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MELONI HA SCELTO DI RESTARE INCOLLATA ALLA POLTRONA DI PALAZZO CHIGI, MA ANZICHÉ GUARDARSI ALLO SPECCHIO E AMMETTERE L’ARROGANTE BULIMIA DI POTERE DOMESTICO E IL VASSALLAGGIO ESTERO-TRUMPIANO, HA DECISO DI FAR PIAZZA PULITA DEGLI INDAGATI BARTOLOZZI, DELMASTRO, SANTANCHE’

Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile

E METTENDO AL MURO LA PANTERATA MINISTRA DEL TURISMO, IL BERSAGLIO NON PUÒ ESCLUDERE IL VOLTO MEFISTOFELICO DEL CO-FONDATORE DI FRATELLI D’ITALIA, NONCHE’ BOSS DELLA PRIMA REGIONE ITALIANA PER PIL, IL SICULO-LOMBARDO LA RUSSA

A stupire non è tanto l’esito straordinario del “No” al referendum sulla giustizia con la sua alta affluenza alle urne, ma il baratro culturale che ormai da anni separa i media tradizionali in via di estinzione e i sondaggisti da quella che una volta era chiamata l’opinione pubblica
Un esito che raffigura la débacle della Meloni e dei suoi codini opinionisti che spadroneggiano in Rai e Mediaset e nella quasi totalità della stampa quotidiana.
E senza che nessuno di loro, convinti della vittoria del “Sì”, avesse messo mai nel conto gli effetti devastanti di una eventuale loro sconfitta (tanto per non fare nomi: chiedere allo storico Paolino Mieli, gran fautore del “Sì”).
Eppure, scavando nell’archeologia di un passato non troppo lontano, avremmo ricordato (e ammonito) come la storia referendaria ha segnato il declino di leader ben più navigati di lei come Craxi (1991) e Renzi (2016).
Invece, abbiamo assistito all’ennesima fuga dalla realtà, degli editorialisti un tanto al kilo e costituzionalisti à la carte che, per settimane, hanno tentato di accreditare la tesi meloniana che non si trattava di un voto politico.
Tanto per dare voce all’ukase della Ducetta della Garbatella, decisa a restare a capo del governo anche in caso di sconfitta del “Sì”.
Un voto politico, dunque, era e rimane. Destinato a spegnere anche le sue velleitarie proposte riformatrici annunciate (legge elettorale Stabilicum)
Un voto pesante, quindi. Da non confondere con il “sei politico” negli anni della contestazione studentesca, come voleva far credere al “popolo bue” la Meloni.
Subito accompagnato ogni volta, e ripetuto a urne chiuse, “ignorantia docet” (leggi cafonata), dal suo mussoliniano: “Me ne frego se vince il “No”.
Ma la nuova geografia politica disegnata dall’esito (politico) della consultazione fa della Evita di Spinaceto (seggio in cui ha vinto il “No”) un’anatra zoppa.
Dopo una sconfitta, si sa, per un leader si aprono due strade: o si dimette o rafforza la sua leadership. Meloni ha scelto di restare incollata alla poltrona di Palazzo Chigi seguendo l’altro tragico motto del Ventennio: “Noi tiriamo dritto”.
Per dare una svolta alla sua leadership ridimensionata dal “No”, anziché guardarsi allo specchio e ammettere l’arrogante bulimia di potere domestico e il vassallaggio estero-trumpiano, la Statista della Sgarbatella ha subito deciso di far piazza pulita degli indagati (Bartolozzi, Delmastro, Santanche’).
E mettendo nel mirino la panterata ministra del Turismo armata di tacco 12, il bersaglio non può escludere la silhouette mefistofelica del co-fondatore di Fratelli d’Italia e boss incontrastato della prima regione italiana, il siculo-lombardo La Russa (chi sceglierà nel ’27 il candidato a sindaco di Milano, ‘Gnazio o Giorgia?)
Il “Sì”, infatti, sopravvive in Lombardia e Veneto. Cioè nelle due enclave leghiste pronte a scaricare il suo attuale leader.
Il vicepremier Salvini ormai è un “peso morto” per gli eredi di Bossi dopo aver arruolato nel partito il mercenario (e traditore), il fu Folgore Vannacci.
E dalle parti di Arcore, feudo dei Berlusconi dove il “Sì” ha perso, l’altro vice della Meloni, Antonio Tajani è uscito annientato nelle regioni governate da Forza Italia (Sicilia, Calabria e Basilicata).
Il suo destino di garante di Forza Italia sarebbe già segnato se Marina e Piersilvio, per prendere una decisione, non avessero bisogno di una ostetrica.
Tra la zavorra ministeriale, fatti fuori Bartolozzi, Delmastro e Santanchè, ora spicca la spritzante figura del ministro della Giustizia. Va detto che lunedì pomeriggio Carlo Nordio si è assunto la responsabilità politica della sconfitta, annunciando telefonicamente alla Meloni di considerare la propria lettera di dimissioni sul suo tavolo.
Che sono state ovviamente subito respinte al mittente dalla premier rimbambita di “No”: far saltare due ministri (Nordio e Santanchè) l’avrebbe costretta a un rischioso rimpasto di governo
Cosa che nello stato attuale dei malconci alleati Lega e Forza Italia, non è assolutamente da prendere in considerazione.
Così, quella che doveva essere la Madre di tutte le Grandi Riforme, un risarcimento postumo alle buonanime di Craxi e Berlusconi, si è rivelato un boomerang micidiale che fa cantare vittoria in primis ai suoi “nemici” del potere giudiziario
Già, le toghe a cui andavano spezzate le reni. Con tanto di “plotoni d’esecuzioni” annunciati dalla zarina, Giusi Bartolozzi, capo gabinetto del Guardasigilli il cui senso dello Stato è pari a zero.
E dopo che Nordio ha definito il Csm un “sistema para-mafioso”, i due masaniello alle vongole hanno posto una pietra tombale su ogni possibile dialogo con gli avversari che volevano mettere al muro.
Per arrivare alla scadenza della legislatura, nel ’27, la Meloni si troverà nelle stesse condizioni drammatiche degli italiani che al 27 di ogni fine mese devono far quadrare la loro busta paga falcidiate dalle tasse e dai rincari dei beni di consumo.
Così, la Capataz dell’armata Branca-Meloni – che ha perso faccia e credibilità anche in Europa (Macron lunedì avrà stappato una cassa di champagne alle sua sconfitta) – sarà costretta a navigare a vista.
Ben sapendo che la strada dell’elezioni anticipate è preclusa, sia per i tempi tecnici
per indirle, sia dai suoi alleati riottosi di governo impreparati ad affrontare un nuovo suffragio.
Nel pieno di una crisi economica provocata dai conflitti in Ucraina e nel Golfo, non sarà certo il Capo dello Stato, Sergio Mattarella, a sciogliere anticipatamente le Camere.
Sarebbe un altro “No” secco alla Ducetta caduta da cavallo. (Al massimo, le elezioni politiche potranno essere anticipate ad aprile, accorpate a quelle amministrative di Roma, Torino e Milano, tre comuni in mano al centrosinistra: forse è meglio soprassedere.)
(da Dagoreport)

