Marzo 9th, 2026 Riccardo Fucile
IL PIO SOTTOSEGRETARIO, CHE AVEVA DETTO CON UNA CERTA SICUMERA “I CATTOLICI VOTERANNO SÌ”, HA SCELTO DI FARE A GARA CON NORDIO A CHI LA SPARA PIÙ GROSSA: E MENO MALE CHE DOVEVA ESSERE LA FIGURA DI COLLEGAMENTO TRA IL QUIRINALE E I BARBARI DI PALAZZO CHIGI
Come Missionari Comboniani della Provincia Italiana sentiamo il dovere di rivolgere un appello
a tutta la comunità cristiana e a quanti e quante si riconoscono nei valori di dignità, giustizia, equità e solidarietà che animano il nostro impegno missionario.
Andiamo a votare
Il 22 e 23 marzo 2026 come cittadini e cittadine italiani/e siamo chiamati/e a esprimerci sul referendum costituzionale riguardante la riforma della magistratura. La partecipazione al voto non è un semplice diritto civile: è un dovere e un atto di responsabilità verso la comunità, un gesto concreto di cura per il bene comune. Disertare le urne significherebbe abdicare alla nostra responsabilità di cittadini e, per noi cristiani, anche di credenti impegnati nel mondo per la sua trasformazione secondo i valori del Regno.
Di cosa si tratta
Il referendum chiede a noi cittadini/e di confermare o respingere la riforma costituzionale – già approvata dal Parlamento – che prevede la separazione definitiva delle carriere tra magistrati giudicanti (i giudici) e magistrati requirenti (i pubblici ministeri), la divisione del Consiglio Superiore della Magistratura in due organi distinti, e l’istituzione di una nuova Alta Corte disciplinare. Si tratta di modifiche strutturali profonde al sistema giudiziario, che incidono direttamente sull’equilibrio dei poteri sancito dalla nostra Costituzione.
La Costituzione: un patrimonio da custodire
La Costituzione della Repubblica Italiana, nata dal sacrificio e dalla visione di chi ha resistito alle dittature e ha costruito la democrazia nel dopoguerra, non è un documento burocratico. È la carta dei nostri diritti fondamentali, il patto che unisce i cittadini, la garanzia che nessuno – nessun potere politico, economico o istituzionale — possa porsi al di sopra della legge. Essa ha saputo nel tempo assorbire le tensioni della storia italiana rimanendo un punto di riferimento stabile e condiviso.
Come Missionari Comboniani siamo profondamente convinti che la tutela dell’indipendenza della magistratura – nella sua unitarietà – sia un presidio fondamentale dello Stato di diritto e della tutela dei più deboli. Un sistema giudiziario equilibrato è strumento di giustizia per i poveri, per gli ultimi, per chi non ha voce.
Modificare gli assetti costituzionali richiede ponderazione, ampio consenso e una chiara visione del bene comune: non può essere il frutto di contingenze politiche alimentate da un inaccettabile e continuo attacco ai magistrati quando non intervengono a favore degli interessi del governo.
Il nostro orientamento
Rispettando pienamente la libertà di coscienza di ciascuno, e consapevoli della complessità del dibattito in corso, come Missionari Comboniani riteniamo che, in questa fase storica, le ragioni a favore della conservazione dell’assetto costituzionale attuale siano molto più solide e convincenti di quelle a sostegno della riforma proposta.
Invitiamo pertanto a votare NO perché questa riforma rischia di indebolire quei meccanismi di equilibrio e controllo che la Costituzione ha sapientemente costruito per garantire davvero la giustizia e il bene di tutti e tutte, specialmente dei più fragili.
Con fraternità e speranza, continuiamo a camminare insieme, fedeli al Vangelo e impegnati a costruire un mondo più umano e più giusto.
8 Marzo 2026
I Missionari Comboniani d’Italia
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Marzo 9th, 2026 Riccardo Fucile
PER TEHERAN LA QUESTIONE NON È VINCERE LA GUERRA MA SOPRAVVIVERE, E QUESTO DIPENDERÀ ANCHE DALLA TENUTA INTERNA DEL REGIME, IN PARTICOLARE DEI PASDARAN” … IL CAMALEONTISMO DI GIORGIA MELONI NON PUO’ DURARE PER SEMPRE: “L’IMPIEGO DELLE BASI AMERICANE IN ITALIA RICHIEDE IL CONSENSO POLITICO DEL GOVERNO NEL QUADRO DEGLI ACCORDI BILATERALI E DEI LIMITI COSTITUZIONALI SULL’USO DELLA FORZA. PER QUESTO IL TEMA È POLITICAMENTE DELICATO”
Ambasciatore Ettore Sequi, lei ha una lunga e prestigiosa carriera diplomatica. Già segretario generale del Ministero degli Affari Esteri, già ambasciatore d’Italia a Pechino, prima a Kabul e Capo Delegazione dell’Unione Europea a Tirana. Cosa dobbiamo aspettarci dalla guerra in Iran?
«La chiave è che Usa e Israele hanno obiettivi in parte diversi: Washington vuole cancellare la minaccia iraniana e uscire dal conflitto; Israele punta a spezzare in modo definitivo il regime.
Per Teheran la questione non è vincere la guerra ma sopravvivere alla guerra, e questo dipenderà anche dalla tenuta interna del regime, in particolare dei Pasdaran. I Paesi della regione guardano con preoccupazione a entrambe le ipotesi: un Iran aggressivo o un Iran imploso destabilizzerebbero comunque l’equilibrio regionale».
Possiamo parlare di terza guerra mondiale?
«No: non è uno scontro diretto tra grandi potenze ma una guerra regionale con effetti globali, capace di destabilizzare energia, rotte marittime e sicurezza regionale senza trasformarsi in un conflitto mondiale».
Non si fa che parlare di basi Usa e del loro utilizzo. Potrebbero essere usate come basi di attacco?
«Le basi americane in Italia non sono automaticamente piattaforme offensive perché il loro impiego richiede il consenso politico italiano nel quadro degli accordi bilaterali e dei limiti costituzionali sull’uso della forza. Per questo il tema è politicamente delicato».
Qual è il suo punto di vista sullo stato della guerra in Ucraina?
«Il volto di questo conflitto è cambiato diverse volte. Si è passati dallo “sfondamento” allo “sfinimento”, all’usura. C’è un’area di una trentina di chilometri che è governata dal controllo dei droni e in questa zona l’obiettivo è ammazzare più nemici possibili.
Si sta prendendo atto che la sicurezza europea si sta progressivamente separando dalla sicurezza americana e mentre la guerra in Ucraina è solo una parte del rapporto tra Usa e Ue, per l’Europa si tratta di un conflitto più esistenziale.
