Luglio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
E TIRA UNA FRECCIATINA A NORDIO SULLA GRAZIA: “NON È UNO STRUMENTO GIURISDIZIONALE, È UN PROCEDIMENTO AMMINISTRATIVO AFFIDATO ESCLUSIVAMENTE AL CAPO DELLO STATO” … SISTO, VISTO IL SUO PASSATO, È MOLTO VICINO ALLA FAMIGLIA BERLUSCONI: LE SUE DICHIARAZIONI ARRIVANO 2 GIORNI DOPO LA LETTERA DEI CAPIGRUPPO DI FORZA ITALIA, ENRICO COSTA E STEFANIA CRAXI, A “REPUBBLICA” (“NON SI RIFORMA LA GIUSTIZIA CON IL POPULISMO”), CHE AVEVA L’IMPRIMATUR DI MARINA
“Il caso Roggero merita rispetto ed equilibrio, non la leggerezza degli slogan. Le sentenze vanno lette e comprese prima di essere trasformate in strumenti di propaganda.
La vicenda giudiziaria presenta caratteristiche precise, che i giudici hanno ricostruito distinguendo tra l’aggressione subita e la successiva reazione. E’ proprio questa distinzione a rendere possibile un confronto serio sul tema della legittima difesa”, ha detto a “Omnibus”, su La7, il viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sist
“Per Forza Italia resta fermo un principio: chi entra in casa altrui, magari armato, per commettere un reato gravissimo deve sapere che si assume una ‘responsabilita’ colpevole’ e non puo’ pretendere, dopo tale scellerata scelta, di essere risarcito a causa della reazione dell’aggredito. Naturalmente questo non comporta la modifica dei presupposti della legittima difesa, ne’ rende lecita qualsiasi reazione. Non si possono cancellare principi fondamentali quali la proporzionalita’ tra azione e reazione e l’attualita’ del pericolo, che garantiscono l’equilibrio della scelta di non punire chi reagisce. Le riforme scritte sull’onda dell’emotivita’ ed in fretta corrono il rischio di essere cieche”, ha concluso.
(da agenzie)
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Luglio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
IL FORZISTA STEFANO BENIGNI SU UNA EVENTUALE SOSTITUZIONE DI FI IN MAGGIORANZA CON VANNACCI, RISPONDE: “CON LA NUOVA LEGGE NO, MA CON IL ROSATELLUM TUTTO È POSSIBILE. NON LO ESCLUDO”… IN LEGA AVVISANO: “O CEDIAMO O MELONI SE NE VA AL VOTO DA SOLA. O CON VANNACCI”… SALVINI APRE PERCHÉ NELLA SUA TESTA “ABBIAMO ZAIA, DURIGON, FEDRIGA. LE PREFERENZE CI AIUTANO”
Le preferenze sono la sua libbra di carne e Tajani deve dargli in pegno Forza Italia, il suo
anello. Meloni vuole le preferenze, le vuole al Senato in Commissione, con voto palese. Gli alleati adesso la chiamano “la testona”.
Dice a Tajani, a pranzo, a Chigi, insieme a Salvini e Lupi, durante un vertice, che è drammatico per la richiesta dei sauditi, per la guerra, per i conti che non tornano: “Le preferenze sono una questione di lealtà.
Bisogna votarle. Io non torno indietro”. Gli comunica che intende ripresentare l’emendamento al Senato e poi mettere la fiducia alla Camera. Tajani attonito prova a spiegarle che si rischia di andare sotto, ancora, che già una volta abbiamo perso, “pensaci”. Si diffonde la voce che Tajani ha capitolato, che ha detto “sì” e che, ad Arcore, Marina e Pier Silvio Berlusconi sono infuriati. In Lega avvisano: “O cediamo o Meloni se ne va al voto da sola. O con Vannacci”. C’è profumo di sostituzione etnica, di Tajani remigrato.
Stefano Benigni, che per conto di Forza Italia ha scritto la legge elettorale, alla domanda “ma Meloni vi vuole sostituire con Vannacci?”, risponde: “Con la nuova legge no, ma con il Rosatellum tutto è possibile. Non lo escludo”.
