Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
DOPO LA VITTORIA A VENEZIA CON UN EX UDC, ORA TOCCA A CALENDA E LUPI?
Eccoli lì, dalla Meloni in giù, tutti di nuovo euforici, più gasati di un gasdotto, in seguito all’inaspettata vittoria di Simone Venturini alle comunali a Venezia. Aver azzeccato l’uomo giusto al momento giusto e nel posto giusto, un ex boy-scout dell’Udc, assessore della giunta uscente del sindaco Brugnaro, un tipino che non ha mai avuto a che fare con la filiera Msi-An-FdI, ha fatto sgranare gli occhioni di Giorgia Meloni: ma allora si può vincere anche “allargando”, guardando fuori dalla ridotta dei fedelissimi di Colle Oppio?! Una epifania che ha mostrato finalmente alla Ducetta una strada piena di possibilità, quella che porta al “centro”.
Le comunali di Roma, Milano, Torino, Napoli e Bologna, che saranno chiamate al voto nella primavera del 2027, sono tutte città attualmente amministrate dal
centrosinistra. Ma almeno le prime due, Roma e Milano, che rappresentano poi le “capitali d’Italia”, se si azzecca il candidato giusto, sono contendibili.
Essendo la “Macbeth di Colle Oppio” un politico che ha sempre preferito l’opportunismo tattico del giorno per giorno a qualsiasi strategia a lungo termine (dove è finita la smorfiosa ragazza pon-pon alla corte di Trump? Avete notizie della “pontiera” tra Usa e UE che avrebbe salvato l’Occidente?), pur di vincere e strappare il primo cittadino di Milano e Roma, eccola mettere cinicamente da parte i residuati bellici del suo partito e ricollocare Fdi, in versione “Bisteccheria d’Italia”, al “centro-tavola” democristiano.
Alle comunali di Milano, tra l’ipotesi di perdere, candidando il fedelissimo post-fascio Carlo Fidanza, e la possibilità di vincere con Maurizio Lupi, candidato scelto dal gran puparo La Russa, la scelta di Giorgia cadrà sul leader di “Noi Moderati”.
Ora resta da convincere Marina Berlusconi, che vuole candidare a tutti i costi qualcuno di Forza Italia nella città della buonanima di “Papi”, e poi è fatta.
Se invece vi state chiedendo cosa abbia in comune con i Camerati d’Italia uno come Lupi, già membro del consiglio comunale di Milano dal 1993 al 1997, ministro nei governi Letta e Renzi e soprattutto membro di spicco di Comunione e Liberazione, che all’ombra del Duomo ha un peso rilevante, la risposta è niente (davanti) e tutto (dietro). E in quel dietro c’è la sagoma di Ignazio La Russa.
Ma per Giorgia Meloni l’importante è strappare Palazzo Marino al “Campo largo”, reduce dai due mandati di Beppe Sala, i cui calzini colorati hanno prima incantato la città e poi via via perso colore e appeal.
Non solo: per l’insuperabile “tafazzismo de’ sinistra”, nel Pd ancora si aspetta di capire cosa frulli nella testolina tutta “chiacchiere e distintivo” di Elly Schlein. Che vuole fare a Milano? Chi vuole candidare?
Un nome ricorrente quando si tratta di “voto a perdere” è quello di Pierfrancesco Majorino, della segreteria nazionale del Pd e capogruppo in Consiglio regionale. Per battere lo schieramento di Maurizio Lupi, il candidato più indicato sarebbe invece l’ex direttore di “Repubblica”, Mario Calabresi: un sondaggio riservato, fatto prima di Pasqua, lo premia con un leggerissimo vantaggio su Lupi: 52/48
Il figlio del commissario Calabresi sa bene che occorre l’appoggio di un campo non
largo ma larghissimo che va costruito subito sul ‘’territorio’’, ma finora nessuna notizia è arrivata dal Nazareno, troppo impegnato a sparare supercazzole e a darsi il Martella sui denti scegliendo come candidati i fedelissimi di apparato.
Dal Duomo al Colosseo.
Il tatticismo opportunista della “Statista della Sgarbatella” sta raggiungendo vette inesplorate. Stavolta è riuscita a umiliare qualsiasi aspettativa dei Camerati romani, rimasti basiti davanti all’articolo di “Repubblica’’ di ieri, in cui si annuncia: “FdI apre a Calenda – Roma e Milano: “Ce la giochiamo”.
“Il nodo politico vero, emerso anche durante la riunione dell’altro ieri (nella sede di via della Scrofa per festeggiare i 51 anni di Arianna, ndr) – scrive Lorenzo De Cicco – è l’apertura al centro. Dunque a Carlo Calenda. ‘Per vincere bisogna allargare il perimetro’, è il refrain”.
