Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile
“LA SEPARAZIONE DELLE CARRIERE NON CAMBIA NULLA. AI MIEI COLLEGHI CHIEDO: QUALI VANTAGGI PORTERA’?”
Il principe dei penalisti italiani : “Mai una volta sono entrato in aula pensando che il giudice
avrebbe dato ragione a tutti i costi al pm”
“Ancora aspetto una dimostrazione, soprattutto dai miei colleghi, di quali vantaggi deriveranno da questa separazione. Vorrei che mi si dicesse “uno, due, tre, quattro”, come conseguenze dirette. Io ormai ho una lunga carriera alle spalle, di delusioni ne ho incamerate tante, ma mai una volta sono entrato in aula pensando che il giudice avrebbe dato ragione a tutti i costi al pubblico ministero. E non credo che la separazione delle carriere cambierà le cose”.
Franco Coppi, il “principe” dei penalisti italiani, difensore tra gli altri di Silvio Berlusconi e Giulio Andreotti, torna a esprimere in pubblico la sua contrarierà alla riforma Nordio. Ospite di un dibattito organizzato dal Movimento 5 stelle in Campidoglio, insieme al leader pentastellato Giuseppe Conte, al direttore del Fatto Marco Travaglio e alla costituzionalista Ines Cioli (moderatrice la giornalista Valentina Petrini), il professore e avvocato chiede di uscire dalla “truffa delle etichette“: “Non parliamo di una riforma della giustizia, ma della magistratura. Così come sarebbe il caso di non parlare più di separazione delle carriere: si vogliono due magistrature, assolutamente indipendenti l’una dall’altra”.
Il provvedimento del governo, dice Coppi, “nasce dall’idea che tutti i magistrati siano intellettualmente disonesti, i giudicanti destinati ad appiattirsi sul pubblico ministero. Questo, sulla base della mia esperienza, non è”.
Poi spiega col suo stile sardonico: “Io sono un vecchio praticone, quello che mi interessa è se questa riforma garantirà una sentenza più giusta. Quando difendo un innocente avrò maggiori garanzie? Non mi sembra, perché ciò che conta è l’onestà intellettuale del singolo magistrato. Se abbiamo un ciuccio, non è che con la separazione delle carriere lo facciamo diventare Ribot: rimane un ciuccio separato. Il giudice intellettualmente onesto apprezzerà le tesi del pm e quelle del difensore come deve farlo, il giudice che parte dall’idea che il pm dev’essere privilegiato continuerà a farlo”. E ironizza: “Per orgoglio professionale non mi piace battagliare ad armi pari, voglio farlo in una posizione di inferiorità, perché lo sfizio di fottere il pm, se consentite, è molto più grande”.
Marco Travaglio a sua volta usa l’ironia parlando di Nordio: “È il miglior testimonial per il No, io lo farei parlare sempre, soprattutto dopo una certa ora”. Ericorda che il “primato della politica“, citato dal ministro e da tanti giornalisti come ispirazione della riforma, “non esiste“: “Nella Costituzione c’è scritto che la legge è uguale per tutti, quindi i politici sono sottoposti alla legge come tutti gli altri cittadini”.
Conte, invece, contrasta la narrazione del governo secondo cui la modifica alla Costituzione è “tecnica” e non politica: “Loro stessi hanno affermato che non ci sarà nessuna accelerazione dei processi, non ci sono investimenti, non c’è alcun rafforzamento degli organici, ma che c’è solo un intento politico. Come fai allora a dire che non è una riforma politica?”. E ricorda tutte le occasioni in cui esponenti del governo hanno ammesso il loro vero obiettivo: “Ricordate il post di Meloni contro la Corte dei Conti? Scrisse che questa riforma e quella della Corte dei Conti sarà la risposta piu adeguata contro l’intollerabile invadenza della magistratura. Nordio ha chiarito anche lui che “l’opposizione se ne avvantaggerà”. E poi Tajani, che segue la tradizione di Berlusconi e chiede di togliere ai pm la direzione della polizia giudiziaria”.
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile
LA PREMIER AVEVA INVESTITO MOLTO SUL RAPPORTO PERSONALE CON MERZ. POI PERO’ E’ ARRIVATO UN DISCORSO NETTO, DURISSIMO CONTRO I MOVIMENTI MAGA
Due preoccupazioni, entrambe politiche ma di natura diversa, agitano le giornate di Giorgia Meloni. La prima arriva da Berlino. La seconda potrebbe materializzarsi, un giorno.
La premier aveva investito molto sul rapporto personale con Friedrich Merz. Due settimane di sorrisi, strette di mano, dichiarazioni amichevoli. Un’intesa coltivata con pazienza, nella convinzione che un asse pragmatico tra Roma e Berlino potesse rafforzare la posizione italiana in Europa e, insieme, tenere aperto un canale privilegiato con Washington. L’idea era chiara: accreditarsi come ponte tra il Partito popolare europeo e l’area conservatrice americana, offrendo a Merz una sponda affidabile anche nel dialogo con l’universo trumpiano.
