Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO L’UE, NELLO SCENARIO DI UNO STOP PROLUNGATO AL COMMERCIO NELLO STRETTO, L’EUROPA AVRA’ DIFFICOLTÀ A RIEMPIRE GLI STOCCAGGI DI GAS PER L’INVERNO – BRUXELLES VALUTA PIÙ FLESSIBILITÀ SUGLI AIUTI DI STATO
Gli Usa, che hanno bloccato sei navi a Hormuz, di cui cinque petroliere. Le scorte
commerciali americane di petrolio, che in una settimana sono crollate. La Ue, che elabora scenari di choc energetico e studia il quadro temporaneo per permettere aiuti di Stato ad alcuni settori colpiti dal caro carburanti.
Questi i fatti più importanti di ieri, a cui si è aggiunta una notizia positiva per l’Italia: Edison sta sostituendo il Gnl mancante del Qatar con forniture comprate sul mercato a breve termine e un cargo è atteso proprio oggi al rigassificatore di Rovigo.
Più «rumore» hanno fatto i dati dell’Agenzia Usa di informazione sull’energia (Eia) sul calo — inatteso — delle scorte commerciali di petrolio, diminuite nella settimana chiusa il 10 aprile di oltre 910 mila barili rispetto alla settimana precedente.
Gli analisti si aspettavano un aumento. Nella stessa settimana dalle riserve strategiche sono stati prelevati circa 4,1 milioni di barili e le scorte di benzina sono crollate di 6,328 milioni di barili.
Sul fronte europeo, ieri la Ue ha tenuto una riunione a porte chiuse con gli ambasciatori dei Paesi membri, ha riportato Reuters . La Commissione ha dichiarato di valutare due scenari principali. Se il cessate il fuoco dovesse reggere e il blocco Usa dello Stretto fosse revocato, i flussi di petrolio e gas tornerebbero alla normalità in pochi mesi e i prezzi dovrebbero diminuire.
I prezzi del gasolio e del carburante per aerei diminuirebbero entro fine estate, mentre il mercato globale del Gnl rimarrebbe in tensione fino al 2030, a causa dei danni alle infrastrutture in Qatar.
Se le tensioni dovessero protrarsi, i mercati energetici andrebbero incontro a uno choc di approvvigionamento prolungato e a picchi estremi dei prezzi e l’Europa potrebbe avere difficoltà a riempire gli stoccaggi di gas per l’inverno.
Bruxelles sta elaborando proposte per cercare di compensare le ricadute. Il pacchetto della Commissione contro il caro-energia arriverà sul tavolo dei governi al Consiglio informale del 23 e 24 aprile a Cipro. Tra le misure, si ipotizzano interventi mirati e temporanei per famiglie e imprese più esposte e una maggiore flessibilità sugli aiuti di Stato.
Se la situazione della Ue sul fronte gas non è rosea, l’Italia è messa meglio. Le forniture mancanti del Qatar, che con l’export di Gnl copre oltre il 10% i consumi del nostro Paese, sono state in gran parte sostituite da Edison che ha il contratto di fornitura a lungo termine.
(da agenzie)
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Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile
LA PREMIER NON VUOLE RISCHIARE LE SUE DIMISSIONI A RIDOSSO DELL’INAUGURAZIONE DEL 9 MAGGIO E SI LIMITA A MONITARE: “CI SONO DIVERSE PRESE DI POSIZIONE, ANCHE DELLA COMUNITÀ INTERNAZIONALE CON RISCHI DI DEFINANZIAMENTI, È UNA COSA CHE LA BIENNALE DEVE CALCOLARE” … MA QUALCUNO CREDE MAI CHE NARCISO-BUTTAFUOCO POSSA DARE LE DIMISSIONI?
«Il governo non è d’accordo, ma la Biennale è una fondazione autonoma». Per la prima volta in pubblico, martedì al Vinitaly di Verona, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni si è espressa sulla riapertura del padiglione russo alla 61esima internazionale d’arte a Venezia. Palazzo Chigi si sfila dallo querelle: già la settimana scorsa, riferiscono fonti vicine al dossier, la premier avrebbe chiesto a tutti gli attori di spegnere il caso.
