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L’IRA DI GIORGIA MELONI VERSO CROSETTO E NESSUNA SOLIDARIETÀ DA FDI (ANZI!) , PESANO I DISSAPORI TRA IL MINISTRO E I VERTICI DELL’INTELLIGENCE, COMPRESO MANTOVANO CHE NE HA LA DELEGA?

Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile

A ‘’DOMANI’’ RISULTA CHE NEGLI EMIRATI CROSETTO ABBIA INCONTRATO ANCHE L’AMICO ED EX SOCIO DEL SUO PRIMOGENITO, GIANCARLO INNOCENZI BOTTI …ALCUNE FONTI NEGLI EMIRATI IPOTIZZANO CHE NELLO STESSO ALBERGO ABBIA SOGGIORNATO ANCHE STEFANIA RANZATO, PROPRIETARIA DELLA DEAS, SOCIETÀ DI CYBERSICUREZZA CHE LAVORA CON LA MARINA MILITARE

«Ero a Dubai perché avevo deciso di concedermi un periodo di ferie». «Ero a Dubai anche per incontri istituzionali». «Sono andato lì per mettere in salvo la mia famiglia in pericolo». «Sono andato lì perché non c’erano rischi».
Nelle ultime quarantott’ore Guido Crosetto ha cambiato più di una versione sul motivo della sua trasferta negli Emirati Arabi Uniti da cui è tornato, dopo essere rimasto bloccato a causa dell’attacco dell’Iran, domenica notte su un volo di Stato pagato cinquemila euro (ma i voli blu costano molto di più).
Troppi resoconti diversi, toppe che invece di chiarire i punti oscuri del viaggio hanno peggiorato il buco. Un pasticcio che sta imbarazzando Giorgia Meloni, tanto che nessun ministro, nessun leader di Fratelli d’Italia di cui il piemontese è fondatore, ha mostrato solidarietà piena per Crosetto: quando si tratta di proteggere dagli attacchi della stampa o dell’opposizione un esponente del partito, la Bestia social di Meloni sa essere martellante.
Meloni ha blandamente detto che «Crosetto non ha mai smesso di fare il suo lavoro» (ma il ministro non ha detto che era in ferie?) e persino il leader del Carroccio Matteo Salvini, che è intervenuto, l’ha fatto con grande cautela. «Mi fido dei miei colleghi e ho fiducia nel loro operato. So che ciascuno di noi sta dando il massimo, in un momento complicato».
Vacanze a Dubai
Crosetto, dopo aver detto che era lì per recuperare la famiglia, ha spiegato in un’intervista a Repubblica di avere avuto anche un incontro istituzionale ad Abu Dhabi. A Domani risulta che il numero uno della Difesa fosse negli Emirati non solo con moglie e figli (rientrati in Italia ieri), ma che abbia incontrato anche l’amico imprenditore ed ex socio del suo primogenito, Giancarlo Innocenzi Botti.
Alcune fonti negli Emirati ipotizzano che nello stesso albergo abbia soggiornato anche Stefania Ranzato, proprietaria della Deas, società specializzata in cybersicurezza che lavora con la Difesa, in particolare la Marina militare.
Ma dall’entourage di Crosetto smentiscono qualsiasi incontro con la donna e la stessa Ranzato, contattata da Domani sul cellulare, ha spiegato di non trovarsi a Dubai, ma nella Capitale «nel mio ufficio».
Al telefono fisso dell’ufficio, chiamato subito dopo, la segreteria ha detto però che l’imprenditrice non era in sede. «È all’estero?», «Non possiamo rispondere», la replica.
Altri interrogativi hanno invece a che fare con i servizi segreti italiani. Come mai non sarebbero stati avvertiti della partenza del ministro? La scorta è stata “seminata” dal meloniano che ha deciso di prendere un volo di linea?
Quanto pesano nella scelta i dissapori tra Crosetto e i vertici dell’intelligence, compreso il sottosegretario Alfredo Mantovano che ne ha la delega? «Ho valutato la partenza, e non da solo», ha detto il ministro durante l’informativa. Con chi l’ha fatto?
«Come ministro avrò sbagliato», il mea culpa di Crosetto sempre nel corso dell’informativa davanti alle commissioni di Camera e Senato. «Dimissioni subito», ribattono dall’opposizione.

(da Domani)

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IL GRANDE GELO TRA MELONI E CROSETTO, LA DUCETTA È INCAZZATISSIMA PER LA VERSIONE CONTRADDITTORIA FORNITA DALL’ESPONENTE DI FDI

Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile

MA ANCHE CON I SERVIZI IL CLIMA È PESSIMO. IN AULA CROSETTO HA SPIEGATO DI AVERE VALUTATO “NON DA SOLO” IL VIAGGIO A DUBAI, LASCIANDO INTENDERE CHE L’INTELLIGENCE SAPEVA. MA GLI 007 NON AVEVANO ORGANIZZATO ALCUN SERVIZIO. E MAI AVREBBERO PERMESSO CHE POTESSE PARTIRE SENZA SCORTA

