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L’EFFETTO VANNACCI INGUAIA MELONI

Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile

IL RISCHIO CHE SUPERI LA LEGA. IL DILEMMA SE FARLO ENTRARE O MENO NELLA COALIZIONE, LA REAZIONE DI FORZA ITALIA

Festa del 2 giugno al Quirinale. Un importante politico di Fratelli d’Italia dice una frase assurda che mi rimane in testa. “Dovevamo schiacciare Vannacci come un pinolo. Ora è tardi”. Metafora bucolicamente cruenta, ovviamente paradossale, che però svela un mondo. Un dialogo informale, che illumina il disagio profondo della destra di governo. Panico Generale. L’ex addetto militare dell’ambasciata italiana a Mosca, filo-putiniano per tabulas, reimigrazionista, pignolo sulla pigmentazione e sui lineamenti non caucasici abbinati al sacro tricolore, cattolico oltranzista, machista novecentesco, arcitaliano con moglie rumena, amato dall’alt-right targata Steve Bannon, orripilato dal politicamente corretto (cioè dal banale passo indietro che andrebbe istintivamente fatto di fronte alla sensibilità altrui), inquieta Giorgia Meloni, innervosisce Matteo Salvini e infastidisce Antonio Tajani.
Ma, dettaglio non irrilevante, secondo sondaggi sempre più accreditati e chissà quanto attendibili, ad un anno dal voto vale il 3.5% dell’elettorato. Con una spintarella di Peter Thiel, spiegano fonti vaticane, potrebbe guadagnare altri tre punti secchi, scavalcare la Lega e decidere le sorti dell’esecutivo.
Fantapolitica? Forse. Ma la paura dei suoi – nuovi, ex, possibili? – alleati è reale. Dunque, lo si tiene a bordo o lo si emargina, uno come il Generale? Si insiste con il farisaico e autocelebrativo racconto di una destra moderata che aspira a diventare la colonna conservatrice del Ppe in Europa o si sbraca verso la barricata ultraconservatrice di Futuro Nazionale e del suo mondo al contrario (che poi è il mondo come è sempre stato, con il dominio del più forte sul più debole)?
Oggi, sul Generale tutti zitti, ma tre anni fa, quando uscì il suo libro, autorevoli esponenti di governo, come il ministro Guido Crosetto, presero le distanze dalla velenosa propaganda di questo militare aggressivo e poco decifrabile. Poi Salvini lo invitò incautamente a fargli da vicesegretario, senza contare che il Maschio Belligerante non ha mai l’indole del numero due. Ama il comando. Possibilmente
su truppe docili. Caratteristiche che dovrebbero mettere tutti noi in allarme, perché, diceva Hannah Arendt: “Il male non è mai radicale, è soltanto estremo, e non possiede né profondità, né una dimensione demoniaca. Esso può invadere e devastare il mondo intero perché si espande come un fungo sulla superficie”. Va da sé che Vannacci non è il Male. Ma i suoi messaggi, spalmati sull’epidermide micotico dello Spirito del Tempo, non inducono all’ottimismo.
Il partito antisistema, vero dominatore delle ultime tre tornate elettorali (prima con Grillo, poi con Salvini e infine con Meloni), oggi indossa le sue stellette. E viene il dubbio che avesse ragione Nenni. «Gareggiando a fare i puri, troverai sempre uno più puro che ti epura». Se vi sembrano solo suggestioni, chiedetevi qual è il vero motivo per cui la presidente del consiglio rinuncia a partecipare al vertice sui Balcani con Francia, Germania e Gran Bretagna, preferendo il lancio di un nuovo francobollo. Infelice quel Paese che ha bisogno di comici vaffanculisti ormai estinti e di generali suprematisti in ascesa per costruire il senso di sé. E a che cosa serve la tanto sbandierata stabilità, se basta l’ultimo Capopopolo in mimetica per sbilanciare le scelte di Palazzo Chigi?
