Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile
FULMINEA LA RIABILITAZIONE DI SCHLEIN, ZIMBELLO PREDILETTO DELLE VECCHIE SERATE… E SILVIA SALIS NEL GIRO DI DUE WEEKEND È DIVENTATA LA JANE FONDA DEL CAMPO LARGO
Nelle “cene romane” del mercoledì o del giovedì – mai di sabato, di sabato escono solo i cafoni – il talk of the town è il grande distacco. Il lungo addio. Goodbye Giorgia! Anzi: ma chi te conosce!
Nei vasti appartamenti tra Prati e Aventino, sede naturale del potere informale italiano, seduti a tavola tra plotoni di giornalisti, imprenditori, ex sottosegretari, demi-monde di Palazzo Chigi, imprecisati “uomini di Fazzolari” (ci sono sempre), ex cda Rai, cinematografari, qualche spin doctor in libera uscita da Milano, con una o più “Claudie Conte” al seguito, la grande giostra del riposizionamento gira a pieno ritmo già da un po’.
“Io ad Atreju? Guarda che ti sbagli…”; “No no, non ho scritto un libro con Sangiuliano, era una prefazione, me l’ha chiesta la casa editrice”; “e poi basta con questa romanità”, detto a Roma o anche “Mamdani mi sta piacendo molto… bella la pied-à-terre tax!”, detto da chi non vede l’ora di farsi tassare la seconda o terza o quarta casa a Sabaudia o all’Argentario.
Fulminea anche la riabilitazione di Schlein, zimbello prediletto delle vecchie serate… “hai visto che senso delle istituzioni! La difesa di Meloni… una cosa bellissima, matura. E poi, vogliamo dirlo, ma com’è migliorata?”.
A tavola poi grande sdegno per l’affaire Regeni, inteso come documentario, “e poi Aldrovrandi!… e poi la sceneggiatura di Bertolucci!” – ma sottovoce, à la Marzullo, quei pochi che Regeni l’hanno visto confessano che “certo proprio bruttino, proprio didascalico, senza idee”… forse Regeni meritava di meglio (che sarebbe anche stata un’ottima risposta di Giuli e Mollicone, ma ormai ci si sgancia da tutto, anche dalle proprie commissioni).
Quando la conversazione finisce su Silvia Salis ecco silenzi, pause, occhiate interlocutorie. Fino a tre cene fa ci si lasciava ancora andare – “ma chi, quella della ginnastica?”– ma nel giro di due weekend e un rave è diventata la Jane Fonda del campo largo.
“Ora potrebbe sparigliare tutto”, dicono, in un arco che va da Forza Italia alla Flotilla, da Cuba libre a Marina Berlusconi. Anche se nessuno sa bene come. Anche se nessuno sa bene perché. Ma che importa.
Le “cene romane” sono il vero termometro del paese – anche quando il paese fa sistematicamente il contrario di quanto si è stabilito a tavola. Però qui si sa bene che gli italiani non ti riconfermano. Mai. E’ una cosa di principio. Quasi costituzionale.
Una chance si dà a tutti – è la democrazia, ci mancherebbe. Ma la riconferma di seguito no. Quella è roba da regime – e poi di che parliamo a cena per i prossimi cinque anni? Il pendolo deve oscillare. L’alternanza è una legge di natura. Mai farsi trovare impreparati. Eccoci qui, pronti per una nuova Primavera, come il libro di Conte, peraltro subito divorato – “scorre benissimo… si legge come un romanzo!”.
(da Il Foglio)
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Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile
L’ENNESIMO SCONCIO, INSORGE TUTTA L’OPPOSIZIONE, MA NON SOLO: DICONO NO ANCHE GLI AVVOCATI E LE CORRENTI DELLA MAGISTRATURA… MAGI SCRIVE A MATTARELLA
Nel decreto approvato ieri dal Senato, un emendamento della maggioranza introduce
un compenso per il legale che assiste i migranti per i rimpatri volontari. Il Consiglio nazionale forense si dissocia dalla norma: “La Camera intervenga. In stesura non interpellati e non rientra in nostre competenze”. L’Organismo congressuale forense proclama lo stato di agitazione contro la novità: “Si ledono i diritti dei migranti”. Le reazioni politiche: “Siamo a un passo dall’Ice di Trump”
Venerdì 17 aprile l’aula del Senato ha approvato il decreto sicurezza che ora passa alla Camera con tempi stretti. Tra le novità inserite c’è un emendamento della maggioranza che una prevede una “spinta” ai rimpatri volontari assistiti dei migranti. Per incentivarli si è pensato a un compenso per l’avvocato che offre consulenza legale e informazioni al migrante interessato. La norma ha provocato dure critiche dalle opposizioni, mentre il Consiglio nazionale forense si è dissociato chiedendo modifiche a Montecitorio.
La novità
Secondo l’emendamento, con la modifica scatta un compenso al legale della stessa misura del contributo economico oggi previsto per il migrante, e pari a 615 euro. Sarà riconosciuto “ad esito della partenza dello straniero”. Nella relazione illustrativa dell’emendamento sono riportati i dati del ministero dell’Interno per cui nel triennio 2023-2025 sono stati circa 2500 i cittadini stranieri che hanno chiesto e aderito ai rimpatri volontari assistiti, in media 800 l’anno.
Consiglio nazionale forense si dissocia da norma
In una nota, il Consiglio nazionale forense ha preso oggi le distanze dalla norma che introduce un contribuito agli avvocati per l’assistenza legale sui rimpatri volontari dei migranti. “In merito alla norma del decreto sicurezza che attribuisce al Consiglio nazionale forense un ruolo nel processo di rimpatrio degli immigrati e nella gestione dei pagamenti dei legali coinvolti, il Cnf precisa di non essere mai stato informato di tale coinvolgimento: né prima della presentazione dell’emendamento, né durante il suo iter parlamentare, né dopo la sua approvazione”. Contenuta nell’articolo 30 bis del decreto, la novità è stata introdotta con un emendamento di maggioranza e prevede la “collaborazione” del Consiglio nell’assistenza legale e un suo ruolo nei contributi economici ai legali. Il Cnf quindi “chiede che il Parlamento intervenga per eliminarne ogni coinvolgimento, sottolineando che le attività previste non rientrano tra le proprie competenze istituzionali”.