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BYE BYE “PITONESSA”! LA SANTANCHÈ NON HA RETTO DI FRONTE ALLA PRESSIONE DI GIORGIA MELONI (E LA RUSSA), CHE IERI L’AVEVA CACCIATA CON UNA NOTA (MODALITÀ MAI VISTA PRIMA), “AUSPICANDO” UN PASSO INDIETRO DELLA MINISTRA DEL TURISMO

Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile

LA LETTERA VELENOSA DELLA “SANTADECHE’” A MELONI, MA COME CAPO DEL PARTITO, NON DEL GOVERNO: “CARA GIORGIA TI RASSEGNO, COME HAI UFFICIALMENTE AUSPICATO, LE MIE DIMISSIONI. HO VOLUTO CHE FOSSE PUBBLICAMENTE CHIARO CHE ERI TU A CHIEDERMI DI LASCIARE PERCHÉ VOLEVO FOSSE CHIARO, PER LA MIA ONORABILITÀ, CHE FACCIO UN PASSO INDIETRO, NON DOVUTO, SOLO DI FRONTE ALLA RICHIESTA CHE IL CAPO DEL MIO PARTITO RITIENE UTILE E OPPORTUNA” … ULTIMA STILETTATA TACCO 12: “NON VORREI ESSSERE IL CAPRO ESPIATORIO DI UNA SCONFITTA CHE NON È CERTO STATA DETERMINATA DA ME”

