Luglio 29th, 2026 Riccardo Fucile
IL VICEPRESIDENTE EMERITO DELLA CORTE COSTITUZIONALE BOCCIA LA RIFORMA
Ci sono molti motivi per dubitare che questa legge elettorale su cui la maggioranza ha
premuto l’acceleratore abbia la possibilità di giungere in porto e trovare applicazione nelle elezioni del prossimo anno.
Su questa legge le opposizioni hanno sollevato varie questioni di costituzionalità che appaiono ben fondate ed ora, con l’aiuto dei tecnici, stanno mobilitando l’ostilità della società civile.
Ma ancor prima che sul piano costituzionale molti sono i motivi di buon senso istituzionale che vengono ad opporsi ad una riforma come questa, motivi di cui il mondo della politica sarà alla fine costretto a tener conto.
Il primo di questi motivi attiene alla stessa finalità della legge che la maggioranza afferma essere stata costruita per rafforzare la stabilità dei governi, tanto da definirla come “Stabilicum”.
Ma nella legislatura in corso la stabilità è già stata ampiamente raggiunta in base alla legge vigente con un governo che sta maturando il record della durata. E allora perché cambiare un “Rosatellum” che ha già ben funzionato sul piano della stabilità con uno “Stabilicum” dalle prospettive controverse e incerte?
Emerge qui la vera ragione della riforma che mira non tanto in astratto a stabilizzare i governi del futuro quanto in concreto a conservare il governo nelle mani dell’attuale maggioranza.
Ma questo significa anche cambiare, alla vigilia della partita e nell’interesse di uno dei giocatori in campo, regole che per essere valide dovrebbero esprimere il massimo dell’oggettività e della neutralità.
Penso che su questo aspetto dell’ambiguità che è dato constatare tra ciò che si dice e ciò che realmente si intende fare il corpo elettorale sia divenuto molto sensibile e questa sensibilità (già dimostrata da ultimo nel referendum costituzionale) verrà sempre più a pesare in corso di opera, approfondendo nei partiti le divisioni che sono sinora emerse.
Ma al di là dei principi di buon senso restano, con un peso maggiore, quelle questioni di costituzionalità che sono già state esposte e ampiamente dibattute sia in sede scientifica che politica, questioni che, ove la legge risulti rapidamente approvata, potranno essere tempestivamente portate, attraverso azioni di accertamento, all’esame della Corte costituzionale.
Si tratta di profili che appaiono insuperabili, alla luce di una giurisprudenza già affermata, sia per quanto riguarda le liste bloccate utilizzate sia per i collegi che per il premio, sia per quanto riguarda l’entità del premio definito in misura fissa e tale da intaccare palesemente il principio di uguaglianza del voto.
A questi profili si aggiunge la controversa indicazione preventiva del premier che apre verso la prospettiva di una diversa forma di governo e che, se non giuridicamente, quanto meno politicamente viene a incidere negativamente sui poteri attuali del Capo dello Stato nella formazione dei governi.
Tanti sono dunque i motivi che rendono problematica l’entrata in vigore di una riforma come questa.
Enzo Cheli
(Vicepresidente emerito della Corte costituzionale)
per “La Stampa”
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Luglio 29th, 2026 Riccardo Fucile
“MELONI AL COLLE? LA CONCLUSIONE LOGICA DELLA DERIVA DEGLI UTIMI DECENNI”
“È ridicolo che tirino fuori responsabilità dell’opposizione per gli scontri in Val di Susa. Se quelli del governo Meloni vogliono fare gli statisti, guardino come gli statisti democristiani, socialdemocratici, liberali, persino molti esponenti del Msi, si sono comportati durante gli Anni di Piombo“. Sono le parole pronunciate a L’aria che tira (La7) dal filosofo Massimo Cacciari, commentando gli scontri del 25 luglio nei cantieri della Torino-Lione e le accuse lanciate dall’esecutivo contro le forze di opposizione.
La destra di governo, a partire dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, dal vicepremier Antonio Tajani e da esponenti di Fratelli d’Italia, ha addebitato all’opposizione parlamentare una forma di responsabilità politica: aver alimentato un clima di indulgenza o di scarsa condanna verso le frange più radicali del movimento No Tav, contribuendo così a legittimare le azioni violente contro le forze dell’ordine e le infrastrutture.
