Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE RUSSO NON SENTE RAGIONI: PRIMA E DURANTE GUERRA, MACRON E SCHOLZ HANNO PROVATO IN TUTTI I MODI A FERMARE PUTIN. LO STESSO FECE IL CANCELLIERE AUSTRIACO NEHAMMER E I PRIMI MINISTRI INGLESI CHE SI SONO SUCCEDUTI NEGLI ANNI … ANCHE SILVIO BERLUSCONI FECE UNO SQUILLO AL PRESIDENTE RUSSO, MA LUI NON RISPOSE – LE “TRATTATIVE DI PACE” DI MOSCA VENGONO ACCOMPAGNATE DAI BOMBARDAMENTI
Negoziare non è mai la parte difficile. Raggiungere un buon accordo, questo sì è complicato.
In tutte le guerre, in ogni affare. Presuppone ascolto dell’altro, onestà intellettuale e disponibilità al compromesso: doti che si fa fatica a rintracciare in Putin. E tuttavia, molti sono convinti che l’autocrate di Mosca sia vittima dell’intransigenza occidentale, desideroso di terminare la guerra (dettaglio: che lui ha scatenato) ma privo di interlocutori interessati a farlo, dunque costretto a fissare un telefono che non squilla.
Anche Giuseppe Conte sostiene che l’Europa non voglia «la svolta negoziale». I fatti cosa dicono? Davvero stiamo prendendo falchi per colombe e colombe per falchi? La cronaca racconta altro. Due leader europei, Macron e Scholz, provano a trattare la pace prima ancora che la guerra inizi: il 7 febbraio 2022, quando mezzo esercito russo è già schierato lungo il confine ucraino, il presidente francese incontra Putin al Cremlino per rilanciare i patti di Minsk e convincerlo che l’adesione di Kiev alla Nato non è all’ordine del giorno.
Il 15 febbraio ci prova l’allora cancelliere tedesco, con un colloquio faccia a faccia di quattro ore. «Esiste ancora uno spazio per la diplomazia», afferma Scholz uscendo. L’ipotesi è organizzare un vertice Putin-Biden. Non basta il tempo: il 24 febbraio Putin dà il via all’invasione su larga scala.
Il primo negoziato promettente si tiene a Istanbul, a fine marzo. Anche su questo si è accumulata molta letteratura distorta: l’idea che Zelensky sia pronto a mettere la firma su un’intesa sfavorevole (una delle bozze circolate prevede la riduzione delle forze armate ucraine e la partecipazione della Russia al meccanismo delle garanzie militari) ma venga bloccato da Boris Johnson, non regge. Anche perché il dialogo continua pure dopo la famosa visita del premier inglese a Kiev. Soprattutto, la bozza non scioglie il nodo cruciale, tuttora irrisolto: il destino dei territori occupati.
Nel frattempo è rotto l’assedio di Kiev, le truppe russe si sono ritirate e il mondo scopre Bucha. Ma non è vero che l’Europa, a causa di quegli orrori, smetta di parlare con lo zar. L’11 aprile 2022 il cancelliere austriaco Karl Nehammer viene ricevuto da Putin, il 28 maggio telefonata a tre Macron-Scholz-Putin. Nessun passo avanti, bensì un passo indietro. […] È una costante: per Putin, diplomazia e coercizione militare non corrono parallele, la seconda serve per minacciare, o affossare, la prima.
Succede altre volte, in ossequio al trito canovaccio secondo cui sulla trattativa, prima o poi, debbano piovere delle bombe. Il 16 maggio 2025 delegazioni di Russia e Ucraina si incontrano di nuovo a Istanbul: il 18 maggio piombano sulle città ucraine 273 droni. Il giorno dopo Trump telefona a Putin, il tycoon annuncia che «inizieranno immediatamente negoziati per la pace permanente». Non passa una settimana e si assiste alla più grande offensiva aerea russa sino ad allora: 367 ordigni, tra droni e missili. E dodici morti a terra.
L’Europa non ha mai abbandonato la ricerca della svolta negoziale, non foss’altro perché, a differenza degli Stati Uniti, subisce direttamente le conseguenze del conflitto. Ancora a febbraio di quest’anno, Macron invia segretamente a Mosca il suo consigliere diplomatico, Emmanuel Bonne, impensierendo chi, nella Ue, ritiene rischioso aprire canali autonomi col governo russo. A giugno Macron, Merz e Starmer, che guidano la coalizione dei volenterosi, si dicono pubblichamente favorevoli a interlocuzioni dirette tra i due presidenti in guerra, con partecipazione americana ed europea. Intendiamoci, Zelensky non è un agnellino né una controparte facile.