Poi, però, è arrivato il discorso che ha cambiato il clima. Quello del leader tedesco. Un intervento netto, durissimo, contro i movimenti Maga e contro quella declinazione identitaria del conservatorismo che in questi anni ha trovato sponde anche nel governo italiano. Parole che a Palazzo Chigi sono suonate come una doccia fredda. Non solo per il merito, ma per il tempismo: dopo una fase di avvicinamento che Meloni aveva interpretato come l’inizio di una convergenza strategica.
La sensazione, tra i fedelissimi della premier, è quella di uno scarto improvviso. Di un partner che, dopo aver incassato visibilità e legittimazione europea, ha scelto di marcare la distanza proprio sul terreno più sensibile: il rapporto con Donald Trump e con l’America conservatrice. Un colpo che indebolisce la narrazione di Meloni come interlocutrice privilegiata tra le due sponde dell’Atlantico e che riapre interrogativi sulla solidità dell’asse con Berlino, al di là delle formule diplomatiche e dei protocolli bilaterali.
La seconda preoccupazione è più silenziosa ma non meno insidiosa. Riguarda Nicola Gratteri e l’ipotesi, ancora tutta teorica ma sempre più evocata, di una sua possibile discesa in politica. Il magistrato antimafia gode di un consenso trasversale, costruito in anni di esposizione pubblica e di battaglie contro la criminalità organizzata. È una figura che parla alla pancia e alla testa del Paese: rassicura chi chiede legalità e intercetta una domanda di rigore che attraversa destra e sinistra.
Proprio qui sta il punto. Gratteri è uno che piace anche a destra. E in una stagione segnata da sfiducia verso i partiti tradizionali, l’eventuale ingresso in campo di una personalità percepita come indipendente e inflessibile potrebbe ridisegnare equilibri consolidati. Non è uno scenario imminente, né scontato. Ma in politica contano anche le ombre, le possibilità, le ipotesi che si insinuano.
Tra un alleato europeo che prende le distanze e la prospettiva di un outsider capace di attrarre consenso trasversale, Meloni si muove su un crinale sottile. È il prezzo della centralità: quando si è al vertice, ogni mossa degli altri diventa un fattore di stabilità o di rischio. E ogni preoccupazione, anche se ancora in potenza, pesa come una variabile da non sottovalutare. Anche per questo il referendum sulla giustizia diventerà fondamentale. Se Gratteri vince. la Meloni rischia il Ko.
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile
“SOLO LO STATO RUSSO AVEVA I MEZZI, IL MOVENTE E L’OPPORTUNITÀ DI UTILIZZARE QUESTA TOSSINA LETALE. LO RITENIAMO RESPONSABILE DELLA SUA MORTE” … I LABORATORI HANNO RINVENUTO TRACCE DELLA TOSSINA IN CAMPIONI DI TESSUTO PRELEVATI DI NASCOSTO DAL CORPO DI NAVALNY E CONTRABBANDATI FUORI DALLA RUSSIA
Due anni dopo che la Conferenza sulla sicurezza di Monaco era rimasta sconvolta dalla notizia
della morte in carcere di Aleksej Navalny, i servizi segreti di cinque Paesi occidentali hanno dichiarato in una nota congiunta che l’oppositore russo fu avvelenato da epibatidina, una neurotossina letale derivata dalle velenose rane freccia ecuadoriane. «Solo lo Stato russo aveva i mezzi, il movente e l’opportunità di utilizzare questa tossina letale per colpire Navalny durante la sua prigionia in una colonia penale russa in Siberia, e lo riteniamo responsabile della sua morte», conclude la nota.
Due anni fa le autorità russe avevano attribuito la morte di Navalny in una colonia penale sopra il Circolo Polare Artico a una «combinazione di malattie». Un annuncio che era stato accolto con scetticismo. Ora i dubbi sono stati confermati dai laboratori di Regno Unito, Francia, Germania, Svezia e Paesi Bassi che hanno rinvenuto tracce della tossina in campioni di tessuto prelevati di nascosto dal corpo di Navalny e contrabbandati fuori dalla Russia.
L’epibatidina è un alcaloide altamente tossico estratto dalla pelle della rana velenosa sudamericana chiamata Epipedobates tricolor, o rana freccia.
Provoca un progressivo intorpidimento di tutto il corpo che può rapidamente evolvere in paralisi totale. La morte sopraggiunge quando la paralisi provoca
insufficienza respiratoria. La sua concentrazione massima nel cervello viene raggiunta circa 30 minuti dopo l’ingestione. A dosi più elevate, la progressione è netta: paralisi, perdita di coscienza, convulsioni, coma e morte.
«Quello che sappiamo delle condizioni di Navalny prima della morte – il collasso improvviso, la perdita di coscienza, l’impossibilità di rianimarlo – è esattamente ciò che ci si aspetterebbe da un agonista del recettore nicotinico ad azione rapida come l’eepibatidina. I sintomi sono quelli da manuale. Il corpo semplicemente si spegn», ha detto un tossicologo al sito investigativo russo indipendente The Insider.
Le cinque nazioni intendono presentare le loro conclusioni all’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opcw) accusando la Russia di non aver distrutto le sue scorte di armi chimiche in violazione degli obblighi previsti dal trattato.
