Settembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
VINCERE LE PRIMARIE PER PERDERE LE ELEZIONI? NO GRAZIE
1) L’obiettivo, quello sì “primario”, è mandare a casa questa “destra asociale” che ha solo aumentato il differenziale tra ricchi e poveri, tradendo i principi di meritocrazia, legalità e socialità che sono stati in passato le pietre miliari della nostra Comunità politica.
2) Cambiare le regole del gioco a pochi mesi dalle elezioni a seconda della propria convenienza, manipolando il sistema elettorale con un premio di maggioranza la cui soglia cala ogni giorno a seconda dei sondaggi in picchiata della maggioranza di Governo, non è democrazia, è un atto politicamente eversivo. Infatti non accade in alcun Stato europeo.
3) L’indicazione del “candidato premier” non solo è contrario alla Costituzione che delega il Presidente della Repubblica a nominare il presidente del Consiglio, ma è una invenzione meloniana che deve prima passare da un voto non scontato in Parlamento e poi dal vaglio, ancor meno scontato, della corte Costituzionale. Di fatto stiamo parlando del nulla: se la modifica non passa si vota senza indicazione del premier.
4) La prassi dei Paesi civili è che il partito che prende più voti della coalizione vincitrice è il naturale candidato premier che la coalizione propone al Presidente della Repubblica o in subordine indica un candidato premier che non deve necessariamente identificarsi con il segretario del partito.
5) In Italia nel Centrodestra l’indicazione è prorogare la fiducia a Giorgia Meloni, in quanto segretaria del partito che raccoglie maggiori consensi. Nel campo opposto, seguendo questa logica, ad oggi la candidata accreditata è Elly Schlein, in quanto il Pd è il maggiore partito del “campo largo”. Nessun scandalo o lesa maestà se la decisione fosse questa: se qualcuno non fosse d’accordo basta che si attrezzi a prendere come partito un voto in più del Pd e avrebbe tutte le ragioni per rivendicare la Presidenza del Consiglio. Altrimenti, come Salvini o Tajani nel campo avverso, si accontenti della carica di vicepremier. Questo è rispettare gli elettori.
6) Le primarie del “campo largo” nel contesto attuale non solo non hanno senso, ma risulterebbero divisive e nocive, una sorta di “gioco al massacro” che acuirebbe le divergenze (che esistono) e creerebbe uno strascico di polemiche e risentimenti, con il risultato che la base del candidato perdente alle primarie si perderebbe per strada alle urne elettorali. Chi preferisce un leader ad un altro ha già lo strumento: recarsi alla urne e votare per il partito del leader che più gli aggrada.
7) Primarie a un turno o a doppio turno? E con quale regolamento? Noi pensiamo che i candidati debbano essere due, espressione dei due maggiori partiti e che si voti una sola volta. Uno indicato dal Pd e uno dal M5S, altrimenti il voto si disperde e viene falsato l’esito. Che senso ha che a sinistra si presentino 4-5 candidati e nel M5S uno solo? E’ evidente che se il 60% si divide in 4-5 porzioni, vince il 40% del candidato unico. Quanto al voto si dovrebbe votare di persona nei gazebo, per evitare brogli e che siano gli infiltrati del campo opposto a condizionare l’esito con il voto on line. Per una volta possono muovere il culo anche quelli che vogliono fare la rivoluzione da casa.
8) Le primarie si possono evitare? Certo, i partiti dovrebbero mettersi d’accordo sulla base di chi ha maggiori probabilità di raccogliere consensi anche all’esterno del loro cerchio ristretto. Non serve vincere le primarie per poi perdere le elezioni. Diciamo anche che, senza la variabile Vannacci, il centrodestra ad oggi vincerebbe, di poco, ma vincerebbe. Senza Vannacci il campo largo è avanti di 4 punti, con Vannacci nella coalizione di centrodestra, il campo largo è dietro di 2 punti. Quindi meglio partire dalla ipotesi peggiore e trovare un candidato premier che possa recuperare i 2 punti di differenza
9) Schlein e Conte sono i candidati migliori? A parere nostro no e dovrebbero fare un passo indietro. Elly è una ottima segretaria del Pd, ma non prende un voto fuori dall’ambiente “progressista”. Quando tutti davano Bonaccini vincente, noi avevamo predetto che avrebbe vinto Elly, per capirci. Ma un conto è la base del partito, altra cosa cercare di andare oltre quella barriera. E’ una donna intelligente, confidiamo ancora che, a tempo debito, non si faccia oscurare la mente dalla legittima ambizione: serve a poco battere Conte alle primarie per poi perdere alle urne con la Meloni. Se avesse appeal il Pd non avrebbe perso 2-3 punti rispetto alle Europee, ad esempio, ma sarebbe a ridosso di Fdi.
