Luglio 15th, 2026 Riccardo Fucile
I PRIMI TRE ALLA FINE HANNO RINUNCIATO ALL’ULTIMO PER IL CAOS ALLA CAMERA SULLA LEGGE ELETTORALE, MA I DUBBI RESTANO: AGLI EVENTI DELLA “MESSALINA DI AQUINO” C’È SEMPRE LA FILA DI MELONIANI. E ANCHE L’INTERVISTA IN CUI RIVELAVA LA RELAZIONE CON PIANTEDOSI FU CONCESSA A MARCO GAETANI, CONDUTTORE DI “RADIO ATREJU”
Donna, tutto si fa per te. Dalla tragicommedia alla parodia. La vicenda Sangiuliano – con Maria Rosaria Boccia al centro della scena – fu trattata come una crisi. Di governo, manco a dirlo. Come la cerimonia del Premio Strega, invece, è trattata la presentazione del libro di Claudia Conte, attrice trentaquattrenne, presentatrice, divulgatrice, influencer e ovviamente adesso anche scrittrice.
Dichiaratasi a suo tempo in relazione col sessantaquattrenne Matteo Piantedosi, il silente ministro dell’Interno, la diva Claudia ieri rifulgeva al Canottieri Lazio, il circolo che nasce per il barcarolo che va controcorrente – e in silenzio – quindi sede più filologicamente esatta per presentare il romanzo, certo pregevole, che si intitola “Dove nascono i silenzi”.
Ieri sera, però, il silenzio lo tenevano solo i libri, impilati sul tavolo. Tutt’intorno l’attesa di quel che la locandina promette: un affollamento istituzionale non proprio bipartisan ma tutto di Fratelli d’Italia a far corona all’autrice […] con un parterre tricolore e festante.
Erano attese, infatti, due sottosegretarie di stato – Lucia Albano all’Economia e Paola Frassinetti all’Istruzione – quindi il presidente di Gioventù Nazionale Fabio Roscani, e, a moderare – qualora divampasse il dibattito – il direttore del Secolo d’Italia Antonio Rapisarda. Mancava solo la fanfara dei bersaglieri, ma alla fine le sottosegretarie e Roscani non sono venuti.
Dietro questi affollamenti c’è una coreografia ancora più interessante del romanzo. Da quando la signora ha raccontato, a fine marzo, di avere (o di avere avuto) una relazione col ministro, ogni sua uscita libraria è diventata un piccolo puntello di legittimazione istituzionale.
Gli esponenti di Fratelli d’Italia, prima di decidere se partecipare, si erano consultati con Giovanni Donzelli che, magnanimo, autorizzava al telefono e via WhatsApp. Ci sono stati scambi di messaggi persino frenetici. Per non dire anche amletici: “Andare? Non andare? Sì, è meglio andare. Molto meglio andare”.
Le due sottosegretarie, alla fine, non sono andate. C’era un voto alla Camera, sì, ma qualcuno ha suggerito: “Attenti a non sfiorare il ridicolo”. Timore non condiviso, qualche mese fa dal leghista Claudio Durigon che aveva presentato il libro a Sperlonga dopo aver chiesto consiglio direttamente al Viminale, che rispondeva con un silenzio scrupolosamente equidistante: né sì né no.
Ed è proprio questa cautela […] che rischia di produrre il suo esatto contrario, ovvero una fila di sottosegretari e membri della maggioranza di centrodestra che si presentano, uno via l’altro, a fare da cornice a un libro sul “silenzio” scritto dalla signora che aveva parlato del ministro, allusiva, persino a Rete 4: “Tutte le domande avranno una risposta”.
Ma poi la signora Conte ha (quasi) smesso di parlare.
