Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile
DOMENICA 20 SETTEMBRE, A PONTIDA, POTREBBE SUCCEDERE DI TUTTO, SE SALVINI NON TROVA UN ACCORDO CON LA FRONDA CAPEGGIATA DA FONTANA E ROMEO
Ventiquattro ore, o poco più. Tanto è passato dal confronto romano di Matteo Salvini con i governatori del Nord, che già oltre il Rubicone ci si preparava alla fase successiva: quella delle purghe. A quanto pare, nonostante la tregua armata di due settimane (fino a Pontida) e la promessa fatta ad Attilio Fontana, Massimiliano Fedriga, Luca Zaia e Maurizio Fugatti di non sostituire il capogruppo al Senato Massimiliano Romeo, Salvini è pronto a fare pulizia.
Ancora una volta, nella Lega si assisterà a una selezione degli uomini su cui il leader leghista potrà ancora contare. Fedeltà, obbedienza, posizionamento. Il prossimo regolamento di conti interno potrebbe passare dai congressi provinciali, vere roccaforti di consenso, che Salvini vorrebbe chiudere entro il mese di ottobre. Nel mirino, in Lombardia, ci sarebbero innanzitutto le segreterie provinciali di Bergamo, guidata da Fabrizio Sala – tra i più severi nel giudizio sull’attuale conduzione del partito – e Brescia, con Roberta Sisti. Ma anche Varese, con Andrea Cassani e le altre in scadenza.
Qualora gli uomini di Salvini riuscissero a spuntarla e a vincere, il primo passo – ed è qui che si ritorna a Romeo – sarebbe mettere in minoranza il segretario regionale, sfiduciarlo e costringerlo al passo indietro. La maggioranza del direttivo della Lega Lombarda, composto da 34 membri – tra eletti e aventi diritto – è, al momento, nelle mani di Romeo.
Bisogna ricordare che a Salvini non era affatto piaciuta la sua proposta di una Lega a “guida collegiale”. Le percentuali, però, potrebbero cambiare se l’operazione congressi andasse a segno. A quel punto, Salvini sarebbe tentato di affidare la Lombarda a un uomo di sua fiducia – l’ipotesi è quella di Silvia Sardone, la pasionaria anti-islam che molti vorrebbero anche candidata sindaca di Milano – fintanto che non si arriverà alle prossime politiche, quando gli equilibri potrebbero essere nuovamente stravolti dalle percentuali elettorali.
I nomi che circolano per la sostituzione di Sala a Bergamo sono diversi. Qualcuno giura che non siano ancora quelli ufficiali ma tra quelli ipotizzati ci sarebbero il sindaco di Dalmine Francesco Bramani o quello di Grassobbio Manuel Bentoglio, entrambi leali a Salvini. La terza opzione sarebbe Cristian Invernizzi, ex deputato di Treviglio, leghista della prima ora che si era guadagnato i galloni di “ribelle” negli scorsi anni. E che Salvini potrebbe usare come cavallo di Troia nella travagliata provincia.
Nel frattempo, l’asse nordista non ha abbandonato la battaglia e nell’incontro di mercoledì con Salvini ha incassato l’ok alla costituzione dell’Associazione Nord. “Stiamo lavorando al progetto definitivo”, ha ribadito ieri il governatore Fontana che si prepara, mercoledì 16, a una nuova presentazione del libro “Fare la Lega” di Romeo, dopo il successo del duo ad Alzano Lombardo di lunedì. Ma stavolta, a Pontida, mancheranno solo 4 giorni. E a proposito di Pontida, fonti leghiste ufficiali spiegano che quest’anno non ci saranno ospiti stranieri sul pratone
(da agenzie)
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Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile
IL DIVARIO È AUMENTATO DI QUATTRO PUNTI RISPETTO A LUGLIO, QUANDO IL RAPPORTO ERA DEL 48% CONTRO IL 41% – IL 46% DEGLI INTERVISTATI CONSIDERA INOLTRE I DEMOCRATICI “PIÙ IN SINTONIA CON LE PREOCCUPAZIONI DEGLI AMERICANI” – PIÙ INCERTA LA SFIDA AL SENATO: I REPUBBLICANI HANNO IL 51% DI PROBABILITÀ DI CONSERVARNE IL CONTROLLO, IN CALO RISPETTO AL 60% DI APPENA DUE MESI FA
I Democratici hanno un vantaggio di 11 punti sui Repubblicani nelle intenzioni di voto per il controllo della Camera in vista delle elezioni di midterm di novembre. È quanto emerge da un sondaggio della Quinnipiac University, riportato da The Hill, secondo cui, se si votasse oggi, il 49% degli elettori registrati vorrebbe una vittoria democratica, contro il 38% favorevole a mantenere la maggioranza repubblicana, mentre il 13% è indeciso o non risponde.