Capitolo Conte: elemento altrettanto divisivo destinato a perdere voti per strada, segretario di un partito fermo da tempo alla stessa percentuale e con un elettorato ballerino che non va a votare se non ha il seggio sotto casa, vicino al panificio.
Non lo vota di certo chi teme che inizi a governare con una coalizione e finisca di farlo con un’altra, visti i precedenti. E chi non dimentica “le ong taxi del mare”, l’avallo alle politiche leghiste, il pacifismo d’accatto e le simpatie putiniane.
10) Un terzo nome esiste? Nel caso di passo indietro di Schlein e Conte, esistono alternative, basta leggere i sondaggi. E i sondaggi indicano chiaramente che l’unica candidata che puo’ recuperare quel 2% di differenziale è Silvia Salis perché può aggregare altre sensibilità, è tosta, ha carisma, è una grande comunicatrice e una ottima mediatrice.
Ed è una persona leale: se Elly Schlein non farà un passo indietro lei non la tradirà perché se si candidasse alle primarie danneggerebbe Elly e il Pd, dividendo in due i consensi e favorirebbe solo Conte.
E poi ricordiamo a tutti, compresi i media sovranisti e quelli “fattisti” che hanno fatto a gara per denigrarla perché la temono, che Silvia non è renziana, è una risorsa unica dell’opposizione che tutti avrebbero semmai dovuto valorizzare.
Quando hai una candidata “vincente”, di buon senso e capace, non gli fai la guerra, la appoggi e ti accontenti di un ministero di peso. Funziona così tra chi fa politica per passione e non per una poltrona.
Se qualcuno vuole avere sulla coscienza Meloni presidente della Repubblica e Vannacci premier o ministro degli Interni si accomodi pure. Ma sarà inseguito con i forconi dal popolo del centrosinistra e non solo.
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Settembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
IN REALTÀ IL BALLOTTAGGIO PER LA DUCETTA RISCHIA DI ESSERE UN BOOMERANG PERCHÉ CREEREBBE L’EFFETTO “REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA” (O CON ME O CONTRO DI ME, E SI È VISTO COME È FINITO), OLTRE A DOVER PASSARE AL VAGLIO DELLA CORTE COSTITUZIONALE
Il Campo largo vince al primo turno arrivando al 44,4% e superando di oltre sei punti il
centrodestra che invece si ferma al 38,1% ma, in caso di ballottaggio, perde di 2,2 punti percentuali (centrodestra al 51,1% e centrosinistra al 48,9%).
Un ribaltone tutto a favore dell’attuale maggioranza che ha presentato un emendamento alla legge elettorale, in discussione in Senato, per inserire il ballottaggio. Sono i risultati di un sondaggio svolto da YouTrend tra l’1 e il 2 settembre 2026 su un campione di 1.200 intervistati.
«La difficoltà per il centrodestra al primo turno spiega forse la necessità del governo di cambiare la legge elettorale approvata alla Camera», sostiene il presidente dell’istituto di sondaggi, Giovanni Diamanti.
Legge elettorale che per adesso prevede il premio di maggioranza alla coalizione che supera il 42%: stando alla rilevazione di YouTrend il centrosinistra è l’unica coalizione che riesce a oltrepassare la soglia a differenza degli avversari.
