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CHE AVRÀ MAI DI MEGLIO DA FARE GIORGIA MELONI CHE PARTECIPARE ALL’ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU? INVECE DI ANDARE ALLE NAZIONI UNITE, DOVE SI DIBATTONO I GUAI DEL MONDO, LA DUCETTA SI ATTOVAGLIA TRA I SARTI CESAREI ALLA “MILANO FASHION WEEK”: STASERA PARTECIPERÀ ALLA CENA DI GALA ORGANIZZATA DALLA CAMERA NAZIONALE DELLA MODA ITALIANA

Settembre 23rd, 2026 Riccardo Fucile

RENZI INFILZA LA PREMIER: “PARTECIPARE ALL’ASSEMBLEA GENERALE DELL’ONU È UN DOVERE. CHE FIGURACCIA. AL SUO POSTO HA MANDATO TAJANI, NON SO SE MI SPIEGO. LEI È RIMASTA A FAR CAMPAGNA ELETTORALE IN ITALIA. PERCHÉ DOBBIAMO FARE QUESTE FIGURACCE?”

Giorgia Meloni, la presidente del Consiglio, parteciperà questa sera alla cena di gala organizzata dalla Camera nazionale della moda italiana per l’apertura della Fashion week milanese. L’appuntamento è alle 20.30 a Palazzo Reale, in occasione dell’inaugurazione della mostra «Dalí e la Moda», e celebra l’avvio delle passerelle, partito ieri alle 14 con lo show firmato Prada. […]
«Apprezziamo molto la vicinanza del presidente del consiglio Giorgia Meloni e, attraverso la sua presenza alla cerimonia di apertura, l’attenzione delle istituzioni verso un’industria strategica per il nostro Paese», dichiara Carlo Capasa, presidente di Cnmi-Camera nazionale della moda italiana.
«La moda italiana è una grande filiera industriale, apprezzata in tutto il mondo, che rappresenta circa il 5% del pil e conta circa un milione di occupati. In un momento segnato da forti trasformazioni economiche e geopolitiche, sentire la vicinanza delle istituzioni è particolarmente importante».
L’ultima volta che un presidente del Consiglio aveva inaugurato ufficialmente la Fashion week milanese era stato Matteo Renzi, nel 2016. In quell’anno partecipò per due edizioni consecutive, prima nel febbraio e poi nel settembre, prendendo parte agli appuntamenti organizzati per l’apertura della manifestazione. […]
E adesso ci si chiede cosa indosserà la premier. Alla sua prima Prima al Teatro alla Scala, nel dicembre 2022, Meloni aveva scelto un abito lungo in velluto blu firmato Giorgio Armani, completato da una mantella coordinata.
“Sono tutti a New York. Quasi tutti perche’ la Meloni non e’ venuta. E manda Tajani. Che figuraccia”, scrive su X il leader di Italia viva, Matteo Renzi, che partecipa a New York agli eventi a latere dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

(da agenzie)

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NEL REGNO UNITO, IL CRIMINALE SOVRANISTA DANIEL THOMAS, ALIAS DANNY TOMMO, HA ABBORDATO UN GOMMONE CON A BORDO DEI MIGRANTI IN ARRIVO DALLA FRANCIA E HA SQUARCIATO LO SCAFO CON UN COLTELLO. NON E’ STATO ANCORA ARRESTATO

Settembre 23rd, 2026 Riccardo Fucile

THOMAS, EX AUTISTA E GUARDIASPALLE DELLA STAR DEI NEOFASCISTI INGLESI TOMMY ROBINSON, NELLE ULTIME SETTIMANE HA ANCHE ORGANIZZATO MARCE NELLE CITTÀ PORTUALI NEL SUD DELL’INGHILTERRA

Tornano le tensioni legate alle proteste anti-migranti nel Regno Unito, dove è bufera sull’estremista extraparlamentare di destra Danny Tommo: protagonista nelle scorse ore di un abbordaggio privato nelle acque della Manica – condotto a bordo di un motoscafo acquisito ad hoc dal suo movimento e propagandato sui social media – contro un gommone con a bordo presunti “clandestini” in arrivo dalla Francia, nonché di almeno un soccorritore francese.
L’episodio ha riproposto il clima di minacce denunciate da ong, ma anche da istitituzioni di soccorso in mare britanniche. Mentre si parla d’indagini di polizia e di un possibile arresto di Tommo.
Le immagini riprese dai suoi sodali lo mostrano del resto in primo piano mentre accosta la ‘small boat’, ‘avverte’ gli occupanti che starebbero “entrando in acque britanniche” e infine ne squarcia lo scafo con un coltello.
Il blitz è solo l’ultima azione estrema promossa da Daniel Thomas, alias Danny Tommo, emerso nelle ultime settimane come leader di un movimento estremista e organizzatore di marce di “incappucciati” contro i porti di Dover e di Portsmouth, approdi di sbarchi nel sud dell’Inghilterra: marce denunciate alla stregua di espressioni di “teppismo” dal governo laburista di Andy Burnham (che ha poi ordinato alla polizia una stretta nei fermi di chiunque manifesti mascherato) e criticate persino da Reform Uk, partito della destra trumpiana britannica anti-immigrazione guidato da Nigel Farage.
Tommo è indicato dai media come ex autista e guardaspalle di Tommy Robinson, tribuno dell’ultradestra nazionalista inglese processato e condannato in passato per reati di violenza di piazza, istigazione all’odio razziale o religioso e crimini comuni: noto per le posizioni islamofobe, oltre che per le simpatie che da qualche tempo raccoglie da parte di esponenti del governo israeliano di Benjamin Netanyahu.

