Giugno 28th, 2026 Riccardo Fucile
SALVINI ANNUNCIA QUERELA, PEZZOTTI CONFERMA: “ASPETTO CHE MI SMENTISCA, LO ASPETTO IN TRIBUNALE. IO PRESENTAVO LA FESTA DELLA BIRRA CON UMBERTO BOSSI E LUI ERA NEI BAGNI CON LE MIE AMICHE”
Sembra destinato a montare il caso legato al Pride di Milano che vede coinvolto il ministro dei
Trasporti, Matteo Salvini. “Salvini faceva pompini alle trans nei bagni chimici”. A pronunciare queste parole è Lorenzo Pezzotti, performer e art director di Botox Matinée, noto evento esclusivo milanese.
Il contesto è quello del Pride di Milano, la parata organizzata ogni anno per celebrare e sostenere la comunità lgbtqia+. Il corteo, partito ieri pomeriggio da via Vittor Pisani, ha sfilato per tre chilometri attraversando il centro di Milano, fino all’Arco della Pace, dove erano previsti interventi dal palco e un concerto finale.
La parata ha riunito circa 350mila persone scese lungo le strade per rilanciare le battaglie sui diritti civili e sui temi dell’incisività. Erano presenti per l’occasione anche il sindaco di Milano, Beppe Sala e la leader del Partito Democratico Elly Schlein, che ha voluto ricordare Mirko Moricone, il 24enne ucciso insieme alla madre dal padre perché gay.
Durante il corteo, da uno dei carri che hanno preso parte alla parata, Pezzotti si è lasciato andare a delle dichiarazioni molto forti nei confronti del leader della Lega. Lo speaker ha infatti raccontato di aver conosciuto il ministro dei trasporti a Ponte
di Legno durante la festa della birra. “Faceva pompini alle trans nei bagni chimici”, ha detto. Per poi rincarare la dose: “E aspetto che mi smentisca. Sono qui”.
Il performer ha aggiunto alcuni dettagli al suo racconto, affermando che al tempo lui si trovava assieme allo storico leader della Lega, Umberto Bossi, a presentare l’evento. “Al castello di Ponte di Legno io presentavo la festa della birra con Bossi e tu facevi pompini alle mie amiche nei bagni chimici”, ha ribadito. Al suo fianco sul carro sfilavano Elodie e la compagna Franceska Nuredini.
Le sue dichiarazioni, riprese dai telefoni dei partecipanti, hanno rapidamente fatto il giro del web. Fino ad arrivare al diretto interessato. Il ministro ha deciso di rispondere a Pezzotti, minacciando querele. “Ci vediamo in tribunale amico mio”, ha scritto su Facebook rilanciando il video in cui si sente il performer pronunciare le frasi incriminate. Stando alle parole di Salvini insomma, la questione finirà presto nelle aule di giustizia.
(da Fanpage)
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Giugno 28th, 2026 Riccardo Fucile
IL RICORDO DI MIRKO MORICONI: “MIRKO AVEVA DECISO DI CHIAMARSI MICHELANGELO ANDREONI ED È STATO UCCISO INSIEME ALLA MADRE A COLPI DI FUCILE DAL PADRE”… AL CORTEO CARTELLI CONTRO ROBERTO VANNACCI
È la prima cosa che dice non appena, a sorpresa, sale sul carro del Pd: «L’omotransfobia uccide e purtroppo ha ucciso anche Mirko». Sulla venticinquesima edizione del Pride, sotto un sole da bollino rosso, si allunga l’ombra dell’omicidio di Camaiore, ricordato con un minuto di silenzio.
Ed Elly Schlein non può che ricordarlo: «Mirko aveva deciso di chiamarsi Michelangelo Andreoni ed è stato ucciso insieme alla madre a colpi di fucile dal padre». E affinché tragedie simili non accadano più, ricorda la segretaria Pd, serve una legge: «Bisogna che società e politica riflettano, perché qualcuno ancora si chiede che senso abbia fare i Pride». E qualcuno, incalza, «ancora si stupisce del perché noi vogliamo una legge contro l’odio, control’omobilesbotransfobia».
C’era il ddl Zan, «ma è stato affossato in Parlamento». Non è solo questione da codice penale, ma di cultura da «cambiare», in un’Italia dove «l’odio e la discriminazione delle persone Lgbtqia+ portano alla violenza».
