Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
HALLISSEY: “NEL LIBRO DICE CHE ESISTONO I CICLOPI, ESISTE ATLANTIDE. MINISTRO, NON ESISTONO”… I PRESUNTI RITROVAMENTI, CITATI DA GIULI NEL SUO LIBRO, CHE PROVEREBBERO L’ESISTENZA DEI CICLOPI: “UN GRANDE CRANIO OBLUNGO CON TRE ORBITE, DUE DAVANTI E UNA DIETRO”
La nota della direttrice del parco archeologico del Colosseo, Alfonsina Russo, mette ancora di più in imbarazzo il ministro della Cultura, Alessandro Giuli.
La nuova versione sulla pubblicazione e la distribuzione del libro di Giuli, finanziato dal ministero della Cultura, è che stato fatto tutto a insaputa. «Non c’entra nulla con lo stanziamento», è stata la posizione della dirigente del Mic.
Chissà, quindi, la sorpresa del ministro della Cultura, quando si è ritrovato tra le mani il suo volume Venne la Magna Madre. I riti, il culto, l’azione di Cibele Romana, tra quelli inseriti nel catalogo della mostra la mostra Magna mater tra Roma e Zama.
Il saggio, risalente al 2012, era stato ristampato con le risorse del Mic, proprio attraverso il parco archeologico del Colosseo, con un finanziamento di 21mila euro che prevedeva anche la pubblicazione e la distribuzione del testo
La tomba di Romolo di Attilio Mastrocinque, docente di storia all’università di Verona. Un progetto editoriale portato avanti nell’ambito della mostra sulla Magna Mater, in corso dal 5 giugno al foro romano e palatino.
(da Domani)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA SOCIETA’: “SIAMO ALLIBITI, IL REGOLAMENTO NON CONSENTE ALL’ ARBITRO QUESTO DIRITTO”
La richiesta a due giovani calciatori africani durante una partita di seconda categoria
nel padovano. Il presidente del San Precario: «Siamo allibiti».
Polemiche e disappunto nel padovano dopo un episodio avvenuto durante una partita di seconda categoria tra San Fidenzio Polverara e San Precario, vinta dai padroni di casa per 3-2. Prima dell’inizio del match, durante il riconoscimento dei giocatori, l’arbitro ha chiesto al dirigente della squadra ospite di esibire il permesso di soggiorno di due giovani calciatori provenienti dall’Africa. Il presidente del San Precario, Roberto Mastellaro, ha definito l’episodio «al limite dell’assurdo» e discriminatorio, sottolineando che in 18 anni non gli era mai capitata una situazione simile.
Cosa devono mostrare i calciatori all’arbitro?
«Il regolamento richiede che i calciatori per partecipare a una partita siano in possesso di una carta d’identità, oppure di un passaporto o di un tesserino della Figc – precisa Mastellano -. Mai era stata richiesta l’esibizione del permesso di soggiorno. Non so se si sia trattato di un’ingenuità dell’arbitro… in ogni caso siamo rimasti allibiti». È bastata la provenienza da un paese africano per far scattare il dubbio dell’arbitro. «Soltanto per non far ritardare l’inizio della partita abbiamo esibito il permesso dei due calciatori, ma adesso chiediamo di sapere le ragioni di un comportamento del genere che riteniamo discriminatorio. Nella nostra rosa abbiamo anche un altro giocatore extracomunitario dal doppio passaporto, inglese e slovacco, ma per lui non è stato chiesto nulla». Mastellaro ha, inoltre, ribadito
l’impegno della società contro ogni forma di razzismo, esprimendo preoccupazione per un clima che, a suo dire, rischia di legittimare comportamenti discriminatori.
Indaga la Figc
La vicenda è ora all’attenzione dei vertici regionali della Figc. Il presidente veneto Giuseppe Ruzza ha chiesto una relazione scritta per approfondire il caso, mentre il numero uno dell’Aia Veneto, Tarcisio Serena, scrive il Gazzettino, ha chiarito che un arbitro non è autorizzato a richiedere il permesso di soggiorno. Per il riconoscimento dei tesserati sono sufficienti documento d’identità, tessera federale, conoscenza diretta o foto autenticata.