Quindici parole per raccontare un grande freddo. Giorgia Meloni si ritrova davanti alle telecamere del Tg5 e si limita a una frase secca per commentare la polemica nata dall’assenza del titolare della Difesa dall’Italia nelle ore successive all’attacco contro l’Iran. «Posso dirle — dice la premier — che il ministro Crosetto non ha mai smesso di fare il suo lavoro». Telegrafica.
Da tre giorni però a Palazzo Chigi il fastidio è evidente. L’irritazione nasce dall’effetto politico della vicenda — il ministro della Difesa a Dubai mentre
Washington colpisce Teheran — ma cresce con il susseguirsi delle spiegazioni, che cambiano e si sovrappongono.
La prima versione è netta: viaggio privato per riportare in Italia la famiglia. Una scelta personale, motivata dal timore che lo scenario mediorientale potesse precipitare. Da qui la partenza con un volo civile, senza missione ufficiale.
Poi emerge un secondo elemento che, in realtà, era stato già segnalato: un impegno istituzionale ad Abu Dhabi, un incontro con il ministro della Difesa emiratino, che avrebbe inciso sull’organizzazione della trasferta. È qui che le versioni iniziano a divergere.
Se la spedizione era esclusivamente familiare, perché inserire un vertice istituzionale? Se invece si trattava di una missione politica, perché non classificarla come tale, con comunicazioni formali e procedure adeguate?
La spiegazione che il ministro fornisce ai suoi è quella di «un viaggio familiare con parte istituzionale ma non segreto», fanno sapere a Repubblica, spiegando anche che il ministro aveva scelto un format privato perché voleva avere la libertà di stare con i suoi figli. Una circostanza che, visto «il suo modo di agire», non avrebbe potuto mantenere durante una missione istituzionale.
Ma questo tema apre un nodo rilevante sui protocolli. Gli spostamenti di un ministro della Difesa, soprattutto in aree sensibili, prevedono un’informativa preventiva ai Servizi, classificazione formale della missione, coordinamento con l’intelligence e con la Farnesina, valutazione aggiornata del rischio-Paese e l’attivazione di dispositivi di protezione adeguati.
In questo caso il ministro è partito su un volo di linea insieme a centinaia di passeggeri, esponendoli anche a un potenziale rischio. Non risultano missioni formalmente attivate né procedure rafforzate.
E qui arriviamo a un’altra domanda cruciale: chi sapeva del viaggio? In aula Crosetto ha spiegato di averlo valutato «non da solo», lasciando intendere che l’intelligence sapeva. Ma gli 007 non avevano organizzato alcun servizio. E mai avrebbero permesso che potesse partire senza scorta.
È vero, la sede diplomatica era informata della sua presenza (venerdì Crosetto ha cenato con l’ambasciatore negli emirati), ma questo non equivale all’attivazione dei protocolli previsti per una trasferta istituzionale in un quadrante a rischio. C’è poi il capitolo interno.
Il ministro sostiene che da giorni era previsto l’incontro con il suo omologo emiratino, Mohammed bin Mubarak bin Fadhel Al Mazrouei, che ha twittato 48 ore dopo l’incontro avvenuto per «rafforzare la cooperazione militare bilaterale e sviluppare il partenariato di difesa tra i due Paesi, a dimostrazione della profondità delle relazioni tra Emirati Arabi Uniti e Italia e dell’impegno condiviso a sostenere la sicurezza e la stabilità».
Ma il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, è rimasto molto sorpreso della presenza del collega di governo a Dubai.
C’è infine un dettaglio che ha fatto discutere. Lunedì scorso, per qualche minuto sullo stato Whatsapp del ministro è comparsa una mappa di Dubai con la localizzazione di una persona indicata come «Anna». Uno screenshot circolato rapidamente prima della rimozione. La spiegazione fornita è che si trattava della mamma di un compagno di scuola del figlio.
Un episodio marginale, ma che conferma la dimensione privata della permanenza negli Emirati proprio mentre la crisi internazionale si aggravava.
Anche il rientro apre un fronte. Crosetto ha rivendicato di aver pagato una cifra superiore alla tariffa prevista per gli ospiti dei voli di Stato. Ma il costo complessivo del volo sarebbe stato molto più alto (almeno 75.000 euro)
(da agenzie)

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LA GUERRA IN IRAN STA DILANIANDO IL PARTITO REPUBBLICANO AMERICANO. IN MOLTI CREDONO CHE TRUMP ABBIA TRADITO L’IDEALE DELL’AMERICA FIRST PER ANDARE DIETRO A NETANYAHU (CHE, DICONO, LO RICATTEREBBE CON I FILE DI EPSTEIN, PRESUNTA SPIA DEL MOSSAD)

Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile

ANCHE IL SEGRETARIO DI STATO MARCO RUBIO, NEOCON INTERVENTISTA, CHE HA SEMPRE SPONSORIZZATO UN RAID A TEHERAN, AMMETTE: “ABBIAMO COLPITO PERCHÉ ISRAELE AVEVA DECISO DI AGIRE, E NON POTEVAMO NON PARTECIPARE”