Lo dicono anche i numeri, quelli della classifica di Ilga Europe che vede l’Italia al 36esimo posto su 49: «È come se ci fosse ancora un muro che divide l’Europa — spiega Schlein — , e il nostro Paese è tra quelli più retrogradi sul riconoscimento dei diritti Lgbtq+». Poi arriva la stoccata al ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara e al suo «pessimo ddl», espressione di una maggioranza «che fa passi indietro», perché «fa il contrario di quello che servirebbe — la prevenzione del bullismo in ogni forma — limitando fortemente e addirittura nei primi anni di scuola proibendo l’educazione all’affettività, alle differenze al rispetto». [
Sul trenino di Arcigay sventolano le bandiere rainbow, subito dietro arriva il carro di Agedo, l’associazione dei genitori, coperto di palloncini colorati e cuori rosa. Lo striscione dice: «Genitori e figli, insieme siamo forza, colore e bellezza». Almeno qui è così ed è bello sentirlo dire.
Non mancano i cartelli contro Roberto Vannacci. Tra una bandiera arcobaleno, una transgender, una palestinese e una ucraina, il tema torna sempre lì: alle aggressioni, alla paura a volte di tenersi per mano, alla richiesta delle persone transgender di non diventare bersaglio politico. I messaggi si rincorrono da un cartello all’altro.
(da Repubblica)
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Giugno 28th, 2026 Riccardo Fucile
I PM VOGLIONO LEGGERE LO SCAMBIO DI MESSAGGI CON MAURO CAROCCIA, PRESTANOME DELLA CAMORRA , MA LA GIUNTA HA PREPARATO GIÀ UNA LETTERA DA MANDARE ALLA PROCURA PER CHIEDERE CHIARIMENTI, FACENDO INTENDERE QUALE SARÀ L’ORIENTAMENTO: NON CONCEDERE L’UTILIZZO DELLE CHAT DI DELMASTRO
Il 4 giugno scorso il procuratore di Roma Francesco Lo Voi aveva auspicato “collaborazione” da
parte della Giunta per le autorizzazioni della Camera sull’acquisizione delle chat che riguardano l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, oggi deputato semplice di Fratelli d’Italia, nell’ambito dell’inchiesta sul ristorante “Bisteccheria d’Italia” sul presunto riciclaggio del clan Senese.
Delmastro, che si è dimesso per questo caso dopo il referendum sulla separazione delle carriere, non è indagato (come ha specificato Lo Voi) ma i pm romani hanno fatto richiesta alla Giunta per le autorizzazioni di Montecitorio per acquisire le chat whatsapp tra lui e il ristoratore Mauro Caroccia
Ma la Giunta per le autorizzazioni a Montecitorio sta iniziando a fare muro nei confronti dei pm capitolini. Martedì, infatti, l’ufficio di presidenza ha approvato all’unanimità una lettera da mandare ai pm per chiedere chiarimenti, facendo però già intendere quale sarà l’orientamento della Giunta: non concedere l’utilizzo delle chat del parlamentare di FdI, tanto più se non indagato.
La proposta della lettera, firmata dal relatore di Forza Italia Pietro Pittalis, che Il Fatto ha letto, ha l’obiettivo di chiedere conto ai pm della richiesta fatta pervenire alla Giunta: non è chiaro, si legge nel testo del capogruppo azzurro in giunta, se i magistrati chiedano l’autorizzazione al “sequestro di corrispondenza” visto che la formulazione della procura “non domanda espressamente l’autorizzazione a ‘sequestrare’ la corrispondenza dell’on. Andrea Delmastro Delle Vedove”.
I pm, infatti, chiedono che sia consentito “una volta formata copia della memoria del dispositivo in sequestro di accedere e prendere cognizione delle comunicazioni memorizzate sul dispositivo medesimo, destinate al deputato o da lui provenienti”.
Una questione che, secondo la giunta, non è di lana caprina: alla luce della sentenza della Corte costituzionale 170 del 2023 (che ha portato all’annullamento ai sequestri di corrispondenza telefonica nell’inchiesta sulla Fondazione Open vicina a Matteo Renzi), si spiega che “l’elemento decisivo, sul piano costituzionale, non è costituito dalla denominazione formale dell’atto, bensì dalla sostanza dell’attività richiesta dall’autorità giudiziaria”.
E dunque, in sintesi, si arriva alla conclusione che “la richiesta della Procura di Roma, pur formulata nei termini di autorizzazione all’‘accesso’ e alla ‘presa di cognizione’, potrebbe essere ragionevolmente qualificata come richiesta di autorizzazione al sequestro di corrispondenza”. Ma dovrà essere la procura a dirlo e quindi la giunta ha deciso di chiederlo ufficialmente.
Poi la conclusione che fa subito capire quale sarà l’orientamento della maggioranza in giunta per le autorizzazioni: una volta stabilito che si tratterà di una richiesta di sequestro di corrispondenza, la destra negherà l’accesso alle chat whatsapp all’ex sottosegretario Delmastro.