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
“IL GOVERNO E’ STATO INFORMATO”
La Commissione europea ha confermato di aver inviato una lettera alla Biennale per contestare la presenza di Mosca alla mostra prevista per maggio. La precisazione arriva alla vigilia dell’incontro tra il presidente ucraino, la premier Meloni e il presidente Mattarella nella Capitale
Dalle parole, ai fatti. La Commissione europea ha formalizzato l’intenzione di sospendere i finanziamenti alla Fondazione La Biennale di Venezia, per un valore di circa 2 milioni di euro, a causa della presenza della Russia alla prossima edizione della mostra internazionale d’arte. Secondo quanto riferito dal portavoce Thomas Regnier, l’Agenzia esecutiva per l’istruzione e la cultura (Eacea) ha già inviato una lettera alla Fondazione per comunicare l’intenzione di sospendere o revocare la sovvenzione. La Commissione aveva inoltre informato il governo italiano già a marzo, motivando la decisione con la necessità di tutelare «i valori europei di democrazia, libertà di espressione e pluralismo»
Le sanzioni europee e la figlia di Lavrov nel padiglione russo
La presenza russa alla Biennale viene contestata anche alla luce delle sanzioni europee legate alla guerra in Ucraina, che vietano iniziative considerate veicolo di propaganda a sostegno del regime. Al centro della polemica anche la gestione del padiglione russo, che ospiterebbe artisti selezionati da una società legata a Ekaterina Lavrova, figlia del ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov, fedelissimo di Vladimir Putin
La protesta dei ministri Ue
Già a marzo 22 Paesi europei avevano scritto al presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco e al consiglio di amministrazione per esprimere contrarietà alla partecipazione russa. Anche il ministro della Cultura Alessandro Giuli aveva criticato la scelta e silurato la consigliera che non lo aveva avvertito, mentre diversi eurodeputati hanno coinvolto la presidente della Commissione Ursula von der Leyen e l’Alta rappresentante Ue Kaja Kallas chiedendo lo stop ai fondi
Buttafuoco ha però sempre difeso il diritto degli artisti di ogni credo e provenienza ad esprimersi. Sostenendo che nessuna norma sia mai stata violata e di aver organizzato spazi per dare voce anche agli artisti dissidenti russi. Non ha mai mostrato intenzione di rivedere la propria posizione: un’eventuale forzatura nei suoi confronti, dettata da esigenze di Stato ritenute prioritarie, potrebbe spingerlo a fare un passo indietro. Uno scenario che né la premier Meloni né il ministro della Cultura vorrebbero affrontare, sia perché Buttafuoco è uno dei pochi nomi di intellettuali di destra di caratura, sia perché la Biennale è ormai alle porte, con inaugurazione prevista per il 9 maggio
Domani Zelensky da Meloni e Mattarella
Una questione delicata, quindi, che si aggiunge agli altri dossier rilevanti sul piano della diplomazia internazionale, proprio mentre la presidente del Consiglio e il capo
dello Stato Sergio Mattarella si preparano ad accogliere a Roma il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, atteso domani, mercoledì 15 aprile.
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
ISCRITTI NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI TUTTI I PRESIDENTI DI REGIONE DAL 2020 AD OGGI
La procura di Gela ha deciso di accelerare sull’inchiesta relativa alla frana avvenuta a
Niscemi, che ha portato a 1.500 sfollati. Come ha spiegato oggi il procuratore Salvatore Vella, nel fascicolo inizialmente concepito “contro ignoti” sono oggi iscritti tredici nomi, per le ipotesi di reato che vanno da disastro colposo a danneggiamento seguito da una frana.