Queste nuove scoperte confermano la teoria avanzata dalla vedova dell’oppositore, Julija Navalnaja, che lo scorso settembre aveva dichiarato che suo marito era stato «avvelenato».
«Ero certa fin dal primo giorno che mio marito fosse stato avvelenato, ma ora ci sono le prove: Putin ha ucciso Aleksej con un’arma chimica. Sono grata agli stati europei per il meticoloso lavoro svolto in due anni e per aver scoperto la verità. Vladimir Putin è un assassino».
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile
IL VICEPRESIDENTE DELLA CEI, MONSIGNORE FRANCESCO SAVINO, IL 13 MARZO A ROMA PARTECIPERÀ A UN INCONTRO DAL TITOLO “L’INSOFFERENZA PER LO STATO DI DIRITTO E IL NUOVO VOLTO DEL CAPO” … IL NUMERO UNO DELLA CEI, IL CARDINALE MATTEO ZUPPI, È STATO CHIARO: “C’È UN EQUILIBRIO TRA POTERI DELLO STATO CHE I PADRI COSTITUENTI CI HANNO LASCIATO COME PREZIOSA EREDITÀ E CHE È DOVERE PRESERVARE”
Al referendum sulla giustizia del prossimo 22 e 23 marzo bisogna votare No perché così avrebbero voluto sia Leone XIII sia, soprattutto, san Giovanni XXIII. L’organizzatissima campagna per respingere la riforma varata dal governo lascia da parte le questioni tecniche, il sorteggione per il Csm e altri cavilli annoianti e punta sul timor di Dio, scomodando Papi santi e Papi tornati di moda.
Giuseppe Mastropasqua, socio della sezione di Trani dell’Unione dei giuristi cattolici italiani – che è una specie di Comintern del No – e presidente del tribunale di Sorveglianza di Lecce, da un mese va per chiese e saloni parrocchiali delle diocesi di Trani-Barletta-Bisceglie, Molfetta e Andria, a spiegare perché nell’urna si debba infilare la scheda con ben sbarrato il niet.
Le motivazioni date all’uditorio – numeroso e motivato assai, con tanto di foglietti per prendere appunti, come si vede da gallerie fotografiche e video appositamente
diffusi su social e siti internet – è che “già nella Rerum novarum si sanciva come giusta la divisione dei poteri dello stato.
Il calendario degli eventi delle tre diocesi pugliesi è solo l’esempio più eclatante di un impegno, neppure troppo timido, di sostegno della Chiesa di base alle ragioni del No. Se non altro, di un impegno ben più organizzato di chi vorrebbe che vincesse il Sì.
Il Polesine veneto è in prima linea: l’Anpi organizzerà l’11 marzo, nell’Aula magna dell’ex Collegio vescovile di Este, un pomeriggio per “analizzare la riforma costituzionale e i possibili riflessi sui processi ambientali”. Relatori: il procuratore di Rovigo, Manuela Fasolato, l’avvocato Matteo Ceruti e Giampaolo Zanni della Cgil Veneto. Ceruti e Fasolato, assieme alla giudice Silvia Ferrari, a metà gennaio hanno partecipato alla prima uscita del Comitato “Giusto dire no!” a Rovigo. Location: la sala tel teatro parrocchiale di San Bortolo
“Alla fine ne è uscito un quadro evidente di giudizio negativo sulla riforma costituzionale”, si legge nelle cronache. Strano, dato i partecipanti. A coordinare il tutto, il presidente della sezione locale di Libera, l’associazione di don Ciotti.
Copione identico al sud. In Sicilia, la chiesa dell’Immacolata a San Gregorio di Catania ha ospitato un incontro dal titolo neutro che più neutro non si può, da tribuna politica degli anni Sessanta in bianco e nero: “Dialoghi sulla riforma costituzionale Nordio”. Peccato che i due relatori fossero entrambi per il No.
Impegnati nella battaglia campale sono anche i Pontifici oratori romani. Tra qualche giorno, il 19 febbraio, a Roma si terrà “un momento di confronto per un voto consapevole”. Confronto che però prevede la presenza di un solo relatore: Gherardo Colombo. In pratica, un sit-in per il No. Dall’oratorio assicurano che non sarà un monologo perché “la platea potrà intervenire” e che comunque è previsto anche un secondo appuntamento, stavolta per il Sì. Si è alla ricerca di un interlocutore all’altezza di Colombo.
Qualche sacerdote, pur chiarendo nella maggioranza dei casi che i dibattiti non avverranno in chiesa ma in oratori o saloni parrocchiali, spiega che dopotutto a favore del No è intervenuta la stessa Cei e quindi non c’è ragione alcuna di scandalo. Come e dove la Cei avrebbe invitato il Popolo fedele a votare No, non si
sa. Forse, avrà visto il programma di quanto accadrà il 13 marzo a Roma al cinema Aquila. Titolo dell’evento: “Preferirei di no!”. Alle 11 il panel “L’insofferenza per lo stato di diritto e il nuovo volto del capo” .