Il divario è aumentato di quattro punti rispetto a luglio, quando il rapporto era del 48% contro il 41%. Il 46% degli intervistati considera inoltre i Democratici “più in sintonia con le preoccupazioni della maggior parte degli americani”, contro il 35% che indica invece i Repubblicani. Il sondaggio è stato condotto dal 3 al 6 settembre su 970 elettori registrati e ha un margine di errore di 3,9 punti percentuali.
Il Gop mantiene attualmente una maggioranza risicata alla Camera, con 218 seggi contro i 214 dei Democratici. Alla convention repubblicana di Dallas, Donald Trump ha invitato ancora una volta gli elettori a “fare finta che sia io sulla scheda” e ha promesso un “Trump dividend” da 5mila dollari a ogni americano adulto in caso di vittoria repubblicana sia alla Camera che al Senato.
Più incerta la sfida per la camera alta: secondo le ultime stime di Decision Desk Hq, i Repubblicani hanno il 51% di probabilità di conservarne il controllo, in calo rispetto al 60% di appena due mesi fa.
(da agenzie)
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Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile
MA IL PASTICCIACCIO SUL MELONELLUN RIVELA LA FAIDA TRA I CAMERATI DI ITALIA: I FEDELISSIMI DELLA DUCETTA SONO INCAZZATISSIMI CON LA RUSSA PER LA SCELTA DEL PRESIDENTE DEL SENATO DI RIAPRIRE ALLE MODIFICHE SULLA LEGGE ELETTORALE: “LA FIGURACCIA SI POTEVA EVITARE”… A ‘GNAZIO NON E’ ANDATA GIU’ L’APERTURA DI UN PEZZO DI FDI ALLA CANDIDATURA A SINDACO DI MILANO DI MATTEO PEREGO, SOTTOSEGRETARIO FORZISTA. LA RUSSA PUNTAVA SU LUPI, CASSATO DAGLI AZZURRI E DA MELONI CHE CALDEGGIA UNA FIGURA DELLA SOCIETÀ CIVILE. IL MAI PALUDATO PRESIDENTE DEL SENATO RIBADISCE ALLE SORELLE MELONI CHE SOTTO LA MADUNINA COMANDA LUI
Tra una battaglia di «coerenza» e qualche altro mese a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni accende la seconda. Ha tentennato, anche se adesso dalla sua cerchia lasciano filtrare che fosse solo tattica. Ha masticato amaro, conoscendo la voglia di Roberto Vannacci di inchiodarla per questa retromarcia.
Ha anche valutato la possibilità di piegare gli alleati, talmente deboli da minacciare senza spaventare troppo. Ma quando infine, a metà mattinata, risente al telefono Antonio Tajani e Matteo Salvini, la premier tocca con mano una circostanza ovvia in realtà fin dal primo istante di questa storia: se FdI avesse votato con il centrosinistra per le preferenze libere, Forza Italia e Lega avrebbero reagito. Affossando la legge e mettendo a rischio l’esecutivo. Il giro di chiamate va così. Comincia con la leader dei Fratelli innervosita, che non vorrebbe «fare un regalo» ai dem. E gli alleati che le ripetono: «Ma poi non reggiamo i gruppi». Dunque, la premier conviene: «Non posso far cadere il governo in questo modo», il senso del ragionamento.
