Novembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
AREA LARGA 45% CENTRODESTRA 43,8%, MA IL 30% DEGLI INTERVISTATI NON SA ANCORA CHI VOTARE
Il centrosinistra torna davanti al centrodestra nei sondaggi, anche se la distanza tra i due
schieramenti è ancora piuttosto contenuta. È quanto emerge dall’ultima rilevazione SWG per il TgLa7. La coalizione che raccoglie Pd, Movimento 5 Stelle e alleati arriva al 45%, mentre il centrodestra si ferma al 43,8%.
Tra i partiti Fratelli d’Italia rimane saldamente al primo posto, ma perde qualcosa rispetto alla settimana scorsa. Il Pd non si muove, il Movimento 5 Stelle guadagna terreno.
A destra, invece la Lega resta dietro a Futuro Nazionale di Roberto Vannacci. Il 30% degli intervistati non esprime una preferenza.
Il centrosinistra guadagna un decimo e raggiunge il 45%. A trainare lo schieramento è ancora il Partito Democratico, che resta stabile al 20,6%, uno stacco ancora importante rispetto agli altri partiti della coalizione. Il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte, sale al 12,6%, guadagnando due decimi in una settimana.
Alleanza Verdi e Sinistra si attesta al 6,2%, perdendo un decimo, mentre Italia Viva-Casa Riformista scende al 2,2%. Anche +Europa arretra leggermente e si ferma all‘1,3%. Gli altri partiti dell’area raccolgono complessivamente il 2,1%.
Non è un caso che negli ultimi giorni i leader del centrosinistra abbiano provato ad accelerare. Venerdì 30 ottobre Elly Schlein, Giuseppe Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni si sono confrontati per mettere nero su bianco le prossime tappe dell’alleanza. L’accordo prevede un programma comune da definire entro novembre e primarie entro febbraio. Dopo settimane di discussioni su alleati, leadership e perimetro della coalizione, qualcosa si è mosso. Resta però da capire come si arriverà alle primarie e soprattutto chi riuscirà a coinvolgere anche le forze più piccole.
Centrodestra al 43,8%, Fratelli d’Italia perde terreno
Sul fronte opposto il centrodestra scende di tre decimi e si attesta al 43,8%. La prima forza della coalizione resta senza discussioni Fratelli d’Italia, che raccoglie il 29% delle preferenze. Il partito di Giorgia Meloni perde tre decimi rispetto alla rilevazione del 26 ottobre, ma conserva un vantaggio enorme sugli altri partiti della maggioranza.
Forza Italia è al 7,2%, in calo di due decimi, mentre la Lega sale leggermente al 5,5%. Il Carroccio guadagna un decimo, ma resta comunque lontano dai livelli di Fratelli d’Italia. Noi Moderati arriva all’1,1%, mentre Sud Chiama Nord si ferma all’1%, senza variazioni.
FdI da solo vale quasi il doppio di Forza Italia e Lega messe insieme. Le altre forze della coalizione contribuiscono al risultato complessivo, ma nessuno può mettere in discussione la posizione dominante della presidente del Consiglio. Il rovescio della medaglia di questa stabilità interna all’alleanza, però, è che il risultato dela coalizione è molto dipendente da quello del partito di Meloni.
C’è poi il tema dei rapporti con le altre forze della destra.
Futuro Nazionale, il partito di Roberto Vannacci, non fa parte della coalizione e si attesta al 5,8%, in crescita di due decimi. Il generale resta davanti alla Lega, che si ferma al 5,5%. Il distacco è di pochi decimi: fino a un mese fa, era di un paio di punti. Il calo di FN, tuttavia, al momento sembra essersi fermato, almeno per questa settimana.
Futuro Nazionale e Azione restano fuori dai due schieramenti, un terzo degli intervistati non sceglie
Al di fuori delle due coalizioni principali, Futuro Nazionale come detto si conferma al 5,8% e Azione di Carlo Calenda resta stabile al 3,1%. Le altre liste raccolgono complessivamente il 2,3%.
Resta consistente anche il dato su chi non esprime una preferenza, che sta al 30%, esattamente come nella rilevazione precedente. Ciò vuol dire che una parte consistente degli intervistati, quasi uno su tre, ad oggi non si riconosce in nessuna delle proposte politiche.
(da Fanpage)
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Novembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
MIGLIAIA DI PALESTINESI SONO TORNATI ALE PROPRIE ABITAZIONI, TRA CASE DEVASTATE E POSTI DI BLOCCO
La chiamano la città fantasma, Hebron o Al Khalil in arabo, famosa per le sue uve, per le fabbriche di ceramiche e vetri, e per l’occupazione.
