Settembre 9th, 2026 Riccardo Fucile
IL PROBLEMA DELLE REGIONI ORIENTALI LEGATO ALLA RIUNIFICAZIONE E L’IMMIGRAZIONE DIETRO IL BOOM DELL’ULTRADESTRA: MA C’E’ UN’AGGRAVANTE. MENTRE LA DESTRA IN ITALIA E FRANCIA CERCA DI SPOSTARSI PIÙ AL CENTRO, DA NOI SI RADICALIZZA SEMPRE PIÙ”
«Con il risultato di domenica in Sassonia-Anhalt è probabilmente finito il vecchio sistema tedesco che vedeva l’Unione cristiano-democratica come partito capace di integrare a destra. In questo senso il voto ha un significato storico».
Giovanni di Lorenzo è il direttore del settimanale Die Zeit .
È stata una sorpresa un successo così dirompente?
«La sorpresa è che un partito non solo considerato di estrema destra dai servizi civili, ma che si esprime come tale e ha condotto una campagna elettorale aggressiva, mai vista in Germania, sfiori la maggioranza assoluta. Il risultato non poteva esser peggiore per i partiti del centro e della sinistra».
È stato giusto insistere sulla Brandmauer, il cordone sanitario?
«La Brandmauer non è stata inventata tanto per tenere l’AfD fuori. Serve piuttosto ai cristiano-democratici a proteggere sé stessi, rifiutando la retorica e la prassi di Alternative für Deutschland.
Ma non funziona e non è il problema. Anzi penso che se prima delle elezioni la Cdu avesse annunciato la fine dell’opposizione a ogni collaborazione con AfD, avrebbe avuto un risultato ancora peggiore».
Lei parla di significato storico del voto, ma si tratta di un piccolo Land orientale.
«Il malcontento contro il governo è generale: solo il 17% dell’intero elettorato tedesco considera l’attuale coalizione berlinese efficace e capace di risolvere i problemi. L’assenza di fiducia mina l’idea stessa del sistema parlamentare democratico. Il pericolo è proprio il cortocircuito tra sfiducia nel governo e sfiducia nel sistema. È vero che AfD nei sondaggi nazionali non ha il 40%, ma è comunque in testa con il 28%».
Ma non c’è un problema specifico nelle regioni orientali dove AfD è più forte e radicata?
«Certo. Si portano dietro molte delusioni legate alla riunificazione e alle speranze disattese. Inoltre, nella Sassonia-Anhalt pesano altri fattori: la popolazione più vecchia della Germania, le poche nascite, la fuga dei giovani, l’assenza di investimenti, la crisi del polo chimico intorno a Leuna. Infine, tutti gli studi confermano che il tema prioritario alla radice dell’insoddisfazione è l’immigrazione».
È il combustibile che spinge tutta la destra europea.
«Con un’aggravante. Che mentre la destra in Italia e Francia cerca di spostarsi più al centro, da noi si radicalizza sempre più. Credo però che questo aspetto rimarrà una caratteristica della Germania, non avrà emuli altrove. E questo fa paura. Perfino in Austria, dove pure la FPÖ ha fatto da modello per AfD, che lo dice apertamente, in realtà il partito di estrema destra a livello regionale dove governa è più borghese e pragmatico».
Se AfD dovesse governare la Sassonia-Anhalt, che conseguenze ci sarebbero per il governo?
«Paradossalmente poche. AfD ha promesso tante cose, ma nessuna o quasi è realizzabile. Il Land ha un bilancio di 15 miliardi di euro, di cui 3 vengono dagli altri Land e dal governo, e ha un debito di 1 miliardo. Non ha alcun margine di manovra. Se AfD andasse al governo regionale avrebbe gli stessi limiti dei partiti che lo governano oggi. Io penso che in realtà non lo voglia perché questo smaschererebbe il bluff e l’incanto finirebbe subito».
(da agenzie)
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Settembre 9th, 2026 Riccardo Fucile
“CI AVREBBE DOVUTO DARE UNA MANO, ALTRIMENTI AVREMMO MESSO ALTRE BOMBE”
Dopo gli attentati della mafia del 1992 e del 1993 “nelle discussioni con Bagarella
dicevamo di usarli come strumento politico, come se fossero suggeriti dalla sinistra, in modo tale” da agevolare “Berlusconi, in modo che potessero orientare la sua entrata in politica”, “eravamo nel 1994”.
Lo ha detto il boss Giovanni Brusca sentito come testimone durante al processo in corso a Firenze contro Salvatore Baiardo, l’ex gelataio di Omegna (Novara), imputato di calunnia contro il conduttore tv Massimo Giletti, in un passaggio in cui il pm Leopoldo De Gregorio chiedeva dei rapporti intrattenuti con la politica da Cosa Nostra.
Per arrivare a Berlusconi, così ha risposto Brusca – video-collegato da una località protetta -, era stato contattato Vittorio Mangano, “c’è un incontro per dargli l’incarico”, “Mangano poi ci fece sapere che aveva avuto un contatto che lo aveva fatto sapere a Berlusconi o tramite Dell’Utri o altri canali, e ci riportò che Berlusconi aveva ringraziato e che quanto prima ci avrebbe dato una mano”.