Qualcosa di grave, anzi, è accaduto dentro FdI. E qui ci si avventura in un terreno ostico, che ruota attorno alle mosse di La Russa. Dalla cerchia di Meloni, trapela una certa irritazione per le scelte del presidente del Senato, l’unico ad avere la forza politica e l’esperienza per decidere in autonomia, se necessario. «I subemendamenti di Pd e 5S ammessi da Ignazio, erano stati dichiarati inammissibili in commissione Affari costituzionali, si poteva fare lo stesso in Aula…», viene ricordato a mezza voce.
La «figuraccia» si poteva «evitare».
Aprire ai subemendamenti non sarebbe stato un modo per colpire la premier, ma un atteggiamento dialogante con le opposizioni, in qualche modo sfuggito di mano.
Ma c’è anche chi fa notare una strana sincronia: in questi giorni un pezzo di FdI sta sostenendo la candidatura a sindaco di Milano di Matteo Perego di Cremnago, sottosegretario forzista.
La Russa, come noto, puntava su Maurizio Lupi, cassato dagli azzurri perché, a parole, chiedevano una figura della società civile. La Russa su Perego non si è ancora espresso, ma per capire cosa pensi si possono leggere le parole di Daniela Santanchè, sua storica alleata nelle dinamiche lombarde: «Tramontano i candidati civici, quante chiacchiere inutili». I rapporti tra alleati si sono ulteriormente guastati, nelle ore del pasticcio sulle preferenze. Lo dimostrano gli scambi tra i meloniani e la ministra berlusconiana Elisabetta Casellati. I colonnelli di FdI, nel vertice di maggioranza di ieri in una saletta del Senato, le hanno chiesto di «rimettersi all’Aula», come poi è avvenuto, sui subemendamenti dem. La titolare delle Riforme sulle prime si è opposta: «Darò parere contrario».
Solo dopo avere sentito Tajani si è convinta. Altre tensioni si sono registrate sulla cancellazione della norma “anti-cespugli”, che sottraeva dal calcolo per il premio di maggioranza i voti dei piccoli partiti sotto al 3%, ad eccezione del miglior perdente: la ministra forzista l’avrebbe voluta conservare, anche se ridotta. FdI ha fatto muro, anche perché, le è stato detto, «il Colle altrimenti non firma».
In questo clima, nessuno esclude un passo falso della maggioranza alla Camera in occasione del voto finale sul testo, a metà ottobre. Voto segreto, a Montecitorio. Sottovoce, uomini vicini a Meloni continuano a disegnare scenari diversi da quanto emerge sulla superficie.
La premier, secondo queste fonti, accetterebbe il rischio. Forse addirittura armerebbe la mano di qualche deputato per essere certa del fallimento della riforma. Per tenersi il Rosatellum, dichiarare chiusa la legislatura e votare nei primi mesi del ‘27. Nessuna delle mosse pubbliche di queste settimane conferma questa previsione. Le ultime ventiquattr’ore, però, alimentano qualche sospetto.
(da agenzie)
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Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile
DA TEMPO ‘GNAZIO BRIGA PER LA DISCESA IN CAMPO DEL LEADER DI NOI MODERATI MAURIZIO LUPI (CHE INVECE LE SORELLE MELONI NON VOGLIONO). SALVINI INVECE SPINGE PER LA SUA VICE SILVIA SARDONE
“Offriremo ai nostri alleati come candidato di Milano Matteo Perego, parlamentare di lungo corso, manager milanese. Ne parleremo con gli alleati per decidere insieme chi sarà il candidato”. Lo ha detto il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari esteri Antonio Tajani arrivando alla festa nazionale di Forza Italia Giovani che si apre oggi Montesilvano.
“Matteo Perego candidato di Fi per Milano? Mi pareva che quel partito volesse un civico, ora vedo che hanno cambiato idea. Se quello è il profilo, allora ci sono tanti politici che hanno le competenze, ci sono Lupi, c’è la Sardone…”.
Lo dice Daniela Santanchè, interpellata dall’AdnKronos, dopo le parole del leader azzurro Antonio Tajani, che ha detto che il candidato del partito per la corsa al dopo Sala è il sottosegretario alla Difesa, Matteo Perego di Cremnago.