(da agenzie)

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NEL GRANDE CAOS SOTTO LA MADUNINA MARIO CALABRESI PARTE IN POLE. SECONDO IL SONDAGGIO DELL’ISTITUTO IXÉ, IN CASO DI PRIMARIE DEL CENTROSINISTRA PER IL SINDACO DI MILANO, L’EX DIRETTORE DI “STAMPA” E “REPUBBLICA” È IN VANTAGGIO CON UN CONSENSO TRA IL 48% E IL 53%, CONTRO IL 30-36% DI PIERFRANCESCO MAJORINO, CAPOGRUPPO DEM AL PIRELLONE

Settembre 23rd, 2026 Riccardo Fucile

MOLTO DISTANZIATA LA VICESINDACA USCENTE, ANNA SCAVUZZO, FERMA TRA L’8 E IL 10%

I candidati a sindaco di Milano sono numerosi, tanto a destra quanto a sinistra. E attualmente non è chiaro che Pd, M5s, Avs (e forse Iv) troveranno un accordo per le primarie o su un unico nome, senza voto di coalizione.
Tuttavia l’Istituto Ixé ha sondato l’intenzione degli elettori del centrosinistra in caso di primarie considerando tre esponenti: Mario Calabresi, giornalista, ex direttore di Stampa e Repubblica, risulta in vantaggio – piuttosto ampio – su Pierfrancesco Majorino, capogruppo dem al Pirellone ed ex europarlamentare e assessore a Palazzo Marino. Molto più attardata la vicesindaca uscente, Anna Scavuzzo.
Il sondaggio è stato svolto tra il 9 e il 16 di settembre: mille gli intervistati (metodo Cati, Cami e Cawi). Tra chi dichiara che saprebbe già chi votare Calabresi otterrebbe un consenso tra il 48% e il 53%, Majorino tra il 30 e il 36, Scavuzzo tra l‘8 e il 10%. Al netto di ciò, esiste una elevata quota di indecisi, il 25%, in grado di modificare in modo consistente le percentuali di voto. […]
Per quanto riguarda la scelta del futuro sindaco, o sindaca, prevale un’intenzione di voto più orientata ad un candidato del centrosinistra (45%) che ad un candidato di centrodestra (38%), ma con uno spazio non indifferente (16%) rilevato a favore di un eventuale altro candidato, cioè non direttamente associabile alle coalizioni più tradizionali. Nonostante ciò, la previsione tra i cittadini è che vincerà un candidato del centrodestra (lo pensa il 38% dei milanesi), il 36% invece pronostica la vittoria di un candidato del centrosinistra.

(da agenzie)

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I GUAI NEL CENTRODESTRA NON FINISCONO MAI: IN CAMPANIA IL FRATELLO D’ITALIA CIRIELLI E’ STATO MESSO DA PARTE PER LE SUE SPARATE PRO-VANNACCI E PRO-FICO (E VIENE SCALZATO DA SANGIULIANO A CUI LANCIA STILETTATE SUI SOCIAL)

Settembre 23rd, 2026 Riccardo Fucile

MARINA BERLUSCONI SI TIENE A DISTANZA DA FORZA ITALIA E IL DUO TAJANI-BARELLI SPADRONEGGIA: I DISSIDENTI FINISCONO AI MARGINI E PURE GIANNI LETTA E DEBORAH BERGAMINI, VICINI A MARINA, HANNO CAPITO CHE E’ MEGLIO INABISSARSI… IN SICILIA IL GOVERNATORE SCHIFANI HA IL FOGLIO DI VIA E CERCA UNA EXIT STRATEGY (SOGNA IL CSM)