Meloni non vuole in alcun modo rischiare le dimissioni di Pietrangelo Buttafuoco dalla guida dell’istituzione. Tanto più a ridosso dell’inaugurazione del 9 maggio. Infatti, a chi le chiedeva se ci saranno conseguenze per la riapertura del padiglione russo, la premier ha specificato che «ci sono diverse prese di posizione, anche della comunità internazionale con rischi di definanziamenti» e che «è una cosa che la Biennale deve calcolare».
Ma non ha fatto nessun riferimento a un intervento diretto dell’esecutivo. Facendo leva su punto fermo: «La politica estera la fanno il governo, il Parlamento, il presidente della Repubblica e non le fondazioni autonome».
In difesa della Biennale, invece, il capodelegazione della Lega Paolo Borchia ha scritto una lettera alla Commissione Ue per chiedere di rivedere i tagli annunciati: «L’arte non dev’essere ostaggio della geopolitica, non siamo in Urss».
Il ministro della Cultura, che un mese fa ha avviato lo scontro frontale Buttafuoco,
da giorni non sfiora l’argomento. Ieri, però, a Montecitorio si è presentato con in mano un libro dal titolo Venetians. Il segreto dell’arsenale.
Nonostante siano passate più di quattro settimane, il Mic non ha ancora reso noti i risultati dell’istruttoria sulle carte ricevute dalla Biennale, che ora sono state girate alla Farnesina. La Commissione Ue, infatti, già a fine marzo ha chiesto un parere anche agli Esteri sulla compatibilità tra il padiglione russo e le sanzioni.
(da agenzie)
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Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile
LE VECCHIE RUGGINI E QUELLE FRECCIATONE DELLA PASCALE A “BELVE”: “NON HO MAI SENTITO LA VOGLIA DI SPOSARMI, ANCHE PERCHÉ POI MAGARI MI SPOSAVA ED ERA FINTO E FRANCAMENTE PIUTTOSTO CHE FINTO, MEGLIO NIENTE”
L’ennesimo duello. Marta Fascina, ultima compagna di Silvio Berlusconi e Francesca
Pascale, che al Cavaliere è stata legata sentimentalmente dal 2012 al 2020, sono tornate a scambiarsi frecciate.
La deputata intercettata martedì a Montecitorio prima sottoscrive la fase di rinnovamento in Forza Italia, voluta fortemente dai figli di Berlusconi dopo l’esito negativo del referendum: «Questa è la direzione giusta — dice Fascina parlando con Il Fatto Quotidiano e Il Messaggero — serve un rinnovamento nel partito nel nome di Silvio, tutto quello che fanno Marina e Pier Silvio è giusto».
Dopo aver ribadito la fiducia ad Antonio Tajani, commenta i rumors sulle ultime uscite di Francesca Pascale: «Lei non conta niente».
A stretto giro arriva la replica della diretta interessata: «Ha ragione Marta Fascina, io non conto niente: la mia è solo passione politica. Però mi faccia dire una cosa», spiega al Fatto Quotidiano .
«Io non sarò mai come lei che conta 20 mila euro al mese sulle spalle degli italiani senza mai andare in Parlamento. Per me la politica è una cosa un po’ diversa». E conclude: «Io parlo sempre per mio conto personale e lo facevo anche quando stavo con Berlusconi e la stessa cosa fa la famiglia».
Non è la prima volta che tra le due emergono ruggini. Le prime risalgono ai tempi della rottura tra Pascale e Berlusconi, quando la ex viene descritta come sempre più isolata, anche a causa dell’arrivo della nuova compagna del fondatore di Forza Italia. Nel 2022 viene celebrato il matrimonio simbolico tra Fascina e il Cavaliere e la deputata azzurra acquista sempre più peso dentro al partito.
Proprio quelle «nozze» finiscono nel mirino di Pascale, che alla trasmissione tv Belve dichiara: «Non ho mai sentito la voglia di sposarmi, anche perché poi magari mi sposava ed era finto e francamente piuttosto che finto, meglio niente».
A quel punto Francesca Fagnani le ricorda di aver sostenuto che «se fosse stata invitata, ci sarebbe andata fumando una joint », e Pascale ridendo, ammette: «Sì, mi sarebbe piaciuto fumarmi un cannone». Per poi concludere: «Berlusconi era lucido, certe sciocchezze con me non le ha mai fatte».