“In ogni caso – sottolinea- decideranno i leader del centrodestra sul nome”. “Io ho ottimi rapporti con tutti, l’importante è vincere nella mia città, poi che sia la Sardone, Lupi o Perego, a correre vedremo, come ho detto decideranno i leader politici”, conclude l’ex ministra per il Turismo.
(da agenzie)
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Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile
SONDAGGI: I SOCIALDEMOCRATICI RESTANO PRIMA MA IL CENTRODESTRA E’ IN LENTA RIPRESA
Negli ultimi mesi, il centro-destra sembrava spacciato. Invece, a pochi giorni dalle elezioni parlamentari in Svezia, la partita sembra riaperta. Quella che fino a poche settimane fa sembrava una netta vittoria del centro-sinistra, capitanato dai socialdemocratici di Magdalena Andersson, rischia così di trasformarsi in una riconferma dell’attuale maggioranza, guidata dal Primo Ministro Ulf Kristersson. Ma con una novità, destinata a cambiare gli equilibri politici del Paese: per la prima volta i Democratici Svedesi, un partito nato negli anni Ottanta in ambienti di estrema destra, con legami documentati con neonazismo e suprematismo bianco, potrebbero entrare direttamente nel governo.
Per il momento, i sondaggi danno la coalizione di centro-sinistra al 50,7%, mentre gli avversari, includendo anche i Democratici Svedesi, sarebbero in rimonta al 48,1 per cento.
Sono previste per domenica 13 settembre – anche se il voto anticipato è già aperto dal 26 agosto scorso –, le elezioni al Riksdag, il parlamento monocamerale svedese composto da 349 membri. Attesi al voto circa 8 milioni le persone e, nello stesso giorno, si voterà anche per le elezioni regionali e locali. Un appuntamento fisso, che si ripresenta ogni quattro anni, la seconda domenica del mese. Il primo ministro uscente, in carica dal 2022, Kristersson, leader del partito dei Moderati, punta alla riconferma in una coalizione che lo vede alleato con i Democratici Cristiani e i Liberali.
Questa volta, però, un governo di centro-destra segnerebbe l’ingresso nell’esecutivo anche dei Democratici Svedesi, partito con radici nell’ala neonazista, come ha confermato Kristersson oggi, 11 settembre. I dati diffusi da un sondaggio condotto da Novus, e pubblicato il 9 settembre, danno il centro-destra in leggera ripresa, dopo mesi a distanza dagli avversarsi. Merito soprattutto del recupero dei Liberali, che fino a pochi giorni fa sembravano mettere a rischio la coalizione mancando la soglia del 4% – necessaria per entrare nel Riksdag – ma che gli ultimi sondaggi danno invece in ripresa al 5,8 per cento.
Magdalena Andersson e il rebus del centrosinistra
Sul fronte opposto, la leader socialdemocratica Magdalena Andersson, che i sondaggi danno ancora in testa, in calo di tre punti, al 26,6%, punta a tornare alla guida del governo, dopo la parentesi che l’aveva vista Primo ministro dal novembre 2021 fino ad ottobre 2022. Sostenuta da Partito dei Verdi, Partito di Sinistra e Partito di Centro, non avrebbe ancora però reso nota la composizione di un eventuale esecutivo. Inoltre, per quanto concordino sull’aumento del welfare e della spesa pubblica, tra i diversi partiti non mancherebbero anche punti di vista divergenti, dalla tassazione dei miliardari alla questione al nucleare. Andersson dovrà affrontare così difficili negoziati per formare un governo di maggioranza con tutti e quattro i partiti.
Democratici Svedesi al governo: la svolta di Kristersson
A destare più preoccupazione in uno scenario europeo che ha visto partiti di estrema destra trionfare in Europa, come nelle recenti elezioni in Sassonia-Anhalt, è l’inclusione, ormai confermata, all’interno della coalizione di centrodestra dei Democratici Svedesi, guidati da Jimmie Åkesson. Alleati necessari, avrebbe fatto sapere il Primo Ministro, Ulf Kristersson, per portare avanti politiche legate alla sicurezza nazionale e alla criminalità organizzata.