Dal Pentagono, avevano prospettato a Donald Trump «grandi rischi ma anche possibilità di ottenere risultati militari di prestigio ed enormi ritorni economici». Anche seguendo questi consigli il presidente americano ha deciso di iniziare a bombardare l’Iran, avviando la più complessa e infida operazione militare degli ultimi decenni.
The Donald ha scelto di intervenire, assieme a Israele, in una di quelle guerre che per lunghi anni ha definito «stupide e lontane». Ha […] ignorato i segnali dalla sua base elettorale, della destra populista, del movimento Maga che lo ha spinto alla casa Bianca per riportate l’America ad essere grande, ma non accetta che gli Stati Uniti siano coinvolti in un conflitto che poco ha a che fare con gli interessi dell’americano medio: «È un tradimento», hanno gridato esponenti Maga come l’avversaria di Trump, Marjorie Taylor Greene; o come Blake Neff, produttore del popolare podcast del defunto attivista di destra Charlie Kirk.
«Liberare il popolo iraniano non è il motivo per cui ho votato per Trump», hanno postato gli Hodgetwins, un duo di podcast conservatori da milioni di follower. Trump viene attaccato dai democratici al Congresso, come dai leader progressissti in ascesa, dal governatore della California Gavin Newsom, al sindaco di New York, Zohran Mamdani.
I parlamentari repubblicani sono preoccupati guardando al voto di Midterm del prossimo novembre. Ma, a essere disorientata, è l’America che lo ha votato, non solo quella di sinistra e pacifista: appena il 27% degli americani sostiene gli attacchi delle forze militari statunitensi contro l’Iran, il 43% li disapprov
Lo dice l’ultimo sondaggio Reuters-Ipsos realizzato dopo che i raid hanno ucciso a Teheran la guida suprema iraniana Ali Khamenei. «La maggior parte degli americani si è svegliata chiedendosi perché gli Stati Uniti sono in guerra con l’Iran, qual è l’obiettivo e perché le basi Usa in Medio Oriente sono sotto attacco», spiega Daniel Shapiro, ex funzionario del Pentagono, ambasciatore statunitense in Israele con Barack Obama alla Casa Bianca, e ora analista del think tank Atlantic Council a Washington.
Circa il 56% degli americani ritiene che il presidente sia troppo disposto a usare la forza militare per promuovere gli interessi Usa: circa l’87% degli elettori democratici non condivide l’aggressività di Trump nel mondo, ma la disapprova anche il 23% dei repubblicani, così come il 60% degli americani – di centro e indecisi – che non si identificano con nessuno dei due partiti politici. «Ho fatto la cosa giusta, non credo ai sondaggi, c’è una maggioranza silenziosa di americani che sta con me»: così si è difeso Trump, spingendosi quasi oltre l’ultima linea rossa degli americani in guerra.
Una domanda cruciale è come reagirà il movimento Maga alla guerra in Iran e se questa danneggerà i repubblicani alle elezioni di midterm. Una risposta la dà a un piccolo gruppo di giornalisti tra cui il Corriere Ken Paxton, il procuratore generale del Texas che oggi spera di battere nelle primarie per il Senato il repubblicano Cornyn che accusa di aver tradito Trump.
Steve Bannon ha definito Paxton «il simbolo del cuore del movimento Maga». «Sono felice che l’abbia fatto — ci dice Paxton sull’attacco a Teheran in una sosta elettorale a Waco —, l’Iran è una grande minaccia per il nostro Paese e sembra che l’abbiano realizzato in modo molto efficace, è incredibile quello che le forze armate hanno fatto sotto questa leadership».
«Non penso che sia nell’interesse degli Stati Uniti aprire un vaso di Pandora di caos e distruzione… non vedo come questo rispetti gli impegni del presidente, sono deluso», ha detto Erik Prince, finanziatore di Trump e fornitore di contractor in molte guerre. Ma dopo l’uccisione di Khamenei il presidente ha ora «l’opportunità di dichiarare vittoria e uscirne», evitando di legare il futuro dell’Iran «alle nostre truppe e al nostro sangue»
Prince parlava come ospite del programma di Bannon War Room nel quale l’ex stratega di Trump non si sbilancia e ha ospitato anche voci che definiscono la guerra necessaria o che dicono che non sarà breve. Bannon dopo la morte di Khamenei ha scritto su X: «Cambio di regime compiuto, tutti a casa»
Per un sondaggio di Politico , parte della «base» resta fedele a Trump: quasi metà dei suoi elettori appoggiano l’attacco. Ma molti sperano che non duri troppo. Blake Neff, produttore del programma di Charlie Kirk (l’attivista assassinato a settembre, contrario al regime change ), spiega che alcuni amici di destra trovano «molto deprimente» l’attacco in Iran, ma «se questa guerra è veloce e porta a una vittoria decisiva, la maggior parte supererà la cosa. Se va a finire diversamente, ci sarà molta rabbia»
Cresce la preoccupazione per il terrorismo. Una guerra prolungata? «Non credo sia l’idea di Trump: vuole distruggere il regime, e l’ha fatto, e ora sta distruggendo la loro capacità militare, vuole chiuderla là», ci dice Paxton
(da Domani)

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“CON L’ATTACCO IN IRAN, TRUMP RISCHIA LA PRESIDENZA”. IL “NEW YORK TIMES”: “IL TYCOON STA CORRENDO LA PIÙ GRANDE SCOMMESSA DELLA SUA PRESIDENZA, METTENDO A REPENTAGLIO LA VITA DEI SOLDATI AMERICANI, ULTERIORI MORTI E INSTABILITÀ NELLA REGIONE PIÙ INSTABILE DEL MONDO, NONCHÉ LA SUA STESSA POSIZIONE POLITICA”

Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile

“DI FRONTE AL CALO DEI CONSENSI E ALLA POSSIBILITÀ CHE I REPUBBLICANI PERDANO IL CONTROLLO DEL CONGRESSO ALLE ELEZIONI DI MEDIO TERMINE, HA GETTATO GLI STATI UNITI IN QUELLO CHE SI PREANNUNCIA COME IL CONFLITTO MILITARE PIÙ ESTESO DALL’INVASIONE DELL’IRAQ DEL 2003”

Con la decisione di venerdì di autorizzare la guerra contro l’Iran, “Trump sta correndo la più grande scommessa della sua presidenza, mettendo a repentaglio la vita dei soldati americani, ulteriori morti e instabilità nella regione più instabile del mondo, nonché la sua stessa posizione politica”.
Lo scrive il New York Times sottolineando che il tycoon “rischia la presidenza” con “l’aumento delle vittime, l’aumento dei prezzi del petrolio e l’espansione della guerra in tutta la regione”
“Sei militari americani sono stati uccisi e alcuni jet militari statunitensi sono stati abbattuti. Gli investitori si stanno preparando alle turbolenze del mercato, temendo una prolungata interruzione delle forniture di petrolio.
Il presidente Trump – ricorda il media americano – afferma che la campagna militare contro l’Iran potrebbe protrarsi per settimane, e il Segretario di Stato Marco Rubio ha dichiarato lunedì che ‘i colpi più duri devono ancora arrivare dall’esercito statunitense’.
“Il signor Trump, di fronte al calo dei consensi e alla possibilità che i repubblicani perdano il controllo del Congresso alle elezioni di medio termine, ha gettato gli Stati Uniti in quello che si preannuncia come il conflitto militare più esteso dall’invasione dell’Iraq del 2003”, sottolinea il Nyt
(da agenzie)