Negli ultimi mesi un ritrovato riavvicinamento di Pascale a Forza Italia ha rinfocolato gli antichi dissapori.
(da agenzie)
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Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile
DOPO LA CATTURA DI MADURO IN VENEZUELA, TRUMP HA RIDOTTO LE FORNITURE DI PETROLIO A L’AVANA, DOVE C’E’ UNA GRAVE CRISI ENERGETICA – IL 13 APRILE, IL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO HA DICHIARATO: “POTREMMO FARE UN SALTO A CUBA DOPO AVER CHIUSO LA FACCENDA IN L’IRAN”
La pianificazione militare per una possibile operazione guidata dal Pentagono a Cuba sta avanzando sottotraccia, nell’eventualità che il presidente Donald Trump impartisca l’ordine di intervenire sull’isola. Lo ha appreso USA TODAY.
Due fonti a conoscenza della direttiva hanno parlato con USA TODAY a condizione di anonimato, poiché non autorizzate a rilasciare dichiarazioni ai media.
Le direttive sembrano configurarsi come un’escalation delle recenti tensioni tra Washington e L’Avana, iniziate a gennaio quando l’amministrazione Trump ha ridotto le forniture di petrolio a Cuba nell’ambito di una più ampia campagna volta a imporre profondi cambiamenti politici sull’isola a governo comunista.
In una dichiarazione rilasciata a USA TODAY, il Pentagono ha affermato di pianificare una serie di scenari contingenti e di essere pronto a eseguire gli ordini del presidente secondo le direttive ricevute. Le notizie sui piani di escalation sono apparse per la prima volta sul Substack di Zeteo, per poi circolare rapidamente tra i corridoi del Campidoglio e nel resto di Washington.
Stati Uniti e Cuba hanno riconosciuto di trovarsi nelle fasi iniziali di un tentativo di uscita dalla crisi, ma non è chiaro fino a che punto ciascuna delle parti sia disposta a scendere a compromessi. A marzo, USA TODAY aveva riferito che i due Paesi stavano conducendo trattative per la firma di un possibile accordo economico storico, che avrebbe potuto aprire a un disgelo delle relazioni bilaterali.
Anche mentre l’attenzione dell’amministrazione Trump si è spostata sulla guerra con l’Iran, le tensioni tra Washington e L’Avana si sono inasprite nelle ultime settimane. Trump ha lasciato intendere di aspettarsi presto l’«onore» di «prendere Cuba, in qualche forma», aggiungendo: «Che io la liberi o la prenda — credo di poterci fare quello che voglio».
Il 13 aprile, Trump ha dichiarato a USA TODAY alla Casa Bianca: «Potremmo fare un salto a Cuba dopo aver chiuso la faccenda», riferendosi al conflitto in corso con l’Iran. In una recente intervista a Newsweek, il presidente cubano Miguel Díaz-Canel ha promesso che il suo Paese avrebbe risposto con le armi nel caso in cui gli Stati Uniti lanciassero un attacco militare.
«Combatteremo, ci difenderemo, e se dovessimo cadere in battaglia, morire per la patria è vivere», ha dichiarato Díaz-Canel alla testata. L’operazione clandestina statunitense che ha sottratto l’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro dal suo compound a Caracas il 3 gennaio ha provocato uno shock nelle comunità di esuli venezuelani e cubani nel sud della Florida, alimentando le speculazioni su Cuba come prossimo obiettivo. Nel blitz delle prime ore del mattino contro Maduro, erano stati uccisi 32 militari cubani che facevano la guardia al presidente.
A differenza di quanto avvenuto prima delle operazioni militari statunitensi in Venezuela e in Iran, i funzionari americani non hanno finora costruito un caso per dimostrare una «minaccia imminente» di Cuba nei confronti degli Stati Uniti. Lo ha osservato Brian Fonseca, direttore del Jack D. Gordon Institute for Public Policy della Florida International University, studioso di lungo corso delle forze armate cubane.
Fonseca ha dichiarato di ritenere che il dibattito sulla preparazione di piani militari abbia più i connotati di una minaccia che di una strategia concreta, aggiungendo: «In questo momento, si tratta in larga misura di un gioco di segnali».