Dopo quattro anni di rivendicato appoggio euro-atlantista all’Ucraina, perché questa freddezza nel momento di massima difficoltà del Cremlino? L’incompatibilità con Macron, i dubbi su Merz, il tentativo impossibile di recuperare il rapporto con Trump, il fastidio per la retrocessione dell’Albania nelle gerarchie d’ingresso nell’Unione. Tutti elementi veri, che si appoggiano però su un problema di fondo: lo stato confusionale fatto esplodere da Vannacci. Come se, all’improvviso, la premier non fosse più capace di una linea politica autonoma e consegnasse il senso del proprio futuro prossimo non tanto ad una visione, quanto ad un antico e spesso inutile istinto politicista, l’improbabile ciambella di salvataggio di ogni furberia di Palazzo: la revisione rapida della legge elettorale. Che, così com’è, oggi azzererebbe i candidati di Fratelli d’Italia nei collegi uninominali del Sud Italia.
Vannacci aprirà il suo Congresso la prossima settimana. Di fronte al Vaticano. A Roma. Esattamente come Thiel. Ribadirà le proprie parole d’ordine. E una destra moderna, senza bisogno di essere coraggiosa, dovrebbe avere la forza semplice di
dire che cosa ne pensa. Di prendere le distanze. Non succederà. Perché parte della base elettorale meloniana è francamente filo-russa. La Premier li ha tenuti a bada per quattro anni, adesso teme di perderli se non cede al ricatto di questa ennesima minoranza ultra-populista che si colloca nuovamente fuori dal racconto democratico.
Meloni, dopo il vistoso errore del vertice ignorato, è di fronte all’alternativa del Diavolo. Inglobare Vannacci, lasciando che le succhi la ruota e la schiacci sugli umori più estremi di quella parte di Paese affascinata da un’idea orbaniana del potere, oppure dimostrare la sua leadership e rivendicando la sua differenza, anche correndo il rischio di essere tradita dal pallottoliere.
Se Palazzo Chigi piange, la Lega non ride. Difficile immaginare che Luca Zaia accetti di fare la ruota di scorta del Generale in libera uscita. Di prenderne il posto alla destra del suo pericolante leader. Quale vantaggio avrebbe? Se la Lega tornasse a crescere (ipotesi non semplice), il merito sarebbe di Salvini. Se precipitasse a percentuali irrisorie, schiacciata tra Vannacci e Meloni, la carriera del governatore veneto sarebbe al capolinea. Non ha un solo motivo per esporsi.
Il Generale Roberto Vannacci da La Spezia, già comandante della Folgore, è motivo di imbarazzo per la coalizione se resta dentro, ma si trasforma in devastante fuoco amico se resta fuori. Un paradosso capace di ridare fiato persino all’agonizzante campo largo della sinistra, che con tempi di latenza piuttosto preoccupanti, ha finalmente deciso di scendere in Calabria per dire basta alla schiavitù del caporalato.
Resta da capire perché, in una Repubblica fondata sul lavoro, non siano stati la Presidente del Consiglio e il ministro dell’Interno a precipitarsi ad Amendolara dopo la strage di lunedì scorso. Forse perché a morire bruciati sono stati tre afghani e un pakistano. Forse perché gli assassini vengono da Islamabad, forse perché così si eliminano tra di loro, o forse, più francamente, perché abbiamo perso qualunque senso di umanità e non ce ne frega niente se pezzi di Paese sono zona franca, se alla base di quella filiera del cibo di cui ci facciamo giustamente vanto nel mondo, ci sono gli ultimi degli ultimi, con la loro pelle scura, la loro civiltà opaca, la loro lingua incomprensibile. Quelli che non piacciono ai suprematisti, salvo l’attimo in
cui mettono i pomodori in tavola. “La pazzia è rara negli individui, ma nei gruppi, nei partiti, nei popoli, nelle epoche è la regola”, sosteneva Friedrich Wilhelm Nietzsche centoventi anni fa. La regola non è cambiata. Fingiamo di andare avanti, scommettendo sui puri più puri, senza renderci conto che continuiamo ad appoggiare un piede malfermo sul limite di un pericoloso tempo già vissuto.
(da La Stampa)