Inoltre, servirebbe sdebitarsi con loro per l’appoggio che, nonostante fossero rimasti fuori dalla coalizione di centro-destra a causa delle loro posizioni troppo estremiste, avrebbero dato in parlamento all’attuale governo. Infine, impossibile ignorare i sondaggi che li vedono al 19,3% dei consensi. Resta salda, comunque, l’ipotesi della riconferma di Kristersson in caso di vittoria: «Abbiamo concordato di basare la nostra campagna elettorale sulla costruzione di un governo di maggioranza unita, e io sarò a capo di tale governo», ha fatto sapere il leader a Reuters.
Come sono cambiati i Democratici Svedesi
Negli ultimi quattro anni, i Democratici Svedesi hanno registrato una forte ascesa. Il Ft sottolinea infatti il loro ruolo, come «forza intellettuale dietro molte delle politiche del governo attuale in materia di criminalità organizzata e di riduzione del numero di richiedenti asilo al livello più basso degli ultimi 40 anni». Ad affrancarli dalla scomoda matrice neonazista e antisemita, anche le scuse, nel 2025, per le posizioni espresse in passato, che avrebbero convinto i Liberali ad accettarli in un’ipotetica coalizione di centro-destra, in caso di vittoria. Più recentemente, però, una loro funzionaria sarebbe stata accusata di aver coltivato per anni rapporti con gruppi sostenuti dallo Stato russo in Svezia. Accusa quest’ultima sulla quale la leader socialdemocratica Andersson, avrebbe chiesto a Kristersson di fare chiarezza.
Immigrazione, sicurezza e welfare: i programmi dei due schieramenti
L’attuale governo di centro-destra si ripresenta alle elezioni dopo quattro anni in cui ha abolito la residenza permanente per i rifugiati, inasprito le norme sul welfare e intensificato le espulsioni di chi non aveva diritto di soggiorno. Al minimo storico rispetto agli ultimi 40 anni anche le richieste di asilo, anche grazie ai cosiddetti repatriation grant (återvandringsbidrag), contributi, fino a circa 32mila euro, per il rimpatrio volontario dei richiedenti protezione. L’obiettivo di Kristersson è quello di continuare a lavorare contro la criminalità e a una riduzione delle tasse. Mentre i Democratici svedesi hanno ribadito l’importanza del tema identitario: «In Svezia ciò che conta è la cultura svedese, la lingua svedese, le leggi svedesi, le norme svedesi, la morale svedese e le tradizioni svedesi».
Il programma dei socialdemocratici resta invece incentrato su welfare, crescita economica, transizione ecologica e un aumento della spesa per la difesa, con un forte accento sulla sicurezza. Più tiepida così la posizione in difesa degli immigrati: «Siamo molto più severi in materia di immigrazione e criminalità rispetto a prima», ha dichiarato Andersson. Durante il mandato del suo predecessore, la Svezia si era distinta per un approccio umanitario alla migrazione, accogliendo quasi 150mila richiedenti asilo nel 2015. Poi, però, l’aumento di episodi di sparatorie aveva fatto propendere la socialdemocratica per una posizione più dura, che la allinea ad un’altra socialdemocratica in Europa: Mette Frederiksen, primo ministro danese, molto vicina alla presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni.
Cosa può cambiare dopo il voto del 13 settembre
Il voto del 13 settembre arriva così al termine di una legislatura che ha spostato sensibilmente a destra il dibattito politico svedese. Immigrazione, integrazione, cittadinanza e criminalità sono diventati alcuni dei principali terreni di confronto, in uno dei Paesi più accoglienti d’Europa per migranti e rifugiati. Ora la partita non riguarda soltanto chi guiderà il Paese, ma anche quanto lontano arriverà la trasformazione del sistema politico svedese, con l’inclusione formale dei Democratici Svedesi all’interno del governo.