Tuttavia Brusca, proseguendo il suo ricordo, ha anche detto oggi che “gli mandammo anche una minaccia velata”, cioè “che se non ci avesse dato una mano, avremmo messo altre bombe per metterlo politicamente in difficoltà”. Giovanni Brusca, sempre rispondendo al pm, ha detto di non sapere nulla di rapporti economici e patrimoniali di Berlusconi antecedenti al 1993″ e di aver appreso solo successivamente, in modo generico e dai discorsi con gli altri boss, di investimenti di Berlusconi con altri soggetti.
Brusca ha detto che Berlusconi, con le sue imprese, “pagava il pizzo” senza però citare la Standa nel quartiere Brancaccio di Palermo. La figura di Mangano per avvicinare Berlusconi, ha anche affermato, “fu decisa da Stefano Bontade”. Sempre sulle intenzioni dei boss mafiosi rispetto alla politica, Brusca ha parlato dell’imprenditore palermitano Gianni Jenna riguardo “a un progetto politico per costituire un partito politico, Sicilia Libera, nel 1993-1994. Aderii inizialmente a questo progetto ma dopo che mandai due miei soggetti di fiducia a informarsi, tutti e due mi hanno dato notizie negative e decisi di ritirarmi”. A Brusca risulta che “Giuseppe Graviano era entrato all’inizio in Sicilia Libera ma poi Bagarella non mi disse più nulla”.
I boss di Cosa Nostra dopo l’arresto di Leoluca Bagarella, nel 1995, si incontrano e “durante una partita a poker, un pokerino, Messina Denaro ci disse che Giuseppe Graviano aveva visto al polso di Silvio Berlusconi un orologio da 500 milioni di lire. E’ la prima volta che io sento di questo contatto con Berlusconi”. Lo ha ricordato Giovanni Brusca, sentito come testimone al processo di Firenze contro Salvatore Baiardo, accusato di calunnia contro il giornalista Massimo Giletti. “Io sono appassionato di orologi – ha detto Brusca – e l’argomento mi è venuto facile crederlo”, “il discorso c’è stato quando ci siamo messi a parlare dei nostri orologi”. L’accusa voleva ricostruire i rapporti tra Graviano e Berlusconi, che è un aspetto di questo processo per via della fotografia che Baiardo avrebbe mostrato a Giletti riconoscendovi Berlusconi.
Brusca ha parlato della latitanza al nord dei fratelli Graviano. “Sa se i Graviano si sono allontanati da Palermo dopo l’attentato a Borsellino?”, è stato chiesto a Brusca. “Non lo so – ha risposto – Fino alla strage di Capaci li ho visti, li ho visti fino a due, tre sere prima prima dall’attentato a Borsellino”. Su dove fossero i Graviano “ho saputo da Messina Denaro, che erano al nord, che si erano divertiti, che facevano la bella vita”, ha detto Brusca, “Messina Denaro al nord era stato ospite dei fratelli Graviano, si parlava di ville affittate al nord”.
Quando Brusca voleva rintracciare al nord Balduccio Di Maggio, un altro boss uscito dalla Sicilia – “ma dopo aver individuato dove era facemmo un viaggio a vuoto, non lo potevamo colpire” -, sapeva “che a Borgomanero aveva un amico”, “un gelataio ci fece sapere dove si trovava”. Il gelataio è assimilabile alla figura di Baiardo tanto che la presidente del collegio Anna Favi chiede anche lei di precisare qualcosa di più di questo soggetto “che vendeva gelato”. “Non sapevo nulla chi era questo soggetto – ha detto Brusca – l’ho saputo dopo” “sapevo solo che Di Maggio era amico di uno di Borgomanero, era da quelle parti”. Più volte Brusca fa anche il nome della cittadina di Vigevano ma dice di non ricordare con precisione.
(da agenzie)
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Settembre 9th, 2026 Riccardo Fucile
CONFERMATA LA LINEA DEL PRESIDENTE DEL RASSEMBLEMENT NATIONAL JORDAN BARDELLA BATTEZZATA IN OCCASIONE DELLE ELEZIONI EUROPEE 2024, QUANDO IL PARTITO DI LE PEN AVEVA ROTTO CON L’AFD DOPO LE PAROLE DEL CAPOLISTA MAXIMILIAN KRAH, SECONDO IL QUALE “NON TUTTI I MEMBRI DELLE SS ERANO CRIMINALI”
Nella destra sovranista europea la voce apertamente critica sul trionfo della AfD è quella del Rassemblement national, sempre più impegnato nella ricerca di un difficile equilibrio tra proposte dirompenti (come la proibizione del velo islamico) e prese di posizione più moderate per allargare il bacino di voti.
Il deputato lepenista in ascesa Jean-Philippe Tanguy si dice «scioccato perché gli elettori hanno votato gente che relativizza il passato nazista della Germania, che spiega che si poteva essere SS senza essere per forza una cattiva persona. È scandaloso».
Tanguy del resto conferma una linea del partito tracciata dal presidente Jordan Bardella già in occasione delle elezioni europee 2024, quando il RN aveva rotto con l’AfD dopo le parole del capolista Maximilian Krah, secondo il quale «non tutti i membri delle SS erano criminali». Lo stesso deputato Tanguy ha raccontato di avere incontrato alcuni deputati europei della AfD prima delle precedenti elezioni europee, nel 2019, e di essere uscito dal loro ufficio «terrorizzato»:
«Con Nicolas Dupont Aignan ci siamo detti “questa gente è impossibile”». Anche nell’intervista di domenica al Corriere , prima del voto, l’aspirante premier Jordan Bardella ha ricordato che «abbiamo preso le distanze dall’AfD più di due anni fa, ritenendo che alcune posizioni e un certo numero di profili ci creassero problemi».