Cacciari respinge con toni durissimi questa lettura: “In Italia, e non solo in Italia, ci sono stati gli Anni di Piombo, una violenza politica vera e propria che non ha nulla a che fare con quella di cui stiamo parlando oggi: nulla, è una cosa completamente diversa. In quella situazione tragica per il Paese, nessun democristiano, nessun liberale, nessun esponente delle forze di governo si è sognato di dare alcuna responsabilità al Partito Comunista. Neanche i missini. Le classi politiche vere, quando si trovano in una situazione di difficoltà, e quella degli anni ’70 non è neanche paragonabile alle manifestazioni e alle questioni di oggi, non hanno mai strumentalizzato”.
Il filosofo invita quindi l’attuale maggioranza a ispirarsi a quel precedente storico di responsabilità istituzionale, anziché utilizzare gli scontri in Val di Susa come strumento di polemica politica.
Nel corso della stessa intervista Cacciari risponde anche alle dichiarazioni del presidente del Senato Ignazio La Russa, secondo cui Giorgia Meloni al Quirinale sarebbe “una fortuna”. “Non lo so, ma la cosa non mi scandalizza minimamente – osserva l’ex sindaco di Venezia – Sotto certi aspetti Meloni presidente della Repubblica mi sembrerebbe la conclusione logica della deriva della politica italiana nel corso degli ultimi decenni“.
E spiega: “La nostra politica si è retta all’interno dell’alleanza costituzionale, cioè il quadro includeva i partiti che avevano sostenuto e fatto la Costituzione. La Meloni viene da una storia completamente diversa, ma questa storia oggi ha guadagnato via via posti di potere sempre più importanti, fino alla presidenza del Consiglio”.
Cacciari conclude amaramente: “Quella storia italiana passata, con buona pace di tanti miei colleghi, è finita: è del tutto logico che gli eredi di coloro che erano contro la Costituzione diventino presidenti della Repubblica”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Luglio 29th, 2026 Riccardo Fucile
GRAZIE ALLE NUOVE NORME SONO STATE FERMATE APPENA DUE PERSONE PER POCHE ORE, MENTRE IL GROSSO DELL’ORGANIZZAZIONE È RIMASTO INTATTO. IL PARADOSSO È QUI: IL GOVERNO AVEVA PROMESSO DI PREVENIRE PROPRIO QUESTO TIPO DI EVENTI. INVECE SI È RITROVATO A INSEGUIRLI QUANDO ERANO GIÀ ESPLOSI – IL SINDACATO DI POLIZIA SILP: “SIAMO DI FRONTE A UNA DESTRA CHE PARLA CONTINUAMENTE DI SICUREZZA MA NON RIESCE A OFFRIRE STRUMENTI DAVVERO EFFICACI”
Disse il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi: «Con questo decreto, fatti come quello di
Torino non sarebbero stati possibili». Aggiunse il ministro della Giustizia Carlo Nordio: «Vogliamo evitare il ritorno delle Brigate Rosse». Chiosò la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, subito dopo la visita ai due agenti di polizia feriti negli scontri: «Non sarà una misura spot».
Era febbraio. Le strade di Torino avevano appena visto violenti scontri tra centri sociali e forze dell’ordine. E il governo, davanti alle telecamere e sui social, presentava il nuovo decreto sicurezza come la risposta destinata a prevenire episodi simili.
Non sono passati nemmeno sei mesi. La Val di Susa è tornata a essere teatro di una guerriglia: 120 agenti feriti, centinaia di manifestanti identificati, devastazioni e assalti organizzati. E quel decreto, almeno di fronte a quello che è accaduto sabato, non è servito praticamente a nulla.
Grazie alle nuove norme sono state fermate appena due persone per poche ore, mentre il grosso dell’organizzazione è rimasto sostanzialmente intatto. Il paradosso è tutto qui: il governo aveva promesso di prevenire proprio questo tipo di eventi. Invece si è ritrovato a inseguirli quando erano già esplosi.
«Era inevitabile che finisse così. Lo diciamo fin dal primo momento», ragiona Nicola Rossiello, segretario generale del sindacato di polizia Silp Cgil del Piemonte. «Sono strumenti assolutamente inefficaci, che non garantiscono sicurezza ai cittadini né tantomeno agli agenti, costretti a lavorare in condizioni non adeguate».
Rossiello dice quello che, in queste ore, sta emergendo anche dalle indagini della procura di Torino, alimentate dal lavoro della Digos e dall’analisi dei primi dispositivi sequestrati alle persone fermate.