Relatori: Silvia Albano, presidente di Magistratura democratica, la scrittrice Benedetta Tobagi, il costituzionalista Francesco Pallante e l’eccellentissimo monsignore Francesco Savino, rampante e mediaticamente attivissimo vicepresidente della Cei, uno che negli anni ha contrastato tutto ciò che arrivasse da destra (premierato, autonomia differenziata).
Di certo, non ha semplificato il quadro quanto detto dal cardinale Matteo Zuppi nella prolusione dell’ultimo Consiglio permanente, alla fine dei gennaio: “La separazione delle carriere tra pubblici ministeri e giudici e l’assetto del Csm sono temi che, come pastori e come comunità ecclesiale, non ci devono lasciare indifferenti. C’è un equilibrio tra poteri dello stato che i Padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare.
Autonomia e indipendenza sono connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto, e tali valori devono essere perseguiti, pur nelle diverse possibili realizzazioni storiche e pluralità di opinioni e orientamenti. In un clima generale di disimpegno, che affiora ogni volta che siamo convocati alle urne, sentiamo l’esigenza di ribadire l’importanza della partecipazione.
Tutti noi parteciperemo, perché corresponsabili del bene comune del nostro paese. Invitiamo quindi tutti ad andare a votare, dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco per il presente e per il futuro della nostra società, senza lasciarsi irretire da logiche parziali”.
Immediati i titoli: la Cei è per il No. Il giorno dopo, la Cei smentisce e chiarisce che in quel passaggio del cardinale presidente c’era solo un invito a informarsi e a votare consapevolmente. Quello che fa ogni volta che si va a votare e che fece anche nel 2016.
Caso chiuso? Neanche per idea. Un sacerdote, don Alberto Carrara, ha scritto sul sito La Barca e il Mare: “Dunque, mi domando. Se io buon cattolico (i preti, di solito, sono buoni cattolici) volessi obbedire ciecamente a quello che i miei vescovi mi dicono di fare, dovrei preferire il no al sì perché tutti mi dicono (oddio, quasi tutti) che il no è meglio del sì per difendere l’autonomia del giudici. Perché torna un problema che annoia perché torna, ma torna perché è importante. Questo.
I vescovi mi danno le indicazioni di massima. Tocca a me elettore trarre le mie personali indicazioni di minima. E cioè decidere cosa votare. Solo che le indicazioni di minima sono strettamente legate alle indicazioni di massima. Anzi: le indicazioni di massima non servono a nulla se non intercettano le indicazioni di minima. Ed è talmente vero, questo, che nel caso del referendum sulla giustizia anche il cardinal Zuppi sembra sbilanciarsi e suggerirmi che è meglio votare no.
Il cardinal Zuppi non me lo dice, ma me lo suggerisce, che è un altro modo di dire. Che dice delicatamente, ma dice”. I vescovi, per lo più, tacciono. E’ finita l’èra della Cei impegnatissima sul campo di battaglia: allo stesso Consiglio permanente nessuno è intervenuto sul tema, eccezion fatta per le perplessità – espresse da un arcivescovo – sul Sì di Camillo Ruini annunciato in un’intervista al Giornale. Viene data mano libera alle diocesi e alle parrocchie, che – loro sì – appaiono assai attive.
Tra le grandi associazioni laicali, a esprimersi nettamente a favore della riforma Nordio è stata la Compagnia delle opere (Cdo): “Cdo – si legge in un manifesto – è consapevole che la riforma Nordio non esaurisce né risolve tutte le problematiche del sistema giudiziario italiano e che molto dipenderà dalle leggi di attuazione che il Parlamento sarà chiamato ad approvare.
Tuttavia, di fronte all’alternativa tra il mantenimento dello status quo e l’avvio di un percorso di riforma, la scelta del Sì appare la più ragionevole e responsabile. Nella convinzione che la ricerca di un modello ideale non debba diventare un alibi per l’immobilismo, Compagnia delle opere invita a cogliere l’occasione del referendum come un primo passo verso una giustizia più equilibrata e più rispettosa dei diritti”.
(da “Il Foglio”)
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Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile
PER ORA SALVINI RIDIMENSIONA LE SUE SPERANZE DI DIVENTARE VICESEGRETARIO DEL CARROCCIO: “OGNI COSA A SUO TEMPO”
La frase con cui Matteo Salvini ridimensiona le speranze di Luca Zaia di diventare
vicesegretario della Lega, e magari — ma non sembra crederci più nessuno — di scalarla, è un capolavoro di perfidia. Ogni cosa a suo tempo, dice il leader.
A proposito di un ex presidente di Regione che ha governato quindici anni, che è nella Lega da oltre trenta, che si è visto passare davanti personaggi come Roberto Vannacci e Silvia Sardone. Loro sì, diventati vicesegretari praticamente seduta stante.
Per capire da dove derivi tanta cautela nei confronti di Zaia, però, bisogna osservare quel che succede in Veneto. Dove all’allora presidente è stato impedito di correre per un terzo mandato che sarebbe stato — in realtà — il quarto, ma pare che lui non se ne sia accorto.