Sulla questione AfD, il Rassemblement national di Marine Le Pen, favorita nella corsa all’Eliseo a neanche otto mesi dal voto, assume una posizione da destra conservatrice più che da formazione antisistema. Come ha fatto in Italia la premier Giorgia Meloni, che non si è complimentata, al contrario dell’alleato del Rassemblement national in Europa, Matteo Salvini, che sabato sera ha cenato con Bardella dopo il forum di Cernobbio ma poi ha esultato per «un successo clamoroso, che evidenzia la forte richiesta di cambiamento, sicurezza e lavoro».
(da Corriere della Sera)
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Settembre 9th, 2026 Riccardo Fucile
I PARLAMENTARI CHE VOGLIONO ESSERCI DEVONO VERSARE 25 MILA DOLLARI AL PARTITO, NUMERI CHE SVELANO IL MOTIVO PER CUI “THE DONALD” HA ORGANIZZATO LA SIMIL-CONVENTION: RACCOGLIERE FONDI… PER TRUMP RISCHIA DI ESSERE UN AUTOGOL, È POSSIBILE CHE VENGA IMPALLINATO DAI SUOI COMPAGNI DI PARTITO CONTRARI ALLA GUERRA IN IRAN, AI DAZI E INCAZZATI PER IL COSTO DELLA VITA SCHIZZATO ALLE STELLE
L’ultima volta che i repubblicani planarono in massa su Dallas era il 1984. La città era
uno dei bastioni conservatori e i delegati si riunirono per consacrare Ronald Reagan candidato alla Casa Bianca. Fuori dal palazzetto ci furono proteste degli attivisti di sinistra.
Il Gop – il Grand Old Party come viene chiamato il Partito repubblicano – da allora ha cambiato fisionomia, elettori e soprattutto leadership, con Donald Trump, imbevuto di America First e cultura Maga più che di dogmi repubblicani, su tutti la sacralità del libero mercato e dell’interpretazione rigorosa della Costituzione. Demoliti, questi, a colpi di dazi e sfide in tribunale a giudici, funzionari e politici.
Si torna in una Dallas che oggi vota democratico, in uno Stato, il Texas, rosso fuoco, benché quest’anno meno sfavillante e a rischio spegnimento se James Talarico, talentuoso 38enne seminarista presbiteriano democratico, riuscirà in novembre a battere per il Senato Ken Paxton, Attorney General falco anti-migranti, pro-bibbia nelle scuole e antitasse.
Da oggi per 48 ore Dallas sarà caput mundi della politica Usa con questa insolita convention pre-Midterm, per la prima volta sganciata dal calendario delle presidenziali, e fortemente voluta da Donald Trump, e dove gli attivisti, figli e nipoti di quelli del 1984, faranno rumore e contesteranno al leader Usa le guerre, le spese militari, i dazi e il costo della vita schizzato in su.
C’è pure una mostra di 4 giorni – ingresso limitato, 175 persone alla volta, posti liberi solo per domani – in cui sono mostrati gli Epstein Files che qualcuno si è preso la briga di stampare. Arriva il presidente e si fanno i conti con la sicurezza, le spese, qualche barricata, strade inagibili, servizi navetta obbligatori. Verranno spesi 2,5 milioni di dollari fra dispiegamento della polizia, pompieri, servizi di emergenza per vigilare nell’area dell’AmericanAirlines Center.
Non è una Convention in senso stretto, non si vota un programma, non si vota un candidato per qualche carica. Si paga, si pregherà e si cercherà di aver accesso agli eventi e cene e pranzi migliori per condividere un tozzo di pane con il vip di turno. A caro prezzo. I biglietti e le notti in hotel – almeno tre nei pacchetti – sono messe in vendita a 20 mila dollari. I deputati e i candidati che vogliono esserci devono versare 25 mila dollari al partito.
Quello della California offre alla modica cifra di 250 mila dollari, 4 biglietti, 4 stanze, incontri con le celebrità. I più modesti cittadini dell’Alabama potranno entrare al centro convegni con “appena” 1300 dollari. Numeri che svelano la reale portata di questa Convention: fare raccolta fondi, tanti, da destinare al mantenimento della maggioranza conservatrice al Congresso che uscirà dal voto del 3 novembre. Nelle due serate gli organizzatori dicono ci saranno 20 mila spettatori (paganti) per ognuna.
Trump terrà questa sera (la notte in Italia) il discorso principale. Domani tocca a JD Vance, ma lo stesso Trump chiuderà i lavori. Sono previsti 109 appuntamenti fra piccoli video, discorsi e brevi riferimenti al programma del Gop. Molti repubblicani dubitano che Trump finirà per celebrare sé stesso. Tanto che Joe Gruters, presidente della Convention, ha ribattezzato l’evento «Trumpa-pa-looza».
Una grande abbuffata di trumpismo, con il presidente che promette «tanto divertimento». «Serve conquistare gli indipendenti, non i Maga», nota invece un deputato parlando a Politico senza svelarsi ma dando fiato a un pensiero comune. Troppo Trump, poco Gop è il rischio di Dallas. I primi due spot tv per le Midterm hanno protagonista Trump, si fa notare.