I nomi destinati a far più rumore sono certamente quelli collegati alla politica, specie ad alti livelli, e cioè i presidenti di regione che si sono susseguiti dal 2010 ad oggi: Raffaele Lombardo, Rosario Crocetta, Nello Musumeci, e Renato Schifani. Schifani è l’attuale presidente mentre il suo predecessore, Musumeci, è attualmente il ministro titolare della Protezione civile
Oltre a loro sono stati iscritti i responsabili territoriali della Protezione civile. Vella ha sottolineato che quella accaduta a Niscemi, e ancora attiva, è «la frana più grande d’Europa»: «Già nel 1997 c’erano delle indicazioni precise sulle cose da fare, ma non sono state fatte. Nelle casse della Regione ci sono ancora 12 milioni di euro a disposizione per i lavori»
La storia della fran
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, che era emersa anche in quelle giornalistiche, i problemi principali sono avvenuti dopo la frana del 1997. Cioè da quando furono affidati ad un’associazione temporanea di imprese i lavori di ricostruzione. L’Ati dopo qualche tempo chiese un adeguamento del contratto alla luce dello stato dei luoghi e quindi, nel 2010, la risoluzione del contratto. Da allora e almeno fino al 2016, momento della fine del contenzioso con le aziende coinvolte, nessuno si è occupato della frana.
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
LA DIPLOMAZIA IRANIANA: “PERCHE’ MAI DOVREMMO FERIRE L’ITALIA, AMIAMO IL POPOLO ITALIANO”
Non solo i vertici politici dell’Iran, ma anche la diplomazia iraniana nel mondo si è spesa in una comunicazione molto attiva sui social per criticare il presidente Donald Trump e la sua amministrazione. Nelle scorse settimane, sono diventati popolarissimi i post e le immagini canzonatorie condivise dalle missioni diplomatiche iraniane su X. Ora, dopo le dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti contro Papa Leone XIV e la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, arrivano anche le dichiarazioni iraniane a sostegno dell’Italia, quasi a sancire un possibile fronte comune contro gli Usa.
«Perché mai dovremmo ferire l’Italia?»
Molto affettuoso il tweet diffuso oggi dall’ambasciata dell’Iran in Thailandia, che cita: «Perché mai dovremmo ferire l’Italia? Amiamo il popolo italiano, il calcio, il cibo e amiamo Roma, Rimini, Pisa, Milano, Venezia, Sardegna, Firenze, Napoli, Genova, Torino Sicilia e qualunque altra cosa nel mezzo»«Trump…Assurdo!»
Molto stupito, al limite dello sconcertato, il tweet diffuso su X dall’ambasciata iraniana in Bulgaria, che dice: «Trump ha detto che l’Iran farebbe esplodere l’Italia in due minuti se ne avesse l’occasione. Assurdo! La linea dell’Iran è sempre stata quella del rispetto per le nazioni, non quella di distruggerle». Il tutto seguito dagli hashtag Italia e Iran, accompagnati da una stretta di mano.
Il supporto a Papa Leone XIV
Non solo supporto alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ma anche a Papa Leone XIV. Così in questo tweet diffuso dall’ambasciata iraniana in Austria, la sede diplomatica difende il rappresentante della Chiesa cattolica nel mondo. Il testo recita: «Esiste ancora qualche sacralità che il presidente degli Stati Uniti, Donald
Trump, non abbia profanato? Si vanta spudoratamente di aver assassinato il leader di una nazione, minaccia di commettere crimini di guerra, minaccia di annientare un’intera civiltà e confonde le bestemmie con la forza».
E continua: «Nel suo ultimo atto di impudenza, ha insultato Sua Santità Papa Leone XIV, ha insistito arrogantemente di non aver commesso alcun errore e ha chiarito di non avere alcuna intenzione di chiedere scusa. Il silenzio della comunità internazionale di fronte a un simile ripudio non solo eroderà tutti i valori umani, ma metterà in pericolo le fondamenta stesse della civiltà».
Il messaggio del presidente dell’Iran§
Sono molte ancora le ambasciate iraniane che hanno poi diffuso l’ultimo tweet del presidente dell’Iran, Masoud Pezeshkian, che scrive: «L’essenza delle civiltà si rivela nei momenti cruciali della loro storia. Le posizioni di Spagna, Cina, Russia, Turchia, Italia ed Egitto nell’opporsi alla bellicosità e ai crimini del regime sionista affondano le loro radici nella loro cultura e nel loro patrimonio storico».