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MACRON LANCIA IL PROGETTO DI UN OMBRELLO ATOMICO CON OTTO PAESI EUROPEI, PER RISPONDERE ALLE FOLLIE DI TRUMP E ALLE MINACCE DI PUTIN

Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile

LA FRANCIA OFFRIRÀ AI PARTNER CONTINENTALI LA POSSIBILITÀ DI OSPITARE GLI AEREI MILITARI FRANCESI IN GRADO DI PORTARE ARMI NUCLEARI. E L’ITALIA? MELONI HA DECLINATO L’INVITO E SI È TENUTA FUORI DAL PROGETTO, GUAI A RENDERE L’EUROPA AUTONOMA DAGLI STATI UNITI

Il jet Falcon di Emmanuel Macron è arrivato in Bretagna scortato da quattro caccia Rafale, sorvolando il Mont-Saint-Michel in una coreografia spettacolare, diffusa dall’Eliseo sui social media, per dare ulteriore solennità a un evento atteso da mesi.
Poi nella base militare dell’Île Longue, davanti al sottomarino dotato di missili atomici Le Temeraire, che prenderà il largo tra pochi giorni, il presidente ha spiegato la nuova dottrina nucleare francese, mai come oggi proiettata verso l’Europa, perché «per essere liberi bisogna essere temuti».
Una «deterrenza avanzata», l’ha definita Macron, che offrirà ai partner europei la possibilità di ospitare gli aerei militari francesi in grado di portare testate nucleari. L’arsenale nucleare francese finora è composto di 290 testate, caricate sui quattro
sottomarini — almeno uno sempre in navigazione negli Oceani — e sugli aerei Rafale, ospitati sulle basi terrestri in Francia e sulla portaerei Charles De Gaulle.
Macron ha annunciato che il numero di testate aumenterà, ma verrà tenuto segreto a differenza di quanto è avvenuto finora, e i Rafale dotati di testate atomiche potranno essere dispiegati non solo in Francia ma anche nei Paesi europei che hanno accettato di partecipare alla «dissuasione avanzata».
Otto Paesi europei hanno già accettato di partecipare alla deterrenza avanzata proposta dalla Francia: Germania, Polonia, Paesi Bassi, Belgio, Grecia, Svezia e Danimarca. Macron ha annunciato poi la progettazione e la costruzione di un nuovo missile balistico assieme a Germania e Regno Unito, nell’ambito dell’iniziativa Elsa ( European long range strike approach ) alla quale partecipano anche Italia, Polonia e Svezia.
Gli otto Paesi potranno partecipare alle esercitazioni della forza nucleare. Il premier polacco Donald Tusk ha confermato poco dopo che «la Polonia sta discutendo con la Francia e il gruppo dei più stretti alleati europei sul programma di deterrenza avanzata europea. Ci stiamo armando insieme ai nostri amici in modo che i nostri nemici non oseranno mai attaccarci»
E l’Italia? «La Francia aveva invitato anche il nostro Paese a partecipare — ha rivelato Sandro Gozi, eurodeputato del partito macronista Renew Europe —, ma il governo di Giorgia Meloni ha deciso di non aderire».
Dopo i dissidi degli ultimi giorni, il presidente Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno ritrovato l’unità con una dichiarazione comune nella quale annunciano «già da quest’anno visite congiunte in siti strategici e lo sviluppo di capacità convenzionali con i partner europei», complementari alle forze degli Stati Uniti e della Nato.
(da agenzie)

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ALTRO CHE ITALIA“PROTAGONISTA” COME VA CIANCIANDO GIORGIA MELONI: IL CASO DEL MINISTRO CROSETTO BLOCCATO A DUBAI È LA DIMOSTRAZIONE CHE NON CONTIAMO UNA CEPPA. CON TANTI SALUTI ALLA NARRAZIONE DELLA DUCETTA E AL SUO POSIZIONAMENTO STRATEGICO, QUELLO DI PONTIERA VERSO TRUMP

Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile

QUANDO ARIANNA MELONI DICEVA: “GIORGIA HA RIPORTATO L’ITALIA AL CENTRO DELLO SCACCHIERE INTERNAZIONALE”

Esiste una distanza siderale tra ciò che un governo racconta di essere e ciò che i fatti, con la loro ostinata e ruvida precisione, restituiscono al pubblico. In neuromarketing la chiameremmo dissonanza cognitiva tra il brand e il prodotto; in politica, è il fallimento di una narrazione muscolare che si sgretola al primo soffio di realtà
Il governo Meloni ha costruito la propria identità internazionale su un pilastro preciso: l’autorevolezza ritrovata, l’Italia seduta ai tavoli che contano. Eppure, la cronaca recente offre un’immagine che somiglia più a un cortocircuito reputazionale che a una dimostrazione di forza.
Il caso del ministro Guido Crosetto bloccato a Dubai mentre l’Iran lanciava il suo attacco è la smentita plateale di un intero posizionamento strategico.
Meloni ha investito capitali d’immagine enormi nel dipingersi come l’interlocutrice privilegiata di Benjamin Netanyahu e la “pontiera” naturale verso il mondo di Donald Trump. Ma se questa autorevolezza fosse reale, se l’Italia fosse davvero inserita nel flusso delle decisioni che contano, come è possibile che il nostro ministro della Difesa sia stato colto palesemente di sorpresa rispetto all’urgenza bellica?
È il glitch nel sistema: la narrazione del “siamo pronti” che sbatte contro la realtà del “non ne sapevamo nulla perché non ci hanno avvisati”.
Ma se a destra la comunicazione pecca di eccesso di finzione, a sinistra siamo alla pura e semplice afasia. La segreteria di Elly Schlein sembra aver scelto la via del silenzio o, peggio, di un’evanescenza che lascia sgomenti. In comunicazione, il vuoto non resta mai tale: viene riempito da chi ha voce, carisma o semplicemente il coraggio di occupare lo spazio.
E così assistiamo a un fenomeno singolare e inquietante per la tenuta democratica: la supplenza politica da parte di giornalisti e intellettuali.
In un Paese normale, l’opposizione dovrebbe guidare la battaglia culturale e politica, ad esempio, in merito alla separazione delle carriere o sulla difesa della Costituzione. Invece, le uniche voci che riescono a generare un’agenda, a mobilitare il pensiero critico e a dare una forma al dissenso sono quelle di figure come Travaglio, Montanari o Pier Luigi Bersani.
(da Il Fatto Quotidiano)