Organismo congressuale forense: stato agitazione contro norma
Anche l’Organismo congressuale forense (che è l’organismo di rappresentanza sindacale dell’avvocatura italiana) ha ribadito la contrarietà al decreto sicurezza lanciando lo stato di agitazione riguardo, in particolare, alla norma che prevede un compenso economico per l’avvocato che dia assistenza a un migrante nella pratica per il rimpatrio volontario. In una nota l’Organismo spiega: “Si introduce un compenso all’avvocato, subordinato esclusivamente all’assistenza al rimpatrio volontario del migrante e da corrispondere all’esito della partenza dello straniero. Il testo licenziato, nella logica che lo ispira e nelle conseguenze che ne derivano, non solo lede il diritto di difesa effettiva dell’individuo, ma addirittura stravolge il ruolo e la funzione dell’avvocato, essenziale nel garantire l’assetto democratico del nostro
ordinamento. La persona, migrante o cittadino che sia, ha diritto a una difesa effettiva e a un difensore che sia e appaia privo di interessi rispetto alle scelte da adottare nella difesa dell’assistito. L’Organismo congressuale forense afferma che l’attività difensiva ha, quale sua prerogativa, la libertà da qualunque potere e che alcun compenso può essere subordinato o previsto solo in ragione di una sorta di collaborazione da parte dell’avvocato nel conformare la sua attività e le sue scelte agli obiettivi perseguiti dalla politica”. Da qui la proclamazione dello stato di agitazione degli avvocati “in attesa che, in sede di successivo passaggio alla Camera, si modifichi integralmente il testo a tutela dei diritti fondamentali dell’uomo e dello Stato di diritto”.
Le reazioni politiche: “Siamo a un passo dall’Ice di Trump”
Numerose le reazioni critiche dalle opposizioni. Debora Serracchiani, responsabile Giustizia nella segreteria nazionale Pd in una nota scrive: “Quanto previsto dall’articolo 30 bis del decreto sicurezza approvato in Senato è gravissimo. In sostanza, il Cnf darà un ‘premio’ economico all’avvocato il cui migrante effettivamente parta e torni nel suo Paese di origine. Un incentivo per gli avvocati alla remigrazione dei loro assistiti. Avvocati che, al contrario, perderanno il patrocinio a spese dello Stato nel caso in cui i i migranti facciano ricorso contro l’espulsione. Una vergogna normativa che lede la stessa dignità dei professionisti e rispetto alla quale, mi auguro, che l’avvocatura faccia sentire la sua voce”. Il segretario di +Europa, Riccardo Magi, dice che “nel nuovo decreto sicurezza siamo a un passo dall’Ice di Trump: la maggioranza ha infatti previsto un premio in denaro di 615 euro per quegli avvocati che fanno rimpatriare i loro clienti migranti. Praticamente una taglia tipo selvaggio West, dove i diritti sono calpestati e chi dovrebbe tutelare i diritti dei cittadini stranieri viene incentivato economicamente a non farlo. Totalmente incostituzionale, contrario al principio del giusto processo e totalmente contrario persino al codice penale, che punisce il patrocinio infedele per chi svolge la professione legale”.
(da agenzie)
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Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile
SECRETATE LE RISPOSTE DEI PM DI MILANO ALL’ANTIMAFIA. L’INDAGINE ROMANA SUI SENESE È FONDATA SU DUE PILASTRI. IL PRIMO RIGUARDA IL TRAFFICO DI DROGA. IL SECONDO È FINANZIARIO
L’inchiesta su mafia e politica sbarca (anche) a Roma. La Procura capitolina acquisirà i verbali di Gioacchino Amico e di Bernardo Pace, collaboratori dell’indagine Hydra in corso a Milano. Il primo è l’uomo del clan Senese in Lombardia, con in tasca un selfie scattato con Giorgia Meloni nel 2019. Il secondo era un boss vicino a Matteo Messina Denaro, che ai pm milanesi stava raccontando i legami del “consorzio delle mafie” con politici di livello nazionale. Il 17 marzo, però, è stato trovato morto in carcere a Torino. Sulla sua morte, liquidata come “suicidio”, indaga la procura piemontese. Non solo.
I pm della Dda di Roma, coordinati dall’aggiunta Maria Cristina Palaia, sentiranno nella Capitale lo stesso Amico, nell’ambito dell’inchiesta più ampia sul gruppo criminale legato al camorrista romano Michele Senese detto “’O Pazzo”.
Tutto ciò mentre le risposte dei magistrati milanesi alla Commissione Antimafia, in trasferta giovedì, sull’ex sottosegretario Andrea Delmastro sono state secretate, su richiesta degli stessi investigatori.
La mossa della Procura di Roma, giunta a margine di un incontro di coordinamento tra i pm capitolini e meneghini, non è banale. Fin qui le inchieste sul clan non avevano mai sfiorato la politica nazionale. L’indagine romana sui Senese è fondata su due grandi pilastri. Il primo riguarda la parte criminale vera e propria: il traffico di droga, le piazze di spaccio e le commistioni con il tifo organizzato, in cu
converge anche quella sui mandanti dell’omicidio dell’ex capo ultrà laziale Fabrizio Piscitelli detto “Diabolik”.
Il secondo pilastro è finanziario: il riciclaggio nel mercato “legale” e la rete dei ristoranti. Da qui nasce il rivolo legato alla “Bisteccheria d’Italia”, in cui Delmastro e altri politici piemontesi (tutti non indagati) erano soci di Miriam Caroccia, figlia di Mauro, prestanome dei Senese. È in questo filone “economico” che potrebbero confluire gli atti milanesi. Tesserato di FdI, secondo Report Amico è stato in grado per un periodo di accedere liberamente in Parlamento. Ed è proprio a due passi da Montecitorio che nel 2020 ha incontrato due parlamentari del partito di Meloni, Paola Frassinetti e Carmela Bucalo.
Nelle intercettazioni, l’uomo dei Senese si vanta di avere contatti con altri politici come il sottosegretario Nicola Molteni (Lega), Giorgio Mulè (FI), gli ex ministri Renato Brunetta e Angelino Alfano. I diretti interessati hanno sempre negato di conoscerlo.
Dei verbali di Amico e Pace si è parlato a Milano durante le audizioni dell’Antimafia, che ha sentito il procuratore Marcello Viola e i pm che indagano su Hydra. La parte politicamente rilevante è stata secretata su richiesta della Procura.