Eccheccazzo!, si sfogano i camerati che dopo anni passati nelle ‘’fogne’’ a portare l’acqua con le orecchie al partito, e a svezzare le “gabbianelle” sorelle Meloni nelle grotte di Colle Oppio.
I cabasisi frullano come pale eoliche al povero Fabio Rampelli, che oggi si ritrova una Giorgia vestita di nuovo che candida al potere di Milano, un democristianone di Comunione e Liberazione, e al Campidoglio un ex manager che rallegrò le imprese e il fallimentare partito di Montezemolo, “Italia Futura”, traslocando poi in Scelta Civica di Monti, quindi il PD guidato da Nicola Zingaretti con i governi Renzi e Gentiloni, finché nel 2022 s’inventò il suo partitino, “Azione”.
L’ha presa molto male il gabbianone reietto Rampelli, visto che si era autocandidato – via Ansa – a sindaco di Roma per il centrodestra. Una sparata non concordata con i vertici di Fratelli d’Italia e che è stata accolta con gelo da parte degli ex gabbiani oggi al potere.
Eppure, un sondaggio riservato realizzato nei giorni successivi alla disponibilità di candidarsi sindaco di Rampelli avrebbe mostrato un risultato sorprendente: appena 5 punti separano il gabbianone reietto dall’ex ministro dell’Economia.
Come Dago-dixit, all’interno del Nazareno spira un vento contrario nei confronti di Roberto Gualtieri, la cui governance della città eterna è glorificata dalle pagine del primo quotidiano romano, “Il Messaggero” di Caltagirone. Del resto, pur storico
azionista di minoranza (5,75%), in barba al 51% del Comune di Roma, il palazzinaro-editore esprime il vertice della municipalizzata Acea.
Che l’autocandidatura di Rampelli sia destinata a restare carta morta, viene confermato anche dai numeri: i sondaggi danno Carlo Calenda candidato del centrodestra vincente su Gualtieri. Le rilevazioni valgono quel che valgono, lo sappiamo, bisogna prenderle con il beneficio d’inventario (a Venezia il neo-eletto Venturini era stato dato per sconfitto), ma le sorelle Meloni sanno fare le addizioni e ricordano bene che nel 2021, quando il leader di Azione lanciò “Calenda Sindaco” sfiorò il ballottaggio contro Gualtieri nella corsa al Campidoglio.
Raccolse infatti il 19,81% (pari a 219.878 voti), eleggendo 5 consiglieri comunali, arrivando terzo dietro al carneade Enrico Michetti del centro-destra (30,14%) e Roberto Gualtieri del centro-sinistra (27,03%).
Partendo dai consensi capitolini ottenuti dal centrodestra, nonostente un candidato conosciuto solo dagli ascoltatori, tra cui Arianna Meloni, dell’emittente laziofila Radio Radio, e aggiungendo i consensi di cui gode Carlo Calenda tra Parioli e Prati, l’esito finale potrebbe essere: “Salutame Gualtieri!”.
Quindi, occhi aperti: se alle amministrative del 2027 andasse in buca la giravolta centrista di FdI con il duplex Lupi-Calenda, la Ducetta potrebbe strappare al centrosinistra Milano e Roma e fare bingo! Sarebbe un bombastico colpo al cuore dei “tafazzi del Campolargo” in grado di ricompattare la malconcia coalizione del centrodestra lanciando la volata a Meloni & friends per le politiche di ottobre.
Da parte sua, Carlo Calenda non sogna altro: vuole salire sul colle del Campidoglio e sparge interviste e presenze nei talk. Ha compreso un principio sacrosanto: la prima regola per avere importanza, è darsela. Intervistato nei giorni scorsi da Romatoday.it, il leader di Azione non ha avuto problemi a mettere alle corde Gualtieri, riempiendolo di botte, ergendosi a suo sfidante.
Primo cazzotto: “Il centro di Roma è il peggiore d’Europa. Un livello di degrado che per me, che ci vivo e ci lavoro, non è cambiato. Strade sfasciate, auto ovunque, dehors che non hanno criteri estetici e una dimensione infinita. Quella è una questione irrisolta. Nessuna gestione dell’overtourism. Non può andare avanti così. Ci sono cose che non sono state fatte per niente”.
Secondo cazzottone: “C’è quel deputato, Mancini, si sa perfettamente, lo sapete perfettamente che qualunque cosa si faccia in Comune deve passare per Mancini. Sono presìdi di potere che il Pd ha e che la Schlein ha confermato in toto. Grumi di potere fortissimi…Non è scontato affatto che daremo il nostro appoggio a Gualtieri’’.