Il veleno sta nel mezzo: quando la scorsa settimana Edmondo Cirielli è stato (a sorpresa) scalzato dalla guida di Fratelli d’Italia in Campania, con il ruolo di coordinatore regionale affidato da Giorgia Meloni a Gennaro Sangiuliano, ha scritto un post su Facebook per ringraziare Antonio Iannone, predecessore di Genny e fedelissimo del viceministro degli Esteri: “Caro Antonio”, ha scritto Cirielli rivolgendosi a Iannone, “sei stato un ottimo coordinatore regionale e hai consegnato a Giorgia Meloni e al Partito un risultato straordinario: 5 anni fa fummo tra i primi a divenire, in un’elezione regionale, primo partito leader della coalizione”.
“Alle ultime regionali – proseguie Cirielli – siamo stati gli unici in tutta Italia a triplicare quasi il voto in percentuale, nonostante una sconfitta annunciata che, al Sud, sappiamo tutti cosa significhi anche in termini di consenso. A Gennaro Sangiuliano è affidato il compito di riportare anche la città di Napoli ai risultati raggiunti nel resto della Regione. Di noi si potrebbe dire, come disse qualcun altro:
<Siamo uomini per i tempi della semina, non della raccolta>; noi, invece, alle politiche confermeremo, con le preferenze, quanto il nostro peso e il tuo lavoro siano stati utili al Partito. Per me sei sempre un fratello”. Doppia la frecciata a Sangiuliano.
La prima, quella relativa ai risultati che l’ex ministro della Cultura, attualmente capo dell’opposizione del centrodestra in Consiglio regionale, dovrà portare a Napoli città: tutti sanno che nel 2027 tra la ricandidatura di Gaetano Manfredi e quella dell’ex sindaco Luigi De Magistris per il centrodestra si prospetta una disfatta epocale; la seconda, quella relativa a chi semina e chi raccoglie.
Detto ciò, però, va sottolineato pure che il grande risultato rivendicato da Cirielli è il 35% che ha raccolto alle regionali del novembre 2025 contro il 60% di Roberto Fico, con Fdi inchiodato sotto il 12%: il fatto che questo dato sia raccontato come ottimo vi offre la misura della disperazione del partito di Giorgia Meloni in Campania.
Ma perché Cirielli è stato ridimensionato dalle sorelle Meloni? I motivi sono diversi.
La sua apertura in pieno agosto all’alleanza con Roberto Vannacci ha provocato una smentita immediata dei vertici di Fdi.
Sempre ad agosto, c’è stata una dichiarazione di sostegno (in realtà in chiave anti De Luca) a Fico. E poi Cirielli è finito spesso sui giornali per motivi “familiari”, con la moglie Maria Rosaria Campitiello, già al centro di polemiche per la nomina a Capo del Dipartimento Prevenzione del Ministero della Salute, in cerca di una nuova collocazione; il figlio Renato eletto consigliere comunale a Cava dei Tirreni (ha preso il posto del fratello Italo, che figura come assistente dell’eurodeputato di Fdi Alberico Gambino).
Infine, ma non in ordine di importanza, l’incontro di Cirielli nel febbraio scorso, con l’ambasciatore di Mosca, Alexei Paramonov, che irritò la premier e scatenò le critiche dell’opposizione. Parlò di “polemica inutile” il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che offrì a Cirielli, suo vice, una poco convinta copertura politica: i rapporti tra i due sono sempre stati tesi.
Ma a proposito di Tajani: il leader di Forza Italia sembra aver vinto la sua battaglia contro i ribelli tendenza-Marina Berlusconi, i vari Roberto Occhiuto, Giorgio Mulè e Alberto Zangrillo, grazie anche al sostegno del consuocero Paolo Barelli, che pur privato dello scranno di capogruppo di Forza Italia alla Camera continua a spadroneggiare nel partito.
Della “rivoluzione liberare di Marina B.”, che ha prodotto solo il cambio dei capigruppo alla Camera e al Senato, con Enrico Costa al posto di Barelli e Stefania Craxi che ha sostituito Maurizio Gasparri, non v’è più traccia.
Prova regina? Il congresso di Fi in Campania ha incoronato (di nuovo) leader il capodelegazione di Fi al Parlamento europeo Fulvio Martusciello, contro il quale si era mossa, anche apertamente, l’ala anti-Tajani, sempre ventilando una “copertura politica” di Marina Berlusconi, che in realtà non c’è mai stata: Martusciello, unico candidato, è stato riconfermato per acclamazione.
La battaglia degli avversari interni di Tajani si è conclusa con una sconfitta pure in Basilicata, dove Elisabetta Casellati ha ceduto il ruolo di coordinatore regionale al presidente della Regione Vito Bardi: niente collegio lucano, quindi, per la ex presidente del Senato, che ora dovrà trovare una collocazione nel suo Veneto, prospettiva che agita un’altra ministra forzista, Annamaria Bernini.
Stesso destino toccherà a Alberto Zangrillo, che verrà sostituito in Piemonte dal Presidente della Regione Alberto Cirio.
Il ruolo di Marina Berlusconi nella vita del partito è stato mitizzato, enfatizzato, sopravvalutato: la primogenita del Cav, al netto di qualche episodico intervento a mezzo stampa, non ha il coraggio, la voglia e forza neanche la “cazzimma” per riprendersi Forza Italia e rilanciarlo.
Marina ha alzato la voce in poche occasioni ma per il resto ha rinculato, lasciando il partito nelle mani del suo amministratore condominiale, cioè Tajani, che via via ha rinsaldato la presa su Forza Italia e isolato oppositori interni, dissidenti e non allineati. Un controllo capillare più sovietico che liberale.
Va anche detto che Marina, in questa Forza Italia, non si riconosce: ormai è un partito radicato soprattutto al Sud, lontano dai ceti produttivi lombardi, dall’imprenditoria meneghina, dal rampantismo della Milano che fu. Oggi gli azzurri sopravvivono grazie ai portatori di voti come Fulvio Martusciello in Campania, Roberto Occhiuto in Calabria, Renato Schifani in Sicilia, politici di lungo corso ben lontani da quell’animo meneghino del 1994.
Una volta accettato, e forse subìto, il disimpegno dal partito di Marina, è iniziato il fuggi fuggi: non a caso il siculo Tommaso Calderone, fiutata l’aria, si è accasato con Roberto Vannacci. Deborah Bergamini e lo stesso Gianni Letta, vicini alla primogenita del Cav, sono spariti dai radar. Tacciono e si dolgono.
Marina e Piersilvio, ormai è evidente, non hanno tempo, né voglia, né interesse a impelagarsi in dinamiche che non appartengono alle loro attitudini. Gestire un partito vuol dire impelagarsi in trattative, discussioni, battaglie che richiedono tempo, attenzione e dedizione.
Tra l’altro, in Germania, è assai il codice etico che impone di separare la politica dall’informazione, e i Berlusconi hanno il controllo di ProsiebenSat1, colosso privato della tivù tedesca.
Tra pochi giorni si tirano le somme: in programma le suppletive in Calabria per il seggio alla Camera lasciato libero da Francesco Cannizzaro dopo essere stato eletto sindaco di Reggio Calabria. Il centrodestra candida Fabio Roscioli, tesoriere di Forza Italia e vicinissimo a Marina Berlusconi, ma deve fare i conti con Domenico Giannetta, ex capogruppo di Forza Italia in consiglio regionale, candidato da Roberto Vannacci. La spaccatura rischia di favorire il candidato del centrosinistra, Frank Benedetto.
E la Sicilia?
Terra complicatissima: si credeva blindato per il bis, ma a Palermo pure i muri ormai sussurrano che Renato Schifani è arrivato ai titoli di coda. L’attuale Governatore, in rotta di collisione ormai persino col suo segretario Tajani, starebbe cercando disperatamente un’exit strategy prima del botto finale.
La scialuppa di salvataggio? Una nomina a membro del Csm. Ma Schifani, con la solita flemma da navigatore di lungo corso, nelle ultime ore ha alzato la posta: punterebbe, a quanto ci risulta, direttamente al trono di Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Operazione a dir poco spericolata.
La partita si gioca sull’asse Palermo-Roma. A tifare con la claque per lo sbarco di Schifani al Csm c’è Giorgio Mulè, che sogna di prenderne il posto. Peccato che, a detta dei beninformati di Palazzo, Mulè abbia toppato alla grande il timing per lanciare la propria candidatura alla guida della Regione.
In casa Forza Italia, del resto, i coltelli sono affilatissimi. Tra i tanti pretendenti il più agguerrito è Marco Falcone: dopo aver fatto l’assessore proprio con Schifani, era stato di fatto “esiliato” da Palermo. Tajani lo ha impacchettato e spedito in Europa e il buon Falcone ha ingoiato il rospo, facendosi eleggere a Strasburgo con un unico obiettivo: far dimenticare il suo passato da fedelissimo di Schifani.
Ma attenzione: Fratelli d’Italia non resta alla finestra. Il delfino di La Russa, Gaetano Galvagno (oggi a capo dell’Assemblea Regionale Siciliana), scalpita per la poltrona da Governatore. Ma è la stessa Giorgia Meloni a tirare il freno a mano. La Ducetta preferisce tenere FdI a debita distanza dal timone dell’Isola: troppe inchieste velenose in giro che rischiano di danneggiare il partito.
L’idea della Premier sarebbe quella di cedere la candidatura alla Regione agli alleati, incassando in cambio il via libera per lanciare la fedelissima Carolina Varchi nella corsa a Sindaco di Palermo. E in questo ginepraio chi si infila? Cateno De Luca, ovviamente. Negli ultimi tempi sempre più vicino al centrodestra, “Scateno” viene visto da molti come uno dei jolly capaci di tenere a distanza di sicurezza il centrosinistra, che vorrebbe schierare come candidato Governatore l’ex “Iena” Ismaele La Vardera.
Per ora Cateno De Luca fa il misterioso, non si scopre e tira dritto da battitore libero. Ma sul suo tavolo è appena arrivato un endorsement da novanta: quello di Davide Faraone, proconsole di Matteo Renzi in Sicilia, che ha sganciato la bomba: “Tra La Vardera e De Luca scelgo Cateno tutta la vita!”. Risultato? Carte di nuovo rimescolate e nervi a fior di pelle.
Occhio, però: la Sicilia non è solo una noiosa e barocca faccenda locale, è da sempre un laboratorio della politica nazionale. Se a Roma balenasse l’idea del voto anticipato, Giorgia Meloni potrebbe tentare il colpaccio: trascinare la Sicilia alle urne insieme alle Politiche, riproponendo lo schema vincente del 2022.
Se invece Mattarella dovesse ‘obbligare’ la Meloni all’Election Day in primavera (maggio/giugno) abbinando le Regionali alle Amministrative, per la Premier spingere sulla Sicilia diventerebbe vitale: l’unico modo per bilanciare le probabili caporetto del centrodestra nelle grandi città (Roma, Milano, Napoli, Bologna, Torino).