La vicenda Sangiuliano fu trattata con gli argomenti della scienza politica; il caso Conte, con gli strumenti della critica letteraria. La differenza, se la si vuole cercare, sta forse nel dicastero: il Viminale maneggia l’ordine pubblico, la Cultura maneggia al massimo i quadri di Antonello da Messina […]. Sarà un caso che la signora Conte ha visto anche confermata una trasmissione alla Radio Rai, che stavano per chiudere. Nello stesso giorno in cui veniva chiusa la trasmissione di Pietrangelo Buttafuoco “Lupus in fabula” su Radio1, e giusto per non essere maliziosi, la morale fa capolino: la favola insegna che…
(da il Foglio)
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Luglio 15th, 2026 Riccardo Fucile
TRA LE CONTESTAZIONI ALL’EX MINISTRA ANCHE 3,3 MILIONI DI DEBITI ERARIALI NON PAGATI … LA CHIUSURA DELL’INCHIESTA PRELUDE ALLA RICHIESTA DI RINVIO A GIUDIZIO E SI AGGIUNGE AI DUE PROCEDIMENTI IN CORSO SU “VISIBILIA”
Nuovi guai per l’ex ministra Daniela Santanchè. In queste ore la Procura di Milano sta
notificando un avviso di conclusione delle indagini a carico della parlamentare di FdI e di altre 15 persone, tra cui la sorella Fiorella Garnero e l’ex compagno Giovanni Canio Mazzaro, e di una società per varie ipotesi di bancarotta, falso in bilancio e truffa aggravata ai danni dello Stato per i fallimenti di Ki Group, Ki Group Holding, Bioera e Umbria srl.
La chiusura dell’inchiesta prelude alla richiesta di rinvio a giudizio e si aggiunge ai due procedimenti in corso, ossia la vicenda Visibilia e la presunta truffa ai danni dell’Inps.
Nuovo processo in vista per Daniela Santanchè, e stavolta in prospettiva il più pesante […] visto che in un avviso di conclusione delle indagini ora i pm Luigi Luzi e Guido Schininà contestano alla ex ministra e attuale senatrice di FdI il concorso nelle bancarotta di tre società nelle quali ha avuto ruoli di amministratrice, Ki Group Holding, Ki Group Srl e Bioera.
Sulla prima, che era quotata in Borsa e che è fallita nel giugno 2025, viene contestata soprattutto l’operazione con la quale fu costituita la nuova Ki Group Srl, staccando un ramo d’azienda e facendo diventare la società operativa una scatola vuota, con una iper valutazione di 8 milioni decisiva per la sussistenza della nuova Srl in quanto le erano stati conferiti 16 milioni di passività e 11 di attivo.
Ancor più delicato per la senatrice è l’addebito di non aver pagato debiti erariali per 3,3 milioni, cioè il 30% del complessivo passivo di 10 milioni sotto il quale la società è infine fallita; e soprattutto l’accusa che agli amministratori come lei la società abbia distribuito dividendi che in realtà non esistevano al momento dei relativo risultati di esercizio, dividendi per 4 milioni di euro nel 2015 e 1.400.000 nel 2016.
Ancora tra le imputazioni figurano due finanziamenti avuti da Banca Progetto nel febbraio 2020, il primo da 400.000 euro e soprattutto il secondo da 2 milioni garantito all’80% dal Fondo centrale di garanzia, ottenuti in teoria per campagne di marketing, e invece poi utilizzati per trasferimenti a varie società collegate all’interno del gruppo, in difformità dallo scopo per il quale i finanziamenti erano stati chiesti e ottenuti.
Nel capitolo riguardante invece il dissesto di Ki Group Srl, fallita nel dicembre 2023 con 2 milioni di passivo, è contestato un falso in bilancio nel 2019 e 2020 per aver indicato un avviamento di 10 milioni che in realtà non esisteva e sarebbe dovuto essere subito svalutato dall’inizio;
e un fittizio aumento di capitale operato in realtà proprio con soldi provenienti dalla stessa Ki Group Srl dietro il giro di altre società infragruppo.
Spicca poi un’imputazione di truffa aggravata allo Stato nel marzo 2021 per avere chiesto a Invitalia spa un prestito agevolato di 2.700.000 euro e per avere beneficiato di un credito d’imposta di 600.000 aggirando i requisiti previsti dalla legge, anche attestando falsamente sia che una società di revisione non avesse eccepito alcunché su una determinata situazione ostativa, sia che non ci fossero in corso contenziosi che invece la società aveva pendenti con lo Stato a livello fiscale e contributivo.
La terza bancarotta riguarda Bioera, fallita nel dicembre 2024. Qui, accanto a distrazioni in società collegate del gruppo prive di giustificazioni, la Procura e la Guardia di Finanza milanese contestano l’attribuzione agli amministratori di compensi ritenuti del tutto sproporzionati per 2,1 milioni di euro tra il 2018 e il 2023
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2026 Riccardo Fucile
L’ITALIA NON PUO’ ESSERE UN FAR WEST, NON PUO’ ESISTERE IMPUNITA’ ED EROI “SOVRANISTI”
E’ definitiva la condanna a 14 anni e 9 mesi per Mario Roggero, gioielliere di Grinzane Cavour, in provincia di Cuneo, accusato di aver ucciso due rapinatori e ferito un terzo uomo dopo l’assalto al suo negozio il 28 aprile del 2021. Lo hanno deciso i giudici della prima sezione penale di Cassazione.