Meloni ci vuole riprovare al Senato, vuole ripresentare quell’emendamento sciagurato, saltato per un solo voto, perché intende fare l’intera campagna elettorale, presentarsi come “la presidente che ha restituito le preferenze”, o forse perché c’è Vannacci, che sulle preferenze continua a sfidarla, o forse, ancora, per avere un motivo per rompere…
In Aula si votano le pre-intese sull’autonomia e la Lega si presenta compatta, con tutti i ministri. Si presenta anche Giorgetti, che il giorno dell’imbarazzo stava alla Camera, malgrado fosse in missione. Si aggirava a perlustrare convinto che tanto l’emendamento non sarebbe passato e che i voti sarebbero stati più di uno, e invece mancava il suo voto.
Solo dei quotidiani gentili gli hanno risparmiato l’onta, chiesto: “Caro ministro, ma lei, alla Camera, che ci faceva? Ma caro ministro, ma con tutti i luoghi possibili, proprio alla Camera doveva passare?”. Raccontano che per convincere Meloni le abbiano ricordato: “Hai visto? L’altra volta mancava perfino Giorgetti. Pensa cosa può accadere se ci riproviamo”.
Solo che con Meloni l’effetto è contrario. La sfida accende i suoi generali, accende i Donzelli, dirigenti che avrebbero potuto avere ministeri e che invece hanno preferito rimanere deputati, prenderle e darle in Aula.
Ogni volta che gli domandano perché rischiare ancora, e sulle preferenze, perché? Donzelli replica: “O si ha coraggio o altrimenti avremmo scelto di fare un concorso da funzionari”. Ci credono, non c’è dubbio, e non solo perché per Meloni è un modo per fare correre, per mettere in competizione dirigenti, energie nuove. C’è calcolo. A sinistra, solo il Pd ha le preferenze, il M5s non le ha, Avs ha un voto d’opinione. Dice Meloni agli alleati: “Fidatevi”.
In Senato è semplice: si vota in commissione Affari Costituzionali, e chi avrà il coraggio, con voto palese, di votare contro Meloni? Solo che la legge ritorna poi alla Camera. La soluzione è mettere la fiducia, ma spiega Benigni: “Alla fine ci sarà il voto segreto. Chi garantisce che non ci possa essere un agguato? Anche l’altra volta c’era l’accordo fra leader, ma l’Aula è un’altra cosa.
Ci sono le preoccupazioni delle donne, ci sono gli uomini che hanno paura di essere scavalcati da consiglieri regionali con più consensi”. Da Londra, Maurizio Gasparri riconosce: “Se si decide di riaprire la questione preferenze, è chiaro che c’è un rischio”. Il partito reagisce. Passa il racconto che Tajani ha ceduto, che Meloni abbia chiesto “prova di lealtà”. Si parla di frizioni anche con Stefania Craxi, che rappresenta la famiglia. Tajani ne esce indebolito.
Nella nota ufficiale di Chigi non c’è menzione della legge elettorale, ma si parla di energia, della possibilità di accedere alla Nec, la clausola di salvaguardia nazionale, che permette di usare fondi europei. Sono 14 miliardi, ma servirà il voto del Parlamento. E’ lo stesso che ha votato contro le preferenze? Sono risorse ma sono già l’illusione di una finanziaria da Bengodi, 14 miliardi da spendere per il caro energia, pensioni e chissà cosa altro… E’ il malloppo che vuole usare Salvini, il Salvini che dice sì alle preferenze perché nella sua testa “abbiamo Zaia, Durigon, Fedriga. Le preferenze ci aiutano”.
Resta Forza Italia sempre più isolata. C’è fra Lega e FdI una corrispondenza di amorose pene, cappi, sono d’accordo sulla legittima difesa da estendere, e su quest’ultima proposta della Lega, rilanciata: la cauzione per chi manifesta. Sono prove di governo blu-verde-nero. Meloni ha risposto a chi la sollecitava a dare una risposta a Vannacci. Ha preso le distanze ma ha chiesto alla sinistra di fare altrettanto quando “si delegittimano le forze dell’ordine”.