Due sono gli aspetti da considerare: da un lato una frammentazione europea, dall’altro le garanzie di sicurezza di cui si parla tanto non possono prescindere da una garanzia degli Usa che le renda effettive. Obiettivamente poi è sotto gli occhi di
tutti la frammentazione della visione politica europea, il che rende queste garanzie non sufficienti per gli ucraini e poco credibili per i russi».
Il modello dei volenterosi è stato un fallimento?
«Il grande fraintendimento è stato credere che ci fosse la volontà di andare a combattere sul campo contro i russi prima di una pace.
L’idea invece era quella di creare un contesto di deterrenza per la Russia in vista di un eventuale nuovo attacco. I volenterosi sono un tentativo di risposta ad un’Europa che non funziona. Sono il risultato di un’Europa che non sa prendere decisioni. Con l’allargamento dell’Unione europea, la situazione può peggiorare.
È per questo che alcuni Paesi come Serbia e Albania chiedono di poter entrare rinunciando al potere di veto, e quindi alla possibilità di entrare nel sistema del voto unanime. I volenterosi rappresentano la risposta ad un’Europa che non sa decidere, ma la loro operatività è tutta da dimostrare».
La decisione della Corte Suprema Usa sui dazi ha creato trambusto.
«La prima volta che Trump ha parlato di dazi si è aperto un grande dibattito economico. C’erano idee diverse sul tema, anche se effettivamente veniva riconosciuto il problema dello squilibrio della bilancia commerciale americana.
Dietro ai dazi c’era la volontà di accorciare le catene del valore e quindi di riportare le produzioni strategiche negli Usa, ma esiste anche un evidente argomento geopolitico.
La minaccia dell’imposizione di dazi è stata spesso usata come leva geopolitica. Ad esempio, Trump ha minacciato nuovi dazi ai Paesi europei che hanno osato mandare sparute truppe in Groenlandia per un’esercitazione».
Una leva economica che si traduce in guerra commerciale. Non è quello che fa la Cina da anni?
«La Cina ha saputo trarre vantaggio dalle opportunità derivanti dall’ingresso, ai tempi di Clinton, nel Wto. Si pensava che il progresso economico della Cina avrebbe favorito e consentito una democratizzazione, ma così non è stato, e comunque non nei termini immaginati.
Anche l’ingresso della Cina ha inciso profondamente sulla struttura del commercio internazionale, e ha creato alcune patologie che poi si sono riversate sul consumatore europeo, come nel caso della sovrapproduzione cinese».
È questo che ha contribuito all’indebolimento dell’Europa?
«In Europa abbiamo il problema di barriere tariffarie e non, e di forte concorrenza cinese. L’Europa cerca di trovare nuovi sbocchi: India, Mercosur. Si sta cercando di trovare circuiti alternativi per il commercio».
In un mondo che va verso il bipolarismo, Stati Uniti da una parte e Cina dall’altra, come si recupera terreno? Dove si colloca l’Europa?
«Quando parliamo di debolezza o lentezza dell’Ue dimentichiamo un punto essenziale: la Ue non è un’entità astratta o metafisica, ma il risultato delle decisioni, o delle non decisioni, degli Stati membri.
Quando ero ambasciatore dell’Unione europea ricordo che, di fronte a dossier delicati come i diritti umani in Cina, si preferiva spesso una dichiarazione congiunta per evitare esposizioni nazionali dirette. Nessuno voleva assumersi il costo politico individuale».
Quindi noi siamo rimasti indietro perché nessuno ha avuto il coraggio di prendere posizione?
«Siamo rimasti indietro perché è difficile e costoso avere la lungimiranza di comprendere che, di fronte ai macrosistemi globali, i singoli Stati europei sono troppo piccoli. Tuttavia, è politicamente più semplice mantenere la frammentazione che cedere sovranità.
La cooperazione rafforzata non risolve tutto, ma può essere uno strumento. Un esempio concreto: per produrre un F-35 servono circa 25 chili di un magnete speciale al samario, la cui produzione è concentrata in Cina. Se Pechino ne blocca l’export, la produzione si ferma. Siamo in competizione ma anche in interdipendenza. Restando divisi rischiamo di essere schiacciati.»
L’Ue è indietro anche sui dati. Non c’è un social europeo, lo stesso vale per l’intelligenza artificiale.
«Quello è un disastro serio. Partiamo da un punto fermo: la proprietà, ma anche la gestione e il controllo del dato, risiedono o nelle mani dei governi, come in Cina, o in quelle di grandi società private statunitensi.
L’Europa non ha nulla di paragonabile. Non si tratta solo di possesso, ma anche di concreta influenza, se vogliamo parlare in termini di soft power. Il dato alimenta l’algoritmo dell’Intelligenza artificiale. Queste grandi piattaforme, pubbliche o private, oltre a possedere i dati, gestiscono le infrastrutture digitali che determinano
come i dati vengono combinati e utilizzati. Servono per addestrare i modelli di intelligenza artificiale tramite gli algoritmi. Tradotto: chi controlla i social controlla gran parte dell’ecosistema informativo.
Gli algoritmi indirizzano e selezionano le informazioni, modellando ciò che gli utenti percepiscono come normale o importante. Diventano quindi attori di costruzione culturale di significati, valori e opinioni. La competizione geopolitica oggi si è estesa alla sfera cognitiva.
Chiamarlo semplicemente soft power è forse riduttivo. Non si compete più solo su armamenti e risorse, ma su infrastrutture digitali, standard tecnologici e modelli di intelligenza artificiale».
(da La Verità)
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Marzo 9th, 2026 Riccardo Fucile
È FERMA MERCE PER UN VALORE DI CIRCA 25 MILIARDI DI DOLLARI, MENTRE IL PREZZO DEL BARILE HA SUPERATO I 100 DOLLARI – I CARGO CINESI SONO GLI UNICI A NON AVERE LIMITAZIONI
Il segnale Gps del cellulare impazzisce proprio quando in lontananza appaiono le sagome di
grandi navi cariche di container colorati, quelle che da una settimana stazionano a largo del Golfo dell’Oman. Evanescenti, oltre le palme che incorniciano la spiaggia cristallina di Khor Fakkan, la cittadina portuale emiratina, a pochi chilometri dal collo di bottiglia dello Stretto di Hormuz.
Anche Google Map è sconvolta dal jamming — il disturbo indotto dei segnali — che dall’inizio degli attacchi israelo-americani l’Iran usa per far impazzire i radar marittimi e che collocano le navi in luoghi improbabili: compresi i paraggi degli aeroporti e le centrali nucleari.Dall’inizio del conflitto, dice Lloyd’s List Intelligence, che raccoglie e analizza i dati marittimi, ci sono state almeno 3.500 interferenze a Gps e Ais (Automatic Identification System). Così tante che gli armatori stanno chiedendo di spegnere i sistemi per evitare incidenti.
