Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
NOTIFICATO L’ATTO DI CITAZIONE AL MOVIMENTO 5 STELLE DI ROMA, A CUI L’EX COMICO AVEVA CONCESSO L’UTILIZZO DEL MARCHIO. L’UDIENZA È PREVISTA PER LUGLIO. SE PERDE, CONTE DOVRÀ CAMBIARE NOME AL SUO PARTITO
Beppe Grillo e l’associazione Movimento 5 Stelle di Genova hanno notificato l’atto di
citazione davanti al Tribunale di Roma per rivendicare la titolarità del nome e del simbolo “Movimento 5 Stelle”.
La prima udienza è prevista nel mese di luglio di quest’anno: il giudice dovrà stabilire se il logo e il nome di quella che nel 2009 fu provocatoriamente definita dallo stesso Grillo una «non-associazione», sorta in esplicito contrasto con il modello tradizionale di partito politico e alla quale ha fatto seguito la nascita nel 2012 dell’associazione politica con sede a Genova con tanto di nome e simbolo registrati, possano essere ancora usati da Giuseppe Conte.
Non si tratta solo di volersi riprendere un nome e un simbolo. Si tratta, piuttosto, di voler sottolineare che quel nome e quel simbolo erano nati per rappresentare un movimento ben diverso dall’attuale partito di Conte, che secondo Grillo e l’associazione genovese “MoVimento 5 Stelle” – assistiti dall’avvocato Matteo Gozzi e dall’avvocato Giulio Enea Vigevani, costituzionalista dell’Università Bicocca – avrebbe abbandonato i principi fondativi del movimento (tra cui il principio dell’alternanza e il limite dei due mandati per gli eletti) e si sarebbe trasformato di fatto in un partito tradizionale, caratterizzato da una leadership forte e da classi dirigenti stabili.
«In particolare – si legge nell’atto di citazione – il Prof. Conte si adopera per farsi nominare “Presidente” del Movimento e non solo “capo politico”, carica prevista nello Statuto solo nelle norme transitorie e comunque con poteri assai limitati, in linea con la concezione “anti-leaderistica” del Movimento». Conte – secondo Grillo – ha mutato radicalmente il Dna e la linea politica del movimento nato nel 2009, arrivando a stringere «nuove alleanze e compromessi con gli altri partiti». In sostanza, Grillo e l’associazione Movimento 5 Stelle chiedono di vedere tutelata la loro identità e di essere non più accomunati a un partito che non rispecchia i valori e i principi che hanno caratterizzato la nascita e l’ascesa del Movimento.
L’associazione di Roma
Nel dicembre del 2017 era stata fondata una nuova associazione politica con sede a Roma, definita “Movimento M5S-Roma”. I soci fondatori erano Luigi Di Maio e Davide Casaleggio. L’associazione romana aveva lo scopo di svolgere l’attività politica nelle istituzioni e sul territorio restando nel solco dell’esperienza del Movimento 5 Stelle di Genova. Come fu messo nero su bianco nello statuto
dell’associazione di Roma, il M5S “originale” concedeva in uso il simbolo, che restava però di proprietà dell’associazione genovese. In quello statuto si attribuiva a Beppe Grillo il ruolo di garante dei valori del Movimento 5 Stelle (ossia dell’associazione di Genova).
Successivamente, vi sarebbero stati poi altri riconoscimenti da parte del Movimento di Roma e dello stesso Giuseppe Conte in merito alla titolarità del nome e del simbolo in capo alla associazione di Genova e la richiesta, rivolta a Beppe Grillo, a non contestarne il relativo utilizzo.
Il cambio di linea politica
Negli anni il Movimento 5 Stelle di Roma ha subito una progressiva trasformazione: già nel 2021, infatti, il nuovo statuto prevedeva l’attribuzione di poteri assai estesi al presidente del Movimento: si trattava, secondo Grillo, di una svolta “presidenzialista” che aveva affievolito la visione democratica e partecipativa del M5S degli albori.