Il terzo è un pizzino alla Meloni: “Io non ho mai avuto pregiudizi sulle alleanze alle comunali, perché nelle città devi pensare al decoro urbano e ai lampioni, non a mandare le armi all’Ucraina”. Alla fine dell’intervista, il “Churchill dei Parioli’’ non ce la fa più a trattenere il sogno di sostituirsi a Marc’Aurelio sulla piazza del Campidoglio: “Noi non candideremo nessuno, ma voglio vedere chi esprimerà il centrodestra….”. Giorgia, il messaggio ti è arrivato forte e chiaro?
(da Dagospia)
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Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
LA LITE FURIBONDA TRA CROSETTO E MELONI
Guido Crosetto versus Giorgia Meloni: un testa a testa di fuoco tra i due cofondatori
di Fdi che, quando hanno qualcosa che tra loro non va, certo non se le mandano a dire. Sarà che è una vita che camminano l’uno di fianco all’altra. […]
Stavolta ad allontanarli – e a portarli al muro contro muro di ieri- le spese per la difesa che l’Italia dovrà sostenere. L’impegno assunto in sede Nato lo scorso anno, su pressione di Donald Trump, prevede che i soldi da investire in armi, munizioni, droni e via discorrendo lievitino al 5% del Pil per gli alleati entro il 2035.
Una delle ragioni che ha spinto Roma lo scorso luglio ad opzionare la possibilità di attingere ai fondi Safe, il prestito a tassi agevolati che l’Ue ha messo a disposizione dei Paesi membri per investire sulla difesa.
L’Italia dovrebbe attivare il prestito – il “tesoretto” per Roma ammonta a 14,9 miliardi – ma in una lettera dei giorni scorsi indirizzata alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, la premier ha espresso chiaramente la sua posizione: la deroga al Patto di stabilità va estesa anche alle spese per la crisi energetica o l’attivazione del programma SAFE è a rischio
Crosetto nei giorni scorsi aveva reso noto di aver scritto al Mef ben due lettere per capire cosa intendesse fare sul Safe, non ottenendo risposta. Anche da qui la frustrazione, ormai diventata rabbia, che ieri il responsabile della Difesa – partito subito dopo la riunione per una missione che lo dovrebbe tenere fuori fino a venerdì – ha sfogato, dicendo chiaro e tondo alla premier che così per lui non va.
Meloni, come ha ricordato martedì alla platea di Confindustria, sulla difesa non ha cambiato idea. La considera una priorità, ma è scalata in una lista messa a
soqquadro dalla guerra in Iran. «La difesa è libertà», ha rimarcato del resto lei stessa nell’intervento all’assemblea degli industriali, ma se non si tende la mano ad imprese e famiglie “non resterà nulla da difendere”.
Tradotto in soldoni: prima viene l’emergenza rincari, per frenare il prezzo di carburanti e bollette ormai alle stelle, e poi tutto il resto. Un ragionamento che non sembra affatto convincere il suo ministro. Indispettito anche per una narrazione che rischia, a suo avviso, di gettare ombre sulla necessità di aprire i cordoni della borsa per spendere in sicurezza.
«Chi pensa che investire in difesa sia uno spreco di risorse pubbliche – ha detto proprio ieri, in un videomessaggio all’assemblea di Confindustria Brescia – non fa un’analisi corretta e non guarda nella giusta prospettiva. Come ho avuto modo di dire, chi non condivide la necessità di considerare una Difesa forte, lavora inconsapevolmente contro l’Italia, contro il futuro dei nostri figli».
(da Messaggero)
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Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
NON BASTA ACCOGLIERE, OCCORRE SAPER INTEGRARE
Litigare sulla sicurezza e l’ordine pubblico ogni volta che il sangue infiamma gli animi è la maniera peggiore di affrontare il problema. E però è quella usuale: il sistema politico-mediatico funziona per sussulti emotivi, per tempeste di decibel, addossandosi a vicenda responsabilità che sarebbe più interessante e fruttuoso condividere.
Le bande di adolescenti latinos, per esempio, e le violenze dei ragazzi nordafricani di seconda generazione: sono il frutto di una disastrosa e antica incapacità di integrazione non di questo governo, ma del sistema-Italia nel suo complesso
Questo governo, di suo, oltre alla speziatura razzista che lo qualifica, ci ha messo la demagogia securitaria: i centri in Albania sono un grottesco caso di scialo e presunzione e le grida contro i rave party con le quali si inaugurò la legislatura fanno ridere i polli.
Le opposizioni, per contro, non riescono a spendere mezzo ragionamento autocritico sulla differenza, enorme, tra accoglienza e integrazione. Accogliere è facile, mette in pace la coscienza. Integrare è difficile, richiede visione politica, investimenti, scuole e corsi appositi, lotta feroce al lavoro nero (nelle campagne non è più neanche una vergogna, è una cancrena), edilizia popolare, e soprattutto una forte connessione tra diritti e doveri.