Sfruttando lo stallo del fronte e gli aiuti dell’Occidente, l’Ucraina ha costruito un consistente arsenale di droni e dei missili per colpire in profondità il territorio russo, e lo sta facendo. Perciò, al tavolo, non si sente più nella posizione di massima debolezza. Ma anche quando lo è stata, e lo è stata sul serio nella fase cominciata col litigio in mondovisione tra Zelensky e Trump nello Studio Ovale e culminata con il vertice di agosto 2025 ad Anchorage tra Putin e il tycoon, non si è percepita tutta questa voglia da parte di Mosca di giungere a una sintesi.
La prima versione del piano Trump in 28 punti, diffusa qualche mese dopo Anchorage, per Kiev è praticamente un trattato di resa, alla Federazione sono concessi persino territori che non ha conquistato. […] Quindi non tratta, impone. E quando sostiene di voler trattare, può accadere che dia ordine di aumentare l’intensità degli attacchi.
(da Repubblica)
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Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
MA GLI ITALIANI POVERINI SONO STANCHI E NON VEDONO L’ORA DI REGALARE A PUTIN QUALCHE FETTA DI DONBASS. LO DICE GIUSEPPE CONTE, ALL’UNISONO CON SALVINI E VANNACCI. IO INVECE GLI PAGHEREI VOLENTIERI BEN PIÙ DI UN CAFFÈ AL MESE, A ZELENSKY, E ALL’AVVOCATO DEL POPOLO NEMMENO UNO ALL’ANNO. SAREBBE TROPPO. CHE SE LO PAGHI LUI DI TASCA (ANZI DI POCHETTE) SUA, UN BELL’ESPRESSO CORRETTO VODKA
Per fare i conti in tasca a Conte, ho provato a chiedere all‘Intelligenza Artificiale (per l’esattezza, a Claude) quanto spende ogni cittadino italiano in aiuti militari all’Ucraina. Sai qual è stata la risposta? Tra i 28 e i 50 euro, dal 2022 a oggi.
Anche tenendoci larghi, sono circa 10 euro l’anno, meno di un euro al mese. Una miseria. Un’elemosina. Briciole. In ogni caso molto, ma molto meno degli altri paesi europei.
Giusto per fare qualche confronto: la Germania ha speso circa 230 euro pro capite, ogni danese la bellezza di 1.526 euro, la cifra più alta in assoluto. Svezia, Norvegia, Estonia, Lituania, Lettonia e Islanda insieme hanno versato a Kiev 485 euro a testa. Noi non gli offriamo neanche un caffè al mese, ma non al Twiga, nel più scalcinato bar di periferia.
Novanta centesimi, non di più, a un popolo che lotta da quattro anni e mezzo per la sua libertà contro un dittatore sanguinario che minaccia l’Europa. Ricordiamocene a Ferragosto, mentre ci facciamo il solito spritz al chiringuito sulla spiaggia.
Ma gli italiani sono stanchi di pagare, stanchi di questa guerra (stanchi de che?) e non vedono l’ora di regalare a Putin qualche fetta di Donbass. Lo dice Giuseppe Conte, all’unisono con Salvini e Vannacci. Io invece gli pagherei volentieri ben più di un caffè al mese, a Zelensky, e all’avvocato del popolo nemmeno uno all’anno. Sarebbe troppo. Che se lo paghi lui di tasca (anzi di pochette) sua, un bell’espresso corretto vodka.
Riccardo Chiaberge
(da Dagoreport)
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Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
A CONDIZIONARE IL LEADER M5S NON È DI DI BATTISTA, MA LA LINEA INTRANSIGENTE DI TRAVAGLIO, VERO IDEOLOGO DELLA GALASSIA PENTASTELLATA – LE CHIAMATE DI BEPPE GRILLO AI PIDDINI PER SABOTARE IL “CAMALEONTE CON LA POCHETTE”
Caro Giuseppe Conte… ma perché non te ne vai a fare in culo?!
La linea di non ritorno è stata superata da “Giuseppi” con l’intervista ad Alessandro De Angelis su “La Stampa” di ieri, in cui l’ex premier ha ribadito la sua linea di politica filo-Russia e anti-UE, contraria a nuovi aiuti militari a Kiev, concludendo, sprezzante: “Il tema delle armi all’Ucraina lo scioglieremo con le primarie”.
Nel Partito Democratico cresce, sottotraccia, la fronda di chi sostiene che è arrivato il momento di ammettere l’amara verità: Peppiniello sarebbe meglio lasciarlo al suo destino da “Ras-Putin”.