Insomma, del vecchio movimento del “vaffa” e dei meetup era rimasto poco o nulla, e al suo posto c’era un «movimento nuovo, snaturato e molto “partitico” nelle dinamiche e nelle aspirazioni autoconservative di ruoli e posizioni di potere», come si legge nell’atto di citazione
«L’attuale configurazione del Movimento di Roma – in sintesi – non rispecchia più e non ha nulla da condividere con lo spirito e con i principi rappresentati dal nome e dal simbolo del Movimento5Stelle di Genova e sarebbe francamente ingiusto (oltre che contrario alle norme di diritto) il consentire uno stravolgimento dei principi giuridici imponendo al Movimento di Genova la perdita di un nome e di un simbolo che – pacificamente – erano stati concessi provvisoriamente in utilizzo».
Se al termine del processo il giudice dovesse confermare il diritto del movimento di Genova, il partito di Giuseppe Conte sarebbe obbligato a cambiare il proprio simbolo e la propria denominazione con un simbolo e un nome nuovi «che meglio possano rispecchiare il nuovo assetto organizzativo e le nuove scelte di natura politica gestionale».
(da Open)
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
PER I PM DI ROMA, IL RISTORANTE DI CUI ERA SOCIO DELMASTRO SERVIVA A RICICLARE I SOLDI DEL CLAN SENESE: DOMANI IN PROCURA SARANNO INTERROGATI MIRIAM CAROCCIA, GIA’ SOCIA DELL’EX SOTTOSEGRETARIO, E SUO PADRE MAURO… ORA SI ATTIVA ANCHE LA PROCURA DI TORINO, CHE INDAGA I DUE CAROCCIA PER INTESTAZIONE FITTIZIA DI BENI: SARA’ APPROFONDITO IL LAVORO DEI PROFESSIONISTI INTORNO ALLA SRL”, DAL NOTAIO CHE NE HA CERTIFICATO LA COSTITUZIONE AL COMMERCIALISTA CHE HA DEPOSITATO LA CESSIONE QUOTE
Dopo il caso de “Le 5 forchette” arrivano le dimissioni anche di Cristiano Franceschini, ex socio nella società e assessore comunale a Biella. “Ho comunicato al sindaco Marzio Olivero la decisione di rassegnare le mie dimissioni irrevocabili da assessore. È una scelta che assumo con responsabilità, mettendo al primo posto il Comune di Biella, la serenità dell’azione amministrativa e il rispetto verso il mio partito, Fratelli d’Italia”.
“Ho commesso una leggerezza, e me ne assumo la responsabilità – sottolinea – Per questo rivolgo le mie scuse ai cittadini”. E ancora: “Lascio il mio incarico a testa alta, consapevole dell’impegno garantito in questi anni e del fatto che sono una persona perbene. Continuerò a difendermi con determinazione, contrastando ogni forma di strumentalizzazione”.
L’ex vicepresidente del Piemonte Elena Chiorino, coinvolta nell’affaire Delmastro, si è dimessa anche da assessora della giunta regionale di Alberto Cirio. “Ho comunicato al presidente – spiega – la decisione di rassegnare le mie dimissioni irrevocabili. È una scelta che assumo per senso di responsabilità e per il bene della Regione Piemonte, della maggioranza di centrodestra e del mio partito, Fratelli d’Italia”
(da agenzie)
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
A NAPOLI, BRESCIA E SALERNO, SONO STATE RISCONTRATI INFESTAZIONI DA INFETTI E CONTAMINAZIONI BATTERIOLOGICHE; A CATANIA SONO STATI SEQUESTRATI 60 KG DI ALIMENTI ANDATI A MALE …IL REPARTO SPECIALE DEI CARABINIERI HA MONITORATO 558 STRUTTURE SU TUTTO IL TERRITORIO SANITARIO: DI QUESTE, 238 NON ERANO CONFORMI
Irregolarità in 4 strutture su 10. E’ l’esito di una campagna straordinaria di controlli sulle
mense ospedaliere e sui servizi di ristorazione sanitaria, finalizzata alla verifica del rispetto delle normative igienico-sanitarie e della sicurezza alimentare all’interno delle strutture destinate a pazienti e che è stata condotta dai Nas tra il 19 febbraio e il 22 marzo.
Controllate 558 strutture su tutto il territorio nazionale, di cui 525 operanti nel settore della ristorazione collettiva e 31 afferenti direttamente all’ambito sanitario.
