Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile
“SERVIRÀ UNA ACCORTA REGIA NELLA FORMAZIONE DELLE PROSSIME LISTE ELETTORALI, SULLE QUALI I BERLUSCONI ESERCITERANNO UNA FERMA VIGILANZA. È QUELLO CHE I FEDELISSIMI DELLA FAMIGLIA CHIAMANO IL ‘MODULO TEDESCO’, PREFIGURANDO LA POSSIBILITÀ DI UNA COALIZIONE EUROPEISTA NELLA PROSSIMA LEGISLATURA, COME QUELLA CHE SORREGGE IL GOVERNO DEL CANCELLIERE FRIEDRICH MERZ, CON DENTRO I SOCIALDEMOCRATICI”
I figli maggiori di Berlusconi guardano avanti e oltre. Il problema non è il nome del capogruppo di Forza Italia alla Camera, a questo punto chiunque andrà bene purché non sia Paolo Barelli, simbolo di una stagione passata. Il problema vero è la prospettiva politica, perché i Berlusconi hanno deciso che è arrivata l’ora di rimettere Forza Italia al centro.
Con poco più di un anno alla fine della legislatura, Marina e Pier Silvio sono sempre più convinti che sia indispensabile riacquistare uno spazio di manovra che l’attuale partito non ha più
A sentire una persona che ha ascoltato i ragionamenti che si fanno a Cologno Monzese, l’idea è questa: il centrosinistra è rientrato in partita e l’esito delle prossime elezioni è aperto. «Ma se anche il campo largo riuscisse a battere Meloni, quanto potrà durare con forze così diverse? A quel punto sarà utile avere uno strumento che possa dialogare con tutti, nel caso fosse necessario formare una nuova maggioranza».
I segnali di questi mesi vanno tutti nella stessa direzione, con le esternazioni dei due fratelli sull’Europa unita, contro il trumpismo, sui diritti civili, il garantismo e le liberalizzazioni.
Disegnano l’identikit di una forza politica moderata in grado di dialogare con centrosinistra. Ma, visto che le idee camminano sulle gambe delle persone, non bastano le interviste o le lettere ai giornali, serviva anche cambiare alcune facce, quelle più esposte nella stagione del melonismo. E servirà anche una accorta regia nella formazione delle prossime liste elettorali, sulle quali i Berlusconi eserciteranno una ferma vigilanza.
È quello che in Forza Italia i fedelissimi della famiglia chiamano il “modulo tedesco”, prefigurando la possibilità di una coalizione europeista nella prossima legislatura, come quella che sorregge il governo del cancelliere Friedrich Merz, con dentro i socialdemocratici. «Con Tajani c’è stata una ricomposizione, con l’idea che traghetti il partito nella prossima fase. Poi, dopo le elezioni, si farà il congresso nazionale e si sceglierà un altro leader».
Questa pista tedesca naturalmente si intreccia con l’interesse dei Berlusconi e delle loro aziende, che sarebbero meglio tutelate nel caso di una futura maggioranza con dentro Forza Italia.
È la stessa logica che ha portato qualche settimana fa Pier Silvio Berlusconi a volare a Berlino per un faccia a faccia con il ministro della cultura Wolfram Weimar, dal quale ha ricevuto il benestare per il controllo totalitario di ProSiebenSat, il colosso televisivo tedesco di cui Mfe ha acquistato – dopo sette anni di fidanzamento – il 75 per cento delle azioni.
Per una famiglia che aspira alla creazione di un grande polo europeo dei media, la situazione migliore è non schiacciarsi sui sovranisti, soprattutto in un momento in cui il pendolo della politica potrebbe oscillare dalla parte opposta. Non è certo un caso che, all’incontro di ieri, oltre ai due fratelli e a Gianni Letta, abbia preso parte anche Danilo Pellegrino, amministratore delegato di Fininvest da dieci anni.