Per l’ex Avvocato del Popolo, il fatidico “campolargo” non c’era prima, né adesso, né ci sarà mai; la mai realizzata coalizione con Pd, Avs e forze di centro è esistita solo nella misura di un simulacro, un’immagine vuota di sostanza, che gli permetta di coronare la sua fissa ossessiva: tornare a Palazzo Chigi. (Giuseppe Conte metterà sempre il veto alla candidatura a premier a chiunque non si chiami Giuseppe Conte).
A questo punto di non ritorno, pretendere che il Partito democratico, che ha quasi il doppio dei consensi del M5s, si rassegni a fare campagna sulla propaganda di Putin e a votare contro l’UE per l’utilizzo dei fondi Safe per la Difesa (“No al riarmo nazionale”) – per citare solo due fratture che spezzano la coalizione – è troppo perfino per quella gruppettara sulla via di Damasco di Elly Schlein (dopo Prodi, Draghi, Gentiloni, ha incontrato pure il presidente di Confindustria, Orsini).
A Elly e al suo ”circolo del cucito” (Bonafoni, Braga, Boccia, Taruffi), le frange piddine a favore della “de-contizzazione a 5 stelle” avanzano una modesta proposta: “Mettiano Conte alla prova, andiamo a vedere il suo bluff: se al politiche va da solo, ci perde non solo il suo partito ma soprattutto lui e la sua ambizione”.
La Schlein, come riporta Giovanna Vitale su “Repubblica”, sarebbe “furibonda”: “Perciò la leader dem ha deciso di reagire. Per fissare dei paletti: “Non funziona così. Prima il programma condiviso da tutta l’alleanza e poi le primarie”.
La linea “testardamente unitaria” e attacca-cocci di Elly è appesa unicamente alla matematica: senza i voti del M5s il centrosinistra perde e Meloni, anche se è più scoppiata di un palloncino, vince libera, liberissima di fare il cazzo che vuole.
Non solo: se a settembre la Camera, grazie al voto segreto, manderà a picco la riforma della legge elettorale, la Ducetta potrebbe prendere al volo l’occasione di far diventare realtà il suo sogno: andare al voto anticipato (Mattarella permettendo), fottendo così sul tempo Elly e Conte impegnatissimi a fare e disfare la tela di Penelope del campolargo con le loro egogalatriche paturnie.
“Con il M5s serve chiarezza, ora. Alcuni mesi fa, in una direzione Pd, avevo ammonito dei rischi di rimandare il confronto con gli alleati sulle questioni più complesse. Vedevo i rischi”.”Bene, adesso è il momento. Da parte mia non posso pensare che i partiti progressisti non stiano dalla parte degli aggrediti, che non vogliano una pace giusta per l’Ucraina, che non vogliano un’Europa più forte e sicura. Anzi, questa visione è la vera linea di contrapposizione con l’Internazionale sovranista e di destra”.
Guerini chiude così: “Penso che le uscite di questi giorni, di Conte, abbiano obiettivi molto più contenuti: posizionamento politico per le eventuali primarie e per contenere alcune spinte nel suo campo.
Con un occhio alla polemica con Grillo. Capisco tutto, ci mancherebbe. Consiglio solo di non esagerare”.
Francesco Merlo (antipatizzante storico di Conte) su “Repubblica” la butta già ancora più schietta: “Conte sta preparando la cavalleria rusticana del centrosinistra per indebolire Schlein”. E, a giudicare dai sondaggi che vedono il Pd galleggiare attorno al 21%, ci sta riuscendo.
Schlein è convinta da par suo che il camaleontismo opportunista di Conte non potrà che ammorbidirsi durante la stesura del program
Dall’altra parte, l’ex premier spera che al momento topico delle politiche sia stata raggiunta la pace e il problema Ucraina non c’è più. Ma sarà davvero così?
Fosse per lui, il “perfetto sconosciuto” che Luigi Di Maio issò a premier, non farebbe tanto il puro. Il suo nemico non è Alessandro Di Battista.
La ragione per cui rintigna sull’Ucraina e “No al riarmo” è l’influenza degli editoriali di Marco Travaglio sulla galassia ex-grillina.
Leggere Travaglio significa analizzare Conte: senza il sostegno del direttore del “Fatto quotidiano”, Conte teme un giorno di voltarsi indietro e di ritrovarsi di colpo come era arrivato: solo, senza più un partito.
questo scenario di paure, sospetti reciproci, veleni, ci si è messo pure Beppe Grillo. Il suo ritorno pubblico nella scena con l’attacco al M5s contiano (“Ha perso la sua identità”) si accompagnerebbe a un impegno privato per sabotare Conte.