Gli accertamenti hanno evidenziato 238 strutture non conformi, pari al 42,7% del totale
Il dato di oltre quattro strutture su dieci risultate non in linea con gli standard previsti conferma “un livello di criticità significativo nel comparto”, sottolineano i Nas in una nota.
Le principali irregolarità riscontrate hanno riguardato carenze igienico-sanitarie nei locali di preparazione e deposito degli alimenti, criticità strutturali e manutentive, inadeguata applicazione delle procedure di autocontrollo , nonché irregolarità nella gestione e conservazione dei prodotti alimentari, con particolare attenzione alle diete speciali destinate a soggetti vulnerabili.
Nel corso dei controlli sono stati adottati numerosi provvedimenti, tra cui sospensioni immediate delle attività in presenza di situazioni di rischio per la salute, interdizioni mirate di specifiche linee produttive, sanzioni amministrative, denunce all’Autorità Giudiziaria e sequestri di alimenti non idonei al consumo, oltre all’imposizione di prescrizioni correttive a carico degli operatori.
L’attività svolta “conferma l’importanza di mantenere elevata l’attenzione su un ambito particolarmente sensibile quale quello della ristorazione ospedaliera, in considerazione della vulnerabilità dei soggetti destinatari del servizio”, rilevano i Nas. I controlli proseguiranno anche nei prossimi mesi, con ulteriori verifiche mirate e azioni di monitoraggio finalizzate a garantire il rispetto degli standard di sicurezza e la tutela della salute pubblica.
Gravi condizioni igieniche e infestazione da insetti. E’ quanto hanno riscontrato i Nas in due mense ospedaliere a Napoli e Brescia, la cui attività è stata sospesa. Irrogata anche sanzioni amministrative.
A Salerno è stata riscontrata contaminazione microbiologica (enterobatteri e coliformi) su vassoi destinati alla distribuzione dei pasti. A Catania sono sequestrati circa 60 kg di alimenti in cattivo stato di conservazione: il responsabile della preparazione dei pasti è stato denunciato. A Parma accertate di diffuse carenze igienico-strutturali nei locali di deposito bevande, mentre a Taranto è scattata l’interdizione della produzione di pasti per celiaci a causa dell’assenza di spazi e attrezzature dedicate e per carenze igienico-strutturali.
(da agenzie)
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
E’ QUANTO EMERGE DA UN SONDAGGIO DELL’UNIVERSITÀ DEL MASSACHUSETTS AMHERST, CONDOTTO FRA IL 20 E IL 25 MARZO E SECONDO IL QUALE IL 62% DEGLI AMERICANI NON LO APPROVA…IL TASSO DI APPROVAZIONE DEL PRESIDENTE È CINQUE PUNTI PIÙ BASSO RISPETTO AL LUGLIO DEL 2025 E DI 11 PUNTI RISPETTO ALLO SCORSO APRILE
Donald Trump sempre più a picco nei sondaggi.
Il tasso di approvazione del presidente è sceso ancora, al 33%, il livello più basso del suo secondo mandato.
E’ quanto emerge da un sondaggio dell’Università del Massachusetts Amherst, condotto fra il 20 e il 25 marzo e secondo il quale il 62% degli americani non lo approva.
Il tasso di approvazione del presidente è cinque punti più basso rispetto al luglio del 2025 e di 11 punti rispetto allo scorso aprile.
(da agenzie)
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
IL VICE CANCELLIERE E MINISTRO DEI MEDIA, ANDREAS BABLER: “CIÒ CHE NON TOLLEREREMMO DAI NOSTRI FIGLI DI PERSONA, NON DOVREMMO ACCETTARLO NEMMENO NEL MONDO DIGITALE”… LA PRIMA NAZIONE AL MONDO A IMPORRE PER LEGGE UNO STOP ALL’USO DEI SOCIAL AGLI UNDER 16 È STATA L’AUSTRALIA, MA IN EUROPA SPAGNA E REGNO UNITO STANNO PRENDENDO IN CONSIDERAZIONE RESTRIZIONI ANALOGHE
Il governo austriaco ha annunciato la volontà di introdurre un divieto di accesso ai social
media per tutti i minori di 14 anni. Attraverso una nota ufficiale l’esecutivo ha reso noto che un disegno di legge verrà presentato entro la fine di giugno, con l’obiettivo di istituiremisure specifiche per la protezione dei giovani dai rischi connessi all’uso delle piattaforme digitali.