Entrare ad Hebron non è mai stato facile, la città è sempre stata circondata da checkpoint e da colonie. A volte non ci sono soldati, a volte sì. Decidono loro se entri o meno. Ma anche al suo interno la città è occupata da coloni e presidiata dall’esercito, divisa in due dal Protocollo di Hebron del 1997. La zona H1 (circa l’80% della città) è amministrata dall’Autorità Nazionale Palestinese, mentre la zona H2 (il restante 20%, che include il centro storico, la Moschea di Abramo e diversi insediamenti dei coloni) è sotto il controllo militare israeliano.
Noi entriamo nella zona palestinese, la H2, dove per 11 giorni l’esercito israeliano ha condotto una delle più pesanti operazioni militari mai condotte nella città negli ultimi anni, ponendo sotto totale assedio i quartieri di Al-Jalda e Ain Deir Baha.
Fa il segno della vittoria con la mano fuori dal finestrino della macchina, Aya, quindici anni e già consapevole dei propri diritti. “Tornare a casa” è quello che rivendica urlandolo ai soldati israeliani che ne bloccavano l’accesso. Per 11 giorni Aya, la sua famiglia e altre 3300 persone sono state cacciate dalle proprie abitazioni, distrutte o usate come basi dell’Idf, in seguito all’attentato terroristico del 23 ottobre. Era un venerdì di due settimane fa quando due uomini palestinesi armati hanno aperto il fuoco contro i soldati dell’esercito israeliano uccidendone due e ferendone tre, nei pressi di uno dei molti checkpoint che circondano la zona. I due attentatori sono stati neutralizzati e le loro case demolite, mentre il premier Netanyahu ha da subito lanciato una “vasta operazione” in risposta all’attacco.
L’operazione militare portata avanti per giorni ha costretto allo sfollamento di più di tremila persone, centinaia sono state perquisite, arrestate e interrogate, sono stati svuotato completamente alcuni quartieri, causando la sospensione delle lezioni per più di 80.000 studenti; 15 strutture sono state completamente demolite e chiusi 327 tra negozi e attività commerciali, con una perdita economica stimata di circa 12 milioni di NIS (circa tre milioni di euro) al giorno.
La scorsa settimana il capo di stato maggiore Eyal Zamir delle Idf aveva comunicato al primo ministro Benjamin Netanyahu che non c’erano ragioni operative per continuare l’operazione a Hebron e che non esisteva alcuna base giuridica per impedire ai palestinesi di tornare a casa. Eppure solo ieri è stata riaperta la via di casa alle famiglie palestinesi che, con quell’attentato, non c’entravano niente.
“Quando è iniziato l’assedio l’esercito ci ha solo detto che dovevamo andare via da casa nostra, pensavamo si sarebbe trattato di qualcosa di poche ore invece l’operazione è durata giorni. Con noi non abbiamo potuto portare nient’altro che i documenti”, spiega Osama Natsha, padre di Aya mentre cammina con i suoi quattro figli verso i militari israeliani che bloccano la strada d’accesso ai quartieri allora ancora assediati. Siamo alla marcia del ritorno delle famiglie di Hebron, che domenica scorsa, dopo dieci giorni di sfollamento forzato, hanno chiesto di poter tornare a casa. “Quando sono tornato”, ci dice il giorno seguente in collegamento telefonico, “casa mia era ancora in piedi ma altre no, altre sono state completamente devastate e alcune distrutte. A casa di una famiglia che conosco hanno distrutto anche l’arredamento, adesso fa paura, è irriconoscibile. Altre sono state saccheggiate. In casa nostra i soldati siano entrati in ogni stanza, i vestiti erano fuori dall’armadio, hanno controllato tutto, c’erano due porte chiuse che sono state distrutte”, continua l’uomo. “I soldati erano entrati in casa mia già il giorno dell’attentato, vedevo le luci da lontano. Se c’era qualcosa da controllare, l’avevano già fatto undici giorni fa. Avrebbero potuto farci tornare immediatamente. Invece no, perché hanno voluto punirci collettivamente”.
L’esercito, infatti, si è ritirato ieri dopo 11 giorni di assedio, permettendo alle famiglie di tornare alle proprie case ma lasciando loro edifici distrutti: dai video che abbiamo visionato alcune abitazioni sono state completamente messe sotto sopra, con armadi distrutti, abiti buttati a terra, cassetti aperti e svuotati, e i giochi dei bambini rotti. D’altronde la violenza di una forza occupante verso la popolazione sotto occupazione passa anche da questo: dalla privazione e dalla violazione della propria intimità, che è umiliazione.