Se davvero tutto era stato preparato per mesi, perché non è scattato un allarme preventivo? Per quale motivo le polizie straniere non hanno condiviso informazioni sufficienti su ciò che stava maturando? Eppure sono pochi, parliamo di qualche centinaio di persone e sono partiti da tutta Europa contestualmente. «Lavorare sulla prevenzione significherebbe dare risposte proprio a queste domande», conclude ancora Rossiello.
«Siamo di fronte a una destra che parla continuamente di sicurezza ma non riesce a offrire strumenti davvero efficaci. Fa soprattutto annunci. L’esempio più evidente è il reato contro i rave: fu la prima grande riforma del governo Meloni, eppure, nella pratica, è rimasto quasi del tutto inapplicato».
(da Repubblica)
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Luglio 29th, 2026 Riccardo Fucile
DALLA COLLETTA CHE INCROCIA L’INDUSTRIA DELE ARMI AL LEADER DELA PROTESTA ANTI-SISTEMA RICICLATO COME GARANTE DELL’ORDINE
La condanna in appello a 14 anni e 9 mesi inflitta al gioielliere Mario Roggero per duplice omicidio volontario e tentato omicidio ha alimentato un vasto movimento di sostegno che si sviluppa ben oltre le aule di tribunale. Secondo un’analisi di Fanpage, attorno al caso, che potrebbe pure essere caratterizzato da un possibile vizio di forma che potrebbe far tornare l’uomo libero, si è formata una rete composta da raccolte fondi, petizioni e appelli per la concessione della grazia, nella quale si intrecciano iniziative civiche, posizioni politiche e mobilitazione online.
Mario Roggero in carcere con due uomini della polizia penitenziaria
Mario Roggero: chi c’è dietro le iniziative per il gioielliere
Sintetizzando l’analisi di Fanpage in merito a tutte le varie iniziative nate attorno alla figura di Mario Roggero, per sostenerlo economicamente e cercare di aiutarlo anche a livello pubblico, il media ha fatto emergere, per esempio, che una prima raccolta destinata alle spese legali è stata promossa sulla piattaforma Produzioni dal Basso da Andrea Revel-Nutini, vicepresidente del Comitato Difesa Legali Possessori di Armi. L’iniziativa ha raccolto 1.655 euro grazie a 77 donatori.
Tra gli aggiornamenti è comparso anche un ringraziamento per una donazione di 500 euro attribuita a Pietro Fiocchi, circostanza che nel testo viene indicata come oggetto di interrogativi sull’identità del benefattore che potrebbe essere un omonimo del deputato di FdI. Viene inoltre evidenziato che non sono state chiarite le modalità con cui il denaro sarebbe stato trasferito allo stesso gioielliere.
Su GoFundMe è invece presente un’altra raccolta fondi promossa da una persona identificata soltanto come “Laura M.”, senza ulteriori dettagli sui rapporti con la famiglia o sulla destinazione delle somme. Intanto la magistratura torinese ha disposto il sequestro conservativo di 50 mila euro provenienti dal conto “Io sto con Mario Roggero”, dopo il trasferimento del denaro su un conto corrente in Tunisia intestato al gioielliere e alla moglie.
Le petizioni per la grazia
Parallelamente stanno andando avanti le petizioni online per chiedere la grazia, che tra Change.org e OpenPetition, stando a quanto riferito sempre da Fanpage, toccano complessivamente le 250 mila adesioni. Tra i promotori figurano Galgano Palaferri, l’avvocato Pisani, il blogger Roberto Giusti, autore della petizione più seguita con oltre 96 mila firme, Biagio Passaro e Antonella Marinucci, che ha dedicato a Roggero anche un componimento poetico in dialetto romanesco. Il caso continua così a dividere l’opinione pubblica, trasformandosi in un tema che va oltre il processo giudiziario.
(da Fanpage)
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Luglio 29th, 2026 Riccardo Fucile
NEL MENU’ C’ERA SCRITTO 2,5 EURO, MA ALLA OBIEZIONE DEL CLIENTE LA RISPOSTA E’ STATA “LA SERA COSTA DI PIU'”… POI NON CI LAMENTIAMO SE ALL’ESTERO CI DANNO DEI LADRI
Passano gli anni, ma ancora tanti locali rivendono alcuni prodotti a prezzi folli. Che siano
caffè o gelati, molti ristoranti di Milano finiscono al centro di polemiche per i conti salatissimi serviti ai clienti. Oggi, però, c’è chi ha pagato una semplice bottiglia d’acqua molto più di due caffè. La giornalista di SkyTg24, Stefania Pinna, ha condiviso in una storia su Instagram di aver pagato 6 euro una bottiglia d’acqua in uno storico locale del quartiere Brera. Un conto salatissimo, che qualcuno azzarda sostenere che è in linea con quelli degli altri locali di via Brera.