Le domande, in anticipo sui commissari, le ha poste la presidente Chiara Colosimo: ci sono punti di contatto fra l’inchiesta Hydra e la vicenda Delmastro? La risposta è secretata e i verbali di Amico e Pace al momento non sono stati consegnati alla Commissione.
Colosimo ha chiesto pure se il selfie di Amico con Giorgia Meloni sia negli atti dell’inchiesta. Risposta della pm Alessandra Cerreti: non è agli atti perché non era più nel telefono del pentito, al momento del sequestro. Ma ha poi aggiunto che Amico ne ha parlato ai pm spiegando che quella foto l’aveva mandata in giro per far vedere con chi era e dove.
In polemica con Colosimo è Roberto Scarpinato, senatore M5s, perché – sostiene – la presidente non ha rispettato gli ordini di intervento, nonostante l’ex Pg di Palermo fosse il primo iscritto a parlare e avesse annunciato di dover lasciare i lavori alle ore 16. Scarpinato aveva preparato 13 domande “riguardanti le frequentazioni e i rapporti a Milano e a Roma di colletti bianchi del clan Senese co
esponenti apicali di FdI, desumibili da intercettazioni e da altre indagini, nonché sui capitali di origine opaca e schermati all’estero di società a cui sono interessati altri personaggi, sempre di FdI, con ruoli ministeriali”. E invece ha avuto la parola solo nel momento in cui doveva andare via.
Per Scarpinato si tratta dunque di “bullismo istituzionale della maggioranza”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile
WEBER LIQUIDA L’IPOTESI CHE IL PARTITO POPOLARE GUARDI ALLA DUCETTA COME A UN POSSIBILE NUOVO MEMBRO: “NON C’È ALCUNA DISCUSSIONE SU QUESTO. HO UN PARTNER MOLTO FORTE IN ITALIA, TAJANI”
«Chi fa politica contro gli interessi europei fa politica contro gli interessi nazionali:
Europa e interesse nazionale coincidono. Questa è una delle principali lezioni apprese dalle elezioni ungheresi e da altre elezioni negli ultimi anni». […]
Cosa significa la vittoria di Magyar per l’Ungheria e per l’Ue?
«Gli ungheresi hanno deciso sul futuro del loro Paese. Il leader di riferimento dell’estrema destra e delle forze populiste in Europa, Viktor Orbán, è stato pesantemente sconfitto da Péter Magyar con una maggioranza dei due terzi».
Cosa significa per il Ppe?
«Magyar è membro del gruppo del Ppe: è la prova che siamo il partito che può battere i populisti di destra, come ha fatto Tusk in Polonia e ora Magyar in Ungheria».
Qual è il segnale per le elezioni del 2027 in Francia, Spagna, Polonia, Italia?
«La mia strategia come presidente del Ppe è anche orientata alle elezioni europee del 2029: la grande battaglia sarà tra il Ppe e le forze populiste di estrema destra. Dopo le elezioni ungheresi, queste forze sono rimaste in silenzio. AfD, Le Pen, Vox: per loro è una sconfitta pesante.
Nei Paesi Bassi, dopo un breve periodo al governo, Wilders ha perso le elezioni. A livello europeo la sinistra non offre più soluzioni reali. In Ungheria non ci sono più socialisti, verdi o liberali in Parlamento. In molti Paesi stanno perdendo terreno.
Questo aumenta la responsabilità del Ppe. Sono comunque molto ottimista: avremo presto 14 leader, più della metà degli Stati membri dell’Ue sarà governata dal Ppe. Il nostro approccio funziona: contenuti, ottimismo e visione del futuro».
Magyar è nel gruppo al Parlamento Ue ma non nel partito. Lo farete entrare? Magyar resta distante su Ucraina, migrazione, energia…
«La politica continua e Magyar sarà primo ministro dell’Ungheria. Dovrà difendere gli interessi del suo Paese, ma lo farà con uno spirito di amicizia. Il suo primo viaggio sarà in Polonia da Tusk. Le persone in tutta Europa — in Italia, Germania e Francia — erano stanche di Orbán, che continuava a porre veti bloccando l’intera Ue, guidato più da un approccio ideologico ed egoistico, influenzato da altri interessi, piuttosto che dall’interesse europeo».
Lo farete entrare?
«Peter Magyar è uno di noi. Tre anni fa, quando stava iniziando il suo movimento, gli dissi che doveva unirsi al Ppe dopo le Europee. Accoglierli e integrarli non è stato privo di controversie, anche all’interno del Ppe. Ma la mia strategia era giusta:
l’unico modo per battere Orbán era offrire un’alternativa di centrodestra. Con questo approccio possiamo vincere anche le prossime elezioni in Polonia e Francia, e poi le europee».
La sconfitta di Orbán è anche una sconfitta per Trump?
«Le elezioni ungheresi sono state decise in Ungheria, non a Washington. I sostegni internazionali a Orbán non sono stati utili, anzi. Allo stesso tempo come Ppe restiamo forti alleati degli Stati Uniti».
Trump ha attaccato Meloni, che si è sempre considerata un ponte tra Ue e Usa. Adesso chi ha questo ruolo in Ue?
«Giorgia Meloni ha ragione nel difendere il Papa che è un’autorità morale importante, simbolo di pace. Per questo sostengo il messaggio del Papa. Siamo amici degli Stati Uniti e della loro amministrazione. Questo però non significa che siamo d’accordo su tutto. Convivono due elementi: l’amicizia e la nostra sovranità».
Von der Leyen non ha reagito ai commenti di Trump sul Papa.
«A nome del Ppe, del partito cristiano-democratico d’Europa, sto prendendo una posizione chiara: sostengo il Papa su questo tema. La posizione dell’Europa non lascia spazio a dubbi e Meloni l’ha espressa in modo molto chiaro».
L’Italia è stata criticata dagli Usa anche per non avere fornito la base di Sigonella.
«Sull’Iran, Trump non può aspettarsi che siamo partner se non ci consulta prima di agire. Dall’altra parte, in questo momento il tema centrale dei negoziati riguarda il programma nucleare dell’Iran, che è anche per noi europei motivo di preoccupazione. L’opzione nucleare per l’Iran è inaccettabile».
Il Ppe guarda a Meloni come a un possibile nuovo membro?
«Non c’è alcuna discussione su questo. Ho un partner molto forte e orgoglioso in Italia: il leader di Forza Italia, Antonio Tajani».