Se la Giunta spiega che questo è un “passaggio semplice, rapido e pienamente coerente con il principio di leale collaborazione tra poteri dello Stato” e che “non avrebbe finalità dilatorie” ma “esclusivamente chiarificatrici”, allo stesso tempo “consentirebbe di pronunciarsi con piena consapevolezza, in tempi comunque rapidi, evitando il rischio di attribuire alla Procura di Roma un intendimento non univocamente desumibile dal tenore letterale della sua richiesta”. Insomma, sarà un no ben motivato.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Giugno 28th, 2026 Riccardo Fucile
“L’IDEA DELLO SCUDO SI ALLARGA, MA IL POTERE DEVE ESSERE RESPONSABILE”
Procuratore Rossi, lo sa che la Giunta della Camera negherà l’uso delle chat tra Delmastro e Caroccia?
Non entro nel merito delle singole questioni ma, va ribadito, oggi più che mai, che l’articolo 1 della Carta afferma che “la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Quindi, chi esercita il meraviglioso ruolo di rappresentante della sovranità popolare, il politico di turno, è anche lui sottoposto al controllo e ai limiti previsti. Ma i segnali vanno in senso inverso anche a livello internazionale. L’idea è che chi è legittimato da un’elezione può fare quello che vuole. In democrazia, per fortuna, non funziona così.
Il governo contro le indagini? Era già successo al Senato con il no a Milano sulle chat dell’inchiesta Mps.
Chiunque detiene il potere non ama essere controllato. Indagare serve a tutelare i deboli difronte al sopruso dei forti. Si può impedire a un giudice di utilizzare le prove solo se agisce con scopi politici. Sarà la Consulta a decidere se la decisione del Parlamento è stata corretta, la stessa Corte che spesso ha ritenuto che abbia illegittimamente bloccato le indagini permettendo poi che proseguissero.
Con Mani Pulite in corso fu abolita l’autorizzazione a procedere, ora le Camere scudano i parlamentari?
L’autorizzazione a procedere non era di per sé uno strumento negativo. L’averla quasi sempre negata ha provocato la reazione popolare.
Col No alla separazione delle carriere gli italiani hanno bocciato la voglia di ammanettare la magistratura, ma Meloni va avanti.
Per fortuna il nostro popolo ama la Costituzione. Ho partecipato a centinaia di dibattiti ed è stato commovente guardare nel volto di migliaia di persone una straordinaria passione civile. Le spinte, che provengono da tanti settori del Paese e non solo da questa maggioranza, verso l’insofferenza al controllo, s’infrangeranno sull’onda di questa passione civile.
Però lo scudo ha già funzionato con Almasri, bloccando la Procura di Roma su Nordio, Piantedosi e Mantovano e sollevando un conflitto per Bartolozzi che torna nel governo con Foti…
Occorre riflettere molto sulla circostanza che ormai il tema della legalità ha un profilo internazionale. La sofferenza d’ogni uomo in qualsiasi parte del mondo richiama la nostra coscienza e il caso Regeni è emblematico. Perché il controllo delle grandi agenzie di dati che gestiscono l’IA, o quello della tecnologia nella produzione delle armi, impatta ogni giorno nella vita personale. Dimenticarlo, per la difesa di singoli interessi, è molto pericoloso.
Lascerebbe perdere un’inchiesta sulla politica? Il caso Delmastro fa scuola. Come si fa a negare le chat per la privacy? E il diritto alla verità?
La democrazia è trasparenza. Il nostro dovere è perseguire i reati accertando i fatti. Posso assicurare che la Procura di Bari non si ferma e non si fermerà mai di fronte a qualsiasi ostacolo. Il nostro dovere lo faremo fino in fondo nel rispetto delle leggi e delle garanzie.
Via l’abuso d’ufficio, azzoppato il traffico d’influenze, l’interrogatorio preventivo, la prescrizione berlusconiana, per sequestrare lo smartphone dovrete passare dal gip, siamo a “mani legate”?
Quello che mi preoccupa di più non sono tanto le leggi approvate. Ogni potere politico ha il diritto di andare nella direzione che vuole. Mi allarma la contraddizione. Non si può dire che si lotta contro le mafie e poi si riducono le possibilità d’intercettare i mafiosi. Si vogliono aumentare le garanzie con tre gip per ogni misura cautelare, ma senza triplicare i giudici. Si vuole la sicurezza dei cittadini, ma con l’interrogatorio preventivo li si espone alle minacce degli autori dei reati.