(da Repubblica)
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Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile
DI PIÙ: E’ RINVIATO IL CONGRESSO NAZIONALE PER EVITARE CHE TAJANI SI BLINDI NEL PARTITO E LA BERLUSCONINA POSSA COSI’ SCEGLIERE LEI I CANDIDATI AL VOTO DEL 2027 … IL “COMMISSARIAMENTO” DI FATTO DEL SUO “AIUTO-CAMERIERE” CIOCIARO PEGGIORA LO STATO DEGLI OTOLITI DELLA MELONI CHE VEDE I “PADRONI” DI FORZA ITALIA COME NEMICI E NON VUOLE ULTERIORI SCOSSE ALLA MALCONCIA STABILITÀ DEL GOVERNO
La nomina a capogruppo alla Camera di Enrico Costa è un compromesso. Tajani non
ha accettato la Bergamini, braccio politico di Marina B., perché sarebbe percepito come un commissariamento. La Bergamini per amor di patria sta cercando di farlo accettare ai molti deputati contrari.
La famiglia non intende sottrarsi ad investire in FI purché porti avanti valori di un partito snello, moderno, e liberale nonché attento ai diritti delle minoranze (veleno per la Ducetta azzoppata)
Il nome del nuovo capogruppo non è ancora ufficiale perché bisogna trovare un posto a quello attuale. Magari di sottogoverno, se possibile. I congressi del partito saranno o rinviati a dopo il voto (quello nazionale) o diluiti nel tempo (quelli regionali).
La linea è stata imposta. Ed è quella di Arcore. O meglio di Cologno Monzese, il luogo dove ieri la famiglia Berlusconi – Marina e Pier Silvio – ha accolto il “forestiero” Antonio Tajani, vicepremier e leader di Forza Italia già azzoppato dopo la sostituzione di Maurizio Gasparri da capogruppo al Senato.
Ospiti d’eccezione Gianni Letta, gran visir del berlusconismo e mediatore tra la famiglia e Tajani, e Danilo Pellegrino, ad di Fininvest (è l’uomo dei numeri) per certificare il ritorno del partito-azienda. Pellegrino è l’incaricato allo “scouting” di figure nuove nel partito in vista delle prossime elezioni.
Quattro ore e mezzo di pranzo concluse con note concilianti: “Incontro positivo”, dice la famiglia; “Visione unitaria e condivisa”, recita Tajani. Portate leggere come da tradizione. Ma molta tensione. Prima e dopo il vertice.
Basti pensare che i protagonisti entrano con una lista di nomi per sostituire il capogruppo alla Camera, Paolo Barelli, ormai in uscita.
Marina Berlusconi propone Giorgio Mulè, Deborah Bergamini e Ugo Cappellacci, Tajani dice Raffaele Nevi, Pietro Pittalis e Enrico Costa. Di nomi veri ce ne sono meno. C’è Mulè e Costa o Bergamini. Sul nome del vicepresidente della Camera, vicino alla famiglia, il vicepremier minaccia di fare le barricate.
Arrivando a ipotizzare le dimissioni che farebbero traballare il governo. Scenario che la famiglia Berlusconi non può accettare. Sarebbe uno smacco troppo grande farsi imporre la sostituzione del consuocero per mettere il leader della minoranza interna nonché possibile candidato alla segreteria dopo le performance referendarie, è la tesi di Tajani.
Sul tavolo restano i nomi di Bergamini – che da tempo sogna la promozione – o di Costa. Ma l’accordo, alla fine, si fa: dovrebbe essere quest’ultimo il candidato scelto.
Resta da trovare una sistemazione a Barelli la cui ricerca di un ruolo nel governo ha fatto irritare anche Palazzo Chigi.
Chiede un posto da sottosegretario ma con ogni probabilità la sua nomina sarebbe incompatibile con la presidenza della Federazione Italiana Nuoto, che non vuole mollare ad ogni costo.
Agli amici Barelli avrebbe detto di non essere disposto a lasciare la Federnuoto per un posto di sottogoverno in un esecutivo che dura solo un anno. Dunque o entrambe o niente governo.
Resta il fatto che a Meloni non piace questa ricerca di un posto perché sta ritardando la nomina degli altri sottosegretari
Il congresso nazionale sarà rinviato a dopo le elezioni del 2027 per evitare che Tajani si blindi nel partito e la famiglia possa tenersi le mani libere prima del voto. I congressi regionali, invece, si faranno ma solo dove unitari e saranno diluiti nel tempo. Ne parleranno lunedì a pranzo il governatore del Piemonte Alberto Cirio, delegato da Tajani ad occuparsene, e Marina Berlusconi.
