Novembre 7th, 2026 Riccardo Fucile
C’È POI UN SECONDO PROFILO DI INCOMPATIBILITA’: ALTIERI PRESIEDE FINCANTIERI INFRASTRUTTURE, SOCIETÀ PUBBLICA CHE OPERA NEL SETTORE DEGLI APPALTI E L’ANAC VIGILA PROPRIO SULLA TRASPARENZA E SULLA CORRETTEZZA DELLE PROCEDURE DI AFFIDAMENTO DEI CONTRATTI PUBBLICI
Nuccio Altieri rinuncia alla presidenza dell’Autorità nazionale anticorruzione. Dopo che Repubblica ha rivelato la possibile incompatibilità dell’ex deputato leghista con l’incarico, e dopo una giornata di polemiche politiche e richieste di ritiro da parte di tutte le opposizioni, il candidato scelto dal governo Meloni ha deciso di fare un passo indietro. Appena ventiquattr’ore dopo la designazione.
«Pur possedendo i requisiti e le competenze necessari per ricoprire l’incarico, dopo essermi confrontato con il presidente Meloni e i vicepresidenti Salvini e Tajani, ho deciso, per ragioni di opportunità politica, istituzionale e personale, di ritirare la mia disponibilità». A stretto giro arriva la reazione di Palazzo Chigi che «prende atto del ritiro della candidatura», «ringrazia» Altieri «apprezzando le valutazioni di opportunità politica che hanno portato a tale decisione». La rinuncia chiude, almeno per ora, un caso esploso attorno a una norma precisa: quella che vieta di nominare ai vertici dell’Anac chi abbia ricoperto cariche di partito nei tre anni precedenti.
La scelta di Altieri era la sola possibile visto che per la sua nomina servivano i due terzi dei voti e le opposizioni, dopo le polemiche, avevano annunciato di non poterlo votare.
Tutto è nato quando Repubblica aveva raccontato una possibile incompatibilità scritta nella legge. Il riferimento è al decreto legislativo 150 del 27 ottobre 2009, articolo 13, comma 3. La disposizione stabilisce che il presidente e i componenti dell’Autorità non possano essere scelti tra persone che rivestono cariche nei partiti politici o che le abbiano ricoperte nei tre anni precedenti la nomina. E aggiunge un altro principio: non devono avere interessi di qualsiasi natura in conflitto con le funzioni dell’Autorità.
E qui cominciano i problemi. Il 18 settembre 2024 la Lega diffonde un comunicato ufficiale per annunciare la riorganizzazione dei suoi 31 dipartimenti nazionali. Salvini e Armando Siri riuniscono i responsabili negli uffici del partito alla Camera. Nell’elenco compare Nuccio Altieri: responsabile Difesa. Non un semplice simpatizzante, dunque, ma il destinatario di un incarico nell’organizzazione del partito. Da quella designazione sono trascorsi due anni, non i tre previsti dalla legge.
Di fronte alle contestazioni, la Lega prova a chiarire. Altieri, sostengono fonti del partito, non avrebbe mai effettivamente assunto quell’incarico. Una difesa che però lascia aperti diversi interrogativi. Perché la nomina era stata annunciata ufficialmente. Perché della revoca non era mai stata data pubblicamente notizia. E perché ancora nel settembre successivo diversi articoli di giornale indicavano Altieri come responsabile del dipartimento Difesa della Lega. La ratio della norma è quella di tenere i dirigenti politici lontani dalla guida dell’organismo di controllo. E Altieri è da anni un esponente della Lega.
C’è poi un secondo profilo, sollevato dalle opposizioni. Altieri presiede Fincantieri Infrastrutture, società pubblica che opera nel settore degli appalti. L’Anac vigila infatti sulla trasparenza e sulla correttezza delle procedure di affidamento dei contratti pubblici. E secondo le opposizioni sarebbe stato problematico affidarne la guida a un dirigente politico legato alla maggioranza che governa, con Matteo Salvini al ministero delle Infrastrutture.