La prossima settimana lei sarà a Roma per la celebrazione organizzata da Forza Italia per i 50 anni del Ppe. Quale segnale politico invierà?
«Il Ppe ha guidato l’integrazione e lo sviluppo europeo negli ultimi 50 anni, con una leadership forte. Ora siamo il più grande partito europeo.
(da agenzie)
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Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile
IL CAMPO LARGO E’ AVANTI
Fin dall’inizio della legislatura, Fratelli d’Italia è stato il partito che ha retto in piedi la coalizione di centrodestra. Non solo perché è quello che ha preso nettamente più voti alle elezioni ed esprime la presidente del Consiglio, ma anche perché nei sondaggi politici è la forza di maggioranza che è cresciuta di più dal 2022 a oggi. Mentre i forzisti sono rimasti sostanzialmente stabili e i leghisti sono calati, i meloniani hanno guadagnato consensi. Ora però la tendenza sembra essersi invertita. Nella nuova rilevazione di Termometro politico, Fratelli d’Italia ha registrato il calo più forte degli ultimi anni. Così, il centrodestra è stato superato dal cosiddetto campo largo.
Fratelli d’Italia è al 28,6% e perde ben sei decimi in una sola settimana. Che sia il risultato della sconfitta al referendum e delle successive difficoltà di governo (i casi Delmastro, Bartolozzi, Santanchè, Piantedosi…), oppure della complessa situazione internazionale con la conseguente crisi energetica, fatto sta che oggi il partito di Giorgia Meloni è in discesa. Si parla ancora di numeri alti – resta la prima forza politica con distacco nel Paese – ma il calo è evidente e misurabile. E potrebbe mettere in difficoltà una coalizione che già affronta diversi problemi.
Forza Italia è all’8,1% dei consensi, in crescita di due decimi. Nonostante il periodo turbolento di Antonio Tajani, spinto al ‘rinnovamento’ del partito dalle pressioni della famiglia Berlusconi, i consensi si mantengono. E resta piuttosto stabile anche la Lega al 7,2%, con un +0,1%. Il Carroccio di Matteo Salvini oggi sembra ufficialmente diventata la terza forza della coalizione, dopo mesi di testa a testa con FI. A contribuire al calo è stato anche l’addio di Roberto Vannacci, che ha fondato il suo partito, oggi al di fuori della maggioranza: Futuro nazionale, che è al 3,7% e registra addirittura un +0,3%.
Nella coalizione di centrodestra c’è invece Noi moderati, stabile all’1%. Nel complesso, così, il centrodestra raccoglie il 44,9% dei voti. Non una percentuale bassa, ma neanche una che può assicurare la vittoria. Tanto più che il trend, in questo momento, è in discesa. Lo stesso vale per la fiducia in Giorgia Meloni: dic
di averne solo il 38,1% degli italiani, contro il 52,3% che non ne ha “per nulla” e il 9% che ne ha “poca”.
Nell’opposizione, il Partito democratico è al 22%, stabile. Chi guadagna voti è invece il Movimento 5 stelle al 12,5%, che cresce dello 0,2%. È un passo avanti di entità limitata, ma conferma che in questo momento secondo le rilevazioni di Termometro politico i pentastellati stanno guadagnando terreno.
Alleanza Verdi-Sinistra è al 6,4%, in calo di un decimo, poco influente dal punto di vista statistico. La coalizione è completata da Italia viva di Matteo Renzi al 2,4% e +Europa all’1,8%. Al di fuori dei due schieramenti si posizione Azione di Carlo Calenda, con il 2,9%.
Ad oggi, i partiti del campo largo sommati raggiungerebbero il 45,1%. Si tratta di appena due decimi in più rispetto al centrodestra, e tenendo conto del margine di errore statistico si può parlare in sostanza di un pareggio. Ma sulla carta resta il ‘sorpasso’, in questo momento, a dimostrare che uno schieramento è in crescita e l’altro in calo. Certo, resta da vedere se il campo largo sarà in grado di diventare una vera coalizione, e se in quel caso manterrà tutti i suoi voti attuali.
(da Fanpage)
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Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile
IL DOCUMENTARIO NON ACCESSIBILE IN ITALIA… TRA REGALI A CENTINAIA DI MIGLIAIA DI DOLLARI E FAVORI
Il documentario “The Bibi files”, la cui visione è bloccata in diversi paesi tra cui l’Italia,
da Benjamin Netanyahu, contiene i filmati degli interrogatori legati al processo per corruzione che vede imputato il primo ministro israeliano, accusato di un giro di favori e tangenti con ricchissimi imprenditori. Fanpage.it ha potuto vedere il documentario diretto da Alexis Bloom e quello che emerge è un quadro sconcertante. Un uomo al comando che si considera un Re, che richiede regali preziosi a uomini ricchissimi che si rivolgono a lui per favori da milioni di dollari, come le leggi sull’esenzione fiscale, oppure prestiti bancari.
Ma tutta quell’opulenza gli si è riversata contro, con uno stuolo di ex collaboratori pronti a testimoniare contro di lui, e i ricchi magnati che gli avevano chiesto favori, che sono crollati durante gli interrogatori della polizia. L’inchiesta giudiziaria aveva suscitato grandi proteste in Israele contro il primo ministro, che nel 2023, aveva proposto addirittura una riforma della giustizia per permettere alla politica di controllare i giudici. Ma poi, con il 7 ottobre e l’avvio della guerra a Gaza, tutto si è cristallizzato. La guerra permanente, che vede ancora oggi Israele attaccare il Libano e l’Iran, sembra costruita come una condizione necessaria per non affrontare i processi. Per determinare questo scenario, “Bibi” ha portato al governo la destra
più estrema che Israele abbia mai conosciuto, con Ben Gvir e Smotrich diventati gli azionisti di maggioranza dell’esecutivo.
Sigari, regali e i ricchi ai suoi piedi: la vita da Re di Bibi Netanyahu
I video degli interrogatori raccolgono le accuse contro Bibi dalla stessa bocca dei protagonisti. Ci sono gli imprenditori in cerca di favori, che hanno pagato con regali costosissimi, e ci sono i suoi ex collaboratori pronti a testimoniare. I fatti contestati seguono un arco temporale di poco meno di 10 anni, in una inchiesta iniziata nel 2016 e che ha visto centinaia di interrogatori dal 2021 al 2024. I regali più frequenti che Netanyahu e sua moglie Sara avrebbero ricevuto in cambio di favori, sarebbero sigari, champagne e gioielli. Queste ultime due tipologie sarebbero state indirizzate direttamente a Sara Netanyahu la cui figura, grazie a questa inchiesta, emerge come vera stratega del marito.