Torna il berlusconismo per i potenti scudati?
L’idea dello scudo si allarga a molte categorie. Dimenticando che la tutela civile e penale è per le persone offese. Ogni potere dev’essere responsabile altrimenti calpesterà i cittadini deboli.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Giugno 28th, 2026 Riccardo Fucile
PER NON PERDERE LA POLTRONA COSA NON SI FA
Quasi più di Trump, il grande cruccio dei Fratelli d’Italia in questo primo scampolo d’estate è
Roberto Vannacci. L’ex generale non si è rivelato un fuoco di paglia, nemmeno il cambio di strategia di Giorgia Meloni, passata da ignorare Futuro nazionale ad accusarlo in Parlamento di connivenza con l’opposizione, è riuscito ad arrestare la crescita della sua «sporca dozzina» nei sondaggi. Non solo in quelli ufficiali: ai piani altissimi di FdI gira da un paio di giorni una rilevazione riservata che proietta Fn al 10%, con riverberi su tutta la coalizione. Secondo questo sondaggio confidenziale, che viene confermato a Repubblica da due fonti di primo piano del partito di via della Scrofa, la Lega scivolerebbe sotto al 5%, Forza Italia arrancherebbe al 6, mentre FdI si ritroverebbe al 25%, l’unico partito del centrodestra tradizionale a tenere botta, ma con una percentuale al di sotto di quella delle Politiche del ‘22 e anche delle Europee del ‘24. Numeri da prendere con le pinze, ma che agitano le acque. Un’altra fonte di FdI, con la promessa dell’anonimato, spiega che se il trend di crescita di Futuro nazionale rimarrà quello certificato anche dai sondaggi ufficiali, è tutt’altro che inverosimile immaginare la forza di Vannacci a ridosso della doppia cifra già sul finire dell’estate. E dunque? È necessario rivedere la linea, di nuovo. Bisogna evitare, aggiunge, di «bruciare i ponti» con i vannacciani, ricordando sì che continuando a votare con l’opposizione
si aiuta la sinistra, ma facendo anche capire che alcuni punti di contatto ci sono e che su un’agenda comune si può lavorare. Un’operazione non solo politica, ma anche comunicativa. Da un lato, FdI prova a blindare lo zoccolo duro dell’elettorato di destra: ieri la Gazzetta tricolore, la newsletter settimanale dei Fratelli, titolava «Alloggi, prima gli italiani», ricordando l’ordine del giorno di FdI legato al piano casa e rispondendo indirettamente all’intervento alla Camera contro le assegnazioni di case ai migranti (anche di seconda generazione) da parte di Rossano Sasso, l’ex leghista passato a Fn. Dall’altro però si mandano segnali.
Non tutto avviene sottotraccia: nelle chat di Forza Italia e Lega rimbalzano da venerdì pomeriggio le dichiarazioni del capogruppo di FdI alla Camera, Galeazzo Bignami, che l’altro ieri ospite di SkyTg24, si mostrava a sorpresa aperturista, senza le ruvidità delle ultime settimane: «C’è tempo per riflettere e confrontarsi sul programma, possiamo anche trovare un punto di prospettiva comune, anche se oggi è prematuro». Gli abboccamenti con l’ex parà non sono comunque facili, per il partito di Meloni. La Lega, che già vive settimane tribolatissime, lo vorrebbe fuori; ancora più perentoria è Forza Italia, soprattutto Marina Berlusconi, per cui la presenza di Vannacci in coalizione escluderebbe automaticamente gli azzurri. Nemmeno i proseliti dell’ex militare hanno interesse ora ad accodarsi disciplinatamente alla coalizione a trazione FdI, convinti che da questa situazione d’incertezza possano trarre vantaggio, pescando non solo a destra, ma anche dagli elettori antisistema a tutto tondo, opposizione inclusa. Vannacci si gode il momento, ieri si è paragonato addirittura a Churchill, sostenendo che i suoi sondaggi «sono la gente».
L’altra disputa all’interno della coalizione di governo riguarda la data del voto: Meloni spinge per accorciare la legislatura, chiedendo di mandare il Paese alle urne nell’aprile ‘27, ma la Lega si sta mettendo di traverso. Dopo Giancarlo Giorgetti, che ha detto in chiaro che prima del voto bisogna portare a casa l’autonomia differenziata, ieri è stato direttamente Matteo Salvini a prospettare le elezioni a scadenza naturale, cioè «nell’autunno dell’anno prossimo». Ma anche nel Carroccio in molti sono convinti che sia impossibile resistere all’onda dei vannacciani così a lungo.