Nel pranzo a Cologno ci sarebbe stata tensione anche sul ruolo di Francesca Pascale (già fidanzata di Silvio), sempre più critica nei confronti di Tajani e dei suoi fedelissimi e secondo alcuni ispirata dai Berlusconi.
Il leader di FI avrebbe chiesto conto e la famiglia avrebbe risposto di non parlare con Pascale da tre anni.
Le tensioni dentro FI preoccupano Palazzo Chigi. Meloni vede i Berlusconi come nemici e non vuole conseguenze sulla stabilità del governo. Negli ultimi giorni infatti avrebbe chiesto a più riprese di fermare la sostituzione dei capigruppo.
Ma senza successo.
(da Dagoreport)
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Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile
“CON LUI I DANNI SARANNO MOLTO ALTI PER LO STATO EBRAICO. ISOLAMENTO DIPLOMATICO E PERDITA DEI SUOI SOSTENITORI. UN POPOLO SEGNATO DALLA CATASTROFE COME QUELLO EBRAICO DOVREBBE SAPERE BENE CHE LA SUPREMAZIA MILITARE NON COINCIDE CON LA TENUTA MORALE – TRA TRUMP E NETANYAHU, L’UNO GIUSTIFICA I PEGGIORI ISTINTI DELL’ALTRO. MA, OLTRE AI VALORI, QUESTA AMERICA HA PERSO ANCHE IL SENSO DELLA VERGOGNA”
Jonathan Safran Foer, 49 anni, tra i più celebri scrittori americani, autore del bestseller “Ogni cosa è illuminata” e di “Eccomi” (tutti editi da Guanda), la guerra
in Iran è sempre più un pantano per gli Usa, mentre Israele continua ad attaccare il Libano, nonostante il cessate il fuoco. Crede che lo Stato ebraico stia andando troppo oltre?
«Sì. I bombardamenti in Libano sono orrendi e mettono a durissima prova una pace già molto fragile. È molto difficile giustificare simili azioni di Israele come “autodifesa”».
Crede che Israele in questo momento voglia più la guerra della pace?
«Bisogna distinguere Israele, che non ha una sola volontà come Paese, e il governo di Benjamin Netanyahu. La logica politica del premier e del suo esecutivo tende più alla guerra che alla pace.
Perché la guerra semplifica, la pace complica. La guerra unisce i cittadini impauriti, la pace invece impone concessioni, responsabilità e immaginazione. Certo, Israele deve affrontare molte minacce, da Hezbollah all’Iran. Ma un governo non è serio se si dimostra disinteressato alla de-escalation».
Anche dopo i massacri a Gaza, le azioni di Netanyahu stanno alienando sempre di più molti sostenitori di Israele nel mondo. Da ebreo, crede che l’operato del primo ministro stia danneggiando la reputazione e la causa storica di Israele
«Sì. Credo che i danni siano reali, profondi e ormai sopravviveranno anche al premier. Netanyahu ha provocato danni enormi perché a molti ora Israele sembra meno a un rifugio di democrazia e più a uno Stato segnato dalla guerra permanente e dall’uso massiccio della forza».
Quali possono essere le conseguenze a lungo termine?
«Gravissime: isolamento diplomatico, una perdita generazionale di empatia per Israele, un’ulteriore rottura morale con la diaspora degli ebrei e lo svuotamento del significato fondante di Israele basato su sicurezza, legittimità e reciproco rispetto democratico. Un popolo segnato dalla catastrofe come quello ebraico dovrebbe sapere bene che la supremazia militare non coincide con la tenuta morale.