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LASCIATA SOLA E DOPO AVER INUTILMENTE CHIESTO DI PARLARE CON I MAGISTRATI ITALIANI, GRACIELA RITRATTA DAVANTI A UN NOTAIO

Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile

CASO MINETTI:; SECONDO ALCUNI QUOTIDIANI LA TESTIMONE HA RILASCIATO UNA DICHIARAZIONE GIURATA… IL FATTO RILANCIA: “PUBBLICHEREMO IL CONTENUTO TESTALE DELLE CONVERSAZIONI”

Lasciata sola dopo aver inutilmente chiesto di essere ascoltata dai magistrati e aver scoperto dalle agenzia di stampa che la procura generale di Milano non lo avrebbe fatto, Graciela ha ritrattato. Lo ha fatto con un documento di quattro pagine, scritto davanti a un notaio, in cui fa marcia indietro rispetto a quanto raccontato a il Fatto quotidiano in oltre un’ora e mezza di registrazione e 766 messaggi, incluse fotografie e screenshot di Whatsapp con altre persone.
Il Corriere della sera, il Domani e Repubblica scrivono che Graciela nella dichiarazione giurata afferma di non sapere nulla di ciò che avveniva nella tenuta. La notizia dell’atto formale è arrivata alla Procura generale di Milano a istruttoria conclusa: le dichiarazioni sono state trasmesse tra venerdì pomeriggio e sabato mattina dall’Uruguay ai magistrati e poi indirizzate al Quirinale.
Secondo Repubblica il senso della dichiarazione giurata è questo: “Non ho mai visto che la signora Minetti fosse coinvolta in una presunta operazione destinata ad assoldare prostitute. Nel periodo in cui ho lavorato nella residenza ‘Gin tonic’ non ho mai visto che la signora Minetti fosse coinvolta in una presunta operazione destinata a reperire, attirare, assoldare o indurre a coinvolgere prostitute all’interno della residenza”.
Inoltre, sostiene di non aver dato l’autorizzazione a pubblicare il suo nome e che il senso del sue parole sarebbe stato distorto. In realtà, Graciela aveva autorizzato la pubblicazione dell’intervista e del suo nome.
Poi, l’11 maggio, quando oramai il giornale era andato in stampa, aveva prima solo chiesto delle piccole modifiche , aveva di nuovo autorizzato a scrivere che “Nicole non aveva cambiato vita”, ma più tardi era apparsa spaventata e aveva chiesto che si parlasse principalmente del caso delle presunte molestie sessuali da parte di Cipriani. Prossimamente il Fatto quotidiano pubblicherà il contenuto testuale delle conversazioni avute con lei.
Il 12 maggio anche il Corriere della sera aveva pubblicato il resoconto di un incontro con la testimone dal titolo “il fortino di Graciela” in cui dichiarava: “Là dentro ho visto tutto, ho paura e vivo nascosta”.
E sempre al quotidiano via Solferino aveva affermato: “Sono pronta a testimoniare a sostegno dell’inchiesta milanese sulla grazia”.
Il 13 maggio, era stata intervistata dalla trasmissione televisiva Sin Piedad, ribadendo di voler essere ascoltata. Poi, il 14 maggio l’Ansa aveva titolato: “Non serve sentire la testimone su Minetti, non c’è riscontro sulle sue parole”. Dopo quel giorno, Graciela ha smesso di rispondere ai nostri messaggi. Il 29 maggio, secondo il Corriere della sera, si è presentata da un notaio rilasciando una dichiarazione giurata che ritratta il suo resoconto, poi spedita in Italia e arrivata quando ormai l’istruttoria veniva considerata chiusa e il presidente Mattarella aveva comunicato di non aver intenzione di cambiare idea sulla grazia.
Su cosa è accaduto in Uruguay tra il 14 e il 29 maggio e sul reale motivo della ritrattazione al momento si possono fare solo ipotesi. Graciela vive blindata e non risponde a messaggi e telefonate.
(da Il Fatto Quotidiano)

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LE DISEGUAGLIANZE, PIOMBO DELL’ITALIA

Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile

LA GRAVITA’ POLITICA CONSISTE NEL NON VOLERNE PRENDERE ATTO

La bolla mediatica di un paese solido nonostante i venti contrari che spirano dall’infida Europa sta lasciando il posto alla crescente consapevolezza di vivere in una nazione in preoccupante declino.
Sembra essersi esaurita la spinta propulsiva della nostra creatività, la capacità di superare in avanti i momenti difficili, ripartendo a razzo dopo crisi strutturali o eventi drammatici. Dalla crisi del 2008 l’Italia non riesce più a tirarsi fuori dagli impacci, dai limiti storici della sua base produttiva, senza un guizzo risolutivo, senza idee innovative e senza classi dirigenti consapevoli della fine di un ciclo storico: l’arresto traumatico della lunga fase di espansione di una nazione che pur non possedendo materie prime era diventata una delle manifatture più importanti del mondo. Come se tutti i fattori di debolezza, che per un lungo tratto erano stati nascosti o attutiti dalla fase di espansione, improvvisamente fossero emersi in maniera tale da diventare un ostacolo per ogni duratura ripresa. L’ultima illusione che la ricchezza del Nord fosse in grado di trascinare con sé l’intera economia nazionale è miseramente naufragata. La spinta propulsiva che ci si aspettava dall’aver dato centralità alla questione settentrionale si è dimostrata un bluff. Giuseppe Berta aveva dimostrato già nel 2015 nel saggio Le vie del Nord come il Settentrione non fosse più il motore del paese sul piano economico e come avesse dissipato quelle “virtuose pratiche” (civili e morali) di cui si credeva un tempo depositario. Bisogna tornare al 1973 per vedere così minacciata la nostra economia dall’aumento vertiginoso dell’energia.
Perché l’Italia si sta dimostrando così fragile? Perché ai grandi sconvolgimenti si presenta meno attrezzata per superarli o per limitarne i danni? Restiamo un paese “oscuro a se stesso, nel quale tutti soffrono più malesseri che dolori, senza capirne con chiarezza il perché”, come scriveva Guido Piovene nel suo preziosissimo Viaggio in Italia. “Sotto un involucro di sorriso e bonomia, l’Italia è diventata il
paese d’Europa più duro da vivere, quello in cui più violenta e più assillante è diventata la lotta per il denaro e per il successo”. Considerazioni ancora oggi attuali.
La responsabilità di tutto ciò, certo, non è ascrivibile solo alle destre oggi al governo, ma il loro modo di intendere le priorità della nazione non fa altro che acuire i motivi che sono alla base del declino di lungo periodo. La destra italiana ha oggi la responsabilità grave di nascondere la polvere sotto il tappeto con un trionfalismo arrogante, di rivestire di subalternità e di aggressività una particolare forma di nazionalismo localistico e impotente.
Qual è la zavorra che appesantisce la nostra economia e ci trascina sempre più giù nelle statistiche del malessere? A mio parere l’Italia è malata essenzialmente di disuguaglianze (territoriali, sociali, economiche, di genere, di salute, di dotazioni di servizi essenziali) e questa sua malattia si ripercuote, ormai senza più attenuazioni, sulla sua base produttiva. Tutto ciò che nel passato era sembrato funzionale allo sviluppo, ora sembra accelerarne la caduta. Il Sud a scarso livello di industrializzazione, il basso costo della manodopera, l’emigrazione di massa dal meridione, i servizi pubblici sostituiti dalla famiglia e dai parenti, la più ridotta partecipazione delle donne al mercato del lavoro, un peso enorme dei lavori precari che non ha pari in Europa, l’assenza di politiche alternative sull’energia, la produzione in serie di violenza dalle periferie delle grandi aree metropolitane e delle medie città di cemento che abbiamo irresponsabilmente costruito.
Le ali della nostra economia sono tarpate dalle disuguaglianze. E la gravità consiste nel non volerne prendere atto, come invece avvenne nell’immediato Secondo dopoguerra, avviando un paese povero e sconfitto verso i suoi anni migliori, con il sostanziale consenso di tutti i principali attori politici che avevano sconfitto il fascismo.
La lotta alle disuguaglianze, dunque, non è solo un entusiasmante programma politico, ma una grande strategia di crescita dell’economia. L’Italia è un paese lungo geograficamente, ristretto economicamente e storto socialmente. Ma gli squilibri territoriali e gli egoismi sociali, oltre un certo limite, diventano un
handicap economico, rallentano il motore dello sviluppo, ne inficiano la potenza, e addirittura sono in grado di incepparlo.
Se il Pil rappresenta la ricchezza di una nazione, è ovvio che questa ricchezza non aumenta se non quando essa si propaga in tutte le sue parti.
In effetti, una nazione è come un corpo. Se si cammina su di un solo piede, sarà difficile mantenersi in piedi, ed è già un miracolo fare qualche passo in avanti. Se si usa una sola mano pur avendone due, si possono sollevare pesi inferiori alle possibilità.
Viene in mente l’apologo intramontabile di Menenio Agrippa: un corpo è sano solo se lo sono tutte le sue parti e solo se esse cooperano tra loro. Abbiamo bisogno di un nuovo apologo per l’Italia, quello delle divisioni territoriali e della umiliazione sociale si sta dimostrando perdente.
Se guardiamo ai dati sulla crescita salariale nel periodo 2020-2025, l’Italia compare all’ultimo posto in Europa. Il salario lordo annuo degli italiani, a parità di potere d’acquisto, è stato nel 2021 di 29.694 euro rispetto ai 29.341 del 1990. Nello stesso periodo gli spagnoli sono passati da 25.000 dollari a 27.000, i francesi da 29.000 a 40.000 e i tedeschi da 30.000 a 43.000. L’Italia, dunque, è rimasta sostanzialmente ferma al 1990. I vantaggi sarebbero enormi se si riducesse la disparità delle retribuzioni tra l’Italia e il resto d’Europa.
In Italia il divario di genere è doppio rispetto al resto d’Europa. Se in Europa la differenza tra il tasso di occupazione delle donne rispetto a quello degli uomini è di 10,7 punti, nel nostro paese è di ben 20 punti. Una differenza, però, non uniforme territorialmente: nel Sud appena il 35% delle madri con figli in età prescolare lavora rispetto al 64% delle mamme del Centro-Nord. E il tasso di occupazione delle donne nel Sud è così basso non soltanto perché mancano gli asili ma perché manca il lavoro. In ogni caso, se si portasse il tasso di occupazione femminile meridionale ai livelli del Centro-Nord comporterebbe un vantaggio economico per l’Italia intera, oltre che un passo in avanti in materia di diritti elementari.
Si vive in due Italie nettamente distinte, è evidente. Geograficamente e socialmente. Come fa a reggere una nazione con differenze così marcate? Ecco perché l’Autonomia differenziata è un veleno per la nostra base produttive. Un secondo motore dello sviluppo, quello meridionale, sarebbe più che necessario all’Italia
intera. Ecco perché l’avversione per il salario minimo (e per ogni forma di riduzione delle differenze salariali) è un ulteriore freno per la nostra economia. Ecco perché aver tolto il reddito di cittadinanza porterà solo all’aumento della povertà e una riduzione dei consumi.
I progressisti hanno una grande opportunità di mostrarsi fino in fondo tali e di non cercare nel moderatismo la chiave di volta del successo. L’Italia sta sperimentando il radicalismo della destra, quello di sinistra non ancora. L’identità dei progressisti non può che definirsi come lotta quotidiana alle disuguaglianze per arrestare il declino della nazione.
(da Il Fatto Quotidiano)