Probabile. Come Fanpage.it ha potuto notare, facendo una ricerca approfondita sul bar in questione e leggendo le recensioni lasciate da chi è passato per mangiare un boccone o fare un aperitivo, è possibile notare che Pinna non è l’unica che nei mesi si è lamentata del prezzo dell’acqua.
Diversi clienti hanno infatti scritto di aver pagato bottigliette d’acqua a 5 euro. Una cliente, in particolare, ha specificato cinque mesi fa che sul menù c’era scritto che l’acqua costava 2,5o euro, ma che l’ha pagata di più perché un cameriere gli avrebbe detto “che la sera costa di più”. Una specifica che, se veramente è stata riferita, è al limite e che la stessa cliente etichetta come una truffa. Ancora un cliente, dieci mesi fa, ha raccontato di essersi lamentato del costo eccessivo dell’acqua con il titolare del ristorante, che gli avrebbe detto che a Piazza San Marco a Venezia l’avrebbe pagata 20 euro.
Una giustificazione, comunque, sgradevole. In nessun luogo del mondo, l’acqua dovrebbe avere un costo così eccessivo. E non mancano le recensioni di chi racconta di un atteggiamento sgradevole da parte dei proprietari sia nei confronti di qualche cliente, ma anche del personale o di cibo non sempre adeguato alle aspettative. Esperienze soggettive, alle quali ci si può magari difendere. Indifendibile invece resterà il costo della bottiglietta d’acqua, per il quale non c’è alcuna giustificazione.
(da agenzie)
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Luglio 29th, 2026 Riccardo Fucile
IL MELONELLUM POTREBBE FAR VINCERE CHI PRENDE MENO VOTI… VANNACCI DECISIVO
Più la legge elettorale avanza nel suo percorso parlamentare, più i nodi aumentano, invece di sciogliersi. In vista del voto di settembre sul testo al Senato, c’è attesa per capire se Fratelli d’Italia insisterà sulle preferenze “omeopatiche” (copyright del senatore Pd Dario Parrini), provando a superare le resistenze interne alla maggioranza che hanno affossato l’emendamento, nel voto segreto alla Camera. Intanto, però, i venti costituzionalisti ed esperti ascoltati nella Prima Commissione di palazzo Madama – chiamata ora a esaminare il provvedimento – hanno rilevato molti altri punti critici.
Alcune di questi problemi riguardano l’impianto originario della legge ed erano già emersi nel corso del passaggio alla Camera. Anche nelle audizioni di fronte ai senatori, quasi tutti gli esperti bocciato le liste bloccate nei collegi plurinominali; l’indicazione del candidato premier della coalizione, che mette a rischio le prerogative del capo dello Stato; il listone unico da cui attingere per assegnare i seggi del premio di maggioranza, senza che i cittadini possano capire chi contribuiscono ad eleggere con il loro voto. Su altri punti, come l’entità del premio di maggioranza o la soglia necessaria per ottenerlo, le opinioni sono state più contrastanti.
Chi ha meno voti può vincere le elezioni
Ci sono però anche nuove criticità nate dalle modifiche al testo votate nell’aula di Montecitorio. Tra queste, la diminuzione dei collegi per gli italiani all’estero – tradizionalmente favorevoli al centrosinistra – ridotti da quattro a due per la Camera e addirittura a uno soltanto per il Senato, che quindi potrà contare su un solo parlamentare rappresentante di tutto il Mondo. “Diventerebbe impossibile creare un rapporto tra l’elettore e un senatore, la cui constituency sarà rappresentata dall’intero pianeta” ha spiegato a questo proposito la professoressa Roberta Calvano.