(da Repubblica)
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Novembre 7th, 2026 Riccardo Fucile
PRIMA BERLUSCONIANO, POI FITTIANO, INFINE LEGHISTA: L’ANTICO PRINCIPIO CHE LE IDEE PASSANO, LE POLTRONE RESTANO
Trifone Altieri, detto Trifolato perché un tempo si occupava di funghi, aveva un sogno: un trullo
in regalo. Lo aveva messo nella lista nozze, anno 2019, sperando nella generosità degli invitati alla sua festa, a Polignano. Poi ha incontrato Matteo Salvini, e in regalo gli è appena arrivato un palazzo intero, quello dell’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, incaricata di vigilare sugli appalti pubblici, gli sprechi, gli imbrogli, le mani lunghe della politica. Un lavoro delicato, che richiede competenza, autonomia, rigore. Tutte qualità che il governo Meloni ha individuato nel curriculum politico di Altieri, prima berlusconiano, poi fittiano, infine leghista, secondo l’antico principio che le idee passano, le poltrone restano.
Carriera prodigiosa la sua, cominciata coltivando champignon, prataioli e pioppini. Per poi voltarsi negli incarichi pubblici. Il primo con titolarità sul patrimonio immobiliare dello Stato, presidente di Invimit. Poi le armi, entrando nel consiglio di amministrazione di Leonardo. Adesso l’Anticorruzione. Dai funghi ai palazzi, dai palazzi ai cannoni, dai cannoni alla legalità. Una specializzazione per ogni stagione, questa volta coniugando l’etica alla migliore politica. Perché proprio la Lega può vantare l’ineguagliata vergogna dei 49 milioni di euro di rimborsi elettorali finiti nello scandalo giudiziario. Somma che la Cassazione ha stabilito di restituire a rate di 100mila euro ogni sei mesi, per i prossimi 80 anni. Un mutuo alla memoria. Che Palazzo Chigi intende valorizzare: chi meglio di un leghista può riconoscere un bilancio fantasioso, un borseggio contabile?
Dunque addio al presidente uscente Giuseppe Busia, che aveva il brutto vizio di contestare gli appalti, i conflitti d’interessi, le concessioni autostradali, persino la voragine contabile del Ponte sullo Stretto, tanto caro a Salvini. Adesso arriva Trifolato che conosce i partiti, i ministri, i sottosegretari, gli amici degli amici. Vigilerà lui anche sui 49 milioni da restituire un po’ alla volta. Magari non tutti in euro, forse in funghi, forse in trulli.
(da Il fatto Quotidiano)
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Novembre 7th, 2026 Riccardo Fucile
LA SUBALTERNITA’ AI POTERI ESTERNI DOVREBBE FAR APRIRE UNA DISCUSSIONE IN PARLAMENTO
Il voto del 3 novembre, l’onda blu che ha investito il potere di Trump, ha determinato effetti negli Stati Uniti e in larga parte del mondo. Negli Usa, Trump aveva minacciato la guerra civile, l’invalidazione delle elezioni, poi ha rinunciato alle soluzioni estreme e ha annunciato che avrebbe messo il veto ad ogni provvedimento avanzato dalla nuova maggioranza del Parlamento. Poi anche l’annuncio dell’ostruzionismo è venuto meno quando ha visto quanto vasto, profondo, inappellabile era venuto fuori dal voto, dove un ventaglio di posizioni, di interessi, di una parte profonda della società ha aperto la strada ad una nuova politica, non solo dei democratici che hanno guidato l’offensiva nelle elezioni, ma anche delle quelle minoranze vitali e innovative, tanto da fare affiorare un partito politico delle nuove generazioni. Trump ha allora moderato ulteriormente l’ostilità, si è detto disposto anche a collaborare. Naturalmente tra un despota battuto e una maggioranza popolare parlamentare c’è poco da collaborare, se il despota è disposto solo alla clemenza.
Gli effetti italiani del trumpismo fervente
Gli effetti di questa forza ostativa al despotismo di Trump, dicevamo, trasmette effetti imprevedibili sulle relazioni tra gli Stati Uniti e gli altri paesi del mondo. Soprattutto con quei paesi come l’Italia che avevano mostrato nei confronti di Trump l’accettazione servile delle sue decisioni e dei suoi orientamenti. Il governo italiano, all’indomani dell’impetuosa ondata blu, ha detto che rispettava il voto, ma che non avrebbe modificato la linea che tenuta in passato. A parte l’illogicità dell’affermazione – non si capisce come si può rispettare quello che è stato profondamente distrutto – questo pone un problema: il trumpismo era stato introdotto in Italia come una furbata, la corta iniziativa di adeguarsi senza pagare il costo del despotismo. Oggi dobbiamo chiederci quali effetti reali questa linea ha avuto sia nella condotta del paese sul piano internazionale, sia su quello nazionale.