(da Dagoreport)

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MELONI VORREBBE VIETARE BURQA E NIQAB A SCUOLA MA C’E’ UNA SENTENZA DEL CONSIGLIO DI STATO DEL 2008 CHE VA CONTRO I DESIDERI DELLA DUCETTA: PER I MAGISTRATI SI PUÒ INDOSSARE IL VELO INTEGRALE PER MOTIVI RELIGIOSI, IL CONSIGLIO DI STATO LO RITIENE UN “GIUSTIFICATO MOTIVO”

Settembre 23rd, 2026 Riccardo Fucile

PER I MAGISTRATI I PROBLEMI SORGONO QUANDO CHI INDOSSA BURQA O NIQAB OPPONE RESISTENZA NEL FARSI IDENTIFICARE DALLE AUTORITA’

Indossare il velo integrale per motivi religiosi costituisce un “giustificato motivo” che esclude la violazione delle norme sul divieto di mascheramento, a meno che non vi sia un rifiuto immotivato di farsi identificare dalle autorità. Indossarlo, quindi, in genere non è finalizzato a evitare il riconoscimento.
Questo il cuore della sentenza del Consiglio di Stato del 2008, che potrebbe entrare in contrasto con l’intenzione del Governo di prevedere il divieto di burqa e niqab a scuola.
Il punto centrale è l’interpretazione dell’articolo 5 della legge del 1975, che vieta, in luogo pubblico o aperto al pubblico, l’uso di mezzi che rendano difficoltoso il riconoscimento “senza giustificato motivo”.
La vicenda che ha portato al pronunciamento di Palazzo Spada nasce dall’ordinanza del sindaco di Azzano Decimo, in provincia di Pordenone, che nel 2004 vietava in luoghi pubblici il velo che copre il volto.
L’ordinanza fu annullata dal prefetto di Pordenone e successivamente anche dal Tar del Friuli-Venezia Giulia. La doppia bocciatura fu confermata dalla sentenza n. 3076/2008 del Consiglio di Stato, che ritenne illegittimo il divieto generalizzato introdotto dal sindaco. Il burqa, si legge, “non è una maschera, ma un tradizionale capo di abbigliamento, tuttora utilizzato anche con aspetti di pratica religiosa”.
Inoltre, “il velo che copre il volto non è generalmente finalizzato a evitare il riconoscimento”. Per questo il motivo religioso o culturale può costituire il “giustificato motivo” previsto dalla legge.
La stessa disciplina prevede però un divieto specifico, senza eccezione, “nelle manifestazioni che si svolgono in luogo pubblico”. Prevede inoltre la “momentanea” rimozione del velo per l’identificazione da parte della polizia per esigenze di pubblica sicurezza.