La tragedia è che la causa storica di Israele non è mai stata soltanto la sopravvivenza, ma la creazione di una società degna della sopravvivenza. Quando un governo dimentica questo, mette in pericolo non solo la sua reputazione, ma il suo futuro»
C’è chi dice che Donald Trump sia stato manipolato da Netanyahu, che con lui è riuscito nell’impresa di una guerra all’Iran dopo i vani tentativi con i predecessori Obama e Biden
“Manipolato” è una parola troppo semplice. Rischia di far passare Trump come una vittima passiva del premier israeliano. Credo che invece gli interessi dei due convergano. Netanyahu si giova di un presidente americano massimalista e prono al concetto che la forza segni la storia. Allo stesso modo, Trump beneficia di simili alleanze che giustificano l’uso della forza. Il rischio più grande è una radicalizzazione reciproca, in cui l’uno giustifica i peggiori istinti dell’altro».
Ma sempre più commentatori della destra Usa, come Tucker Carlson, nonché la base Maga, sembrano critici verso questa svolta ultra-guerrafondaia di Trump.
«Sì, ci sono fratture sempre più evidenti su quel fronte. Ma non la definirei una rivolta. Per ora mi sembra solo dissenso. Tuttavia, cresce la tensione nel movimento Maga,
È l’inizio della fine per Trump?
«Sono allergico a questa espressione. Potrebbe indebolirlo? Certamente. Una guerra fallita, una base divisa, una crisi globale e un’instabilità generale possono sommarsi. Ma il talento politico di Trump è sempre stato quello di trasformare l’umiliazione in risentimento, e il risentimento in rinnovata adesione.
Persino gli insuccessi possono nutrirlo, se i suoi sostenitori li percepiscono non come fallimenti di leadership, ma come un “assedio dei nemici”. Che ciò diventi davvero l’inizio della fine dipende meno da Trump stesso e più dalla presa di coscienza degli americani — soprattutto dei repubblicani — sulle conseguenze di una resa morale senza fine».
A proposito di morale, qual è stata la sua reazione alla minaccia di Trump sull’“eliminare la civiltà iraniana”?
«Orrore. Non solo perché si tratta di parole irresponsabili, ma perché è un registro di annientamento. Minacciando non un governo, non un esercito, ma una civiltà, si rischia di arrivare al punto in cui il linguaggio non frena più la violenza, ma la prepara».
Quanto è dannoso, per il mondo intero, questo atteggiamento “da pazzo” di Trump, uno che aspirava al Nobel per la Pace e che probabilmente, nel suo secondo e ultimo mandato, non si preoccupa più della propria eredità?
«Esiste una visione infantile del potere per cui “se mi temono, sto vincendo”. Ma per il mondo la paura non è stabilità. È volatilità. È errore di calcolo. È l’erosione di quella sottile membrana che ancora ci separa dalla catastrofe.
La retorica di Trump verso l’Iran negli ultimi giorni non comunica padronanza strategica, ma la disponibilità a scommettere su conseguenze che ricadrebbero su altri: i civili, gli Stati vicini, le rotte commerciali, l’economia globale. Il mondo può sopravvivere a molte cose, ma non alla normalizzazione dell’impulsività nell’era nucleare».
Ma quanto è dannoso tutto questo per la reputazione degli Stati Uniti, un Paese che sembra aver perso ogni valore morale sotto Trump, secondo i suoi critici? Come si può essere orgogliosi di essere americani oggi?
«È profondamente dannoso. L’America è sempre stata divisa tra i suoi principi e i suoi appetiti, tra ciò che dice di essere e ciò che è disposta a fare quando è impaurita o furiosa. Questa contraddizione non è nuova. Ciò che è diverso oggi è la perdita della vergogna.
La reputazione di un Paese non dipende dall’innocenza – perché nessuna nazione è innocente – ma dal fatto che riconosca ancora dei limiti: morali, legali, umani. Quando minacce apocalittiche diventano linguaggio pubblico e la coercizione diventa stile di governo, il danno non è solo diplomatico. È di civiltà. Si può ancora essere orgogliosi di essere americani nell’unico modo che conta: non come atto di lealtà allo Stato, ma, soprattutto in un momento come questo, come diritto a dissentire».