(da Open)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO IL WASHINGTON POST, IN CASO DI RITIRO DEGLI USA DALL’ALLEANZA ATLANTIC C’E’ UN PIANO GUIDATO DALLA GERMANIA PER LA SICUREZZA DEL VECCHIO CONTINENTE
C’è un piano di riserva per la Nato. In caso di ritiro degli Stati Uniti dall’Alleanza
Atlantica. Che garantirà la difesa dell’Europa attraverso l’uso delle strutture militari già esistenti. In prima linea c’è la Germania. Che da tempo è contraria a un approccio unilaterale. I funzionari che lavorano al piano lo hanno ribattezzato Nato Europea, secondo quanto scrive oggi il Wall Street Journal. E mirano a coinvolger
il maggio numero possibile di stati europei nei ruoli di comando e controllo della nuova alleanza. E a integrare le risorse militari Usa con le proprie.
La Nato Europea prossima ventura
Secondo il quotidiano i piani – che vanno avanti attraverso gli incontri a margine della Nato – non vogliono competere con l’attuale alleanza. Ma i funzionari europei puntano a preservare la deterrenza nei confronti della Russia. Oltre alla continuità nucleare se Washington dovesse ritirare le proprie forze dall’Europa. O rifiutarsi di intervenire in difesa del Vecchio Continente, come ha minacciato più volte Donald Trump. I piani, concepiti per la prima volta lo scorso anno, sottolineano la profonda preoccupazione europea per l’affidabilità degli Stati Uniti. E hanno avuto un’accelerazione dopo che Trump ha minacciato di togliere la Groenlandia alla Danimarca, anch’essa membro della NATO. Mentre ora stanno acquisendo nuova urgenza nel contesto della situazione di stallo scatenata dal rifiuto dell’Europa di appoggiare la guerra americana in Iran.
La Germania
In particolare, l’inversione di rotta politica di Berlino sta dando ulteriore slancio. Per decenni, la Germania ha resistito alle richieste, guidate dalla Francia, di una maggiore sovranità europea in materia di difesa, preferendo mantenere gli Stati Uniti come garanti ultimi della sicurezza europea. Questa posizione sta ora cambiando sotto la guida del cancelliere tedesco Friedrich Merz, a causa delle preoccupazioni sull’affidabilità degli Stati Uniti come alleato durante la presidenza Trump e oltre, secondo fonti vicine al suo pensiero. Gli europei stanno ora cercando di assumersi maggiori responsabilità, come richiesto da tempo da Trump. L’alleanza sarà «più guidata dall’Europa», ha dichiarato di recente il suo Segretario Generale Mark Rutte.
L’iniziativa
La differenza ora è che gli europei stanno prendendo provvedimenti di propria iniziativa, a causa della crescente ostilità di Trump, piuttosto che in seguito alle pressioni degli Stati Uniti. Nei giorni scorsi, Trump ha definito gli alleati europei «codardi» e ha descritto la NATO come una tigre di carta, aggiungendo, riferendosi al presidente russo Vladimir Putin: «Anche lui lo sa». L’acceleratore politico
decisivo per l’Europa è stato il cambiamento storico avvenuto a Berlino, sede di armi nucleari statunitensi e che per lungo tempo ha evitato di mettere in discussione il ruolo dell’America come garante della sicurezza europea. I tedeschi e altri europei temevano che promuovere la leadership europea all’interno della NATO potesse offrire agli Stati Uniti un pretesto per ridurre il proprio ruolo, un esito che molti europei temevano. Ma ora hanno rotto gli indugi. La Nato Europea è in arrivo.