(da agenzie)

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IL PIANO DELL’INTERNAZIONALE CRIMINALE SOVRANISTA PER LE DEPORTAZIONI DI MASSA. IN SASSONIA ANHALT L’AFD SOGNA DI GOVERNARE E DARE VITA A UN PIANO DI REMIGRAZIONE PRENDENDO SPUNTO DALL’AUSTRIACO MARTIN SELLNER, TRA I PRINCIPALI IDEOLOGI EUROPEI DEI RIMPATRI FORZATI DEI MIGRANTI

Settembre 23rd, 2026 Riccardo Fucile

IL “MANUALE D’ISTRUZIONE” MESSO A DISPOSIZIONE DI AFD PREVEDE LE ESPULSIONI DEI CITTADINI TEDESCHI CHE NON SI “SONO ASSIMILATI A SUFFICIENZA” … IL RUOLO DELL’ISTITUTO DI REMIGRAZIONE DI SELLNER A MAGDEBURGO – CHISSA’ SE VANNACCI PRENDERA’ SPUNTO DAI SUOI ALLEATI EUROPEI

Chi si somiglia, si piglia: servisse una prova contemporanea di / questa saggezza popolare, basterebbe guardare al sodalizio che si va creando tra l’AfD della Sassonia-Anhalt e Martin Sellner, alla guida del movimento che organizza gli identitari in tutta Europa.
All’origine della nuova intesa ci sarebbe un documento riservato steso dall’Istituto per la remigrazione di Sellner e ora a disposizione dell’estrema destra di Magdeburgo. Il contenuto: un manuale d’istruzioni per remigrare non solo le persone migranti che non avrebbero più diritto di restare su suolo tedesco, ma addirittura quelli con cittadinanza tedesca che «non si sono assimilati a sufficienza».
Sellner ha organizzato insieme al suo socio Philipp Huemer, ex capo della Identitäre Bewegung, l’associazione di Sellner, a Vienna, diversi vertici sulla remigrazione in Europa dove ha riunito le figure più oscure della destra estrema continentale: oltre ad AfD, figure come l’influencer d’estrema destra olandese Eva Vlaardingerbroek e Viktor Orbán.
Sellner ha anche organizzato incontri più riservati, come quello di Potsdam, dove un paio di anni fa diversi politici di AfD erano stati messi in contatto con neonazisti e altre figure dello spettro estremo: dopo che il giornale d’inchiesta Correctiv aveva diffuso la notizia, i tedeschi erano scesi in piazza a migliaia per diversi sabati di fila per protestare contro il partito di Alice Weidel, che in quel momento arrivò anche a registrare un deciso calo nei sondaggi.
Tra i protagonisti di quegli incontri c’era anche Ulrich Siegmund, il candidato governatore che ha fatto il pieno di voti in Sassonia-Anhalt. Così, l’Istituto avrebbe improvvisamente una nuova sede: Magdeburgo. Non sembra un caso, considerato che già a fine agosto l’istituto ha steso una bozza per un piano per rendere la Sassonia-Anhalt un «caso scuola per la remigrazione».
Nelle 49 pagine sono previsti tre gruppi destinati alla remigrazione: coloro per cui è già stato deciso il rimpatrio, stranieri che hanno diritto di restare in Germania e tedeschi con background migratorio «non abbastanza assimilati».
Per quanto riguarda i minori, poi, sono previste delle “classi di transito”, in cui sia loro impartito un «orientamento verso il rimpatrio». Dopo la prima fase di rimpatri ed espulsioni, è previsto un periodo di «rigenerazione del paese», in cui si lavori per aumentare il numero di nascite per donna.
Il contenuto, insomma, è tutt’altro che inoffensivo: è previsto anche un ufficio regionale per la remigrazione per organizzare tutti i rimpatri in maniera centrale e verificare tutte le pratiche d’asilo pendenti e anche quelle già approvate, così come le cittadinanze tedesche già concesse, per controllare i «casi sospetti» e se siano state acquisite in maniera «illegale».
A livello pratico, poi, nei giorni scorsi Siegmund si è detto felice degli investimenti nel riarmo del paese perché i nuovi mezzi potranno tornare utili per la remigrazione. Nel dubbio, già nel programma elettorale regionale si punta a uno stanziamento di 100 milioni di euro per un’offensiva remigratoria.
Le persone provenienti da paesi terzi “sicuri” verrebbero respinti, tutto il denaro detenuto dalle persone in arrivo requisito e i migranti collocati in strutture lontane dai centri abitati. Non c’è la certezza matematica che AfD abbia ricevuto il documento dei sellneriani, ma visti i contatti precedenti certamente non c’è da escluderlo.
Mentre l’orizzonte sulla Sassonia-Anhalt si fa sempre più scuro, nel resto della Germania monta la preoccupazione. Soprattutto tra i servizi segreti interni, che hanno segnalato le varie frange di AfD a più riprese per i loro atteggiamenti di estrema destra, ma anche nell’apparato di sicurezza.