Soprattutto, però, a creare seri dubbi di legittimità costituzionale è la cosiddetta norma anti-cespugli, introdotta dalla maggioranza nel primo passaggio della legge elettorale in parlamento. La misura si concentra sulla somma dei voti, necessari alle coalizioni per raggiungere il tetto del 42 percento, oltre il quale scatta il premio di maggioranza per lo schieramento vincitore. L’emendamento approvato alla Camera stabilisce che per il conteggio valgano solo le percentuali della prima lista della coalizione, tra quelle che non arrivano allo sbarramento del tre percento. Tradotto, se in una coalizione c’è una lista che prende il due percento e un’altra che prende l’uno, i voti della prima si contano ai fini del raggiungimento del traguardo del 42 percento, quelli della seconda invece no.
Anche questa correzione sembra tagliata su misura per favorire il centrodestra dove stando ai sondaggi c’è un unico partito, Noi Moderati, sotto la soglia del tre percento. Mentre dall’altro lato del campo sono presenti una moltitudine di micro formazioni centriste, che faticano a mettersi d’accordo tra loro e i cui consensi potrebbero così essere in parte neutralizzati. Certo, una norma di questo tipo – ufficialmente pensata per ridurre la frammentazione – potrebbe spingere Italia Viva, +Europa, il Progetto Civico di Onorato e altri riformisti vari a mettere da parte i litigi. Ma la Corte Costituzionale ragiona in astratto, non sulle condizioni materiali della singola elezione. E in astratto ci sono due effetti di una misura del genere, che rischiano di essere paradossali.
Il primo è che un partito di una coalizione che prende l’uno percento potrebbe contribuire a ottenere il premio di maggioranza, mentre magari il 2,5 percento di una formazione in una coalizione diversa non peserebbe niente, perché nella stessa alleanza potrebbe esserci un’altra lista che ottiene il 2,8. Mantenendo lo stesso esempio, ci potrebbe essere una conseguenza ancora più clamorosamente distorsiva. Mettiamo che la coalizione A ottiene il 42,5 percento, mentre la B prende il 43. Il premio di maggioranza va a quest’ultima, direte voi. E invece no. Perché nella seconda coalizione ci sono due liste sotto il tre percento, quindi i voti di quella con la percentuale più bassa non vengono calcolati. Risultato, chi ha meno voti totali prende tutto. Un paradosso, per una legge varata dalla destra al grido: “Così, chi vince governa”.
La variabile Vannacci
Rimane allora l’altro slogan appiccicato al Melonellum: “Così, garantiamo la stabilità”. Non proprio. Perché senza ballottaggio, prima previsto e poi cancellato, se né centrodestra né centrosinistra raggiungessero il 42 percento necessario a ottenere il premio di maggioranza, il prossimo parlamento sarebbe composto con il proporzionale puro. Sembrava un’ipotesi dell’irrealtà, prima dell’ascesa nei sondaggi di Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. “Questa legge introduce un incentivo a partiti terzopolisti per far fallire il maggioritario”, ha spiegato in audizione il professor Roberto D’Alimonte. E ha continuato: “Sono praticamente certo che succederà nelle elezioni successive a questa, ma se Futuro Nazionale dovesse arrivare in doppia cifra e non entrare in coalizione, mentre dall’altra parte dovesse scendere in campo Di Battista, il ritorno al proporzionale potrebbe verificarsi già nel 2027”.
Il costituzionalista Roberto Zaccaria invece ha fatto una previsione diversa. Eccola, “Io sono convinto che Vannacci parteciperà con il centrodestra alla gara elettorale, solo per contribuire a prendere il premio di maggioranza. Poi andrà all’opposizione, magari intervenendo di nuovo quando si tratterà di scegliere il presidente della Repubblica”. Anche in quest’ipotesi, però, Meloni avrebbe i numeri per governare, grazie ai parlamentari ottenuti proprio con il premio di maggioranza. Ha detto Zaccaria: “Una norma logica sarebbe quella per cui se chi ha concorso in una coalizione poi si stacca dopo le elezioni, il premio non vale. Questo invece è un meccanismo truffaldino, perché permette di vincere, spartirsi la refurtiva e poi andare ognuno per conto suo”.
Profezie, analisi, scenari che si misureranno con le urne, sempre che la legge elettorale arrivi a dama e che la Corte Costituzionale non intervenga, prima o dopo il voto. Intanto però c’è la matassa preferenze da districare. Oggi, il segretario di Forza Italia Antonio Tajani terrà una riunione con il gruppo parlamentare forzista al Senato per provare a far digerire ai suoi la proposta di Fratelli d’Italia, capolista bloccato e diritto di scelta sugli altri candidati. In cambio, Fdi avrebbe offerto un meccanismo più generoso sulla rappresentanza di genere e l’eliminazione dell’obbligo per i candidati nel listone di correre anche al vertice dei collegi. Quest’ultima previsione era la pistola messa sul tavolo dai meloniani alla Camera, di cui avevamo già parlato su Fanpage.it.