“Ciò che non tollereremmo dai nostri figli di persona, non dovremmo accettarlo nemmeno nel mondo digitale” ha detto il vice cancelliere e ministro dei media Andreas Babler, che ha precisato come l’intervento legislativo non si limiterà alla sola restrizione anagrafica, “ma includerà regole chiare per le piattaforme e il potenziamento dell’alfabetizzazione mediatica”.
L’Australia è stata la prima nazione a implementare il divieto di utilizzo dei social media per i minori di 16 anni. Altri Paesi europei, come la Spagna e il Regno Unito, stanno prendendo in considerazione restrizioni analoghe.
Parallelamente, l’Indonesia ha recentemente reso operative nuove norme che impediscono l’accesso a piattaforme quali TikTok, YouTube e Roblox ai minori di 16 anni, prevedendo una fase di transizione graduale per consentire l’adeguamento tecnico dei sistemi di verifica.
(da agenzie)
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
CON L’INTRODUZIONE DEL PEDAGGIO ALLE NAVI CHE PASSANO DI HORMUZ, APPENA APPROVATA DAL PARLAMENTO, IL FLUSSO POTREBBE CRESCERE ANCORA… LA MINACCIA DEGLI HOUTHI SUL MAR ROSSO: SE INTERVENISSERO ANCHE LE MILIZIE SCIITE IN YEMEN, IL TRAFFICO GLOBALE DI GREGGIO SI FERMEREBBE
Il parlamento iraniano ha approvato i piani per l’introduzione di un pedaggio per le navi che transitano nello Stretto di Hormuz: lo riporta l’agenzia di stampa iraniana Fars.
Nel testo si afferma il “ruolo sovrano” dell’Iran e delle sue forze armate nello stretto, la cooperazione con l’Oman e il divieto a qualsiasi Paese di imporre sanzioni unilaterali a Teheran. Nello Stretto di Hormuz normalmente transita circa un quinto delle forniture mondiali di petrolio e gnl e dall’inizio della guerra l’Iran ha già imposto un pedaggio alle navi per un transito sicuro. Secondo Nbc, alcuni avrebbero pagato anche milioni per transitare.
Cina e Pakistan “rafforzeranno” la loro cooperazione sull’Iran. Lo ha dichiarato il ministero degli Esteri di Pechino, in occasione della visita di alti funzionari di Islamabad nella capitale cinese. “I due ministri degli Esteri rafforzeranno la comunicazione strategica e il coordinamento sulla situazione iraniana” e “compiranno nuovi sforzi per promuovere la pace”, ha dichiarato la portavoce del ministero degli Esteri Mao Ning.
Il conflitto ha due punti critici: il primo è rappresentato dallo Stretto di Hormuz e il secondo è Bab el Mandeb, l’ingresso meridionale del Mar Rosso. Questo secondo passaggio, «la porta delle lacrime» entra ed esce nelle analisi degli esperti, un’oscillazione determinata dai custodi di questo snodo. Ossia gli Houthi dello Yemen.
Un paio di giorni fa hanno interrotto la tregua accettata nel 2025 lanciando missili e droni contro il territorio israeliano, la ripetizione di quanto fatto per mesi. L’azione è stata interpretata come un segnale calibrato agli avversari.
La carta Houthi è troppo importante per essere bruciata in questa fase. In quanto le loro incursioni sono in grado di infliggere un ulteriore colpo al traffico marittimo globale costringendo cargo o petroliere a circumnavigare l’Africa invece che proseguire verso il Canale di Suez.
Il flusso era già diminuito nei mesi scorsi ma si è in parte revitalizzato con la decisione saudita di aumentare l’export di petrolio dal terminale di Yambu, proprio in Mar Rosso. Un’alternativa alla rotta di Hormuz.
L’Iran usa la minaccia del coinvolgimento degli Houthi come ulteriore leva negoziale. Mentre Trump e Netanyahu sono stati molti confusi sugli obiettivi finali della campagna militare Teheran ha seguito un percorso abbastanza lineare: ad ogni spinta dell’avversario reagiremo allargando l’area del confronto bellico.