In caso di ballottaggio il quadro cambia. Futuro nazionale di Roberto Vannacci, che al primo turno ottiene l’8,2%, va a soccorrere il centrodestra decretandone la vittoria. Oltre l’82% dei suoi elettori, quindi otto su dieci, tornerebbe infatti al voto al secondo turno.
«Vannacci non accenna a fermare la propria ascesa e al primo turno c’è un evidente travaso dal centrodestra verso Futuro nazionale che sta contendendo segmenti elettorali rilevanti al centrodestra», spiega ancora Diamanti.
Le ragioni si possono rintracciare in tre passaggi chiave.
In caso di ballottaggio gli elettori di centrosinistra mostrano una tenuta minore rispetto a quelli del centrodestra. Pd e Avs confermano infatti le proprie percentuali, ma risultano meno convinti gli elettori di M5S e dei centristi di Italia viva e Più Europa.
La seconda chiave, come si è detto, sta nel fatto che Fn che andrebbe in modo importante a rafforzare il centrodestra e infine, il terzo aspetto, riguarda la capacità del centrodestra, in caso di ballottaggio, di intercettare gli elettori di Azione e del Partito liberaldemocratico. che insieme al primo turno si attestano al 5,4%.
Diamanti legge così i dati: «Il Campo largo va forte al primo turno con più di sei punti di distacco. È in vantaggio netto ma ha difficoltà ad allargare sul secondo turno». Ciò però non significa che sia fuori dai giochi o che non abbia comunque possibilità di vincere al ballottaggio, considerato che i punti di scarto sarebbe due.
«Può – secondo il presidente dell’istituto di ricerca – recuperare molto tra gli elettori di M5S, Italia viva e Più Europa, che al secondo turno si perdono un po’ per strada». Inoltre «può lavorare sugli elettori centristi di Azione e su quelli del Partito liberaldemocratico».
(da Repubblica)
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Settembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
SUL GOVERNO LA BATTUTA CHE FA SORRIDERE LA PLATEA E LA RENDE POPOLARE SUI SOCIAL: “COME IN TANTE COSE DELLA VITA, LA DURATA NON E’ SINONIMO DI QUALITA'”
“Mi nu ghe sun”. Lo ripete anche in genovese, Silvia Salis: «Io non ci sono». Si sfila dalla contesa delle primarie per la scelta del leader del campo largo, in cui tanti la vorrebbero veder gareggiare per incarnare l’ormai mitologico “terzo nome”, a far da incomodo tra i leader di Pd e M5S, Elly Schlein e Giuseppe Conte.
La sindaca di Genova lo ribadisce dalla Festa dell’Unità di piazza Caricamento, in mezzo a centinaia di militanti e cittadini che il giorno prima hanno acclamato la segretaria del partito. E che ora acclamano lei.
Anche la posizione sulle primarie è netta, e non si è mossa di un millimetro da quanto spiegato in passato. «Il leader del campo largo? Stiamo perdendo tempo su una discussione che non mi ha mai impressionato, le persone si aspettano programmi e idee – spiega Salis prima che inizi l’intervista sul palco, condotta dal giornalista Matteo Macor – Non capisco voler continuare a discutere di questo argomento, non appassiona me né gli italiani». Anche perché, spiega Salis, «la legge elettorale a oggi non impone la scelta del leader». Ancora sul futuro: «Non voglio continuare a ripetere ciò che dico da un anno, non so più in che lingua dirlo: sono la sindaca di Genova. Mi nu ghe sun».
La prima cittadina arriva quaranta minuti prima dell’inizio del suo dibattito, e si accomoda tra le panche di legno per cenare, con il figlio Eugenio in braccio. Accanto a lei c’è l’ex ministra Roberta Pinotti, e intorno praticamente tutti gli assessori e consiglieri comunali della maggioranza di Palazzo Tursi.
Si spostano poi tutti ad ascoltarla sotto il tendone: in prima fila c’è anche l’ex presidente della Regione, Claudio Burlando. L’accoglienza è più che calorosa, simile a quella rivolta alla segretaria Schlein quando è arrivata con Salis martedì: fianco a fianco, con un ingresso studiato per raccontare unità d’intenti e nessuna (neanche futura) rivalità. «Schlein non mi ha chiesto un contributo sulle primarie – spiega – Mi ha espresso sostegno al lavoro che stiamo facendo in giunta».