La cittadinanza non è una candelina da accendere sull’ara della solidarietà. È una cosa seria, una materia che già gli italiani di quarta, decima, cinquantesima generazione masticano male e applicano peggio.
Governare l’immigrazione, governare l’ordine pubblico e governare in generale ha ben poco a che fare con le rispettive posture emotive, chiamiamole così “buonista” e “cattivista”, della sinistra e della destra. Le accuse e le urla valgono zero. Varrebbe domandarsi dove si è sbagliato; e come provare a rimediare.
(da Repubblica)
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Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
L’ANALISI DI PREGLIASCO (YOUTREND) SULLA DIFFICOLTA’ DEI 5 STELLE: “SCOMPAIONO PERCHÉ SONO AMMINISTRATIVE O PERCHÉ SONO ALLEATI DEL CENTROSINISTRA? QUESTO RIMANDA A UN FATTORE CHIAVE PER UN’ALLEANZA, LA COMPATIBILITÀ DEGLI ELETTORATI. IL CAMPO LARGO RIUSCIRÀ A TENERE INSIEME LE DIVERSE SENSIBILITÀ?”
Nessuna onda lunga del referendum. Non va sott’acqua il centrodestra a Venezia,
principale sfida di queste comunali: a marzo furono 64 mila a votare No sulla giustizia, adesso appena 43 mila hanno scelto il campo largo. Se ne è perso per strada uno su tre. Dalla laguna allo Stretto il panorama cambia poco: in 35 mila votarono contro la riforma del governo Meloni, adesso appena 22 mila i voti del centrosinistra. Ancora: se ne è perso per strada uno su tre.
Insomma, il meteo elettorale non segnala onde né cambi di vento, e queste elezioni non consegnano alcun avviso di sfratto a Palazzo Chigi. Ed è il centrosinistra, alla fine, a pagare lo scotto politico principale al primo round di queste Comunali, anche di fronte a un risultato, nel complesso, di sostanziale parità: sui 118 comuni sopra i 15 mila abitanti al voto, secondo i conti di YouTrend, il centrosinistra ha vinto al primo turno in 37, a fronte di 59 uscenti, e il centrodestra in 25, a fronte di 42 uscenti
«Il significato politico di queste Comunali, con appena 6,5 milioni di elettori al voto, era di per sé modesto — commenta Lorenzo Pregliasco, direttore di YouTrend — È stata l’opposizione a darglielo, legandolo soprattutto a una possibile vittoria a Venezia. Operazione legittima, se pensi di vincere nella città principale. Ma se poi ti va male, quell’investimento politico ti torna indietro».
A rendere ancora più fredda la doccia del campo largo a Venezia, sono i dati che emergono dall’analisi dei flussi di YouTrend.
Metà degli elettori del Movimento 5 Stelle delle Europee 2024 a questo giro ha votato il candidato di centrodestra. Un contributo decisivo, visto che la sua vittoria al primo turno è scattata per pochissimi voti (meno di 700 a fronte di una stima dai 5 Stelle che potrebbe valere più di 3 mila preferenze). Solo un elettore M5S su quattro ha scelto il centrosinistra.
Venturini ha anche saputo pescare di più tra chi due anni fa si era astenuto (il 21% contro il 5% di Martella). Per il resto gli elettori dei partiti si sono mostrati fedeli: nel centrodestra confermano la scelta di campo più quelli di FdI (86%) e Lega (82%) che di Forza Italia (70%). A sinistra, più quelli del Pd (93%) che di Avs (84%)
I risultati dei partiti, alle amministrative, sono da maneggiare con cautela: pesano molto le liste civiche. Il Pd sembra mostrare una tenuta: a Reggio scende al 9,5%, ma a Venezia è al 24,8, a Prato al 28,6. Nell’altro schieramento, FdI è spesso primo nella coalizione, ma con risultati più variabili. «Il Pd sembra avere di più uno zoccolo duro — commenta Pregliasco — FdI si mostra più elastico».
Il dato che torna ciclicamente è la difficoltà dei 5 Stelle: soprattutto se il candidato non è loro, alle amministrative tendono a scomparire. «Scompaiono perché sono amministrative o perché sono alleati del centrosinistra? — si chiede Pregliasco — Questo rimanda a un fattore chiave per un’alleanza, la compatibilità degli elettorati. Il campo largo riuscirà a tenere insieme le diverse sensibilità?».
(da Corriere della Sera)
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Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
IL FONDO ISTITUITO DALLA BANCA MONDIALE PER IL “CONSIGLIO DELLA PACE” VOLUTO DAL PRESIDENTE USA NON HA RICEVUTO ALCUN FINANZIAMENTO, NONOSTANTE LE PROMESSE DI DONAZIONI PER UN TOTALE DI 17 MILIARDI DI DOLLARI. NON È STATO DEPOSTITATO NEMMENO UN CENTESIMO
Il fondo istituito dalla Banca Mondiale per il Board of Peace voluto dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump non ha ricevuto alcun finanziamento, nonostante le promesse di donazioni per un totale di 17 miliardi di dollari da parte degli Stati Uniti e di altri leader mondiali. Lo ha riportato il Financial Times, citando quattro fonti a conoscenza della questione.