Per decenni, i funzionari statunitensi hanno discusso di qualche forma di intervento militare a Cuba da quando Fidel Castro e le sue forze ribelli presero L’Avana nel 1959, e Cuba si legò successivamente all’Unione Sovietica e al comunismo.
Con le forze armate cubane in condizioni di deterioramento materiale e i loro ufficiali verosimilmente poco inclini a restare fedeli a un regime impopolare, un’operazione militare statunitense a Cuba sarebbe probabilmente un successo rapido e schiacciante, ha spiegato Fonseca.
Ciò che verrebbe dopo — il ripristino dello stato di diritto, il sostegno ai leader dell’opposizione — si rivelerebbe invece un compito assai più spinoso, ha aggiunto. «Questa sarà una vittoria militare molto facile», ha concluso Fonseca, «ma una vittoria politica ben più difficile».
(da agenzie)
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Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile
“PERCHÉ DURANTE QUESTO AMORE IL CLIMA NON SOLAMENTE POLITICO, MA ANCHE MILITARE, NELL’ALLEANZA ATLANTICA È PRECIPITATO? PERCHÉ, INSOMMA, SEMBRA TUTTO STERILE NEL RAPPORTO FRA IL NOSTRO PAESE E QUELLO DEGLI STATI UNITI D’AMERICA?”
Trascrizione dell’intervento di Lucio Caracciolo a “Otto e Mezzo”
Lucio Caracciolo: Credo che tutto ciò che dice Trump è da prendere con le molle, anzi lui stesso ce lo dice, perché si contraddice almeno tre o quattro volte nello stesso giro di frase. Quindi questo inseguimento alle dichiarazioni di Trump è abbastanza insensato.
Credo che sia una persona che vada giudicata sui fatti, sugli atti e non sulle parole, che valgono zero. Parole che però sono pesanti, perché un signore che si permette di dire di essere Gesù Cristo, o meglio di disegnarlo, oggi ha ripubblicato la famosa vignetta
Ma il problema è che in questo momento, essendo comunque gli Stati Uniti al centro dei giochi internazionali, chi è che può seriamente negoziare con questo signore quando si tratta di pace e di guerra?
Con un signore che dice che in una notte vuole distruggere un’intera civiltà e questo può anche succedere, ci sono i matti, ma quello che trovo più pericoloso è che nel suo stesso paese tutta questa cosa venga presa così come un gioco politico e invece
in realtà è un dramma, perché quando il perno del sistema internazionale è in queste condizioni, ne soffriamo tutti, certamente ne soffrono anche gli americani, ne soffre per fortuna Trump, il quale credo non finirà il suo mandato.
LILLI GRUBER: Ma perché Giorgia Meloni vuole ricucire con Donald Trump? Non ne ha abbastanza, non ha imparato ancora a conoscere questo soggetto, non so neanche come definirlo, che comunque è il presidente degli Stati Uniti d’America?
Lucio Caracciolo: Allora, una cosa sono i rapporti personali e questi non sono affari miei, un’altra cosa sono i rapporti fra stati che sono incarnati in questa fase da Trump e da Meloni e che ovviamente sono molto importanti.
Io valuto il silenzio di Giorgia Meloni, cioè il silenzio vuol dire che in questa fase quantomeno non ha voglia di ricucire nulla, però che cosa vuol dire poi ricucire?
Perché il rapporto personale vale in quanto poi si riflette nelle relazioni fra Italia e Stati Uniti. Allora, se c’era tutto questo amore, perché, per esempio, dico banalità, durante questo amore gli investimenti americani in Italia non sono aumentati?
Perché durante questo amore il clima non solamente politico, ma anche militare nell’alleanza atlantica è precipitato? Perché, insomma, sembra tutto sterile nel rapporto fra il nostro paese e quello degli Stati Uniti d’America?
Quindi, insomma, guardiamo ancora una volta ai fatti concreti e prepariamoci al peggio perché stiamo per entrare in una fase critica in cui si deciderà della pace e della guerra nei prossimi anni.