“Sì è trattato di una punizione collettiva. Le persone che hanno effettivamente compiuto l’attacco non fanno parte della nostra famiglia e non sono nemmeno del nostro quartiere, ma di quello vicino”, ci racconta Zahraa, 25 anni, “viviamo nella paura e nello stress costanti. Anche se oggi torniamo a casa, anche se il governo in Israele dovesse cambiare, niente cambierà per noi. La sinistra è solo una destra istruita. Sarà la stessa identica cosa. Si tratta solo di decidere tra qualcuno che ci uccida più o meno velocemente dell’altro”.
L’operazione militare ad Hebron ha coinciso con gli ultimi giorni di campagna elettorale israeliana ed è stata usata dalla destra di governo per mostrare il pugno duro contro i palestinesi. Il ministro delle finanze dell’attuale coalizione, Bezalel Smotrich, colui al quale è affidata l’amministrazione della Cisgiordania, venerdì 23 ottobre era andato ad Hebron promettendo di “allontanare il male” e invocando “demolizioni di massa”.
Dopo l’attentato, otto nuovi avamposti hanno iniziato a essere costruiti nella zona delle colline a sud di Hebron, con l’approvazione delle Idf e sotto la guida del Consiglio regionale di Hebron Sud e del Ministro Smotrich.
Il ritiro dell’esercito dai quartieri di Al-Jalda e Ain Deir Baha non significa la fine delle restrizioni imposte ad Hebron e all’intera area. Attualmente sono aperti solo 2 dei 7 ingressi alla città, mentre i checkpoint dell’area H2 restano per la maggior parte chiusi.
Mentre gli sfollati ritornano alle proprie case, infatti, nella stessa città un bambino palestinese urla di dolore per una frattura alla gamba ma l’ambulanza non può raggiungerlo a causa dei posti di blocco israeliani.
“Ho chiamato l’ambulanza della Mezzaluna Rossa Palestinese alle 12:42. Tuttavia, l’ambulanza non è arrivata fino alle 14:10 perché non poteva entrare nell’area senza il coordinamento con l’esercito israeliano. Il bambino ha dovuto sopportare un’ora e mezza di dolore prima che i sanitari potessero raggiungerlo e trasportarlo in ospedale”, ha scritto l’attivista Issa Amro sui suoi profili social, “le famiglie stanno tornando, ma l’assedio e le restrizioni militari continuano. Hebron rimane sotto occupazione e i suoi residenti palestinesi continuano ad affrontare gravi minacce alla loro sicurezza e libertà di movimento”.
“No all’espulsione”, recitava un cartello tenuto in mano domenica da una bimba di pochi anni, in braccio alla madre e avvolta da una kefiah bianca e nera. Davanti a lei i militari con fucili spianati, dietro decine di persone che chiedevano di tornare a casa.
Così i bambini di Al Khalil imparano presto quali siano i propri diritti, ma anche il dolore inflitto dalla loro violazione e la determinazione per continuare a rivendicarli. A nessuno di loro verrà data indietro l’infanzia, ma almeno per oggi hanno di nuovo una casa.
(da Fanpage)
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Novembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
L’ASSESSORE CAPITOLINO ONORATO, IL SEGRETARIO DI PIÙ EUROPA MAGI E L’EX CAPO DELLA POLIZIA GABRIELLI VALUTANO SE CANDIDARSI ALLE PRIMARIE… RENZI SDICE DI VALUTARE UN’UNICA LISTA CENTRISTA…LA SVELENATA DI TABACCI: “QUELLA DI RENZI PREVEDE METÀ LISTA PER I SUOI, E L’ALTRA PER CASA RIFORMISTA, CHE SONO SEMPRE SUOI”
Piccoli, necessari e divisi. I centristi del fronte progressista meditano di rinviare il
discorso sulla lista unica a dopo le primarie. Se mai si farà. «Se ne faranno un paio di liste», prevede in realtà Alessandro Onorato, l’assessore di Roma spinto da Giuseppe Conte.
Lui non esclude di presentarsi ai gazebo. Idem Riccardo Magi. E pure Franco Gabrielli ci starebbe pensando. E siamo già a tre leader di tre partiti diversi. Ognuno porterebbe così acqua al proprio mulino. Difficile pensare così all’unità.
Girava voce che nei prossimi giorni Ernesto Maria Ruffini, il fondatore del movimento Più uno, il più fervido sostenitore della lista unica, testardamente unitario, intendesse convocare un tavolo per parlarne, ma al momento non c’è nessun incontro, e manco il tavolo.
Matteo Renzi, ieri al Corriere della sera, si è detto disponibile alla lista unitaria. Il veterano Bruno Tabacci però si fida poco: «Quale lista unica? Quella di Renzi prevede metà lista per i suoi, e l’altra per Casa riformista, che sono sempre suoi. Intanto Pagnoncelli lo dà sempre al due per cento».