(da Repubblica)
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Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile
SENZA VANNACCI IL CENTRODESTRA E’ ALLA PARI
Il referendum sulla riforma della giustizia e la bufera che ne è scaturita dopo ha
modificato il quadro dei consensi in modo inatteso. Dopo la sconfitta elettorale, il centrodestra ha visto i suoi consensi calare, mentre sono saliti quelli del centrosinistra. Ad oggi, se si andasse al voto, le due coalizioni risulterebbero praticamente in pareggio. Per assicurarsi la vittoria Meloni avrebbe bisogno di allargare la sua alleanza anche a Roberto Vannacci, che dopo il divorzio con Matteo Salvini, ha strappato via consensi alla destra. Attualmente il centrodestra è al 45,2%, il fronte progressista il 44,9%. Vediamo nel dettaglio che cosa è emerso dall’ultimo sondaggio di Emg Different e quanti voti prenderebbero i partiti alle elezioni
I consensi ai partiti
Fratelli d’Italia rimane primo ma i suoi consensi sono in calo. Il partito di Giorgia Meloni, che fino a qualche mese fa volava sopra quota 30%, oggi incassa il 27,0%. Su FdI pesa la sconfitta alle urne ma anche gli scandali che hanno coinvolto alcuni suoi esponenti di punta. Parliamo dell’ex sottosegretario Andrea Delmastro, costretto alle dimissioni per i suoi rapporti con la famiglia di Mauro Caroccia, prestanome del clan Senese e condannato per mafia. Ma parliamo anche di Daniela Santanchè, che ha dovuto lasciare il ministero del Turismo a causa dei guai giudiziari che la riguardano. E ancora del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e delle polemiche legate alle consulenze affidate alla presunta amante, la giornalista Claudia Conte.
In questo quadro con FdI in calo, il centrodestra non può più contare sulla forza politica che fino a questo momento era stata il principale traino sul piano elettorale. I due alleati infatti, si collocano ben al di sotto. Forza Italia raccoglie l’8,7%, mentre la Lega si ferma all’8%.
Dall’altra parte, gli eventi di queste settimane – dal referendum al caos nel governo – sembrano aver dato nuova linfa ai partiti di centrosinistra. Soprattutto al Pd che ora si piazza al 22,7%. Probabilmente, negli ultimi quattro anni, la distanza con FdI non è mai stata così corta. Le altre due principali forze d’opposizione, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra si mantengono piuttosto stabili: rispettivamente al
12,0% e al 6,0%. Rimanendo nell’orizzonte del campo largo, ci sono anche Italia Viva, con il 2,2%, e +Europa, al 2,0%.
Fuori dai due schieramenti ci sono gli altri partiti, riconducibili sia al centro, come Azione (2,7%) e Partito Liberal Democratico (1,2%), che a destra, come Futuro Nazionale (3,6%) o Democrazia Sovrana e Popolare (1,4%).
Chi vince tra destra e sinistra
Ma veniamo al nodo delle coalizioni. Come dicevamo al momento i due schieramenti rischiano il pareggio. Se i partiti di area progressista dovessero presentarsi uniti alle elezioni, raccoglierebbero il 44,9%. Appena due decimi di stacco dall’attuale maggioranza di centrodestra (45,2%). Insomma è testa a testa. Per assicurarsi maggiori chances di vittoria Meloni dovrebbe accaparrarsi anche i voti di Vannacci e aprire la coalizione a FnV. L’operazione dovrebbe avvenire con il benestare di Matteo Salvini. Ma la cosa, visti i dissapori con l’ex generale, resta piuttosto improbabile.
(da Fanpage)
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Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile
GLI ITALIANI SBORSANO OLTRE 148 MILIONI DI EURO IN PIÙ A SETTIMANA PER I PROPRI RIFORNIMENTI DI BENZINA E GASOLIO … 88 MILIONI VANNO A PETROLIERI E FILIERA DEI CARBURANTI, 61 MILIONI, TRA IVA E ACCISE, LI INCASSA LO STATO
Calo generalizzato dei prezzi dei carburanti in tutta Italia oggi con il prezzo medio del gasolio a 2,166 euro al litro (-1,4 centesimi) e la benzina 1,790 euro/litro (-0,3 cent). In autostrada il diesel costa 2,193 euro/litro (-0,8 cent), la verde 1,817 euro/litro (-0,6 cent).