Si contano a decine i desaparecidos, senatori e deputati che hanno presentato le migliori scuse per restare lontani dal caldo di Dallas. C’è chi accompagna la figlia al college; chi ha un matrimonio; chi ha scelto di trascorrere il tempo nel proprio distretto. Susan Collins, senatrice in bilico del Maine, non ci sarà.
John Thune, capo dei senatori, non parlerà dal podio. Altri, come Tim Burchett: «Non ho 25 mila dollari da dare». Almeno un centinaio diserteranno, secondo alcuni conteggi. In realtà Trump è “tossico”, non ovunque s’intende, ma nei collegi in bilico associarsi a lui è un rischio. Collins detta la via, altri la seguono.
Anche perché i sondaggi sono piuttosto complessi. I repubblicani hanno dilapidato quanto guadagnato fra gli elettori ispanici: oggi in 17 distretti della Camera incerti il gap è meno 23 rispetto ai democratici, quando nel 2024 era la metà. Il tasso di gradimento di Trump è al 33% (dati Reuters/Ipsos 18 agosto), peggio di lui solo Nixon a poche settimane dal Watergate.
(da La Stampa)
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Settembre 9th, 2026 Riccardo Fucile
I “RIBELLI” PERO’ NON VOGLIONO PASSARE PER POLTRONARI E CHIEDONO IL “RINNOVAMENTO” DELLA LINEA POLITICA DEL PARTITO … OFFERTA DI SALVINI AI RIBELLI: “FACCIAMO INSIEME LE LISTE MA NIENTE SCHERZI A PONTIDA”
È l’ultima offerta di Matteo Salvini ai ribelli del Nord, che vorrebbero la sua testa, chiamata per galateo «passo di lato»: una gestione collegiale delle liste per le prossime Politiche. In cambio, niente scherzi a Pontida.
Tradotto: i vari Fontana, Zaia e Fedriga avranno voce in capitolo sulle candidature delle prossime elezioni, non deciderà il vicepremier in solitaria.
Ma l’appuntamento sul “sacro prato” della Bergamasca non può diventare terreno di scorrerie e contestazioni da parte dei nostalgici della Lega Nord, non può uscirne fuori – questi sono i desiderata del segretario – l’immagine di un Carroccio sbalestrato dai dissidi interni, ma al contrario dev’essere l’occasione del rilancio.
Non a caso il leader vorrebbe offrire il palco del 20 settembre ai governatori, senza grandi ospiti internazionali a rubare la scena, com’è avvenuto negli anni passati.
E non è detto che i nordisti siano disposti ad accettare la “pax delle liste”, anche perché sono consapevoli che possa uscire fuori una narrazione che li tratteggia da poltronari, più che interessati al rinnovamento e alle sorti del movimento.
Difficile capire se la mediazione riuscirà. Fallisse, riprenderebbe quota la proposta di creare “un’associazione del Nord”, insomma un correntone autonomo rispetto alla linea di via Bellerio. I pontieri però sono in azione: ieri il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha incontrato al Mef il governatore della Lombardia, Attilio Fontana. […]
La Lega è un pentolone di malumori e bisticci. Silvia Sardone, fedelissima del leader, se la prende davanti ai taccuini con chi sta mettendo in piazza la disputa dentro il partito: «I governatori? In Lega hanno già un ruolo. Mi piacerebbe leggere sui giornali qualche articolo di più sulle cose che fa la Lega rispetto alle questioni interne. Forse questo avvantaggerebbe i sondaggi».
Simonetta Matone, deputata considerata solitamente vicina al segretario, dal palco manda messaggi opposti (e apparentemente sfavorevoli) alla linea di Salvini: «Non c’è da esultare per il voto in Sassonia», cioè la vittoria dell’Afd celebrata invece dal vicepremier, con tanto di messaggi e complimenti ad Alice Weidel.
«Non dovremmo rincorrere chi non ci appartiene». Di più: «Dobbiamo essere orgogliosamente antifascisti, come era la Lega delle origini. Magari verrò cacciata, ma dico quello che penso».
(da Repubblica)
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Settembre 9th, 2026 Riccardo Fucile
A VINCERE L’APPALTO MILIONARIO È STATA LA FVG LIVE, UNA SOCIETÀ AMMINISTRATA DA LUCA TOSOLINI, CHE È SOCIO (IN ALTRE SOCIETÀ) DI GIOVANNI RICCARDI, FIGLIO DELL’ASSESSORE ALLA PROTEZIONE CIVILE, RICCARDO RICCARDI. CIOÈ PROPRIO DI COLUI CHE HA ISTITUITO IL COMITATO PER IL CINQUANTENNALE DEL TERREMOTO”
Hanno provato ad alzare la voce. Hanno minacciato querele, denunce, hanno
vagheggiato di «mandanti politici», e hanno provato a mettere sotto silenzio la notizia anticipata dalla Verità.
Ma ora gli amministratori del Friuli-Venezia Giulia che a maggio hanno speso oltre 3 milioni di euro (per l’esattezza 3.110.961 euro) per il concerto di Andrea Bocelli, in occasione delle celebrazioni per il 50° anniversario del terremoto del 1976, dovranno rispondere agli inquirenti.