“Non è stato depositato nemmeno un dollaro”, ha affermato una fonte. Il consiglio di amministrazione ha ricevuto delle donazioni, ma queste sono state depositate direttamente sul suo conto presso JPMorgan, secondo quanto affermato dal portavoce del consiglio stesso.
“Erano state individuate diverse opzioni per ottenere i finanziamenti”, ha dichiarato un funzionario del Board of Peace al Financial Times, “a questo punto, i contributori hanno scelto di avvalersi di altre soluzioni”. Come precisa il Ft, a differenza della Banca Mondiale, il conto JPMorgan non ha alcun obbligo di comunicare la propria situazione finanziaria ai contributori e ai membri del consiglio di amministrazione. Il Board of Peace si è impegnato a presentare i propri bilanci al proprio consiglio direttivo “in un momento ritenuto opportuno”, ha aggiunto il funzionario.
(da agenzie)
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Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
DA MANTOVA A LEGNANO, DA BOLLATE A SEGRATE, LA LEGA SPROFONDA. E’ ALLARME ROSSO IN VIA BELLERIO: “A MILANO OGGI VALIAMO IL 4 PER CENTO” – LUCA SFORZINI, DIRIGENTE DEL PARTITO DI VANNACCI, FA IL MARAMALDO: “AL CARROCCIO È RIMASTA SOLO LA GESTIONE DEL POTERE, NON HANNO NEMMENO UN VOTO D’OPINIONE”
Nella piazza rinascimentale del centro di Vigevano, quella che a sorpresa Roberto
Vannacci riempì lo scorso 17 maggio, il gran visir di Futuro nazionale del territorio, Luca Sforzini, se la gode: «Eravamo qui seduti al bar, due mesi fa, e con Furio Suvilla ci prendemmo un caffè insieme: prima decise di costituire il gruppo in Consiglio comunale con due eletti, poi lo abbiamo sostenuto da candidato sindaco. Alla Lega è rimasta solo la gestione del potere, non hanno nemmeno un voto d’opinione. E non rilevano più l’area del disgusto».
Succede di non rappresentare più “il disgusto”, quando si amministra una città per 26 anni e il giochino del partito “di lotta e di governo” si rompe. Vigevano, secondo centro della provincia di Pavia, 60 mila abitanti (…) è il teatro di una tripla débâcle per il Carroccio: perde il sindaco, che era Andrea Ceffa; non va neanche al ballottaggio con Riccardo Ghia, assessore uscente, gioielliere e nuovo candidato
leghista; vede gli scissionisti di Fn affermarsi come secondo partito della coalizione, dopo FI. Ma come ci si è arrivati? «Sono mancati i voti di FdI, e ci fosse stata anche FI, è matematica, saremmo andati al ballottaggio», si lamenta Ghia.
Ma rispetto al 2020, sono di sicuro spariti i consensi leghisti, col partito sceso dal 27 per cento al 9,6. L’uscente Ceffa invece parla di una combinazione di fattori: l’exploit di Vannacci, unico leader nazionale che qui s’è fatto vedere, e la polemica sui due candidati musulmani nella lista leghista. Il futurista Suvilla, ufficio elettorale di fronte al municipio, pronuncia la sua sentenza: «Ormai la Lega governava come il Pd. Sicurezza, nulla. Cura del territorio, nulla… Io facevo opposizione da destra, ora vediamo il da farsi. La coerenza però conta», ragiona.
Tradotto: Fn forse non siglerà alcun accordo col candidato azzurro per il secondo turno.
Ma per entrare meglio nel dettaglio, la colpa sta finendo tutta addosso al consigliere regionale e segretario cittadino Andrea Sala, che aveva messo in lista il portavoce della comunità islamica di Vigevano Hussein Ibrahim e Hagar Haggag, studentessa. Entrambi non avevano mai fatto politica e si erano presentati con post social dove citavano Allah. Un suicidio, quando si ha un certo tipo di elettorato. Su come sia stato possibile, a via Bellerio si risponde a taccuini chiusi: «Questa faccenda ci ha fatto perdere almeno 10 punti percentuali, mentre i due si sono portati dietro 79 preferenze. Evidentemente qualcuno voleva prepararsi la campagna elettorale delle regionali con un accordo con la comunità musulmana…».