LILLI GRUBER: Caracciolo, tu prima hai detto che non è detto che Trump finirà il suo mandato. Ti riferisci al fatto che perderà probabilmente le elezioni di medio termine e che a quel punto ci sarà un impeachment. A cosa ti riferisci?
Lucio Caracciolo: Mi riferisco al fatto che molti del suo stesso partito e dello stesso movimento Maga sostengono che lui sia incapace di svolgere il suo mandato.
E questo potrebbe evocare il 25o emendamento della Costituzione americana, di cui risparmio la lettura perché è estremamente barocco e quasi incomprensibile, ma il punto è che si comincia seriamente a discutere del fatto che questo presidente possa essere mandato a casa forse anche prima delle elezioni di novembre, ma comunque prima della fine del suo mandato perché rischia di fare un disastro.
Gli americani hanno avuto gli ultimi due presidenti di cui il primo, purtroppo, è stato diagnosticato il ritardo e ha fatto perdere le elezioni a Kamala Harris. Questo signore che, diciamo, ha qualche malessere ben più grave, a quanto pare può restare in carica a tempo indeterminato, o meglio fino alla fine del mandato. Io non credo, penso che qualcosa succederà.
(da agenzie)
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Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile
LA RETE DEI CINQUE ISTITUTI STATALI DIETRO LA PRODUZIONE DI AGENTI LETALI
Dietro l’ombra dei più noti attentati politici degli ultimi anni, da Aleksej Navalny a Sergej Skripal, non ci sono solo agenti sul campo, ma una rete scientifica “invisibile” finanziata dallo Stato russo. Un’inchiesta del media indipendente Proekt scoperchia il vaso di Pandora di almeno cinque istituti statali russi collegati tra loro, impegnati a trasformare la scienza in arma letale attraverso veleni, test sugli esseri umani, nanotecnologie e la ricerca di frontiera sulla genetica molecolare.
Il cuore della rete: il Centro “Signal” e i veleni invisibili
Il fulcro di questo sistema è il Centro Scientifico “Signal” di Mosca. Sotto la
direzione del chimico Artur Zhirov, circa 500 dipendenti lavorano per rendere i veleni non rintracciabili attraverso le nanotecnologie, incapsulando agenti come il Novichok per ritardarne l’effetto.
L’attività più sensibile avviene nel quarto reparto di ricerca scientifica: qui, un team di 34 specialisti studia come il corredo genetico determini la sensibilità alle tossine.
L’obiettivo ipotizzato è la creazione di “armi etniche”, ovvero sostanze calibrate per essere particolarmente efficaci contro individui con specifiche caratteristiche genetiche.
Per mascherare queste attività, il centro dichiara di produrre “integratori sportivi”, la stessa copertura usata dagli agenti della GRU per l’attentato di Salisbury.
Test sugli esseri umani e l’eredità della pseudoscienza
I dettagli sui test sul campo portano invece all’Istituto di Medicina Militare di San Pietroburgo, guidato dal dottor Sergej Chepur.
È stato lo stesso Chepur ad ammettere che l’istituto ha sottoposto soldati russi definiti «volontari» a esplosioni di proiettili d’artiglieria all’interno di fortificazioni, per misurare i danni inflitti dalle onde d’urto al sistema nervoso e vascolare.
Questo approccio brutale convive con derive surreali ereditate dal passato, ma ancora presenti nei vertici del sistema. Il professor Pavel Shalimov, che in passato ha guidato esperimenti su “super-soldati” potenziati da psicostimolanti, sull’aura umana e sulle proprietà dell’acqua, non è un reperto della Guerra Fredda: oggi è ricercatore capo e membro della direzione del Centro “Signal”, a testimonianza di come queste teorie inquietanti siano ancora integrate nel cuore della ricerca russa sui veleni.
Dalla neurotossina delle rane alla militarizzazione della ricerca
L’inchiesta evidenzia inoltre l’uso dell’Epibatidina, una potente neurotossina estratta dalla pelle di rane sudamericane, rilevata nei campioni biologici di Navalny. A differenza del Novichok, prodotto dal GosNIIOKhT, l’Epibatidina può essere sintetizzata più facilmente, rendendo difficile l’attribuzione diretta al Cremlino.