I centristi litigano tra di loro, ma sono cortegiatissimi dai capi coalizione. Con i sondaggi che indicano un sostanziale testa a testa tra centrosinistra e centrodestra anche mezzo punto può risultare decisivo per vincere le prossime elezioni: probabilmente si voterà a maggio. Il tavolo Schlein-Conte-Bonelli-Fratoianni, venerdì, ha sancito che la coalizione sarà aperta a chi ha una componente in Parlamento.
Secondo un sondaggio riservato Ipsos l’ex capo della polizia Gabrielli avrebbe i numeri migliori per fare il capo del centrismo italiano: 73 per cento di notorietà e 33 di opinione positiva o molto positiva. Dopodiché, divisi in sette frazioni – c’è pure Clemente Mastella con cui dialoga Tabacci – i centristi sono piccoli, ma inquieti e ambiziosi.
Tabacci, dall’alto delle sue sette legislature, poi è scatenato: «Se le primarie servono solo a decidere chi vince tra Schlein e Conte sono un’ordalia». E poi, dopo aver citato De Gasperi, «oggi di politica ne vedo poca», lascia intendere che potrebbe fare una lista «con chi ci sta», ovvero «il mio Centro democratico, il Psi, + Europa, e Più uno: noi i consensi li abbiamo».
Onorato però dice che bisognerà parlarne dopo le primarie, «in un’ottica dell’interesse della casa», ma, assicura, «c’è un ottimo dialogo con Ruffini». Corteggiati ma pure attenti a non tirare troppo la corda.
(da Repubblica)
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Novembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
IL PROBLEMA È AMPIO: LA PROTEZIONE DI UN SUPERMERCATO NON DIPENDE SOLTANTO DALLA RETE INFORMATICA DELLA CATENA CHE LO GESTISCE, MA ANCHE DALLE AZIENDE CHE PRODUCONO E INSTALLANO I FRIGORIFERI, DAI FORNITORI DEI SOFTWARE E DALLE SOCIETÀ INCARICATE DELLA MANUTENZIONE, LA FAMOSA “CATENA DEL FREDDO”… BASTA CHE UNO DI QUESTI SOGGETTI LASCI APERTO UN ACCESSO PERCHÉ UN INTRUSO POSSA RAGGIUNGERE GLI IMPIANTI
Otto Paesi europei vittime di un attacco hacker ai sistemi di refrigerazione dei supermercati. Un attacco coordinato che ha coinvolto anche l’Italia. Almeno quattro punti vendita a marchio Coop, tre a Catania e uno a Palermo, hanno subìto la manomissione delle temperature dei banchi alimentari. Così come è successo in Svezia, Irlanda, Estonia, Finlandia, Belgio, Lussemburgo e Paesi Bassi.
Attacchi del tutto simili a quelli che il 12 ottobre scorso hanno colpito la Francia. L’allerta è generale in tutte le capitali europee. Palazzo Chigi ha convocato per stamattina una riunione coordinata dal sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, alla quale parteciperanno il direttore dell’Agenzia per la Cybersicurezza nazionale e i direttori delle agenzie di intelligence.
L’attacco ai frigo è avvenuto ovunque un po’ nella stessa maniera e con tempi assai simili. Gli attaccanti sfruttano i sistemi di refrigerazione collegati alla rete e manomettono le temperature. Secondo alcune ricostruzioni hanno portato la temperatura fino a 50 gradi. […] L’effetto è che è stata buttata merce per centinaia di migliaia di euro. Alcuni punti vendita sono rimasti chiusi per gestire l’emergenza. Ma il bilancio economico complessivo è ancora da accertare.
Come è avvenuto in Francia, il bersaglio è sempre lo stesso. Un’infrastruttura poco visibile ma essenziale. La catena del freddo che permette di conservare e distribuire i prodotti alimentari. Un’operazione chirurgica, che per molti esperti informatici può avere una sola matrice: uno stato nemico.
Sospetto numero uno la Russia, ma c’è anche chi indirizza il dito contro l’Iran. Il possibile scenario […] è quello di un test della vulnerabilità della filiera alimentare. L’obiettivo degli attaccanti potrebbe essere verificare quanto sia facile interrompere la conservazione dei prodotti, provocare sprechi e svuotare gli scaffali senza colpire magazzini o trasporti. È una lettura degli effetti potenziali, non un piano accertato degli aggressori.
Questo avviene perché molti degli impianti oggi hanno controlli da remoto. Servono a garantire continuità ai servizi e gestire anomalie. Ma il rovescio della medaglia è che, una volta connessi a Internet, diventano bersagli possibili per cybercriminali.