Se aprite i suoi social, o la tv, o scrollate video su Tik Tok, o ascoltate i passaggi alla radio, il campione di preferenze Luca Zaia, subito eletto presidente del Consiglio regionale con una sorta di mesto premio di consolazione, è ovunque. A rincorrere se non a oscurare il nuovo presidente Alberto Stefani: giovane, salviniano di ferro anche se radicalmente diverso dal suo padrino politico, religioso, attento ai temi sociali, ma visibilmente in difficoltà davanti a tanto attivismo.
Stefani va al pranzo di Natale di Sant’Egidio, due giorni dopo Zaia è in visita al
carcere di Padova a parlare con i detenuti di reinserimento lavorativo. Stefani visita un ospedale, Zaia si fa operatore di call center e risponde a una vecchietta che deve prenotare una Tac: «Lo faccio io!». All’inaugurazione del carcere minorile di Rovigo si ritrovano in due, e non si sa bene chi è che debba tagliare il nastro.
Ci sono le Olimpiadi a Cortina, da oltre un mese Zaia posta immagini di quando il Cio le ha assegnate all’Italia. «Sono qui grazie a me», rivendica parlando con chi gli chiede le ragioni di una presenza così assidua. Registra un podcast, Il fienile: primo ospite Giovanni Malagò.
Su Twitter ha cominciato il conto alla rovescia con 34 giorni di anticipo. Da allora, è un aggiornamento continuo. Su Instagram, un video lo mostra mentre guarda — in diretta da bordo pista — la discesa di Federica Brignone. Si volta verso la telecamera. Prevede: «Vince. Guardate come scia». Segue esultanza istituzionale, mentre Stefani è altrove, eclissato. «Mi sto occupando di ospedali e case di comunità», racconta a chi gli domanda dove sia finito.
E quindi, ecco Zaia accanto a Mattarella; Zaia che stringe la mano a J.D. Vance; Zaia con la presidente del Consiglio Meloni e con quella del Cio. Cortina è il suo regno, il suo mondo, la sua ribalta e — per ora — la sua rivalsa. Così come lo è Venezia quando c’è la mostra del Cinema. E occhio a Sanremo, potrebbe fare un salto
La certezza è che se la telecronaca inaugurale fosse stata affidata a lui, sarebbe andato molto meglio del direttore di RaiNews Petrecca tanto appare preparato. Intorno a lui e al suo successore c’è chi si meraviglia, chi si infastidisce, chi dice: “Se continua così, finirà male”. Ma il governatore che non avrebbe mai voluto smettere, non ci fa caso.
Respinge gli inviti di Salvini a candidarsi alla guida di Venezia, che certo è più di una città, ma insomma, “nessuno può mettere Luca in un angolo”, avrebbe detto Patrick Swayze in Dirty Dancing. E infatti, lui ha fatto capire che per il collegio lasciato libero da Stefani alla Camera per quel che resta della legislatura non è proprio il caso di cercarlo.
Meglio prepararsi, con il massimo della visibilità possibile, per le politiche del 2027. E puntare a bersagli più grossi. Certo, la Lega incarnata da Zaia — e per
paradossale verità anche da Stefani — è molto diversa da quella di Salvini. Ma questi son dettagli che fin qui, nessuno sembra intenzionato ad approfondire. Chissà se fino al prossimo sondaggio, con Vannacci in possibile ascesa, o fino alle prossime elezioni.
(da “la Repubblica”)
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Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile
DALLA CONFERENZA DI MONACO, MERZ HA LANCIATO UN DURISSIMO ANATEMA CONTRO LO SQUILIBRATO DELLA CASA BIANCA E RIFILATO UNO SCHIAFFONE AL CAMALEONTE MELONI, SUBITO VOLATA IN ETIOPIA A CIANCIARE DEL FANTOMATICO PIANO MATTEI… OGGI DA ADDIS ABEBA, LA DUCETTA SI AFFRETTA A CONFERMARE A “THE DONALD” LA SUA FEDELTÀ INCONDIZIONATA: “NON CONDIVIDO LE CRITICHE DI MERZ AL MONDO MAGA”
Pensavamo a un “motore”, invece era un calesse. Il nuovo asse Roma-Berlino — depurato da ogni riferimento alle tragedie novecentesche — è poco più che una parafrasi del vecchio film di Troisi. La premier Meloni l’ha spacciato come una svolta tra i due Paesi più filo-yankee del Vecchio Continente, come sempre supportata dai soliti lacchè da telecamera e tastiera.
Il cancelliere Merz ha fatto buon viso a cattivo gioco, salvo poi ricominciare a tessere il consueto filo con Macron e soprattutto, alla Conferenza di Monaco del giorno dopo, lanciare un durissimo anatema contro lo sceriffo di Washington
Cosa resta, allora, del vertice celebrato nel sontuoso castello teutonico? Cosa può far cambiare in meglio la vita di noi cittadini europei? Ancora una volta lo scarto tra apparenza e sostanza appare incolmabile. Promettiamo tempesta, seminiamo solo vento. L’America di Trump ci strozza con i dazi e con il kombinat militare-industriale-digitale. La Cina di Xi ci tiene in scacco con l’export, il renminbi deprezzato e le terre rare.