(da Il Foglio)
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Luglio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
ERA STATA TRA I PRIMI AD ARRIVARE SUL LUOGO DEL CROLLO INSIEME CON IL SUO CONDUTTORE VIGILE DEL FUOCO
È stata tra i primi ad arrivare sul luogo del crollo del ponte Morandi insieme con il suo conduttore, Rocco Tufarelli, contribuendo a cercare dispersi tra tonnellate di cemento e lamiere. Zoe, la cagnolina specializzata in Urban Search and Rescue in forze nei vigili del fuoco, è morta.
A darne notizia è stato Tufarelli, che con Zoe aveva un rapporto simbiotico: “Ciao piccola, sei stata un regalo, mi hai dato tanto come collega e tanto come compagna di mille passeggiate e avventure – è il triste messaggio d’addio sui social – ti sei addormentata con tutto il branco vicino, non è bastato per combattere la tua patologia. Fai buon viaggio».
Zoe era una labrador color miele del Nucleo Cinofilo dei Vigili del Fuoco della Liguria.
Il 14 agosto del 2018, giorno in cui è crollato il ponte Morandi, erano passati solo tre mesi dall’esame per ottenere la certificazione come cane da ricerca. Il crollo è stato per lei la prima prova in uno scenario reale: si era ferita a un polpastrello tra i detriti, ma dopo essere stata medicata era tornata nell’alveo del torrente, imbracata, per riprendere le ricerche.
Se n’è andata meno di una settimana dopo la sentenza di primo grado sul crollo, che ha condannato a 12 anni di carcere l’ex ad di Autostrade Giovanni Castellucci.
(da Genova24)
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Luglio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
“QUESTA SEDICENTE DESTRA, INVECE DI FAR RISPETTARE LE LEGGI, ACCAREZZA IL PELO AI FUORILEGGE, DAGLI EVASORI FISCALI AI MEDICI NOVAX AI GIUSTIZIERI DAL GRILLETTO FACILE”
Indro Montanelli era ferocemente, ostinatamente contrario alla pena di morte, pur sapendo
che i lettori del suo Giornale erano in maggioranza favorevoli. Lui che vedeva nei lettori i suoi veri e soli padroni, su questa e altre questioni di principio remava controcorrente, in spregio al “senso comune” di quella che allora si chiamava “maggioranza silenziosa”.
E stiamo parlando degli anni Settanta, gli anni delle violenze rosse e nere, di Vallanzasca e dell’Anonima Sequestri, quando c’era un morto al giorno e Indro stesso era stato gambizzato da un commando delle Br. Rifiutava la logica della vendetta, dell’occhio per occhio, forse perché l’aveva vista all’opera su larga scala negli anni del fascismo (a cui peraltro aveva aderito lui stesso in gioventù).
Il fatto è che Montanelli aveva una personalità da leader, non da follower. Odiava la sinistra movimentista ed eversiva, ma non gli piaceva nemmeno la destra che si infila nelle anse intestinali degli elettori e ne asseconda le peristalsi, con l’unico effetto di ingorgare le cloache. La destra che invece di far rispettare le leggi accarezza il pelo ai fuorilegge, dagli evasori fiscali ai medici novax ai giustizieri dal grilletto facile.
Da buon liberal-conservatore, memore della lezione di Tocqueville, Indro era convinto che il potere del popolo andasse limitato, specialmente su materie delicate come la giustizia e i diritti civili.
Temeva la dittatura delle maggioranze, soprattutto delle maggioranze fracassone e sguaiate, pronte a farsi abbindolare dal primo pifferaio o gladiatore dí passaggio, o a trasformare un assassino in eroe. Di sicuro non avrebbe cavalcato un caso come quello del gioielliere che riempie le cronache in questi giorni, anche a rischio di perdere lettori.
E mai e poi mai avrebbe pubblicato i sondaggi che vedono prevalere gli invasati della difesa sempre legittima e ultra legittima da spaghetti western. Dato che noi tutti, credo, vogliamo vivere in un’Italia civile e europea e non nel Nicaragua di Ortega, forse dovremmo cominciare a prendere esempio da Montanelli.