E vediamo se saranno ancora così arroganti. O se dovranno piegarsi a spiegare le procedure seguite, come, a voler essere trasparenti e intelligenti, avrebbero dovuto fare fin dal primo momento.
Ve l’avevamo anticipato, infatti, ed è accaduto: l’esposto preparato in Friuli è arrivato a Roma all’Anac, l’Autorità anticorruzione, che in data 7 settembre, come da documenti in nostra mano, ha registrato l’atto e aperto un fascicolo. Ma non è tutto.
Lo stesso esposto è stato inviato anche alla Procura regionale della Corte dei Conti, che a sua volta ha aperto un altro fascicolo, chiedendo alla Guardia di finanza di indagare. Nel mirino dei magistrati contabili c’è l’eventuale sperpero di denaro pubblico, con conseguente danno erariale, a causa di quella assegnazione che avvenne con procedura negoziale e senza bando.
Spendere oltre 3 milioni di euro (tutti a carico dei contribuenti) per un concerto in memoria di una tragedia, è già di per sé discutibile, al di là del successo dell’iniziativa. […] Ma ancor più ha colpito il fatto, rivelato dalla Verità, che a vincere l’appalto milionario (ripetiamolo: assegnato con procedura negoziale e senza bando) è stata la Fvg Live, una società amministrata da Luca Tosolini, che è socio (in altre società) di Giovanni Riccardi, figlio dell’assessore alla Protezione civile, Riccardo Riccardi.
Cioè, guarda caso, proprio di colui che ha istituito il Comitato per il cinquantennale del terremoto. La Fvg Live è stata scelta perché offriva, in esclusiva, le prestazioni di Bocelli, ma a essa sono state assegnate (sempre con procedura negoziale e senza gara) anche tutte le attività organizzative e tecniche (palco, tribune, pavimentazioni, camerini, eccetera) che alla fine sono risultate la parte preponderante della spesa.
Tutto corretto? Tutto normale? E come mai la Fvg Live scriveva nella proposta (9 marzo 2026) che la parte tecnica e organizzativa sarebbe stata «non scindibile né negoziabile»? E come aveva fatto due mesi prima (16 gennaio 2026) il Comitato per il cinquantennale a stanziare la cifra esatta che Fvg Live propone due mesi dopo (9 marzo 2026)?
Insomma: è stato tutto corretto? E si poteva risparmiare su quell’appalto? L’assessore Riccardi si è difeso finora dicendo che lui non c’entra nulla con l’assegnazione alla Fvg Live. Si tratta, evidentemente, di una difesa assai debole.
È vero che l’appalto viene formalizzato il 13 marzo 2026 dalla direzione attività produttive e turismo, dipendente da un altro assessore, Stefano Bini, come avevamo correttamente scritto sulla Verità del 30 agosto scorso. Ma è anche vero che questa direzione era stata incaricata di occuparsi di questa vicenda solo tre giorni prima (10 marzo 2026) e proprio con un decreto della Protezione civile, dunque dell’assessore Riccardi.
Ed è altrettanto vero che la scelta di Bocelli (e di conseguenza della Fvg Live) è stata fatta nella riunione del Comitato per il cinquantennale del 16 gennaio 2026, dunque sotto la responsabilità dell’assessore Riccardi. Come fa a dire che non c’entra nulla? L’assessore Riccardi, per altro, dovrà probabilmente rispondere su altre spese relative al cinquantennale del terremoto.
Secondo quanto riportato dal Piccolo di Trieste, infatti, «La Procura della Corte dei Conti del Friuli-Venezia Giulia ha inserito nel fascicolo, oltre alla spesa per il concerto di Bocelli, una serie di altri finanziamenti concessi dalla Regione, sempre senza gara».
Per esempio, potrebbero esserci finiti i 160.000 euro (134.800 euro più Iva) spesi per la creazione di un sito Internet ad hoc (appalto vinto da Interlaced Srl) oppure i quasi 300.000 (239.250 euro più Iva) spesi per la messa celebrata il 3 maggio alla Caserma Goi Pantanali di Gemona.
In effetti: davvero era necessario un nuovo sito Internet per celebrare le vittime del terremoto? Non bastavano quelli istituzionali? E davvero una messa per ricordare i morti può costare 300.000 euro? Quest’ultima notizia siamo sicuri che non farà piacere ai tanti sacerdoti friulani che ogni giorno stanno vicino ai poveri e neppure al cardinale Matteo Zuppi, che quella messa da 300.000 euro l’ha celebrata.
Per altro: l’appalto della messa sapete chi l’ha vinto? Guarda caso: la Fvg Live, sempre lei, quella di proprietà del socio del figlio dell’assessore Riccardi.
Il quale assessore per questo appalto (come per quello del sito Internet) ha gestito direttamente la procedura, in quanto responsabile della Protezione civile. Riuscirà a dire anche stavolta che non c’entra nulla? Aspettiamo con ansia. Nel frattempo lo invitiamo a andare a rileggere gli inviti a quella Santa messa di commemorazione dei defunti, organizzata dalla Fvg Live per 300.000 euro. Si parla di «due ingressi omaggio» in offerta (l’ingresso omaggio, per la messa…), ci si raccomanda di «presentarsi ai controlli con il biglietto», tenendo «il codice a barre rivolto verso l’alto» e alla fine di tutto, in maiuscolo, c’è stampato un allegro: «Auguriamo buon divertimento!». Evidentemente alla Fvg Live non sanno distinguere l’eucaristia da un concerto pop. Oppure si divertono alle spalle di 1.000 morti sotto le macerie.