«Sono emozionata di essere alla festa dell’Unità di Genova, un abbraccio ai volontari: siamo orgogliosi di averla riportata in centro», esordisce Salis alzandosi in piedi. «Credo che i sindaci abbiano un senso di praticità e vicinanza ai problemi che devono risolvere, è normale che si guardi ai sindaci da parte delle forze politiche – ragiona – Il centro? Credo che il Pd abbia diverse anime, anche moderate, non è un’accusa fondata verso il partito dire che serve il centro. I partiti di quell’area esistono». E a chi le chiede che qualità dovrebbe avere il leader del campo largo, risponde netta: «Deve ispirare fiducia».
Sul governo Meloni si concede una battuta che fa sorridere tutta la platea. «Come in tante cose della vita, la durata non è sinonimo di qualità».
Poi si parla di temi locali: la sicurezza («tema serio, da affrontare però senza populismo») e di Amt, su cui passa all’attacco: «Nel 2024 non facevo io la sindaca, ci sono altri che devono spiegare i conti. Mi scuso per i disagi ma non abbiamo tolto neanche un posto di lavoro».
Ancora affondi: «Il modello Genova ho capito cos’era: depauperare di risorse le aziende pubbliche per non erodere consenso politico» è la stoccata al centrodestra.
E la luna di miele con i genovesi? «Sento grande fiducia, ma non è come all’inizio: il capitale politico l’ho eroso per risolvere i problemi della città: ma le partecipate non le usiamo come un bancomat». Ancora applausi e ed è standing ovation.
(da il Secolo XIX)
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Settembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
DOPO L’ESPOSTO DEL SINDACATO DEI MILITARI ACCERTAMENTI SUL GENERALE, SIMONI E GASPERINI PER INCITAMENTO ALL’ODIO, ISTIGAZIONE A DELINQUERE, DISOBBEDIENZA ALLE LEGGI E RICOSTITUZIONE DEL PARTITO FASCISTA
La Procura militare di Roma, guidata da Marco De Paolis, ha avviato “accertamenti
preliminari” in relazione ad un esposto presentato dal Sindacato dei Militari nei confronti del generale Roberto Vannacci, presidente di Futuro Nazionale, del coordinatore nazionale Massimiliano Simoni e del responsabile del programma Lorenzo Gasperini e in cui si ipotizza la ricostituzione del partito fascista con la violazione della legge Scelba.
L’attività della Procura con le stellette «è in ordine alla posizione di appartenenti alle Forze Armate – spiega il procuratore in una nota – all’interno della struttura organizzativa ‘Futuro Nazionale’. Obiettivo dei pm è verificare “l’eventuale sussistenza di fatti di propria stretta competenza in relazione a persone soggette alla giurisdizione militare».
Nel mirino dell’esposto ci sono alcuni militari ancora in servizio e il ruolo che avrebbero assunto nella macchina politica costruita attorno a Vannacci. Un comitato a Roma, uno a Villafranca di Verona. È da qui che parte la domanda posta alla magistratura militare.
La tesi dei denuncianti è che il movimento riproporrebbe “il nucleo dottrinale antidemocratico e il metodo di lotta” del fascismo. Non sarebbe necessario, sostengono richiamando la giurisprudenza della Cassazione, dimostrare che Futuro nazionale sia la copia del disciolto Partito nazionale fascista: la legge Scelba potrebbe trovare applicazione anche di fronte alla riproposizione del suo fondamento ideologico e del suo metodo politico.
Tra le ipotesi ci sarebbe proprio la violazione della legge Scelba oltre alla propaganda e all’istigazione all’odio, all’istigazione a delinquere e alla disobbedienza alle leggi. Chiesto anche il sequestro del portale online che ospita il programma del movimento.