(da Repubblica)
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Giugno 28th, 2026 Riccardo Fucile
IL 60% VUOLE TRASPARENZA SULLE BASI USA IN ITALIA
Nel giro di appena un paio di mesi il giudizio degli italiani nei confronti del presidente americano Donald Trump si è deteriorato sensibilmente. Oggi quasi otto cittadini su dieci esprimono un giudizio negativo sulla sua presidenza (79,5%), mentre appena il 12,1% ne dà una valutazione positiva. Anche tra gli elettori di centrodestra, tradizionalmente più inclini a guardare con favore al presidente americano, i giudizi positivi si fermano al 18,4%. L’unica eccezione è rappresentata dagli elettori di Futuro nazionale di Roberto Vannacci, dove il consenso verso Trump raggiunge il 40.0%. A incidere maggiormente è soprattutto il suo stile comunicativo. Per il 39,1% degli italiani la comunicazione del presidente americano è provocatoria e arrogante; il 22,8% la considera aggressiva e divisiva; il 18,9% la definisce caotica e imprevedibile; il 5,9% populista e demagogica. Solo il 6,9% utilizza aggettivi positivi per definirla.
Colpisce un dato che merita particolare attenzione. Gli elettori di Roberto Vannacci, pur essendo i più favorevoli a Trump, non descrivono diversamente il suo stile comunicativo, anche per loro è “provocatorio e arrogante”. La differenza sta nel giudizio che attribuiscono a queste caratteristiche. Quello che per la maggioranza degli italiani rappresenta un limite, per i suoi sostenitori diventa il segno di una leadership forte, schietta e capace di rompere gli schemi. Una lettura che richiama
inevitabilmente il modello comunicativo dello stesso Vannacci. Anche il recente botta e risposta tra Donald Trump e Giorgia Meloni, dopo il G7 di Evian, nato dall’affermazione del presidente americano secondo cui la premier italiana gli avrebbe chiesto con insistenza un selfie – circostanza successivamente fortemente smentita da Palazzo Chigi – ha lasciato nell’opinione pubblica italiana un’impressione ben precisa. Il 32,7% ritiene che nessuno dei due protagonisti ne esca bene.
Tuttavia, il 31,3% riconosce a Giorgia Meloni il merito di aver replicato con fermezza senza alimentare lo scontro. Infine per il 14,1% si tratta semplicemente di una polemica di scarsa importanza, mentre il 12% ritiene che l’episodio confermi la scarsa considerazione che Trump riserva perfino nei confronti dei governi alleati. Lo stesso tema della credibilità e della trasparenza emerge nella vicenda dell’utilizzo delle basi militari italiane. Dopo le dichiarazioni del segretario generale della Nato, Mark Rutte, secondo cui 500 velivoli militari americani sarebbero decollati da basi italiane a sostegno delle operazioni contro l’Iran, quasi sei italiani su dieci ritengono che il Governo avrebbe dovuto informare preventivamente il Paese. Di questi, il 27,9% comprende comunque le esigenze di riservatezza legate alle operazioni militari. Un cittadino su quattro (25,6%) ritiene invece corretto che decisioni di questo tipo rimangano nell’ambito delle valutazioni riservate del Governo e della Nato. Anche qui il dato politico è evidente. Tra gli elettori del centrodestra prevale la fiducia nelle scelte dell’esecutivo e nelle esigenze di sicurezza, mentre tra quelli delle opposizioni domina la richiesta di maggiore trasparenza e di un coinvolgimento più ampio dell’opinione pubblica su decisioni che riguardano la politica estera e la difesa.
Sulla vicenda, peraltro, il dibattito pubblico è stato alimentato da ricostruzioni diverse. Un susseguirsi di informazioni, precisazioni e correzioni che, anziché fare chiarezza, hanno aumentato la confusione nell’opinione pubblica. È proprio questo uno degli aspetti più delicati che emerge dall’indagine. In un contesto in cui le notizie vengono continuamente corrette, smentite o reinterpretate, diventa sempre più difficile per i cittadini orientarsi tra fatti accertati, ricostruzioni parziali, informazioni verosimili e vere e proprie fake news. Il rischio è che il criterio di
giudizio non sia più la verifica dei fatti, ma la loro coerenza con le proprie convinzioni. Si finisce così per credere più facilmente alla versione che conferma le nostre idee, indipendentemente dalla sua fondatezza. È una dinamica che alimenta la polarizzazione e rende sempre più fragile quel patrimonio di fiducia condivisa sul quale si fonda il dibattito democratico. Quando aumenta l’incertezza sui fatti, cresce inevitabilmente anche il bisogno di individuare punti di riferimento. È probabilmente anche attraverso questa lente che va letto il giudizio degli italiani sul ruolo internazionale di Donald Trump. In questo contesto, il dato probabilmente più significativo riguarda la percezione complessiva dello scenario internazionale. Per il 74,9% degli italiani la politica di Donald Trump sta contribuendo a rendere il mondo più instabile e pericoloso. Un dato che racconta come il presidente americano venga ormai percepito non solo attraverso il filtro dell’appartenenza ideologica, ma anche come un fattore di rischio in uno scenario internazionale già segnato dalle guerre in Ucraina e Medio Oriente e dalla competizione tra le grandi potenze. Questi numeri meritano una riflessione che va oltre il giudizio su Trump. Negli Stati Uniti si avvicinano le elezioni di Midterm, primo banco di prova della presidenza. Sarebbe improprio trasferire automaticamente questi orientamenti all’elettorato americano, tuttavia il voto di autunno ci dirà se la forte polarizzazione che accompagna Trump continuerà a produrre consenso o inizierà a mostrare segni di logoramento.