(da La Verità)
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Settembre 9th, 2026 Riccardo Fucile
LA RISPOSTA DEL PREMIER MARK CARNEY ALL’ULTIMA OFFENSIVA TARIFFARIA DI TRUMP COLPISCE LATTE IN POLVERE, PROFUMI, MA ANCHE CONSOLE, MAZZE DA GOLF, VESTITI, ACCIAIO E ALLUMINIO – OTTAWA HA SEGUITO IL PRINCIPIO DEL “DOLLARO PER DOLLARO E ALIQUOTA PER ALIQUOTA”: A CIASCUN PRODOTTO CANADESE COLPITO DAGLI USA CORRISPONDE UNA MERCE AMERICANA GRAVATA DALLO STESSO PRELIEVO
Un minuto dopo la mezzanotte di martedì, il confine terrestre più lungo del mondo è diventato un po’ più difficile da superare. Il Canada ha fatto scattare ieri i controdazi sulle merci americane annunciati dopo il fallimento dei negoziati con Washington: aliquote del 15, 25 e 50% su centinaia di prodotti, per 27,6 miliardi di dollari canadesi, circa 20 miliardi di dollari americani.
La risposta del primo ministro Mark Carney all’ultima offensiva tariffaria di Trump colpisce latte in polvere, profumi, ma anche console, mazze da golf, elettrodomestici, vestiti, acciaio e alluminio: la rappresaglia attraversa quasi tutta l’economia reale. Ottawa ha seguito il principio del «dollaro per dollaro e aliquota per aliquota»: a ciascun prodotto canadese colpito dagli Usa corrisponde, per quanto possibile, una merce americana gravata dallo stesso prelievo.
Ma Ottawa ha scelto di colpire le aree più dipendenti dal mercato canadese, dal Michigan al Wisconsin. Non può chiudere la frontiera? Cerca punti di pressione abbastanza dolorosi da riportare Washington al tavolo.
Questa non è però una guerra fra potenze equivalenti. L’economia americana è circa tredici volte quella canadese e, nei primi sette mesi del 2026, ha assorbito ancora il 68% delle esportazioni del Canada, contro il 73% di un anno prima.
Carney ha interrotto i negoziati il 21 agosto, giudicando inaccettabili le ultime richieste americane. Secondo il premier, avrebbero trasformato settori fondamentali dell’economia canadese in filiali dell’industria Usa o ne avrebbero provocato il ridimensionamento.
La risposta di Trump è stata mettere nel mirino la multinazionale canadese Bombardier. Il presidente ha invocato lo stop alle vendite dei suoi jet negli Stati Uniti se il costruttore non trasferirà lì la produzione. […]
Gli Stati Uniti, è vero, generano più della metà dei ricavi di Bombardier, ma anche Washington avrebbe da perderci. Il gruppo impiega nel Paese circa 3.500 persone, lavora con 2.800 fornitori americani e acquista da loro componenti per oltre 2,5 miliardi di dollari l’anno, mentre in Texas produce le ali del Global 8000. L’ipotesi di nuovi dazi ha così suscitato malumore anche all’interno degli stesi repubblicani.
Ora, la sfida di Carney sta tutta nel dimostrare che un Paese molto più piccolo può resistere alla coercizione americana senza farsi trascinare in una spirale capace di danneggiarlo per primo.
(da agenzie)
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Settembre 9th, 2026 Riccardo Fucile
IL TOUR ITALIANO DEGLI SCORSI GIORNI, CULMINATO CON LA CENA DI DOMENICA, È COSTATO A OGNI DELEGATO 15MILA DOLLARI. LL’EVENTO DI GALA L’OSPITE D’ONORE ERA ARIANNA MELONI, “SCUDATA” DA CARLO FIDANZA E ANTONIO GIORDANO. PER FORZA ITALIA C’ERA DEBORAH BERGAMINI, PER LA LEGA SUSANNA CECCARDI … L’INVITO STRACULT ALL’EVENTO: “L’ABBIGLIAMENTO CONSIGLIATO È SMOKING CON GIACCA NERA, CRAVATTA NERA E CAMICIA BIANCA. TIPO 007”. CORREDATO DA UNA FOTO DI JAMES BOND REALIZZATA CON L’IA. E CON ABITO BLU (NON SMOKING)
Ovvio. La stiamo pianificando». Così risponde a Repubblica Matt Schlapp, presidente
della Conservative Political Action Conference, quando gli chiediamo se l’anno prossimo punti a portare in Italia la conferenza internazionale della più potente organizzazione conservatrice americana.
Una grande opportunità per il governo Meloni di accreditarsi come punto di riferimento di quel mondo in Europa […]. Anche un rischio, però: il 2027 è anno elettorale e nessuno ignora la profonda impopolarità del presidente Trump nell’opinione pubblica italiana, oltreché il rapporto complicato tra il tycoon e la premier.
La Conservative Political Action Conference è un passaggio obbligato per chiunque voglia fare carriera politica con i repubblicani e nell’universo Maga. Tiene una conferenza annuale negli Usa a cui partecipa il who is who del movimento. In genere a Washington, ma quest’anno a Dallas e il prossimo in Florida. E sono previsti anche alcuni appuntamenti internazionali.