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SENZA IL BALLOTTAGGIO IL MELONELLUM E’ TRUFFA

Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile

ALTERA IL RAPPORTO TRA VOLONTA DEI VOTANTI E RAPPRESENTANZA DEGLI STESSI

Le leggi elettorali che prevedono un premio di maggioranza o di governabilità sono per definizione “leggi truffa” perché servono ad alterare significativamente il rapporto tra volontà dei votanti e rappresentanza degli stessi. L’Italia, purtroppo, ha un triste primato di tali leggi, dalla n. 2444/1923 (cosiddetta legge Acerbo), preordinata a instaurare il regime fascista, alla n. 58/1953 (alla quale deve l’epiteto denigratorio), fino al Porcellum (nomen omen: n. 270/2005) e all’Italicum (n. 52/2015), mai applicato.
Il premio di maggioranza è incompatibile con un ordinamento realmente democratico, come dimostra la sostanziale inesistenza dell’istituto fuori dall’Italia: solo in Grecia e a Malta è previsto tale premio, ma in misure tali da non assicurare un’effettiva prevalenza parlamentare. Tutto il resto del mondo ignora il premio di maggioranza. Probabilmente lo ignoreremmo pure noi se la Corte costituzionale, anziché sanzionarlo, non avesse aperto all’ipotesi, giungendo fino a definire il 40 per cento di voti come soglia ragionevole per garantirne l’applicazione (con un argomento non dissimile da un pugno sbattuto sul tavolo: n. 35/2017). Si è così ignorato il principio secondo il quale ogni sistema elettorale deve salvaguardare il rapporto tra singolo votante e rappresentanza dello stesso, come sancito dall’articolo 48 della Costituzione che, al secondo comma, afferma solennemente che il voto è personale ed eguale. Eguale ovviamente anche nel conteggio secondo il rapporto “uno vale uno” che il premio di maggioranza modifica in modo abnorme. L’aperta violazione del parametro costituzionale sarebbe giustificata, secondo la favoletta propalata dal centrodestra, per salvaguardare la governabilità. Ma questo risultato non si può conseguire incidendo sui diritti fondamentali dei quali l’eguaglianza costituisce cardine.
Augusto Barbera con altri studiosi sostiene che l’ordinamento repubblicano disciplinato nella seconda parte della Costituzione è stato configurato per l’apprensione delle forze costituenti di non ricadere in un esecutivo come quello fascista caratterizzato dall’assoluto accentramento di poteri. Una riforma utile ad assicurare stabilità al governo va fatta, di conseguenza, nell’ambito proprio, innovando cioè la seconda parte della Costituzione, senza alterare o violare i principi della prima. Gli strumenti sono noti, a iniziare dalla sfiducia costruttiva. Occorre aggiungere: il premio di governabilità previsto dallo Stabilicum comporta una doppia truffa. La prima deriva dal tipo di normazione, la seconda riguarda in concreto la pesante elusione della volontà popolare. Sembra che il centrodestra abbia concordato nell’aumentare al 42 per cento la soglia d’applicazione del premio (ridotto ma ancora abnorme). Quale che sia la misura della soglia non cambia l’illecita e grave manipolazione della volontà degli elettori. Per comprenderlo basta fare una semplice ipotesi suffragata oggi dai sondaggi. Secondo rilevazioni sostanzialmente condivise dagli operatori, all’esito elettorale le due maggiori coalizioni supererebbero entrambe il 42 per cento attestandosi a distanza minima con uno scarto che, secondo alcuni sondaggisti, non andrebbe oltre lo 0,1 per cento dell’intero elettorato. La riforma prevede che la coalizione con un voto in più ottenga il premio di maggioranza; l’altra coalizione, che con il sistema proporzionale otterrebbe probabilmente un egual numero di seggi, subisce una drastica riduzione. È costituzionalmente ragionevole tutto ciò? Può ammettersi che una norma prevarichi la rappresentanza popolare?
Uno 0,1 per cento avrebbe la capacità di polverizzare perfino un milione di voti. Per evitare questo grave attentato alla democrazia occorre prevedere un meccanismo che riconduca la scelta al popolo sovrano. Unica soluzione praticabile è il ballottaggio perché sia l’intera comunità nazionale, comprendendo coloro che non hanno votato per le due coalizioni, a decidere chi dovrà rappresentare gli italiani e governare il Paese. Solo il ballottaggio può rabberciare una riforma costituzionalmente illegittima nell’ipotesi che entrambe le coalizioni superino la soglia del 42 per cento. In mancanza di tale previsione sarebbe estremamente difficile per il presidente Mattarella dare immediato corso a una legge che offende i principi fondanti della Repubblica.
(da Il Fatto Quotidiano)