L’Italia è presente in 39 missioni nel mondo, con 7 mila connazionali sparsi nei cieli, nei mari e nella terra. Le aree geopolitiche e geografiche di mezzo mondo sono state tutelate? In parlamento non c’è cenno di un’analisi su ciò che è avvenuto. I presidenti delle commissioni Esteri, Tremonti e Gasparri, non hanno sollevato interrogativi. E invece ci aspettiamo non solo l’apertura di una discussione parlamentare, ma una presa di posizione da parte del massimo garante della vita democratica del paese, il presidente della Repubblica. L’Italia non deve solo rispettare le elezioni di un paese alleato: deve schierarsi secondo Costituzione, se si troverà di fronte a decisioni contraddittorie tra Trump e il Parlamento Usa.
La servente servile
Davanti a noi abbiamo due occasioni importanti. Prima, la scadenza elettorale, dove speriamo che ci sarà uno tsunami che spazzerà via il fervente trumpismo italiano. Seconda, la vicenda più profonda della subalternità ai poteri esterni. Sulla prima, dobbiamo iniziare da oggi a preparare la manifestazione di protesta organizzata per il 20 novembre dalla Cgil, e creare il movimento di sostegno annunciato presentando i ricorsi alla legge elettorale, fondato su una grande alleanza politica e sociale, fondata sul trinomio Costituzione-Europa-Pace: la Carta va resa nuovamente centro elaborativo di una trasformazione profonda della società italiana.
Dunque dobbiamo affrontare la campagna contro la degenerazione del trumpismo in Italia attraverso il melonismo. Perché con il suo silenzio, la servente servile Meloni, a lungo rispettosa della volontà di un despota, si prende burla del nostro Stato. La spinta del voto americano serva da spinta agli Stati uniti d’Europa, forza di unità politica, rinnovamento e trasformazione. La parola d’ordine deve essere «Un secolo di pace».
Gli Stati uniti hanno fatto riconquistare al popolo americano la forza e il prestigio che negli ultimi due secoli ha avuto. Certo, l’America ha appoggiato regimi, personaggi e forze illiberali o autoritarie. Ma in questi due secoli, quando si è trattato di scegliere fra il fronte mondiale della libertà e quello della sua negazione, è stata sempre alla parte della difesa universale della libertà.
Il popolo americano si è riappropriato dei suoi diritti. Noi, in Italia, alla scelta dell’antitrumpismo dobbiamo aggiungere la liquidazione di tutto ciò che è stato asservimento alle illusioni antidemocratiche del melonismo. Il popolo che si è ribellato in America, dall’America ha voluto dare un segnale a tutto il mondo.
(da editorialedomani.it)
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Novembre 7th, 2026 Riccardo Fucile
SBARRARE LA MENSA SCOLASTICA PERCHE’ IL PADRE E’ IN RITARDO CON IL PAGAMENTO DI 38,40 EURO (O DI 12,80 EURO SECONDO LA FAMIGLIA) VUOL DIRE CHE LA BUROCRAZIA HA CANCELLATO NON SOLO IL BUONSENSO MA OGNI TRACCIA DI UMANITA’
La storia della bambina a cui di colpo viene sbarrata la mensa scolastica perché il padre è in
ritardo coi pagamenti per poche decine di euro. (Lui dice 12,80; il Comune 38,40). La questione finirà in tribunale e non vogliamo rubare il mestiere ai giudici o ai loro principali epigoni: i social.
Però un paio di cose si possono dire, ed entrambe hanno a che fare con lo stupore. Intanto si rimane strabiliati dinanzi alla dimostrazione di zelo offerta dal comune di Taranto. Immaginiamo, persino con una punta di invidia, l’efficienza svizzera di cui darà quotidianamente prova quell’amministrazione: se è stata così implacabile con un piccolo debito, chissà con quale feroce attenzione monterà la guardia a ogni pratica, a ogni spreco, a ogni appalto.
A completare lo stupore c’è poi la scomparsa della corda emotiva che un tempo avremmo chiamato «senso di umanità», e che dovrebbe vibrare nel burocrate di turno un attimo prima di dare esecuzione a provvedimenti del genere, inducendolo a chiedersi quali conseguenze potrebbero avere sulla psiche del minore.