Riccardo Chiaberge
(da Dagoreport)
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Luglio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
“LA SALUTE DEI CITTADINI NON E’ MERCE DI SCAMBIO ELETTORALE”
È attualmente in uno stallo politico la proposta di legge che potrebbe riaprire le porte degli ospedali a medici, infermieri e operatori sanitari radiati, cioè espulsi definitivamente dal proprio ordine professionale, durante l’emergenza Covid. La norma, proposta attraverso l’introduzione dell’articolo 7-bis all’interno del disegno di legge sulle professioni sanitarie (Atto Camera 2700), a firma delle deputate di Fratelli d’Italia Alice Buonguerrieri, Imma Vietri e Maddalena Morgante, consentirebbe a chi è stato radiato dall’albo per fatti “non dolosi”, legati al periodo pandemico, di chiedere la reiscrizione entro 60 giorni dall’approvazione della legge, anche in presenza di un ricorso legale ancora pendente. Tra le condizioni fisse figurano la riabilitazione giuridica in caso di condanne penali e l’esclusione di qualsiasi risarcimento economico per il periodo di sospensione.
La proposta ha scatenato un’immediata bufera politica: tutti i partiti di opposizione (PD, M5S, AVS, Italia Viva, Azione e +Europa) hanno siglato una nota congiunta parlando di una “vergogna senza precedenti” e di un “colpo di spugna” che offende la memoria delle vittime e il sacrificio del personale sanitario che ha lottato in prima linea nei mesi più bui dell’emergenza.
A dare voce al dolore e all’indignazione di tante famiglie è stata anche l’attivista Giulia Fossati Scalora, che nel 2020 ha perso il fidanzato Giacomo, scomparso a causa del Covid a soli 24 anni dopo oltre due mesi di terapia intensiva. Sui suoi canali social, Fossati ha pubblicato un video diventato subito virale in cui ha affidato un messaggio durissimo alle istituzioni: “Nel 2020 li abbiamo chiamati eroi, li abbiamo applauditi dai balconi e promesso che non ce ne saremmo mai dimenticati. Ma la memoria pretende coerenza. Come si può dire grazie a chi non si è tirato indietro e poi dire a chi ha rifiutato la scienza che può semplicemente tornare al suo posto? La medicina non si basa sul consenso elettorale o sui sondaggi. Con questa decisione avete protetto guru e cospirazionisti, dimenticando chi per l’Italia ha dato la vita solo per una manciata di voti”.
Ne abbiamo parlato direttamente con lei, che ai microfoni di Fanpage.it ha approfondito le ragioni della sua protesta e le sue preoccupazioni per il futuro della sanità pubblica.
“Non si scende a compromessi con le false credenze solo per due voti in più”
“È molto strano che la politica si inserisca in decisioni che non le corrispondono, ma che dovrebbero spettare all’organismo più alto dei medici”, ha dichiarato, denunciando l’ingerenza delle decisioni politiche sulle competenze degli Ordini dei medici: “Ciò che ha stabilito l’Ordine non può essere ribaltato da una politica che dimostra di essere lontana da quelle idee medico-scientifiche che dovrebbero essere portate avanti nel Ventunesimo secolo. Non ci si può permettere di scendere a compromessi con delle false credenze solo per avere due o tre voti in più: è rischioso, dannoso e a tratti rischia di essere persino mortale”.
Spostando poi l’attenzione sui doveri professionali di chi lavora nelle strutture sanitarie, ha sottolineato la profonda differenza tra chi era stato temporaneamente sospeso e chi è stato definitivamente radiato dall’albo: “I medici radiati sono stati radiati perché hanno fatto qualcosa di grave. Chi non si è vaccinato era stato sospeso, si tratta di posizioni totalmente diverse. Se tu inizi a fare un lavoro, dentro quel lavoro hai delle responsabilità enormi e devi seguirne le regole, esattamente come in qualsiasi altra professione. Se sei un medico che va in giro a diffondere teorie pericolose sul Covid o su altre malattie, il rischio per la salute di tutti è altissimo”.