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
ATTESA FINITA, AD AGOSTO FARA’ 60 ANNI, DI CUI 23 IN MONDADORI… IL RITORNO DI GIANNI LETTA E I PROVINI PER I FUTURI PARLAMENTARI
La clamorosa umiliazione di convocare il ministro degli Esteri Antonio Tajani in azienda – come un trotterellante dipendente a rapporto – Marina Berlusconi l’ha inflitta come sua propria esibizione (e ginnastica) di potere. Sta rafforzando i bicipiti, visto che questa volta ha davvero deciso di scendere in campo, con una squadra di consiglieri a prepararle un progetto di sopravvivenza politica, dopo il disastro dell’assalto ai giudici, i pasticci di Carletto Nordio, le sciagure di Giusi Bartolozzi e più di tutto le ricorrenti implosioni di Giorgia Meloni, che dopo la sventola del referendum, gli abissi di Trump, la sconfitta di Orbán, la rendono sempre più inaffidabile, man mano che il rendiconto di quattro anni di nulla al governo si avviano alla risacca del quinto e ultimo.
In questi giorni, Marina sta preparando armi e beauty case esattamente come fece il babbo, nel lungo e periglioso inverno del 1993, quando dai debiti della Fininvest e dal rischio di finire “sotto un ponte o in galera” (Confalonieri dixit) estrasse il coniglio di Forza Italia, un partito che avrebbe protetto i suoi scheletri di cantieri edili magicamente finanziati e le antenne illegalmente nate, come avevano fatto i partiti a libro paga che Mani Pulite stava decapitando. A questo giro sono i crediti a muovere Marina Berlusconi titolare dell’azienda FI, dove paga tutto e conta niente. Non ne può più di aspettare. Anche se non lo fa per i 90 milioni di euro che garantisce in fideiussioni al partito ogni anno. Lo fa per psicologiche ragioni. Esige di estrarre un senso dalla sua vita di eterna figlia primogenita addetta al monumento
del padre. L’ansia preme. Compirà i suoi 60 anni tra cinque mesi, il prossimo 10 agosto. E a giugno saranno tre anni dal funerale di Stato che ha chiuso un’era, inginocchiando e umiliando l’intera Italia, davanti alle spoglie del padre.
Cos’ha combinato nel tempo che ha visto fuggire dallo specchio? In Mondadori, da 23 anni ha un ufficio sontuosamente vuoto, dove pettina le piante, sovrintende sonnifere riunioni, attende l’ora in cui l’autista la porterà nella sua amata e solitaria palestra Technogym a scolpire quel che la chirurgia estetica, in tante e dolorose modificazioni, ha inciso sulla sua pelle.
In quanto al cuore ha finito per affezionarsi alle fidanzate del padre, sempre a protezione del padre, prima Francesca Pascale. Ora Marta Fascina, detta la Muta, che deambula tra i tappeti di Arcore, pagata da un seggio a nostre spese, mentre tiene compagnia alle ombre e la aspetta per cena. Non c’è più Marcello Dell’Utri a costruire la squadra a questo giro. Le sue benemerenze sono finite sotto la condanna definitiva per mafia. A selezionare i nuovi candidati è stato chiamato Danilo Pellegrino, amministratore delegato Fininvest, affidabile, riservato. Che Marina ha voluto al tavolo della riunione-gogna proprio per studiarsi da vicino il povero Tajani e sceglierli al contrario.
La rete di Publitalia c’è ancora per pescare imprenditori, professionisti o furbacchioni candidabili, come avvenne trent’anni fa, quando dai provini saltarono fuori decine di futuri deputati, da Paolo Romani a Martusciello, da Lo Jucco ad Antonio Palmieri, tutti dilettanti della politica, ma svegli nella comunicazione, niente barba, eleganti scarpe inglesi da indossare a comando, come le opinioni. Marina li vuole “moderati”, e “moderni”. In difesa dell’azienda, ovvio. Ma anche aperti ai diritti civili, alle famiglie arcobaleno, in stile radicale. Aperti all’Europa di Draghi e ai Parioli di Calenda. Sempre indisponibili a superare il filo spinato delle troppe tasse ai ricchi. Guai alle patrimoniali. Proibito disturbare i profitti delle banche. O interferire con il libero mercato della finanza, dell’etere, dei giacimenti digitali. In sintesi, un moderatismo alla Gianni Letta che Marina ha arruolato anche stavolta, accomodandolo proprio di fronte a Tajani che ascoltava la sua eterna lezione democristiana. La quale, a copertura del potere sostanziale, prevede sempre una vernice di buonismo compassionevole, per temperare la naturale
predisposizione della destra a imbracciare derive autoritarie o il cattivismo alla Delmastro che gode quando immagina i detenuti soffocare nei cellulari o a quello di Piantedosi, il ministro innamorato, che i naufraghi li considera “carichi residuali”.