Roggero era già stato condannato in primo grado a 17 anni, pena ridotta a 14 anni e 9 mesi in appello. Durante la discussione il pg aveva chiesto la conferma della pena, che ora è diventata definitiva.
I fatti risalgono al 28 aprile 2021. In primo grado Roggero era stato condannato a 17 anni di carcere. La Corte d’Assise d’Appello di Torino ha poi ridotto la pena a 14 anni e 9 mesi, confermando la responsabilità dell’imputato. Il gioielliere ha sempre sostenuto di aver agito per «difendere» la moglie e la figlia, che si trovavano con lui in negozio il giorno della rapina.
Secondo i giudici d’appello non si può parlare di legittima difesa, perché gli spari sarebbero stati esplosi quando il pericolo era già cessato. I tre rapinatori, infatti, erano in fuga e si stavano allontanando dalla gioielleria.
Agli atti dell’inchiesta c’è un video di otto minuti che ricostruisce l’intera sequenza, dall’irruzione nella gioielleria fino alla sparatoria. Alle 18.45 circa i tre rapinatori entrano uno dopo l’altro nel negozio e minacciano Roggero, la moglie e la figlia. Hanno il volto coperto e sono armati di un coltello e di una pistola, che successivamente si rivelerà essere un’arma giocattolo.
Dopo aver svuotato la cassaforte, i malviventi lasciano il locale dal retro e raggiungono l’auto parcheggiata a pochi metri di distanza. Alessandro Modica, uno dei rapinatori, prende posto al volante, mentre gli altri due cercano di salire dal lato opposto: la vettura, infatti, è dotata soltanto di due portiere. Roggero li insegue all’esterno, impugna il revolver. Raggiunge i banditi e spara in rapida successione cinque colpi, quattro all’interno della vettura mentre i malviventi braccati cercano di fuggire.
Modica, colpito a una gamba, scende dalla vettura e fugge (poi verrà arrestato), Giuseppe Mazzarino si accascia a terra e muore e Andrea Spinelli, l’ultimo bandito, cerca a sua volta di scappare. Cade a terra, Roggero lo raggiunge e lo colpisce alla testa e alla schiena con diversi calci. Poi di nuovo gli punta contro la pistola e preme il grilletto, ma a quel punto il tamburo è scarico. Spinelli tenta ancora di allontanarsi, ma stramazza al suolo e muore. Infine, l’orefice torna in negozio e chiama il 112.
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2026 Riccardo Fucile
CHI HA DIFFUSO TEORIE ANTISCIENTIFICHE O SUGGERITO CURE BISLACCHE E HA SULLA COSCIENZA LA MORTE DI MIGLIAIA DI ITALIANI CONTAGIATI POTRA’ TORNARE AD ESERCITARE LA PROFESSIONE SANITARIA… NEL 2025 L’ARMATA BRANCA-MELONI AVEVA CANCELLATO LE MULTE PER CHI AVEVA DECISO DI NON VACCINARSI NEL BEL MEZZO DELLA PANDEMIA…
Colpo di spugna per medici e altri operatori radiati nel corso della pandemia. Ieri alla
Commissione Affari sociali della Camera è stato approvato un emendamento di Fdi alla legge delega di riforma delle professioni sanitarie, presentato come prima firma da Alice Buonguerrieri, che ha fatto sollevare, oltre alle opposizioni, la Federazione nazionale degli Ordini dei medici. «Siamo sconcertati, amareggiati e delusi. Ci delegittimano», dice il presidente Filippo Anelli.
L’idea di Buonguerrieri, nota per le sue posizioni critiche nei confronti dei vaccini, è di dare la possibilità di presentare domanda di reiscrizione all’ordine a chi è stato radiato «per fatti non dolosi connessi alla pandemia». Ad esempio a chi ha diffuso teorie antiscientifiche o consigliato cure senza alcuna prova di efficacia ai pazienti.