Per Grillo, l’ex premier pentastellato è il simbolo del trasformismo all’italiana, quell’insopportabile brama di potere che rovina la politica.
Conte e il suo opportunismo fatto pochette (sintetizza Merlo: “è stato di destra, di centro, di sinistra, e dunque non è niente”) sarebbero ormai talmente insopportabili agli occhi di BeppeMao che l’ex Elevato avrebbe preso a chiamare esponenti del Pd per avvertirli, suggerendo loro di non sostenere Conte come Premier.
E il Movimento 5 Stelle? Nel partito di Conte e nei suoi dintorni, tranne i soliti Di Battista (fuoriuscito), Raggi e soprattutto Appendino, in pochi osano mettere in discussione la linea del presidente.
In realtà, anche le truppe grilline non sono più una falange impenetrabile. Anzi: molti non sono d’accordo con l’intransigenza di Conte (“Una coalizione progressista non fa la stessa politica di Draghi e Meloni”), ma non si espongono, per paura di non essere ricandidati e perdere la poltrona nel 2027.
L’avvilente morale della fava è che, ora che il centrodestra è pronto a perdere, incalzato dai neo-fasci di Vannacci, il centrosinistra non è pronto a vincere.
E anche se, malauguratamente, dovesse ritrovarsi al governo, dove pensa di andare il “Campo largo” diviso su quasi tutte le questioni importanti, dall’economia alla politica estera, dalle grandi opere al riarmo fino al rapporto con l’Europa e la Nato.
In che modo pensa di governare il paese questa accozzaglia di teste di cocco, ideologizzate e intransigenti? A differenza del centrodestra, che ha sempre usato il potere come collante, a sinistra è lunga la lista di suicidi politici per questioni di principio, di puntiglio, di bottega o di antipatie personali. ‘Sto “Campo largo” a palazzo Chigi diventa campo santo in sei mesi.
(da Dagoreport)
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Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
NESSUN MIGRANTE DEI 70MILA ARRIVATI A CEUTA È ENTRATO IN AREA SCHENGEN (L’EXCLAVE SPAGNOLA È TECNICAMENTE EUROPA, MA È SOTTOPOSTA A CONTROLLI AGGIUNTIVI) … IL GOVERNO DI MADRID: “L’ITALIA REVOCHI IL PRIMA POSSIBILE I CONTROLLI” (CHE FANNO SOLO PERDERE TEMPO A POLIZIOTTI E TURISTI)
«Combattere senza tregua il traffico di migranti, potenziare i rimpatri, rafforzare le frontiere dell’Ue, instaurare partenariati solidi con i Paesi terzi e migliorare la capacità di previsione». Sono questi i punti principali condivisi dai ministri dell’Interno dell’Unione europea ed emersi al vertice stroardinario convocato per oggi, martedì 4 agosto, sulla crisi di Ceuta.
Nella videocall, rende noto il Consiglio Ue, «i ministri hanno sottolineato che la comunicazione dovrebbe essere più coordinata e più coerente, soprattutto per contrastare attori esterni malintenzionati impegnati nella manipolazione delle informazioni e nelle interferenze dall’estero». L’Unione europea, continua la nota finale, «è unita e pronta a sostenere la Spagna».
Madrid: «70mila migranti già rimpatriati in Marocco»
Il vertice di oggi è servito anzitutto per mettere una pezza sulle crisi diplomatiche scoppiate nei giorni scorsi, a partire dallo scontro tra il governo spagnolo e quello italiano. «Nella videocall è stato chiarito che Ceuta ha un regime speciale dal 1991, nessuna persona può uscire da Ceuta senza controlli alle frontiere», ha spiegato il ministro spagnolo Fernando Grande-Marlaska. Dall’inizio della crisi a Ceuta, ha precisato ancora il rappresentante del governo di Pedro Sánchez, «sono entrati illegalmente 72mila migranti, di cui 70mila hanno fatto rientro in Marocco». E anche dei 2mila migranti ancora a Ceuta, insiste Madrid, nessuno ha raggiunto la Spagna continentale attraversando lo stretto di Gibilterra.