La rete è completata dal 27° Centro Scientifico (specializzato in propaganda e supporto tecnico) e dal 33° Istituto Centrale di Shikhany, dove si addestrano
ufficiali come Stanislav Makshakov, l’uomo dell’FSB che ha coordinato la squadra operativa contro Navalny.
(da Open)
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Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile
L’OBIETTIVO E’ DIVENTARE EGLI STESSO FONTE DI LEGITTIMITA’ RELIGIOSA
Nell’agosto 2015, in un’intervista concessa a Mark Halperin e John Heilemann, Donald
Trump definì la Bibbia il suo libro preferito (“number one”), arrivando a giudicarla persino “superiore” al suo The Art of the Deal. Ma quando gli fu chiesto di indicare il passo che amava di più, tagliò corto: “È una cosa molto personale”, disse, rifiutandosi di rivelarlo. Incalzato sulla preferenza tra Antico e Nuovo Testamento, liquidò la domanda con un secco: “Sono uguali”.
All’epoca Trump non aveva ancora vinto le elezioni del 2016 e si dichiarava presbiteriano. Cinque anni dopo, nell’ottobre 2020, in un’intervista al Religion News Service, corresse il tiro: “Sebbene sia cresciuto in una chiesa presbiteriana, ora mi considero un cristiano non confessionale”. Un cristiano generico, insomma, senza una chiesa specifica di riferimento. In realtà, nei cinque anni del suo primo mandato presidenziale, Trump aveva già iniziato a stringere forti legami con diversi leader evangelici. Nel febbraio 2025, con la creazione dell’Ufficio della Fede presso la Casa Bianca, diretto dalla telepredicatrice evangelica, Paula White-Cain, il
rapporto tra il presidente statunitense e l’evangelismo apocalittico si è reso esplicito e strutturato.
La forte torsione teologica dei discorsi politici di Trump nel secondo mandato non ha però a che fare con la sua eventuale “conversione” personale. Rivela invece un progetto di lungo corso, volto a ristrutturare il “campo religioso”. Come ha spiegato Pierre Bourdieu, il campo religioso è uno spazio strutturato da rapporti di forza, in cui si lotta per il monopolio dei “beni di salvezza” e della definizione legittima del sacro. Non si tratta cioè di una semplice sfera spirituale, ma di un dispositivo di dominio simbolico e ideologico.
Trump, infatti, non si limita a mobilitare simboli cristiani per allargare o rafforzare la propria base elettorale, perché punta a ridefinire il perimetro stesso del campo religioso, posizionandosi come un eresiarca, ossia un soggetto che, privo del capitale simbolico istituzionale delle Chiese tradizionali, cerca di conquistare legittimità attraverso (anche) una rivoluzione simbolica.
Affinché questa operazione possa sperare di avere un qualche risultato deve necessariamente mobilitare la “domanda di salvezza” che sale da ampi settori della società, in particolare dagli strati impoveriti. Una domanda generata dalla precarietà economica, dalla disgregazione sociale e istituzionale, in altre parole dalla profonda crisi del capitalismo contemporaneo, che non riesce più a sedurre gli individui, che non è capace di dare loro un minimo di futuro in cui credere, oppure – per dirla con Walter Benjamin, che nel capitalismo scorgeva una vera e propria religione – che non riesce più “a soddisfare le ansie, tormenti, inquietudini” a cui sono solitamente chiamate a dare risposta le religioni.
L’offerta del trumpismo a chi chiede “salvezza” è una potente sintesi ideologica tra: suprematismo nazionale, teologia evangelica apocalittica, leadership carismatica (il culto del capo) e tecnologia divina (basti pensare alle ambizioni teologiche dei guru della tecnologia di sorveglianza globale come Peter Thiel, che solo alcune settimane fa ha tenuto seminari sull’Anticristo a pochi passi dal Vaticano). In questa prospettiva, l’azione politica assume inevitabilmente i contorni di una lotta tra le forze del Bene e le forze del Male, e la guerra diventa un evento redentivo, funzionale alla realizzazione di una profezia.