Soffermandosi poi sull’analisi tecnica del testo dell’emendamento, Fossati ha voluto evidenziare le criticità e la pericolosa ambiguità della norma: “L’emendamento non è scritto per niente bene: parla di fatti ‘non dolosi’ o non troppo gravi, per dirla con parole semplici, ma non chiarisce minimamente cosa si intenda per ‘non troppo grave‘ né chi e in base a cosa debba deciderlo quando una persona viene riammessa. Quando una legge lascia questo margine di libera e arbitraria interpretazione non produce mai un beneficio per i cittadini, ma crea soltanto un rischio enorme e un precedente pericolosissimo”.
Nei confronti dell’impatto che questa norma potrebbe avere sul sistema sanitario nazionale e sulla considerazione verso chi lavora negli ospedali, ha poi concluso: “In generale vediamo come viene trattata la sanità pubblica in Italia, ormai al limite. Oltretutto, dopo quello che abbiamo passato e dopo aver visto le difficoltà durante la pandemia, questo non ha portato a scelte politiche successive per investire di più o per seguire l’iter della sanità in maniera decisiva. Questo emendamento è un ennesimo passo contro quella categoria: è come dire ‘Sì, siete stati bravi, ma forse non eravate davvero quegli eroi che abbiamo descritto‘, o semplicemente ce ne si è dimenticati perché conviene andare a beccare il consenso elettorale No Vax. Ma la legge per come è scritta lascia libera interpretazione, e quando una norma lascia libera interpretazione non produce mai un beneficio, ma crea un precedente pericoloso”.
Maggioranza divisa e ddl fuori dall’ordine del giorno: cosa succede ora
Nelle ultime ore, come anticipato, il provvedimento ha intanto subìto una battuta d’arresto. La maggioranza ha infatti deciso di prendere tempo: il disegno di legge sulle professioni sanitarie, in cui è confluita la norma sul reintegro, è uscito dall’ordine del giorno della Commissione Affari Sociali della Camera, dove questa settimana era invece atteso il voto sul mandato al relatore.
Lo slittamento dei lavori riflette le spaccature interne al centrodestra e le forti tensioni emerse tra il Ministro della Salute, Orazio Schillaci, e il sottosegretario Marcello Gemmato. Un primo chiarimento sulla sorte del provvedimento è atteso dall’Ufficio di presidenza della Commissione, chiamato a valutare se e quando ricalendarizzare il testo. Qualora il ddl dovesse comunque approdare in Aula senza modifiche, per cancellare la norma sul reintegro sarebbe necessario presentare un emendamento soppressivo.
(da Fanpage)
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Luglio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
LA FRANCIA E’ IL PRIMO PAESE EUROPEO AD ADOTTARE UNA LEGGE DI QUESTO TIPO. IL CAPO DELL’ELISEO DICE DI VOLER COSTRUIRE UNA “COALIZIONE DI VOLENTEROSI” PER PROTEGGERE I BAMBINI
«Il cervello dei nostri bambini e dei nostri adolescenti non è in vendita, né alle piattaforme
americane né agli algoritmi cinesi». Emmanuel Macron aveva annunciato così, in un video diffuso proprio sui social network, la decisione di ricorrere alla procedura accelerata per far approvare la legge che vieta l’accesso alle piattaforme ai minori di 15 anni.Il capo dello Stato l’aveva presentata come una delle riforme più importanti del suo secondo mandato all’Eliseo e addirittura come una «questione di civiltà». La Francia è da oggi il primo paese europeo a introdurre un divieto così netto. Dopo un accordo bipartisan, la legge è stata approvata dal Senato e poi dai deputati dell’Assemblée Nationale, con 279 voti favorevoli e solo 81 contrari. […]
L’obiettivo del governo di Parigi è rendere il divieto operativo dal primo settembre per tutti i nuovi profili, con un meccanismo obbligatorio di verifica dell’età durante la registrazione. Per gli account già esistenti è previsto un periodo transitorio di quattro mesi, durante il quale dovranno essere sottoposti al controllo.