Anche in Italia questi dati rappresentano un segnale da non sottovalutare. La lunga campagna elettorale verso le prossime elezioni politiche è già iniziata e il posizionamento dei partiti italiani nei confronti dell’Amministrazione Trump rischia di trasformarsi in un tema identitario. Per la maggioranza sarà necessario continuare a coltivare il rapporto privilegiato con Washington senza apparire subalterna a una leadership che oggi gode di scarsa popolarità nell’opinione pubblica italiana. L’equilibrio mostrato da Giorgia Meloni nelle ultime settimane sembra andare proprio in questa direzione: mantenere saldo il legame con gli Stati Uniti, ma rivendicare autonomia quando gli interessi italiani lo richiedono. Le opposizioni, al contrario, potrebbero trovare nella crescente impopolarità di Trump un terreno favorevole per rafforzare una narrazione centrata sul multilateralismo,
sul ruolo dell’Europa e sulla difesa delle istituzioni democratiche. Tuttavia, il messaggio più rilevante è un altro, perché più che esprimere un giudizio su Donald Trump, oggi gli italiani sembrano chiedere affidabilità, stabilità e capacità di governare l’incertezza. Ed è su questo terreno, più che sugli slogan o sulle provocazioni o sui confronti di chi ha detto cosa, che si misureranno le prossime sfide elettorali, negli Stati Uniti come in Italia.
(Alessandra Ghisleri – lastampa.it)
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Giugno 28th, 2026 Riccardo Fucile
LA MAGGIORANZA CONTINUA A PRENDERE TEMPO MA DEVE DECIDERE IN FRETTA SE PORTARLO O MENO IN COALIZIONE
Vannacci chi? A ventiquattr’ore dall’ultimo sondaggio che piazza il capo di Futuro nazionale al sei
per cento, in crescita di oltre un punto, sopra a una Lega in caduta libera verso il cinque, tutti i soggetti della partita preferiscono fingersi disinteressati al dibattito su una possibile alleanza. Tattica dello struzzo. No comment. No reazioni. Pure Vannacci, potendo, direbbe: Vannacci chi? È il primo a sapere che quel sei per cento è figlio della sua personalissima marcia su Roma, e cioè della marcia sul palazzo di Giorgia Meloni, dell’attacco alla vecchia destra in nome della cosiddetta vera destra. Ed è ovvio che se vuole avanzare ulteriormente mica lo potrà fare dicendo: tutto risolto, ci accorderemo, avanzeremo insieme. L’ultima sentenza della premier – «La politica non è aritmetica» – vale anche per lui, per il generale, e spiega l’ambiguità di un capopopolo che sembra avere idee precise su tutto tranne che sulla domanda fondamentale di ogni sfida politica: con chi stai?
I sondaggisti finora hanno quotato Fn a prescindere dalla sua collocazione, ma bisognerebbe interrogarsi su quanti voti perderebbe Vannacci se si allineasse con l’attuale centrodestra, rimangiandosi di fatto le critiche che lo hanno portato a mollare la Lega, a bullizzare Forza Italia come «partito eterodiretto dal denaro», ad
alludere a Meloni come amica del globalismo e di Ursula von der Leyen. Chissà se funzionerebbe ancora il racconto sovranista una volta privato del suo alone barricadero, con la sporca dozzina candeggiata dalla trattativa su quanti seggi, quanti posti nel listino, quante poltrone da sottosegretario in una nuova, ipotetica maggioranza. Lui, in tutta evidenza, pensa che no, non gli gioverebbe.