(da “Domani”)

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PAOLO BERIZZI IN UN LIBRO RICOSTRUISCE IL FILO NERO CHE UNISCE VANNACCI E FORZA NUOVA, A PARTIRE DAL RIFIUTO DEL GENERALE ALL’OFFERTA DI ROBERTO FIORE CHE PROVÒ A METTERLO IN LISTA NEL 2023. FIORE LO SOSTENNE POI NELLE VENDITE DEL “MONDO AL CONTRARIO”

Settembre 23rd, 2026 Riccardo Fucile

UN EX MILITANTE FORZANOVISTA RICORDA: “MI TROVAI A FARE LA SICUREZZA A VANNACCI E A VENDERE I SUOI LIBRI AL BANCHETTO. OVVIAMENTE I SOLDI SE LI PRENDEVA LUI. CREDO CHE VANNACCI CONSIDERASSE FORZA NUOVA, COSÌ COME ALTRE FORMAZIONI NEOFASCISTE, UN POTENZIALE BACINO ELETTORALE E DI CONSENSO”

«No grazie, faccio il soldato». Rispose così, Roberto Vannacci. Quattro parole. Secche. Definitive. Una proposta di candidatura e un rifiuto garbato ma deciso, senza tentennamenti. La candidatura in questione è quella al parlamento italiano che Forza Nuova offrì al generale, oggi europarlamentare, a fine agosto 2023.
Con la morte di Silvio Berlusconi si era liberato un seggio a Roma. Nel collegio di Monza si doveva votare alle suppletive per eleggere un deputato che subentrasse al Cavaliere di Arcore.
Roberto Fiore, capo e fondatore di Forza Nuova, da buon broker della politica, pensò proprio a Vannacci: l’uomo giusto da candidare e spedire in Parlamento. Obiettivo doppio: fare il «botto» mediatico e insieme provare a rilanciare e a dare legittimità politica a Forza Nuova.
Si può ragionevolmente affermare che la piattaforma politica di Futuro Nazionale di Vannacci è accostabile al programma che Fiore e Forza Nuova portano avanti ininterrottamente, di certo con molta meno fortuna, dal 1997. Serve tenerlo presente per capire che la proposta di candidatura forzanovista a Vannacci non è un fatto né strano né sorprendente, tutt’altro.
«Io prima non ho mai avuto rapporti né contatti con nessun partito o forza politica, né di destra né di sinistra né di centro – mi dice Vannacci a maggio 2026 -. Ho prestato servizio nell’esercito italiano per trentanove anni, dal 1986 al 2025. Non mi sono mai occupato di politica e non mi sono mai interfacciato con dei politici. Andò così. Ad agosto 2023 mi contatta una giornalista, Gloria Callarelli, e mi intervista per Fahrenheit2022.»
Si tratta di un sito di informazione espressione di Forza Nuova. Dalla stagione delle proteste dell’estrema destra contro le misure di contenimento del Covid, Fahrenheit2022 ospita interventi di Roberto Fiore e altri dirigenti forzanovisti. Inoltre, organizza convegni, dibattiti e manifestazioni a sfondo politico, alcune delle quali controverse, come i raduni neofascisti del 25 aprile a Predappio.
Gloria Callarelli, oltre che giornalista di Fahrenheit2022, è stata consigliera comunale di Forza Nuova nel Comune di Vallo di Nera, candidata alle elezioni europee nel 2019 ed è tutt’ora referente del partito per il Friuli-Venezia Giulia. Lo dico a Vannacci. «Guardi», mi risponde, «in quei giorni di fine estate 2023 sono stato chiamato e intervistato da decine di giornalisti. Per me questa Callarelli di Fahrenheit2022 era una dei tanti giornalisti che mi chiamavano. Io sono uno che parla con tutti. E infatti. Facciamo l’intervista. Passa un po’ di tempo, qualche settimana, poi la giornalista di Fahrenheit2022 mi propone di presentare insieme il mio libro “Il mondo al contrario” a Monza».
La data è il 16 ottobre 2023. La presentazione, inizialmente programmata nel capoluogo brianzolo, in seguito a vibranti proteste da parte di forze e associazioni antifasciste e Lgbtqia+ finite al centro di un acceso dibattito in Consiglio comunale, viene spostata a Concorezzo, all’interno dell’Euro Hotel. Le proteste seguono Vannacci anche a Concorezzo. Chi organizza l’evento? Fahrenheit2022, leggi: Forza Nuova. Tutto è targato Forza Nuova.
La moderatrice-intervistatrice di Vannacci è Gloria Callarelli. Dagli ambienti di Forza Nuova e della sua giovanile Lotta studentesca vengono reclutati per l’occasione anche buona parte degli spettatori – il nucleo duro del pubblico che assiste all’evento – e anche il servizio d’ordine (si temevano tensioni e magari provocazioni da parte dei manifestanti anti-Vannacci).
Mi racconta un ex militante forzanovista che chiede l’anonimato: «Ci chiamano e ci dicono: “Dovete andare a fare la sicurezza alla presentazione del libro del generale Vannacci”.
All’inizio non capivamo. Perché Vannacci? Che c’entra con noi? Andiamo in una cinquantina di militanti. La maggior parte assiste in sala all’evento, fa numero. Gli altri fanno il servizio d’ordine. Sicuramente sarà stata una cosa di Fiore, una sua decisione. Non so se con Vannacci fossero già in contatto, se si conoscessero. Sta di fatto che mi trovo a fare la sicurezza a Vannacci – che tra l’altro non ho mai sopportato – e a vendere i suoi libri al banchetto. Ovviamente i soldi se li prendeva lui. Io credo che Vannacci considerasse Forza Nuova, così come altre formazioni neofasciste, un potenziale bacino elettorale e di consenso».