«Durante questo periodo andremo a chiudere gli account già attivi degli under 15», aveva spiegato Macron, che vuole costruire anche a livello internazionale una “coalizione di Volenterosi” per proteggere bambini e adolescenti.
Alla base della stretta ci sono vari studi scientifici e un rapporto consegnato all’Eliseo sui rischi legati all’uso intensivo di TikTok, Snapchat e Instagram. Secondo gli esperti, gli algoritmi sono progettati per trattenere il più a lungo possibile l’attenzione degli utenti, compresi quelli più giovani più esposti al cyberbullismo e a contenuti violenti.
Il divieto di accesso ai social network per i minori di 15 anni prevede alcune eccezioni, come per alcune piattaforme educative e scientifiche. La legge estende anche ai licei il divieto di utilizzare il telefono cellulare, già previsto, almeno sulla carta, nelle scuole medie. Il governo assicura che il nuovo sistema sarà operativo già alla ripresa dell’anno scolastico.
(da agenzie)
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Luglio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
LOOMER HA AMMESSO DI AVER SBAGLIATO NELLE SUE PRECEDENTI VALUTAZIONI: “HO SPERIMENTATO IL MIO PRIMO RAID IN UCRAINA E PER LORO È COSÌ TUTTI I GIORNI. DICEVO SPESSO CHE NON ME NE IMPORTAVA NULLA. COL SENNO DI POI, NON È STATO AFFATTO CARINO DA PARTE MIA”
“Ho sperimentato il mio primo raid in Ucraina e per loro è così tutti i giorni. Mi sento davvero una merda per aver sminuito la sofferenza degli ucraini negli ultimi cinque anni. Dicevo spesso che non me ne importava nulla. Col senno di poi, non è stato affatto carino da parte mia”. In una visita a Kiev Laura Loomer, la cospirazionista di destra e alleata di Donald Trump, ammette su X di aver sbagliato nelle sue precedenti valutazioni.
Nel mea culpa spiega che “siamo stati così tanto oggetto di propaganda da parte della Russia che non ce ne rendiamo nemmeno conto. Le sirene di allarme potrebbero essere nel futuro dell’America se non iniziamo a chiedere” ai nostri leader di sconfiggere il comunismo. In un secondo post, Loomer ringrazia il presidente ucraino Volodymyr Zelensky che l’ha ricevuta in Ucraina.
(da agenzie)
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Luglio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
“SCHLEIN E CONTE NON SONO DEI LEADER. ELLY NON SI ACCORGE CHE L’EX PREMIER SI STA MANGIANDO LARGHE PARTI DEL PD. CONTE HA POSIZIONI PUTINISTE MA PER UN CHIARIMENTO SULLA POLITICA ESTERA ORMAI È TARDI. LA LEADERSHIP? SERVONO PRIMARIE VERE, NON INFLUENZABILI DA FUORI”… LA BORDATA A VANNACCI: “NON MI MERAVIGLIEREI SE AVESSE QUALCHE AMICO FUORI DALL’ITALIA. IL NOSTRO PAESE È TERRITORIO DI GUERRA IBRIDA E DI SPIONAGGIO”
“Quando Schlein e Conte dicono ‘siamo pronti, tocca a noi’, sono ridicoli. Ma potrebbero
avere ragione. Non perché il centrosinistra vincerà le elezioni ma perché il centrodestra si sta preparando a perderle”, dice Luigi Zanda.
L’ex tesoriere dem parla al Foglio, si interroga sulle sorti del campo largo, sulla faticosa costruzione di un’alleanza “che fa troppe foto e poca politica”. E non ha mai deciso di affrontare la grande questione di questi tempi, la politica estera.
“Un errore chiaro, irrimediabile in pochi mesi”. Senza dimenticare il tema della leadership: “Le primarie sono elezioni vere, da fare con regole vere. La prossima sarà una legislatura durissima, ma ho l’impressione che Schlein e Conte non abbiano capito che la posta in gioco non è solo la cacciata di Meloni ma il governo dell’Italia”.