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Settembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
SUI SOCIAL È STATO UNO DEI PIÙ ACCANITI CRITICI DI RANUCCI E DELLA SUA SQUADRA
Un faccia a faccia, uno stallo alla messicana che si è poi liberato in una sequela di insulti. È andato in scena ieri mattina, 3 settembre, nel cortile della sede Rai di via Teulada.
Protagonisti Salvo Sottile, prossimo conduttore di Ore 14, e alcuni degli inviati storici di Report, tra cui secondo quanto risulta a Fanpage.it erano presenti Bernardo Iovene e Luca Bertazzoni.
Sottile avrebbe salutato il gruppo con un semplice “E allora come va?”, mentre si incrociavano negli spazi comuni dell’azienda. La risposta, però, non sarebbe stata altrettanto distesa.
Secondo quanto risulta a Fanpage.it, gli inviati presenti gli avrebbero risposto con toni durissimi, tra insulti pesanti e accuse dirette: espressioni come “pezzo di m…”, “vai a fare in…” e “venduto” sarebbero volate nel cortile davanti a colleghi e passanti.
Sottile, che nelle prossime settimane debutterà alla conduzione di Ore 14 al posto di Milo Infante, passato nel frattempo a Mediaset, è da tempo percepito come un avversario dalla redazione di Report.
Fanpage.it aveva già raccontato come il consigliere d’amministrazione Rai Roberto Natale avesse definito “un pestaggio mediatico” gli attacchi social di Sottile contro Sigfrido Ranucci nelle settimane più calde della vicenda, parlando di decine di post pubblicati contro l’ex conduttore di Report e chiedendosi come l’azienda li avesse tollerati.
Un risentimento, quello della squadra di Report, che oggi sembra essere esploso apertamente, in un contesto già teso per le trattative sulla nuova conduzione del programma.
“La mia squadra è sempre la mia squadra. Spalle d’acciaio e schiena dritta che non si piega neppure di fronte all’arroganza e le miserie di chi si sente protetto dal potere. E per proteggersi meglio ha pure bloccato i commenti sotto i suoi post”. Così Sigfrido Ranucci commenta su Facebook la notizia sugli insulti degli inviati di Report nei confronti di Salvo Sottile
(da agenzie)
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Settembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
DI PASQUALE HA IL GRADIMENTO DELLA REDAZIONE, ESSENDO UNA INTERNA, E SAREBBE UN BUON COMPROMESSO… DANIELE PIERVICENZI DOVREBBE RESTARE, MA PROBABILMENTE SARÀ “CONFINATO” A “REPORT LAB”
Nuovo capitolo nel futuro di Report. Dopo il passo indietro di Giulia Presutti, che ha
deciso di rinunciare alla conduzione dello storico programma d’inchiesta di Rai 3, Daniele Piervincenzi resta confermato tra i nuovi volti della trasmissione.
Per affiancarlo sembra cosa fatta la scelta di Claudia Di Pasquale, storica inviata di Report e firma di numerose inchieste del programma.
Presutti ha scelto di lasciare l’incarico nel pieno delle tensioni che hanno accompagnato il cambio alla guida della trasmissione dopo l’uscita di Sigfrido Ranucci.
“Sono felicissimo per la scelta di Claudia, perché è una grandissima professionista, rigorosa, tosta e indipendente. Sarebbe stata una delle mie scelte preferite in una normale dialettica aziendale se Corsini me l’avesse chiesto”. Così l’ex conduttore di Report, Sigfrido Ranucci, commenta con l’ANSA la scelta di Claudia Di Pasquale per la conduzione del programma. “Meno male che non me lo ha chiesto, altrimenti immagino che non avrebbe accettato”, chiosa il conduttore.