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LA GUERRA IN IRAN È L’ENNESIMA OCCASIONE PERSA PER GLI IGNAVI LEADERINI EUROPEI: CIANCIANO SEMPRE DI AUTONOMIA STRATEGICA, RIVENDICANO LA LORO SUPREMAZIA MORALE E CHIEDONO IL RISPETTO DEL DIRITTO INTERNAZIONALE E POI, QUANDO TRUMP E NETANYAHU MUOVONO UNA GUERRA ILLEGALE ALL’IRAN, SI ACCODANO AI LORO PADRONCINI

Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile

STEFANO FELTRI: “PARLANO DI AUTONOMIA STRATEGICA, MA PRATICANO SOTTOMISSIONE. DICONO DI VOLERSI CONTRAPPORRE A TRUMP, MA LA VERITÀ È CHE NE HANNO PAURA. I LEADER EUROPEI SI GUADAGNANO SIA IL DISPREZZO DEL PRESIDENTE AMERICANO, CHE NON RISPETTA I DEBOLI, SIA DEI CITTADINI DI TUTTA L’UNIONE”

Nessuno è in grado di prevedere come si evolverà la guerra di Stati Uniti e Israele all’Iran nei prossimi giorni. Mentre ragionare sul futuro è difficile, l’analisi del presente dovrebbe essere più semplice: le premesse e i modi di questa guerra, oltre agli effetti immediati, sono in contrasto con tutto quello che l’Unione europea ha detto e fatto in questi anni, in materia di diritto internazionale, nei confronti dell’Iran e di approccio complessivo del Medio Oriente.
Eppure i leader europei, inclusi quelli delle istituzioni europee, non riescono a dire una parola di critica agli Stati Uniti e a Israele, con l’eccezione del premier spagnolo Pedro Sánchez
Sánchez ha detto una cosa ovvia : si può condannare un regime “odioso” come quello iraniano senza per questo approvare un intervento militare “ingiustificato, pericoloso e fuori dalla legalità internazionale”.
Parole semplici, ma impronunciabili per quell’élite europea che passa il tempo a evocare una “autonomia strategica” nella quale evidentemente non crede, se poi alla prima occasione si riallinea con gli Stati Uniti di Donald Trump dai quali si vorrebbe emancipare.
Il caso più sorprendente è quello della presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, che nel suo mandato non ha la politica estera, che spetta agli Stati membri e al Consiglio che li coordina. Infatti l’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza, Kaja Kallas, è sia commissario che vicepresidente del Consiglio.
Von der Leyen si comporta invece come un capo di governo, o addirittura un capo di Stato, e sostiene una linea molto impegnativa per tutta l’UE che però non ha concordato con nessuno: nei suoi tweet parla di “ritrovata speranza per il popolo dell’Iran tanto a lungo sofferente” e sostiene “il suo diritto a stabilire il proprio futuro”
Poi condanna i rischi di escalation e dice che soltanto una risposta diplomatica può essere “una soluzione duratura” alla crisi
Non una parola sugli Stati Uniti e Israele. Un marziano che leggesse i tweet di Von der Leyen penserebbe che in Iran è in corso una rivoluzione dal basso, che invece è stata soffocata nel sangue a gennaio, e non una guerra illegale con tanto di assassinio mirato del capo della Repubblica islamica, l’ayatollah Ali Khamenei.
La presidente della Commissione ci informa poi di aver passato ore al telefono con tutti i capi di governo vittime della ritorsione iraniana […]. Mai un accenno a cosa ha scatenato la ritorsione dell’Iran e a quale delle parti al tavolo ha rinunciato alla diplomazia come gestione del pericolo che l’Iran si doti di un’arma nucleare.
Eppure la posizione dell’UE dovrebbe essere chiarissima: dall’Ucraina alla Groenlandia, i Paesi guida dell’Unione e le sue istituzioni hanno sempre ribadito l’importanza del rispetto delle regole condivise, che nel caso specifico prevedono che serva una risoluzione dell’ONU per autorizzare un Paese membro delle Nazioni unite all’uso della forza.
Inoltre, l’approccio europeo all’Iran è sempre stato diverso: l’UE era il principale sponsor dell’accordo JCPOA, l’accordo del 2015 che costruiva una specie di tavolo diplomatico permanente di incentivi e vincoli per spingere il programma nucleare dell’Iran lontano dalle applicazioni belliche
Quando Trump ha abbandonato il JCPOA nel 2018, gli europei hanno provato in tutti i modi a difendere quello schema, invece di seguire il presidente americano nella linea della minaccia e della massima pressione.
Inoltre, se c’è una cosa che gli europei non possono permettersi è l’aumento dei prezzi dell’energia.
Gli Stati Uniti sono ormai esportatori netti, sia di gas naturale liquefatto che di petrolio, dunque nel breve periodo non risentono di shock sui prezzi.
Gli europei invece sono esposti a questo pericolo che può innescare immediate conseguenze sull’economia reale e sulla tenuta stessa della società, come dimostra la crisi del gas seguita all’invasione dell’Ucraina nel 2022.
Dunque non ci sono dubbi che per l’UE l’inizio della guerra in Iran sia un problema di principio e di sostanza.
E invece tutti, ma proprio tutti – tranne Sánchez – sembrano aver deciso di sostenere la guerra di Trump, o almeno di non criticarla§
Oggi tutti questi leader con velleità strategiche si riallineano dietro Trump e dietro il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per appoggiare una guerra illegale della quale sembrano sapere peraltro poco o nulla, vista la scarsa considerazione che l’amministrazione Trump ha per alleati e vassalli.
E’ l’ennesima dimostrazione che le leadership europee vanno giudicate per quello che fanno, non per quello che dicono. Parlano di autonomia strategica, ma praticano sottomissione
Dicono di volersi contrapporre a Donald Trump, di voler offrire un’idea di Occidente diversa. Ma la verità è che ne hanno soltanto paura e continuano a cercare di blandirlo per evitare la sua ira.Così, però, i leader europei si guadagnano sia il disprezzo del presidente americano – che non rispetta i deboli – sia dei cittadini di tutta l’Unione.
Stefano Feltri
(da La Stampa)