Non è detto che le aperture dei vertici di Fdi bastino a convincere i parlamentari della maggioranza. Un’indicazione su come sta andando la trattativa potrbbe arrivare stasera, quando verrà stabilito il termine per gli emendamenti al testo. Se verrà fissato a fine agosto, vuol dire che siamo ancora in alto mare. Se invece si deciderà di chiudere prima della pausa estiva, potrebbe significare che l’intesa è più vicina. Poi certo, anche un eventuale accordo dovrebbe comunque passare al vaglio delle votazioni prima al Senato e poi di nuovo alla Camera, dove tornerebbe l’incubo del voto segreto. La notte della legge elettorale è ancora oscura e piena di possibili errori.
(da Fanpage)
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Luglio 29th, 2026 Riccardo Fucile
LA STORIA DEL SOPRANNOME DEL TENENTE: “NON LO SO NEPPURE IO PERCHÉ, FORSE QUALCOSA DAL MIO COGNOME. O FORSE PERCHÉ NON MI FERMO DAVANTI A NIENTE” – “PARLIAMO ANCHE ATTRAVERSO I DRONI CON I NOSTRI NEMICI. LORO SONO I PRIMI A CHIAMARCI SLONIKI. NOI RISPONDIAMO: ‘SÌ, SIAMO NOI E VOI MORIRETE TUTTI’”
Se il tenente Slon fosse un bartender, si sarebbe specializzato in mixologia. Studierebbe in
profondità alcolici e spezie, darebbe nomi assurdi alle sue creazioni e il suo locale sarebbe sempre pieno, con una squadra di apprendisti devoti pronti a dividere assieme a lui il lavoro e magari la sbronza in chiusura di serata con l’ultima trovata alcolica che parrà a tutti insuperabile.
Slon però è un soldato, il suo vero nome è Ihor, e le sue alchimie non riguardano distillati e aromi, ma il loro corrispettivo in droni: azioni di ricognizione sapienti e assalti fantasiosi.
Comanda il reparto che si occupa dei veicoli senza pilota della 34esima brigata. Il suo nome di battaglia vuol dire “elefante”, a scrutarlo non si capisce bene il perché: non ha le orecchie enormi, non è neppure così grosso, ha la pancia da buongustaio ma nei limiti della morbidezza, non rientra proprio nella scala di grandezza degli elefanti.
“Non lo so neppure io perché, forse qualcosa dal mio cognome”. Ci pensa su, la risposta la sa eccome: “O forse perché non mi fermo davanti a niente”.
Quando la guerra è iniziata nel 2022 si è messo in fila per arruolarsi: “Ma c’erano sette chilometri di coda, non potevo certo rimanere ad aspettare tutta la notte. Mi sono presentato il giorno dopo e la coda non diminuiva. Ce l’ho fatto il 4 marzo”. E due settimane dopo si occupava già di droni, ben poca cosa all’epoca, si trattava al massimo di un Mavic e un joystick.
“Se allora avessimo avuto gli strumenti di oggi, sarebbe stato tutto diverso e avremmo risparmiato molte vite”, racconta mentre mostra Rys e Zmi, Lince e Serpente, due ultimi modelli di robot mandati al fronte per rifornimenti, missioni di salvataggio e anche d’assalto.
Ci siamo dati appuntamento in una strada della regione di Kherson. Prima dell’arrivo di Slon, si presentano due operatori di droni in calzoncini, ciabatte e cappello da pescatore. Sembrano due passanti diretti ai campi intorno, provano a sembrare più soldati quando vanno a indossare la mimetica.
Non sono semplici soldati, fra di loro si chiamano sloniki, gli elefantini. Slon è un marchio. “I russi lo conoscono bene”, dicono. Il tenente racconta che lo conoscono a tal punto da seguirne le tracce. L’ultimo grattacapo glielo ha dato una vecchietta a Kherson: “Mi hanno informato che i russi avevano saputo che la mia macchina personale era targata Slon. Era stata un’anziana in città a dare l’informazione. Così ho cambiato la targa”.