Se confermata la matrice straniera, si potrebbe trattare di un attacco da «guerra ibrida». Strategia che combina diversi strumenti, dagli attacchi informatici alla disinformazione, per indebolire un avversario. L’Unione europea accusa da tempo la Russia di condurre campagne di questo tipo, intensificate dopo l’invasione dell’Ucraina.
(da Repubblica)
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Novembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
LO STUDIO DELLA FONDAZIONE “MO IBRAHIM”: “LA CRESCITA ECONOMICA A DISCAPITO DELLO STATO DI DIRITTO E’ UN COMPROMESSO NON SOSTENIBILE A LUNGO TERMINE”
L’economia africana fa, mediamente, significativi passi avanti, a discapito però di un
continuo deterioramento della sicurezza, dello stato di diritto e delle libertà civili: è questo, in estrema sintesi, il risultato del rapporto 2026 della fondazione Mo Ibrahim, prestigioso think tank fondato dall’omonimo imprenditore e filantropo anglo-sudanese, presentato all’Università americana del Cairo.
L’Indice della governance in Africa stilato ogni anno dalla Fondazione (Ibrahim Index of African Governance o Iiag) fornisce la valutazione più completa delle performance e delle traiettorie in materia di governance pubblica in ciascuno dei 54 Paesi del continente africano, elaborati a partire da dati provenienti da 51 fonti internazionali – tra cui il Fmi, la Banca Mondiale e le Nazioni Unite. Ne emerge una traiettoria a due velocità.
A livello continentale, il miglioramento della governance complessiva poggia quasi esclusivamente su fattori economici e sociali. Un dato significativo: 25 Paesi, che ospitano il 47% della popolazione africana, sono riusciti a generare crescita pur subendo, al contempo, un’erosione sul piano della sicurezza e della democrazia. economia ma la democrazia va a marcia indietro
“Molti paesi stanno compiendo progressi in ambito economico e umano, nonostante il deterioramento dello stato di diritto. Tuttavia, questo compromesso non è sostenibile a lungo termine”, ha avvertito Mo Ibrahim, presidente della Fondazione. “Senza sicurezza né partecipazione dei cittadini, i risultati economici ottenuti non potranno durare”.
Ai vertici della classifica 2026 si confermano le Seychelles, Mauritius e Capo Verde, seguiti dal Botswana e dal Sudafrica. In Nordafrica, il Marocco guida il gruppo regionale attestandosi al 7/o posto a livello continentale, davanti a Tunisia (11/a), Algeria (19/a), Egitto (25/a) e Libia (46/a).
“Molti leader non dispongono di dati relativi al proprio Paese. Come si può governare un Paese senza dati? È per questo – sottolinea la Fondazione – che ci impegniamo a rendere i dati accessibili a leader, cittadini e ricercatori”.
Tra i ricercatori che hanno partecipato all’elaborazione e all’analisi dei dati figura l’italiano Enrico Nichelatti, ricercatore post-dottorato presso l’Istituto per la ricerca sulle disuguaglianze socioeconomiche dell’Università del Lussemburgo e membro del gruppo di esperti dell’Iiag che, a margine della presentazione, ha illustrato all’ANSA il suo punto di vista.
“Come ricercatore specializzato nell’Africa subsahariana, ritengo che l’esistenza di un indice che analizzi la governance in Africa sia fondamentale per chiunque operi in ambito accademico, così come per le istituzioni, le organizzazioni non governative e i governi stessi”, ha detto.
Il ricercatore, originario di Genova, ha poi aggiunto che “a livello globale, si osserva un aumento delle disuguaglianze; i dati indicano una crescita economica, ma ciò non si traduce in una distribuzione equa della ricchezza. Ciò che mi ha colpito è che, in molti Paesi africani, lo sviluppo umano ed economico è in crescita, con progressi significativi in ambiti quali infrastrutture, salute e istruzione, senza che questo comporti un miglioramento dei diritti umani o della partecipazione politica”.
(da agenzie)
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Novembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO LA CATENA TELEVISIVA “GLOBO TV”, SI STA VERIFICANDO SE, AD ACCOMPAGNARE LA FAMIGLIA BOLSONARO ALLA FRONTIERA TRA ARGENTINA E BRASILE, CI FOSSE ANCHE DI UN EX AGENTE DEI SERVIZI SEGRETI ISRAELIANI…
La trama della rocambolesca fuga di Flavio Bolsonaro dal Brasile agli Stati Uniti all’indomani della sconfitta alle presidenziali si è arricchita nelle ultime ore di nuovi elementi al vaglio degli investigatori.
Secondo quanto riferiscono nelle ultime ore diversi media brasiliani si indaga adesso anche su un presunto volo privato che avrebbe portato il candidato del Partito liberale direttamente in Argentina a bordo di un aereo di proprietà di un suo amico, l’avvocato Willer Tomaz, a sua volta sotto inchiesta per riciclaggio e latitante negli Usa.
In base a questa ricostruzione Bolsonaro sarebbe arrivato il 27 mattina all’aeroporto di San Fernando, vicino Buenos Aires, senza la famiglia e si sarebbe ricongiunto con moglie e figli solo a Porto Iguazù, per poi partire per gli Usa.
La catena televisiva Globo Tv riferisce inoltre di indagini in corso per verificare la presunta presenza nella comitiva della famiglia Bolsonaro alla frontiera tra Argentina e Brasile, anche di un ex agente dei servizi segreti israeliani. Secondo tali versioni l’ex agente viaggiava su uno dei due furgoni, appartenenti alla società brasiliana Dallas Turismo, che hanno attraversato la frontiera insieme anche ad un avvocato di Jair Bolsonaro, padre di Flavio.
(da agenzie)
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Novembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
E AL TAVOLO CON LUI C’ERA ANCHE MATTEO PEREGO DI CREMNAGO, ATTUALE SOTTOSEGRETARIO ALLA DIFESA E IN CORSA COME POSSIBILE CANDIDATO DEL CENTRODESTRA ALLE COMUNALI DI MILANO NEL 2027
Youssef Siher oggi per il governo Meloni e tutto il centrodestra è diventato il bersaglio
principale per quanto riguarda i disordini avvenuti a Milano il 17 e 18 ottobre. Ad attaccarlo sono stati anche numerosi esponenti di Forza Italia, e tra gli ultimi il senatore Maurizio Gasparri, che ha detto di non essere sorpreso di vederlo accostato a personaggi considerati legati ad Hamas.
Proprio Forza Italia, però, solo nel 2021 considerava evidentemente Siher un cittadino virtuoso: lo aveva invitato al proprio evento “Rialzati, Milano”, insieme ad altri “nuovi milanesi”, come li definiva la locandina, per un confronto con i candidati forzisti prima delle elezioni comunali. E al tavolo con lui c’era anche l’attuale sottosegretario alla Difesa Matteo Perego di Cremnago, oggi in corsa come possibile candidato del centrodestra alle comunali di Milano nel 2027.
Maurizio Gasparri ha rilanciato una fotografia di Siher alle spalle di Mohammad Hannoun su un palco, pubblicata dal Giornale. Non è noto a quando risalga l’immagine. Hannoun da quasi un anno è in carcere in custodia preliminare, indagato per presunti finanziamenti illeciti ad Hamas. Gli inquirenti sostengono che sia una figura di vertice dell’organizzazione in Italia. Pochi giorni fa, il 29 ottobre, la procura di Genova ha chiesto il rinvio a giudizio. Per ora, quindi, non è ancora noto se l’indagine sarà archiviata o si andrà a processo.
A partire da questa immagine, Gasparri ha scritto: “Youssef Siher, il presunto agitatore delle piazze del 17 ottobre, fotografato insieme ad Mohammad Hannoun, un personaggio opaco che è attualmente in carcere in attesa di essere processato con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo per i presunti finanziamenti ad Hamas. Non avevamo dubbi che personaggi del genere andassero a braccetto”. Va sottolineato che Siher non è affatto “il presunto agitatore delle piazze del 17 ottobre”, dato che le indagini su Siher si concentrano sulla creazione di una chat avvenuta il 19 ottobre, a manifestazioni passate.
Se una foto sola bastasse ad associare un cittadino a un movimento politico, però, Forza Italia dovrebbe spiegare le immagini che mostrano proprio Siher, nel 2021, a un evento di partito forzista. Era il 19 settembre 2021, mancavano circa due settimane alle elezioni comunali di Milano, e la sezione locale di FI aveva organizzato a Sesto San Giovanni una giornata intitolata “Rialzati, Milano”.
E tra i panel previsti ce n’era uno dal nome “Nuovi milanesi – Milano città multiculturale”. Tra i “nuovi milanesi”, nella lista dei relatori “molto qualificati” considerati esponenti delle “energie positive” di Milano, c’era proprio Siher. Era stato chiamato a parlare in quanto rappresentante degli studenti nel Senato accademico dell’Università di Milano.
Lo stesso ricercatore che oggi viene accostato ad Hamas, cinque anni fa parlava negli eventi di Forza Italia.