Una delle testimoni chiave del processo è Hadas Klein, ex assistente di alcuni miliardari, tra cui Aron Milchan, anche lui coinvolto nello scandalo per favori richiesti in cambio di regali al primo ministro israeliano. Klein, in “Bibi Files”, ammette che sapeva benissimo che prima o poi la polizia sarebbe venuta a bussare alla sua porta. Una volta interrogata ha raccontato tutto nei dettagli, facendo emergere anche delle dinamiche di potere interne alla famiglia Netanyahu che non erano mai state rese evidenti. “Nessuno poteva presentarsi a Netanyahu a mani vuote, e quello che portavi non era certamente qualcosa che porteresti a un amico” dice Klein. “Tutto quello che ho comprato, l’ho comprato per una sola persona, per Bibi – spiega la Klein – ho comprato una quantità di sigari enorme, davvero spropositata”.
Si parla di casse da 11 mila dollari l’una di sigari Cohiba di cui Netayahu andava matto e che avrebbe richiesto a più riprese in cambio della sua disponibilità ad ascoltare le richieste dei vari magnati che bussavano alla sua porta. “Netanyahu chiedeva che i sigari venissero messi in dei sacchetti e consegnati a lui personalmente, in modo che nessuno avrebbe potuto vedere” racconta Klein. Nei dialoghi con gli intermediari Benjamin e Sara Netanyahu avrebbero usato dei nomi in codice per indicare le loro volontà. “Sembra strano – dice Klein – ma amavano il linguaggio in codice. Per i sigari dicevano “foglie verdi”, mentre per lo champagne,
dicevano “pinks”. Negli interrogatori Netanyahu risulta impassibile. Nel 95% delle risposte alle domande che gli vengono poste risponde: “Non ricordo”.
Una percentuale imbarazzante, come gli stessi agenti di polizia gli fanno notare. Il resto delle sue risposte tendono a minimizzare i regali, di cui però non ricorda mai, affidandosi a una serie infinita di “forse si o forse no”, “è possibile”, “non me ne occupavo io”. Il primo ministro israeliano sapeva di essere ripreso durante gli interrogatori, e la sua postura sembra proprio quella di uno che sa di essere davanti a una telecamera e si comporta di conseguenza. Spavaldo e sicuro, offende spesso i poliziotti israeliani che lo interrogano con frasi come: “Ci sono centinaia di terroristi in giro e voi perdete tempo con queste cose?”. La moglie Sara invece fa molto peggio.
Il ruolo di Sara: la regina dello champagne e dei gioielli
Dalle interviste e dagli interrogatori quello che emerge è il ruolo assolutamente centrale di Sara Netanyahu nella coppia. È lei che consiglia il marito, dà indicazioni, cura in prima persona l’immagine pubblica del marito, si occupa di richiedere per sé i regali che le persone che chiedono favori a Bibi devono fare per ottenere quello che vogliono. Tutte le testimonianze su Sara coincidono, è una bevitrice accanita di champagne, tanto che il suo stato umorale è continuamente alterato, passando da urla isteriche di rabbia ad atteggiamenti gentili. “Tutte le persone normali sorseggiano caffè, Sara invece beve champagne, sempre, ovunque, Sara è sempre con un bicchiere di champagne in mano” rivela Hadas Klein. “Quando l’autista va a prenderla per spostarsi, dopo che lei sale in macchina, lui carica le casse di champagne nel bagagliaio”.
Una testimonianza simile è quella di Meni Naftali, ex maggiordomo di casa Netanyahu: “Vivono nel lusso. Io sono stato tre giorni con loro alla Casa Bianca, ma lo Stato non avrebbe coperto il mio onorario, quindi hanno falsificato le fatture. Lei beve molto e il suo stato d’animo passa dalle urla alla gentilezza, continuamente come un ciclo infinito. Io non capisco benissimo il rapporto tra lei e suo marito, ma credo proprio che lui abbia paura di lei”, dice l’ex maggiordomo. “Lei controlla tutto, sa sempre dove si trova il marito, e se non lo trova, chiama quattro o cinque generali dell’esercito che glie lo trovano subito”.
Sara negli interrogatori con la polizia, come mostrato dai video, ha un atteggiamento estremamente aggressivo, nega qualsiasi addebito. I regali in champagne, i regali in gioielli, nega tutto, anche quando le cose sono evidenti. “Sara mi ha chiesto un regalo e io le ho portato una collana e un anello. Poi mi ha chiesto di ricevere un regalo per il suo anniversario di matrimonio, e io le ho comprato un braccialetto da 42 mila dollari” ammette Hadas Klein, che al tempo lavorava per il produttore di Hollywood Aron Michal.
“Bibi le disse che era un braccialetto troppo vistoso, con tutti quei diamanti le persone si sarebbero chieste da dove fosse spuntato fuori. Così Sara mi chiese di cambiarlo, ma le spiegai che era impossibile, era completamente tempestato di diamanti, non si sarebbe potuto cambiare. Loro erano così, erano dei Re e noi dovevamo obbedire, e credo che Bibi abbia paura di Sara”.
Anche la miliardaria americana Miriam Adelson ricevette una richiesta simile da Sara Netanyahu. “Sara mi ha mostrato una collana e mi ha detto che Aron Milchan l’aveva presa per lei da Tiffany. E mi ha fatto intendere che sarebbe stata felice se ne avessi presa una anche io. Le ho detto che io ho la licenza per i casinò in Israele, e non posso fare nulla perché è illegale, non sembrava una cosa buona”. Adelson è stata tra le principali finanziatrici della campagna elettorale di Donald Trump con oltre 100 milioni di dollari, ha investito nelle colonie illegali in Cisgiordania, fondando una università, ed è amica personale di Sara Netanyahu come lei stessa ha ammesso da molto tempo.