Del resto è difficile provare il dolo in comportamenti del genere, basta che il dottore dica di essere stato in buona fede. I medici, gli infermieri e gli altri operatori della sanità avrebbero 60 giorni di tempo dall’entrata in vigore della legge per fare l’istanza che li fa tornare ad esercitare la loro professione.
Oggi se un Ordine prende un provvedimento disciplinare, l’interessato può fare appello (congelando l’esecutività della decisione) alla Commissione centrale per gli esercenti le professioni sanitarie (Cceps). Ebbene, la nuova norma sarebbe applicabile solo a coloro per i quali il ricorso alla Commissione è ancora pendente.
Se la radiazione è conseguenza di una condanna penale, la richiesta potrà essere avanzata solo dopo riabilitazione. Il tutto, va ricordato, vale per pochissime persone, almeno per quanto riguarda i medici. Sono pochissimi quelli radiati, meno di dieci, e ancora meno coloro che devono ancora presentarsi davanti alla Commissione.
Anelli ricorda che sono 383 medici e gli odontoiatri «che hanno sacrificato la loro vita per continuare a curare». I gruppi di Pd, M5S, Avs, Iv, Azione e +Europa hanno fatto una nota congiunta per dire che l’approvazione «è una vergogna senza precedenti. Si riscrive la memoria di una fase drammatica del Paese.
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2026 Riccardo Fucile
I DEPUTATI DI FUTURO NAZIONALE URLANO IN AULA: “VERGOGNA. PARTITI PADRONI? NO! CITTADINI SOVRANI” – IL FUTURISTA ZIELLO: “LA MAGGIORANZA DEVE FARE CHIAREZZA AL SUO INTERNO” – LE OPPOSIZIONI CHIEDONO UNA CONFERENZA DEI CAPIGRUPPO IMMEDIATA: “LA MAGGIORANZA NON ESISTE PIÙ, C’È UNA NUOVA MINORANZA DI GOVERNO FATTA DA FUTURO NAZIONALE E FRATELLI D’ITALIA. SI È CREATA UNA COMPONENTE POLITICA DI CHI CI HA MESSO LA ‘FACCIA’ E CI HA AGGIUNTO LA ‘FECCIA’, COME SI AUTODEFINISCONO”
Le opposizioni non hanno dubbi: la maggioranza di centrodestra si e’ spaccata nuovamente sulle preferenze, questa volta il casus belli e’ l’emendamento dei vannacciani, che e’ stato bocciato a scrutinio segreto con 233 voti contrari, ma ha incassato 139 voti a favore.
Il campo largo, per voce del dem Federico Fornaro, ha annunciato il voto contrario. Pd, M5s e Avs insieme contano 126 voti (magari scremati di alcune unita’ per le assenze). Dunque, a chi appartengono i 131 si’, tolti gli 8 voti dei vannacciani? E’ la domanda che rimbalza nei capannelli alla Camera. Per il centrosinistra si e’ creata una nuova maggioranza di “destra-destra”, dice la capogruppo Pd Chiara Braga, tra FdI e FnV.
E la Lega e Forza Italia che dicono? E’ la domanda conseguente. Sull’emendamento in questione i relatori e il governo si erano rimessi all’Aula, modificando il parere dato ieri che invece era contrario.
Gia’ durante la mattinata, prima che si svolgesse il voto segreto sull’emendamento dei vannacciani, da FdI lasciavano trapelare l’intenzione di votare a favore.
Circostanza che verrebbe confermata stando alle dichiarazioni fatte in Aula dai capigruppo di opposizione: “Abbiamo assistito al tentativo da parte di FdI di utilizzare il gruppo di Vannacci come stampella di una maggioranza in crisi.
La spaccatura e’ stata plateale in questa aula. Prima del voto sull’emendamento dei vannacciani c’era il gruppo FdI che diceva votiamo positivo e Forza Italia che diceva no”. E anche il vannacciano Ziello riferisce: “Quando e’ stato messo al voto il nostro emendamento sulle preferenze abbiamo sentito chiaramente le indicazioni della Lega di votare contro sulle preferenze”.
E’ “stato un errore madornale da parte di FdI votare l’emendamento. E’ assurdo inseguire Vannacci”, dice un big leghista. E anche in Forza Italia non c’e’ condivisione sulla ‘mossa’ decisa dal partito di via della Scrofa.