(da Fanpage)
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Novembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
IL CASO DEL MILITANTE CHE FANTASTICAVA DI SOTTOPORRE A STUPRI DI GRUPPO LE DONNE CHE VOTANO A SINISTRA … IN RETE SONO FINITE PURE LE MAIL DELLA LEADER DI AFD, ALICE WEIDEL… SOVRANISTI FECCIA DEL MONDO
Oltre 400mila messaggi rubati dagli hacker che vanno dal 2014 al 2026, tra riferimenti nazisti, stupri di gruppo, vicinanza a Mosca. Emergono anche sondaggisti compiacenti e giornali pronti a dare una mano. Così riprende quota il divieto del partito
«Sono una catastrofe, questi stupidi spastici. Dobbiamo respingerli tutti». Le dichiarazioni contenute nelle oltre 400mila mail “rubate” dagli hacker ad AfD non sono una sorpresa.
Non lo è il tono, non lo è il merito delle opinioni. Ma sono una conferma del fatto che diversamente dalla facciata che propone a elettorato ed eventuali alleati politici, sotto al sorriso di chi propone di tornare semplicemente con il buonsenso c’è una montagna di posizioni orride e disumane.
I giornali tedeschi stanno scandagliando l’enorme archivio messo online nelle ultime settimane da un gruppo di sconosciuti e ogni giorno pubblicano nuove rivelazioni. I 280 gigabyte di materiale contengono mail dal 2014 a settembre 2026 e, oltre a denunce interne e segnalazioni di comportamenti inappropriati (a cui non sempre è seguito un intervento deciso), si può anche osservare il progressivo spostamento verso destra del partito, nato come formazione no euro e attualmente posizionato intorno al caposaldo della remigrazione, una linea che garantisce ad AfD il ruolo di primo partito, anche se i sondaggi più recenti documentano un nuovo allontanamento dalla soglia del 30 per cento che aveva sfiorato ultimamente.
Nel merito, si trovano riferimenti a membri del partito che hanno compiuto gesti o attività di stampo innegabilmente neonazista. Ce n’è uno che ha provato a vendere bandiere con la croce uncinata a uno stand informativo di AfD – cosa vietata in Germania – un altro che fantasticava di sottoporre a stupri di gruppo donne che votano a sinistra, un terzo che si spinge a riconsiderare le dimensioni dell’Olocausto.
Uno di loro con un background völkisch, di quella ideologia ultranazionalista, razzista ed etnocentrica che ormai fa parte a pieno titolo della comunità AfD, Matthias Helferich, si è definito «il volto gentile del nazionalsocialismo».
Probabilmente una delle pagine più inquietanti ad emergere dalle migliaia di mail è quella che riguarda personaggi della società civile che non hanno avuto nessun problema a proporsi ad AfD per offrire consiglio e sostegno, una sfaccettatura messa in luce in maniera particolarmente efficace dal settimanale Zeit.
Si va da giuristi di fama nazionale che offrono il loro consulto gratuitamente a giornalisti che inoltrano al partito documenti che hanno ottenuto da proprie fonti ancora prima di pubblicarne il contenuto per i propri lettori.
È il caso di David Bendels, direttore del Deutschland-Kurier, giornale di destra che non ha esitato a mostrarsi vicino ad AfD da tempi non sospetti: al 2017, anno in cui si registrano questi scambi, risale anche un carteggio con Hermann Binkert, capo dell’istituto di sondaggi Insa, che ogni domenica confeziona un sondaggio per la Bild, il tabloid più letto del paese.
A più riprese i due si scambiano opinioni sulle posizioni da assumere a proposito dei temi che muovono i cittadini, consigli che poi Weidel applica durante le sue ospitate tv. Il sondaggista le propone anche di inserire nelle prossime interrogazioni del campione temi che le interessano, «in confidenza e gratuitamente».
Difficile a questo punto considerare Insa un istituto indipendente, anche se Blinkert ha spiegato alla Zeit che l’atteggiamento di scambio di idee che intrattiene con AfD è lo stesso che offre a tutti i partiti.
La testata d’inchiesta Correctiv si è concentrata sulla strategia che viene forgiata negli scambi di mail. Per esempio, vengono individuati gli elettorati degli altri partiti da prendere di mira per scippare più voti possibile: in cima alla lista, prevedibilmente, c’è la Cdu/Csu, ma si aggiunge anche BSW, ed effettivamente soprattutto negli ultimi tempi i toni dei rossobruni sono sempre più vicini all’estrema destra.
Si ragiona anche di come rispondere alle richieste del Verfassungsschutz, i servizi segreti interni che hanno certificato come dichiaratamente di estrema destra diversi circoli regionali e la prima organizzazione giovanile del partito, ma si individuano anche i “nemici” del partito: a un certo punto spunta una lista di 25mila nomi con relativi indirizzi di militanti Antifa da tenere d’occhio. Anche i rapporti con la Russia, a cui AfD guarda da sempre con amicizia, sono tematizzati negli scambi.