Miriam Adelson era presente alla Knesset quando Donald Trump presentò al parlamento israeliano il cosiddetto piano di pace per Gaza, venendo citata direttamente dal presidente americano come una persona a lui cara. Secondo molti commentatori statunitensi, Miriam Adelson è uno degli anelli di congiunzione tra l’amministrazione Trump e quella di Netanyahu. Sara negli interrogatori ha risposto rabbiosamente respingendo ogni accusa, ma non entrando mai nel merito. Le sue risposte erano tutte in chiave politica come ad esempio: “Ci sono attacchi terroristici e voi dove siete? Cosa fate? Questo è uno stato di polizia e dei media? Non ha alcun senso quello che state facendo. Fate questi interrogatori per abbatter
il primo ministro, siete tutti complici”. Oppure: “Mio marito è la persona più onesta del mondo, lui difende questo paese, se ne prende cura. È un leader ammirato in tutto il mondo, siamo stati 3 giorni alla Casa Bianca è stato accolto come un Re, i leader e i generali di tutto il mondo lo ammirano, quando cammina nelle strade di New York o in Australia, la gente si ferma ad applaudirlo”. E infine: “Non accetterò nessuna domanda e non darò nessuna risposta, le vostre evidenze sono solo merda. Arrivederci”. Nessuna risposta invece sui gioielli e sulle casse di champagne.
La campagna d’odio contro la testimone chiave
Il ruolo centrale di Sara Netanyahu, negli affari di famiglia e in quelli di Stato, viene confermato anche da Nir Hafez, ex capo della comunicazione della famiglia Netanyahu e di Bibi. “La signora Sara è molto importante nelle relazioni politiche e con i media. Sta anche assumendo lei il personale dell’ufficio. Io ero la persona più vicina a Sara Netanyahu, tra i più vicini a Bibi, ed ero il portavoce di tutta la famiglia. Dopo le elezioni del 2015, lui ha iniziato a credere di essere un mago. Ha iniziato a credere quello che la moglie gli ha sempre detto, ovvero che lui è nato in Israele, ma se fosse nato in Michigan sarebbe il presidente degli Stati Uniti di sicuro” sottolinea Hafez.
La first lady durante il processo non è stata con le mani in mano, oltre a rispondere con aggressività agli interrogatori della polizia, avrebbe orchestrato una campagna d’odio nei confronti di Hadas Klein, una delle testimoni chiave al processo. A dicembre del 2024, la Procura di Stato ha avviato una indagine contro Sara Netanyahu, con l’accusa di aver organizzato con Hanni Bleiweiss, la defunta assistente del marito, proteste e campagne d’odio online contro Hadas Klein, allo scopo di condizionarne le dichiarazioni davanti ai magistrati. La vicenda venne portata alla Knesset dalla deputata di sinistra Naama Lazimi, che ricordò anche le condanne definitive già ripotate da Sara. La first lady è stata condannata nel 2019, a seguito di un patteggiamento, per aver utilizzato impropriamente fondi statali per un importo di circa 50.000 dollari per pasti forniti da un servizio di catering, mentre presso la residenza del Primo Ministro era presente uno chef a tempo pieno. Il ruolo chiave di Sara viene confermato anche dalla presenza costante ai vertici internazionali e agli incontri di Stato. È al tavolo con Donald Trump e il marito,
nell’incontro bilaterale alla Casa Bianca. È all’assemblea dell’ONU a New York, quando il primo ministro israeliano interviene. E chiaramente appare in tutte le manifestazioni pubbliche.
I processi a carico di Benjamin Netanyahu sono tre, denominati “caso 1000”, “caso 2000” e “caso 4000” e si stanno svolgendo presso il Tribunale distrettuale di Gerusalemme. C’era anche un “caso 3000”, un’inchiesta condotta dal giudice Benny Sagi, morto in un misterioso incidente stradale a gennaio del 2026, che riguardava dei casi di corruzione nell’acquisto di sottomarini e navi militari dall’azienda tedesca ThyssenKrupp. Nel caso “3000” il primo ministro israeliano non è stato rinviato a processo. I processi però vivono di continui rinvii dovuti agli impegni istituzionali del primo ministro e al rischio per la sua sicurezza. Il continuo stato di guerra che vive Israele metterebbe a rischio la partecipazione di Netanyahu alle udienze del processo poiché, secondo i servizi segreti, diventerebbe un obiettivo per i nemici di turno. Per molti mesi sono stati quelli di Hamas, che potenzialmente avrebbero potuto colpire il primo ministro, le ultime “giustificazioni” invece parlano di un rischio attentato da parte degli iraniani. Lo scorso 14 aprile, il Tribunale di Gerusalemme ha richiesto allo Shin Bet, il servizio segreto militare israeliano, di poter visionare i documenti secondo i quali la partecipazione di Netanyahu alle udienze del processo lo metterebbe in pericolo. Bibi è accusato di corruzione, frode e abuso d’ufficio nei processi a suo carico, e ha presentato una richiesta di grazia al presidente israeliano Isaac Herzog. Richiesta fortemente caldeggiata da Donald Trump, che proprio in occasione del suo discorso alla Knesset, chiese a Herzog di concedere la grazia a Netanyahu. Anche se ci fosse la volontà politica, la grazia resterebbe assai improbabile. Innanzitutto perché potrebbe arrivare solo dopo la condanna, e in secondo luogo perché secondo la legge israeliana, come ricordato da uno dei leader dell’opposizione e testimone al processo contro Netanyahu, Yair Lapid, la grazia può essere concessa solo dopo l’ammissione di colpevolezza e il rimborso di quanto sottratto.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile
LE SENTENZE DELLA JELINIC: IL NUOVO MINISTRO DEL TURISMO MAZZI? “POVERO CRISTIANO, DEVE STUDIARE”. LA CAPO DI GABINETTO ERIKA GUERRI FA “PARACULATE” PER TENERSI LA POLTRONA – IL FATTO: “GUADAGNA 120MILA EURO L’ANNO SENZA AVERE UNA LAUREA E SENZA SAPERE UNA PAROLA D’INGLESE (‘MA CON DUE BICCHIERI MI LANCIO’)”
Il ministro del Turismo Mazzi? “Povero cristiano, deve studiare”. La capo di gabinetto Erika Guerri fa “paraculate” per tenersi la poltrona, mentre la direttrice generale, Elena Nembrini, è lì perché “voi italiani apprezzate le mogli e i mariti”, alludendo al consorte, Roberto Papetti, direttore del Gazzettino in area Zaia.