Al nostro incontro è arrivato con la sua macchina ufficiale, che comunque non rimane inosservata visto che il cofano è sormontato dalla testa di un elefante dagli occhi rossi.
Non serve chiederglielo, gli occhi sono rosso sangue, sono i suoi e quelli dei suoi sloniki mentre da remoto conducono le loro operazioni contro l’esercito russo. Dopo l’appuntamento lungo la strada, Slon e i suoi proseguono e si fermano in uno spiazzo fra la vegetazione, spiegano di essere arrivati in ritardo per i droni nemici e siccome con loro hanno portato Rys e Zmi, dovevano essere molto cauti durante il trasporto.
Slon ha un obiettivo: aumentare oltre il fiume Dnipro la “kill zone” che divide la linea ucraina da quella russa per stanare i russi e spingerli verso la Crimea isolata.
“La kill zone è di circa trenta chilometri, l’obiettivo è farla arrivare a sessanta chilometri e se i nostri droni finora volavano con difficoltà fino a quaranta, quarantacinque chilometri, adesso siamo riusciti a farli arrivare anche a sessantadue senza che i russi li fermino”.
Slon mostra il video di un sorvolo dei suoi droni fino al Mar Nero, in questo tipo di operazioni è uno specialista dall’inizio della guerra, quando era riuscito a raccogliere dati facendo volare un drone Mavic sulle zone nemiche: “Mostrai le immagini e mi dissero: ‘Questo sì che è un buon lavoro’”.
In quella fase del conflitto, un sorvolo del genere era molto difficile, portare a casa informazioni sulle linee russe non era un’operazione quotidiana come oggi.
“Ora il nostro compito è stringere un po’ il cerchio, blindare la kill zone a circa quarantacinque chilometri e tenerla. Dobbiamo fare pressione in modo che i russi non soltanto non mettano più piede e restino ben lontani, ma che temano anche di introdurre droni terrestri, perché verrebbero eliminati”.
Fra l’espansione della kill zone e l’interruzione della logistica, le truppe russe che attaccano dalla parte occupata dell’oblast di Kherson si troverebbero isolate.
Condizioni simili hanno creato le ritirate di Mosca degli anni passati, prima dalla regione di Kharkiv poi dalla città di Kherson. “Il nostro compito è espandere la kill zone e creare le condizioni per una controffensiva”, dice Slon.
Non è difficile immaginare questo Elefante nella stanza delle decisioni, Slon non si ferma davanti a nulla e i suoi racconti lo dimostrano. E’ di Kropyvnyckyj, nella regione orientale di Kirovohrad, ma è stato mandato da subito nella zona meridionale, a ridosso del Mar Nero. Nell’aprile del 2022, guidava una squadra di lanciagranate inviata a operare a Tavrijsk, “l’unico centro abitato non occupato nella regione di Kherson”.
La guerra è totalmente cambiata da quell’aprile del 2022, gli ucraini hanno a disposizione molto di più e anche i russi hanno imparato a usare i droni per qualsiasi necessità, oltre all’attacco.
Quando Slon racconta dell’obiettivo di ampliare la kill zone, intende renderla inaccessibile e spaventosa, vuole che i nemici temano anche di perdere i loro mezzi. Slon chiama i russi “orchi”, come fanno in tanti in Ucraina.
Per qualcuno il termine allude a qualcosa di spaventoso, per altri, come il tenente, si fa riferimento invece a qualcosa di goffo, stupido: “Prima era possibile vedere gli orchi entrare con i loro mezzi in zone come Oleshki, Hola Prystan.
Ora non sono neppure in grado di dirti quando è stata l’ultima volta che ho visto un veicolo degli orchi, forse un quad che si muoveva per la foresta”.
Far passare i mezzi è complicato sotto gli occhi dei droni, e i russi cercano di mandare i soldati, costringendoli a operazioni la cui conclusione è già certa. “A volte usiamo i droni per farli arrendere. Una volta abbiamo lanciato una bottiglia d’acqua con le indicazioni per arrendersi. A volte abbiamo anche montato un altoparlante su dei droni per rivolgerci direttamente ai russi, ma è capitato che con i loro di droni, gli orchi abbiano ucciso i soldati che sceglievano la resa”.