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GLI ITALIANI POSSONO RINGRAZIARE TRUMP SE LE BOLLETTE SARANNO ANCORA PIÙ SALATE: SECONDO GLI ANALISTI DI FACILE.IT, LA GUERRA IN IRAN AVRÀ COME EFFETTO CONCRETO SUGLI UTENTI UN RINCARO DI 121 EURO PER IL GAS E DI 45 EURO PER L’ENERGIA NEI PROSSIMI 12 MESI, CON UN AUMENTO TOTALE DEL 7% IN BOLLETTA

Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile

CON IL MEDIO ORIENTE IN FIAMME, IL QATAR HA SOSPESO LE ESPORTAZIONI DI GAS LIQUEFATTO, ED È STATO “CHIUSO” LO STRETTO DI HORMUZ, SNODO CRUCIALE PER IL TRAFFICO DI PETROLIO

Ammontano a 121 euro per la bolletta del gas e 45 euro per quella dell’energia elettrica gli aumenti previsti dagli analisti di Facile.it per le bollette delle famiglie italiane a causa del conflitto in corso in Iran.
Il calcolo, effettuato considerando le stime di PUN (prezzo unico nazionale) e PSV (Punto di Scambio Virtuale) per i prossimi 12 mesi, porta il conto complessivo a 2.593 euro nell’anno, pari al 7% in più rispetto ai 2.427 euro previsti per il 2026 prima che scoppiasse il conflitto.
I consumi sui quali sono stati fatti i calcoli (che corrispondono a quelli della famiglia tipo italiana) sono 2.700 kWh per l’energia elettrica e 1.400 SmC per il gas.
“L’impatto – spiegano- sarà per chi ha un contratto con tariffa indicizzata, i consumatori che, invece, hanno una tariffa fissa, non subiranno aumenti fino, almeno, alla scadenza del contratto attualmente attivo”.
Sul fronte dei carburanti per i prezzi praticati alla pompa, confrontando i valori di oggi con quelli della scorsa settimana (23 febbraio) si registra già un incremento di circa l’1% sul costo di benzina e diesel (modalità self).
Su base annua, considerando una percorrenza di 10.000 Km, secondo le stime di Facile.it la differenza sul costo del pieno di un’automobile sarebbe di circa 8 euro. L’impatto, in valori assoluti, è più visibile se si guarda al settore degli autotrasporti: secondo le simulazioni di Facile.it, un camion per percorrere una tratta di 3.000 km spenderebbe 14 euro di diesel in più rispetto alla scorsa settimana.
È verosimile pensare che aumenti più significativi si vedranno a partire da domani o, comunque, nelle giornate successive, anche in base a come si evolverà la situazione in Medio Oriente. Per quanto riguarda i tassi dei mutui, spiegano, è ancora troppo presto per fare previsioni
Volendo fare un ragionamento macroeconomico, però, è bene ricordare che quando ci sono eventi geopolitici che mettono in difficoltà il mercato azionario, i capitali degli investitori tendono a spostarsi sul più sicuro mercato obbligazionario e ciò, per una logica di domanda e offerta, fa diminuire il rendimento di questi prodotti.
Noi sappiamo che i tassi dei mutui, in particolare quelli fissi, seguono l’andamento dei rendimenti dei titoli obbligazionari europei e quindi anche i tassi potrebbero scendere.
(da agenzie)