E la porta delle lacrime è perfetta per descrivere quali saranno le conseguenze.
Senza fare troppe domande, per anni Dubai ha offerto servizi bancari all’industria del petrolio iraniana e agli oligarchi russi sanzionati in Europa.
E oggi che è sotto il tiro dei droni di Teheran, orientati dall’intelligence di Mosca, non può cambiare: l’emirato ha trovato una sua vocazione come capitale finanziaria, in buona parte, proprio perché chiunque può depositarvi fondi senza temere sequestri, sanzioni o anche solo un po’ di trasparenza. Tornare indietro su questi metodi per Dubai significa trasformarsi, letteralmente, in una cattedrale nel deserto.
Il paradosso delle prime cinque settimane di guerra è che i flussi di petrodollari (o petroyuan) di Teheran potrebbero persino aumentare. È improbabile che ne passino ancora molti proprio a Dubai, perché oggi le banche di Hong Kong o della stessa Cina sono ritenute dagli esportatori più affidabili.
Ma appare certo che dall’inizio dei bombardamenti l’Iran stia fatturando anche più di prima, al punto che neanche la distruzione o la perdita dell’isola di Kharg – minacciata esplicitamente da Donald Trump – porterebbe all’asfissia finanziaria del regime.
Secondo TankerTracker, una piattaforma che segue da satellite il traffico marittimo di petrolio e gas, nell’ultimo anno Kharg ha caricato 344 imbarcazioni con 572 milioni di barili di greggio o carburanti: esattamente 1,56 milioni di barili al giorno, pari al 95% delle esportazioni iraniane di petrolio.
Perciò l’isola ha 55 serbatoi, alimentati tramite una conduttura dalla terra ferma, in grado di contenere allo stesso tempo un terzo della produzione giornaliera di greggio del mondo.
Kharg è così importante per l’Iran che Trump si è convinto di poter sconfiggere il regime prendendone possesso o distruggendola, perché taglierebbe le entrate di Teheran. O almeno, lo minaccia per costringere i nemici a riaprire Hormuz.
La realtà però è più sfumata, come dovette constatò Saddam Hussein quando fece bombardare l’isola – senza risultato – durante la guerra Iran-Iraq degli anni 80. Teheran infatti ha progettato varie alternative, per non essere esposta su un unico punto letale. Un terminale si trova fuori e a Sud rispetto allo stretto di Hormuz, in un luogo della costa chiamato Kooh Mobarak collegato a un oleodotto di mille chilometri verso Nord-Ovest.
Da lì è partita una sola nave nell’ultimo anno prima dell’inizio della guerra – secondo TankerTrackers – ma già due nell’ultimo mese. Secondo “Bloomberg” inoltre l’Iran ha altri punti di carico nelle isole di Lavan, Sirri e Qeshm,
quest’ultima situata proprio nel punto più stretto di Hormuz. Per non parlare dei tre terminali sulla costa da cui il Paese può ancora esportare dei gas liquido.
Se il calcolo della Casa Bianca è costringere la Guardia rivoluzionaria a riaprire lo stretto intervenendo su Kharg, esso resta da provare. L’Iran ridurrebbe il suo export, forse a un terzo dei volumi attuali, ma non ridurrebbe molto le proprie entrate rispetto a prima della guerra.