A confermare il voto favorevole di FdI sull’emendamento alla legge elettorale che mirava a introdurre le preferenze, a firma dei vannacciani, e’ il deputato Gianluca Vinci che, intervenendo in Aula, ha rivendicato la “coerenza” sul tema del gruppo
Nessun intervento, invece, e’ stato fatto in Aula da deputati di Lega e FI sull’emendamento in questione.
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2026 Riccardo Fucile
“UN’OCCASIONE COSÌ, MELONI SE LA SAREBBE SOGNATA. PUÒ CHIUDERE LA LEGISLATURA PRIMA CHE SCHLEIN E CONTE, E VANNACCI, ABBIAMO IL TEMPO DI ORGANIZZARSI. MA, C’È UN MA. SE SI APRE LA CRISI, LE CARTE PASSANO NELLE MANI DEL CAPO DELLO STATO. LA PRIMA MOSSA DI MATTARELLA SARÀ DI CHIEDERE A MELONI DI RIPRESENTARSI ALLA CAMERA E RIVOLGERSI ALLA PROPRIA MAGGIORANZA. LA PREMIER A QUESTO PUNTO DOVREBBE CONSIDERARE SE SIA CREDIBILE LO SPETTACOLO DI UNA COALIZIONE CHE SI LIQUEFA IN PARLAMENTO, E MAGARI PURE IN DIRETTA TV, PER POI RIPROPORSI TALE E QUALE DOPO L’EVENTUALE SCIOGLIMENTO DELLE CAMERE…”
Un’occasione così, Meloni se la sarebbe sognata. Come dicevano in tanti ieri sera nei
corridoi di Montecitorio, può giocarsi la carta delle elezioni anticipate, chiudere la legislatura prima che Schlein e Conte, e Vannacci, abbiamo il tempo di organizzarsi e andare al voto con la bandiera di chi voleva restituire ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti […]
Ma, c’è un ma, e la premier ne è perfettamente consapevole. Se si apre la crisi, le carte passano nelle mani del Capo dello Stato. Mattarella sarà il primo a ricordare a Meloni che è “soltanto” una presidente del consiglio, non una premier elettiva come avrebbe voluto diventare se la sua riforma fosse andata in porto.
La differenza tra un sistema parlamentare e uno populista sta tutta lì. La prima mossa del capo dello Stato sarà di chiedere a Meloni di “parlamentarizzare” la crisi, cioè di ripresentarsi alla Camera e rivolgersi alla propria maggioranza, per verificare se il voto sulle preferenze di ieri sera sia stato un incidente, o se si sia verificata una rottura più seria all’interno del centrodestra, tale da impedire che la legislatura vada avanti.
Meloni a questo punto dovrebbe considerare se sia credibile e quanto lo spettacolo di una coalizione che si liquefa in Parlamento, e magari pure in diretta televisiva, per poi riproporsi tale e quale dopo l’eventuale scioglimento delle Camere.
E soprattutto dovrebbero rifletterci su i suoi alleati Tajani e Salvini, contrari all’emendamento sulle preferenze, e sospettati di aver dato via libera su un voto così importante ai franchi tiratori. I quali, sia detto per inciso, non hanno bisogno che qualcuno li inviti a tradire nel segreto dell’urna: lo fanno da soli.
Infine c’è un’altra possibile via d’uscita da questa situazione: che Meloni non si dimetta e ricucia la sua maggioranza. Dipenderà anche dall’ipotesi, che il Quirinale potrebbe ventilare – o anche no, per evitare forzature in un momento come questo – che in caso di vera crisi politica del centrodestra, si formi un governo elettorale per condurre il Paese al voto in un clima più sereno.
(da agenzie)
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Luglio 15th, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO IL POTERE DA’ ALLA TESTA
Il governo ieri è stato sconfitto sull’emendamento chiave, quello delle preferenze, per un solo voto. Aprendo così “una riflessione”, per usare le parole della stessa leader di Fratelli d’Italia. Meloni paga l’arroganza non solo nei confronti dell’opposizione che ieri ha giocato la carta del voto segreto, paga soprattutto l’arroganza nei confronti dei suoi alleati che negli ultimi mesi sono alle prese con le vicende interne e il calo di consensi, troppo deboli per contrastare il predominio dei Fratelli d’Italia su nomine nelle partecipate o in Rai. Tajani è un leader in scadenza: Marina e Piersilvio Berlusconi sono sempre più presenti nella politica italiana e provano a dettare la linea, Salvini è tra il fuoco di Vannacci e quello del Nord, che chiede il ritorno alla vecchia Lega. Meloni è salda al comando, nel partito non ci sono tensioni e nonostante i sondaggi mostrino un testa a testa tra le due coalizioni, il partito di Meloni resta il primo in Italia con consensi stabili.