Da Hormuz finora passavano un centinaio di navi al giorno, 3mila al mese: insieme a un quarto dell’approvvigionamento petrolifero mondiale pari a 14 milioni di barili al giorno, estratti dall’Arabia Saudita, dal Kuwait e dall’Iraq. E pure il gas naturale liquefatto del Qatar, secondo produttore mondiale dopo gli Stati Uniti.
Ora, invece, intrappolate nel Golfo, ci sono 400 navi: mentre altre 500 aspettano fuori. Alcune cariche, altre no, ma dal valore cumulativo di circa 25 miliardi di dollari, secondo un calcolo di Lloyd’s Market Association.
Certo, qualche alterativa esiste: i sauditi possono spedire parte del loro greggio via oleodotto fino a Yanbu, sul Mar Rosso. Ben sapendo che il traffico navale lì era crollato nel 2023, quando iniziarono gli attacchi degli Houthi, gli amici di Teheran che ora tacciono ma potrebbero sempre svegliarsi.
Una scorciatoia, dicono gli esperti, che comunque, pur sfruttata al massimo, non compensa gli effetti del blocco: può gestire al massimo 4 milioni di barili, un terzo di quelli trasportati via Hormuz. Nell’attesa, non resta che ridurre la produzione.
D’altronde, l’Iraq è già sceso del 70 per cento, i sauditi hanno chiuso la loro raffineria più grande e il Qatar un impianto di esportazione di gas liquefatto. Ma i clienti sono agitati. L’80% degli idrocarburi che escono dal Golfo alimenta superpotenze economiche come India, Cina, Corea e Giappone. Mentre la parte restante va all’Europa, che per rimpiazzare il metano di Putin aveva incrementato le importazioni via nave.
Le navi cinesi — il Paese più esposto al blocco, dipendente al 50% dal petrolio del golfo — potenzialmente possono transitare. E infatti nella confusione, anche tecnologica, del momento, c’è chi bluffa inserendo dati falsi nei transponder. E passa, dichiarandosi falsamente “proprietà cinese”.
Ci sono riusciti già in 10: compresa la Iron Maiden, nave mercantile carica di zucchero grezzo che batte bandiera delle Isole Marshall, dall’equipaggio tosto come la band di Heavy Metal di cui porta il nome. Prima ancora, una petroliera panamense, la Bogazici, ha invece attraversato lo stretto identificandosi come “Musulmana Vsl Turca”: salvo tornare al nome originale una volta scampato il pericolo.
Di sicuro investitori e compagnie assicurative che hanno già fatto levitare i costi, non si fidano di Trump: che pure ha promesso di mandare scorte militari americane alle petroliere che devono attraversare Hormuz (annunciando anche un programma di riassicurazione da 20 miliardi di dollari per rilanciare il traffico marittimo nell’area).
«Scortarle richiederebbe un’enorme quantità di tempo, anche perché andrebbe fatto praticamente una alla volta», dice Matt Wright, analista di Kpler, parlandone alla tv americana Cnbc: «La Marina Usa non ha abbastanza risorse per proteggere un numero così elevato di navi mentre conduce operazioni militari contro l’Iran».
Intanto, il prezzo del petrolio sale: venerdì era a 93 dollari, ma l’aspettativa degli analisti è che, in assenza di soluzioni a breve, si arrivi almeno a 108. «Se non si troverà una soluzione entro due settimane», dicono gli esperti di Wood Mackenzie «questa guerra provocherà aumenti dei prezzi a livello globale».
(da agenzie)
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Marzo 9th, 2026 Riccardo Fucile
NEI MESSAGGI ARRIVATI AI CONNAZIONALI ISCRITTI ALL’ANAGRAFE DEI RESIDENTI ALL’ESTERO SI INVITA A VOTARE SÌ IL 22 E 23 MARZO “PER SOSTENERE IL GOVERNO MELONI IMPEGNATO A COMBATTERE IL SISTEMA DELLE CORRENTI DI SINISTRA NELLA MAGISTRATURA ITALIANA” … DAL CONSOLATO SI DICONO “SCANDALIZZATI. NON RIENTRA NELLE NOSTRE FUNZIONI VEICOLARE INDICAZIONI DI VOTO”
C’è chi aveva solo bisogno di rinnovare il passaporto, chi ottenere la Carta d’identità elettronica che diventa obbligatoria. Ma più che informazione di servizio alcuni italiani iscritti all’Anagrafe dei residenti all’estero e in particolare nel distretto servito dal consolato di Barcellona stanno ricevendo l’indicazione di votare Sì al referendum “per sostenere il governo Meloni impegnato a combattere il sistema delle correnti di sinistra nella magistratura italiana”. sono finiti nel gruppo Lista Azzurra che fa propaganda per Fratelli d’Italia attraverso messaggi e video in cui l’indicazione di voto per il referendum è una e una sola: Sì.
Ma in realtà il Comites non c’entra nulla, anzi. “Sono scandalizzata: non rientra nelle nostre funzioni né nei fini dell’organismo in cui siamo eletti veicolare indicazioni di voto. Se uno dei nostri consiglieri dovesse approfittare del suo ruolo sarebbe gravissimo” dice al nostro giornale la presidente del Comites Barcellona, Roberta Martin.
Il filo conduttore di tutte le segnalazioni porta ad Anna Papavero, eletta per la Lista Azzurra proprio nel Comites di Barcellona: proprio a lei si erano rivolti i connazionali, alcuni residenti a Palma di Maiorca, per la questione dei documenti di identità.
È compito del Comites fornire questo tipo di supporto ai connazionali residenti nella circoscrizione consolare (in questo caso di Barcellona) visto che si tratta dell’organo di rappresentanza degli italiani all’estero nei rapporti con le rappresentanze diplomatico-consolari.
E qui però c’è l’inghippo. Anziché indicazioni di servizio, questi connazionali si ritrovati a ricevere messaggi utili solo alla propaganda politica: per le Europee del 2024 l’invito a votare Fratelli d’Italia. Oggi a ridosso del referendum a votare Sì.