Si vede che c’è una cosa che a Slon piace in modo particolare dei suoi droni ed è vedere, tracciare, capire, immaginare. In una guerra a distanza, il drone è l’occhio con cui gli sloniki studiano il nemico, lo guardano in faccia. Il modo in cui gli indicano la strada per salvarsi o decidono di ucciderlo. A chilometri di distanza sembra che qui da una parte all’altra ci si conosca bene fra nemici: “Parliamo anche, loro sono i primi a chiamarci sloniki. Noi rispondiamo: ‘Sì, siamo noi e voi morirete tutti’”.
(da Il Foglio)
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Luglio 29th, 2026 Riccardo Fucile
DUE TERZI DEGLI INTERVISTATI È CONVINTO CHE LA SITUAZIONE ECONOMICA SIA PEGGIORATA E CHE LE DECISIONI SULL’IRAN LI ABBIANO DANNEGGIATI… IL TASSO DI APPROVAZIONE DEL PRESIDENTE È CROLLATO AL 34%
Il 73% degli americani ritiene che Donald Trump non abbia dedicato abbastanza attenzione ai problemi più importanti per gli Stati Uniti. E’ quanto emerge da un sondaggio Cnn, secondo il quale due terzi degli intervistati è convinto che le politiche del presidente abbiano peggiorato la loro condizione economica e che le sue decisioni militari in Iran abbiano danneggiato gli Stati Uniti.
Il sondaggio rivela che il tasso di approvazione di Trump è al 34%, pari a quello dopo l’assalto del 6 gennaio, e che solo il 15%% approva in modo forte le sue politiche.
Il 28% degli americani approva la sua gestione della guerra in Iran, il 25% lo promuove sull’inflazione e il 21% sui prezzi della benzina.
(da agenzie)
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Luglio 29th, 2026 Riccardo Fucile
MA QUANDO ERA IN LEGA COME MAI NON ERA INSORTA CONTRO SALVINI? … E POI, CON UNA RISATA HA AGGIUNTO: “VI STIAMO SVUOTANDO IL PARTITO”
Da un dibattito su energia e guerra in Ucraina a un acceso botta e risposta personale. È
quanto accaduto durante Agorà Estate, su Rai 3, dove si sono scontrati la deputata di Futuro Nazionale Laura Ravetto e il capogruppo della Lega alla Camera Riccardo Molinari, un tempo compagni di partito.
Il confronto è iniziato sulle misure del Governo contro il caro carburanti. Ravetto ha criticato il taglio temporaneo delle accise sul diesel, sostenendo che l’unica soluzione efficace sarebbe aumentare gli acquisti di gas, anche dalla Russia. Molinari ha contestato la posizione della deputata, osservando che il gas non è direttamente collegato al prezzo dei carburanti.
Lo scontro si è poi spostato sul conflitto in Ucraina. Ravetto ha accusato la Lega di aver cambiato posizione sul sostegno a Kiev e di continuare a finanziare una missione che ha definito fallimentare. Molinari ha replicato ricordando che la stessa Ravetto, quando era nel Carroccio, aveva votato tutti i pacchetti di aiuti all’Ucraina, accusandola di aver cambiato idea solo dopo il passaggio a Futuro Nazionale.
Il confronto ha assunto toni ancora più duri quando Molinari ha attribuito l’uscita di Ravetto dalla Lega alla volontà di garantirsi una futura candidatura.
Lo scontro è proseguito sul caso dei video diffusi sui social e collegati a Roberto Vannacci, nei quali alcuni leader dell’opposizione vengono rappresentati mentre vengono uccisi in un’arena dell’antica Roma.
Ravetto ha preso le distanze dalla paternità dei contenuti, sostenendo che non fossero stati realizzati direttamente dal generale e invitando a concentrarsi sui problemi economici del Paese piuttosto che su video satirici.
Molinari ha replicato sottolineando come quei contenuti fossero comunque riconducibili al profilo social di Futuro Nazionale e ne riflettessero il messaggio politico. A quel punto il confronto è degenerato. Ravetto ha accusato la Lega di essere infastidita dalla crescita del nuovo partito, mentre Molinari ha insistito nel criticare il sostegno politico a Vannacci.
La deputata ha quindi richiamato un episodio del passato leghista, ricordando che Matteo Salvini aveva portato sul palco, durante un comizio, una bambola gonfiabile raffigurante Laura Boldrini. Molinari ha replicato che, se quell’episodio non le piaceva, avrebbe potuto non entrare nella Lega. “E infatti sono uscita“, è stata la risposta di Ravetto.
(da .ildifforme.it)
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