Da tempo Marina sta provando a migliorarsi con infiniti esercizi di postura e voce davanti allo specchio delle telecamere. Ha chiesto agli stessi autori di Ciao Darwin che avevano lavorato per le campagne elettorali del padre, scrivendogli gag e aneddoti portatili, di scrivere nuovi testi per lei. Ha ingaggiato un dialogue coach per modificare il tono infantile della voce e le fragilità della timidezza. Per consonanza ha voluto, come primo atto del suo inedito imperio, Stefania Craxi a capo dei deputati. Non solo per insofferenza alla consumata maschera di Gasparri. Ma come complice omaggio alla sua vecchia amica, cugina nel danno, reduce anche lei dai disastri psicologici di un padre macigno, altrettanto assente.
E Pier Silvio? C’era anche lui alla riunione a sogguardare il povero Tajani. Ma lo ha fatto solo per starne ancora di più alla larga. Dudi non ha rivincite da pretendere, né intenzioni remote. Gli piace il giocattolo che ha per le mani nella sua cameretta di comando. Non ha detto neanche una parola. E congedandosi per l’ora di fitness, ha augurato alla sorella maggiore di trovare anche lei la sua ruota della fortuna.
(da agenzie)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
ESISTE GIA’ UN DOPO TRUMP
Esiste già un “dopo Trump”: lo si coglie nelle parole di distacco e addirittura di biasimo
di parte di suoi sostenitori americani delusi — specie gli isolazionisti che non ne vorrebbero sapere di guerra — e nei silenzi imbarazzati dei politici europei suoi apparentati, i populisti di destra e gli anti-europeisti, termini politicamente quasi sinonimi.
Se ne prende atto con sollievo, ma è impossibile resistere a una domanda che definirei “naturale” per la spontaneità con la quale sorge: ma non lo sapevate già da prima, chi era Donald Trump? Come avete potuto non accorgervi dei suoi modi, del suo linguaggio e del suo spirito di sopraffazione? Come è possibile che l’assalto al Parlamento dei suoi sostenitori non vi abbia impedito di votare per lui?
Ben al di là degli orientamenti ideologici di ognuno, come si fa a confidare in un ottantenne delirante che sprizza vanagloria da ogni frase, e usa la Casa Bianca come cassa di risonanza per i suoi quattrini e i suoi affari privati?
Temo che la risposta, ammesso che qualcuno si prenda la briga di darla, non sarebbe confortante. A parte qualche frangia moderata del suo elettorato (per esempio i cattolici americani feriti dagli insulti al Papa), Trump perde consenso soprattutto perché è debole. Impantanato nel Golfo, incastrato da Netanyahu, maldestro nelle nomine dei suoi ministri e vendicativo nel rimangiarsele.
Non è il winner che prometteva di essere, e se il suo elettorato vorrà scaricarlo non sarà per la sua orribile cultura del potere, già lampante da molto tempo. Sarà perché non è forte come prometteva di essere, recente scoperta che ferisce i suoi adoratori ben più della sua nera figura umana.
Trump è la proiezione politica di idee e sensibilità che milioni di esseri umani condividono. Perderà voti non perché voleva cancellare l’Iran, ma perché non è riuscito a farlo.
(da La Repubblica)
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Aprile 15th, 2026 Riccardo Fucile
LA VICINANZA AL MONDO MAGA NON PAGAVA PIU’ E LA GARA A CHI ERA PIU’ VICINO AI DELIRI DI TRUMP E’ FINITA, ALTRO GIRO DI VOLTA DEI SEDICENTI DESTRI
Giorgia Meloni ha risolto un problema. Le frasi sprezzanti di Donald Trump («È lei che è inaccettabile», «Pensavo avesse coraggio, mi sbagliavo») rompono un rapporto personale con il presidente americano diventato un gravame insostenibile e una crescente minaccia agli indici di consenso. Non è un fulmine al ciel sereno. Probabilmente la premier aveva valutato questo tipo di reazione due giorni fa, nelle nove ore trascorse tra l’attacco di Trump al Papa e la reazione di Palazzo Chigi, e alla fine ha giudicato più utile per lei, per il suo partito, per il centrodestra tutto, pubblicare la nota in difesa dell’autorità morale di Leone e segnare un punto e a capo con la Casa Bianca.