Daniela Santanché, ministra del Turismo, si è dimessa. La decisione arriva oggi, 25 marzo 2026, dopo il pressing della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni. Ieri la premier ha auspicato il passo indietro della ministra, che ha atteso 24 ore per formalizzare la decisione
Santanché stamattina si è recata nella sede del ministero per una giornata di lavoro apparentemente normale
Alle 15.05 la ministra ha lasciato il dicastero e si è infilata in macchina senza rispondere alle domande dei giornalisti. Poco dopo le 18, l’annuncio con messaggio alla premier: “Ti rassegno le mie dimissioni come hai ufficialmente auspicato. Obbedisco ma c’è amarezza”.
Cara Giorgia ti rassegno, come hai ufficialmente auspicato, le mie dimissioni dal ruolo di ministro che avevi voluto affidarmi e che credo di avere svolto al meglio delle mie possibilità e senza alcuna controindicazione.
Ti ringrazio per i riconoscimenti e per la fiducia che mi hai dimostrato in questi anni di guida del ministero del turismo. Ho voluto (e spero mi capirai) che fosse pubblicamente chiaro che eri tu a chiedermi di lasciare questo ruolo perché, come ho sempre detto, mi sarei dimessa solo di fronte ad una tua esplicita e pubblica richiesta.
Volevo fosse chiaro, per la mia onorabilità, che faccio un passo indietro, non dovuto solo di fronte alla richiesta che il capo del mio Partito ritiene utile e opportuna
Mi premeva e mi preme sottolineare che ad oggi il mio certificato penale è immacolato e che per la vicenda della cassa integrazione non vi è nemmeno un semplice rinvio a giudizio.
Ieri forse bruscamente (capirai il mio stato d’animo) ti ho rappresentato la mia non disponibilità ad una mia immediata dimissione perché volevo fosse separata sia dai commenti sul referendum perché non vorrei esssere il capro espiatorio di una sconfitta che non è certo stata determinata da me, atteso anche il risultato in Lombardia e sinanche nel mio municipio.
Volevo che le mie dimissioni inoltre fossero separate dalla vicenda contingente ed assai diversa che ha riguardato l’On Del Mastro che pure paga un prezzo alto.
Chiarito questo non ho difficoltà a dire “obbedisco“ e a fare quello che mi chiedi.
Non ti nascondo un po’ di amarezza per l’esito del mio percorso ministeriale ma nella mia vita sono abituata a pagare i miei conti e spesso anche quelli degli altri.
Tengo di più alla nostra amicizia e al futuro del nostro movimento.
Cari saluti.

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ORBAN RISCHIA UNA BATOSTA COLOSSALE: PETER MAGYAR, SFIDANTE DEL PREMIER UNGHERESE E PUTINIANO ALLE ELEZIONI DEL 12 APRILE, È DATO IN VANTAGGIO DI 23 PUNTI PERCENTUALI

Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile

SECONDO L’ULTIMO SONDAGGIO, SE FINISSE COSÌ, MAGYAR AVREBBE UNA MAGGIORANZA DEI 2/3 DEI SEGGI… TRA GLI ELETTORI CHE HANNO GIÀ DECISO DI VOTARE, IL 58% DEGLI INTERVISTATI SOSTIENE LA FORZA POLITICA DI MAGYAR, TISZA

Secondo un sondaggio Median commissionato da Hvg a più di tre settimane dalle elezioni parlamentari in Ungheria, il 12 aprile, il partito di opposizione Tisza di Peter Magyar ha aumentato di 23 punti percentuali il suo vantaggio sul partito Fidesz del premier Viktor Orban.
Lo riporta il media ungherese Hvg. Il mese scorso il partito di opposizione aveva un vantaggio di 20 punti percentuali su Fidesz.
Tra gli elettori che hanno già deciso di votare, il 58% degli intervistati sostiene la forza politica di Peter Magyar, mentre la percentuale scende al 35% per il partito di Orbán.
Se i risultati del sondaggio rispecchiassero l’esito effettivo delle elezioni, Tisza potrebbe ottenere una maggioranza parlamentare di due terzi.
(da agenzie)