Zanda fa un premessa: “Sono iscritto al Pd, voterò per il centrosinistra e inviterò a farlo, anche se Elly Schlein e Giuseppe Conte faticano a dirsi di sinistra, preferendo definirsi progressisti”. E’ una premessa, ma anche un monito alla leader del partito che ha contribuito a fondare: “Credo che la segretaria del Pd debba sempre ricordare con orgoglio che la sua è una forza di centrosinistra, progressisti possono esserlo tutti. E’ solo un modo per acchiappare elettori”.
“Per non disturbare il rapporto tra Pd e M5s non si è mai discusso di politica estera, come poi è emerso al comizio di Napoli o al Parlamento europeo dove ognuno vota in modo diverso”. Anche sul riarmo, pur con una sintonia di fondo, dem e M5s usano toni diversi. “Si possono usare molti argomenti contro gli investimenti per la difesa, ma dire che non servono perché Putin è buono, mentre l’Ucraina è cattiva, perché non s’arrende, è puro putinismo”.
C’è ancora tempo per un chiarimento tra i partiti? “Aver aspettato 4 anni è un errore irrimediabile. Mi auguro che almeno sul resto del programma si vada oltre i titoli e si indichi con chiarezza il modo con cui i traguardi si possono raggiungere. Il richiamo alla Costituzione, al suo spirito, è doveroso, ma non basta.
Sul resto per ora vedo solo slogan e poche ricette operative”, osserva Zanda. Poi prosegue: “Un mio amico imprenditore mi ha detto che non andrà a votare, perché sia la sinistra che la destra, quando hanno governato hanno fallito in economia. Mi ha chiesto: perché dovrei pensare che non falliranno ancora?”
Anche per questo l’ex dirigente dem mette in guardia sulle sfide in arrivo, che richiederanno una politica all’altezza. “La prossima sarà una legislatura durissima, con una economia stagnante, con due coalizioni divise al loro interno sulla politica estera e le alleanze internazionali appese agli umori di Trump. In più non mi meraviglierei se Vannacci avesse qualche amico fuori dall’Italia. Il nostro paese è territorio di guerra ibrida e di spionaggio”.
Ma non solo, dice ancora l’esponente dem: “Veniamo da 5 anni che per Meloni saranno un boomerang. Il governo non ha risolto alcun problema, dalla sanità alle carceri fino, soprattutto, all’economia”.
In compenso la premier potrebbe portare a casa una nuova legge elettorale e puntare al Quirinale. “Suggerirei a Meloni e La Russa di non candidarsi per il Colle, i franchi tiratori apparsi alla Camera dieci giorni fa sono solo l’antipasto di quel che potrebbe accadere per il Quirinale. E poi solitamente chi cambia legge elettorale perde le elezioni, come successo già a Berlusconi e Renzi”.
Sarebbe ancora più facile per l’opposizione se trovasse finalmente un suo perimetro e la sua guida. Zanda ritiene che allargare il campo sia importante: “Ma il centro finora si è manifestato in mille pezzi e il tempo non è infinito, sta scadendo”. E la leadership? “E’ una battaglia che ammazza il centrosinistra.
Pensando a Conte e Schlein mi torna in mente la storia del re Salomone e le due madri. Il primo tra i due leader che si ritirerà avrà dimostrato di sapere come ci si comporta nei momenti più difficili, di aver compreso la posta in gioco”. E’ arrivato il tempo delle primarie? “Sì, ma le primarie sono elezioni vere, da fare con regole vere. Non si può rischiare che vengano influenzate dall’esterno”.
Per Zanda comunque c’è un problema più profondo, che nessun gazebo può risolvere: “Schlein e Conte non sono dei leader, sono dei capi partito. I leader si impongono per carisma e pensiero politico, qualità che mancano. Tuttavia tra i due c’è una grossa differenza”. A cosa si riferisce? “Schlein non si accorge che l’ex premier si sta mangiando larghe parti del Pd. Con provocazioni quotidiane alle quali la segretaria non risponde mai”.