(da agenzie)
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Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile
UN MALLOPPO CHE LA MELONI PUNTA A IMPIEGARE COME UNA SPINTA DECISIVA IN VISTA DEL VOTO
C’è una data cerchiata in rosso a Palazzo Chigi: il 22 settembre. Non per l’inizio dell’autunno, semmai guardando alle elezioni del 2027. Quel giorno, l’Istat presenterà i dati aggiornati sui conti pubblici. E darà risposta a questa domanda: l’Italia è riuscita nel 2025 a restare sotto la fatidica soglia del 3% nel rapporto tra deficit e prodotto interno lordo?
Alcuni mesi fa, la prima valutazione era stata negativa. Questa è la sentenza di appello. Fondamentale, perché da questa percentuale dipende la possibilità di uscire o meno dalla procedura per deficit eccessivo.
Vige una cautela doverosa e nessuno si sbilancia. Anche perché l’ultima parola sarà comunque di Eurostat, che però di norma non sconfessa le valutazioni degli istituti di statistica nazionali. E dunque, Palazzo Chigi come detto ci spera.
Tagliare il traguardo, così hanno stabilito Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti negli ultimi giorni, determinerebbe un effetto considerato fondamentale in vista delle prossime elezioni: garantirebbe all’esecutivo un tesoretto di 8-10 miliardi. A Palazzo Chigi è già stato valutato anche cosa fare di questo denaro: misure per il ceto medio, una spinta decisiva in vista del voto. Già in manovra, per convincere gli elettori a votare di nuovo a destra.
Da cosa nasce il calcolo sui potenziali 8-10 miliardi? Dalla flessibilità su energia e difesa che l’Italia ha appena chiesto all’Europa. Una fiche da 33 miliardi, la maggior parte dei quali sarà impegnata quest’anno e il prossimo, prima del voto. La campagna elettorale non può entrare dentro questo perimetro: i soldi vanno impiegati per misure strutturali, non per tagliare le accise sui carburanti o ridurre il costo delle bollette.
Ma nell’idea del governo, la flessibilità può diventare, seppure in parte, il contenitore dove travasare progetti che oggi sono incasellati nel bilancio nazionale. Spostando una parte di questi sul serbatoio della flessibilità si liberebbero risorse da impiegare per interventi come il taglio delle tasse.
Così facendo l’Italia rispetterebbe il tetto della spesa primaria netta, l’indicatore unico che la Commissione prende a riferimento per monitorare il rispetto del Patto di stabilità da parte degli Stati membri della Ue. Per le stesse ragioni, l’impatto sul deficit sarebbe nullo. Di fatto è un win-win.
Uscire dal controllo continentale sul 3% presenta però anche un altro enorme vantaggio: permette a un Paese di attivare la cosiddetta clausola di salvaguardia nazionale su energia e difesa, che garantisce flessibilità sui conti per le capitali virtuose che investono in progetti innovativi. È una partita di giro da costruire con l’Europa, perché non di facile attuazione.
E tenendo conto proprio di questo aspetto, la premier calibrerà anche la data delle prossime elezioni. Gli interventi fiscali hanno bisogno di qualche mese per avere effetto. Poter sfruttare una decina di miliardi potrebbe allungare almeno di un po’ il destino della legislatura.
(da agenzie)
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Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile
IL 48% DEI CITTADINI SOSTIENE IL DEMOCRATICO, MENTRE IL 44% APPOGGIA QUELLO REPUBBLICANO – PAXTON GODE DEL CONSENSO DEI BOOMER: TRA GLI OVER 50, HA UN VANTAGGIO DEL 13% SU TALARICO
Il deputato democratico del Texas James Talarico ha un vantaggio di 4 punti percentuali sul suo avversario repubblicano, il procuratore generale dello Stato, Ken Paxton.
Secondo la rilevazione dell’Aarp, condotto tra i probabili elettori del Texas, il 48% sostiene il candidato democratico, mentre il 44% appoggia quello repubblicano nella competizione per il seggio del Senato Usa che è tra le più attese nelle elezioni di midterm, in programma a novembre.
Malgrado Talarico abbia un sostegno più ampio nel conteggio generale, Paxton lo ha superato di 13 punti percentuali tra gli elettori texani dai 50 anni in su, la fascia che per tradizione vanta le percentuali più alte di partecipazione al voto.