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È FINITA ANCHE LA LUNA DI MIELE DI GIORGIA MELONI CON MERCATI E GIORNALI STRANIERI, IL “FINANCIAL TIMES”: “L’ITALIA HA BISOGNO DI UN’AGENDA DI RIFORME ECONOMICHE AMBIZIOSA PER AUMENTARE IL PROPRIO POTENZIALE DI CRESCITA ATTRAVERSO MERCATI PIÙ COMPETITIVI, INNOVAZIONE E MAGGIORE OCCUPAZIONE FEMMINILE”

Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile

“MELONI HA DEFINITO LA SCONFITTA REFERENDARIA UN’OCCASIONE MANCATA PER MODERNIZZARE IL PAESE. DOVRÀ IMPEGNARSI MOLTO PER EVITARE CHE LO STESSO GIUDIZIO VENGA ESPRESSO SUL SUO GOVERNO”

Una netta bocciatura da parte degli elettori italiani delle sue riforme della giustizia rappresenta il più grave arretramento per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni da quando è salita al potere tre anni e mezzo fa.
La sconfitta referendaria di lunedì ha incrinato l’aura di invincibilità della leader di destra in vista delle elezioni parlamentari, che dovranno tenersi entro dicembre 2027, dando al tempo stesso nuova energia a un’opposizione finora debole e divisa.
Meloni aveva chiarito prima del voto che non si sarebbe dimessa in caso di esito negativo. Ma il netto No — il 54 per cento con un’affluenza insolitamente alta — dovrebbe far scattare un campanello d’allarme a Palazzo Chigi. Ciò che gli elettori hanno respinto non è stato soltanto un tecnico riassetto della governance di magistrati e giudici. È stato un tentativo fortemente partigiano di smantellare i contrappesi al potere esecutivo
Il sistema giudiziario italiano è notoriamente lento e imprevedibile. È un freno per le imprese e un deterrente, in particolare, per gli investimenti stranieri. Ma le riforme avrebbero fatto poco per affrontare direttamente questi problemi.
Piuttosto, attraverso una modifica costituzionale, avrebbero formalmente separato in due percorsi di carriera distinti le modalità di nomina e supervisione dei giudici e dei magistrati requirenti e inquirenti, con l’obiettivo dichiarato di garantire processi equi. Se Meloni vuole essere davvero una leader trasformativa, ha bisogno di un progetto trasformativo. Il più vicino a esserlo, la riforma istituzionale, è ora naufragato. Il contesto politico ed economico sta peggiorando, con gli italiani colpiti dall’aumento dei prezzi dell’energia anche a causa della linea avventata del suo stretto alleato Donald Trump.
Più che mai, l’Italia ha bisogno di un’agenda di riforme economiche ambiziosa per aumentare il proprio potenziale di crescita attraverso mercati più competitivi, innovazione e maggiore occupazione femminile. Meloni ha definito la sconfitta referendaria un’occasione mancata per modernizzare il Paese. Dovrà impegnarsi molto per evitare che lo stesso giudizio venga espresso sul suo governo.
(da agenzie)

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“NON È CHIARO COSA ABBIA CONVINTO MELONI A ‘LICENZIARE’ DELMASTRO E BARTOLOZZI, SALVANDO INVECE NORDIO”

Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile

SORGI: “FORSE PERCHÉ NON ABITUATA ALLE SCONFITTE, LA PREMIER CERCA DI LIMITARE LA PORTATA DEL RISULTATO DEL REFERENDUM PROVANDO A CIRCOSCRIVERE IL DANNO CON DUE CAPRI ESPIATORI. MA NON SI CAPISCE IN BASE A QUALE CRITERIO DEBBA RESTARE IN CARICA PROPRIO NORDIO: PRINCIPALE RESPONSABILE, BOCCIATO NELLE URNE, DELLA GESTIONE DI UN SETTORE DELICATO COME LA GIUSTIZIA”