TankerTracker stima che il regime esporti fuori da Hormuz il contenuto di una petroliera al giorno, pari ad almeno due milioni di barili: più o meno come prima della guerra. Ma proprio per la guerra il prezzo del greggio e del raffinato iraniano è esploso, da meno di 50 dollari a barile a oltre cento oggi. Inoltre gli Stati Uniti hanno tolto sanzioni a 150 milioni di barili di Teheran già sugli oceani all’inizio delle ostilità, per un valore di almeno dieci miliardi di dollari. I guardiani della rivoluzione sono sotto le bombe, senz’altro. Ma da tempo i loro conti in banca a Hong Kong e Dubai non erano stati tanto bene
(da agenze)
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
NEL PD C’È CHI LE CONSIGLIA DI EVITARE LE PRIMARIE E LEI PROVA A PUNTELLARSI CON DUE PLATEE ELETTORALI OPPOSTE: QUELLA “MATURA” DELLA CGIL E QUELLA DEI GIOVANI
È stato l’ultimo a pronunciare la parola «primarie». Ma da quando lo ha fatto il tema è
diventato oggetto di dibattito — e di polemica — nel complicato mondo del centrosinistra
È stata la prima a rovesciare un voto di partito con quello dei gazebo, eppure adesso quelle consultazioni non sembrano più avere per lei lo stesso fascino che avevano tre anni fa. Giuseppe Conte ed Elly Schlein si scontrano, si incontrano, si rincorrono e, alle volte, si dirigono verso lidi opposti, ma alla fine si ritrovano fianco a fianco (benché malvolentieri il più delle volte) perché le regole della politica li costringono a restare insieme. Entrambi sognano Palazzo Chigi, ma la strada che immaginano per arrivarci è diversa.
Il leader del Movimento 5 Stelle, fino a qualche tempo fa sulle barricate, è andato attenuando i suoi toni. Persino su argomenti scottanti (per il centrosinistra) come la politica estera. Così, tra una frenata sull’opportunità di utilizzare il gas russo e un’affermazione sulla necessità di rafforzare la difesa europea, Conte riceve persino il plauso di Italia viva.
«Dal leader del Movimento 5 Stelle — dice il vicepresidente di Iv Enrico Borghi — sono arrivate dichiarazioni che mi sembrano importanti, da apprezzare e che vanno nella direzione di costruire quel comune denominatore della coalizione che corrisponde alla sensibilità dell’elettorato riformista».
Conte si sveste e si riveste dei panni del premier con grande facilità. Ieri era l’ex presidente del Consiglio che sa come si sta al mondo (e al governo). Perciò in un colloquio con La Repubblica affermava con realismo: «Se domattina dovessimo andare noi al governo, non sarà facile rivedere gli accordi sottoscritti da Meloni». Cioè, «patto di Stabilità, piano di riarmo europeo, spese della Nato al 5 per cento».
Certo, poi aggiungeva che però con la spinta dei giovani che sono andati a votare No al referendum, quegli impegni si potrebbero ridiscutere, ma, insomma, niente promesse di grandi rivoluzioni o inversioni di rotta.
Come chi si accinge a vestire — di nuovo — i panni del premier. Anche se un dirigente pd maliziosamente chiosa: «Domani, però, Giuseppe si può presentare in kefiah e cambiare nuovamente registro».
Però la leader dem sa che le primarie potrebbero rivelarsi rischiose
Nel 2023 Schlein non aveva nulla da perdere, adesso invece una sua sconfitta ai gazebo si ripercuoterebbe negativamente sull’intero Partito democratico e segnerebbe il suo personale destino politico.
Perciò c’è chi nel Pd le consiglia di non intraprendere la strada delle primarie. Fosse per lei, racconta chi la conosce, la segretaria seguirebbe questi suggerimenti (non quello però di fare un passo indietro) e sceglierebbe la via adottata dal centrodestra per decidere chi si candida a Palazzo Chigi: il leader o la leader della forza politica che ha più voti guida la coalizione.
Ma Conte la provoca quando continua a dire, un giorno sì e l’altro pure: «Il leader non va scelto nel chiuso delle stanze, ma con primarie aperte». Perciò la segretaria intanto prende tempo, ripete che il dibattito sul voto nei gazebo «non è la priorità» e punta su due platee elettorali opposte, se proprio primarie avranno da essere: quella «matura» della Cgil e quella dei giovani. Schein è convinta che gli under 30 di sinistra preferiranno lei a Giuseppe Conte.
(da agenzie)
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
LE PRIMARIE (“CONTESTARLE E’ UN ERRORE POLITICO. POI SE CI FOSSE UN’INTESA FRA SCHLEIN E CONTE SU UN ‘PAPA STRANIERO’, CE LO FARANNO SAPERE”) E LA GAMBA CENTRISTA: “STIAMO LAVORANDO A UN CONTENITORE UNITARIO IN GRADO DI PRENDERE TRA IL 5 E IL 10%”
«Giorgia Meloni è evidentemente sotto botta», osserva Matteo Renzi. «Con la sconfitta al referendum, che non si aspettava, ha subito un triplo colpo», insiste il leader di Iv. «Per il centrosinistra è un’occasione d’oro: non sprechiamola».