In Europa ha puntato finora su Ungheria (quella di Orbán) e Polonia, ma da quando a Palazzo Chigi c’è Giorgia Meloni pianifica di sbarcare nella penisola.
La conferenza si terrà a Roma, perché Cpac vuole enfatizzare le radici cristiane e la cultura latina, ma sarà gestita dall’organizzazione americana con finanziamenti propri. Sul piano politico, l’occasione è evidente: accreditarsi come punto di riferimento del conservatorismo internazionale. Ma se lo scopo è anche riavvicinarsi a Trump, dopo gli attriti pubblici con Meloni, il pericolo è evidente: l’abbraccio del presidente nell’anno elettorale potrebbe non convenire. Ecco perché i meloniani hanno chiesto di tenere la conferenza dopo il voto: nel 2027, se le urne si apriranno in primavera, o nel 2028, con elezioni in autunno.
(da Dagoreport)
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Settembre 9th, 2026 Riccardo Fucile
JOHN FOREMAN, ALLORA ADDETTO MILITARE BRITANNICO A MOSCA, RIVELA: “IN AMBIENTE NATO LA PROPOSTA SUSCITO0 DISAPPUNTO”… “POSIZIONI FILORUSSE E SIMPATIE PER L’ESTREMA DESTRA NON SONO ATIPICHE PER GLI UFFICIALI ITALIANI”
Mentre i diplomatici militari dei Paesi NATO a Mosca seguivano la linea comune di tenersi alla larga dalle Forze armate russe, Roberto Vannacci premeva per tenere esercitazioni congiunte. Accadeva nel 2021, poco prima dell’invasione dell’Ucraina. “Non era una generica apertura diplomatica”, svela a Fanpage.it John Foreman, all’epoca attaché britannico nella capitale russa. La proposta del collega italiano “fece alzare più di un sopracciglio” tra gli alleati.
La rivelazione dà un significato concreto alle simpatie filorusse già raccontate da Foreman a Fanpage.it: rappresentando militarmente l’Italia, Vannacci cercava di tradurle in scelte operative contrarie alla linea comune dell’Alleanza. Per di più, idee ostili alla linea politico-strategica della NATO e posizioni di destra estrema “sono diffuse ai vertici dell’Esercito italiano”, sostiene l’ufficiale di Sua Maestà. Se è così, il caso Vannacci non è solo la storia di un generale diventato politico: riguarda la lealtà dello Stato verso se stesso.
L’allarme arriva mentre l’ultradestra filo-Putin di AfD celebra una vittoria storica e Marine Le Pen — finanziata dalla Russia, parola del suo ex tesoriere — punta all’Eliseo. A Belgrado schiere nerovestite onorano il generale genocida Ratko Mladić. In Inghilterra le “camice nere” sono pure incappucciate e marciano su Portsmouth contro le migrazioni. Come se si potessero fermare, le migrazioni. E l’America di Trump esalta la forza, bombarda l’Iran, vuole imporre all’Ucraina una pace che premi l’invasore e sostiene Israele mentre i palestinesi continuano a morire per ordine di Netanyahu.
Sono segnali diversi della stessa avanzata autoritaria. Vannacci e Futuro Nazionale vanno letti in questo contesto.
Già capitano di vascello della Royal Navy e diplomatico, John Foreman è oggi analista militare per il think tank Chatham House. L’intervista è stata rivista per chiarezza e brevità.
Foreman, lei dice che Vannacci voleva riallacciare i rapporti militari con la Russia. Fin dove intendeva spingersi?
Nel 2021 gli addetti militari NATO a Mosca avevano concordato di ridurre al minimo i rapporti con le Forze armate russe. Era la linea comune dell’Alleanza.
Vannacci voleva invece esercitazioni congiunte con i russi, sia pure ridotte: manovre logistiche o del genio. Voleva tradurre le sue convinzioni in una scelta militare concreta.
Ne parlaste con gli altri rappresentanti militari della NATO?
Certo, e la proposta fece alzare più di un sopracciglio. Non era in gioco una singola esercitazione, ma la tenuta della posizione comune occidentale.
Dunque Vannacci, mentre rappresentava militarmente l’Italia, cercò una collaborazione operativa con le Forze armate russe poco prima che invadessero l’Ucraina. Conferma?
Cercò di favorire un riavvicinamento militare. Un ufficiale non è tenuto a condividere intimamente ogni valutazione del governo, ma deve rispettarne la linea politico-strategica e gli impegni con gli alleati. Vannacci voleva riaprire la cooperazione mentre Italia e NATO avevano deciso di limitarla.
Cosa diceva quando parlavate di politica internazionale?
Durante un pranzo in un ristorante elegante di Mosca mi indicò l’allargamento della NATO come causa dello scontro con la Russia e sostenne la necessità di ricostruire i rapporti. Gli ricordai le attività criminali dei servizi russi nell’Europa occidentale. Non cambiò idea.
Era una posizione isolata fra gli ufficiali italiani?
No, affatto. Ho sentito posizioni simili al NATO Defense College di Roma. Le esprimevano partecipanti italiani, ma anche spagnoli e forse alcuni francesi. Si sosteneva che la Russia fosse nostra amica, che l’allargamento della NATO avesse causato la guerra in Ucraina e che nel 2014 a Kyiv ci fosse stato un colpo di Stato: tutta la narrazione della propaganda del Cremlino.