Si parla dei viaggi (già noti) di alcuni esponenti a Mosca e in Crimea e si può seguire passo passo l’avvicinamento del responsabile esteri Markus Frohnmaier all’ambasciata russa – che in un cablogramma recente lo definisce «totalmente sotto controllo» – e la sua interpretazione spregiudicata dei limiti di riservatezza imposti a certi documenti parlamentari, che ha condiviso senza troppi problemi.
Le mail più attenzionate sono ovviamente quelle che riguardano la front woman del partito, Alice Weidel. C’è in particolare uno scambio che sembra rivelare che la leader sapesse molto di più – e da molto più tempo – di una grossa donazione arrivata un paio di elezioni fa da un imprenditore svizzero, quindi da territorio extra Ue, e dunque illegale, tanto che il partito è stato multato di quasi 400mila euro.
Già a luglio 2017 Weidel dà indicazione alla tesoriera del suo territorio sul lago di Costanza di tenere bene d’occhio un conto appositamente creato per la gestione dei fondi a disposizione per i nuovi media: «Mi hanno promesso donazioni con cui dovrò finanziare la mia campagna sui social». Una frase decisamente in contrasto con l’inconsapevolezza dichiarata finora dalla leader del partito di estrema destra.
La Faz accende un faro su un carteggio in cui si batte per prendere posizione contro il gender pay gap, la differenza di retribuzione tra donne e uomini, e denuncia che «l’idea della donna di AfD è catastrofica». Weidel prende anche posizione contro una campagna di manifesti elettorali su cui campeggia la scritta «Burqa? Noi preferiamo i bikini»: «Pubblico di riferimento esclusivamente maschile, rozza». La campagna va comunque in stampa.
(da Repubblica)
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Novembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
SENZA LA “CORDATA TRICOLORE”, RIMARREBBE IN CAMPO IL GRUPPO INDIANO JINDAL STEEL INTERNATIONAL, CHE PUNTA A UN IMPIANTO CON CIRCA 4.000 LAVORATORI, LA METÀ DEGLI ATTUALI ADDETTI
La cordata italiana dell’acciaio è pronta a sfilarsi dalla partita dell’ex Ilva. Ufficialmente
le 15 aziende del settore siderurgico che ad agosto scorso, sotto la guida del presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, avevano presentato una manifestazione d’interesse, stanno ancora discutendo.
A pochi giorni dalla scadenza del termine per la presentazione delle offerte vincolanti, fissata per l’8 novembre, le indiscrezioni su una possibile rinuncia si fanno sempre più insistenti. I dubbi sulla fattibilità dell’operazione sarebbero diventati sempre più consistenti dopo la due diligence sugli impianti.
Gran parte delle aziende che hanno aderito alla cordata considererebbe la sfida economicamente fuori portata. Salvo ripensamenti, non sarà presentata alcuna offerta.
Nella manifestazione di interesse presentata ad agosto, Federacciai aveva chiarito che le imprese puntavano a ciò che sta a valle delle bramme, laminatoi a caldo compresi, ma non agli altiforni e alle acciaierie a colata continua. Lo spegnimento dell’area a caldo, confermato in via definitiva dalla Cassazione, sembrava poter spianare la strada a questo progetto.
Senza la cordata italiana, resterebbe in campo Jindal Steel International. Il gruppo indiano punta a una mini-Ilva senza ciclo integrale, con al massimo 3-4mila occupati, meno della metà degli attuali addetti. Al momento, però, non ha ancora formalizzato un’offerta vincolante.
Resta da capire che cosa farà Flacks Group. Il fondo che fa capo a Michael Flacks non ha mai convinto sotto il profilo finanziario i commissari di Ilva spa e Acciaierie d’Italia, ma potrebbe presentare una propria offerta, anche limitata al solo patrimonio immobiliare.
La situazione potrebbe ridare slancio all’ipotesi di uno “spezzatino”, ossia la vendita di singoli asset. La soluzione, cui si oppongono i sindacati a livello nazionale, ha fatto più volte capolino sia nei vari incontri sia romani sia a livello territoriale. [
Nell’immediato, però, c’è l’aumento della cig. Venerdì prossimo al ministero del Lavoro si terrà l’esame congiunto della richiesta di cassa integrazione straordinaria per un massimo di 8.622 dipendenti, in pratica 9 su 10 dei 9.626 di Acciaierie d’Italia.
A Taranto i lavoratori coinvolti potrebbero salire a 6.964 su 7.875; a Genova-Cornigliano la richiesta potrebbe riguardare fino a 870 lavoratori su 915. Nella manovra che sta per iniziare l’iter di approvazione alla Camera sono previsti ulteriori 15 milioni per finanziare la cig.
(da agenzie)
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