Nella conferenza stampa al termine del vertice, il ministro spagnolo è tornato sulle polemiche tra Madrid e Roma: «Non ho compreso la chiusura di Schengen da parte dell’Italia, mi è sembrata totalmente priva di necessità e proporzionalità. Vediamo che succede, se ci sarà un ripensamento. Non c’è stato alcun rischio di movimento secondario, avendo Ceuta un regime speciale. E la stessa Frontex ha riferito che lo spazio Schengen non è mai stato a rischio. Noi riceviamo movimenti secondari di persone che dall’Est entrano in Spagna e non poniamo i controlli interni», ha dichiarato il ministro spagnolo, chiedendo all’Italia di «togliere immediatamente i controlli aggiuntivi».
Al termine del vertice, il commissario europeo agli Affari interni, Magnus Brunner, ha riconosciuto che «c’è stata piena solidarietà con la Spagna attorno al tavolo» e ha provato a tranquillizzare i colleghi: «La situazione è sotto controllo, nessuno si è effettivamente spostato sulla terraferma spagnola e l’area Schengen non è stata colpita».
Significativo anche l’intervento della Francia durante il vertice, che pur senza esporsi troppo ha difeso di fatto la linea del governo spagnolo: «Tutti hanno condannato i tentativi di dividere la Ue di fronte al caso dei migranti di Ceuta», ha dichiarato il ministro degli interni francese Laurent Nunez.
artner sovrano».
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Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
IN PARLAMENTO FRATELLI D’ITALIA “PIEGA” FORZA ITALIA CHE VOLEVA AFFIDARE LE AUTORIZZAZIONI SUL RICONOSCIMENTO A UN GIUDICE TERZO… L’UE AVEVA RICORDATO CHE LA NORMATIVA COMUNITARIA VIETA L’IDENTIFICAZIONE BIOMETRICA IN TEMPO REALE NEGLI SPAZI PUBBLICI
Lo scontro, in sintesi: Forza Italia voleva affidare le autorizzazioni sul riconoscimento facciale
nelle attività di polizia a un giudice terzo, il gip. Come del resto chiede l’Ue. Il governo – per mano dei meloniani – ha voluto la formula più vaga di “magistrato”. Così da non escludere che il meccanismo possa rimanere in mano al pm, ovvero a una delle parti. È la storia di una mediazione garantista tentata dagli azzurri e respinta dall’esecutivo.
Il dettaglio, la cronologia. Montecitorio, ore 13.30. La Commissione Politiche Ue è chiamata a esprimere un parere sul decreto legislativo che regolamenta l’uso dell’identificazione biometrica – la telecamera ti riprende e cerca nel suo archivio un’identità corrispondente – nelle indagini. È l’ultimo parere necessario per portare oggi il testo in Cdm.
La relatrice di FI Cristina Rossello propone un parere favorevole con delle osservazioni. È più morbido di quello presentato la settimana scorsa, eppure ai colleghi di FdI – mossi dalle indicazioni di Palazzo Chigi – non basta.
Prima ancora che la seduta inizi, i deputati meloniani Antonio Giordano e Lucrezia Mantovani prendono da parte la relatrice forzista. La portano in una stanza separata. Dopo mezz’ora di discussione, il parere di Rossello viene modificato. In un punto particolarmente delicato. Riguarda l’articolo 8, uno dei più controversi. Prevede che le forze dell’ordine possano farsi autorizzare l’uso del riconoscimento facciale in tempo reale dal pm.
L’AI act, il regolamento Ue che il provvedimento dovrebbe recepire, invece, dà indicazioni più caute: la decisione «dev’essere adottata da un’autorità giudiziaria o da un’autorità amministrativa indipendente». Per questo, prima di essere ritoccato, il parere dalla forzista – di cui Repubblica ha preso visione – chiedeva al governo di dare il potere autorizzativo «al giudice per le indagini preliminari, avente caratteristiche di maggiore terzietà rispetto al pm». Tutto cancellato, dopo il confronto con i meloniani.
Via il gip, rimane «magistrato». E se, come probabile, la versione oggi in Cdm dovesse ricalcare questa definizione, il riconoscimento facciale resterebbe in capo ai procuratori.
Quando i deputati di maggioranza rientrano in seduta, gli viene negato più tempo per studiare il nuovo parere e lasciano il centrodestra a votarsi il testo “ammorbidito” da soli.
E in effetti, il parere approvato ieri in commissione Politiche Ue segna un passo indietro rispetto a quello limato e vidimato dalle commissioni Affari costituzionali e Giustizia, dopo una lunga trattativa di FI – capitanata dal capogruppo Enrico Costa, dal relatore Paolo Emilio Russo e dal viceministro alla Giustizia Francesco Paolo Sisto – con Palazzo Chigi. Anche quel testo chiedeva esplicitamente all’esecutivo di affidare l’identificazione biometrica a «un giudice competente anziché al procuratore» (e specificava che il riconoscimento facciale può avere solo valore indiziario).