Crede che queste idee siano maggioritarie nelle Forze armate italiane?
Posso dire che non era una posizione atipica tra gli ufficiali dell’Esercito italiano. In Vannacci ho rivisto un tipo umano e politico già incontrato nei miei tre anni e mezzo in Italia: molti vostri ufficiali erano attratti dall’autorità, dalla potenza militare in sé e dalla figura dell’uomo forte. A Mosca questa predisposizione ha trovato un modello nel regime di Putin.
Considera Vannacci un fascista?
Ammirava la potenza dello Stato russo e l’uomo forte al comando. Cose in sintonia con le sue opinioni politiche. Definirlo di estrema destra è persino generoso verso l’estrema destra. È ancora più in là, su posizioni estreme e isolate. Sono deluso dalla direzione che ha preso. Avevamo un buon rapporto.
Può un generale attaccare le fondamenta antifasciste dello Stato e perseguire obiettivi politico-strategici contrari a quelli del governo?
No. La lealtà viene prima di tutto: è un vincolo morale e professionale. Un ufficiale può criticare il governo come ogni cittadino, ma non può mettersi contro le istituzioni democratiche o la linea politico-militare del suo Paese.
Vannacci si candidò alle europee quando era ancora generale in servizio, sebbene sospeso. Lasciò l’Esercito soltanto nel febbraio 2025, da eurodeputato.
Entrare in politica mentre si è in servizio è inammissibile. Se hai qualcosa da dire, ti congedi e poi la dici. Non puoi farlo mentre indossi ancora l’uniforme, per di più esprimendo posizioni così estreme. L’ho trovato riprovevole.
La candidatura era legale.
Era comunque legato da un dovere di lealtà verso le istituzioni che gli avevano affidato uomini, armi e autorità. Ha rotto quel patto.
La vicinanza ideologica a Mosca contribuì ai suoi errori sull’Ucraina?
Mosca può sedurre: le parate, le esercitazioni, la città monumentale, l’immagine di una civiltà forte, ortodossa e conservatrice. Ma è la vetrina di uno Stato di polizia. Vannacci non conosceva bene il Paese e la sua lettura era superficiale.
Dell’Ucraina sapeva ancora meno. Sopravvalutò i russi e sottovalutò gli ucraini. Ritengo che i suoi rapporti abbiano contribuito agli errori di valutazione italiani alla vigilia dell’invasione. La fretta con cui doveste evacuare i vostri uffici diplomatici a Kyiv (con operazioni di “esfilitrazione” da parte dei servizi di sicurezza italiani di giornalisti presi tra due fuochi, ndr) fu anche colpa sua. Non tutti all’ambasciata condividevano le sue analisi, ma prevalsero la sua sicurezza e la sua arroganza.
Pensò che Vannacci era stato reclutato dalla Russia?
No. Roberto non è un progetto russo. Non rimase a Mosca abbastanza a lungo perché lo coltivassero come asset. È un compagno di strada ideologico del Cremlino.
Viene comunque utilizzato?
I russi amplificheranno i suoi messaggi, affiancandoli a disinformazione e notizie false sui social media. Se vedono un’opportunità per indebolire l’Italia e creare caos politico, la coglieranno. Non devono pagarlo o dargli ordini: lo considerano un fenomeno da sfruttare.
Come definirebbe Vannacci?
Un opportunista, forse preda di una nuda ambizione: il libro, l’elezione, la Lega, la rottura con Salvini, il partito personale. Ha visto le opportunità e le ha cavalcate.
Cosa guadagnerebbe il Cremlino con Vannacci al governo?
Pressioni su UE e NATO per fermare il sostegno all’Ucraina, divisioni fra gli alleati, riduzione o revoca delle sanzioni. In generale, un’Italia più favorevole a Mosca. Strategicamente, portare dalla propria parte una potenza europea come l’Italia per tornare all’Europa precedente al 1991.
La Russia ha contribuito a creare i problemi che spingono tanta gente a votare AfD, Futuro Nazionale o altri partiti di estrema destra?
Il Cremlino non ha inventato le disuguaglianze, l’immigrazione, la destra radicale italiana, la Brexit o il separatismo scozzese. Individua fratture esistenti e le allarga, come un pugile che trova il livido dell’avversario e lo colpisce.
Un attacco ibrido con molte vittime può far scattare l’articolo 5 e la guerra aperta. Mosca lo ha capito?
Credo di sì. Opererà appena sotto la soglia. Un cyberattacco alla catena di comando nucleare o a una diga potrebbe configurare un attacco armato. Ma Mosca continuerà a colpire obiettivi critici: industrie della difesa, decisori, ferrovie, cavi sottomarini, gasdotti.
Lo scopo?
Confonderci, impaurirci, scoraggiarci. Indurci a disarmarci da soli.
Rischiamo di morire di democrazia? Il pluralismo politico dà ai nemici dei valori democratici la possibilità di andare al potere…
La democrazia dobbiamo tenercela stretta e farla funzionare meglio, per tutti.
Gli autoritarismi possono colpire la nostra coesione, anche sfruttando politici eletti che vogliono indebolirla. Ma finiscono per perdere. Sarebbe imprudente per il Cremlino scommettere che non resteremo uniti.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »