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“DOPO LE MIDTERM TRA I REPUBBLICANI ESPLODERÀ LA GUERRA CIVILE”: STEVE BANNON, EX CONSIGLIERE DI TRUMP, HA DETTO AL “FINANCIAL TIMES“ CHE LE ELEZIONI DI MARTEDÌ FARANNO SCOPPIARE LE CONTRADDIZIONI INTERNE AL GRAND OLD PARTY, FRA L’ALA MAGA E QUELLA PIÙ TRADIZIONALISTA

Novembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

UNA PARTE DEL MOVIMENTO MAGA HA GIA’ VOLTATO LE SPALLE AL DERAGLIATO DELLA CASA BIANCA PER IL CASO EPSTEIN E PER LA GUERRA IN IRAN, PERCHÉ “THE DONALD” IN CAMPAGNA ELETTORALE AVEVA PROMESSO DI METTERE FINE AI CONFLITTI ETERNI – CON LA MAGGIORANZA DELLA CAMERA DESTINATA A PASSARE AI DEMOCRATICI, LA VERA BATTAGLIA SI GIOCA SUL SENATO

Aumenta il vantaggio dei democratici per la conquista del Congresso. Secondo unsondaggio di Nbc, il 52% degli elettori preferisce un Congresso controllato dai democratici, a fronte di un 45% che lo vorrebbe dei repubblicani. Il margine di vantaggio è più alto di due punti rispetto al mese scorso.
Dopo le midterm «tra i repubblicani esploderà la guerra civile». Parola di Steve Bannon. L’ex consigliere del presidente Trump ha detto al Financial Times che le elezioni di martedì faranno scoppiare le contraddizioni interne al Gop, fra l’ala Maga di cui lui è sempre stato l’ispiratore, e quella più tradizionalista.
Resta da vedere se sul risultato del 3 novembre, e i suoi effetti futuri, avranno più peso le divergenze fra il Partito repubblicano vecchio e quello nuovo, oppure le divisioni tra i democratici moderati e i socialisti
Bannon da tempo parla di guerra civile, ma finora si era concentrato su quella che il movimento Maga dovrebbe combattere con il resto della civiltà occidentale, secondo lui arresa alla decadenza. Parlando con il Financial Times però ha ammesso che problemi simili esistono anche dentro al Partito repubblicano, dove finora la corrente tradizionale ha dovuto abbassare il capo davanti a Trump, ma in caso di sconfitta alle midterm tornerebbe ad alzare la testa, provocando una resa dei conti.
La spaccatura peraltro esiste anche nel movimento Maga, che si è diviso in particolare sul caso Epstein, che ha spinto leader come la deputata Marjorie Taylor Greene a voltare le spalle a Trump. Anche la guerra in Iran è stata una ragione di scontro, perché il presidente in campagna elettorale aveva promesso di mettere fine ai conflitti eterni
Bannon è sempre stato contrario, perché ritiene che l’intervento americano interessi solo al premier israeliano Netanyahu e pensa che se dopo le midterm il capo della Casa Bianca ordinerà la ripresa degli attacchi, subirà una reazione negativa anche tra i suoi sostenitori, colpiti dall’inflazione provocata dal conflitto. I dazi sono invece un elemento di rottura con i repubblicani tradizionali, paladini dell’economia di mercato e la libertà di commercio senza ostacoli.
Intanto secondo il Wall Street Journal tra i repubblicani sale la tensione in vista delle elezioni Nelle sale operative dei conservatori ci si prepara al peggio, cercando di prevedere quanti seggi saranno persi alla Camera e se il Senato reggerà o meno.
Anche il finora ottimista Donald Trump di recente ha cambiato atteggiamento e il suo umore – riporta sempre il Wsj – è peggiorato guardando alle midterm.
A preoccupare sono anche le indicazioni in arrivo dai distretti tradizionalmente rossi: «Potrebbe essere una serata piuttosto brutale. Una volta che parte l’effetto domino è difficile fermarlo», ha detto una fonte repubblicana a Politico, ammettendo che la situazione sembra peggiore di quanto si poteva immaginare solo qualche tempo fa.

(da agenzie)

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TURNO UNICO O BALLOTTAGGIO? SULLE PRIMARIE IL CAMPO LARGO RESTA SPACCATO GRAZIE AI SOLITI GIOCHINI DI CONTE CHE FA DI TUTTO PER EVITARE IL BALLOTTAGGIO: PREFERISCE UNA SFIDA CON TANTI PARTECIPANTI, CONTANDO SU UNA DISPERSIONE DI VOTI CHE DANNEGGEREBBE ELLY

Novembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

I LEADER DEL CENTROSINISTRA HANNO DECISO CHE IL LEADER DELLA COALIZIONE ANDRÀ SCELTO ENTRO FEBBRAIO, MA ANCORA NON È CHIARO SE CI SARÀ O MENO UN SECONDO TURNO TRA I DUE CANDIDATI CHE PRENDERANNO PIÙ VOTI, SCHLEIN LO REPUTA GIUSTAMENTE NECESSARIO… CONTE CONTINUA I SOLITI DISTINGUO SU UCRAINA E RENZI, AVANTI COSI’ CHE LA SCONFITTA E’ VICINA

Le primarie si faranno entro febbraio, ma come? Archiviata la lunga trattativa sul calendario, nel centrosinistra resta un punto ancora da chiarire: il secondo turno. Il Pd lo reputa necessario.
Nel M5S preferirebbero evitarlo, puntando su una consultazione secca, nella quale chi prende più voti vince. Un meccanismo che renderebbe più semplice e rapida la scelta del candidato premier, e che — dettaglio non secondario — si pensa favorirebbe Giuseppe Conte, vista la possibile scomposizione del voto tra più candidati.
Diverso il discorso sul voto online, soluzione gradita ai 5 Stelle e sulla quale, almeno per il momento, dal Pd non arrivano particolari obiezioni.
Intanto, sui territori, la macchina del leader del M5S ha già cominciato a muoversi. Da qualche settimana stanno nascendo autonomamente comitati a sostegno della sua candidatura. «Non possiamo dare vantaggi a Meloni», avverte Conte ospite di Accordi e Disaccordi sul Nove, parlando di primarie «a inizio febbraio».
Sulla partecipazione, non c’è ovviamente nessuna intenzione di restringere il campo: «Le primarie sono un esercizio democratico, se fossero chiuse non sarebbero primarie. Chi sono io, ma aggiungo chi è Elly Schlein per dire quanti devono essere i candidati?».
Resta il nodo legato a Matteo Renzi, il cui ingresso in coalizione continua a non andare giù: «Nel caso dovessi vincere tu le primarie — dice a Schlein, e a Renzi — dobbiamo dirlo prima: garanzie politiche, perché se no il Movimento non ci sta. Se vincessi io le primarie, le garanzie politiche le darò io».
Servirà, comunque, «una legge seria sul conflitto d’interessi», afferma.
«Presenti la proposta di legge – ribatte Iv – già depositata da Renzi al Senato, che impone a tutti di non poter esercitare alcun lavoro ulteriore rispetto al ruolo di parlamentare, ad esempio avvocato d’affari».
Bisognerà trovare un’intesa sul programma, da qui a un mese. Conte annuncia che il M5S porterà ai tavoli della coalizione venti punti, «che riassumono forse il progetto più avanzato, progressista, o chiamatelo di sinistra, di cambiamento della società».
Partendo dal ritorno del reddito di cittadinanza. Non tutto è destinato a filare liscio nel confronto tra le diverse forze, a cominciare dall’Ucraina. Conte ribadisce che per il M5S c’è un punto «assolutamente non negoziabile»: interrompere la linea seguita finora sul conflitto.
Parole che si scontrano con quelle di Lorenzo Guerini, esponente dell’ala riformista del Pd ed ex ministro della Difesa. Nel nuovo libro di Bruno Vespa, Guerini sostiene che un eventuale governo di centrosinistra dovrebbe contribuire agli aiuti militari a Kiev «in maniera più consistente di quanto abbia fatto il governo Meloni». […]
Nel frattempo Schlein rivendica la propria leadership e respinge le critiche sulla collocazione troppo a sinistra del Pd. Sempre nel libro di Vespa ricorda che alle europee del 2024 i democratici raggiunsero il 24 per cento, mentre le presunte «praterie al centro» non si sono materializzate.
E manda un messaggio a chi ne contesta la linea: «Se qualcuno non si rassegna a un Pd autonomo che risponde soltanto ai propri elettori e ai propri iscritti, se ne faccia una grandissima ragione».

(da Repubblica)

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SE L’ITALIA NON ABBASSA IL COSTO DEL LAVORO, SARÀ FINITA, LO STIPENDIO DI UN LAVORATORE DIPENDENTE COSTA ALL’AZIENDA PRATICAMENTE IL DOPPIO. PER UN AUMENTO DI 100 EURO NETTI, IL DATORE DI LAVORO NE SPENDE PIÙ DI 180. È IL DATO PIÙ ALTO IN TUTTA EUROPA

Novembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

IN GERMANIA È POCO PIÙ BASSO, IN IRLANDA È DI 127 EURO. INVECE CHE PREMIARE (UN’ALTRA VOLTA) GLI AUTONOMI, CON LA VERGOGNOSA FLAT TAX FINO A 100MILA EURO, PERCHÉ IL GOVERNO NON SI PREOCCUPA DAVVERO DI ABBASSARE L’IRPEF AI DIPENDENTI, VERI TARTASSATI D’ITALIA?

“Garantire a un giovane lavoratore 24mila euro netti all’anno può costare a una piccola impresa italiana oltre 43mila euro, considerando retribuzione, imposte, contributi previdenziali e tfr. In altri termini, per ogni 100 euro netti che finiscono nelle tasche del dipendente, l’azienda può arrivare a spenderne oltre 180″.
La stima è della Cna che avverte: è “la cifra più elevata rispetto ai principali Paesi europei. Per assicurare 100 euro netti, il costo aziendale infatti ammonta a 178 in Germania, 171 in Portogallo, 170 in Spagna, 166 in Francia e 127 in Irlanda”. La simulazione della Cna è sul costo del lavoro giovanile in sei Paesi europei prendendo a riferimento un’impresa con cinque addetti che assume a tempo indeterminato un giovane di 25 anni, single e senza figli, e considera il costo ordinario del rapporto di lavoro una volta esauriti gli incentivi all’assunzione.
“È necessario superare la logica della continua successione di incentivi temporanei, che possono sostenere l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro ma rischiano di produrre forti discontinuità nei costi aziendali quando terminano”, sottolinea il presidente della Cna, Dario Costantini: “Non basta incentivare l’assunzione di un giovane, occorre rendere sostenibile anche la sua permanenza in azienda. Perché il successo delle politiche per l’occupazione non si misura soltanto dal numero dei contratti attivati, ma soprattutto dalla capacità di trasformarli in lavoro stabile e duraturo”.
Il confronto europeo – evidenzia la confederazione di artigiani e pmi – “mette in evidenza divari significativi. Per garantire 24mila euro netti annui, il costo aziendale è stimato intorno a 43.500 euro in Italia, 42.800 in Germania, 41.100 in Portogallo, 40.700 in Spagna e 39.900 in Francia. In Irlanda la stima si colloca intorno a 30.400 euro”.
Cna evidenzia che “il problema non riguarda soltanto il livello del costo del lavoro. Riguarda soprattutto la sua evoluzione nel tempo. Ipotizzando un esonero contributivo di 6mila euro annui per i primi due anni, la spesa dell’impresa italiana passa da circa 37.500 euro durante l’agevolazione a oltre 43.500 euro quando questa termina. Un aumento nell’ordine del 16%, senza che la retribuzione del lavoratore cresca di un solo euro”.
“Su un orizzonte di cinque anni, sempre mantenendo costante il reddito netto di 24mila euro annui e ipotizzando il pieno utilizzo del bonus biennale, il costo complessivo supera i 200mila euro, a fronte di 120mila euro netti percepiti dal giovane”.
L’analisi europea della Cna “evidenzia anche differenze negli strumenti utilizzati per sostenere l’occupazione. In Francia opera una riduzione strutturale e decrescente dei contributi datoriali, applicabile alle retribuzioni inferiori a tre volte il salario minimo. Una misura che, a differenza dei bonus temporanei, può accompagnare il rapporto di lavoro anche negli anni successivi all’assunzione. In Portogallo, accanto ai contributi economici per favorire le assunzioni, il sistema IRS Jovem prevede agevolazioni sulla tassazione personale dei giovani fino a 35 anni, con benefici distribuiti su un periodo che può arrivare a dieci anni. In Irlanda, dove la contribuzione aziendale ordinaria risulta relativamente contenuta nel profilo considerato, la previdenza integrativa MyFutureFund viene introdotta gradualmente, con aliquote a carico di lavoratore e impresa destinate a crescere nel tempo”.

(da agenzie)

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ELEZIONI MIDTERM, IN QUALI STATI SI VOTA PER I GOVERNATORI: LE SFIDE DI OHIO E NEVADA

Novembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

UN VOTO CHE POTREBBE CAMBIARE GLI EQUILIBRI POLITICI

Il 3 novembre, insieme alle elezioni di midterm per il Congresso, gli americani voteranno anche per scegliere i governatori di 36 Stati. Queste elezioni non riguardano quindi soltanto Washington e il futuro politico di Donald Trump, ma anche chi guiderà i governi locali nei prossimi anni.
Il governatore è il capo del potere esecutivo dello Stato e, a seconda delle norme locali, può firmare o porre il veto sulle leggi approvate dal parlamento statale, proporre il bilancio e guidare le amministrazioni pubbliche. Il suo ruolo è importante anche nella gestione di questioni come istruzione, sanità, sicurezza e politiche economiche.
Non tutti i governatori vengono eletti ogni quattro anni. In New Hampshire e Vermont, per esempio, il mandato dura due anni. Nella maggior parte degli altri Stati, invece, il mandato è di quattro anni. Le elezioni per i governatori si terranno nello stesso giorno di quelle per il Congresso, ma si tratta di votazioni distinte. Un elettore potrà scegliere un candidato di un partito per la Camera o il Senato e votare per un candidato dell’altro partito nella corsa al governatorato.
I 36 Stati chiamati a scegliere il proprio governatore sono Alabama, Alaska, Arizona, Arkansas, California, Colorado, Connecticut, Florida, Georgia, Hawaii, Idaho, Illinois, Iowa, Kansas, Maine, Maryland, Massachusetts, Michigan, Minnesota, Nebraska, Nevada, New Hampshire, New Mexico, New York, Ohio, Oklahoma, Oregon, Pennsylvania, Rhode Island, South Carolina, South Dakota, Tennessee, Texas, Vermont, Wisconsin e Wyoming.
La situazione di partenza è piuttosto equilibrata: tra i governatorati che saranno rinnovati, 18 sono attualmente guidati da Democratici e 18 da Repubblicani. Quest’anno non si vota in tutti gli Stati: 14 governatori, sei Democratici e otto Repubblicani, non devono affrontare le elezioni. Il voto è seguito con particolare attenzione per capire se cambieranno i vari equilibri politici locali. Secondo le previsioni di Decision Desk HQ aggiornate al 28 ottobre, i Democratici sono considerati favoriti in 22 delle 36 competizioni.
In Ohio e Nevada le sfide principali
Tra le competizioni più contese ci sono quelle in Ohio e Nevada, due Stati in cui i sondaggi mostrano una gara del tutto aperta.
In Ohio il Repubblicano Mike DeWine, alla guida dello Stato dal 2019, è arrivato al limite dei mandati e dovrà lasciare l’incarico. A contendersi la successione sono la Democratica Amy Acton, ex direttrice del dipartimento sanitario statale, il Repubblicano Vivek Ramaswamy, imprenditore che ha partecipato alle primarie presidenziali repubblicane del 2024, oltre all Libertario Don Kissick. Secondo la media di cinque sondaggi riportata da 270toWin, Acton si attesta al 48% e Ramaswamy al 45,4%. Un distacco che ricade entro il margine di errore delle rilevazioni e non permette di fare previsioni certe.
Acton si è fatta conoscere durante la pandemia di Covid-19, quando guidava il dipartimento della sanità dell’Ohio. Sostiene il diritto all’aborto e regole più stringenti sulle armi. Ramaswamy è una figura vicina a Trump e ha notorietà nazionale: ha una linea più restrittiva sul diritto all’aborto e sostiene una maggiore libertà in materia di armi e sviluppo energetico. A far discutere è stato anche uno spot di Ramaswamy dove attacca brutalmente Acton, usando le parole della madre, con cui la candidata non ha rapporti da quando era bambina. La pubblicità ha ricevuto critiche anche tra i Repubblicani, tanto che il governatore uscente Mike DeWine ha chiesto alla campagna di Ramaswamy di ritirare lo spot, pur senza rinunciare a sostenere il candidato.
In Nevada la situazione è altrettanto combattuta. Il governatore uscente Joe Lombardo, Repubblicano ed ex sceriffo della contea di Clark, cerca la riconferma contro il Democratico Aaron Ford, procuratore generale dello Stato dal 2019. Ford vuole rafforzare le tutele per il diritto all’aborto e limitare il peso dei grandi investitori nel mercato immobiliare, mentre Lombardo ha difeso la propria opposizione a nuove tasse e ha già posto il veto su una proposta per limitare il numero di abitazioni che possono essere acquistate dalle società. Anche qui le rilevazioni restituiscono un quadro ancora incerto. Un sondaggio di RedBox Research assegna a Ford il 45,6% e a Lombardo il 42,6%.