Non a caso, le figure evangeliche che circondano l’attuale amministrazione Trump leggono la storia contemporanea alla luce dell’Apocalisse, contribuendo così a costruire un immaginario in cui la sofferenza, la guerra e la morte diventano condizioni necessarie per l’avvento di un ordine superiore. È in questo quadro che va letto anche il recente attacco di Trump a papa Leone XIV. Lungi dall’essere uno screzio episodico, esso rappresenta un atto di lotta dentro il campo religioso. La Chiesa cattolica, con il suo enorme capitale simbolico e la sua pretesa universalistica, rappresenta un ostacolo nel processo di costruzione della nuova ortodossia centrata sui valori del trumpismo. Delegittimare il Papa significa contestare la sua autorità come garante legittimo del sacro e, di conseguenza, aprire lo spazio per una diversa forma di consacrazione.
Trump non si limita quindi a usare le religioni esistenti per realizzare o promuovere i suoi fini (come in tanti hanno fatto e fanno nei movimenti politici conservatori e fascisti in ogni angolo del mondo). Il suo obiettivo è più radicale: diventare egli stesso fonte di legittimità religiosa (come appariva chiaro, prima che fosse rimossa, nell’immagine pubblicata sui suoi social), un’autorità che egli vuole gli sia derivata dalla capacità e dalla volontà di incarnare una visione fortemente arbitraria e predatoria del mondo. Il bisogno di questo “salto”, o meglio di questo “assalto” al sacro, non nasce da un capriccio narcisistico, o dalla strategia elettorale per le prossime votazioni, ma dalle necessità oggettive del capitalismo statunitense e, in particolare, del blocco sociale ed economico di cui l’amministrazione Trump è espressione.
I giganteschi movimenti tellurici nel sistema di produzione e di commercio internazionali stanno ridisegnando la geografia e la struttura del sistema produttivo mondiale con grande velocità. L’economia americana arretra di fronte all’ascesa di altre e il centro del capitalismo globale si sposta sempre più verso Oriente. Per creare una controtendenza effettiva nella parabola discendente del sistema produttivo americano sono necessarie azioni estreme, gesti aggressivi e strategie inedite, la cui giustificazione ideologica non può più poggiare sull’universo simbolico delle religioni tradizionali. Ne serve uno nuovo, uno capace di creare un collante sociale e ideologico per i nuovi terribili conflitti globali, attuali o in corso
di preparazione. Le nuove forme di legittimazione religiosa che Trump, insieme a molti altri soggetti intorno a lui, sta cercando di realizzare negli ultimi anni, servono esattamente a questo
Al momento, va detto, non si riescono a vedere in dettaglio né l’andamento del conflitto in corso nel campo religioso né i contorni della nuova forma religiosa proposta dalla coalizione politico-economica al potere. Si dovrà attendere per ottenere maggiore chiarezza. Molto dipenderà dalla piega che assumeranno gli eventi in corso e, soprattutto, dalle mobilitazioni popolari contro tali lugubri progetti. Del resto, come diceva Benjamin, non è facile “sciogliere la rete su cui stiamo sospesi” e, quindi, la visione d’insieme ci sarà pienamente data solo nel prossimo futuro.
Iside Gjergji, Sociologa e giurista
(da ilfattoquotidiano.it)
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Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile
SI FA PER DIRE…
Per sabato 18 aprile la Lega aveva annunciato «Senza paura», manifestazione sovranista a favore della remigrazione e contro l’Europa, in piazza Duomo con Matteo Salvini e i Patrioti.
Poi il governo ha perso il referendum e per sabato 18 aprile la Lega ha annunciato «Senza paura», manifestazione sovranista non più contro i migranti ma sempre contro l’Europa, in piazza Duomo con Matteo Salvini e i Patrioti.
Poi il sovranista Orbán ha perso le elezioni in Ungheria, così per sabato 18 la Lega ha annunciato «Senza paura», manifestazione a favore dell’Europa, in piazza Duomo con Matteo Salvini e i Patrioti Europei.
Poi però Trump ha insultato il Papa e quindi per sabato 18 la Lega ha annunciato «Senza paura», manifestazione a favore dell’Europa e per la pace.
Senonché poi Trump se l’è presa pure con la Meloni e perciò ieri Salvini ha annunciato in conferenza stampa che sabato 18, in piazza Duomo, si svolgerà
«Senza paura», manifestazione a favore dell’Europa, per la pace e contro l’aumento dei prezzi causato dalle smargiassate belliche degli americani.