(da agenzie)
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Settembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
IL CANDIDATO (A PERDERE) DELLA SCHLEIN È MAJORINO, EPPURE IL NOME DI CALABRESI, COME È SUCCESSO A GENOVA CON IL FORMAT CIVICO DI SILVIA SALIS, È UN ASSO VINCENTE PERCHÉ ALLARGHEREBBE LA BASE DI CONSENSO: PIACE AI RIFORMISTI DEL PD, AI CIRCOLI RADICAL E INTELLÓ, PIACE AI CENTRISTI DI CARLO CALENDA, CHE A MILANO CONTANO IL DOPPIO RISPETTO A ROMA, E CHE NON SOSTERREBBERO IL SINISTRO MAJORINO
Da Roma a Milano è partito ad alta velocità un consiglio. Il messaggio per ora contiene una sola parola: «Calma». La mossa di Mario Calabresi, ex direttore della Stampa e di Repubblica, figlio del commissario Luigi, di lasciare il lavoro da giornalista – Chora Media e Will Media – è un trasparente primo passo per la candidatura alle primarie del centrosinistra per il sindaco del capoluogo lombardo.
E così ora Pierfrancesco Majorino, che si sente il candidato “naturale” del Pd, vorrebbe anticipare l’ufficializzazione della propria corsa.
Calma, è il ragionamento che irraggia dal Nazareno, mancano dieci mesi alle comunali, non c’è ancora un programma della coalizione, anzi non c’è la coalizione – che dovrà imbarcare M5s ma fare i conti con Azione, che ha subito alzato il pollice sul giornalista – scriverlo non sarà semplice perché bisognerà mettere in asse «la discontinuità» con l’era di Beppe Sala richiesta dalla sinistra e la «continuità» di un Pd che governa dalla nascita.
Serve «un processo ordinato e governato», per non finire in un caos sgovernato. A rischiare è il Pd, non la città. A oggi la destra meneghina non ha un candidato e parte azzoppata grazie a Roberto Vannacci, che gli ha buttato tra i piedi il generalissimo Carmelo Burgio.
La prossima settimana il responsabile organizzazione Igor Taruffi lascerà la festa nazionale di Reggio Emilia e andrà a Milano. E a occhio declinerà il commento, freddino, della segretaria: «È presto, stiamo seguendo e supportando il percorso del Pd di Milano che si concentra sui temi. Prima scriviamo il programma, poi troviamo i nomi».
Dunque «calma e gesso». Lo ha copiaincollato in un WhatsApp ai suoi stretti sostenitori la vicesindaca Anna Scavuzzo, convinta anche lei di fare le primarie.
La segretaria a Calabresi aveva consigliato di non correre, non si aspettava l’accelerazione e non ha ancora messo la testa su Milano. Eppure dovrebbe. Perché nella tornata di primavera, il voto delle grandi città, la capitale lombarda l’unica in cui si peserà anche lei.
A Bologna, Roma e Napoli i sindaci in carica, Matteo Lepore, Roberto Gualtieri e Gaetano Manfredi, raccoglieranno il loro secondo mandato: sempreché il secondo o il terzo non vengano richiamati a Roma dalla coalizione nazionale.
A Milano però Calabresi è un vero papabile. Piace ai moderati, e ai riformisti del Pd, che in questa città vanno chiamati «miglioristi» in omaggio all’indimenticabile Gianni Cervetti, scomparso lo scorso maggio.
Piace ai centristi di Carlo Calenda, che qui contano il doppio rispetto a Roma, e lo vorrebbero candidato senza passare per «il tritacarne» delle primarie, e che non sosterrebbero Majorino.
Ma le primarie si faranno, perché l’ala sinistra dell’alleanza non accetterebbe di sostenere senza un programma e un percorso condiviso un nome, e che nome. Claudia Pinelli, figlia di Giuseppe, ha già scritto sui social su di lui: «Chi non voterò».
Vale per Avs, e per M5s che chiedono primarie a Milano e intendono primarie anche a Roma, quelle fra Schlein e Conte. Calabresi piace anche a circoli radical e intelló.
Majorino invece ha tutto un altro profilo: ala sinistra del Pd, vicinissimo alla segretaria, in segreteria nazionale responsabile delle politiche migratorie e del diritto alla casa.
Soprattutto ha un cursus honorum da politico da quando era ragazzino, figicciotto a 14 anni, da pioniere dell’Unione degli studenti andava a comiziare nelle università occupate dalla Pantera, poi consigliere comunale, assessore del sindaco Giuliano Pisapia, europarlamentare, candidato presidente alla Regione Lombardia, dove ora guida l’opposizione.