(da Fanpage)

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NOVAYA GAZETA CHIUDE, INTERVISTA AL DIRETTORE: “CI HANNO STRANGOLATI, IN RUSSIA INFORMARE E’ DIVENTATO UN REATO”

Novembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

SEI GIORNALISTIASSASSINATI, LA STANZA CHE FU DI ANNA POLITKOVSKAYA, IL COLLEGA ARRESTATO, LE DONAZIONI BLOCCATE E IL POTERE DI PUTIN: “UN SULTANATO”…IL 9 NOVEMBRE L’ULTIMA EDIZIONE… NEL SILENZIO DI CONTE, SALVINI, VANNACCI E ITALICI FIGLI DI PUTIN

“È un naufragio. È la devastazione della casa dove abbiamo vissuto e lavorato pertrent’anni, insieme a chi per lavorarci è stato ammazzato”: Sergey Sokolov è il direttore di Novaya Gazeta. Parla a Fanpage.it mentre i suoi giornalisti stanno smantellando la redazione. Scatoloni e musi lunghi. Dmitry Muratov, premio Nobel per la pace nel 2021, impacchetta i sui libri. Ha un’aria spettrale, sopra la barba alla Hemingway. Fu tra i fondatori del giornale, che ha guidato fino a poco più di due anni fa. Alla nascita di Novaya Gazeta contribuì un altro Nobel per la pace: Mikhail Gorbachev spese l’assegno del premio per pagare stipendi e altro.
Viene svuotata anche la stanza di Anna Politkovskaya. Dopo il suo assassinio, vent’anni fa, tutto era rimasto come lei l’aveva lasciato. Macchina da scrivere, appunti, fotografie. Nei suoi reportage dalla Cecenia sgretolata sotto le bombe di un giovane Vladimir Putin, Politkovskaya aveva anticipato molto di quel che è divenuta oggi la Russia. “Un sultanato in cui il giornalismo è proibito”, è la definizione di Sokolov. Finito lo sgombero, il direttore preparerà l’ultima edizione. Uscirà il 9 novembre. È pessimista sul futuro della Russia. Ma vuol tenere insieme il gruppo e continuare a investigare sul potere. Come ha sempre fatto Novaya Gazeta, la più importante testata indipendente del Paese di Vladimir Putin. Quella delle inchieste più clamorose, delle critiche senza mezzi termini al regime e alle sue guerre. Il giornale chiude. I suoi giornalisti rimangono.
Direttore, “ci hanno ucciso”, ha scritto. Eravate sopravvissuti anche dopo l’assassinio di sei dei vostri. Cosa succede ora, per farvi chiudere? Che tipo di “omicidio” è?
Graduale, da strangolamento. Prima hanno bloccato i nostri siti web e vietato l’edizione cartacea. Poi hanno revocato l’autorizzazione a pubblicare. Via via, ci hanno dichiarati “agenti stranieri”. Tutti e cento quanti siamo. Questo significa che siamo stati privati dei diritti civili, professionali e patrimoniali. Infine, abbiamo ricevuto una comunicazione di risoluzione urgente del contratto d’affitto e così dobbiamo lasciare i locali nei quali abbiamo vissuto per trent’anni. Al contempo le banche ci hanno impedito di ricevere donazioni. Contributi dei lettori e donazioni sono la nostra unica fonte di sostentamento. E mentre ci facevano tutto questo, le autorità hanno anche preso uno di noi in ostaggio. Il mio collega Oleg Roldugin è agli arresti domiciliari. Ci sarà un processo. La probabile condanna potrebbe essere il prologo di altre, molto dure, nei confronti dei giornalisti di Novaya Gazeta.
Sul caso Roldugin lei è stato interrogato dalle autorità di sicurezza, la sua abitazione perquisita. Ma qual è il reato ipotizzato per il suo collega?
Il reato di giornalismo, in pratica. In Russia la raccolta di notizie si è trasformata in reato. È stata approvata una legge sulla protezione delle informazioni che protegge soltanto ciò che conviene allo Stato proteggere. Di conseguenza, la raccolta di dati personali, anche quando esiste una necessità di interesse pubblico di portarli alla luce, viene ormai considerata una pratica criminale. Qualsiasi lavoro di un giornalista investigativo può essere considerato un reato. Non solo: se lasciate la Russia e avete, da qualche parte su una chiavetta, numeri di telefono e dati dei passaporti di qualcuno, anche soltanto questo, se le autorità lo vogliono, può essere considerato delittuoso.