(da “Il libro segreto di Forza nuova”, edito da Fuoriscena e scritto da Paolo Berizzi)

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ADDIO AL LIBRO DEI SOGNI PER LA MANOVRA! LA MANCATA USCITA DALLA PROCEDURA D’INFRAZIONE MANDA NEL CAOS LA MAGGIORANZA IN VISTA DELLA FINANZIARA D’AUTUNNO, CON MOLTE RICHIESTE DEI PARTITI CHE ANDRANNO CASSATE O RIDIMENSIONATE

Settembre 23rd, 2026 Riccardo Fucile

SORGI: “NE CONSEGUONO DUE SCUOLE DI PENSIERO OPPOSTE: QUELLA DI SALVINI SOSTIENE CHE BISOGNA FREGARSENE E ANDARE RAPIDAMENTE A UNO SCOSTAMENTO DI BILANCIO IN BARBA ALLE REGOLE EUROPEE. L’ALTRA SCUOLA È QUELLA PRUDENTE DELLA PREMIER E DEL MINISTRO DELL’ECONOMIA”

Il libro dei sogni era già scritto: la pensione a 64 anni. L’abolizione strutturale (e non per il solo 2027) del bollo auto. L’estensione della flat tax per gli autonomi anche a redditi più alti di quelli attuali. La detassazione delle tredicesime. La riduzione del secondo scaglione Irpef per venire incontro anche ai redditi da lavoro dipendente.
L’aumento delle risorse del Fondo sanitario nazionale (anche per togliere un argomento a Schlein, che sulla Sanità batte sempre). Una serie di colpi con i quali, come s’è visto per il bollo e per le scuole per gli immigrati, Meloni contava di contrassegnare la sua personale campagna elettorale […]
Ma dopo la doccia fredda dell’Istat di ieri, e quel maledetto 0,1 per cento che Giorgetti non è riuscito a piallare, per riportare il rapporto tra deficit e pil al 3 per cento e portare l’Italia fuori dalla procedura d’infrazione europea prima della fine dell’anno, il governo, sul fronte della spesa, sarà costretto a muoversi con più cautela.
E la legge di Stabilità che i tecnici del Tesoro stanno già delineando dovrà necessariamente tener conto che solo all’inizio del prossimo anno l’Italia saprà se sarà riuscita a rientrare nei parametri del Patto di Stabilità.
Ne conseguono due scuole di pensiero opposte: quella di Salvini sostiene che bisogna fregarsene e andare rapidamente a uno scostamento di bilancio in barba alle regole europee, un po’ come fece il governo gialloverde nel 2018, quando si trattava di finanziare il reddito di cittadinanza e la quota 100 per le pensioni.
L’altra scuola è quella prudente della premier e del ministro dell’Economia, che in questi anni hanno dimostrato di saper tener testa alle pretese dei partiti e dei ministri che li rappresentano nel governo, per cercare di ricevere comprensione dalla Commissione europea e di poter utilizzare in parte i fondi europei. Ma anche di non urtare i mercati internazionali che devono comperare i titoli di Stato. Finché ne vale la pena.

Marcello Sorgi
per “La Stampa”

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GIORGIA DÀ I NUMERI! COSA C’È DIETRO L’ATTACCO DI MELONI ALL’ISTAT, PER LA CERTIFICAZIONE DEL DEFICIT AL 3,1%? LA DUCETTA È CONVINTA CHE IL DEEP STATE ABBIA DECISO DI “ZAVORRARE” IL GOVERNO IN VISTA DELLA PROSSIMA MANOVRA, IMPEDENDO L’USCITA DALLA PROCEDURA D’INFRAZIONE

Settembre 23rd, 2026 Riccardo Fucile

PER FRATELLINI D’ITALIA, IN TEMPI DI “FINANZA CREATIVA, UN DECIMALE O DUE PER FAR TORNARE I CONTI SI POTEVA TROVARE – L’INSOFFERENZA PER L’ESTABLISHMENT SI CONDENSA NELL’ATTACCO SCOMPOSTO DELLA PREMIER A MATTARELLA SULLA SCUOLA – L’ALTRO FRONTE DI GUERRA PER LA STATISTA DELLA SGARBATELLA È QUELLO EUROPEO, CON LA COMMISSIONE INFASTIDITA PER LA SCELTA DI FINANZIARE LA MANCETTA ELETTORALE DELLO STOP AL BOLLO AUTO CON I “RISPARMI” DEL PNRR – CON L’ONDA NERA CHE AVANZA, VON DER LEYEN NON CONCEDERA’ UN CENTESIMO IN PIÙ DEL DOVUTO ALLA MELONI E ALLE DESTRE