Sono passati cinque mesi dalle dimissioni di Vannacci dalla Lega e dal primo sondaggio che gli accreditava il 4,2 per cento. Tre mesi dalla formale adesione del gruppo di Gianni Alemanno all’impresa. Un mese dall’acquisizione di un gruppetto di parlamentari che fa rumore alla Camera (e ha votato a più riprese contro la fiducia al governo). Ci sarebbe stato tutto il tempo per chiarire la collocazione del nuovo partito, ma Vannacci non sembra interessato. «Se vuole mi chiami lei», dice per interposta intervista a Meloni. «Se vuole parlargli, Giorgia alzi il telefono», ribadisce Gianni Alemanno. Siamo fermi lì da un pezzo. Ed è probabile che il generale andrà avanti così, perché la strategia dell’ambiguità paga, i sondaggi ingrassano, e se – come tutti dicono – Futuro nazionale punta alla doppia cifra entro la fine dell’anno c’è piuttosto da aspettarsi una escalation polemica.
Il generale deve mobilitare gli scontenti, sedurre i delusi, attirare l’attenzione degli incerti, denunciare, pungere: la sua guerra asimmetrica è appena cominciata. Lo scenario atlantico offre suggestioni fantastiche al superego del leader di Fn. Diventare l’uomo di Donald Trump in Italia. Farsi capofila tricolore del mondo Maga. Usare le nuove parole d’ordine – “Remigrazione!” tra tutte – per qualificarsi come fratello di J.D Vance, Pete Hegseth e tutti quelli che al primo punto della critica all’Europa mettono l’eccesso di mollezza verso gli stranieri, il cedimento alla sostituzione etnica.
Magari le ambizioni sono esagerate, ma il centrodestra comincia ad averne paura perché fino a ieri pensava di aver a che fare con un picconatore facile da demolire, oppure da annettere al momento giusto. Adesso si accorge che entrambi gli obbiettivi risultano più complicati del previsto. Vannacci coltiva speranze troppo larghe per rinunciare alla sua posizione barricadera in cambio di un accordo adesso. E quando si arriverà al dunque, alla vigilia della presentazione delle liste, chissà dove sarà arrivato in termini numerici e politici. Chissà quali spropositi avrà pronunciato. Quali sconquassi minaccerà nelle relazioni europee e negli equilibri di maggioranza. Quanti seggi (soprattutto) chiederà in forza dei sondaggi. Trincerarsi nel no comment, far finta che il problema non esista, aiuta la maggioranza a prender tempo ma non è tattica né strategia: è abbastanza evidente che una decisione andrà presa in fretta, perché la posizione dello struzzo avvantaggia solo l’avanzata del generale e delle sue truppe.
(da La Stampa)
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Giugno 28th, 2026 Riccardo Fucile
QUALCUNO LO INFORMI CHE LA TERRA GIRA SU SE STESSA E INTORNO AL SOLE
Fabrizio Santori, consigliere comunale della Lega a Roma, fotografa una pensilina dell’autobus e twitta indignato: “Le uniche pensiline al mondo che fanno ombra non sotto ma DIETRO sono a Roma un ringraziamento speciale agli scienziati scelti dal sindaco Gualtieri”.
Vede l’ombra cadere alle spalle della pensilina e nella sua testa scatta una sola spiegazione: hanno sbagliato a progettarla.
Che il sole alle dieci stia da una parte e alle quindici dall’altra è un’ipotesi che non lo sfiora. La pensilina è difettosa. Anzi, peggio: è colpa del sindaco Gualtieri.E mentre lui compila su X la sua denuncia, il colpevole è lì, sopra la sua testa, in bella vista da quattro miliardi e mezzo di anni. Si chiama Sole.
Perché la notizia, Fabrizio, è questa: il pianeta gira. Gira su sé stesso e attorno al Sole. Il sole sorge a est, tramonta a ovest e nel mezzo si fa tutto il cielo. La pensilina resta ferma, l’ombra la segue e si sposta. Tutto il giorno. Da quattro miliardi e mezzo di anni.
Galilei, per questa roba, ha rischiato il rogo. E non immaginava, poveretto, che quattro secoli dopo sarebbe arrivato un consigliere di Roma a pretendere il contrario: il sole e la Terra inchiodati, l’ombra immobile nello stesso punto dall’alba al tramonto.
Le diciamo una cosa sconvolgente, consigliere. Al mare, sotto l’ombrellone, tocca spostare la sdraio ogni mezz’ora per restare all’ombra. Pure lì, probabilmente, deve esserci lo zampino degli scienziati di Gualtieri.