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LA VERSIONE DI CROSETTO SUL SUO VIAGGIO A DUBAI NON STA IN PIEDI

Marzo 3rd, 2026 Riccardo Fucile

LACUNOSO, INVEROSIMILE E CONTRADDITTORIO

Sabato mattina, mentre il governo italiano era in apprensione per la guerra appena iniziata dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran, il ministro della Difesa Guido Crosetto era a Dubai. Da giorni varie strutture di sicurezza del governo erano in allerta per un più che probabile imminente attacco americano a Teheran, ma il principale responsabile delle Forze armate italiane era all’estero, per presunti motivi personali, e senza che apparentemente né la presidente del Consiglio né il ministro degli Esteri ne sapessero nulla.
La notizia ha generato prima un certo clamore; quindi molto imbarazzo all’interno dello stesso ministero della Difesa tra i consiglieri di Crosetto, e un po’ ovunque nel governo. Lunedì Crosetto ha dato un’intervista a Repubblica per chiarire alcuni degli aspetti più paradossali della vicenda: ma le spiegazioni che ha dato hanno reso ancor più inverosimile e contraddittoria la sua versione.
Si era capito che Crosetto non fosse a Roma già nella mattinata di sabato. Nel giro di un’ora circa, tra le 9 e le 10, Crosetto si è prima collegato in diretta telefonica col Tg1, durante un’edizione straordinaria dedicata alla guerra; poi ha partecipato a una riunione telefonica convocata dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Intorno alle 15:30 Il Fatto Quotidiano ha scritto che Crosetto si trovava a Dubai, poi è stato ripreso da altri giornali online e dalle agenzie di stampa, generando una certa curiosità: perché dopo che l’Iran aveva colpito per rappresaglia l’aeroporto di Dubai, gli Emirati Arabi Uniti avevano sospeso i voli chiudendo il proprio spazio aereo, per cui a quel punto il ministro della Difesa italiano, durante una guerra di interesse mondiale, era bloccato all’estero.
Poco dopo le 19 Meloni ha presieduto una nuova riunione, stavolta in presenza, a Palazzo Chigi. C’erano il sottosegretario Alfredo Mantovano, il suo consigliere diplomatico Fabrizio Saggio, il ministro degli Esteri Antonio Tajani col suo capo di gabinetto Francesco Genuardi, i tre direttori dei servizi segreti, Giovanni Caravelli, Vittorio Rizzi e Bruno Valensise. Matteo Salvini era collegato da remoto, così come Crosetto. Alcune immagini diffuse da Palazzo Chigi – il cosiddetto giro tavolo, cioè la copertura video di pochi secondi e senza audio che viene poi offerta alle
televisioni per montare i servizi – mostrano Crosetto collegato col suo smartphone (iPhone di Guido, si legge), mentre parla all’aperto.
Le spiegazioni dello staff di Crosetto in quelle prime ore erano sostanzialmente queste: Crosetto era partito venerdì con un volo civile per andare a Dubai per motivi familiari, senza sapere dell’imminente attacco all’Iran, era rimasto poi sorpreso dalla rappresaglia iraniana contro gli Emirati Arabi Uniti, e dunque bloccato a Dubai non potendo far rientro in Italia. Nelle ore successive, fonti del ministero della Difesa hanno suggerito che Crosetto fosse in apprensione per sua moglie e i suoi figli, che erano lì in vacanza, ed era dunque andato personalmente per riportarli tutti in sicurezza in Italia, ma sempre con un volo civile. Ed è una versione che nella sostanza Crosetto ha confermato sia su X che a Repubblica.
È però una versione che non dà conto dei precedenti spostamenti di Crosetto. Al Post risulta infatti che Crosetto fosse già stato a Dubai nei giorni precedenti, molto probabilmente per accompagnare la famiglia; che abbia poi fatto altri viaggi all’estero, e che sia infine tornato a Dubai venerdì. Sembra quindi che Crosetto abbia trascorso la gran parte della scorsa settimana in viaggio, facendo una sosta in Italia tra mercoledì e giovedì. Nella sua agenda ufficiale della settimana scorsa, non risulta ci siano stati incontri ufficiali o missioni istituzionali all’estero: o perlomeno non sono stati resi pubblici finora.
Nel pomeriggio di lunedì Crosetto, riferendo alle commissioni Esteri di Camera e Senato, ha detto che aveva deciso di concedersi un periodo di vacanze a Dubai con la famiglia – in effetti la famiglia trascorre molto tempo all’anno, a Dubai – avendo ritenuto quel luogo sicuro visto che durante il precedente attacco americano e israeliano contro l’Iran, nel giugno scorso, gli Emirati non erano stati interessati dalla risposta armata del regime iraniano. Ha lasciato anche intendere di aver informato preventivamente le strutture di intelligence responsabili della sicurezza del ministero, e di aver valutato con loro che non c’erano rischi incombenti per quella settimana, e che semmai l’attacco all’Iran era previsto per la settimana seguente, cioè questa. In quei giorni di vacanza, spostandosi più volte, Crosetto ha comunque detto di essere stato pienamente operativo. Ha fatto anche sapere, senza fornire dettagli, di aver avuto incontri istituzionali con le massime autorità di Dubai.
Domenica un aereo dell’Aeronautica è partito dall’aeroporto di Pratica di Mare, poco fuori Roma, ed è arrivato a Muscat, in Oman, dove Crosetto era stato accompagnato – viaggiando con un pulmino privato insieme ai suoi familiari, come lui stesso ha detto in parlamento – da agenti di scorta emiratini. Da lì Crosetto è tornato a Roma, da solo, domenica sera. Mentre era ancora in volo ha scritto su X: «Sto rientrando in Italia continuando a gestire da ieri la situazione delicata con tutti gli strumenti tecnici necessari per farlo anche all’estero. Rientrerò come ovvio da solo, per evitare l’esposizione ad ulteriori pericoli ad altri che viaggiando con me in condizioni attuali possono essere messi a rischio. Lo farò ovviamente con un aereo militare, e lascerò qui la mia famiglia (che comprende la scelta), dopo essermi sincerato che per loro, come per gli altri cittadini italiani e stranieri, non ci siano rischi rilevanti se non quelli di nefasta casualità».