“Come saprete esercitare il diritto di voto all’estero è molto importante e le nostre liste sostengono con forza il governo Meloni così impegnato a combattere il sistema delle correnti di sinistra nella magistratura italiana, correnti politicizzate che, purtroppo hanno sempre caratterizzato la vita di tutti noi (come si sta vedendo negli ultimi tempo con sentenze contrarie ad ogni buon senso)” si legge in un messaggio della chat Azzurra Comites Barcellona che poi insiste: “Negli ultimi 15 anni nonostante migliaia di errori giudiziari, solo 15 giudici italiani sono stati condannati. Il referendum mira a modificare questa enorme ingiustizia attraverso la riforma della Costituzione promossa dal governo Meloni. Per questo motivo SUGGERIAMO A TUTTI I NOSTRI COMPATRIOTI DI VOTARE SI’. È
molto importante votare (è anche una dimostrazione di esistenza per i cittadini italiani residenti all’estro) ed è altrettanto importante votare il giorno stesso in cui si riceve la busta elettorale poiché il servizio postale spagnolo è (purtroppo) molto lento e la busta con le schede elettorali deve arrivare all’ufficio consolare entro le 16 del giovedì precedente la data delle elezioni in Italia. VOTIAMO CON CONVINZIONE SI’ PER SOSTENERE ANCHE DALL’ESTERO IL GOVERNO MELONI”.
E poi c’è anche il video con le istruzioni: viene spiegato per filo e per segno come deve essere effettuato il voto postale e soprattutto che la croce deve essere messa sul Sì, che peraltro è già barrato nella scheda prima che una mano di donna la imbusti.
“Avevo contattato Anna Papavero per la questione della mia Cie dato il suo ruolo per conto del Consolato. Lei mi ha invitato a iscrivermi a questa chat dove avrei trovato notizie aggiornate e ufficiali per tutte le esigenze di noi residenti in Spagna. Poi però tra un’informazione consolare e l’altra sono stati postati questi messaggi, il video e mi sono chiesto: ma possibile che il consolato dia indicazione di cosa votare?” spiega uno degli italiani che ha contattato il Fatto e che preferisce mantenere l’anonimato.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Marzo 9th, 2026 Riccardo Fucile
INOLTRE, LA SUA EFFICACIA DIMINUISCE CON L’AUMENTARE DEI RINCARI. SAREBBE MEGLIO UN TAGLIO DIRETTO DELLE ACCISE, COME QUELLO CHE VARÒ DRAGHI NEL 2022, MA NON CI SONO QUATTRINI
Il ritorno dello shock energetico rischia di gelare le aspettative dei consumatori. Mentre i venti
di guerra nel Golfo Persico soffiano con intensità crescente, la strategia per contenere il rincaro dei carburanti si affida al fragile scudo delle accise mobili, un automatismo fiscale che rischia di rivelarsi insufficiente di fronte a una crisi sistemica.
Nel Consiglio dei Ministri di martedì prossimo si cercherà di trovare la quadratura del cerchio, ma i margini di manovra sono pochi
La scommessa di utilizzare questo percorso, secondo i trader e gli analisti, appare come una trincea sottile contro un’ondata che minaccia di travolgere le stime dell’ultimo Documento Programmatico di Finanza Pubblica dello scorso autunno.
Il funzionamento tecnico delle accise mobili poggia su un principio di vasi comunicanti tra l’imposta sul valore aggiunto e i tributi fissi sulla fabbricazione dei prodotti raffinati. Ogni volta che il prezzo del greggio supera il valore di riferimento indicato nel Dpfp, lo Stato incassa automaticamente un gettito Iva superiore alle previsioni.
La normativa prevede che il 22% di questo extragettito possa essere destinato alla riduzione delle accise, restituendo all’automobilista una quota del rincaro sotto forma di sconto fiscale automatico. Tradotto: ogni dieci centesimi, 2,2 possono essere ridotti tramite compensazione.
Tuttavia, l’efficacia di questa protezione diminuisce proprio quando la crisi morde con più forza. Nelle simulazioni attuali, con un Brent ipotizzato a 105 dollari al barile — un rialzo di circa 39 dollari rispetto ai parametri governativi — il prezzo della benzina salirebbe a 1,884 euro al litro e quello del gasolio a 2,063 euro. In questo scenario, l’attivazione massima delle accise mobili garantirebbe un risparmio di 4,7 centesimi sulla verde e di 7,5 centesimi sul diesel, portando i prezzi rispettivamente a 1,837 e 1,988 euro.
Si tratta di un ammortizzatore reale, capace però di assorbire soltanto il 40% circa del rincaro complessivo subito dal consumatore finale, lasciando scoperta la parte più consistente dell’esborso.
Il quadro si fa drammatico in uno scenario di crisi acuta, con il Brent a 150 dollari, livelli che evocano i picchi dell’estate 2022. In questa eventualità, i prezzi alla pompa sfonderebbero ogni record precedente: la benzina supererebbe i 2,13 euro al litro e il gasolio i 2,45 euro. Sebbene lo sconto fiscale garantito dalle accise mobili salirebbe in valore assoluto a 10,1 centesimi sulla benzina e 16,2 sul gasolio — fissando i prezzi finali a 2,030 e 2,297 euro — la quota coperta dal meccanismo si ridurrebbe in modo ulteriore.
Il limite strutturale del sistema risiede in questa asimmetria: più violento risulta lo shock energetico, meno il gettito Iva riesce a neutralizzare l’impatto sui cittadini. Nel 2022 il governo Draghi scelse la strada del taglio diretto delle accise, una misura dai costi ingenti per l’erario ma dall’impatto immediato e profondo sui portafogli.
Le accise mobili, pur essendo più sostenibili per i conti pubblici, offrono un cuscinetto che si assottiglia si assottiglia nei momenti di massima emergenza, agendo più come un freno psicologico che come una barriera economica definitiva contro l’inflazione energetica.
Carlo Stagnaro, esperto dell’Istituto Bruno Leoni, solleva dubbi sulla natura della misura. «Credo che il meccanismo dell’accisa mobile sia poco più di un pannicello caldo. Poiché il tetto alla copertura è dato dall’extragettito Iva, le risorse disponibili sono di circa 2,2 centesimi per ogni 10 di aumento: un ammontare modesto. Finché Hormuz sarà chiuso, dovremmo consumare il meno possibile, non incentivare il consumo attraverso uno sconto fiscale», sottolinea.
Stagnaro rimarca la necessità di un cambio di paradigma: «In tempi di scarsità bisogna consumare meno. Nel 2022 abbiamo speso 90 miliardi di euro di aiuti, spesso a chi non ne aveva bisogno». [ «invece di distribuire pochi centesimi a tutti bisognerebbe focalizzarsi su chi è più a rischio ». Perché in bilico non è solo la tenuta economica del Paese ma anche quella sociale.
(da La Stampa)
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Marzo 9th, 2026 Riccardo Fucile
L’AMBASCIATORE STEFANINI: “DIPENDERÀ DALLA CAPACITÀ DI RESISTENZA DI TRUMP ALL’ACCUMULARSI DI PRESSIONI (A COMINCIARE DAL PREZZO DELLA BENZINA ALLE POMPE TEXANE O FLORIDIANE) PER DICHIARARE VITTORIA E METTERE FINE ALLA GUERRA. CI HA ABITUATI A SIMILI VOLTAFACCIA
Nove giorni di guerra senza via d’uscita in vista. Non sappiamo quando finirà. O come. Le conseguenze si allargano rapidamente a macchia d’olio alla regione, allo scenario internazionale, all’economia mondiale.