Declini il triplo colpo, senatore.
«Il primo è psicologico: credetemi, fa molto male, e lo dice uno che c’è passato.
Erano certi di vincere con un margine netto, si sono svegliati con la mazzata più cocente che potessero immaginare».
La seconda botta?
«È politica: la premier ha perso l’aura dell’invincibilità. La leader che doveva farsi ascoltare da Trump ha fatto fatica persino a farsi sentire dalla Santanchè, figurarsi domani da Salvini o Vannacci».
E la terza?
«Meloni è rimasta senza racconto. Per quattro anni si è dipinta come la giovane underdog in lotta contro i poteri forti ma appoggiata dal popolo; oggi si ritrova appoggiata dal palazzo, con la fiducia nelle Camere, ma sfiduciata dal popolo».
Può sempre rialzarsi, non crede?
«Può recuperare il colpo psicologico e il rapporto con la sua maggioranza, ma non la narrazione. In questi quattro anni non ha approvato una sola riforma e ha aumentato le accise, la pressione fiscale, l’insicurezza, il numero dei giovani che vanno via dall’Italia. Ma aveva dalla sua un messaggio forte: me lo chiede il popolo. Adesso non potrà più utilizzarlo».
Allora ha ragione Fazzolari a suggerirle di anticipare le elezioni?
«Lei non lo farà perché è una donna priva di coraggio. Anzi, è probabile che porti la legislatura a scadenza naturale nell’autunno 2027. Si incollerà alla poltrona col Vinavil.
Ma i problemi non scompariranno».
Rischia il logoramento?
«È già iniziato e adesso è semplicemente inarrestabile».
È un suo auspicio o una profezia?
«Le rispondo con un esempio. Meloni ha fatto tutta la campagna referendaria professandosi garantista. Il giorno dopo la sconfitta, ha fatto fuori gli indagati Bartolozzi, Delmastro e Santanché. Con una inversione a U ha ripreso la strada giustizialista di Bibbiano. Il suo garantismo è durato lo spazio di un exit poll».
Per il centrosinistra si apre un’autostrada che porta a Chigi?
«A questo punto, per come si sono messe le cose, il centrosinistra può soltanto farsi male da solo. Perciò il primo tema da condividere è la consapevolezza. Bisogna che tutti capiscano quanto sia clamorosa la sfida in ballo: possiamo impedire il bis della destra ed eleggere un capo dello Stato che fino al 2036 garantisca gli equilibri istituzionali. Una responsabilità enorme».
Per mettere in piedi una coalizione competitiva servirebbe una road map: la sua qual è?
«Primo, insistere sulle tre S, le tre questioni su cui Meloni sta perdendo la faccia: stipendi bassi, erosi da inflazione e caro-bollette; sanità, dove le liste d’attesa stanno facendo uscire di testa le persone; sicurezza, soprattutto. Quando hai gruppi Telegram fatti da 17enni che preparano stragi, o bande di maranza che spadroneggiano su interi territori nelle grandi città, o se le ragazze hanno paura di andare la sera in stazione, vuol dire che la situazione è fuori controllo. Qui si gioca la forza del nostro campo».
E sulla politica estera, come farete a mettervi d’accordo?
«Dopo le parole di Conte sul sostegno all’Ucraina e la necessità di una svolta negoziale, mi sembra che non ci siano più distinguo».
Rimane il nodo del candidato premier: primarie sì o no?
«Sì. Bisognerebbe fare due cose: scegliere sin d’ora il periodo in cui farle e mettere subito a lavorare un gruppo di persone sulle regole. Poi, se ci fosse un’intesa fra Schlein e Conte su un “papa straniero”, ce lo faranno sapere. Ma contestare le primarie è un errore politico: il centrosinistra deve viverle come una festa di popolo, affermando il principio che chi vince ha il consenso di chi ha perso».
La sfida ai gazebo non rischia però di lasciare scorie, dividere anziché unire i leader progressisti?