Perché i debiti si onorano, su questo siamo d’accordo tutti (tranne gli ultimi sessanta governi della Repubblica, ma questo è un altro discorso). Però forse si possono esigere dagli adulti senza coinvolgere l’autostima di una bimba di nove anni, esponendola al rischio di una discriminazione più o meno esplicita nei confronti dei suoi compagni («Loro sì, tu no»), che fa male a qualsiasi età, ma soprattutto a quella.
(da corriere.it)
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Novembre 7th, 2026 Riccardo Fucile
LA SOCIETA’ DI COSTRUZIONE BBT SE HA RIFERITO CHE A META’ OTTOBRE HACKER SONO RIUSCITI AD ACCEDERE AD ALCUNI DEI DATI ACCESSIBILI SU INTERNET
Il mega-tunnel del Brennero, il Brenner Basis Tunnel, è stato al centro di un attacco informatico. A confermare la notizia, apparsa sul quotidiano austriaco Tiroler Tageszeitung, la società di costruzione, Bbt Se, riferendo che a metà ottobre hacker sono riusciti ad accedere ad alcuni dei dati accessibili su internet. Le prime indagini degli inquirenti puntano verso “Everest”, un network criminale di hacker di lingua russa noto per operazioni di ransomware ed estorsione. Lo ha confermato una portavoce dell’azienda al Tyroler Tageszeitung.
La società operativa Bbt Se ha confermato l’attacco informatico mirato. I responsabili dell’hackeraggio hanno ottenuto un accesso parziale ai dati “accessibili tramite Internet”. I sistemi interessati sono stati isolati, sono stati coinvolti esperti esterni e le autorità sono state avvisate.
Secondo la società Brenner Basis Tunnel Se, al momento attuale, “l’incidente non ha avuto impatto sulla costruzione del tunnel”, ma tuttavia, rimane incerto quali dati siano stati compromessi, e quanto profondamente gli attaccanti siano riusciti a penetrare la rete. La società ha rifiutato di commentare se ci fossero negoziati con eventuali estorsori. Sono in corso accertamenti e indagini approfondite.
(da agenzie)
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Novembre 7th, 2026 Riccardo Fucile
IL VICEPRESIDENTE DA’ IL VIA ALLA CAMPAGNA DI “RECLUTAMENTO” PER IL PROGETTO DI UNA “NUOVA DESTRA” CHE RITORNI AGLI IDEALI DELL’AMERICA FIRST CHE TRUMP HA TRADITO … ROD DREHER, GIORNALISTA CONSERVATORE: “NON ESSENDOSI DIMESSO PRIMA QUESTO SPOSTAMENTO NON GLI DARÀ ALCUN BENEFICIO” – NEGLI USA, GLI ADDETTI AI LIVORI SOSTENGONO CHE “VANCE E LA SUA SQUADRA SONO NEL PANICO PERCHÉ CAPISCONO CHE È FINITA”
La devastante sconfitta repubblicana ha mandato l’amministrazione in uno stato di nevrosi in cui
ciascuno cerca di salvarsi come può. Il vicepresidente, JD Vance, è quello che più direttamente sta guardando negli occhi la morte politica e si agita disperatamente per non annegare sotto l’onda blu.
Donald Trump è l’obiettivo di tutti gli attacchi, ma è anche un 80enne che si avvia con la solita strafottenza verso gli ultimi due anni di governo, mentre il suo giovane vice ha tutto da perdere. Vance era quello che voleva stare fuori da ogni iniziativa militare ed è stato costretto dal presidente a diventare il volto pubblico della guerra in Iran, e ora che l’elettorato ha bocciato nel modo più lacerante quell’iniziativa, lui tenta in extremis di ripulirsi la reputazione.
Va inquadrata sullo sfondo del panico politico la sua uscita post-elettorale in cui ammette che la guerra è il motivo della sconfitta e invita a una riflessione conseguente. Trump, dimostrando di conoscere bene la legge del padrino sugli amici che vanno tenuti vicini ma i nemici ancora di più, invece di contraddirlo gli ha dato ragione. Come dire: questa è anche la tua guerra, non soltanto la mia.
Vance si è agitato anche ieri, quando qualcuno del suo entourage ha fatto sapere a Fox News che sta iniziando la campagna di reclutamento per il progetto di una “nuova destra” che ritorni agli ideali dell’America First che Trump ha tradito.