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L’USO PRIVATO DI UNA CITTA’

Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile

LE NOZZE DI DUA LIPA A PALERMO

La grossolanità del titolo di un giornale inglese (molto contento di far coincidere Palermo e mafia) ha messo in ombra il vero dibattito sorto attorno al fastoso matrimonio di Dua Lipa, dinamica popstar anglo-albanese molto quotata nelle classifiche mondiali.
Come già accadde per le nozze di Bezos a Venezia, Lipa e il suo sposo hanno noleggiato un pezzetto del centro storico di Palermo per farne uso privato. Poiché poche cose sono pubbliche come una città, specialmente una piazza del suo centro storico, una parte dei palermitani si è sentita espropriata e non l’ha presa bene. Ed è questo — non la mafia — l’argomento rilevante, specie in uno scorcio d’epoca nel quale non sembra esserci limite al potere dei soldi.
Le grandi manifestazioni popolari — gare sportive, concerti, cortei politici, sagre, processioni — hanno sulle città un impatto evidente, seppure per poche ore e non per un paio di giorni (è il caso delle nozze dei due Lipa). Ma hanno anche una evidente rilevanza pubblica.
Qui invece si tratta di una festa privata, che non inclina certo al basso profilo. Si tratta di circoscrivere e affidare al governo di un piccolo esercito di buttafuori un pezzo di spazio civico. Se ville e castelli non bastano più si affitta una città d’arte, sperando che le città d’arte bastino, almeno per un poco, a ospitare coreografie e banchetti direttamente proporzionali al patrimonio degli anfitrioni.
Pensare male di questa tendenza attira quasi in automatico l’accusa di populismo, in aggiunta a quella di non capire come funziona l’economia di mercato (lo volete capire che tutto ha un prezzo?). Muterei il capo di imputazione: non è populismo, è civismo pensare che ci sia un drastico limite all’uso privato di una città.
(da Repubblica)

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QUESTA CI MANCAVA: “VIOLENZA SESSUALE IN UFFICIO AL SENATO”

Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile

IMPRENDITRICE DENUNCIA PARLAMENTARE DI FORZA ITALIA (LUI NEGA)