Come sempre, le leggi fatte per reprimere, sono vaghe nella formulazione, così da poterle piegare nel verso che conviene. Ma cosa perdono i cittadini russi perdendo Novaya Gazeta. Non i vostri lettori, ma chi non vi ha mai letto. I conformisti passivi, quelli che non criticano il sistema. Che ci rimettono, con la vostra chiusura?
La questione non riguarda soltanto il nostro giornale. È stato distrutto l’intero spazio dell’informazione della Federazione Russa. Le persone non sono affatto informate su ciò che accade nel loro Paese. Non possono sapere nemmeno che cosa succede nella strada accanto. Perché i mezzi d’informazione statali – e di altri non ne sono quasi rimasti – raccontano loro di un Paese che nella realtà non esiste.
Ma davvero lei pensa che le persone non capiscano ciò che accade? Forse lo capiscono, ma vogliono semplicemente vivere la propria vita e per questo accettano le cose così come sono?
Sta accadendo esattamente ciò che è già successo moltissime volte nella storia, quando si sono formate le dittature. Nelle dittature europee e latinoamericane, moltissime persone hanno cominciato a vivere esattamente come vivono oggi i russi. Si ritirano nella propria vita privata. Perché hanno paura, perché si sentono a disagio. Ma il problema principale è che le persone non hanno una visione del futuro. E quindi vivono occupandosi soltanto dei problemi del momento.
Lei è alla Novaya Gazeta fin dall’inizio. Com’è cambiata politicamente la Russia in trent’anni? Cos’è diventato il regime russo?
Una dittatura militare, perché la dimensione militare prevale su ogni altra, oggi. Ma il sistema politico somiglia a un sultanato. Nel senso di un potere personale assoluto. La fedeltà personale prevale sulle regole e lo Stato viene gestito come un patrimonio privato.
Tra ciò che state sgomberando, ci sono anche la stanza e il desk di Anna Politkovskaya. Un simbolo del vostro giornale. Non solo perché è stata uccisa, ma perché è stata una grande giornalista. Basta pensare alla lucidità con cui aveva previsto l’involuzione del regime di Vladimir Putin. Che effetto le fa vedere liquidare fisicamente ciò che ogni giorno ve la ricordava?
La sensazione complessiva è quella di una casa devastata. O di un naufragio (Sokolov è commosso, fa una pausa e si riprende, ndr). In questa casa abbiamo vissuto per trent’anni. Ci hanno lavorato i nostri colleghi assassinati. Sei persone: cinque giornalisti e l’avvocato del giornale. È come se le autorità entrassero nel vostro appartamento e dicessero: “Andatevene, voi qui non abitate più”. Senza nemmeno spiegarne le ragioni.
Il 9 novembre spegnerete le luci e, in un certo senso, finirà la vostra storia. Che cosa rimarrà in Russia da cui possa nascere una nuova vita libera, un Paese libero. Se finisse la guerra, potrebbe esserci una allentamento della morsa del regime?
Non sono tra quegli ottimisti che ritengono che la fine della guerra significherà necessariamente cambiamenti positivi nella vita della Russia. Sarà una grande felicità che le persone smettano di morire al fronte. Ma non credo che sul fronte interno, per i russi, le cose cambieranno. È come se alla Russia avessero rubato il futuro.
Lei rimarrà in Russia? Continuerà a fare il giornalista?
Per il momento siamo naufraghi. Stiamo cercando di salvarci dopo il naufragio. Quando avremo trovato nuovi locali, quando avremo trovato un posto dove trasferire ciò che ora dobbiamo mettere in un magazzino, ci siederemo e rifletteremo. Ma, considerando che sono il direttore, sento come un dovere quello di tenere insieme questa redazione. Forse non tutti. Dipenderà dai mezzi che riusciremo ad avere per ricominciare. Ma sì, certo che continueremo.
Chiude un giornale, ma i giornalisti restano.
Esattamente così.
Grazie direttore. Per questa intervista e per Novaya Gazeta. Buona fortuna! Udàci, come si dice in Russia.

(da Fanpage)

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CENTINAIA IN PIAZZA A TEL AVIV: “ALLEANZA CON I PARTITI ARABI PER CACCIARE NETANYAHU”

Novembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

CRESCE LA PRESSIONE SU UN’ALLEANZA DELLE OPPOSIZIONI PER FORMARE UN GOVERNO ALTERNATIVO

Le strade di Tel Aviv tornano a riempirsi, questa volta ridefinendo la geografia urbana della protesta. Ieri, mentre la manifestazione contro Benjamin Netanyahu, organizzata per chiedere un’alleanza tra il blocco anti-Bibi e i partiti arabi, si spostava verso Rabin Square, piazza Habima (storica roccaforte delle proteste contro Bibi) veniva occupata dai manifestanti a sostegno di Netanyahu. È l’immagine plastica di un Paese spaccato in due e paralizzato da un esito elettorale che non ha consegnato maggioranze chiare, ma ha lasciato emergere una consapevolezza aritmetica: per l’opposizione, l’unica opportunità concreta di formare un governo e destituire Benjamin Netanyahu passa da una coalizione con i partiti arabi.
“Partecipo a una delle più importanti proteste che ci siano state in Israele da molto tempo. Vogliamo dire, e vogliamo dirlo forte e chiaro, che i cittadini arabi sono altrettanto legittimi e sono i benvenuti nel Parlamento israeliano”, spiega Efrat, una manifestante ebrea israeliana scesa in piazza ieri con la figlia e il marito.
La richiesta rivolta al leader del blocco anti-Bibi, Gadi Eisenkot, è quella di “creare un governo a cui partecipino cittadini ebrei e arabi, che sono cittadini con gli stessi diritti e devono essere trattati come tali. Finalmente, dopo tutti questi anni”, continua la donna.
Questa spinta è il risultato di una mobilitazione massiccia e inedita da parte dei cittadini palestinesi di Israele che, con un’affluenza alle urne mai vista prima e un voto di massa a favore della Lista Unita e di Ra’am, hanno dimostrato, per una questione di sopravvivenza e con coraggio, di avere un peso politico fondamentale nel Paese.
“Negli ultimi tre anni abbiamo visto cosa è successo a Gaza e in Cisgiordania, e sappiamo che noi siamo i prossimi della lista”, spiega Islam, giovane palestinese con cittadinanza israeliana, anche lui in piazza ieri. Islam è orgoglioso: “Abbiamo dimostrato di avere potere. Abbiamo ottenuto 19 seggi, che sono un numero importante nella politica israeliana. È importante per me, come palestinese, essere qui per mandare un messaggio al blocco anti-Bibi: l’unico modo per cacciare Netanyahu passa dai nostri voti. Il cambiamento può arrivare solo attraverso una coalizione con i partiti arabi”.
A confermare questa lettura è anche Shaked, un attivista che pochi anni fa ha rifiutato il servizio militare: “Il popolo palestinese ha votato in massa per i partiti palestinesi, in un modo probabilmente mai visto prima”. Un voto che serve a dire che “Bibi e Ben-Gvir stanno facendo così tanti danni ai palestinesi a Gaza e nei territori dei confini del ’67 e del ’48, che non abbiamo altra scelta se non resistere e rimpiazzarli”, continua.
“Bibi è il partito più grande in queste elezioni, ma non ha più la maggioranza per formare una coalizione. Il blocco anti-Bibi non è più grande, ma insieme ai partiti palestinesi può sostituire Bibi, Ben-Gvir e tutti quei razzisti”, conclude Shaked, che vede in un’alleanza con i partiti arabi un passo pragmatico necessario: “Probabilmente non libereranno la Palestina, ma possono migliorare la situazione”.
L’aritmetica parlamentare conferma l’analisi della piazza. Lo scrutinio finale assegna al blocco di Netanyahu 53 seggi, una maggioranza relativa insufficiente a governare da solo, mentre il blocco del cambiamento guidato da Gadi Eisenkot si ferma a 48 seggi, altrettanto insufficienti senza i 19 conquistati dai partiti arabi. La soglia per ottenere la maggioranza alla Knesset è di 61 seggi: nessuno dei due principali schieramenti può raggiungerla autonomamente.
Ieri notte il leader dell’opposizione Gadi Eisenkot ha aperto alla possibilità di un’alleanza con i partiti arabi, ma solo a condizione che riconoscano lo Stato di Israele come Stato ebraico, democratico, liberale ed egualitario; aderiscano ai valori sanciti dalla Dichiarazione d’indipendenza israeliana; sostengano l’estensione del servizio militare a tutti i cittadini israeliani, compresi gli ebrei ultraortodossi e i palestinesi; e, infine, riconoscano Hamas come organizzazione terroristica e la necessità di smantellarne completamente le capacità militari e di governo a Gaza.
Dall’altra parte, Benjamin Netanyahu gioca in difesa: consapevole che l’affermazione dei partiti arabi rappresenta un ostacolo alla formazione di un suo esecutivo, l’area politica a lui vicina ha inasprito la retorica antiaraba, arrivando ad accusare i partiti palestinesi di presunte irregolarità e di aver beneficiato di influenze esterne sul voto.Lo scopo di questa narrazione è delegittimare il peso elettorale dei palestinesi e presentare un’eventuale coalizione di Eisenkot con i partiti arabi come inaccettabile. Anche per questo, mentre ebrei e palestinesi con cittadinanza israeliana sfilavano tra piazza Habima e piazza Rabin, centinaia di manifestanti a sostegno di Netanyahu si radunavano in piazza Habima, trasformando il luogo simbolo delle proteste contro Bibi in una piazza del Likud.
Così, nella contrapposizione tra le piazze, il Paese rimane ancora una volta in bilico: sospeso tra la retorica del nemico e una società profondamente divisa.