(da agenzie)
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Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
L’ANIMA DURA E PURA DEL PARTITO METTE IN GUARDIA DAL RISCHIO DI ANNACQUARE LE PROPRIE BATTAGLIE: “PERDEREMMO CREDIBILITÀ IN UN ATTIMO” … IN PIEMONTE, NEI CONSIGLI COMUNALI, IL RAPPORTO CON LE AMMINISTRAZIONI DI CENTRODESTRA PRIMA APPOGGIATE E POI AVVERSATE, STA SPACCANDO LA BASE
Eccole, a sei mesi dalla sua nascita, le prime sfumature del vannaccismo: da una parte spunta nel partito chi si rinosce in una destra più pragmatica, dall’altra chi sostiene posizioni radicali. Per far emergere queste due anime è stato sufficiente mettere sul tavolo di Futuro nazionale un quesito politico vero: meglio cercare l’alleanza con il centrodestra alle prossime elezioni o continuare a viaggiare da soli? Sono tutti consapevoli che alla fine deciderà il leader, Roberto Vannacci, ma la “sporca dozzina” del generale è tutt’altro che un monolite.
Le truppe parlamentari offrono una fotografia perfetta delle contorsioni interne […] Il leader può contare su 8 deputati: in 4 preferirebbero entrare in coalizione, mentre gli altri 4 difendono la purezza del vannaccismo. Tra i governisti – Laura Ravetto, Gianangelo Bof, Davide Bergamini e Attilio Pierro –, tutti ex leghisti, si ricordano le parole che Umberto Bossi mutuava da Friedrich Schiller: «I voti non si contano, si pesano».
Come a dire che si incide di più con l’8% al governo, che non con il 15% all’opposizione. E poi c’è il timore che, se Giorgia Meloni non riuscirà a restare a Palazzo Chigi, loro avranno addosso un’etichetta pesante: “Quelli che hanno fatto vincere la sinistra”.
Futuro nazionale – è il ragionamento – non è come il M5S del 2013 o del 2018, che si dichiarava equidistante dai due poli e poteva muoversi liberamente: «Noi siamo la vera destra e la vera destra non aiuta la sinistra a vincere».
I vannacciani pragmatici, però, vanno anche oltre i paletti ideologici: vogliono vedere con quale legge elettorale si andrà al voto e con che percentuali di consenso si affacceranno al 2027, «perché se saremo già sopra il 10%, essere la seconda forza della coalizione avrebbe senso, altrimenti se ne può discutere».
L’anima dura e pura del partito, invece, mette in guardia dal rischio di annacquare le proprie battaglie: «Perderemmo credibilità in un attimo». […] Altri invece tirano il freno in modo più deciso. Edoardo Ziello pensa che Meloni non accetterà mai di cedere su questioni come il sostegno all’Ucraina, o sull’accordo stretto con gli Usa per le forniture di gas liquido, che Fn vorrebbe invece sostituire con il gas russo. E la pensano come Ziello gli altri due deputati che per primi aderirono a Fn, Emanuele Pozzolo e Rossano Sasso.
In 4 da una parte, 4 dall’altra, dunque. E il dilemma si riverbera sui territori, dove i vannacciani già sono in lotta tra di loro. In Piemonte, nei consigli comunali, il rapporto con le amministrazioni di centrodestra prima appoggiate e poi avversate, sta spaccando la base e mettendo sulla graticola Pozzolo, che è coordinatore regionale
(da La Stampa)
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Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
POI E’ ARRIVATA L’IMPROVVISA CONVERSIONE SULLA VIA DI VANNACCI: “GENERALE, SARO’ SUO ALLEATO PERCHE’ L’ITALIA VA RESA GRANDE ANCORA”
Ferenc Venturelli, conosciuto sui social con il nome di “Eterno”, ha annunciato di aver
lasciato la Lega. La comunicazione è arrivata attraverso un lungo post pubblicato sui suoi profili social, nel quale ha salutato il partito, ringraziato chi lo ha sostenuto durante il suo percorso politico ed escluso l’ipotesi di aderire ad altre forze politiche.
«Lascio la Lega», scrive Venturelli in apertura del messaggio. «Voglio ringraziare chiunque abbia creduto in me e anche chi non ha creduto in me. È stata una bella esperienza e ho avuto il piacere di conoscere della gente meravigliosa».