La lunga trattativa
I segnali c’erano, bastava guardarsi attorno e ascoltarle le voci che arrivavano dai banchi della maggioranza. Questa generazione politica è cresciuta con le liste bloccate introdotte 21 anni fa dal Porcellum_ dell’highlander leghista Roberto Calderoli, attuale Ministro per gli affari regionali e le autonomie della Repubblica Italiana e all’epoca Ministro per le Riforme Istituzionali, quelle sulle quali il governo Meloni ha fallito. Dicevamo delle preferenze: questa classe dirigente non è abituata a cercarle, a prenderle. Molti dei Fratelli d’Italia hanno fatto un salto in Parlamento grazie all’exploit del partito, passati da 53 totali della passata legislatura ai 185 dell’attuale. Premiati per la fedeltà alla leader, esattamente come gli altri partiti tanto che spesso il collegio di elezione è un territorio sconosciuto per gli eletti, paracadutati dalle segreterie nazionali dove meglio conviene.
Forza Italia e Lega erano contrari alle preferenze, lo hanno detto in ogni modo in queste settimane, erano contrari i parlamentari e i leader sapevano che difficilmente avrebbero avuto la fedeltà degli eletti nel momento del voto. Eppure Meloni ha tirato dritto trovando un guazzabuglio normativo dove il capolista era bloccato, solo lui, l’unico con la certezza di passare con percentuali sotto il 20%, mentre gli altri avrebbero dovuto correre una gara al buio e senza nessuna assicurazione.
I badogliani di oggi
La retorica della destra post-fascista sul tradimento offre molti spunti, quello di ieri sembra un piccolo 8 settembre per il governo Meloni, che oggi forse punta alle elezioni il più velocemente possibile. “Hanno pugnalato alle spalle la Patria nel momento del massimo sforzo” disse Mussolini dei badogliani dopo la firma dell’armistizio, oggi la caccia agli almeno 30 franchi tiratori della maggioranza sembra un po’ una caccia alle streghe per qualcosa, ripeto, di prevedibile. Meloni avrebbe voluto andare a votare dopo il referendum, dal suo entourage hanno provato a creare un caso con l’affaire Piantedosi e la sua amante, subito stoppati dal Quirinale. Che sarebbe stato un anno difficile lo sapevano, che lo sarebbe stato così tanto forse no. Adesso, per usare le parole di Pavolini sulla firma dell’armistizio l’8 settembre 1943, c’è da “riscattare l’infamia” di chi siede tra i banchi della maggioranza e ha votato contro il suo capo.
(da Fanpage)
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Luglio 15th, 2026 Riccardo Fucile
PER LA FINANZIARIA D’AUTUNNO SONO GUAI SERI PER MELONI E GIORGETTI, CHE SPERAVANO IN UNA MANOVRA “SPENDI E SPANDI” IN VISTA DELLE ELEZIONI 2027 E INVECE…
Da quando Iran e Stati Uniti hanno firmato l’accordo a Islamabad, il 17 giugno scorso,
era già capitato una volta che le due potenze sparassero e poco dopo tornasse la pace. È successo tra il 26 e il 27 giugno, quando gli Usa hanno lanciato attacchi in territorio iraniano dopo che un proiettile partito dalla Repubblica islamica aveva colpito una nave nello Stretto di Hormuz. Poi tutto è tornato sotto controllo.
Fino a martedì scorso, quando le cose sono precipitate: le bombe tornate a cadere sul quadrante di mondo più infuocato degli ultimi mesi, i 33 chilometri dello Stretto di Hormuz nuovamente ristretti. E le dichiarazioni dei rispettivi governi.
«Non voglio più avere a che fare con loro, sono feccia», ha detto Donald Trump. «Non rispondiamo alla volgarità con la volgarità, ma con i fatti», è stata la risposta del ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi.