E qui c’è una prima cosa che non sta in piedi. Il motivo per cui un ministro della Difesa non viaggia mai senza scorta, e praticamente mai con voli civili come tutti i cittadini, è legato a ragioni di sicurezza. Sicurezza del ministro stesso, e dunque della Repubblica; ma anche sicurezza della gente con cui entrerebbe in contatto se viaggiasse come una persona qualunque. Se un ministro della Difesa dovesse essere oggetto di un attentato, per esempio, anche i passeggeri del suo volo ne sarebbero coinvolti.
Dunque, quando Crosetto scrive che «rientrerò come ovvio da solo, per evitare l’esposizione ad ulteriori pericoli ad altri che viaggiando con me in condizioni attuali possono essere messi a rischio», viene da chiedersi se quegli stessi rischi di esporre persone a pericoli non li avesse valutati anche nel suo viaggio a Dubai fatto con un aereo civile. Secondo alcune confidenze fatte in privato dal ministro, lui si è imbarcato a Fiumicino per Dubai con altre 300 persone.
Nella sua intervista a Repubblica, Crosetto ha poi detto: «Sono venuto [a Dubai, ndr] perché le informazioni disponibili non lasciavano presagire una tale accelerazione. E quando ho capito che — a differenza di altre volte — ci sarebbe potuto essere anche un attacco agli Emirati Arabi Uniti, ho deciso di portare a casa la mia famiglia. Dovevano partire la mattina (e quindi saremmo arrivati tranquillamente), ma per un mio impegno istituzionale ad Abu Dhabi abbiamo preso il volo del pomeriggio». Anche questa versione è abbastanza contraddittoria. Crosetto va più volte a Dubai dopo aver valutato – «non da solo» come ha chiarito in parlamento, facendo evidentemente riferimento ad altri apparati di sicurezza –
che non c’erano ragioni di apprensione. Poi all’improvviso capisce che un attacco agli Emirati è possibile, e dunque «ho deciso di portare a casa la mia famiglia».
Non è chiaro quando sia sopravvenuta questa consapevolezza. Quel che è chiaro è che il governo italiano non ha ritenuto di avvertire gli italiani presenti a Dubai di un possibile attacco imminente, quando invece il ministro della Difesa era al corrente di quel pericolo. Mentre Crosetto stava cercando di portare a casa la sua famiglia, non risulta che né la presidenza del Consiglio, né il ministero degli Esteri, né l’ambasciata italiana ad Abu Dhabi o il consolato generale a Dubai abbiano sollecitato gli italiani presenti negli Emirati a prendere precauzioni.
Inoltre, Crosetto dice che una volta che ha deciso di portare via la sua famiglia, anziché ripartire il prima possibile si è trattenuto a Dubai «per un mio impegno istituzionale». Con ogni probabilità si tratta dell’incontro con il ministro per la Difesa degli Emirati, Mohammed bin Mubarak al Mazrouei, avvenuto nel pomeriggio di sabato. Ma se aveva in programma degli incontri istituzionali, perché Crosetto è andato a Dubai da privato cittadino? È assai raro che si facciano incontri così importanti e delicati senza avere con sé non solo una scorta, ma anche consiglieri che preparino i documenti, uno staff per gestire le questioni logistiche e operative. Quando due ministri della Difesa si incontrano, tanto più nel bel mezzo di una guerra internazionale, i colloqui vanno preparati e seguiti per bene, non si tratta di chiacchierate estemporanee.
Crosetto ha detto che è stato lui a pretendere di andare senza scorta o accompagnatori. Ha sostanzialmente rivendicato di aver sfruttato le vacanze con la sua famiglia per partecipare a impegni che rientrano nelle sue prerogative di ministro. È una cosa quantomeno irrituale. E lo è ancor più per un ministro della Difesa: che appunto per la delicatezza del suo ruolo viene abitualmente seguito dalla scorta in ogni spostamento. In Italia, Crosetto e i suoi predecessori vengono accompagnati da agenti di sicurezza pressoché ovunque, anche durante impegni privati o di partito. È alquanto anomalo che un ministro della Difesa passi giorni interi all’estero senza alcuna tutela.
E qui si arriva a un’altra stranezza di questa vicenda. Il governo sapeva che Crosetto era a Dubai? Lo staff della presidente del Consiglio, ufficialmente, non commenta. Informalmente trapela un certo stupore, come se davvero nessuno ne fosse al corrente. Crosetto ha detto però di aver pianificato il suo viaggio «non da
solo»: se dunque gli apparati di sicurezza sapevano, è difficile che nessun altro nel governo ne fosse a conoscenza. I servizi segreti, che di solito vigilano sugli spostamenti del ministro della Difesa, rispondono direttamente alla presidente del Consiglio.
Domenica Tajani ha detto chiaramente che lui non sapeva che Crosetto fosse lì. E questo è piuttosto anomalo: le ambasciate italiane all’estero vengono informate quando un ministro viaggia in quel certo paese. Se Crosetto, avendo trascorso vari giorni a Dubai, non avesse avuto contatti con l’ambasciata, sarebbe strano. Al Post risulta però che Crosetto abbia avuto vari contatti con l’ambasciatore italiano ad Abu Dhabi, con cui ha anche mangiato in almeno un’occasione, la sera di venerdì. Gli ambasciatori dipendono dal ministero degli Esteri: come mai, dunque, Tajani non sapeva?
Infine resta da capire se davvero Crosetto, come dice, sia stato sempre pienamente operativo in una settimana così turbolenta. Il ministro della Difesa è uno dei ruoli più delicati che ci siano: parla coi vertici delle Forze armate, coi direttori dei servizi segreti, coi suoi omologhi stranieri, e deve essere sempre sicuro di poterlo fare in piena sicurezza, senza essere intercettato o ascoltato. Il ministro della Difesa, inoltre, deve essere sempre nelle condizioni di poter dare ordini rapidi e definitivi alle Forze armate: autorizzare attacchi militari, spostamenti di mezzi o truppe, eccetera.
Alcune decisioni possono essere delegate ai suoi sottoposti; altre, per prassi collaudata nei decenni, deve essere il ministro in prima persona a prenderle. Sono tutte cautele che possono essere gestite anche durante le missioni all’estero, con preparazione e qualche fatica in più, ma se un ministro gira per giorni da solo, senza scorta né collaboratori e spostandosi con voli civili, diventa tutto molto complicato.
(da Fanpage)

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