Il petrolio è arrivato a 92 dollari a barile – vedremo oggi se e quanto in crescita; nel giro di 30 giorni, i Paesi arabi del Golfo saranno a corto di generi alimentari, l’Australia di benzina, gasolio e kerosene per aerei; investimenti per trilioni di dollari nel Golfo di colossi “tech” americani come Nvidia, Oracle, Microsoft sono improvvisamente a rischio, reciprocamente, alcuni ricchi fondi sovrani arabi mettono in pausa loro investimenti all’estero.
Le dinamiche regionali sono intricate. Sotto attacco iraniano, i Paesi arabi pensano a come difendersi da missili e droni e minimizzarne gli effetti negativi sull’immagine di oasi finanziarie e turistiche in Medio Oriente, specie di mete come Dubai e Doha. Non volevano la guerra. Vi si trovano trascinati. Prima l’Iran non era amato ma non era nemico. Adesso lo è.
Scusandosi, e poi ritrattando le scuse, il Presidente Masoud Pezeshkian non ha migliorato la percezione. Ma si percepisce anche un certo raffreddamento verso un Presidente americano accolto trionfalmente meno di un anno fa’.
Da lui non si aspettavano quest’avventura e, tanto meno, quello che, agli occhi sauditi o qatarini, è stato un appiattimento di Trump su Netanyahu, che a latere procede verso l’annessione di fatto della Cisgiordania.
Le ricadute geopolitiche vanno dall’India, che deve tornare importare petrolio della Russia – con beneplacito americano di 30 giorni – all’Ucraina, che prontamente offre tecnologia e esperti collaudati contro droni iraniani, e soprattutto spera di non venir sacrificata da Trump in cambio dell’assordante quasi silenzio di Putin sul “partner strategico” iraniano.
Dalla Cina che, come buona parte dell’Asia-Pacifico, ad esempio Corea del Sud, Taiwan, Bangladesh, guarda nervosamente al rubinetto di Hormuz chiuso su gas e petrolio dal Golfo, si domanda se incassare un precedente per Taiwan, e, intanto, non vuole irritanti con Washington in vista della visita di Trump a fine mese, all’Europa, in contropiede nella risposta alla guerra, fino al punto di intaccare la “relazione speciale” fra americani e britannici.Tocchiamo così con mano il motivo per cui ben otto presidenti americani, compreso Trump nel primo mandato, non hanno voluto entrare in guerra con un regime che dall’esordio nel 1979 aveva fatto del “morte agli Stati Uniti e a Israele” il grido di battaglia e il collante ideologico della Repubblica islamica.
E agito di conseguenza, vedi attentato di Beirut del 1983 – contro una missione multinazionale che cercava di stabilizzare il Libano dopo il ritiro israeliano. Ciò nonostante, Washington sotto presidenze diversissime, non aveva mai varcato la soglia della guerra senza quartiere contro Teheran. Pur avendone motivo. Non perché non pensasse di poterla vincere. Per i rischi che comportava. Non tanto la guerra quanto le conseguenze.
Quelle alle quali stiamo assistendo dopo meno di dieci giorni sono l’inizio. In parte contingenti, in parte destinate a durare.
Dal 1979 molta acqua passata sotto i ponti ma stessa ratio.
Donald Trump le aveva messe in conto? A questo punto, domanda accademica. Il dado è tratto, il Rubicone varcato. Contano le due cose che non sappiamo. Quando e come finisce la guerra. Sono legate.
Il quando dipende dalla rispettiva capacità di resistenza. Dell’Iran, o meglio di un regime cui è leale, anche per interesse, solo un quinto della popolazione o poco più, al diluvio di bombe e missili cui è sottoposto. Di Trump all’accumularsi di pressioni – a cominciare dal prezzo della benzina alle pompe texane o floridiane – per dichiarare vittoria e mettere fine alla guerra. Ci ha abituati a simili voltafaccia. Questa volta c’è da augurarsi che non lo faccia.
Il regime teocratico iraniano è irriformabile. Lo era prima della guerra, sotto Ali Khamenei che aveva epurato tutta l’ala vagamente riformista – “passata all’opposizione” mi spiega un diplomatico europeo in servizio a Teheran alla fine dello scorso anno. Continuerà ad esserlo con Mojtaba Khamenei al posto del padre.
La pretesa di Trump di designare il futuro leader dell’Iran è magniloquenza. Ma l’obiettivo di “regime change” è l’unica soluzione per ridare normalità a una nazione martoriata e stabilizzare il Medio Oriente. Vittoria di Trump e di Netanyahu? Sì, ma anche nell’interesse dell’Europa e dell’Italia – e del mondo. Va sostenuto.
(da agenzie)
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Marzo 9th, 2026 Riccardo Fucile
I MILIARDARI DELLA TECNOLOGIA HANNO INIZIATO A COSTRUIRSI BUNKER DI LUSSO, FORTEZZE SOTTERRANEE, RIFUGI IN NUOVA ZELANDA E HAWAII, CON INVESTIMENTI CHE OSCILLAVANO TRA I DIECI E I CINQUANTA MILIONI DI DOLLARI CIASCUNO
Nelle stanze dei board della Silicon Valley circola da anni un incubo ricorrente: folle di
disoccupati, impoveriti dall’automazione e dall’intelligenza artificiale, che marciano armate verso i campus di Google, Amazon e Meta, decise a fare giustizia contro i miliardari che hanno rubato loro il futuro.
Non è uno scenario da film di fantascienza ma una preoccupazione concreta che esprimono da tempo futurologi, imprenditori tech e analisti. Molti ne parlavano già prima dell’esplosione dell’AI generativa.
Queste visioni apocalittiche richiamano i luddisti del XIX secolo – quegli operai inglesi che tra il 1811 e il 1816 distrussero i telai meccanici contro i padroni delle fabbriche che li usavano per licenziare e abbassare i salari. La storia, avvertono questi osservatori, sta per ripetersi su scala globale, con conseguenze potenzialmente catastrofiche
Nel 2017, il documentarista britannico Jamie Bartlett per la BBC realizzò “The Secrets of Silicon Valley”, penetrando dietro le quinte del mondo tech californiano. Una delle testimonianze più inquietanti venne da “Antonio”, pseudonimo di un imprenditore della Bay Area, che delineò uno scenario da incubo: entro trent’anni,
stimava, metà della forza lavoro mondiale sarà sostituita da robot e software intelligenti.
