ottobre 28th, 2026 Riccardo Fucile
NEL 2023 ANCHE IL PATRIARCA JAIR CERCÒ RIPARO NEGLI USA, IN FLORIDA, MA POI TORNÒ A CASA. NON È MAI STATO DEL TUTTO CHIARITO SE LA CASA BIANCA GLI NEGÒ L’ASILO O SE LUI DECISE DI TORNARE PER AFFRONTARE I SUOI GUAI GIUDIZIARI. DUE ANNI DOPO, IL 12 SETTEMBRE 2025, È STATO CONDANNATO A 27 ANNI E TRE MESI DI CARCERE PER TENTATO GOLPE, POI TRAMUTATI IN ARRESTI DOMICILIARI
San Paolo Ai primi di gennaio del 2023, fecero scalpore le immagini di Jair Bolsonaro,
presidente sconfitto alle elezioni da Lula, mentre mangiava con gusto il pollo fritto in un Kfc della Florida.
Pochi giorni prima della fine del suo mandato e dell’immunità, il leader dell’estrema destra si era rifugiato in un resort vicino a Disneyworld, affittando la villa di un amico, lottatore di arti marziali.
Negli stessi giorni, a Brasilia, andava in scena l’assalto vandalico delle truppe bolsonariste ai palazzi del potere, con l’avallo di un gruppetto di generali. Entrato negli Stati Uniti con un visto riservato ai capi di Stato, in scadenza, Bolsonaro prese tempo sostenendo di avere problemi di salute e presentò domanda per un visto turistico.
Non è mai stato del tutto chiarito se la Casa Bianca alla fine gli negò l’asilo o se davvero lui decise di tornare per affrontare a testa alta i suoi guai giudiziari. Soltanto due anni dopo, il 12 settembre 2025, è stato condannato a 27 anni e tre mesi di carcere per tentato golpe, poi tramutati in arresti domiciliari.
L’America è stata più accogliente con il figlio «03» di Jair, l’ex deputato Eduardo, sbarcato in Texas nel febbraio 2025 e mai più rientrato in patria, per evitare l’arresto. Il 16 giugno scorso è stato condannato a 4 anni e due mesi di reclusione per aver interferito nei processi a carico di suo padre, orchestrando attività di lobbying negli Stati Uniti per promuovere sanzioni economiche e ritorsioni tariffarie contro il Brasile e i giudici della Corte Suprema che stavano processando papà. Per l’amico Donald Trump, era «una caccia alle streghe».
Spesso ospite a Mar-a-Lago, Bolsonaro 03 conserva come una reliquia la dedica ricevuta dal tycoon: «Eduardo, sei grande». Oggi abita con moglie e figli in una villa di 424 metri quadrati a Southlake, in Texas. È lui il ponte fra la dinastia Bolsonaro e la Casa Bianca. Ed è stato lui, alla vigilia del voto, a suggerire al fratello Flávio di scappare in Usa se avesse perso al ballottaggio. Detto, fatto.
L’operazione sarebbe stata gestita in stretto accordo con l’amministrazione Trump.
La famiglia Bolsonaro gode da tempo di una solida e ampia rete internazionale di sostegno e interessi. Tra il 2018 e il 2025, Eduardo ha raccolto alleati in Usa, Israele, Europa, Emirati Arabi Uniti e nella destra latinoamericana. Scontata la ricerca di «partnership» politicamente affini. Non a caso, è stato l’argentino Javier Milei ad aprire la campagna elettorale di Flávio , il quale ha fatto visita sia a Trump sia a Netanyahu.
Miguel Stedile, ricercatore dell’Università federale del Rio Grande do Sul, ha tracciato le «amicizie» internazionali dei Bolsonaro. «Ne emerge una rete complessa e articolata di interessi stranieri che coinvolge di tutto, dalle ong alle azioni dello stesso governo degli Stati Uniti, volte a interferire e a sbilanciare le elezioni brasiliane a favore del candidato Flávio Bolsonaro».
(da agenzie)
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