(da Fb- Abolizione del suffragio universale)
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Giugno 28th, 2026 Riccardo Fucile
LA QUOTA DI DETENUTI PER REATI LEGATI AGLI STUPEFACENTI E’ IL DOPPIO DELLA MEDIA EUROPEA
Le condanne legate all’uso e allo spaccio di droghe continuano a rappresentare uno dei principali
motori del sovraffollamento delle carceri in Italia. È questa una delle conclusioni più nette che emerge dall’ultima edizione del Libro Bianco sulle droghe, che traccia un bilancio dell’azione del governo Meloni e delle politiche portate avanti dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega alle politiche antidroga, Alfredo Mantovano.
Cosa dicono i dati
Al 31 dicembre 2025 i detenuti presenti negli istituti penitenziari erano 63.499, in aumento rispetto ai 61.861 registrati un anno prima. Di questi, 13.735 risultano detenuti esclusivamente per violazione dell’articolo 73 del Testo unico sugli stupefacenti, relativo alla detenzione a fini di spaccio. Altri 6.807 si trovano in carcere per reati che associano l’articolo 73 all’articolo 74, che punisce l’associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze, mentre 1.020 persone sono detenute esclusivamente per quest’ultimo reato. Nel complesso, quasi il 34% della popolazione detenuta in Italia è reclusa per reati legati alla normativa sulle droghe. Quota che, secondo il Libro Bianco, è praticamente doppia rispetto alla media europea, pari al 18%, e nettamente superiore a quella mondiale, ferma al 22 per cento.
Il sovraffollamento delle carceri
La conseguenza più evidente riguarda il sovraffollamento. Gli autori del rapporto sostengono che, in assenza dei detenuti incarcerati per violazione dell’articolo 73 o di quelli dichiarati tossicodipendenti, il problema dell’eccessiva pressione sulle strutture penitenziarie italiane sarebbe sostanzialmente superato. Nonostante una lieve flessione degli ingressi in carcere per spaccio, il fenomeno continua, infatti, a mantenere dimensioni elevate. Nel 2025 sono stati registrati 42.005 nuovi ingressi negli istituti penitenziari. Di questi, 10.784 sono stati determinati dalla contestazione dell’articolo 73. Si tratta del 25,7% del totale, una quota sostanzialmente invariata rispetto al 25,8% del 2024. In termini assoluti il calo è del
3,4%, interrompendo una crescita durata quattro anni consecutivi, ma senza modificare significativamente il peso che i reati di droga continuano ad avere sul sistema carcerario.
Un terzo dei detenuti è tossicodipendente
A crescere sono anche i detenuti classificati come tossicodipendenti. Nel corso del 2025 il 41,2% delle persone entrate in carcere è stato dichiarato tale, ma alla fine dell’anno i tossicodipendenti veramente certificati erano 20.767, pari al 32,7% della popolazione detenuta complessiva. Per il terzo anno consecutivo si tratta del dato più alto registrato dal 2006 a oggi. La pressione del sistema repressivo emerge anche dall’attività giudiziaria. Secondo i dati raccolti dal Libro Bianco risultano aperti oltre 200mila procedimenti penali per reati legati alle droghe. I fascicoli relativi all’articolo 73 sono 156.179, mentre quelli riguardanti l’articolo 74 raggiungono quota 46.001.
Adolescenti e cannabis
Ma il controllo non si esaurisce nelle aule di tribunale e nelle carceri. Il sistema delle segnalazioni amministrative per possesso di sostanze a uso personale continua infatti a coinvolgere decine di migliaia di persone ogni anno. Nel 2025 sono state registrate 39.188 segnalazioni. Circa il 31% si è concluso con una sanzione amministrativa, generalmente la sospensione della patente di guida o il divieto di conseguirla e, in alcuni casi, il ritiro del passaporto. Secondo gli autori del rapporto, queste misure vengono applicate anche in assenza di comportamenti concretamente pericolosi. Un aspetto che appare ancora più evidente nel caso dei minori. Sono stati infatti 3.564 gli adolescenti segnalati nel 2025. Il 97,1% dei casi riguarda il possesso di cannabis.
La tendenza «sanzionatoria» contro la cannabis
L’impressione, sostengono gli autori, è che il sistema abbia ormai assunto prevalentemente una funzione sanzionatoria. Dal 1990 a oggi le persone segnalate per possesso di droghe per uso personale hanno superato il milione e mezzo. Di queste, circa 1,1 milioni sono state segnalate per derivati della cannabis. Anche nel 2025 la cannabis rappresenta la sostanza di gran lunga più coinvolta nelle procedure
amministrative, con il 77,4% delle segnalazioni, seguita dalla cocaina con il 17% e dall’eroina con il 2%.
(da agenzie)
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