“Ogni volta che incontro qualcuno che lavora fuori dalla Silicon Valley, mi vengono immediatamente in mente dieci aziende che stanno lavorando per togliergli il posto”, confessava Antonio, con un misto di fascinazione e terrore.
Le sue previsioni non lasciavano spazio all’ottimismo: scioperi massivi che si diffondono da un settore all’altro, unendosi in un fronte comune di resistenza; persone letteralmente “spinte in strada” dalla disperazione economica; e negli Stati Uniti – dove le armi da fuoco sono ubique – una rivolta armata inevitabile.
“Ci saranno giorni molto, molto oscuri”, avvertiva, paragonando la situazione alla rivoluzione industriale ma “decisamente peggiore”. Antonio dipingeva un futuro distopico ma inevitabile, dove le big tech diventano i nemici pubblici numero uno, con le loro sedi aziendali trasformate in fortezze assediate da eserciti di disoccupati furibondi.
Sempre al 2017 risalgono le prime notizie sui bunker di lusso dei miliardari della Silicon Valley: case, fortezze sotterranee, rifugi acquistati principalmente in Nuova Zelanda e Hawaii, con investimenti che oscillavano tra i dieci e i cinquanta milioni di dollari ciascuno.
Peter Thiel, cofondatore di PayPal e primo investitore di Facebook, aveva già ottenuto la cittadinanza neozelandese come “piano B”. Sam Altman, CEO di OpenAI (l’azienda che avrebbe poi creato ChatGPT), ammise in interviste di possedere “armi, oro, antibiotici e terra” per ipotetici scenari da fine del mondo.
La motivazione esplicita dietro questi preparativi era, ed è, il timore di “una rivolta contro coloro che sono responsabili” della disoccupazione tecnologica di massa.
Douglas Rushkoff, critico dei media e teorico della tecnologia, ha vissuto in prima persona la paranoia di queste élite. Anni fa venne convocato nel deserto da cinque miliardari tech che, anziché farlo salire su un palco per una conferenza, lo interrogarono in una green room su questioni binarie: “Bitcoin o Ethereum? VR o AR? Nuova Zelanda o Alaska?” – dove posizionare i bunker per “l’evento”.
Per “evento” intendevano il collasso: impulso elettromagnetico, cambiamento climatico, disastro nucleare, o “disordini economici che rendono il mondo invivibile per tutti, tranne loro”.
Rushkoff rimase scioccato: “Questi erano gli uomini più ricchi e potenti con cui mi fossi mai seduto nella stessa stanza, eppure si sentivano completamente impotenti a
influenzare il futuro. Il meglio che potevano fare era prepararsi al collasso inevitabile e resistere.”
La maggior parte del tempo venne spesa su una domanda ossessiva: come mantenere il controllo delle guardie di sicurezza private dopo che il denaro diventerà inutile? Stavano “giocando” con scenari post-apocalittici usando lo stesso modello individualista che avevano sempre applicato – dove vincere significa salvarsi da soli, abbandonando il resto dell’umanità.
Rushkoff, marxista dichiarato, notò l’assurdità: “Il punto del marxismo è guardare alle condizioni materiali di persone reali in luoghi reali. Per questi tizi, in parte a causa della loro tecnologia e della loro comprensione distorta del capitalismo, l’obiettivo del gioco è raggiungere quel punto omega, quell’attrattore strano alla fine del tempo, per letteralmente lasciarci indietro.” Ray Kurzweil, futurologo di Google, vuole caricare la sua coscienza su un chip e “salire interamente dalla crisalide della materia nell’etere come dati”.
Già nel 2013, uno studio dell’Università di Oxford condotto dagli economisti Carl Benedikt Frey e Michael Osborne calcolava che il 47% dei posti di lavoro negli Stati Uniti era a rischio di automazione nei successivi dieci-vent’anni
L’OCSE nel 2018 raffinò la stima al 14% nei paesi sviluppati, ma sottolineando impatti fortemente asimmetrici: autisti, cassieri, operai manifatturieri, operatori di call center, contabili – tutte categorie destinate a una contrazione drastica. In Italia, rapporti dell’ISTAT tra il 2015 e il 2018 indicavano tra i cinque e i sette milioni di posti di lavoro potenzialmente a rischio, con il Mezzogiorno particolarmente esposto.
L’accelerazione dell’intelligenza artificiale dopo il 2022, con l’avvento di ChatGPT e sistemi simili, ha drammaticamente peggiorato queste proiezioni. McKinsey nel 2023 stimava che entro il 2030 fino a 800 milioni di posti di lavoro a livello globale potrebbero essere eliminati dall’automazione, con Stati Uniti e Cina in prima linea.
Goldman Sachs nel 2023 calcolava che l’AI generativa potrebbe automatizzare l’equivalente di 300 milioni di posti di lavoro a tempo pieno. Nel 2025, Amazon da sola ha tagliato oltre 30.000 posizioni sostituendole con sistemi AI per gestione magazzini e customer service.
Ma i dati più allarmanti riguardano la disuguaglianza. Secondo la Federal Reserve, nel 2025 l’1% più ricco degli americani detiene il 32% della ricchezza nazionale,
una concentrazione che non si vedeva dall’età dorata dei baroni rapinatori di fine Ottocento
I CEO delle big tech incarnano questa disparità: Elon Musk vale circa 400 miliardi di dollari, più del PIL di nazioni intere. Mark Zuckerberg ha speso 270 milioni per costruire un bunker sotterraneo nel suo compound hawaiano, completo di scorte alimentari per anni e sistemi di filtraggio dell’aria anti-radioattivi. Jeff Bezos e Larry Page hanno investito in ranch fortificati nelle zone più remote degli Stati Uniti.
Per comprendere la natura di queste paure, bisogna tornare ai luddisti originali. Ned Ludd e i suoi seguaci non erano tecnofobici irrazionali: erano tessitori qualificati che vedevano i telai meccanici distruggere non solo i loro lavori, ma l’intero tessuto sociale che garantiva dignità e sussistenza.
Come scrive Brian Merchant nel suo libro del 2023 “Blood in the Machine”, “sostenere che un tessitore è deluso nel riconoscere che una macchina distrugge il suo lavoro è ‘contrario’ ai suoi interessi sembra l’eclissante illusione. Se una persona deve lavorare per sopravvivere, e il suo lavoro viene automatizzato, dovresti essere o deluso o volontariamente disonesto per sorprenderti quando combatte per mantenerlo.
Attaccavano le macchine perché quelle macchine erano nelle mani di padroni che le usavano come armi economiche contro i lavoratori, per abbassare i salari e imporre condizioni disumane. Il vero nemico, più che la tecnologia in sé, era il potere che la controllava.