Petrolio e gas in risalita, prospettive d’inflazione in crescita, banche centrali pronte a capire se stringere la cinghia sul costo del denaro, prospettive economiche riviste al ribasso, inevitabili problemi in vista per chi ha un debito pubblico molto alto. Tutto questo se davvero i negoziati tra Iran e Stati Uniti si chiuderanno.
Se invece ciò che sta avvenendo si rivelerà una semplice dinamica di negoziazione tra le parti, alla fine tutto potrebbe tornare alla normalità.
La scintilla che ha fatto esplodere Trump questa volta è stato un attacco iraniano contro tre petroliere che cercavano di attraversare lo Stretto di Hormuz passando vicino alle coste dell’Oman, una rotta raccomandata da Washington e avversata da Teheran. L’esercito statunitense ha risposto bombardando alcune zone del sud del paese. Quello iraniano ha fatto sapere di aver lanciato attacchi di rappresaglia contro basi militari statunitensi in Kuwait e Bahrein
L’accordo tra Stati Uniti e Iran firmato in Pakistan prevedeva, tra i 14 punti, un periodo di cessate il fuoco di 60 giorni durante il quale i negoziati avrebbero dovuto proseguire, il passaggio sicuro delle navi attraverso lo Stretto di Hormuz e la revoca delle sanzioni statunitensi contro Teheran.
Il periodo di 60 giorni non è ancora terminato, ma Trump ha detto di considerare ulteriori colloqui «una perdita di tempo». Potrebbe essere il classico metodo di contrattazione dell’immobiliarista newyorkese, fatto di continui strappi e riavvicinamenti, oppure l’inizio di un nuovo crescendo bellico. In attesa di capirlo, non resta che affidarsi ai fatti.
Dopo aver toccato l’apice ad aprile, sfiorando 120 dollari al barile, il greggio di qualità Brent era rimasto sui 90 dollari fino a giugno, quando si è capito che i contendenti erano vicini ad un accordo. Da quel momento il valore dei contratti, da cui dipendono a cascata buona parte dei costi energetici nel mondo, è calato vistosamente fino ad avvicinarsi a 70 dollari.
Poi, tra martedì e mercoledì di questa settimana, il conflitto si è riaperto e il valore del Brent è aumentato dell’8 per cento in un giorno, toccando quota 78 dollari al barile. È il livello a cui ci troviamo ancora oggi, sebbene leggermente limato.
E lo stesso vale per il gas, con l’indice europeo Ttf tornato a superare nei giorni scorsi 50 euro al megawattora. Significa che il mercato crede in un nuovo blocco dello Stretto di Hormuz e in una rinnovata fiammata dei prezzi?
Spiega a Domani Giacomo Luciani, docente di Commodity trading all’Università di Ginevra: «Bisogna tenere conto che il Brent citato sempre sui media è il prezzo del contratto futuro del Brent, il cosidetto future, e non ha nulla a che vedere con il valore al quale sono scambiati carichi fisici oggi. Il futuro contrattato a luglio è, per così dire, una scommessa sul prezzo che sarà valido a settembre 2026.
Specifico questo perché, nonostante il valore del futuro sul Brent sia aumentato negli ultimi giorni, nello stesso periodo l’Arabia Saudita ha venduto carichi spot di greggio a compratori dell’Estremo Oriente con sconti importanti. Questo è successo perché evidentemente al momento c’è abbondanza di petrolio sui mercati e il prezzo ufficiale – fissato, per luglio, all’inizio di giugno, prima dell’accordo – era troppo alto».
«Detto in altro modo, il conflitto sta mettendo in crisi il normale funzionamento del mercato spezzando il legame tra futuri e spot, che invece di solito prevale. Le notizie degli ultimi giorni hanno causato un piccolo aumento del prezzo, e se si continuasse a sparare e lo Stretto di Hormuz venisse di nuovo chiuso ci sarebbero ulteriori incrementi, ma penso che alla fine questa crescita sarà contenuta» aggiunge Luciani.
Proprio questa settimana il Fondo monetario internazionale ha rivisto al ribasso le previsioni. La crescita mondiale stimata per il 2026 scende al 3,0 per cento, limata dello 0,1 rispetto ad aprile.
A tenere a galla il pianeta, compensando in parte i contraccolpi del conflitto in Medio Oriente, ci sta pensando per ora il boom degli investimenti legati all’intelligenza artificiale, soprattutto negli Usa. Secondo l’Fmi, l’economia statunitense crescerà del 2,3 per cento quest’anno, mentre l’Ue si fermerà a un più timido 0,9 per cento.