Lo strappo si è verificato all’improvviso ma era maturato da lungo tempo, almeno sul fronte di Roma. La vicinanza politica al mondo Maga non pagava più, come si è constatato al referendum e nelle elezioni ungheresi. L’equilibrismo del “non condivido e non condanno” non riusciva più a sostenere la narrazione sulla difesa dell’interesse nazionale. Il rifiuto di concedere Sigonella e il congelamento del memorandum con Israele risultavano poca cosa, dati troppo tecnici per marcare una posizione netta davanti agli italiani spaventati dalla guerra e dalla crisi dei carburanti. Lo scambio di note irritate ha risolto il problema. Per Meloni: quello di recuperare l’immagine di leader dalla schiena dritta persa nella vicenda dei dazi, di
Gaza, dei fatti di Minneapolis, del Board of Peace. Per Trump: quello di ripetere la sua frase preferita, “you’r fired”, e mostrare cosa rischia chi lo critica.
A prescindere dalla dimensione istituzionale della vicenda (gli ufficiali di collegamento si attiveranno, la diplomazia cercherà appeasement), la destra italiana nella giornata di ieri è entrata in acque totalmente nuove. Dovrà reinventare il suo messaggio, le sue relazioni, il suo status sulla scena europea e internazionale, e persino abituarsi alla pubblica solidarietà dei nemici con Elly Schlein che alla Camera scandisce: «Nessun capo di Stato straniero può permettersi di attaccare, minacciare o mancare di rispetto al nostro Paese e al nostro governo». A Bruxelles Meloni era la mediatrice con Viktor Orbán, e Orbán non c’è più. Nel mondo si raccontava come ponte tra l’Unione e l’America, e il ponte è crollato. Il riferimento ideologico Maga svanisce nella nebbia. «Per quanto risulti difficile il mio orizzonte rimane l’Occidente», dice Meloni, ma pure a quell’espressione dovrà dare un contenuto più specifico dopo che l’irruzione anti-papista di Trump ha spazzato via la divisione tra Stato e Chiesa.
Anche dall’altro lato dell’Atlantico si dovranno gestire tempi nuovi. I due principali riferimenti europei di Donald Trump sono appassiti: Orbán ha perso il potere, Meloni è passata nella “lista dei cattivi”. Il progetto di una internazionale sovranista con epicentro a Budapest e Roma, coltivato da un ventennio dagli strateghi alla Steve Bannon, è azzerato. La cultura Maga è entrata in rotta di collisione con le stesse radici dell’Occidente europeo: la polis greca, il diritto romano, la tradizione giudaico cristiana con la sua concezione dei diritti umani e della dignità della persona. Il “nuovo sceriffo”, come lo definì J. D. Vance a Monaco, in diciotto mesi ha fatto scappare dalla città ogni suo amico e simpatizzante.
È in questo contesto che la premier ha ottenuto il suo “strappo”, una categoria che da sempre qualifica le leadership di livello, mostrando la loro capacità di scartare dal trantran e interpretare i nuovi scenari che la storia propone. Quello strappo, se avrà un seguito di qualità, può generare un interessante cambio di prospettiva, una fase due segnata dalla riscoperta dell’Europa come principale riferimento nel caos del mondo, e persino una maggiore solidarietà interna alla coalizione: anche Matteo Salvini ha fatto da tempo retromarcia, anche lui parla di Trump dicendo «c’è un limite alla pazienza umana». E anche lì si è risolto un problema: la gara a chi è più amico della Casa Bianca è finita, non ha più senso per nessuno.
(da La Stampa)
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