Un pomeriggio di febbraio, lo studio ovattato di un parlamentare, bandiere scenografiche e divanetto per gli ospiti. Chi entra in quelle stanze per motivi di lavoro pensa di non aver nulla da temere in uno dei palazzi istituzionali più blindati di Roma. Invece proprio nel cuore di San Luigi dei Francesi – l’ex complesso dei Beni Spagnoli, l’edificio dove hanno i loro uffici gli eletti a Palazzo Madama – una donna di 52 anni, che chiameremo solo V., professionista autonoma, salde radici in Emilia, residente da alcuni anni in una cittadina del Sud Italia, scopre che si può scivolare in un incubo.
Vittima di un atto di violenza sessuale da parte di un senatore di Forza Italia. Che lei, stimata agente di commercio di vini di pregio, aveva incontrato per la prima volta. V. è stata contattata da un terzo, un carabiniere parente di lui (e conoscente di lei), in quanto «il senatore aveva bisogno di una fornitura importante di bottiglie, in particolare champagne e Sassicaia, per le cantine della nuova villa a Capri da inaugurare». Questo, almeno, è il racconto che la professionista ha depositato in un’articolata denuncia che Repubblica è in grado di rivelare, nella doverosa e doppia scelta: tutelare chi denuncia, e sentire chi è accusato.
La violenza che la donna dice di aver subìto, a freddo, «senza alcun consenso né espresso né implicito», è avvenuta il 25 febbraio ‘25. La querela giunge oltre un anno dopo. Perché? «Sono stata in terapia, ero sotto choc. E ho avuto paura. Sono stata intimidita da un amico del senatore, un carabiniere anche suo lontano parente. Ha cercato di dissuadermi dal fare la querela», spiega.
Il parlamentare indicato nella querela è Francesco Silvestro di FI. Ma sotto accusa finisce anche A. P., l’uomo che, tempo prima, si era già presentato a lei come carabiniere. A tutela di entrambi i denunciati, il pm potrebbe decidere di sentirli, prima di proseguire con l’iscrizione nel registro degli indagati. E gli atti, oggi in un ufficio di periferia, potrebbero presto essere trasferiti a Roma.
Silvestro, 55 anni, già assessore ad Arzano (Comune poi sciolto per camorra), oggi segretario di Fi in provincia di Napoli, facoltoso imprenditore, è noto come “il re della notte”, sia perché è titolare della prima azienda italiana di materassi («Siamo un colosso da 100 milioni»), sia perché ama tirare tardi nei locali romani e bere
champagne («Sempre il Krug»). Ieri sera ha risposto a Repubblica negando però quanto denunciato dalla donna a suo carico.
Le sue parole, tuttavia, confermerebbero alcuni elementi del racconto della stessa V. al pm. Questi: é vero che l’ha incontrata un’unica volta a San Luigi dei Francesi; è vero che doveva inaugurare la sua villa a Capri; è vero che le ha ordinato dei vini; è vero che a suggerirle l’agente di commercio è stato il carabiniere-parente. Falsa, a suo dire «assurda», invece, la scena di lui che le mette le mani sulla testa e la spinge a subire un atto di violenza.
Cosa accade, secondo V., in quei «terribili» 30-35 minuti nello studio al Senato? Dopo i convenevoli, e dopo l’ordinativo con cui lui largheggia («Champagne, sassicaia, vari cartoni»), il parlamentare si racconta con orgoglio («Io guidavo i camion che ero ancora minorenne, e adesso sto al Senato»). Silvestro avrebbe cominciato con frasi allusive e molestie («Il vino mi eccita, perdo i freni») e di punto in bianco lei si ritrova col senatore che la blocca, spingendo un tavolino contro di lei che resta immobile seduta sul divano, «costretta» all’atto sessuale. V. dice di aver lasciato quella stanza in stato di choc. Fuori, l’attendeva in auto un amico che l’ha trovata in lacrime.
Silvestro non è mai stato denunciato per molestie. È finito invece nella bufera per altre storie: un vecchio procedimento per tentata corruzione e falso da cui è uscito (con la prescrizione); le sospette frequentazioni con personaggi in odore di camorra, da lui smentite; lo scontro pubblico con Mimmo Rubio, il giornalista autore di inchieste anticamorra che Silvestro aveva querelato (perdendo la causa). Attengono ai meme e al ”colore” invece le gaffe in aula, di cui il senatore – che ha avuto vari dolori, un figlio morto giovanissimo, un fratello travolto da una voragine – è il primo a sorridere.
Nella denuncia, colpiscono tuttavia anche le presunte intimidazioni. Quando A. P. è messo al corrente della violenza dalla donna, le dà appuntamento «in un anonimo bar di una zona industriale in Campania» e, facendole segno di tenere a distanza borsa e cellulare «nel timore di essere registrato», l’avrebbe ammonita: «Guarda che se denunci, ti rovini la vita. Pensaci bene, i politici hanno un potere che neanche ti immagini. Se lo fai, non lavorerai più». Per inciso: l’ordinativo, circa 7mila euro di vini per Silvestro, la vittima l’ha cestinato. Il senatore, ricorda V., aveva assicurato che poteva pagare ma «tutto in contanti».
La palla passa a questo punto alla magistratura, la giustizia farà il suo corso.
(da La Repubblica)

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QUANDO DAVIDE BERGAMINI A GENNAIO 2026 LASCIO’ LA LEGA DISSE: “PASSO A FORZA ITALIA PER NON FARMI TRASCINARE NELLE IDEE DI VANNACCI”

Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile

E DOPO 5 MESI PASSA CON VANNACCI: COERENZA SOVRANISTA

Addio al Carroccio che ha deragliato a destra. Così Davide Bergamini, già commissario del partito di Matteo Salvini a Bologna e sindaco di Vigarano Mainarda, nel ferrarese, ha deciso di cambiare casacca.
Passando dalla Lega a Forza Italia anche sui banchi del parlamento, dove siede dal 2022.
«La Lega si è spostata troppo a destra, io sono prima di tutto un sindaco, mi piacciono le cose concrete – spiega – rispetto tutti ma non posso farmi trascinare nelle idee del generale Vannacci, ho preferito andarmene io».
Così si era espresso Bergamini nel gennaio di quest’anno. A distanza di 5 mesi ennesimo salto della quaglia; come se niente fosse, ora passa da Forza Italia a Futuro Nazionale, il partito di quel Vannacci di cui parlava male .
(da agenzie)

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“NON SONO PREOCCUPATA PER LE USCITE DA FORZA ITALIA VERSO VANNACCI”: MARINA BERLUSCONI, SECONDO “ADNKRONOS”, NON AVREBBE ALCUN “RAMMARICO” PER L’ADDIO A FI DEI DEPUTATI ATTILIO PIERRO E DAVIDE BERGAMINI PASSATI A FUTURO NAZIONALE DI ROBERTO VANNACCI

Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile

“SONO SCELTE SBAGLIATE DEL PASSATO” (UN SILURO A TAJANI CHE HA PORTATO DENTRO AL PARTITO ANCHE ESPONENTI CHE NON NE CONDIVIDEVANO I VALORI FONDAMENTALI)… PER GIORGIA MELONI, LA COPERTA E’ CORTA: SA CHE SE IMBARCA ANCHE VANNACCI, RISCHIA DI PERDERE FORZA ITALIA. MARINA BERLUSCONI HA DETTO CHIARAMENTE CHE “NON VUOLE ESTREMISTI IN COALIZIONE”

Nessun rammarico per i due deputati che da Forza Italia sono passati a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci.
La primogenita di Silvio Berlusconi, Marina, a quanto apprende l’Adnkronos da fonti vicine ad Arcore, non sarebbe preoccupata per l’addio di Attilio Pierro e Davide Bergamini, che avevano aderito al movimento azzurro nel gennaio scorso e sono approdati oggi ufficialmente in Futuro nazionale.
Certe uscite, raccontano le stesse fonti, sono considerate la conseguenza di scelte sbagliate del passato, che hanno portato dentro al partito anche esponenti che non ne condividevano i valori fondamentali.
La presidente di Fininvest non ha nessuna intenzione di interferire nella linea politica di Fi, ma le sta a cuore il futuro del partito fondato dal padre e crede fermamente in una sua svolta liberal. In tale contesto c’è stato il doppio avvicendamento alla Camera e al Senato con la nomina dei capigruppo Enrico Costa e Stefania Craxi.
(da Adnkronos)

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COME MAI PETER THIEL TORNA A CIANCIARE DI ANTI CRISTO A ROMA? A FAR GIRARE I NEURONI DEL CAVALIERE DELLA TECNODESTRA AMERICANA È STATA LA SCELTA DI PAPA LEONE XIV DI INVITARE IL CO-FONDATORE DI ANTHROPIC, CHRISTOPHER OLAH, ALLA PRESENTAZIONE DELL’ENCICLICA “MAGNIFICA HUMANITAS”

Giugno 7th, 2026 Riccardo Fucile

THIEL TORNA NELLA CITTA’ ETERNA DOPO CHE, LO SCORSO MARZO, IL SUO CICLO DI CONFERENZE ERA STATO SNOBBATO SIA DAL GOVERNO MELONI, SIA DAI QUATTRO SCAPPATI DI CASA DELL’EGEMONIA CULTURALE DI DESTRA

Come mai Peter Thiel torna a cianciare di Anti Cristo nella città eterna? Non gli è bastato all’eminenza nera dei Big Tech, gran sostenitore finanziario del vice-Trump, JD Vance, il fallimentare debutto romano, snobbato sia dal governo Meloni, sia dai quattro scappati di casa dell’egemonia culturale di destra?
È successo che nessuno, ma proprio nessuno, Mago Othelma compreso, si aspettava che, dopo appena un anno di pontificato, la prima enciclica di Papa Leone venisse dedicata, anziché a chissà quale questione teologica, al tema contemporaneo, il più controverso e dibattuto: che fare per regolamentare la nuova e dirompente rivoluzione tecnologica prodotta dall’Intelligenza Artificiale?
A far girare i neuroni di Thiel, già survoltati del loro, fino al punto di spingerlo a far organizzare il prossimo 11 giugno nella cornice barocca del Salone Borromini alla Biblioteca Vallicelliana, di nuovo a cura dell’Associazione Culturale Gioberti, un nuovo convegno capitolino è stata la scelta del primo Papa americano Robert Prevost di invitare per la presentazione dell’enciclica “Magnifica Humanitas” il cofondatore di Anthropic, Christopher Olah, che insieme all’americano di origine italiana, il cattolico Dario Amodei, ha sviluppato Claude, l’unico modello generativo di AI focalizzato sulla sicurezza etica.
Tant’è che Anthropic, che è più potente del rivale GPT di OpenAi, ha rotto un contratto da 200 milioni di dollari con il Pentagono per l’uso e abuso militare di Claude, mandando su tutte le furie Trump.
Ovviamente la nascita di un’alleanza dei due avversari, tra i più temuti dal presidente demente degli Stati Uniti, meritava una nuova “crociata” nella capitale del mondo cattolico da parte dell’ideologo della tecnodestra che, non contento di accumulare miliardi con le tecnologie di Palantir, vuol fare anche il Mosè del Web sparando cazzate su cazzate sull’arrivo prossimo venturo di un Anti Cristo, nemico dell’innovazione e del progresso tecnologico (insomma, del suo conto in bancarotta
(da Dagoreport)

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