Sarà molto difficile che sul terremoto in via Arenula – le doppie dimissioni del sottosegretario Delmastro e della capo di gabinetto Bartolozzi – si eviti un dibattito parlamentare. Specie se, come ha chiesto pubblicamente la premier, dovessero aggiungersi anche quelle della ministra del Turismo Santanchè.
Delmastro dovrà presto rispondere in commissione Antimafia dei suoi rapporti in affari in un ristorante romano con la figlia diciannovenne del prestanome di un clan camorristico. Una «leggerezza», la definisce il sottosegretario nella lettera in cui rassegna l’incarico, per giustificarsi.
La sconfitta al referendum sulla giustizia ha cominciato a propagare i suoi effetti.
Sarà altrettanto complicato spiegare perché si è arrivati alle dimissioni della Bartolozzi, che in piena campagna referendaria, in un dibattito tv aveva definito i magistrati «plotone d’esecuzione», e non a quelle del ministro Nordio, che aveva parlato di «sistema paramafioso» riferendosi al Csm.
Ed era stato pubblicamente richiamato dal Capo dello Stato, nel corso di una seduta straordinaria dello stesso Consiglio Superiore convocata da Mattarella per chiedere più rispetto per le istituzioni. In condizioni normali, questo sarebbe potuto bastare a convincere Nordio a dimettersi.
Ma ammesso che Meloni abbia voluto evitare le dimissioni prima del voto, per non sbilanciare l’intera campagna referendaria, sanzionando lo scivolone del ministro con la sua uscita di scena, non è chiaro cosa abbia convinto la premier a “licenziare” Delmastro e Bartolozzi, salvando invece Nordio.
È evidente che, forse proprio perché non abituata alle sconfitte, Meloni cerca di limitare la portata del risultato di lunedì. Evitando di coglierne il significato politico generale e provando, con le dimissioni del sottosegretario e della capo di gabinetto, a circoscrivere il danno, riferendolo agli episodi già censurati e attribuiti ai due capri espiatori.
Ma se il senso di queste decisioni è quello di condannare i comportamenti ammettendo implicitamente l’inadeguatezza dei soggetti implicati ad assolvere le loro responsabilità istituzionali, non si capisce in base a quale criterio debba restare in carica proprio Nordio: principale responsabile, bocciato nelle urne, della gestione di un settore delicato come la giustizia.

Marcello Sorgi
per la Stampa

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GIORGIA MELONI APRE CON UN REPULISTI (BARTOLOZZI, DELMASTRO, SANTANCHE’) LA LUNGA MARCIA VERSO LE POLITICHE CON L’OBIETTIVO DI NON AVERE “ZAVORRE GIUDIZIARIE” NEL GOVERNO.NEL MIRINO FINISCONO ANCHE GLI EQUILIBRI INTERNI AL PARTITO

Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile

LA CAMPAGNA REFERENDARIA GIUDICATA “CONFUSIONARIA” METTE SULLA GRATICOLA ANCHE IL RESPONSABILE ORGANIZZAZIONE GIOVANNI DONZELLI (C’È CHI IMMAGINA UN AVVICENDAMENTO CON ARIANNA MELONI O UN RITORNO AL DOPPIO MANDATO DA PARTE DEL MINISTRO LOLLOBRIGIDA)… L’IPOTESI DI VOTO ANTICIPATO VAGLIATA A PALAZZO CHIGI. MA C’E’ IL RISCHIO DI UN GOVERNO TECNICO