Le candidature furono poi rinnegate dalla segreteria regionale e anche da Matteo Salvini e ora arriva il commissariamento del Carroccio. «Beh, non me ne sono occupato direttamente, ma questo è stato un doppio cartellino rosso, sia politico che popolare. Quando non si fanno scelte coerenti, finisce così», ammette Angelo Ciocca, eurodeputato fino al 2024, ras delle preferenze nella zona
La vicenda dei musulmani in lista è solo una parte della storia, perché negli ultimi anni la Lega locale è stata attraversata da una guerra senza esclusione di colpi tra Ceffa e lo stesso Ciocca.
Una storiaccia finita in tribunale, la cosiddetta “congiura di Sant’Andrea”:
Che però è generale, se si guarda la Lombardia, ex motore ideologico e granaio del consenso. Legnano, altra città simbolo: dal 15,5 del 2020 al 6 per cento; Mantova, dal 9,6 al 4,4; Corsico, dal 12,8 al 3,8; Somma Lombarda, dal 20,8 al 7,5; Segrate, pezzo di casa Mediaset, dall’8,7 per cento al 2,6; Bollate, dal 16,8 al 9 per cento. Numeri da allarme rosso per Massimiliano Romeo, il segretario della Lega Lombarda che era stato eletto per riportare un po’ di spirito nordista laddove era nato tutto.
La cura al momento non sta funzionando e per il futuro, con questi numeri, si prevede un’ecatombe di eletti per il Parlamento soprattutto al nord, ragione che fa guardare un pezzo di apparato con sempre maggior interesse a Vannacci. «A Milano oggi valiamo il 4 per cento», ammette sconsolato un lumbard. Messa così il peggio, forse, deve ancora arrivare.
(da Repubblica)
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Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
FDI D’ITALIA ACCELERA SULLA RIFORMA DELLA LEGGE ELETTORALE, PER PORTARE IL PROVVEDIMENTO IN AULA ENTRO FINE GIUGNO: IN COMMISSIONE AFFARI COSTITUZIONALI ALLA CAMERA ARRIVERÀ IL TESTO “MODIFICATO”, CON UN INNALZAMENTO DAL 40 AL 42% DELLA SOGLIA PER OTTENERE IL PREMIO DI MAGGIORANZA E L’ABOLIZIONE DEL MECCANISMO DEL BALLOTTAGGIO – RESTA IL NODO DELLE PREFERENZE: LA BASE DI FDI PRETENDE DI REINTRODURLE, MA FORZA ITALIA E LEGA FANNO MURO: “NON SE NE PARLA, SE PASSANO SALTA TUTTO”
Per una legge elettorale «scritta insieme» c’è ancora da attendere: probabilmente un pezzo. Per lo Stabilicum, la legge elettorale voluta dal centrodestra invece i lavori proseguono.
Le novità rispetto al testo precedente sono state messe a punto dagli sherpa del centrodestra e sono sostanzialmente tre: per ottenere il premio di maggioranza sarà necessario che una coalizione raggiunga il 42%, il 40% non basta più.
Punto secondo, il tetto massimo che una coalizione può raggiungere alla Camera grazie al premio non è più di 230 seggi (con la possibilità di arrivare a 240 con gli eletti all’estero e le autonomie), ma soltanto di 220, al Senato si passerebbe da 114 a 113. Infine, è scomparsa qualunque ipotesi di ballottaggio, fin qui prevista se entrambi gli schieramenti non raggiungessero la soglia utile a far scattare il premio.
Ieri si sono aperti i lavori della commissione Affari costituzionali della Camera, presente la ministra delle Riforme Casellati. E subito i toni si sono accesi. Le opposizioni chiedevano un nuovo testo prima di proseguire con la discussione generale, il leghista Igor Iezzi a dire che un testo ancora non c’era.
La maggioranza non intende presentare un testo per farlo subito impiombare da «milioni di emendamenti». In breve: alla richiesta di un nuovo testo, il centrodestra ha risposto picche.
«È un po’ il gioco dell’oca — ha detto il dem Gianni Cuperlo —. Abbiamo chiesto che almeno i relatori ci illustrassero le modifiche, ma invece siamo partiti con il dibattito».
Resta ancora assolutamente aperta la questione delle preferenze. FdI da sempre vorrebbe reintrodurle, FI e Lega si voltano solo a sentirle menzionare
La mediazione potrebbe essere i capilista bloccati. Roberto Vannacci ieri ha promesso di fare «tutti gli emendamenti e tutti gli ordini del giorno possibili» per reintrodurle: «Anche se sappiamo che le dinamiche di potere e le mosse del cavallo delle segreterie dei partiti saranno difficili da superare».
L’imperativo di Palazzo Chigi è correre. E la maggioranza corre veloce sulla legge elettorale. ieri mattina alle 8.30 – un’ora prima dell’inizio dei lavori – gli sherpa del centrodestra, ospiti degli uffici di FdI a Montecitorio, erano già riuniti per limare l’iter
A sera i tecnici legislativi ancora ragionavano sulle sudate carte per portare a casa il risultato: salvo ritardi last minute, arriverà oggi in commissione Affari costituzionali alla Camera il testo bis con i correttivi concordati.