Lo afferma il Codacons, sulla base dei dati regionali Mimit, che ha però valutato il peso dei maggiori costi rispetto al periodo pre-conflitto: “considerati i consumi
medi giornalieri di carburanti solo sulla rete ordinaria -scrive l’associazione- gli italiani pagano oltre 148 milioni di euro in più a settimana per i propri rifornimenti.
Secondo l’associazione, i petrolieri e l’intera filiera dei carburanti incassano circa 88 milioni di euro a settimana in più rispetto a due mesi fa; lo Stato attraverso Iva e accise circa 61 milioni di euro in più”
(da agenzie)
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Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile
LE CINQUE GIOVENCHE SONO STATE ACCOMPAGNATE DAVANTI ALLA SCUOLA E SISTEMATE IN UN RECINTO, SU UN TAPPETO DI PAGLIA: I LORO FASCICOLI DI ISCRIZIONE SONO STATI DEPOSITATI REGOLARMENTE
A Moosch, un piccolo comune dell’Alto Reno in Alsazia, cinque mucche sono state
ufficialmente iscritte alla scuola dell’infanzia. Il gesto, tra il surreale e l’ironico, è l’estrema mossa dei genitori e del sindaco José Schruoffeneger per impedire la chiusura di una classe e attirare l’attenzione del ministero dell’Educazione nazionale francese sulla crisi dei piccoli centri.
Le cinque giovenche – Abondance, Amandine, Abeille, Arlette e Amsel – sono state accompagnate davanti all’istituto e sistemate in un recinto su un tappeto di paglia. I loro fascicoli di iscrizione, completi di nomi e dati, sono stati regolarmente depositati nella cassetta delle lettere della scuola materna.
«Benvenuti ai nuovi studenti!» ha esclamato il sindaco, sottolineando il tono giocoso e surreale dell’iniziativa. «Abbiamo giocato fino alla fine con la derisione e l’assurdo», ha spiegato Schruoffeneger all’AFP.
L’iniziativa arriva in un periodo delicato per l’istruzione in Francia. I sindacati dell’Educazione nazionale avevano indetto uno sciopero a fine marzo contro il bilancio 2026, che prevede la l’eliminazione di 4.000 posti di insegnante tra scuole pubbliche e private.
Il governo giustifica i tagli con il calo dell’1,7% del numero di studenti rispetto al 2024, pari a circa 107.000 alunni in meno. I sindacati sostengono invece che una diminuzione degli iscritti dovrebbe tradursi in classi meno affollate, e non essere un pretesto per ridurre il personale docente. L’iscrizione delle cinque mucche a Moosch diventa così il simbolo di una resistenza contro un sistema che sembra valutare solo i numeri, dimenticando le necessità dei suoi cittadini.
(da Open)
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Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile
IL COLOSSO ASIATICO È IL PRIMO IMPORTATORE DI PETROLIO DA TEHERAN, E HA PERMESSO AL REGIME DI SOPRAVVIVERE (E ARMARSI) NONOSTANTE ANNI DI EMBARGO INTERNAZIONALE
Secondo quanto riportato da Cnn, che cita tre fonti, per l’intelligence statunitense la Cina si sta preparando a fornire nuovi sistemi di difesa aerea all’Iran entro le prossime settimane.
Per l’emittente le informazioni di intelligence dimostrano che Teheran potrebbe sfruttare la tregua nei combattimenti per ricostituire le scorte di sistemi d’arma. Due delle fonti hanno riferito alla Cnn che Pechino si avvarrebbe di un Paese terzo per far transitare le armi.
Ma un portavoce dell’ambasciata cinese a Washington ha smentito: “La Cina non ha mai fornito armi a nessuna delle parti in conflitto: le informazioni in questione sono false”.