«Nessuno può vivere di rendita». La frase rimbalza in poche ore da Palazzo Chigi a via della Scrofa, attraversa via Arenula e arriva fino a Milano. Così Giorgia Meloni apre, di fatto, la lunga marcia verso le Politiche del 2027. Obiettivo: non essere più esposta, né dentro né fuori. Tradotto, nella lettura che circola ai piani alti di Fratelli d’Italia: niente più zavorre giudiziarie al governo.
A Palazzo Chigi lo hanno letto come un segnale politico netto.
Nel giro di un pomeriggio l’aria cambia. Le dimissioni di Andrea Delmastro sono già sul tavolo, controfirmate. Il passo indietro di Giusi Bartolozzi viene accolto con un’ovazione al ministero della Giustizia. Ma non basta. È solo l’inizio. «Il repulisti non è finito», sussurra più d’uno tra i colonnelli meloniani.
Perché la resistenza del sottosegretario, spiegano, teneva in piedi anche Daniela Santanchè. Caduto quel perno – la condanna di Delmastro per rivelazione di segreto d’ufficio — per la premier viene meno ogni argine. E la ministra, indagata per truffa e bancarotta e rinviata a giudizio per falso in bilancio, torna al centro del mirino.
Scatta così la solita staffetta tra Roma e Milano, con Ignazio La Russa a fare da snodo politico. Ma il punto è un altro: Meloni non vuole lasciare margini. Indossa l’elmetto, fa filtrare che «non c’è una crisi di governo», ma si muove come se ci fosse
I contatti con Sergio Mattarella diventano inevitabili, anche se restano coperti. Quando nel pomeriggio la premier si assenta da Palazzo Chigi per qualche ora, le voci di una salita al Colle si fanno impetuose.
Ufficialmente non ci sono conferme. Ma, raccontano fonti di primo livello nel governo, il confronto è necessario: non è solo una questione di forma istituzionale, sul tavolo c’è il perimetro di manovra, la possibilità di intervenire senza passare da un voto di fiducia. Prima della partenza per Algeri – dove oggi proverà a contenere l’effetto del conflitto mediorientale sulle bollette – Meloni vuole chiudere i conti. Nel governo e nel partito.
Perché il problema non è solo Roma. I risultati del referendum bruciano. In diverse aree del Paese Fratelli d’Italia non sfonda più. A via della Scrofa si riunisce un vero e proprio “gabinetto di guerra”: Arianna Meloni, Francesco Lollobrigida, Giovanni Donzelli, Chiara Colosimo.
E, paradosso solo apparente, c’è anche Andrea Delmastro, a chiarire che il biellese non è un Pozzolo qualsiasi: l’ormai ex sottosegretario resta dentro il perimetro, partecipa persino al dossier sulla sua successione.
I nomi circolano, le caselle si muovono. In pole c’è Sara Kelany, deputata dal profilo tecnico considerata vicina a Giovanbattista Fazzolari e impegnata sui dossier migranti. Ma prende quota anche la “solita” soluzione Galeazzo Bignami, oggi capogruppo alla Camera dopo l’esperienza al Mit con Matteo Salvini.
Se fosse lui a spostarsi, a Montecitorio potrebbe salire Carolina Varchi, deputata ormai sempre più vicina all’area che fa capo a Giovanni Donzelli dopo un passato da fedelissima di Lollobrigida. Un domino che rischia di allargarsi.
Perché nel mirino finiscono anche gli equilibri interni al partito. E la scarsa mobilitazione e una campagna referendaria giudicata «confusionaria» apre un fronte proprio sul responsabile organizzazione.
Tra i dirigenti c’è chi immagina un avvicendamento tra Donzelli e Arianna Meloni o, al limite, un ritorno al doppio mandato da parte dell’attuale ministro dell’Agricoltura. E non è finita. Anche Edmondo Cirielli potrebbe lasciare il coordinamento della direzione nazionale, zavorrato dai risultati deludenti in Campania, tra Regionali e referendum.
Le ombre si allungano ovunque. Dai livelli territoriali ai vertici. Persino le sortite di Fabio Rampelli vengono lette come un problema da chiudere, non più da gestire. Un ultimatum, più o meno esplicito, aleggia. La posta, ormai, è più alta delle dinamiche correntizie. Meloni vuole una filiera corta, disciplinata, impermeabile agli scossoni
Niente più regolamenti di conti, niente più errori «tanto meno comunicativi». È in questo quadro che torna a circolare con insistenza il nome di Gian Marco Chiocci per un approdo a Palazzo Chigi. Segnale ulteriore: la partita si gioca anche – forse soprattutto – sulla narrazione. E questa volta, l’ordine è uno solo: chi non regge, scenda.
(da La Stampa)