Da tempo lavora a sostituire Beppe Sala, e due sondaggi Swg non recenti lo davano vincente su Calabresi. I suoi sostenitori spiegano che «ha un forte radicamento popolare», e che lo scontro delle primarie sarà «una bella sfida alto-basso».
Non sarà l’unico candidato del Pd. Fra quelli che si muovono da tempo ci sono Scavuzzo e il giovane sinistrissimo Lorenzo Pacini. Ma è in corsa anche il civico Tommaso Goisis e ci sta riflettendo Carlotta Cossutta, femminista, filosofa e ricercatrice, nipote del dirigente comunista.
La mossa di Calabresi è stata apprezzata da quei milanesi che da lui hanno ricevuto un messaggio «lineare, giusto, pulito» (lo ha scritto Marco Castelnuovo sul dorso milanese del Corriere della sera) mentre da mesi hanno un sindaco con una maggioranza imballata e che dalle inchieste sull’urbanistica sembra aver esaurito la spinta.
Certo, c’è chi invece l’ha presa male. Come Luca Paladini, fondatore dei “Sentinelli”, a cui sono «cascate le braccia»: «Ma c’è qualche legge speciale che impone che a Milano sia vietato far diventare sindaco qualcuno con un’esperienza di amministrazione politica già consolidata? A cosa servono allora i partiti?».
Calabresi chiuderà la festa cittadina a Corvetto, con don Luigi Ciotti, il 12 settembre. Majorino salirà sul palco con Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza l’8.
Schlein alla festa non andrà. Ma ora, con tutta la calma che ritiene, deve metterci la testa.
Cosa succederebbe se Majorino non vincesse le primarie? Le voci riformiste «di dentro» sperano che il Pd nazionale – leggi la segretaria – scelga un ruolo da «garante di un grande processo», anziché schierarsi con il proprio candidato.
A metà anni Novanta, quando Rocco Buttiglione, vicinissimo a Giovanni Paolo II, cominciò a dare segnali di volersi candidare a sindaco di Roma, il papa chiamò un potente cardinale romano, si fece raccontare bene la vicenda, e poi gli chiese: «Vuol dire che se perde Buttiglione perdo io?».
Cambiate le cose da cambiare, e certo ce ne sono parecchie, la riflessione che la segretaria deve fare su Milano assomiglia a quella di Wojtyla su Roma.
(da agenzie)
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Settembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
IL MINISTRO DEL TESORO HA ACCETTATO DI SEDERSI INSIEME AI GOVERNATORI DEL NORD, AL FAMIGERATO TAVOLO CHIAMATO A DEFINIRE IL FUTURO ASSETTO DEL PARTITO… A QUESTO PUNTO PER L’EX TRUCE DEL PAPEETE È IMPOSSIBILE LIQUIDARE IL MALESSERE DEI NORDISTI A QUALCHE MAL DI PANCIA ESTIVO … A PONTIDA ANDRÀ IN SCENA LA RESA DEI CONTI?
Come la pensa Giancarlo Giorgetti? È la domanda che tutti si sono posti in queste
settimane di duro confronto interno alla Lega fra i nordisti e Matteo Salvini. Ora, però, potrebbe finalmente arrivare una risposta. I ribelli, infatti, hanno annunciato al segretario che il ministro dell’Economia avrebbe accettato di sedersi accanto a loro al famigerato tavolo chiamato a definire il futuro assetto del partito.
Un dettaglio che, conoscendo la prudenza di Giorgetti, oltre che gli impegnativi dossier europei che ha sulla sua scrivania in queste settimane ha un peso specifico significativo.
Non è un caso che prima ancora che l’indiscrezione cominciasse a circolare, era stato lo stesso Salvini a far trapelare che Giorgetti avrebbe partecipato al confronto.
Quasi a voler neutralizzare in anticipo il significato politico della sua presenza accanto ai nordisti e a ricondurla dentro una dinamica di normale confronto interno.