(da Fanpage)

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CI MANCAVANO SOLO I NAZISTI DELLA VALTELLINA! A TALAMONA, IN PROVINCIA DI SONDRIO, LUNGO UNA STRADA SONO COMPARSE SVASTICHE E SCRITTE INNEGGIANTI AL NAZISMO

Novembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

LO SDEGNO DI RESIDENTI E TURISTI PER L’AZIONE VANDALICA COMPIUTA IN PIENA NOTTE CON LA VERNICE BIANCA… SULL’ASFALTO È COMPARSA PURE UNA VERGOGNOSA SCRITTA ANTISEMITA: “MORTE AGLI EBREI”

Svastiche, scritte inneggianti al boia, “Morte agli ebrei” e altri richiami all’ideologianazista. Sono le tracce lasciate sull’asfalto con una vernice bianca nel corso della notte fra venerdì e sabato al culmine dei festeggiamenti della coscrizione organizzata a Talamona, in provincia di Sondrio, dai neo maggiorenni del grosso paese della Bassa Valtellina il cui sindaco, Davide Menegola, è anche il presidente della Provincia.
Le scritte sono apparse sulla principale strada della località, la via Roma, quella che dalla statale 38 dello Stelvio conduce al centro del paese. Diversi persone, tra residenti e turisti proprietari di seconde case, in queste ore hanno manifestato lo sdegno per quanto accaduto, in attesa di un’auspicata condanna delle autorità pubbliche locali.
Soltanto lo scorso dicembre grande clamore aveva suscitato l’azione vandalica di alcuni giovani che in paese avevano devastato il “Villaggio di Babbo Natale”, realizzato in un’altra via di Talamona. Gli autori, individuati dai carabinieri di Morbegno, erano poi stati perdonati perché accettarono di prendere parte a un percorso riparativo, manifestando pentimento. La Pro Loco ritirò la denuncia per i vandalismi.

(da agenzie)

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UNA FINANZIARIA DA RICOVERO, NELLA “MANOVRINA” SONO PREVISTI 3,4 MILIARDI DI EURO DA DESTINARE ALLA SANITÀ, MA LE REGIONI, MOLTE DELLE QUALI GOVERNATE DAL CENTRODESTRA, CHIEDEVANO ALMENO 7,5 MILIARDI

Novembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

L’ASSENZA DI RISORSE ADEGUATE IMPEDIRA’ DI POTENZIARE GLI SCREENING ONCOLOGICI E DI ASSUMERE NUOVI MEDICI… IL FLOP DELLE CASE DI COMUNITÀ, LE STRUTTURE REALIZZATE CON I SOLDI DEL PNRR, FERME PER LA MANCANZA DI CAMICI BIANCHI

Le Regioni non avranno soldi per potenziare, dove servono, gli screening oncologici, per dotare gli ospedali di nuove apparecchiature, per assumere medici o pagarli di più, per riempire di attività le Case di comunità, per la salute mentale.
La sanità ha ricevuto dalla manovra molto meno di quanto richiesto da chi la amministra sul territorio. I presidenti dovranno rinunciare a tante delle richieste che hanno avanzato in un documento ufficiale nei giorni scorsi, potrebbero anche avere problemi a reggere gli aumenti delle spese fisse, come quelle per l’energia.
Come le Regioni, non ha avuto alcuna voce in capitolo nella costruzione della manovra sanitaria il ministro alla Salute Orazio Schillaci, che aveva chiesto il doppio del denaro poi stanziato, cioè 6,5 contro 3,4 miliardi, per potenziare tra l’altro la prevenzione, l’assistenza all’autismo e ai problemi di salute mentale. […]
Le Regioni avevano approvato all’unanimità un documento con le norme da inserire in finanziaria. Chiedevano circa 18 miliardi in tre anni. Per il 2027, il totale faceva, compreso il miliardo stanziato dalla finanziaria dell’anno scorso, faceva circa 7,5 miliardi.
La prima misura che salta riguarda il personale. Le Regioni volevano aumentare gli stipendi di infermieri e medici, rispettivamente con 1,1 miliardi e 400 milioni. I soldi servivano anche per fare assunzioni. […]
Ma nella manovra c’è giusto il miliardo necessario a pagare gli aumenti per i rinnovi contrattuali. Sono invece stanziati i 114 milioni di euro chiesti dalle Regioni per aumentare gli stipendi dei medici del pronto soccorso.
Le Regioni avevano chiesto anche 1,5 miliardi di euro per un fondo dedicato all’innovazione terapeutica. Niente. Nel testo della finanziaria, infine, ci sono appena 138 milioni per gli aumenti legati all’inflazione. […]
Ma i soldi sarebbero serviti a finanziare la cosa più importante, cioè l’attività sanitaria. Ovviamente, ogni realtà locale, proprio perché non sarebbero stati fondi vincolati, avrebbe agito sui settori in cui aveva più bisogno. Un esempio sono gli screening oncologici, che al centro-nord funzionano, ma al sud no.
Senza soldi non si possono rinforzare. In alcuni casi i soldi potevano servire a ospedali e ambulatori, ad esempio per l’acquisto o la manutenzione dei macchinari diagnostici, utili per abbattere le liste di attesa, ma anche per investimenti sul territorio.
Il Pnrr ha pagato solo la costruzione o ristrutturazione di Case e Ospedali di comunità. Vanno però riempiti di servizi e di personale, dai medici di famiglia agli specialisti, e servirebbero soldi.