Sarebbe una mossa provocatoria, spiega Cnn, considerando che Pechino ha affermato di aver contribuito a mediare il fragile accordo di cessate il fuoco che ha sospeso la guerra tra Iran e Stati Uniti all’inizio di questa settimana. Il presidente Donald Trump ha inoltre in programma una visita in Cina all’inizio del mese prossimo per colloqui con il presidente cinese Xi Jinping
«La perseveranza del Pakistan, l’intervento della Cina»: sono gli elementi chiave che hanno portato al cessate il fuoco tra Iran, Usa e Israele, spianando la strada al negoziato di Islamabad
Alla fine della scorsa settimana sembrava di essere sull’orlo del baratro con l’ultimatum di Trump. «I canali negoziali erano bloccati, le proposte di Washington e Teheran, discusse nei giorni precedenti attraverso la mediazione pakistana, non erano state formalizzate – spiegano a La Stampa fonti diplomatiche dell’Onu –. La bozza di accordo iniziale prevedeva un cessate il fuoco di 45 giorni. Gli Usa avevano inviato a Islamabad una proposta articolata in 15 punti, poi girata all’Iran. La Repubblica islamica ha replicato con una controproposta in 10 punti. Il dialogo procedeva interamente per interposta persona».
L’intesa è fallita: «Hanno pesato la durata della tregua, giudicata eccessiva, e il deficit di fiducia tra le parti».
Il premier pakistano si è lanciato in un ultimo tentativo, proponendo un cessate il fuoco di due settimane, accompagnato dalla riapertura di Hormuz e dalla disponibilità a ospitare negoziati diretti a Islamabad.
La proposta è stata sottoposta a Teheran e Washington, attraverso una fitta attività diplomatica: il premier Shehbaz Sharif era in contatto con la leadership iraniana, i vertici delle Forze armate con alti funzionari Usa, mentre il ministro degli Esteri, Muhammad Ishaq Dar era impegnato sui fronti regionali.
Nel frattempo, si è inserita la Cina. «Subito dopo il formato a quattro ospitato da Islamabad a fine marzo, con i ministri degli Esteri di Egitto, Arabia Saudita e Turchia, il capo della diplomazia pakistana ha preso contatti con l’omologo cinese Wang Yi e si è recato a Pechino».
Ne è nata una dichiarazione congiunta in cinque punti.
«Il documento, volutamente neutro, evita carichi di responsabilità e indica principi condivisibili da entrambe le parti: cessazione delle ostilità, riapertura delle rotte strategiche, avvio di un quadro negoziale».
Questo passaggio «ha segnato una svolta», mostrando la disponibilità del Dragone a sostenere la de-escalation, la mediazione pakistana e la prosecuzione di un dialogo stretto con Teheran, partner strategico e fornitore energetico.
Il ruolo del Pakistan rimane importante. Il vero asset è la fiducia, soprattutto da parte iraniana. «La leadership iraniana ha apprezzato il sostegno pakistano dopo gli attacchi israelo-americani di giugno. Islamabad non ha tuttavia compromesso i rapporti con Washington». Rimangono le preoccupazioni sul piano della sicurezza: indiscrezioni parlano della possibilità che il Pakistan faccia alzare in quota i caccia per scortare la delegazione iraniana, nel timore di azioni ostili: «Quando c’è Israele di mezzo non si sa mai cosa può accadere».
(da agenzie)
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Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile
L’ULTIMATUM: O SI FA RETROMARCIA O PERDERANNO DUE MILIONI DI EURO: “GRAVE MANCANZA PROFESSIONALE”
La Commissione europea ha avviato la procedura per congelare o revocare i fondi alla
Biennale di Venezia. Lo riporta Repubblica, spiegando che dietro la minaccia c’è la riapertura del Padiglione Russia, chiuso nel 2022 allo scoppio della guerra in Ucraina. L’avviso è arrivato al presidente della fondazione Pietrangelo Buttafuoco con una lettera. Il mittente è l’Agenzia esecutiva per l’istruzione e la cultura, articolazione della Commissione Ue. Il messaggio è chiaro: «La informiamo dell’intenzione di sospendere o terminare il finanziamento». Ora la Biennale avrà trenta giorni per chiarire le sue ragioni oppure fare retromarcia. In caso contrario perderà due milioni di euro previsti per i tre anni che vanno dal 2025 al 2028.