Gli elettori più anziani hanno sostenuto anche il governatore repubblicano del Texas Greg Abbott nella sua corsa alla rielezione contro l’avversaria dem, la deputata statale Gina Hinojosa: Abbott ha un vantaggio di 21 punti tra gli elettori dai 50 anni in su e uno complessivo di 3 punti, secondo il sondaggio.
Talarico ha superato Paxton in diversi sondaggi più recenti, con un vantaggio di 5 punti in un’indagine YouGov pubblicata la scorsa settimana e di 6 punti in un sondaggio promosso da Texas Public Opinion Research alla fine di agosto.
(da agenzie)
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Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile
LE SVASTICHELLE HANNO CONQUISTATO 39 SEGGI: NE MANCANO 3 PER AVERE UNA MAGGIORANZA IN PARLAMENTO… AFD E BSW CONDIVIDONO POSIZIONI FILO-RUSSE E ANTI-MIGRANTI. MA SULLA GESTIONE DEI CONTI PUBBLICI…
Il leader dell’Afd e trionfatore delle elezioni in Sassonia-Anhalt, Ulrich Siegmund e la luogotenente regionale del partito di Sahra Wagenknecht, Claudia Wittig, hanno avviato le consultazioni per formare un governo. L’ultradestra e l’ex sinistra ora rossobruna Wagenknecht potrebbero tentare per la prima volta di guidare un land insieme. […]
I vertici del partito di Wagenknecht (Bsw) in Sassonia-Anhalt hanno fatto sapere, esibendo anche una notevole coda di paglia, che «rimaniamo fedeli alla nostra linea e parliamo con tutti i partiti del nuovo parlamentino regionale».
Poco prima tutte le altre forze politiche – Cdu, Spd, Linke, Verdi – avevano opposto un sonoro “no” alle lusinghe dell’Afd, che ha conquistato 39 scranni ma ha bisogno di altri tre seggi per governare.
Un portavoce di Bsw ha spiegato che al primo giro di consultazioni con l’Afd «discuteremo di energia, istruzione e pace». I due partiti formalmente agli opposti dello spettro politico ma di fatto molto vicini nei contenuti grazie alle infinite giravolte di Wagenknecht, hanno posizioni filorusse e anti-migranti. Il cartello del Bsw più diffuso in campagna elettorale gridava “riaprire i rubinetti di Nordstream”. […]
Ieri è arrivato intanto da Francoforte un commento esplicito sulla stravittoria dell’Afd nel land di Magdeburgo: il governatore della Bundesbank, Joachim Nagel, si è detto «molto preoccupato». E il banchiere centrale ha anche messo in guarda dalla possibile fuga degli investitori se l’Afd dovesse governare: «Si guarderanno bene dal fare affari qui».
(da agenzie)
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Settembre 11th, 2026 Riccardo Fucile
I PARTITI TRADIZIONALI SONO IN CRISI, LA GENTE È INCAZZATA PER LE DIFFICOLTÀ ECONOMICHE E PROBLEMI DI SICUREZZA MA LA VITTORIA DI LE PEN NON È COSÌ SCONTATA: IL SUO “RASSEMBLEMENT NATIONAL” PAGA ANCORA I VECCHI RAPPORTI CON MOSCA
Lunedì, a poche ore dall’exploit elettorale di Alternative für Deutschland, la pagina Facebook del popolare blog degli insegnanti francesi, “RIP-édu”, sottoponeva i suoi oltre centomila iscritti all’interrogazione più dura: «Nell’ipotesi di un governo di estrema destra, restereste al vostro posto per combatterne le idee o vi dimettereste?».
Il rovello della scuola della Quinta Repubblica, declassata dall’ultimo rapporto Ocse, rivela la confusione di un Paese riluttante ad archiviare la grandeur perduta del passato ma costretto a prendere coscienza di come le certezze naufraghino e le presidenziali 2027 possano portare all’Eliseo addirittura Marine Le Pen.
A maggio la Francia voterà per il successore di Emmanuel Macron. Da un lato ci sono un centro lacerato dalla competizione interna (Gabriel Attal contro Edouard Philippe) e una sinistra su cui il tribuno de La France Insoumise, l’estremista Jean-Luc Mélenchon, ha lanciato l’opa proiettandosi al ballottaggio.