Nel post, l’ex leghista ribadisce poi la volontà di non proseguire la propria esperienza all’interno di altri partiti: «Avviso già che non ho l’intenzione di passare ad un altro partito. La mia parola che porterò fino alla tomba è che se muoio, muoio con la Lega. Dal momento che la lascio non entrerò con nessun altro partito perché per me questa è una questione di principio».
Parole che segnano la fine della sua esperienza nel Carroccio, ma che non chiariscono quale sarà il suo futuro. Venturelli ha infatti escluso un passaggio ad altre forze politiche, senza specificare se intenda continuare a fare politica come indipendente oppure se il suo rappresenti un definitivo passo indietro dalla scena politica.
(da “BolognaToday” )
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Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
L’ULTIMO TERRENO DI SCONTRO SONO LE NOMINE PER DIECI POSTI VACANTI DI PRESIDENTI DI SEZIONE DELLA CORTE. TRE DI QUESTE RIGUARDANO GIUDICI CHE HANNO SOLLEVATO PERPLESSITÀ SUL PROGETTO DEL PONTE SULLO STRETTO. LE POLTRONE SONO BLOCCATE DA OLTRE CINQUE MESI E CONTESTATE DALL’ESECUTIVO CHE HA AVANZATO “RICHIESTE DI CHIARIMENTI”
La riforma del governo sulla Corte dei Conti presenta aspetti di «una deriva autoritaria». Tra i magistrati contabili lo pensano in tanti e le toghe continuano a manifestare forte preoccupazione.
Oggi il Consiglio dei ministri si prepara a dare il via libera al decreto attuativo della legge approvata lo scorso 27 dicembre e le toghe tentano una carta disperata. L’Associazione magistrati Corte dei conti, proprio nelle ore della discussione in Aula, convoca una conferenza nella sede della stampa estera, a Roma, per ribadire timori e perplessità e soprattutto per chiedere alla premier Giorgia Meloni uno spazio di dialogo.
Ultimo terreno di scontro sono le nomine per dieci posti vacanti di presidenti di sezione della Corte (tre di queste riguardano giudici che hanno sollevato perplessità sul progetto del Ponte sullo Stretto), bloccate da oltre cinque mesi e contestate dall’esecutivo che ha avanzato «richieste di chiarimenti».
I magistrati contabili parlano di «ingerenza indebita.
Per la prima volta – dicono – il governo si è arrogato un diritto che non ha da Costituzione e lo ha fatto con un atto di prepotenza, creando un precedente».
La questione delle nomine è strettamente collegata alla riforma Foti che, tra i vari aspetti, prevede una riorganizzazione delle procure contabili e una riduzione dei posti da presidente. Il governo la presenta come «una razionalizzazione delle figure apicali», per le toghe è un «attacco all’indipendenza dei magistrati che svolgono indagini su sperperi e malaffare». Non solo questione di numeri, dunque.
E quando il sottosegretario Alfredo Mantovano ha scritto al presidente della Corte dei Conti Guido Carlino chiedendo se la «giustizia contabile avesse bilanciato l’interesse alla copertura dei posti vacanti con l’opportunità di non ostacolare l’obiettivo» della legge Foti, ha ricevuto come risposta frasi che ricordano «le prerogative della magistratura contabile», la normativa vigente e l’indipendenza del Consiglio di presidenza.
«Le norme attuative della legge Foti sono destinare a minare l’indipendenza della magistratura contabile», sostengono dal Movimento 5 Stelle. «Il copione è noto: fare passare in silenzio provvedimenti che riguardano i controlli sulla spesa pubblica». La Cgil ritiene la riforma «sbagliata e pericolosa» e chiede al governo «di fermarsi e di aprire un confronto».
Numerosi gli aspetti che preoccupano la magistratura contabile al centro della delega oggi in discussione: i cambiamenti in materia di danno erariale, il procuratore generale della Corte dei Conti avrà poteri decisivi di indirizzo delle attività delle procure regionali e potrà avocare a sé i fascicoli aperti in difformità alle sue linee, i procuratori regionali perdono la qualifica di presidente e si delinea un nuovo percorso per il disciplinare.
La norma, poi, prevede che i giudici contabili non possano esigere, come risarcimento del danno dal funzionario che ha sprecato denaro pubblico, più del 30%. «Le procure della Corte dei conti sono un presidio di legalità posto a difesa dei cittadini e della corretta spesa pubblica – e se si indeboliscono, come fa l’ultima riforma, si fa un danno ai cittadini», tuona, dal palco del premio Mimosa d’oro a Favara (Agrigento), la magistrata Paola Briguori.