I luddisti non erano contrari al progresso tecnologico in sé – erano artigiani qualificati con una storia di incorporazione di nuove tecnologie nella loro professione.
La specifica tecnologia che opponevano (il telaio meccanico) era destinata a distruggere la loro industria e sostituirli con fabbriche piene di bambini lavoratori, che avrebbero inondato il mercato con merci di prezzo inferiore e qualità inferiore.
Merchant ricostruisce minuziosamente come i luddisti furono criminalizzati, processati e impiccati come terroristi dal governo britannico, che schierò più truppe contro di loro che contro Napoleone. La ribellione durò quindici mesi – dal 1811 al 1816 – e fu massiccia in scala.
Ma fu anche futile, perché lo Stato era governato dai ricchi e avrebbe continuato a sorvegliare e reprimere la popolazione fino a proteggere gli interessi della ricchezza e della proprietà.
Ma ciò non significa che la resistenza luddista non abbia fatto alcuna differenza. Nel decennio dopo la repressione della rivolta, l’Inghilterra abrogò il Combination Act, segnando uno dei primi passi importanti verso la formazione della classe lavoratrice e del movimento operaio moderno. Lo spettro della resistenza luddista influenzò anche la cultura popolare, in particolare il romanzo di Mary Shelley “Frankenstein”.
Come osserva Dave Karpf nella sua recensione del libro di Merchant, “quando tutte le vie legittime per esprimere resistenza e dissenso sono precluse, le persone si rivolgono a tattiche illegittime.”
I tessitori avevano richieste ragionevoli – salari equi, protezioni per l’industria professionale esistente, condivisione dei profitti che queste nuove tecnologie avrebbero generato – ma furono ignorate dallo Stato. Così presero di mira le macchine stesse: distrussero telai meccanici, bruciarono fabbriche, imposero costi diretti agli industrialisti nel tentativo di ottenere condizioni di lavoro migliori.
Rushkoff definisce “The Mindset” l’ideologia comune alle élite tech: la fede che possano in qualche modo isolarsi usando denaro e tecnologia dai danni che stanno creando, come “costruire un’auto che va abbastanza veloce da sfuggire al proprio scarico”.
Questa mentalità include uno scientismo ateo (la coscienza umana è solo un’illusione perpetrata dal DNA), aderenza ai pregiudizi del codice digitale, comprensione di tutte le relazioni umane come fenomeni di mercato, paura delle donne, della natura, dei neri e degli indigeni, e comprensione del progresso come linee rette verso il futuro.
“The Mindset” richiede una vera fede nella tecnologia, e nel fatto che essa possa solo portare a una evoluzione in positivo della società: che le macchine possano costruire innovazioni sufficienti per mantenere l’economia in crescita esponenziale indefinitamente.
Ma come nota Rushkoff, “il cambiamento climatico è già avvenuto; è già cotto. Siamo già oltre l’orizzonte degli eventi in una catastrofe lenta e crescente.” Eppure le élite tech continuano a plasmare la realtà attuale per i loro guadagni futuri
immaginati, cercando disperatamente le chiavi per lasciare il pianeta – quantum computing, intelligenza artificiale, esperienza Web 3.
Rushkoff sottolinea l’assurdità della “strategia bunker”: “Potrebbe funzionare per settimane o mesi, ma poi cosa succede quando hai bisogno di un nuovo riscaldatore per la jacuzzi, o la lampadina nel proiettore si spegne e non hai una di riserva? Questi tizi stanno costruendo sale di proiezione, piscine sotterranee, e roba semplicemente bizzarra – e hanno bisogno di chef, bagnini e dentisti.” La sopravvivenza umana dipende dalla sopravvivenza della società, non dall’isolamento individuale.
Nel 2025, a San Francisco, diversi robotaxi di Waymo (controllata da Google) sono stati vandalizzati, tagliati e persino incendiati da gruppi che si autodefiniscono “neo-luddisti” e protestano contro la disoccupazione nell’industria dei trasporti
In Europa, la Francia ha visto scioperi violenti contro le piattaforme gig economy; in Italia, proteste contro l’algoritmo INPS nel 2024 hanno visto manifestanti scandire slogan che richiamavano esplicitamente il luddismo contro “il digitale che licenzia”. In Cina, dove la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 20% nel 2025 (parzialmente attribuita all’automazione), le proteste sono state represse duramente ma continuano a covare sotto la cenere.
Un reportage di Wired del 2018 contava oltre venti miliardari americani con rifugi anti-apocalittici, motivati specificamente dalla “job apocalypse”. Un’inchiesta del New Yorker rivelava che dal 2018 oltre cinquanta bunker di lusso sono stati venduti in California e Nuova Zelanda, con prezzi che vanno da tre a cento milioni di dollari, dotati di protezione anti-EMP (impulso elettromagnetico), sistemi idroponici per cibo autonomo e arsenali privati.
Rushkoff collega “The Mindset” alla filosofia del “longtermismo” di Nick Bostrom: l’idea che ci saranno trilioni di esseri umani sparsi nell’universo tra mille o duemila anni. “Quando pensi ai bisogni di quei trilioni di persone, cosa importa il dolore e la sofferenza di meri otto miliardi di umani sulla Terra oggi? Siamo solo lo stadio larvale, e le larve muoiono. Molte larve moriranno per le mosche che effettivamente sopravvivono, e dovremmo semplicemente accettarlo.
Questa visione dipende dalla presunzione capitalista di crescita esponenziale eterna. Come nota Rushkoff, “stanno sfruttando o ipotecando la nostra realtà attuale – quella in cui tu e io viviamo in questo momento – per questo guadagno futuro immaginato, se solo possono ottenere abbastanza tecnologia. Ma non funziona
davvero – siamo ancora confinati dalle leggi della fisica e della materia. Non ci sono davvero abbastanza unità di energia sul pianeta per portare a trilioni di unità di felicità nell’universo.”
Come sottolinea Karpf nella sua recensione di “Blood in the Machine”, i neo-luddisti moderni non sono persone che rifiutano la tecnologia e vivono fuori dalla rete. Sono persone come Chris Smalls (organizzatore Amazon Workers Union) e Timnit Gebru (ricercatrice AI licenziata da Google per aver criticato i bias algoritmici) – persone che organizzano resistenza e chiedono che i guadagni dalla tecnologia beneficino lavoratori e comunità.
“I neo-luddisti moderni, in altre parole, sono tecnologi critici”, scrive Karpf. “Per la maggior parte, fanno uso di sbocchi legittimi per la resistenza (quelli che non erano disponibili 200 e più anni fa). Non sono contrari al progresso tecnologico; stanno sfidando definizioni pigre e autocompiacenti di progresso tecnologico.”