La fotonica Ivana Jelinic è l’eredità materiale che Daniela Santanchè lascia al Turismo, al vertice della società pubblica Enit con 50 milioni di dote per la promozione dell’Italia all’estero: 120mila euro l’anno senza avere una laurea e senza sapere una parola d’inglese (“Ma con due bicchieri mi lancio”).
Si porta il compagno deputato Luca Squeri in “missione privata” a New York (“si mette lì accanto, non parla e non fa niente”). Prima di appendere ricorda al giornalista che fa campagne su tutti i giornali, “vi voglio bene a tutti, non faccio selezione”. Poi aggiunge: “Se scrive però scriva bene, mi tratti con garbo”
Vi annoia questo grigio panorama istituzionale? Chiamate Ivana. Un’ora al telefono, un fuoco d’artificio che, di petardo in petardo, illumina a giorno la gestione di una società di Stato che ha tante grane quante basterebbero a ribattezzarla la “Visibilia del Turismo”.
Retroscena. Il 25 marzo Santanchè si dimette. Un’ora dopo il suo “obbedisco”, la capo di Gabinetto Erika Guerri manda una comunicazione di fuoco, in copia al segretario generale e Mef, che richiama la “gentile Ad” al rispetto delle norme di spesa.
Jelinic: “A me è parsa una gran paraculata. Non ho modi principeschi, sono umbra. La banalità di una che improvvisamente si è trovata con la sedia che traballa”. E la sua? “Non mi sento in bilico. Delle poltrone non mi interessa, per non dire me ne fotto proprio”.
Se si imbarazza un poco è per una foto. Consolato di New York, 17 marzo, missione ufficiale Enit. In sala c’è anche il deputato Squeri. “Assiste seduto, non interviene, non fa nulla. È in forma privata, fine”. Chi paga? “Si è fatto il suo biglietto. Punto. Stop”. In ferie, missione, chissà. Nega trasferte goliardiche e sprechi, ammette conti asiatici tragici.
L’inciampo più fantozziano della storia: per pagare un allestitore in Indonesia, la tesoreria confonde le valute e invece di 6.000 euro spedisce in banca l’equivalente di 1,1 milioni. Diecimila euro evaporano nel cambio. “Mi sono imbufalita, roba da mettere le mani addosso a chi ha sbagliato”.
La tesoreria “se l’è fatta sotto”. “Io ho una crisi isterica: che c***o avete fatto?”. I responsabili? “Purtroppo stanno tutti bene, perché poi mi sono ricordata che era reato ucciderli”.
La politica le ha affiancato la commercialista Elena Nembrini come dg e “badante” dei conti, pagata 50mila più di lei. Ivana incassa benissimo: “Ho capito che voi italiani apprezzate le mogli e i mariti…”.
Il 21 gennaio 2025 esce un bando rivolto a tutti gli interni per due posti dirigenziali a tempo indeterminato. Dopo 24 ore, segnalazione a GdF, Anac e Corte dei Conti: profili “cuciti su misura” per nomi già scelti, tra cui Alessandro Petroli, esponente FdI e genero del defunto senatore Andrea Augello.
Sei mesi dopo vincono i due segnalati. Putiferio, denunce per falso in atto pubblico. Jelinic: “A chi ha scritto la lettera avrei chiesto cinque numeri al lotto”. Poi, in corner: “Mi piace valorizzare risorse interne”.
L’Anticorruzione che la tallona su 34 milioni di affidamenti senza gare senza contestarle nulla, lavora “per spot”: funzionari che giustificano lo stipendio con controlli a campione.
In chiusura resta in tema con quello spazio pubblicitario offerto al giornale meno incline di tutti. “Voglio bene a voi, tutti. Quando faccio le campagne le faccio con tutti, non seleziono. Ho una faccia sola”. Una “Visibilia in miniatura” che il ministro “povero cristiano” da oggi guarderà forse diversamente. Occhio al tornado Ivana. Può portare tempesta.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile
UN EVENTUALE LISTA SALIS NEL CAMPO LARGO SAREBBE GIA’ AL 6,5%
Un’eventuale lista dei riformisti di centrosinistra guidata da Silvia Salis farebbe
crescere i consensi del campo largo al 45,5%. Un’entrata in gioco della sindaca di Genova potrebbe cambiare le cose. Da sola, una sua lista, varrebbe già il 6,5%
Vediamo nel dettaglio che cosa è emerso dall’ultimo sondaggio di Noto per Porta a Porta.
Iniziamo con i consensi dei singoli partiti. Il quadro per Fratelli d’Italia resta positivo: è stabile al 29% e la distanza con il Pd è ancora ampia. Il partito guidato da Elly Schlein però, sta recuperando voti. Nell’ultima settimana ha guadagnato lo 0,5%, portandosi al 22,5%. Il Movimento 5 Stelle invece, mantiene il suo posto al 13%. Stesso discorso per Forza Italia, ferma all’8,5%.
I due cali più consistenti si registrano nella Lega, che scende al 7,5% (-0,5%), uno dei livelli più bassi degli ultimi quattro anni, e in Alleanza Verdi-Sinistra, che retrocede al 5,5% (-0,5%). La discesa del Carroccio sembra essere compensato da un incremento, dello stesso valore percentuale, di Futuro Nazionale, il nuovo partito fondato da Roberto Vannacci dopo la rottura con Salvini. Il suo movimento si attesta al 3,5%, oltre la soglia di sbarramento.
Poi troviamo i partiti di centro. Italia Viva-Casa Riformista, che sale al 3% (+1%), Azione, in calo al 2,5% (-0,5%), Noi Moderati, con l’1,5%, seguiti da +Europa e Udc (Unione di centro), rispettivamente all’1% e 0,3%.
L’affluenza per le politiche è stimata al 60%.
Il quadro delle coalizioni
Passiamo alle coalizioni. Il centrodestra perde voti, principalmente a causa della discesa della Lega, che porta la coalizione al 46,8%. Il campo largo invece, ne guadagna. Attualmente conquista il 45% (+1%). In uno scenario del genere quindi, se si votasse oggi, l’attuale maggioranza di governo sarebbe riconfermata.
Il sondaggio però considera anche un’altra possibilità, ovvero l’entrata in gioco della sindaca di Genova Silvia Salis, come possibile leader del campo largo. Se Salis scegliesse di correre alla guida della lista riformista, porterebbe il 6,5% di voti (un buon 3,5% in più rispetto ai voti che Casa Riformista sarebbe in grado di prendere da sola). Complessivamente il campo largo salirebbe al 45,5% a ridosso del centrodestra.