La Russia di Putin ci minaccia con la guerra del gas e le bombe sull’Ucraina. Schiacciata tra gli imperi, l’Europa continua a vagare nel suo labirinto, sospesa tra “momento Monnet” e “momento Pangloss”. Non c’è sedicente statista dell’Unione che non dica “facciamo presto”. Se solo sapessero dirci a fare cosa
Siamo il mercato più vasto del mondo, 450 milioni di consumatori. Siamo il più grande importatore/esportatore di beni e servizi, per un valore di 3.600 miliardi di dollari. Siamo il primo partner commerciale per più di 70 Paesi.
Mentre i capi di governo ad Alden Biesen tracciano brevi cenni sull’universo, a Vienna Isabel Schnabel per conto della Bce ci spiega che l’Europa, pur con tutti i suoi deficit di competitività, resta uno dei posti più felici del pianeta: per qualità della vita, protezione sociale, istruzione pubblica, infrastrutture, ambiente.
Nonostante questo enorme potenziale, scontiamo il noto ritardo strutturale. Non abbiamo debito né difesa comune, non abbiamo materie prime né colossi dell’high-tech e dell’Intelligenza artificiale, non abbiamo discipline fiscali né politiche
industriali armonizzate. Nell’ultimo anno di crisi geo-strategiche abbiamo perso il 10% della produzione energetica e il 15% di quella tecnologica.
Nel disordine globale e post-occidentale, accelerato dall’architetto del caos della Casa Bianca, dovremmo fare subito quello che suggeriscono Enrico Letta e Mario Draghi, autori dei due Rapporti più apprezzati e inascoltati della storia europea.
Da un lato, dovremmo costruire un “ambiente” giuridico in grado di unire davvero i 27 mercati esistiti finora: nell’energia (per ridurre i prezzi e garantire gli approvvigionamenti), nella tecnologia (per moltiplicare le reti e gli investimenti), nei servizi finanziari (per veicolare il risparmio verso l’innovazione).
Dall’altro lato, dovremmo lanciare il benedetto eurobond per finanziare questi progetti, procedendo con il metodo delle cooperazioni rafforzate che dal 1990 in poi rese possibile la nascita dell’euro
È il modello draghiano del “federalismo pragmatico”: l’Europa delle due velocità e delle riforme fatte con chi ci sta. Dove l’abbiamo adottato, come nel commercio e nella moneta, abbiamo portato a casa la pagnotta (vedi l’accordo sulle barriere doganali con l’India e con l’America Latina). Dove l’abbiamo evitato, come nella difesa e nella politica industriale, abbiamo preso solo schiaffi (vedi l’aiuto militare a Kiev e le joint venture nelle reti satellitari).
Il patto italo-tedesco e l’Unione “a geometrie variabili”, che abbiamo visto materializzarsi tra le brume di Fiandra, va nella direzione esattamente contraria. E produce un doppio danno.
C’è un danno per l’Europa stessa, prima di tutto: se di fronte alle criticità della fase la risposta è il rilancio degli Stati nazionali, allora siamo di nuovo alla malattia venduta come cura. Invece di condividere, frammentiamo ancora di più, come esige la dottrina delle destre sovraniste: quelle che governano (Fdi, Lega e l’ungherese Fidesz), quelle che ambiscono a governare (Afd e Rassemblement National) e quelle che non governeranno mai (come il vannacciano Futuro nazionale e il neo-franchista Vox).
Possiamo anche cedere a questa deriva, se il respiro delle leadership attuali è così corto da limitarsi a obiettivi minimi: un altro colpo di freno al Green Deal e all’auto elettrica, una sgrossata all’emissione dei titoli “verdi” per le aziende inquinanti e una sforbiciata alla iper-regulation a carico delle imprese. Ma così il malato prende giusto un brodino, e ci si rivede tutti a primavera al summit di Tolosa. Non è di questo che abbiamo bisogno, per credere ancora al bel sogno di Ventotene.
Poi c’è un danno per l’Italia. Cercare una sponda con Merz non ci porta in tasca un bel niente (a parte il dispettuccio meloniano al nemico Macron e al “bolscevico” Sánchez). La Germania chiede deroghe al limite comunitario agli aiuti di Stato, per sostenere l’industria tedesca in recessione: il cancelliere ha spazi di bilancio e se lo può permettere. La Sorella d’Italia invece non può spendere un centesimo: aspetta ancora di uscire dalla procedura per deficit eccessivo.
La Germania rifiuta nuove forme di mutualizzazione del debito: il cancelliere non vuole condividere il rischio con il Club Med. La Sorella d’Italia invece ne avrebbe un gran bisogno: come ai tempi della pandemia e del NextGenEu, che per noi si è tradotto nei 200 miliardi del Pnrr.
Se anche Roma e Berlino convincessero Bruxelles ad aggredire il Leviatano della burocrazia comunitaria, non avremmo risolto granché. Le barriere amministrative alla circolazione interna equivalgono a dazi doganali del 96% per i servizi e del 67% per le merci.
Ma è fin troppo facile, per Von der Leyen, rispondere a Meloni che buona parte degli ostacoli al mercato sono auto-prodotti: siamo pur sempre il Belpaese dei tassisti e dai balneari, delle rendite idro-elettriche e delle concessioni autostradali, degli affidamenti diretti nel trasporto pubblico locale e nella gestione dei rifiuti.