Il braccio di ferro tra il governo e la Corte dei conti va avanti da un anno. E le toghe, con amara ironia, sottolineano la scelta delle date, che ricade sempre in prossimità delle ferie: «La riforma è stata approvata addirittura il 27 dicembre, adesso l’esame del decreto è previsto il 4 agosto. A pensar male..».
(da agenzie)
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Agosto 4th, 2026 Riccardo Fucile
CAMPO LARGO AVANTI DI QUASI 3 PUNTI, VANNACCI AL 7,2%
Il Partito democratico si trova ad affrontare un calo nei consensi proprio nella settimana in
cui Giuseppe Conte crea nuovamente scompiglio parlando di Russia e spinge anche Elly Schlein a intervenire direttamente. Se il campo largo riuscisse a mettere da parte le divisioni, però, oggi avrebbe i numeri per vincere nonostante la flessione dei democratici. Il centrodestra, infatti, resta in forte difficoltà soprattutto con Forza Italia e la Lega. Continua la crescita di Roberto Vannacci con il suo Futuro nazionale, arrivato a superare il 7%. Ecco i risultati il nuovo sondaggio politico di Swg per TgLa7.
Fratelli d’Italia è al 27%. Il partito di Giorgia Meloni resta stabile nei consensi, anche se si trova in uno dei punti più bassi dall’inizio della legislatura. Non c’è una ripresa, dunque, ma perlomeno il calo si ferma – per il momento – dopo mesi complicati. Non si può dire lo stesso per i due alleati di maggioranza.
Forza Italia è al 7,4% con un calo dello 0,2%. La Lega, invece, è al 5,5%. Anche il Carroccio perde due decimi. Era da quasi dieci anni che i leghisti non toccavano un punto così basso nei consensi, e la guida di Salvini resta potenzialmente in bilico, anche ad oggi nessuno nel partito sembra intenzionato a metterla direttamente in discussione.
Considerando anche l’1% stabile di Noi moderati, il centrodestra ottiene il 41% dei voti. È decisamente meno di quanto preso alle elezioni politiche del 2022 (rispetto ad allora FdI è cresciuto leggermente, FI è sceso e la Lega è crollata) ed è probabile che non basterebbe per vincere le prossime. Non è un caso che la maggioranza, quando ha scritto la nuova legge elettorale che è in discussione in questi mesi, abbia fissato l’asticella per ottenere il premio di maggioranza al 42%: era un risultato che contava di poter ottenere facilmente, giocandosela testa a testa con le opposizioni. Oggi, almeno stando ai sondaggi, il centrodestra non raggiungerebbe quell’asticella.
Non che dall’altra parte non ci siano problemi. Il Partito democratico scende al 20,6% registrando un -0,3% nel giro di una settimana. La flessione dei democratici è lenta ma piuttosto costante, la si vede nei sondaggi da mesi. Il Pd ottenne il 24% alle elezioni europee del 2024; oggi sembra tornato in quella fascia del 19-21% in cui si trovava prima. Resta da vedere se il calo continuerà, si stabilizzerà o verrà invertito.
Il Movimento 5 stelle è al 13%, con un +0,1%. Nelle ultime settimane il M5s ha visto un trend positivo, anche se contenuto, nei sondaggi. Le uscite di Conte sull’Ucraina hanno creato scompiglio nel campo largo, soprattutto con la prospettiva di decidere la linea sul sostegno militare a Kiev “con le primarie”, ma potrebbero essere servite a mobilitare l’elettorato pentastellato; d’altra parte, la leadership del Movimento deve tutelarsi nel caso in cui Alessandro Di Battista dovesse scendere in campo con una propria lista, pronta a rubare i voti più anti-sistema e anti-riarmo al M5s.
Alleanza Verdi-Sinistra è stabile al 6,5%. Italia viva di Matteo Renzi prende il 2,4% (+0,1%), mentre +Europa l’1,2%. Con queste componenti sommate, il campo largo arriverebbe al 43,7% dei voti e potrebbe vincere agevolmente le elezioni. Ma come ha dimostrato il litigio su Ucraina e primarie, è più facile a dirsi che a farsi.
Fuori dalle coalizioni resta Azione di Carlo Calenda, con il 3,3% (-0,1%), e Futuro nazionale di Roberto Vannacci, che arriva al 7,2%. Una crescita di tre decimi, la più significativa tra tutte le forze politiche. Nel sondaggio di Swg, dunque, l’aumento dei consensi dei vannacciani non si è ancora fermato: ora nel mirino c’è Forza Italia da superare. Poi, a un certo punto, bisognerà decidere come muoversi alle prossime elezioni.
(da Fanpage)
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