«No se si trova prima un’intesa sulle regole e un framework di punti sui quali confrontarsi. Ripeto, a un certo momento può sempre succedere che la segretaria del Pd e il capo dei 5S decidano di scegliere un altro candidato. Ma possono farlo soltanto loro, nessun altro».
A che punto è la costruzione della gamba centrista che ancora manca?
«Stiamo lavorando a un contenitore unitario in grado di prendere tra il 5 e il 10%, fondato su due capisaldi: porte aperte e nessun veto. Dentro ci dovranno stare tutte le realtà riformiste che non fanno parte del Pd, ma anche singoli protagonisti: noi di Iv, +Europa, socialisti, sindaci, amministratori e, se vorranno, i movimenti civici che stanno nascendo. Insieme decideremo un nostro candidato o candidata alle primarie. E intanto l’11 aprile a Roma faremo partire le primarie delle idee per ritrovarci sulle cose da fare».
Ultima curiosità: lei e Conte come siete riusciti a passare dai veti reciproci all’alleanza?
«Nessuno di noi può rischiare di consegnare di nuovo l’Italia a Meloni. Il referendum ha mostrato con chiarezza che lei non è maggioranza nel Paese: siamo stati noi del centrosinistra, con le nostre divisioni, a regalarle la superiorità numerica in Parlamento nel ‘22. La leader di FdI andò al governo con il 26% dei voti solo perché eravamo spaccati in tre: Pd, M5s e centristi. Non può e non deve più succedere. Mi pare che l’abbiamo capito tutti».
(da Repubblica)
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Marzo 31st, 2026 Riccardo Fucile
PRIMA DI DIMETTERSI, BARTOLOZZI AVREBBE AVUTO RASSICURAZIONI DA PALAZZO CHIGI SULLO SCUDO PENALE DEL PARLAMENTO. TRADOTTO: VA SOTTRATTA AL PROCESSO PERCHE’ CONOSCE TUTTI I SEGRETI DEL PASTICCIO SUL TORTURATORE LIBICO. ED È MEGLIO CHE NON PARLI
Dimissionata dal ministero, ma blindata più di prima nell’inchiesta sulla liberazione di
Almasri. Inaccettabile, per la destra, «la distinzione artificiosa tra reato ministeriale e reato comune».
Ecco perché Giusi Bartolozzi, la ex capa di gabinetto di via Arenula indagata a Roma per falsa testimonianza, va sottratta al processo sulla vicenda del torturatore libico riportato a casa, secondo la strategia della maggioranza. Perché processarla in un filone ordinario e parallelo, così come avevano invece già valutato Tribunale dei ministri e Procura di piazzale Clodio, significherebbe trascinare, di fatto, il governo indirettamente alla sbarra.
Tradotto: salvare l’ex “zarina” e pagare pegno a maggior ragione dopo che Palazzo Chigi le ha imposto la fulminea defenestrazione. Così l’Ufficio di presidenza della Camera è pronto, domani, a dare il via libera per sollevare il conflitto di attribuzione dinanzi alla Corte Costituzionale.
Ecco con quale argomento, l’Udp è pronto a scudare definitivamente Bartolozzi. Per connettere la sua posizione a quella dei membri del governo Nordio, Piantedosi e
Mantovano, già salvati dal Parlamento (nel voto sulla improcedibilità, 9 ottobre) «è sufficiente – stando alla tesi del centrodestra in Udp – la sussistenza di un nesso finalistico consapevole tra le condotte» dei ministri e quello della Bartolozzi.
«Perché il reato-mezzo era funzionalmente orientato a realizzare o a celare il reato-fine», è scritto. Insomma: lei ha mentito per coprire il ministro Nordio e la linea del governo. Ed è sulla scorta di questi ragionamenti, sostenuti con forza dal vicepresidente Mulè, che il voto di domani appare scontato. Il via libera dell’Udp passerà all’Aula che, sorprese a parte, darà il suo avallo.
Resta un dubbio, che a destra non ignorano: se la Consulta dovesse prendersi alcuni mesi per la decisione, una eventuale bocciatura arriverebbe proprio a ridosso della campagna per le Politiche, carburante per la sinistra. Un rischio che ai meloniani non piace per nulla. Sarebbe la maledizione del caso Almasri.
(da agenzie)
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