Possiamo maledire Maastricht finché vogliamo: ma se abbiamo il record assoluto sul prezzo dell’elettricità (115 euro a megawattora, contro gli 89,3 della Germania, i 65,2 della Spagna, i 61 della Francia e i 49 della Finlandia) la colpa non è della Commissione Ue. È solo nostra, che ancora paghiamo i misteriosi “oneri impropri” e “di sistema”.
Per la prossima settimana il governo annuncia l’ennesimo decreto legge, a beneficio delle famiglie piagate dal costo della luce: un contributo straordinario da 90 euro, ovviamente una tantum. Un altro pannicello caldo, che non risolve niente ma riflette l’ipocrisia di questa Italietta patriottica, autarchica ed euroscettica. Torna in mente la vecchia storiella dell’esattore Enel, che piomba in casa di due anziani e grida: fermi tutti, questa è una bolletta.
(da ilfoglio.it)
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Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO L’EX MINISTRO, OGGI DEPUTATO DI FDI, IL GENERALE “HA L’OBIETTIVO DI FARE MALE A SALVINI, PUÒ DIRE TUTTO QUELLO CHE SALVINI NON PUÒ DIRE.”… “ IL PARTITO DI VANNACCI FA MALE ALLE COALIZIONI. QUANDO SI È APPAIATI, E SI RISCHIA DI ESSERE APPAIATI, OGNI VOTO DIVENTA DECISIVO”
Ascoltate cosa pensa Giulio Tremonti di Vannacci, “il De Gaulle alla Scilipoti”. Professore, che
idea si è fatto del generale? “Innanzitutto mi chiederei chi ha scritto il libro “Il mondo al contrario”, il testo che lo ha portato alla ribalta, che ci ha fatto scoprire il generale”. Chi lo ha scritto? “Leggete bene i capitoli, ogni capitolo ha un mano diversa, uno stile diverso”. Cosa significa? “Che è un prodotto assemblato
anche perché, mi creda, un generale difficilmente ha tempo di scrivere libri. Il libro è un prodotto”. Il prodotto di chi? “Ho come l’impressione che sia un prodotto dei russi e basterebbe chiedere a un linguista. Se ci fosse ancora in vita avrei chiesto al grande Umberto Eco”.
Tremonti, Vannacci pesca nell’astensionismo o strappa voti a Salvini e Meloni?
“Ha l’obiettivo di fare male a Salvini, può dire tutto quello che Salvini non può dire. Penso che non prenda né i voti della destra né i voti della sinistra ma solo i voti degli incazzati della terra, e mi creda che gli incazzati si trovano sempre anche nel migliore dei mondi possibili”.
Tornando al libro, cosa altro ha notato?
“Guardate la copertina. Il testo è stato autoprodotto. Secondo lei una copertina con il titolo al contrario, girato, è un’intuizione di un generale? E ancora, se lei ha un libro nel cassetto non lo propone prima a una casa editrice?”.
Professore, Vannacci che destra è?
“Più che destra mi sembra un contenitore che rischia di far male alle forze responsabili. E non mi riferisco ai sondaggi, gli ultimi, che ho letto e che assegnano a Futuro Nazionale il 3.3 per cento. Quando dico che fa male mi riferisco alle coalizioni. Quando si è appaiati, e si rischia di essere appaiati, ogni voto diventa decisivo”.
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile
MELONI PERDE 1,3 PUNTI IN UNA SOLA SETTIMANA, LA SFIDUCIA SUPERA IL 61%
Il nuovo sondaggio settimanale di Termometro Politico restituisce la fotografia di un quadro politico in lieve ma costante movimento, dove anche piccoli spostamenti nei numeri raccontano dinamiche significative. Tra le opposizioni, il Pd resta
stabile, mentre il Movimento 5 Stelle recupera leggermente terreno. Nel centrodestra, Fratelli d’Italia mostra un lieve rallentamento, anche se l’area appare più equilibrata tra i principali partiti. Il dato più sorprendente riguarda però Giorgia Meloni: la popolarità della premier registra infatti un arretramento, in un clima segnato da crescenti critiche alla sua leadership.
Fratelli d’Italia in flessione
Iniziamo da Fratelli d’Italia. Il nuovo arretramento del partito della premier continua a cedere qualcosa sul terreno del consenso, scendendo dal 29,8% al 29,5%. Un calo di tre decimi che, isolato, potrebbe apparire marginale, ma che inserito in una tendenza più ampia segnala invece una fase meno brillante per il partito di Meloni, con una parte dell’elettorato di destra che sembra orientarsi verso altre forze dell’area.
Centrodestra: un equilibrio fragile tra Lega e Forza Italia
Nel frattempo, nel centrodestra, dopo il forte contraccolpo registrato la scorsa settimana, si rassottigliano le distanze tra Forza Italia, che si attesta all’8,1%, e la Lega, ora al 7,8%. Una forbice minima che riporta equilibrio nell’area guidata da Matteo Salvini, soprattutto dopo la fuoriuscita di alcuni parlamentari dalla Lega, che hanno scelto di avvicinarsi al progetto politico promosso da Roberto Vannacci, contribuendo nelle scorse settimane ad alimentare tensioni e a ridisegnare i rapporti di forza interni al centrodestra.