Sempre che tra oggi e domani i sovranisti, al di qua o al di là dell’oceano, non perdano altri colpi. In tal caso, sabato 18 aprile in piazza Duomo, Salvini potrebbe chiudere il cerchio con «Senza paura», manifestazione a favore dell’Europa dei migranti, per la pace, contro l’aumento dei prezzi e contro il ponte sullo Stretto, sostituito dal ponte di Tripoli per consentire a chiunque lo desidera di raggiungere l’Italia in bici.
(da Corriere della Sera)
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Aprile 16th, 2026 Riccardo Fucile
DENARI ARRIVATI DAI FIGLI DEL CAVALIERE, DAL MARITO DI MARINA E DAL BISCIONE
Ci sono almeno 2 milioni di motivi, solo nell’ultima legislatura, per cui Forza Italia non
può emanciparsi dalla famiglia Berlusconi. Ragioni solide, come la somma dei versamenti fatti dagli eredi del Cavaliere in tre anni sul conto del partito.
Il giornalista e volto Mediaset Paolo Del Debbio, in un editoriale sulla Verità, ha sostenuto che i figli di Silvio Berlusconi, in testa Marina e Pier Silvio, abbiano sbagliato a convocare il segretario del partito e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, nella sede dell’azienda, a casa Mediaset. Si tratta infatti del capo della diplomazia, in un periodo storico in cui il ministero degli Esteri ha una centralità che non si vedeva da anni.
La vicenda è finita anche al centro di un’interrogazione annunciata dal deputato del Movimento 5 stelle, Francesco Silvestri: «Possibile che con una guerra in corso Tajani non avesse altre priorità?», ha chiesto, ricordando che «è assolutamente improprio che si sia recato a parlare di temi nazionali e internazionali con i proprietari di un’azienda privata».
Partito dell’azienda
Di sicuro un atto irrituale, molto discutibile, ma che deriva da un elemento mai risolto: un soggetto politico dipendente da un impero economico. Forza Italia non è (forse) più un “partito-azienda”, ma continua a essere un partito dell’azienda. Non fornisce più personale dirigenziale, come agli esordi, ma ne decide le sorti. Dietro al logo di Forza Italia, con la bandiera tricolore, c’è sempre il Biscione. Così sfuma la narrazione di una normalizzazione degli azzurri, capaci di farlo diventare un partito “normale” con una leadership contendibile e congressi locali.
I desiderata di Cologno Monzese non possono essere traditi: se i Berlusconi hanno chiesto rinnovamento, deve esserci un rinnovamento. Non è possibile alcuna forma di resistenza. Perché, per un partito fondato da un imprenditore, i soldi, i danè, sono decisivi. E peseranno nell’indicazione del futuro leader di Forza Italia.
La candidatura in prima persona resta solo un’ipotesi giornalistica. In una lettera inviata a Dagospia, Marina Berlusconi ha smentito l’ipotesi di una sua «fantomatica discesa in campo», annunciata dal Fatto quotidiano che aveva decritto, come propedeutica alla candidatura da leader, l’ingaggio di un dialogue coach per migliorare la voce e di autori per preparare il racconto di aneddoti durante gli eventi
pubblici. Niente candidatura, ma l’impegno politico è nei fatti e fa passare quasi in secondo piano la presunta discesa: il partito è dipendente dai Berlusconi. Altrimenti non si spiegherebbe la convocazione di Tajani negli uffici di famiglia e il siluramento dei capigruppo di Camera e Senato.
Gli eredi del fondatore continuano a far affluire fondamentali risorse economiche per garantire l’equilibrio dei bilanci, che altrimenti sarebbero in profondo rosso. Solo nell’ultima legislatura, i cinque figli di Silvio Berlusconi e il fratello, Paolo, hanno donato a Forza Italia 1,8 milioni di euro, cui si aggiungono 100mila euro di Maurizio Vanadia, marito di Marina Berlusconi e altrettanti versati da Fininvest nel maggio 2023, quando era ancora in vita l’ex presidente del Consiglio. Ciascuno stacca un assegno da 100mila euro ogni anno.
(da agenzie)
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