Una mossa tutt’altro che secondaria, perché proprio l’atteggiamento di Giorgetti è uno dei punti interrogativi della partita: se il ministro si schiera diventa più difficile liquidare il malessere del Nord a qualche mal di pancia estivo.
A riferire a Salvini dei contatti fra i ribelli e Giorgetti sarebbe stato non il suo vice Claudio Durigon, pure impegnato nelle trattative per evitare che Pontida deflagri in uno scontro fratricida, ma lo sherpa nordista Davide Caparini.
Consigliere regionale lombardo, compagno dell’eurodeputata salviniana Silvia Sardone e militante lumbard di antichissima data (il Senatur ad agosto soggiornava sempre nel castello della sua famiglia a Ponte di Legno), Caparini nell’ultimo periodo ha fatto la spola fra il segretario e la fazione guidata dal governatore lombardo Attilio Fontana e dal capogruppo al Senato Massimiliano Romeo.
Un fronte che chiede una revisione della linea considerata troppo sovranista e una gestione più condivisa del partito. Che significa, inevitabilmente, anche voce in capitolo nella compilazione delle prossime liste elettorali.
La delegazione, come riferito dai nordisti nella loro ambasciata a Salvini, dovrebbe avere un profilo «istituzionale»: oltre a Fontana e Giorgetti, ne farebbero parte il governatore friulano Massimiliano Fedriga, il presidente trentino Maurizio Fugatti e il presidente del consiglio regionale veneto Luca Zaia. Non Romeo che, oltre a essere capogruppo a palazzo Madama, ha un ruolo politico di primo piano come segretario lombardo […]
Altro rebus è la data. L’incontro chiarificatore, previsto inizialmente per domani, sarebbe slittato. Questioni di agende inzeppate, ufficialmente. Ma anche la pubblicazione di alcune indiscrezioni sui contenuti del faccia a faccia che avrebbe fatto storcere più di un naso.
«Stiamo parlando. Probabilmente sarà la settimana prossima», ha detto ieri Fontana. Anche Salvini prova a gettare acqua sul fuoco. «Li incontro settimanalmente, li incontrerò», ha risposto ai cronisti il vicepremier, negando la necessità di costruire «partiti paralleli».
Non è mancata neppure un’altra stoccata a Gianluca Pini e agli altri ex che martedì hanno annunciato la nascita del Comitato per la convocazione del congresso della vecchia Lega Nord, la bad company titolare dei 49 milioni di debiti verso lo Stato ma anche del simbolo con l’Alberto da Giussano. «Qualche ex parlamentare che cerca un posto», li ha liquidati Salvini.
È dentro questo quadro che va letto il coinvolgimento di Giorgetti. Il ministro dell’Economia è da tempo una sorta di padre nobile del Carroccio: uno dei dirigenti con maggiore esperienza e peso politico, ma anche uno dei più felpati quando si tratta di mettere in discussione gli equilibri interni. Se davvero si siederà a quel tavolo, come annunciato dai nordisti, sarà il segnale che dentro la Lega qualcosa sta davvero per cambiare.
(da La Stampa)
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Settembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
“NELL’ETERNA DIVISIONE DEGLI ITALIANI IN FURBI E IN FESSI DOVREMMO RIPETERE COME UNO SLOGAN CHE OGGI ‘PACE’ È QUELLA PAROLA CHE SI TROVA NELLE ORAZIONI SOLENNI DEI FURBI QUANDO VOGLIONO CHE I FESSI MARCINO PER LORO”
Putin è, in Italia, un pericolo sottovalutato perché la Russia gode di una vecchia simpatia ideologica, gestisce la disinformazione e la affida, qualche volta a pagamento, ai suoi cavalli di Troia.
Solo in Italia i russi si accucciano nella parola pace e presidiano la sinistra con Conte e la destra con Salvini e Vannacci.
Nell’eterna divisione degli italiani in furbi e in fessi dovremmo ripetere come uno slogan che oggi “pace” è quella parola che si trova nelle orazioni solenni dei furbi quando vogliono che i fessi marcino per loro.
(da Repubblica)
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