Opposizioni stabili: bene il Pd, il M5S recupera
Sul versante delle opposizioni, il Partito Democratico di Elly Schlein rimane stabile al 22%, consolidando una posizione che appare ormai strutturata, mentre il Movimento 5 Stelle guidato da Giuseppe Conte recupera terreno e sale al 12,1%, guadagnando due decimi. È un segnale, quest’ultimo, che suggerisce una lenta ma costante ricomposizione del consenso pentastellato.
Cresce AVS e Futuro Nazionale
Segnali di crescita, seppur contenuti in un solo decimale, arrivano anche da Alleanza Verdi e Sinistra, che sale ora al 6,5%, e dalla nuova creatura guidata proprio da Vannacci, Futuro Nazionale, che raggiunge il 3,6%, confermando una presenza non trascurabile in una fascia elettorale minoritaria ma già visibile. Tutti gli altri partiti restano invece al di sotto della soglia di sbarramento.
Cala la fiducia in Giorgia Meloni
Il dato più significativo, però, riguarda senza dubbio la fiducia nella presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che in una sola settimana perde 1,3 punti, scendendo così dal 39,2% al 37,9%. Un arretramento importante che si accompagna a un dato affermato di sfiducia, sommando chi dichiara di averne poca o nulla, che super il 61% e delineando così un clima profondamente complesso, nel quale la tenuta elettorale del principale partito di governo convive ora con una crescente area critica nei confronti della sua stessa leadership.
(da Fanpage)
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Febbraio 14th, 2026 Riccardo Fucile
MARY L. TRUMP DUBITA DELL’ATTENTATO SUBITO NELL’ESTATE DEL 2024
Figlia di Freddy Trump, fratello di Donald morto giovane per alcolismo, Mary L. Trump ha
scritto un libro che le ha dato notorietà, in cui racconta le vicende della sua famiglia e del suo rapporto con lo zio Donald. Ospite di Cinque Minuti su Rai 1, la nipote del tycoon non fa sconti allo zio.
“Moltissime persone in America sono in disaccordo con molte delle cose che dice Donald. In effetti lui è un bugiardo patologico”, ha detto parlando con Vespa. “Sappiamo che ha mentito decine di migliaia di volte nel suo ruolo di presidente degli Stati Uniti”, ha spiegato, accusando lo zio di causare danni “attraverso le sue politiche, non soltanto negli Stati Uniti ma come abbiamo visto recentemente, nel modo in cui si è comportato rispetto alla Nato e ad altri alleati, proprio a livello globale”.
A inizio intervista la donna ha ripercorso la vicenda di suo padre, morto molto giovane per alcolismo e a cui si attribuisce anche il fatto che Donald Trump sia astemio. “Mio padre era il fratello maggiore, aveva lo stesso nome di mio nonno e ci si aspettava che prendesse il controllo dell’impero di famiglia, ma non è stato completamente chiaro per me il motivo per cui lui ha deluso mio nonno”, ha ricordato, “Invece il fratello più giovane, di otto anni più giovane, Donald, è stato designato come suo successore. Nel corso del tempo poi mio padre è diventato sempre più emarginato nella famiglia, di conseguenza anch’io lo sono stata”, ha detto.
Mary Trump non ha apprezzato nemmeno la freddezza mostrata dallo zio in occasione del attentato a pochi mesi dalle presidenziali. “Devo dire che ci sono dei quesiti rispetto a quel tentativo di omicidio, così come lo definiscono”, ha detto. “Devo confessare che la reazione di Donald per me è stata sorprendente, perché io§so che è un codardo e quindi tra questo e il comportamento molto poco professionale dei servizi segreti penso che ci sia qualcosa che non viene raccontato di quella storia”.
Incalzata dal giornalista, alla domanda se secondo lei il tycoon avesse inscenato l’attentato, ha risposto: “Non sto suggerendo” che Trump si sia sparato da solo. “Quello che sto dicendo in realtà è che ha reagito in maniera tale che mi ha sorpreso e anche la reazione dei servizi segreti mi ha sorpreso. Ci sono molte cose che sono andate storte nell’organizzazione dei servizi segreti, non era stato protetto appropriatamente né prima, né durante né dopo quella sparatoria. È questo che sto dicendo. Non sto suggerendo nessun tipo di complotto”, ha aggiunto.
Commentando il grande successo elettorale dello zio, ha detto: “Penso che l’America sia diventata sempre più polarizzata. Siamo un paese razzista, misogino e sicuramente c’è stata una reazione alla presidenza Obama. È difficile per me capire perchè quasi 78 milioni di persone abbiano votato per lui nel 2024, dopo quello che ha fatto la sua prima amministrazione a questo Paese, in particolare durante il Covid. È qualcosa che dovremo capire meglio, perchè ha consolidato cosi tanto potere che sembra al momento che non ci siano nulla che possa fermarlo negli Usa. Dovremo contare sui leader degli altri Paesi, che possano almeno fare un tentativo di questo gemere”, ha sottolineato la figlia del fratello maggiore del presidente.
(da Fanpage)
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