(da agenzie)
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Aprile 18th, 2026 Riccardo Fucile
LITE PREVENTIVA NELLA LEGA PER IL MEF, TAJANI VUOLE POSTI PER I SUOI
È l’atteso rimpastino di primavera, l’assegnazione di poltrone di sottogoverno che sta agitando – per usare un eufemismo – i partiti della maggioranza. Un tutti contro tutti che fotografa bene la situazione a destra.
Fratelli d’Italia è ai ferri corti al ministero della Cultura, Forza Italia deve smaltire le scorie delle bordate della famiglia Berlusconi contro la leadership di Antonio Tajani. Si profila una convivenza difficile al ministero dei Rapporti con il Parlamento tra l’entrante Paolo Barelli e la “veterana” Matilde Siracusano. E nella Lega solo l’ipotesi di nuovi posti, al Mef, irrigidisce le anime del partito.
Le nomine erano attese entro la settimana. Ma, giorno dopo giorno, sono slittate. Nel segno di faide interne e scontri tra alleati. «Non c’è alcuna scadenza», è la linea rassicurante di Palazzo Chigi. Giorgia Meloni, però, avrebbe voluto chiudere la partita prima possibile per scongiurare lo stillicidio. Di sicuro vuole archiviare la pratica con una nomina in blocco: tutti i sottosegretari in unico giuramento per tirare dritto fino alla fine della legislatura.
Guerra preventiva
La chiave di volta dovrebbe essere il prossimo Consiglio dei ministri. È atteso lo sblocco della nomina di Federico Freni, ora sottosegretario al ministero dell’Economia, alla presidenza della Consob. A quel punto sarà inevitabile riorganizzare tutto. La Lega dà per scontato di dover riempire la casella. Il candidato numero uno è Claudio Durigon, attualmente al Lavoro, che però ha cercato di abbassare l’attenzione. «Non ne sono nulla», ha detto, aggiungendo: «Se cambia qualcosa, chiaro che tocca a noi».
Per molti una smentita di rito per non aumentare il livello di tensione con il vertice del ministero, che fa capo a Giancarlo Giorgetti, compagno di partito di Durigon. Ma che preferirebbe Massimo Garavaglia, da sempre legato a doppio filo con il
ministro. In vista della prossima legge di Bilancio, l’ultima della legislatura, vorrebbe aver un profilo gradito a seguire il dossier.
Il leader leghista Matteo Salvini, però, vorrebbe mettere uno dei suoi al Mef per avere più possibilità di incidere nella “finanziaria elettorale”. Durigon, da potente braccio del segretario, conta molti nemici interni ed esterni. Che lavorano per evitare l’approdo a via XX Settembre. La casella di sottosegretario non è ancora libera ed è già iniziata una guerra preventiva.
A cascata si consuma la faida dentro Forza Italia. Al posto di Durigon, al Lavoro, Tajani punta a piazzare la deputata Chiara Tenerini, sua fedelissima, facendo imbufalire gli altri azzurri. Anche perché il cursus honorum della parlamentare di FI non è proprio dei più esperti nel settore. È alla prima legislatura e il suo nome non è stato di certo molto in auge.
Per Tajani, però, è una prova di forza dopo il siluramento dei capigruppo di Camera e Senato, Paolo Barelli e Maurizio Gasparri. E proprio questo punto apre la parentesi di un altro scontro tra i forzisti. A Barelli è destinato un premio di consolazione: sottosegretario ai Rapporti con il Parlamento. In quella postazione c’è già Siracusano, che è moglie e quindi sostenitrice della linea di Roberto Occhiuto. Fazioni diverse in conflitto tra loro.
Colleghi di partito che però potrebbero aumentare il nervosismo negli uffici. Un punto sembra chiaro: l’ex capogruppo di FI sarebbe un’aggiunta non il sostituto di Siracusano. Il ministro Luca Ciriani stima molto la sottosegretaria e non vuole privarsene. «Il lavoro non manca», ha sintetizzato il meloniano interpellato sul possibile potenziamento dell’organico.
Poche, insomma, le certezze. Oltre alla leghista Mara Bizzotto al ministero delle Imprese, in sostituzione di Massimo Bitonci, passato nella giunta della regione Veneto, sta per andare a dama un’altra pedina: Maria Chiara Fazio come sottosegretaria agli Esteri. La vicepresidente di Noi Moderati, figlia dell’ex governatore della Banca d’Italia Antonio Fazio, è la soluzione individuata dal leader del partito, Maurizio Lupi, per (ri)avere il posto lasciato vuoto da Giorgio Silli.
Cultura e dimissioni
L’epicentro degli scontri resta sempre il ministero della Cultura. I nomi vanno sulle montagne russe. L’accordo non si trova. FdI deve decidere chi promuovere sottosegretario dopo il trasloco di Gianmarco Mazzi al ministero del Turismo: Emanuele Merlino, in quota Giovanbattista Fazzolari, o Francesca Caruso, quota Ignazio La Russa (e Mazzi stesso). Il terzo incomodo è il preferito del ministro Alessandro Giuli, il deputato Alessandro Amorese.
La cosa certa è che si punta a indebolire la posizione dell’unica sottosegretaria in carica, Lucia Borgonzoni, con una redistribuzione delle deleghe, sottraendone alcune alla leghista. Addirittura si ipotizza un ulteriore sottosegretario per Forza Italia. Ma a quel punto sarebbe necessario un decreto per aumentare il numero di posti al governo, passaggio che Meloni non sarebbe intenzionata ad affrontare.
Al ministero della Cultura, intanto, continuano a volare gli stracci. Si è dimesso Pier Luigi Manieri, componente della Commissione per i contributi selettivi al cinema (coinvolta nella vicenda del documentario su Regeni). È stato Giuli a dimissionarlo. Il critico è in realtà considerato vicino a Federico Mollicone, presidente della commissione Cultura alla Camera, e antagonista dentro FdI del ministro. Il comunicato ufficiale non nasconde il livello di tensione.
Manieri ha fatto il passo indietro «alla luce di un confronto aperto e franco col ministro Alessandro Giuli, circa gli esiti delle procedure di finanziamento relative alle richieste di fondi selettivi». Chiunque arrivi al Mic non trova certo un clima sereno.
(da editorialedomani.it)
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