Più che la crescita del Pil, a spaventare è però l’inflazione: diretta conseguenza di quanto sta succedendo tra Iran e Stati Uniti. L’Fmi – che ha pubblicato i suoi dati mercoledì, quando i nuovi venti di guerra in Medio Oriente avevano appena iniziato a soffiare – stima per quest’anno un aumento dei prezzi del 4,7 per cento a livello globale, trainato dal rincaro delle materie prime e dei fertilizzanti.
Una prospettiva che potrebbe irrigidire i banchieri centrali, facendo crescere il costo del denaro e incidendo negativamente sulla stessa crescita.
La Federal Reserve si prepara infatti a una politica monetaria meno espansiva rispetto agli anni passati, con tassi elevati per tutto l’anno, mentre l’Eurozona rischia di fare i conti fino al 2028 con prezzi sopra l’obiettivo del 2 per cento. Conseguenza? Possibili aumenti del costo del denaro, segnala il Fondo monetario.
Ma il discorso è particolarmente inquietante per nazioni con alto debito pubblico. Come l’Italia. Nel 2026 l’Fmi prevede che il nostro rapporto debito/pil diventerà il più alto d’Europa: 138 per cento, superiore anche a quello della Grecia.
Solo per pagare gli interessi sul debito, indicano i dati della Ragioneria di Stato, l’anno scorso abbiamo speso 106,3 miliardi di euro: l’equivalente di cinque finanziarie. Se la crisi in Medio Oriente dovesse proseguire e l’inflazione aumentare, la Bce potrebbe alzare di nuovo i tassi. E per l’Italia il costo di rifinanziamento del debito aumenterebbe. Togliendo, come sempre, risorse ad altre necessità.
(da “Domani”)
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Luglio 15th, 2026 Riccardo Fucile
LA SINISTRA RIFORMISTA È DIVISA TRA IMPROBABILI CAVALLI DI RITORNO, COME GLI EX CONIUGI SÉGOLÈNE ROYAL E FRANÇOIS HOLLANDE, E IL GIOVANE RAPHAËL GLUCKSMANN, IL CANDIDATO PERFETTO PER LE ÉLITES PARIGINE, NON PER LA PANCIA DEL PAESE
Per la prima volta Marine Le Pen può diventare presidente della Francia, se si votasse adesso, Marine diventerebbe presidente. Troppo forte al primo turno, per essere rimontata nel secondo. Tanto più che gli antilepenisti non sono uniti e non hanno un candidato adatto a riunirli.
Secondo l’ultimo sondaggio Ifop, realizzato per il Figaro (il quotidiano che fino a un certo punto ha sostenuto con maggior convinzione Macron e che ora invece guarda decisamente a destra), Marine Le Pen avrebbe al primo turno il 36% di voti In questo momento lo stesso sondaggio dà Marine Le Pen vincente al ballottaggio contro qualsiasi candidato. Sicuramente contro Jean-Luc Mélenchon. Ma anche contro il centrista Édouard Philippe, ex primo ministro di Macron, da cui però ha preso le distanze.
Questo perché Philippe al secondo turno non farebbe certo il pieno di voti a sinistra: ha un profilo più di destra rispetto a Macron, è stato il portavoce di Alain Juppé, già primo ministro di Chirac. Certo, era un’altra destra, nazionalista e popolare ma anche europeista, insomma non aveva perso completamente la testa, non si era illusa — come si illudono i lepenisti — che la Francia possa fare da sola.
Ovviamente non è detto che finisca così. Paradossalmente, la condanna penale ha fatto crescere le sue quotazioni, che potrebbero anche scendere. La strategia di Philippe, più che raccogliere attorno a sé tutti gli antilepenisti, è di svuotare Marine Le Pen. Purtroppo non ha cominciato la campagna elettorale con il piede giusto, puntando tutto sulla riforma delle pensioni; che è necessaria, ma non è esattamente in cima alle priorità degli elettori.
E la sinistra riformista? È divisa tra improbabili cavalli di ritorno, come gli ex coniugi Ségolène Royal e François Hollande, e il giovane Raphaël Glucksmann, figlio del filosofo più intelligente della seconda metà del Novecento, André; che però è il candidato perfetto per le élites parigine, non per la pancia del Paese.
(da Corriere della Sera)
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