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CON LA SUA GUERRA IN MEDIORIENTE, TRUMP SI SCAVA LA FOSSA: CROLLA AL 36% IL TASSO DI APPROVAZIONE DI DONALD TRUMP. È AL LIVELLO PIÙ BASSO DA QUANDO È RITORNATO ALLA CASA BIANCA

Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile

I CITTADINI SONO INCAZZATI PER L’IMPENNATA DEI PREZZI DELLA BENZINA CAUSATA DALLO SCOPPIO DELLA GUERRA IN MEDIORIENTE (CHE GLI AMERICANI, SOPRATTUTTO I “MAGA”, NON APPROVANO. IL 61% È CONTRARIO AGLI ATTACCHI)… TRUMP È STATO BOCCIATO ANCHE SULLA GESTIONE ECONOMICA, APPROVATA SOLO DAL 29%, UN DATO PEGGIORE DI QUELLO DI JOE BIDEN

Il tasso di approvazione di Donald Trump è sceso in una settimana al livello più basso da quando è ritornato alla Casa Bianca, principalmente a causa dell’
impennata dei prezzi della benzina e da una diffusa disapprovazione per la guerra contro l’Iran.
È quanto emerge da un sondaggio Reuters/Ipsos condotto in quattro giorni e conclusosi ieri. L’inchiesta ha rilevato che solo il 36% degli americani approva l’operato di Trump, in calo rispetto al 40% registrato dallo stesso sondaggio la settimana prima.
Bocciato anche sulla gestione economica, approvata solo dal 29%, un dato peggiore di quello di Joe Biden. ‘opinione degli americani su Trump si è deteriorata in modo significativo da quando i prezzi della benzina sono schizzati alle stelle dopo che, il 28 febbraio, Stati Uniti e Israele hanno lanciato l’operazione militare contro Teheran.
Un’operazione approvata dal 35% degli americani, in calo rispetto al 37% rilevato la settimana scorsa. Il 61% si è invece dichiarato contrario agli attacchi, contro il 59% della settimana precedente.
Solo il 29% del Paese approva la gestione economica del tycoon, il tasso di gradimento più basso registrato in entrambi i mandati, nonché un dato inferiore a qualsiasi indice di approvazione economica mai ottenuto dal suo predecessore, Joe Biden.
La posizione di Trump all’interno del partito repubblicano rimane sostanzialmente solida. Solo circa un repubblicano su cinque ha dichiarato di disapprovare il suo operato alla Casa Bianca, tuttavia la quota che disapprova la sua gestione del costo della vita è salita al 34%, rispetto al 27% della settimana scorsa.
(da agenzie)

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CHI HA TRADITO GIORGIA MELONI: L’ANALISI DEL VOTO AL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA

Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile

L’ISTITUTO CATTANEO: TRA IL 10% E IL 30% DEGLI ELETTORI DI CENTRODESTRA AL SUD HA VOTATO NO

Giorgia Meloni ha perso il referendum sulla giustizia al Sud. Dove «una quota tra il 10 e il 30% di elettori del centrodestra ha optato per il No».
Per questo il no ha superato il 60% in Campania (65%), Sicilia (61%) e Basilicata (60). La stima è dell’Istituto Cattaneo, che a ogni consultazione analizza i flussi di voti. E fa il paio con quella di Youtrend che ha stimato in 5 milioni i voti non del Campo Largo finiti a negare l’ok alla riforma.
Dei numeri parla oggi il Corriere della Sera.
La stima vale anche per il centrosinistra. Dove una parte ha votato sì, ma senza compensare. Ma, spiegano gli esperti, il Mezzogiorno è «l’unica eccezione degna di nota», nel resto del Paese «la quota del “voto divergente” è minima»: «Sia gli elettori di centrosinistra e M5S sia quelli del centrodestra che sono andati alle urne hanno votato in maniera piuttosto compatta seguendo la posizione prevalente nel proprio campo».
Al Sud, secondo l’istituto diretto da Salvatore Vassallo, il voto ha avuto un carattere
meno ideologico. A Palermo a scegliere il No è stato il 22% di quanti nel 2022 avevano votato centrodestra. A Napoli la cifra di chi ha «tradito» sale al 35%.
L’astensionismo
E ancora: gli elettori del centrosinistra hanno mostrato un astensionismo basso. Nel centrodestra non è andato al voto tra il 12 e il 15% dell’elettorato.
Con l’asse tra centrosinistra e 5 Stelle, «la geografia del voto assumerebbe caratteristiche già intraviste nelle elezioni regionali, con la destra che prevale al Centro e al Nord e la sinistra che prevale al Sud, nella ex Zona Rossa e in generale nei grandi centri urbani».
Mentre se si volesse tradurre in voto il risultato del referendum «le politiche porterebbero con larga probabilità alla coalizione vincente una maggioranza parlamentare piuttosto risicata, se non solo una maggiorana relativa di seggi».
Il pareggio probabile
Secondo le proiezioni dell’istituto sui voti del referendum, se si votasse con il sistema attuale, alla Camera sarebbero 69 quelli sicuri per il centrosinistra, 49 per il centrodestra, 29 in bilico. Un premio di maggioranza cambierebbe tutto. E comunque al voto manca ancora tanto.
(da agenzie)

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L’ADDIO DEL CRIMINALE SOVRANISTA GREG BOVINO DALLA POLIZIA DI FRONTIERA, IL NEW YORK TIMES; “AVEVA UN PIANO PER DEPORTARE 100 MILIONI DI PERSONE”

Marzo 25th, 2026 Riccardo Fucile

“VORREI AVER CATTURATO ANCORA PIU’ IMMIGRATI. ORA PUNTO AI COYOTE”

Greg Bovino ha dichiarato al New York Times che, prima di essere licenziato, aveva un piano per deportare 100 milioni di persone. Nessun pentimento per l’uomo dietro alla stretta aggressiva anti immigrazione dell’amministrazione Trump nelle città americane, da Los Angeles a Chicago, passando per Charlotte, New Orleans e infine Minneapolis, dove due cittadini americani sono stati uccisi dagli agenti federali portando a violente proteste e a una dura reazione dell’opinione pubblica.
L’amministrazione Trump ha assegnato al dirigente di medio livello della Polizia di Frontiera una posizione altamente irregolare che gli permise di scavalcare la consueta catena di comando e di riferire direttamente al segretario alla sicurezza interna, Kristi Noem.
Gregory Bovino, l’uomo che fino a gennaio era a capo delle deportazioni dei migranti negli States, poi messo da parte dal presidente Donald Trump ha lasciato ufficialmente il suo incarico questa settimana di comandante della divisione di El Centro, in California, del Customs and border protection (CBP), l’agenza preposta alla sicurezza dei confini e parte di dipartimento per la Sicurezza interna.
Stando al giornale, la sua uscita non è stata completamente volontaria. Al New York Times ha ammesso: «Vorrei aver catturato ancora più immigrati illegali. Voglio dire, ci abbiamo messo tutto l’impegno possibile, ma c’è sempre una soluzione creativa e innovativa per catturarne ancora di più». E ancora ribadisce convinto: «Volevamo il dominio totale del confine. Quando usi termini del genere, forse spaventi alcune persone dalla mente più debole. Dominio. Voglio che tu domini quel confine. Non lo ‘controllerò’. Lo domineremo completamente in quel dannato posto».
Ora vuole dare la caccia al coyote in North Carolina: «Me ne occuperò personalmente»
Nell’intervista ha negato un paragone con il colonnello spietato interpretato da Sean Penn nel film premio Oscar “Una battaglia dopo l’altra”. Il film non lo ha visto, confessa, ma ha bollato l’attore come «di sinistra e liberal». I suoi propositi per il futuro? Andare a caccia in North Carolina delle «specie invasive non autoctone»: il coyote. Ha precisato che intende gli animali a quattro zampe, «non i coyote che contrabbandano stranieri». Come da lui spiegato al NYTimes, stanno sterminando la specie autoctona del serpente velenoso Crotalus horridus. «Me ne occuperò personalmente».
(da agenzie)

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