Dall’altro c’è la patronne del Rassemblement National (RN) che, dopo oltre dieci anni a dediabolizzare un partito associato al razzismo e all’antisemitismo del padre Jean-Marie, guida oggi i sondaggi sul primo turno (34-36%) e sogna di espugnare quel secondo dov’è stata sconfitta due volte dal candidato di En Marche!.
In mezzo c’è un Paese deluso dalla politica tradizionale e in affanno, con 3 miliardi e mezzo di debito, un deficit oltre il 5% del pil e una spesa pubblica da tagliare radicalmente per rispettare i parametri di Bruxelles.
Reggerà il barrage républicain, la diga con cui i francesi scioccati dal ballottaggio del 2002 tra Jacques Chirac e Jean-Marie Le Pen hanno sempre escluso l’estrema destra, oppure, dopo il Brandmauer in Sassonia-Anhalt, anche l’ultima trincea della democrazia francese cederà all’onda bruna che minaccia di travolgere le urne europee?
«L’idea che la maggioranza finirà per bloccare il RN appartiene più al pensiero magico che alla realtà, in otto mesi la percezione dei candidati può mutare ma oggi, pur rifiutata da molti, Le Pen suscita meno ostilità dei suoi avversari, Philippe, Attal, il socialdemocratico Glucksmann, Mélenchon» scrive su “The Conversation” l’analista Jean-Yves Dormagen. In pratica, seppure un elettore su due dichiari che non la voterà le stime sono ancora peggiori per i suoi rivali.
«Fermare il fascismo è ancora possibile, bisogna rendere ai giovani quella prospettiva di futuro un tempo fornita dai partiti per evitare che votino un Ubu Roi come Trump» dice a La Stampa lo scrittore Marek Halter, scampato al ghetto di Varsavia e da sempre promotore del dialogo tra quelle minoranze che «oggi come ieri sono il capro espiatorio, ebrei, musulmani, migranti».
Le sfide per l’Hexagone sono le stesse della Germania e del resto d’Europa, la transizione energetica e il potere d’acquisto, l’indipendenza tecnologica da Cina e Stati Uniti, la difesa della pax europea ora che l’America non c’è più: eppure, qui come altrove, lo spettro è lo straniero, la paura della “sostituzione etnica”, specie da parte di quell’islam che corrisponde alla minaccia razziale nella retorica MAGA.
«L’immigrazione è il core issue del programma di Le Pen perché, a differenza dell’economia, non teme contraddittori, laddove la sinistra continua con superiorità morale a ripetere il mantra dell’accoglienza ignorando un mercato del lavoro che si restringe per i francesi e non riesce a integrare gli altri» ci spiega lo studioso Jean-Yves Camus.
Pur non superando il 20% nelle grandi città, il RN convince un under 24 su cinque e, che traini o meno l’affluenza dei giovani come in Germania, beneficia di una narrazione volta a normalizzarne le ombre reazionarie, grazie anche ai media e alle case editrici del miliardario ultracattolico Vincent Bolloré.
«La destra è convinta che per arrivare al potere debba allearsi con la Le Pen e Bolloré lavora da anni per ripetere con RN ciò che mezzo secolo fa fece a sinistra il socialista Francois Mitterrand includendo il partito comunista, Bolloré lavora anche sull’inazione della sinistra che si è fatta intrappolare nella gabbia woke» racconta l’editore sessantenne Paul che ha visto titoli di estrema destra moltiplicarsi e vendere parecchio, «le elezioni si vincono con l’egemonia culturale».
Il successo di Marine Le Pen è credibile, ma non è scontata: il RN non ha sfondato alle ultime amministrative mancando le città, il legame passato con la Russia di Putin pesa, la proclamata normalizzazione si scontra con le uscite xenofobe di alcuni membri sia pur poi espulsi e l’economia divide, con la presidente che al pari di Mélenchon promette a un popolo sempre più vecchio la pensione a 60 massimo 62 anni e il delfino Jordan Bardella paladino del libero mercato.
(da agenzie)
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