Giorgia Meloni sta dando i numeri perché, nel momento cruciale della legislatura, alla vigilia di una durissima campagna elettorale, i conti non tornano per il governo.
La certificazione dell’Istat del 3,1% nel rapporto tra deficit e Prodotto interno lordo, appena sopra alla soglia necessaria per poter uscire dalla procedura d’infrazione, è un boccone che non è andato giù alla Ducetta, come si è visto nella sua intemerata da Bruno Vespa a “Cinque minuti”: “Il dato sul deficit mi rammarica anche perché nella stessa giornata in cui l’Istat dice che siamo al 3,08% dice anche che rivedrà le stime della crescita. E’ accaduto ogni anno che, dopo un anno, che l’Istat abbia rivisto le stime in crescita. Non so se l’Istat sottostima gli italiani o il governo e questo mi dispiace…”.
Secondo credibili indiscrezioni, il ministero del Tesoro, evidentemente in seguito a interlocuzioni con l’Istituto di statistica, aveva prospettato un 2,9% per il deficit, salvo poi trovarsi davanti a una brutta sorpresa: il dato ufficiale è stato superiore di un misero 0,1% oltre il fatidico 3%. Uno “sporco decimale” che ha smentito clamorosamente la narrazione del governo dell’economia a gonfie vele.
Una cifra dietro cui sembra celarsi una decisione politica: in tempi di “finanza creativa”, ragionano i Fratellini d’Italia, un modo per far tornare i conti con uno 0,1 o 0,2% in meno non dovrebbe essere impossibile. E invece non è andata così e avrà un “effetto zavorra” sulle future scelte economiche del governo.
Tanto che nella maggioranza si è già scatenato il panico. Matteo Salvini ha sparato subito: “È surreale che si debba dipendere da logiche dello zero virgola. Solo per non bloccare i cantieri, serve uno scostamento di bilancio di 8 miliardi”. La replica di Forza Italia è stata immediata: “Serve prudenza di bilancio”. L’intervento netto di Fratelli d’Italia (“Lo scostamento di bilancio ora non è la cosa da fare”) denuncia una tensione all’interno della maggioranza.
La premier con gli otoliti in subbuglio, non ha puntato il dito solo contro l’Istat ma se l’è presa con il famigerato deep state ostile (“C’è chi lavora contro l’Italia per colpirci”).
Nell’attacco all’istituto di statistica, la smemorata della Garbatella dimentica che proprio il suo governo, a causa delle faide interne, per un anno non è stato in grado di indicare il nuovo presidente dell’Istat, dopo la scadenza del mandato di Gian Carlo Blangiardo (che Salvini avrebbe voluto prorogare).
Alla tolda di comando è salito come presidente facente funzione (in qualità di membro anziano del consiglio), Francesco Maria Chelli, che in quel lasso di tempo ha potuto gestire solo l’ordinaria amministrazione. Per inerzia, Chelli è stato poi confermato alla presidenza con pieni poteri.
Il centrodestra recrimina, sbraita e denuncia il più classico sgambetto del deep state che, secondo la narrazione vittimista meloniana, vuole ostacolare a tutti costi il governo dei patrioti, impedendogli la prevista manovra espansiva a fini elettorali.
Al di là delle suggestioni politiche, è indubbio che il deep state che tiene le redini dello Stato (e dunque dei conti pubblici), dalla Ragioneria Generale alla Corte dei Conti fino alla Consulta, ha come punto di riferimento il Quirinale.
L’attacco sguaiato e scomposto della Ducetta a Sergio Mattarella sugli alunni stranieri a scuola rientra in quell’insofferenza mai sopita che il governo ha più volte manifestato verso Sergio Mattarella.
Il presidente, da parte della “Fiamma magica” della Ducetta, è stato vissuto come “ostile”. Da qui i vari attacchi al Colle da parte dei meloniani e dei giornali amici (“la Verità” e Bignami attaccarono il Colle per le presunte trame di “scossone” al governo Meloni erroneamente attribuite al consigliere di Mattarella, Francesco Saverio Garofani).
Il “Corriere della Sera”, da sempre attento a dare spazio alle “ragioni” della premier, riporta, con un articolo a firma di Francesco Verderami, lo sfogo della Meloni: “l’Istat in quattro anni ha sbagliato tutte le previsioni”. E ancora: “Abbiamo risparmiato tutto quello che altri hanno sperperato, ma il risultato ci viene negato da chi lavora contro l’Italia per colpire noi”. Il solito riflesso da Underdog, o meglio da Calimero, di una premier che vede ombre dappertutto.
Ma la presidente del Consiglio, che con i numeri fa fatica ma di propaganda se ne intende, fa finta di non sapere che sono ormai quattro anni che è al potere.
E che il governo più longevo della storia repubblicana ha avuto tempo e modo di intervenire in maniera più decisa sull’economia del paese, se avesse voluto.
Senza dimenticare che la “patata bollente” dei conti pubblici, prima di finire alla Statista della Sgarbatella, era passata sotto le forbicione del governo Draghi, che aveva messo una toppa depotenziando a più riprese il Superbonus grillino scassaconti.
Nel più classico scenario da tempesta perfetta, allo psicodramma del deficit sopra il 3% si è affiancato l’evidente fastidio di Bruxelles per la scelta del governo di utilizzare i “risparmi” dei fondi Pnrr, destinati a riforme strutturali e grandi opere per il rilancio del paese, per l’ennesima mancetta elettorale, ovvero la sospensione di un anno del bollo auto.
Se da un lato il deep state italiano è accusato di zavorrare il governo, il deep state europeo di certo non è più così disponibile a dare una mano all’armata Branca-Meloni. Soprattutto nel momento in cui le destre, anche estreme, stanno avanzando pericolosamente in tutto il continente, dalle svastichelle di Afd in Germania a Marine Le Pen in Francia, fino a Vox in Spagna.
In questo contesto, in cui l’onda nera rischia di travolgere l’Unione europea, appare politicamente comprensibile che la presidente della Commissione Ue, e Ursula von der Leyen, e il commissario Valdis Dombrovskis siano più riottosi a tendere una mano a Giorgia Meloni, ormai entrata in campagna elettorale.
Come scrive oggi “la Stampa”, “La Commissione europea è pronta a tendere la mano al governo italiano per rendere possibile l’uscita dalla procedura per disavanzi eccessivi nella prossima primavera”. Tradotto: per la manovra finanziaria di dicembre 2026, zero carbonella.
E comunque la mano tesa di Bruxelles non sarà automatica. Come precisa ancora “la Stampa”: “Dipenderà certamente dal valore del deficit 2026, che l’anno prossimo dovrà essere verificato a consuntivo. Ma dipenderà anche da un’interpretazione del regolamento che l’esecutivo europeo si appresta ad effettuare con un approccio ‘flessibile’, come filtra da Palazzo Berlaymont”. Dunque, dipenderà da una decisione politica della Commissione europea. E per Giorgia non lascia ben sperare…

(da Dagoreport)

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