La capigruppo di Montecitorio calendarizzerà il provvedimento in aula per la fine di giugno, probabilmente il 30. È il passaggio che permetterà di velocizzare i tempi. A ridosso della data, infatti, davanti all’ostruzionismo delle opposizioni, la maggioranza potrà decidere di far cadere tutti gli emendamenti in commissione e arrivare all’esame dell’assemblea senza mandato al relatore.
Aggirando così l’ostruzionismo garantito delle minoranze. Giorgia Meloni vuole a tutti i costi chiudere a Montecitorio entro luglio: «O così o salta» è il ragionamento ripetuto in FdI.
L’ipotesi del restyling sostanziale, già anticipata dai giornali, ieri ha messo ancor più sul piede di guerra le opposizioni. «Perché iniziamo il dibattito su un testo che di fatto voi stessi dite che non c’è più?», osservava il deputato Pd Gianni Cuperlo a margine della seduta.
Il vero problema rimane sempre lo stesso: le preferenze. FI e Lega sono state perentorie: «Non se ne parla, se passano salta tutto». FdI ha recepito il messaggio. Tant’è che gli stessi meloniani hanno smesso di assicurare nelle dichiarazioni pubbliche che tenteranno di introdurle
Un emendamento, dovesse esserci, arriverà non in commissione, ma in aula: lì dove è già pronto il paracadute del voto segreto, che può essere richiesto da venti deputati o da un capogruppo. Eventualità, appunto: non è escluso che alla fine la proposta non venga nemmeno azzardata
I Fratelli per salvare la faccia stanno prospettando agli alleati una via di mezzo: un sistema misto tra nomi bloccati e preferenze. Per risolvere l’impasse, sarebbe stato arruolato un esperto e veterano di complicanze parlamentari: il presidente del Senato Ignazio La Russa.
(da “Corriere della Sera”)
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Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
IL M5S E’ AI MINIMI NELLE CITTA’, LA BASE NON SEGUE LE SCELTE DEI VERTICI, CONTE FA AUTOCRITICA: “SE C’È UNA COSA CHE INSEGNANO QUESTE COMUNALI È CHE BISOGNA ESSERE VICINO AI CITTADINI IN MODO PRAGMATICO E NON IDEOLOGICO”
Non solo Venezia, città simbolo e cartina al tornasole per leggere i risultati che molti,
tra i 5Stelle, definiscono deludenti. Ma ci sono anche molti capoluoghi dove il partito guidato da Giuseppe Conte non si è presentato o non è entrato in consiglio comunale.
Nella città del leone alato i 5Stelle sono riusciti a conquistare un seggio soltanto attestandosi al 2,61%. Ed è qui che l’analisi del voto è amara: a determinare la sconfitta del candidato del campo largo Andrea Martella sarebbero stati proprio gli stellati.
Secondo le elaborazionidi Youtrend, la metà degli elettori che alle Europee ha votato Movimento 5 Stelle, alle amministrative ha invece scelto il candidato del centrodestra Simone Venturini, «e questo – secondo l’istituto di ricerca – è stato decisivo per la sua vittoria al primo turno visto che ha superato di poco la soglia della maggioranza assoluta dei voti validi». L’ex assessore è stato eletto infatti con il 51,03%.
Nell’area progressista, sempre stando alla comparazione con le Europee, tra gli elettori del Pd solo il 3% (come Avs) ha votato Venturini e il 93% Martella (percentuale che scende all’84% tra gli elettori rossoverdi). Nella base M5S invece la percentuale di coloro che hanno scelto Venturini cresce di molto arrivando al 50%: solo il 24% ha scelto Martella.
Conte è cauto
Punta i fari sul ritorno «di un astensionismo elevato» per questo chiede prudenza, ma l’astensionismo si è registrato anche tra i suoi elettori. Poi il dito contro «la presidente Meloni che si è sentita ringalluzzita dal voto di Venezia, dove non mi sembra sia stata in campagna elettorale. Parliamo di un civico, sono elementi da cui trarne delle valutazioni».
E se a Venezia il Movimento è riuscito ad eleggere almeno un consigliere, a Prato invece il campo largo sarà meno largo nonostante la vittoria del centrosinistra con Matteo Biffoni del Pd che ha ottenuto il 54,73% dei voti. Qui infatti M5S è sparito dal consiglio comunale: il 2,33% non è bastato. E sempre in Toscana, anche a Pistoia il partito di Conte non entrerà in municipio. Giovanni Capecchi ha portato il centrosinistra alla riconquista della città, dopo una consiliatura di centrodestra a guida Tomasi, incassando il 54,42% dei voti. M5S si è fermato al 2,34%.