E se arrivasse un nome terzo, il famoso federatore del campo largo? “E’ un percorso che andava costruito per tempo. Oggi si dovrebbe scegliere un nome privo di carisma, siamo sicuri che porterebbe gli elettori a votare? Davanti a una soluzione del genere Meloni stapperebbe champagne”.
Tra gli altri limiti del centrosinistra c’è l’incapacità di comunicare un’idea di sicurezza, mentre il tema torna centrale sullo slancio della cronaca. “Sulla sicurezza il Pd negli ultimi decenni è stato timido, non ne ha mai fatto una battaglia identitaria, ma almeno è stato serio, non ha mai cavalcato elettoralmente fattacci di cronaca, come sta facendo la destra con il caso Roggero”.
(da Open)
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Luglio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
LA MEDIA OCSE SEGNA UN + 35%… LA SPAGNA CRESCE DEL 12,9%… I PART TIME E I REDDITI POVERI ALLA BASE DEI RISULTATI… INTANTO IL PIL E’ AUMENTATP DEL 31%
I redditi in Italia sono in calo dell’1,6% rispetto al 1990. Mentre la media Ocse segna un +35% e gli Usa arrivano a +50,5%. La Spagna cresce del 12,9%. Gli interventi sull’Irpef hanno mitigato gli affanni negli anni. Ma le cause strutturali sono ancora lì. L’analisi dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio a firma di Stefano Boscolo, Corrado Pollastri e Lorenzo Toffoli e riportata dal Sole 24 Ore fa raggelare soprattutto per il confronto internazionale.
Il buco dei redditi in Italia
Tra 1990 e 2024 le retribuzioni reali lorde dei lavoratori dipendenti sono cresciute del 35% nei Paesi dell’Ocse, in una media alzata da Usa (+50,5%) e Regno Unito (+48,4%). La Francia è a +33,4% e la Germania a +32,9%. L’Italia ha invece in media buste paga inferiori dell’1,6% rispetto all’inizio degli anni Novanta. Il calcolo è stato effettuato sulle retribuzioni lorde per dipendente a tempo piena. Quelle reali sono diminuite del 6,6%. Perché sono crollate del 40,8% quelle del decimo percentile, dove si incontra il 10% più povero. Mentre all’altro capo della graduatoria il novantesimo percentile ha registrato nello stesso arco temporale una crescita del 3,3% per cento. Il 10% più ricco è stato l’unico a battere l’inflazione. Mentre il Pil fra il 1990 e il 2026 è aumentato del 31% in termini reali.
I part time e i redditi poveri
L’aumento della distanza tra redditi ricchi e poveri è dovuto al part time, che interessava 4,4 lavoratori su 100 nel 1990 e oggi ne abbraccia il 31,6%, spesso a causa di una rinuncia al tempo pieno dettata da ragioni di cure famigliari. E poi per l’aumento di peso dei servizi, che in media offrono contratti e compensi più leggeri. Infatti nel periodo 1990-2026 le retribuzioni medie di industria e costruzioni sono salite del 16,5%, quelle del terziario sono cadute del 20,9% per cento. Ma l’industria occupa oggi il 26,6% dei lavoratori contro il 35,3% di 36 anni fa, mentre la quota dei servizi nello stesso periodo è salita dal 57,4% al 70%.
L’Irpef
L’Irpef è lo strumento più utilizzato dai governi per lottare contro il crollo dei redditi. La curva oggi chiede molto meno ai redditi medio bassi mentre pesa più di un tempo su quelli alti. Riportando tutti i valori ai prezzi attuali, nel 1990 l’imposta cominciava a chiedere qualcosa a partire da 8.257 euro di reddito. Oggi si disinteressa delle dichiarazioni fino a 16.347 euro, a cui anzi offre aliquote negative che si traducono in sussidi monetari. Il punto di pareggio è a quota 35.100 euro. Poi il prelievo è superiore rispetto agli Anni Novanta. Oltre l’80% degli operai e impiegati messi sotto esame dall’Upb dichiara meno di 35.100 euro all’anno, e quindi beneficia dell’evoluzione dell’Irpef.
(da agenzie)
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