La scelta di affidare il messaggio a Fox non è casuale. È la macchina del consenso della destra più attempata dalla quale Trump desidera essere adulato, ed è per questo che si imbestialisce quando da lì arrivano le critiche.
La prima parte della serata dello spoglio Trump l’ha passata a inveire proprio contro Fox. Contemporaneamente, il New York Post – sempre dell’impero di Murdoch – inquadrava il conflitto di Vance con il solito titolo da tabloid perfettamente eseguito: “Hillbilly Eulogy”. Con lo scambio di un paio di vocali, l’elegia (elegy) del titolo del libro di Vance è diventata un’orazione funebre.
Il cambio di posizione di Vance è «troppo poco e troppo tardi», dice Rod Dreher, giornalista e intellettuale conservatore amico del vicepresidente che è diventato un critico dell’amministrazione sulla guerra in Iran e sulle patenti di legittimità concesse a personaggi che trafficano con pregiudizi antisemiti e istinti nazistoidi. Gente come Tucker Carlson e Nick Fuentes.
«Non essendosi dimesso prima, cosa che sarebbe stata senza precedenti nella storia americana, questo spostamento non gli darà alcun beneficio. A me questo cambiamento fa piacere, ma non vedo niente che Vance o Rubio possano fare per togliersi di dosso la puzza di questa guerra tanto odiata», continua Dreher, che fa anche notare l’attivismo di questi giorni del governatore uscente della Florida, Ron DeSantis.
«Lui è completamente estraneo a questa guerra, e vedere con quanta forza condanna il suo partito per quella e altre cose stupide fatte da Trump sottolinea ancor più la debolezza di Vance in vista del 2028».
Improvvisamente, il vicepresidente pieno di sogni e ambizioni si ritrova solo. L’amico e alleato Carlson ha rotto con Trump sulla guerra in Iran col preciso intento di spaccare il mondo Maga. Con meno visibilità, ma non meno influenza, anche il suo maestro Peter Thiel si è espresso contro la guerra:
(da agenzie)
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Novembre 7th, 2026 Riccardo Fucile
L’OPERAZIONE, CONDOTTA IN DIVERSE CITTÀ DEL PAESE, È PARTITA DOPO UNA SERIE DI INCIDENTI PROVOCATI DAI NAZISTELLI, TRA CUI UN’AGGRESSIONE AI DANNI DI UN GRUPPO DI STUDENTI A GIJON – TRA LE PERSONE ARRESTATE C’È ANCHE IL LEADER DELL’ORGANIZZAZIONE
La polizia nazionale spagnola ha arrestato almeno 12 esponenti di Nucleo Nacional, organizzazione neonazista di estrema destra, nell’ambito di un’operazione coordinata con il Commissariato generale di Informazione, l’intelligence di polizia, e condotta in sette province.
Secondo le informazioni diffuse dalla polizia, l’operazione condotta a Madrid, nelle Asturie, a Gadalajara, Valladolid, Pontevedra, Burgos e Alicante e ancora in corso, è stata avviata dopo una serie di incidenti di cui è stata protagonista l’organizzazione della destra radicale.
Tra i fermati figura anche il leader del gruppo, mentre sono in corso numerose perquisizioni, incluso nella sede centrale dell’organizzazione, un edificio adibito a palestra nel quartiere madrileno di Las Talbas, noto come ‘El Nido’, il nido.
Secondo le informazioni diffuse, l’inchiesta riguarda presunti reati di odio e associazione illecita. Le indagini, coperte da segreto istruttorio, sarebbero partite dagli incidenti avvenuti a Gijon, nella regione settentrionale delle Asturie, nel febbraio scorso, quando alcuni studenti denunciarono aggressioni da parte di appartenenti al gruppo Nucleo Nacional durante una protesta davanti a un istituto scolastico.