(da “la Repubblica”)

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LAS VEGAS NON È PIÙ QUELLA DI UNA VOLTA. LA “SIN CITY” CON I SUOI CASINÒ, GLI SHOW FARAONICI E LE LUCI SFAVILLANTI, NEGLI ULTIMI 18 MESI HA VISTO UN CROLLO DEI VISITATORI (-7,5%). MA COME IL RESTO DEGLI STATI UNITI, LA CRISI È SOLO PER LA PARTE BASSA DELLA POPOLAZIONE

Novembre 1st, 2026 Riccardo Fucile

SE UNA VOLTA ERA UNA CITTÀ ABBORDABILE PER TUTTI, ORA SI RIVOLGE SEMPRE PIÙ AI SUPER-RICCHI, CHE BAZZICANO IL BELLAGIO E IL CAESARS PALACE PER I GRANDI EVENTI, COME LA FORMULA 1, CHE RENDE UN INFERNO LA MITICA STRIP

Quel che accade a Las Vegas resta a Las Vegas» è uno dei motti più amatidagliamericani. Oggi non è più così: quel che accade qui, riguarda tutti gli Stati Uniti. Il motore della capitale del divertimento è inceppato: e “Sin City”, la città del peccato, da sempre indicatore economico sfavillante, è diventata lo specchio del malessere economico dell’America intera.
Dietro gli hotel sfarzosi, le convention e i mega show, i lavoratori del settore ospitalità, che tengono a galla la città, sono sull’orlo del baratro. Impoveriti dal rallentamento del turismo, attribuito all’aumento dei costi di beni e carburante a causa dai dazi imposti dall’amministrazione Trump e dalla guerra in Iran.
Negli ultimi 18 mesi Las Vegas ha registrato 3,1 milioni di visitatori in meno, un calo del 7,5%: il crollo maggiore (pandemia esclusa) da quando nel 1970, la Las Vegas Convention and Visitors Authority ha iniziato a raccogliere i dati sulle presenze.
Una perdita stimata in 4,3 miliardi di dollari, che ha portato anche la disoccupazione a uno dei livelli nazionali più alti, il 5,1 per cento. Disperazione che è evidente già attraversando la mitica Strip, dove tanti ti chiedono un dollaro: il numero di senzatetto ha raggiunto il picco massimo dalla recessione (la crisi 2008-2009): ce ne sono oltre 10mila, secondo il Dipartimento per lo sviluppo urbano, il nono numero più alto a livello nazionale.
L’antica opulenza del Nevada si sta trasformando dunque in una sfida per la sopravvivenza, lo Stato è passato dall’attivo di 51 miliardi di dollari registrato nel 2019 a un passivo da 70 miliardi sotto l’attuale amministrazione repubblicana.
Non a caso il “Silver State”, che dal 2004 votava sempre dem, salvo essere conquistato da Trump nel 2024, torna competitivo. Quest’anno qui non si vota per il Senato: ma sono cruciali due seggi alla Camera che i repubblicani devono vincere a ogni costo per mantenere la maggioranza. E l’attenzione è pure sulla sfida per la poltrona di governatore: l’uscente repubblicano Joe Lombardo, ex sceriffo appoggiato da Trump, fa campagna sulla sicurezza, il rivale democratico Aaron Ford, attuale procuratore generale, parla del costo proibitivo della vita. Nei sondaggi sono testa a testa, il dem al 45 e il rep al 44.
«Il turismo è crollato anche per un motivo inaspettato», racconta Marta Soligo, prof bergamasca che insegna Sociologia del Turismo alla University of Nevada, sede di Las Vegas, accompagnandoci a fare il giro del campus. «In città venivano molti messicani e canadesi, rappresentavano il 17% delle presenze. I primi, disertano scioccati dalle politiche migratorie. I secondi, per le offese di Trump che vuol fare del Canada la 51esima stella: tanto che la sindaca dem Shelley Berkley ha creato campagne promozionali “Canadian friendly”».
«Se la città è ancora illuminata, è perché i neon ora funzionano con gli impianti solari. Altrimenti, saremmo al buio», confida Tony Spica, 44 anni, facchino in un resort sulla Strip e padre di tre figli, mentre racconta la fatica di arrivare a fine mese: «Il crollo turistico pesa sulle mance», voce di guadagno primaria per i lavoratori, che pure qui sono molto sindacalizzati e rappresentati dal Culinary Workers Union Local 226.
Tanto che Trump le ha detassate, come ha ripetuto qui il mese scorso facendo campagna: «Ma se le mance calano, il vantaggio si annulla. Nonostante la detassazione, guadagno meno di prima. Purtroppo quelli come me, che mandano avanti Las Vegas, sono stati dimenticati», dice Spica.
La realtà è più complessa: come il resto d’America, Las Vegas è oggi una città a due velocità. Arrivano ancora (ma molto meno) i super ricchi coi jet privati, a farsi vedere nei locali esclusivi. Per la gioia dei proprietari, c’è gente come Derek Stevens che al Washington Post dice: «Vegas non è morta. Girano un sacco di soldi. Solo che le nostre puntate sono alte, e gli sfigati si sentono messi da parte».
Parco giochi per pochi, dunque, in un Paese dove il gap economico è sempre più profondo: «Un tempo era il paradiso dei “comps”, gli omaggi (dai cocktail alle stanze) che venivano offerti ai giocatori d’azzardo per attirarli in città», racconta Soligo. «Oggi, invece, costa moltissimo: dai parcheggi alle stanze. La città era frequentata perché abbordabile, ora sopravvive su grandi eventi che il turista medio non può permettersi, come la Formula 1».
Già, per l’occasione, hanno alzato gli spalti per i vip, proprio davanti alla celebre fontana di Bellagio: negando al grande pubblico pure uno dei pochi spettacoli gratis della città, gli spettacolari giochi d’acqua. «Alcuni dicono che quando l’America ha il raffreddore, noi prendiamo l’influenza. Purtroppo, in questo momento, abbiamo la polmonite», ripete Ford nei comizi. E chissà se le elezioni saranno la cura.

(da Repubblica)

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