In generale nel centrosinistra Avs ha superato costantemente M5s, eccetto ad Avellino, Macerata e Chieti. Flop anche in Sicilia, un tempo roccaforte grillina. A Messina i pentastellati si sono fermati al 3%, a Enna invece non si sono presentati così come ad Agrigento dove a correre per la carica di sindaco c’è un loro ex parlamentare, Michele Sodano. Assenti anche a Reggio Calabria. Va un po’ meglio in Campania, dove a Salerno il Movimento ha superato il 4% e ad Avellino il sette.
«Il nostro percorso prosegue», garantisce Conte: «Se c’è una cosa che insegnano queste comunali è che bisogna essere vicino ai cittadini in modo pragmatico e non ideologico». È vero che M5S è un partito che mai ha brillato negli appuntamenti con le amministrative, a parte vittorie come a Roma o Torino, ma questa volta a Venezia ha pesato più che in altre occasioni o parti d’Italia.
(da Repubblica)
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Maggio 28th, 2026 Riccardo Fucile
L’’UE È PRONTA AD APRIRE A GIUGNO I PRIMI CAPITOLI PER L’ADESIONE DI KIEV… ZELENSKY CHIEDE A TRUMP PIÙ MUNIZIONI PER I SISTEMI PATRIOT
Quasi 500.000 soldati russi sono stati uccisi dall’inizio della guerra in Ucraina. Lo ha dichiarato Anne Keast-Butler, direttrice della Gchq, l’agenzia d’intelligence britannica, omologa dell’americana Nsa, che si occupa di cyberattacchi e di spionaggio e controspionaggio digitale. Secondo Keast-Butler, il dato dell’intelligence di Londra dimostra che Vladimir Putin “sta arretrando sul campo di battaglia”. In passato Kiev aveva indicato anche cifre più che doppie, intorno al milione di morti.
L’Ue pronta ad aprire a giugno i primi capitoli per l’adesione di Kiev
La Commissione Ue va verso la proposta dell’apertura del primo gruppo di capitoli negoziali, o ‘cluster’, sull’adesione dell’Ucraina al Consiglio Affari generali del 16 giugno. L’incontro precede il summit dei leader Ue del 18-19 giugno, che potrà esprimersi sulla proposta. E’ quanto si apprende da diverse fonti a Bruxelles. Secondo il portale europeo Euractiv.com ci sarà la proposta di aprire il primo ‘cluster’ anche per la Moldavia. A concorrere all’accelerazione è stato anche l’arrivo di Peter Magyar a capo del governo Budapest. Un incontro tra Magyar e Volodymyr Zelensky potrebbe essere calendarizzato agli inizio di giugno.
Zelensky chiede a Trump più munizioni per fermare i missili di Mosca
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha chiesto agli Stati Uniti maggiori munizioni per i sistemi di difesa aerea Patriot al fine di contrastare i missili balistici russi. Lo riporta l’Afp. Secondo un documento visionato dall’agenzia di stampa, in una lettera datata 26 maggio e indirizzata al presidente statunitense Donald Trump, Zelensky ha chiesto agli Stati Uniti di “aiutarci a garantire questo strumento vitale di protezione contro il terrorismo russo, i missili Patriot Pac-3 e i sistemi aggiuntivi, per fermare i missili balistici russi e altri attacchi missilistici russi”.
La richiesta di Zelensky a Trump arriva pochi giorni dopo uno dei peggiori attacchi combinati di missili e droni lanciati contro Kiev dall’invasione russa dell’Ucraina, avvenuta oltre quattro anni fa. L’appello sottolinea quanto l’Ucraina dipenda dai suoi alleati occidentali per contrastare i bombardamenti missilistici russi, nonostante abbia sviluppato un sistema per l’intercettazione di droni a lungo raggio che è l’invidia di alcuni degli eserciti più avanzati al mondo.
In dichiarazioni separate rilasciate all’Afp, un alto funzionario della presidenza ucraina ha ammesso che reperire munizioni per i sistemi di difesa aerea avanzati forniti dagli alleati occidentali di Kiev è “complicato”.
“È difficile trovare missili in questo momento, dato che ci sono così tanti altri ordini nel Golfo e in altre zone simili. E anche le forniture tramite il Purl hanno subito dei rallentamenti”, ha spiegato, riferendosi al sistema che permette agli alleati europei dell’Ucraina di acquistare armi dagli Stati Uniti per conto di Kiev. La guerra in Medio Oriente, che ha visto gli alleati statunitensi impiegare enormi quantità di munizioni per la difesa aerea a protezione delle postazioni nel Golfo, ha aggravato la carenza che l’Ucraina affronta dall’inizio del conflitto.
(da agenzie)
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