(da agenzie)
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Novembre 7th, 2026 Riccardo Fucile
LA GUERRA IN IRAN È STATO IL CHIODO SULLA BARA DEL SECONDO MANDATO DEL TYCOON: AGLI ELETTORI AMERICANI NON FREGA NULLA DI KHAMENEI, MA I RISVOLTI ECONOMICI DELLA CHIUSURA DELLO STRETTO DI HORMUZ SI FANNO SENTIRE – LO SCANDALO EPSTEIN E LE VIOLENZE DELLE SQUADRACCE DELL’ICE HANNO FATTO IL RESTO
Era metà febbraio 2025, anno primo del secondo mandato Trump, quando i consiglieri economici
della Casa Bianca lo avevano visitato per portare ottime notizie: i redditi delle famiglie americane aumentavano, i fondi pensione si gonfiavano di soldi, il pil cresceva oltre le attese. Nel frattempo i democratici erano allo sbando e non sapevano più dove sbattere la testa. «Tanta roba buona», aveva commentato il presidente, pregustando il posto nella storia che la sorte benigna gli stava apparecchiando.
Forse proprio per questo, un paio di settimane dopo aveva ordinato di bombardare l’Iran, convinto dal premier israeliano Netanyahu che eliminando subito l’ayatollah Khamenei avrebbe conquistato in pochi giorni il nemico che da mezzo secolo insultava l’America come “Grande Satana”, mettendosi sul piano Roosevelt con la Seconda Guerra Mondiale.
Non era così, però, e quella fatale decisione avrebbe messo in moto una catena di errori catastrofici, un po’ dovuti alla presunzione e un po’ all’incompetenza, aprendo la porta al ripudio di martedì. […]
Trump era tornato alla Casa Bianca con un mandato forte. Il primo tema su cui aveva investito il capitale politico ad aprile erano stati i dazi, convinto che avrebbe insegnato una lezione agli europei, recuperando abbastanza soldi da rendere superflue le entrate del fisco Irs, magari fino a cancellarlo.
Primo errore clamoroso, perché la Corte Suprema avrebbe poi giudicato illegali le tariffe, che comunque non avrebbero generato i ricavi previsti o rilanciato il settore manifatturiero, preparando invece la strada al grande ritorno dell’inflazione.
L’altro appuntamento chiave del primo anno era stato il vertice di agosto in Alaska con Putin, che si ostinava a considerare un amico, a differenza del fastidioso ucraino Zelensky maltrattato nello Studio Ovale.
In campagna elettorale Donald aveva promesso di chiudere quella guerra in 24 ore
Qualcosa però non aveva funzionato, forse perché Vladimir non era poi l’amico geniale tanto rispettato. Ma la politica estera non è il principale motivatore degli elettori americani, che comunque apprezzavano il tentativo di spendere meno in Europa. La prima botta data al programma nucleare iraniano in giugno era poi andata in questa direzione, massimo risultato col minimo sforzo.
Il primo scricchiolio era però arrivato il 7 gennaio, quando gli agenti dell’Ice avevano sparato a Renee Good nelle strade di Minneapolis, dove arrestavano immigrati illegali da espellere.
Era una donna che protestava, secondo i diritti garantiti dalla Costituzione, così come Alex Pretti, ammazzato un paio di settimane dopo. Melania aveva sussurrato a Donald che Stephen Miller, architetto delle deportazioni di massa, stava esagerando, ma il marito ci aveva messo un po’ ad ascoltarla, prima di cacciare il vigilante vestito da SS Greg Bovino e la giustiziera di cani col cappello da cowboy Kristi Noem.
Gli americani avevano iniziato a chiedersi se l’amministrazione America First non fosse in realtà antiamericana, pronta a violare le regole basilari della democrazia liberale, mentre gli ispanici si pentivano di averla votata.
A quel punto forse il mandato non era ancora compromesso, nonostante la cattiva gestione del caso Epstein avesse ferito lo stesso mondo Maga, provocando la rottura con le erinni dell’amministrazione, a partire dalla fedelissima seguace di QAnon Marjorie Taylor Greene. Nessuno cancellerà il sospetto che Trump abbia tenuto a mente la speranza di far sparire dai media lo scandalo del miliardario pedofilo […] ragionando sui pro e i contro dell’attacco all’Iran. Comunque aveva proceduto, promettendo una soluzione in 6 settimane.
Anche qui le cose non erano andate come previsto, generando litigate con alleati tipo la premier italiana Giorgia Meloni, e troppa vicinanza con Netanyahu, che poi gli avrebbe rimproverato lo stesso vice presidente Vance, scatenando un’altra rottura dolorosa con l’ex sostenitore Tucker Carlson.