Karpf conclude con un appello potente: “Non devi rifiutare la tecnologia per essere un luddista. Quella è sempre stata una truffa. Merchant dimostra in modo convincente che un luddista è qualcuno che pensa al potere, e che chiede che costruiamo un futuro digitale dove prendiamo seriamente come la ricchezza e la prosperità aumentate saranno distribuite. Prendiamolo come un appello alle armi: dovremmo essere tutti luddisti ora.”
(da agenzie)
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Marzo 9th, 2026 Riccardo Fucile
REINDUSTRIALIZZARE IL PAESE CON DAZI E CONFLITTI RISCHIA DI ESSERE DEL TUTTO INEFFICACE
Il principale obiettivo economico esplicitamente perseguito dall’amministrazione Trump risiede, come è noto, nella reindustrializzazione degli Stati Uniti. Un obiettivo per il cui conseguimento si ritiene che lo strumento dei dazi sia essenziale. Il ricorso ai dazi, teorizzato in particolare dall’economista Stephen Miran, consigliere di Trump, ex presidente del Council of Economic Advisers, dovrebbe essere funzionale ad accrescere il gettito fiscale e a ridurre il passivo della bilancia dei pagamenti, a vantaggio – si suppone – della produzione manifatturiera Usa. Il ricorso alle guerre non è, poi, estraneo a questa strategia, dal momento che – in modo intenzionale o meno -– gli shock geopolitici che le guerre producono tendono, di fatto, a rendere convenienti le rilocalizzazioni, per numerose ragioni: fra queste, soprattutto quella per la quale l’aumento (effettivo o atteso) del prezzo del petrolio, combinato con l’incremento dei costi della logistica, possono spingere imprese statunitensi a tornare in patria.
A ciò si somma l’aumento della domanda di gas naturale da parte delle aree (Europa in primo luogo) fortemente dipendenti da energia importata, che stimola la produzione interna statunitense. È anche da considerare che l’instabilità geopolitica spinge verso il cosiddetto “friendshoring” – fenomeno già in atto – e, dunque, verso la rilocalizzazione della produzione in paesi politicamente non ostili.
Questa impostazione di politica commerciale si imbatte in due rischi. Il primo rischio è l’aumento dell’inflazione, come, del resto, è accaduto durante la prima amministrazione Trump. Su fonte Bureau of Labor Statistics ed Eurostat, il tasso di inflazione si è ridotto di circa 6 punti percentuali dal 2022 al 2025 negli Usa, secondo una dinamica simile a quella europea.
L’aumento della spesa pubblica per scopi militari, in un’economia con basso tasso di disoccupazione, combinato con l’incremento dei dazi può generare nuovi incrementi dei prezzi, in particolare per i beni difficilmente sostituibili (per esempio i beni intermedi nella catena globale del valore). Il secondo rischio è che i cambi di
regime rafforzino l’uso del dollaro come riserva di valore e mezzo di scambio internazionale.
Disporre, da parte degli Stati Uniti, della valuta di riserva internazionale (a partire dagli accordi di Bretton Woods del 1944) costituisce un «esorbitante privilegio» – così ebbe a definirlo il presidente francese Valéry Giscard d’Estaing – dal momento che consente a quel paese di emettere i titoli di Stato più sicuri perché denominati nella moneta più domandata al mondo e, dunque, di garantirsi l’egemonia finanziaria su scala globale.
Si consideri, a riguardo, che i due conflitti armati più recenti portati avanti dagli Usa lo dimostrano: sebbene in contesti molto diversi, Venezuela e Iran condividono lo status di paesi ricchi di petrolio e inclini a sostituire il dollaro come valuta utilizzata negli scambi internazionali.
L’aumento del peso del dollaro negli scambi internazionali accresce i flussi di capitale in arrivo negli Stati Uniti e questi incentivano i processi di finanziarizzazione.
La finanziarizzazione – ovvero il fenomeno per il quale la produzione di beni e servizi diventa progressivamente subordinata ai mercati finanziari – si è sviluppata storicamente soprattutto negli anni Novanta, a partire dall’abolizione da parte dell’amministrazione Clinton del Glass-Steagall Act (un provvedimento emanato nel 1933 per separare le banche commerciali dalle banche di investimento).
La possibilità di destinare capitali nell’attività finanziaria di breve periodo con rendimenti elevati ottenibili in tempi brevi disincentiva gli investimenti produttivi, determinando una condizione per la quale all’espandersi della sfera finanziaria si riduce il peso dell’industria.
La Banca Mondiale stima che, negli Stati Uniti, l’incidenza delle transazioni in Borsa sul Pil è passata dal 42 per cento del 1975 al 153 per cento del 2025. L’incidenza del settore “finanza e assicurazioni” è più che raddoppiata dagli anni Cinquanta a oggi (dal 10 per cento al 22 per cento).
La Banca Mondiale fa anche registrare che, parallelamente, la quota della produzione manufatturiera Usa sul Pil si è contratta di 5 punti percentuali negli ultimi trent’anni. È rilevante considerare che la finanziarizzazione è da considerarsi la causa principale della deindustrializzazione statunitense. In tal senso, se questa dinamica non viene attenuata, la strategia di Trump – reindustrializzare il paese con dazi e guerre – rischia di essere del tutto inefficace.
(da agenzie)
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Marzo 9th, 2026 Riccardo Fucile
LULA: “NON HA SENSO PERMETTERE AL GIOCO D’AZZARDO DI ENTRARE NELLE CASE, INDEBITANDO LE FAMIGLIE ATTRAVERSO I CELLULARI”
In occasione della Giornata internazionale della donna, il presidente brasiliano Luiz Inácio Lula
da Silva ha annunciato la sua intenzione di vietare i casinò online per proteggere le famiglie dai debiti causati dalla dipendenza dal gioco d’azzardo in rete.
Durante un discorso trasmesso da Brasilia, il presidente ha sottolineato che la misura mira a salvaguardare la popolazione dai rischi economici e sociali rappresentati dalle scommesse online. “Non ha senso permettere al gioco d’azzardo di entrare nelle case, indebitando le famiglie attraverso i cellulari”, ha affermato il presidente brasiliano che ha messo in guardia dall’impatto negativo che queste attività hanno sulle famiglie, in particolare sulle donne.
“Un’altra tragedia che colpisce le case brasiliane è la dipendenza dal gioco d’azzardo. Sebbene la maggior parte dei dipendenti dal gioco siano uomini, il peso ricade sulle donne: soldi destinati a cibo, all’affitto, alla scuola e ai figli che scompaiono sullo schermo di un cellulare”, ha dichiarato il presidente in un video pubblicato sui suoi social media.
(da agenzie)
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