La ragione: avete violato le sanzioni
«A nostro avviso, il fatto che, nel contesto della guerra di aggressione russa contro l’Ucraina, la Biennale abbia accettato la partecipazione di artisti russi come “delegazione governativa”, la cui partecipazione è interamente finanziata e promossa dal governo russo, con un padiglione nazionale, implica che la Biennale sembra aver accettato un sostegno indiretto da parte del governo russo in cambio della concessione di una piattaforma culturale, in violazione» dell’articolo 5 del regolamento del 2014 sulle sanzioni contro Mosca, recita la lettera. Una «grave mancanza professionale», sottolineano da Bruxelles. E infine la chiusa: «Riteniamo che l’attuazione del progetto non possa proseguire e debba pertanto essere sospesa o conclusa». L’inaugurazione dell’evento è prevista per il 9 maggio. In caso di retromarcia i fondi, dando le giuste motivazioni o meglio una retromarcia, non saranno persi.
L’Ue spinge anche la Farnesina: prendete una posizione
Il caso diventa politico su tutti i fronti. Anche perché l’Unione aspetta una presa di posizione dalla Farnesina. La Commissione, il 27 marzo, ha scritto una lettera al rappresentante permanente dell’Italia a Bruxelles Vincenzo Celeste chiedendo di «esprimersi sulla compatibilità» della scelta di Buttafuoco. L’ambasciatore ha girato la richiesta alla Farnesina ma finora non è arrivata risposta. Gli uffici di Tajani hanno spiegato a Repubblica che non hanno ancora tutti gli elementi a disposizione. Ce li ha il Mibac, che ora ha delle carte, ricevute venti giorni fa, dalla Biennale. Ma il tempo stringe.
(da agenzie)
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Aprile 11th, 2026 Riccardo Fucile
AREA OFF LIMITS GIA’ PRIMA DELL’INIZIO PER TUTTO ESAURITO, MISURE DI SICUREZZA AD HOC… SILVIA: “VOGLIO UNA CITTA’ DOVE I GIOVANI VENGANO DA FUORI, NON CHE DEBBANO ANDARSENE PER CERCARE FORTUNA”
C’è qualcosa di profondamente simbolico nel vedere migliaia di persone radunarsi sotto un unico suono, soprattutto quando a guidarle è una figura come Charlotte de Witte, dj belga tra le più famose al mondo.
In piazza Matteotti, nel cuore di Genova, con ingressi contingentati e varchi di accesso monitorati già ore prima dello start del live, lo spazio urbano davanti a Palazzo Ducale si trasforma in una cassa di risonanza collettiva, un punto di incontro tra club culture e città, tra identità individuali e una comunità temporanea costruita sul ritmo.La nota dj si è affacciata dal suo palco pochi minuti dopo le 19, esattamente come da programma
Una consolle posizionata sulla scalinata, un sound elettronico e avvolgente, de Witte, maglietta nera e occhiali da sole, che rende l’aria e i corpi elettrici: «Divertitevi e prendetevi cura uno dell’altro», scrive su Instagram prima di iniziare lo show.
L’evento, gratuito e voluto dal Comune di Genova, realizzato in collaborazione con Ops Eventi, come immaginabile richiama già da ore prima migliaia di giovanissimi, ma anche molti turisti e curiosi di diverse età, confermando la capacità della musica elettronica di attraversare diverse generazioni.
La piazza si riempie progressivamente fino all’inizio del dj-set, alle 19. Charlotte de Witte, da anni simbolo di emancipazione femminile in un panorama storicamente dominato dagli uomini, è oggi una delle figure più influenti della techno globale: non è solo una dj, ma un riferimento culturale capace di parlare a pubblici differenti, per questo la sua presenza nella città della Lanterna assume il peso di un appuntamento che va quasi oltre la musica.
Genova risponde con grande partecipazione, trasformando la piazza in uno spazio vibrante e attraversato da un’energia collettiva.
Le parole della sindaca Salis
La sindaca Salis in prima fila dietro la console di Charlotte de Witte: “Sono giornate pensate per i nostri giovani, anche per quelli che vogliono arrivare da fuori Genova. La vista della piazza così è davvero uno spettacolo. Bisogna farla vivere questa città: diciamo sempre che Genova è la città con l’età media più alta d’Europa, per questo bisogna cercare di attirare sempre più ragazzi con eventi come questo. Il merito va al nostro consigliere delegato ai Grandi eventi, Lorenzo Garzarelli, a tutta la giunta, ai nostri uffici e a chi ha lavorato per questo evento”.
(da Il Secolo XIX)
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