Generali e strateghi lo avevano avvertito del rischio di chiudere Hormuz, ma non aveva ascoltato, facendo esplodere prezzo della benzina e carovita mentre gli americani vedevano lui e la sua famiglia arricchirsi, inclusa l’idea di vendere in anticipo l’accesso ai messaggi social con cui muoveva i mercati. La corruzione era apparsa come problema nei sondaggi, ma alla Convention di Dallas aveva promesso 5.000 dollari a ogni americano per votare i suoi candidati sbagliati.
Con la popolarità in calo i consiglieri suggerivano profilo basso, aveva invece trasformato le midterm in un referendum su se stesso, esaltando la sala da ballo in costruzione alla Casa Bianca come avrebbe fatto Maria Antonietta prima della Rivoluzione francese. E rivoluzione è stata, stavolta con la sua testa a rotolare.
(da Dagoreport)
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Novembre 7th, 2026 Riccardo Fucile
TRE MILIONI DI CLIENTI, QUASI LA METÀ DELLA POPOLAZIONE DEL PARAGUAY, È RIMASTA DI COLPO SENZA ACCESSO AI PROPRI CONTI CORRENTI E MIGLIAIA DI PENSIONATI RISCHIANO DI NON RICEVERE L’ASSEGNO MENSILE
Era considerato la Svizzera dell’America latina. Ora il Paraguay è sull’orlo di un abisso finanziario e politico, che rischia di coinvolgere anche i Paesi vicini. Il presidente conservatore Santiago Peña, alleato di Donald Trump, ha rassegnato ieri le dimissioni nel mezzo della tempesta innescata dal crack della «ueno bank», di cui è stato socio azionista fino al marzo 2025 e che, secondo i suoi oppositori politici, anche grazie a lui è arrivata a gestire 850 milioni di dollari di fondi pubblici.
Tre milioni di clienti, ovvero quasi la metà della popolazione del piccolo Paese sudamericano, è rimasta di colpo senza accesso ai propri conti correnti. E decine di migliaia di pensionati rischiano di non ricevere l’assegno mensile.
Il Congresso aveva infatti già avviato, con il via libera del suo stesso Partido Colorado, il procedimento di impeachment per conflitto di interessi, che è poi stato comunque approvato all’unanimità.
Nel 2023, Peña era diventato il più giovane presidente mai eletto nella tormentata storia del Paraguay, promettendo un grande rinnovamento dentro e fuori il Partido Colorado, che nei suoi 135 anni di vita ha detenuto il potere sia sotto la dittatura che in democrazia.
L’economista, invece, è finito nel mirino a causa dei suoi opachi legami d’affari. Nel videomessaggio su X con cui ha annunciato le dimissioni, si è scusato con la popolazione, senza tuttavia assumersi alcuna responsabilità nella crisi bancaria
È una doccia fredda per il Paraguay che, negli ultimi anni, era riuscito ad attrarre forti investimenti stranieri grazie ad una tassazione contenuta, con imposte che spesso non superano il 10%, alla stabilità macroeconomica e ad un clima favorevole alle attività imprenditoriali.
Adesso, la principale preoccupazione riguarda la sorte dei fondi dei clienti di «ueno bank», molti dei quali si sono invano messi in coda fuori dalle filiali e poi sono scesi in strada a manifestare. A settembre, l’istituto deteneva depositi per 2.836 miliardi di dollari e una presenza importante all’interno del sistema finanziario nazionale.
Il Paraguay dispone di un Fondo di garanzia che dovrebbe coprire il 97% dei correntisti, ma la banca gestiva anche 850 milioni di dollari di fondi pubblici, e tra questi 380 milioni dell’Istituto di previdenza sociale, riconducibili a 32.000 pensionati.
Negli ultimi mesi, l’organo di vigilanza aveva rilevato un forte deterioramento degli indicatori di solvibilità della banca, che fa capo al Gruppo Vázquez, e varie irregolarità nella concessione di prestiti a società riconducibili ai suoi proprietari, ben oltre i limiti di legge.
La crisi è esplosa martedì quando la Banca Centrale (guidata peraltro dall’ex capo di «ueno bank», nominato nel 2023 da Peña) ha avviato la procedura di liquidazione, con l’immediata chiusura delle filiali e il blocco di prelievi, bonifici e depositi. Sono stati arrestati otto dirigenti della banca, si è dimesso il presidente della Banca Centrale, Carlos Carvallo, ed è partita la procedura di impeachment e l’inchiesta giudiziaria contro Peña.
(da “Corriere della Sera”)
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