Febbraio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
CHI SBAGLIA PAGA, MA ALLORA PAGHINO PIANTEDOSI E MELONI, PERCHE’ DEVONO PAGARE GLI ITALIANI?
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ieri ha continuato ad attaccare i magistrati a seguito della decisione del tribunale di Roma di condannare l’Italia per il trasferimento in Albania di un migrante algerino, Redouane Laaleg, con precedenti penali.
Il governo Meloni, con la premier in testa, ha protestato contro il risarcimento di 700 euro al cittadino algerino, condanna legata appunto alla decisione di spedirlo in Albania nel Cpr di Gjader, senza alcun provvedimento scritto. L’uomo ha una
compagna italiana, due figli minorenni di tre e sei anni, che non erano stati avvisati del trasferimento.
Il 10 aprile 2025 l’algerino era stato prelevato dal Cpr di Gradisca d’Isonzo, in Friuli-Venezia Giulia. Al momento della partenza dal centro, non gli era stata fornita alcuna motivazione scritta per lo spostamento imminente. Le autorità gli avevano comunicato solamente a voce che sarebbe stato trasferito in un altro centro italiano, il Cpr di Brindisi. Nessuno lo aveva informato che sarebbe stato condotto in Albania.
Come se non bastasse, durante il viaggio, durato circa 20 ore, l’uomo è stato costretto a subire misure di sicurezza durissime, che la difesa ha definito “degradanti”: durante tutto il tragitto sul pullman e sulla nave militare, il 56enne è rimasto con i polsi legati da fascette.
Una volta giunto nel centro albanese, all’uomo è stato impedito l’uso del cellulare, sebbene la famiglia non avesse sue notizie. Il trattenimento in Albania si è protratto solo per poche settimane: il cittadino algerino è stato poi liberato il 9 maggio 2025, a seguito di un ricorso presentato dal suo legale.
La compagna dell’uomo aveva denunciato il caso nell’aprile dell’anno scorso, dicendo che Redouane Laaleg le aveva detto che sarebbe stato portato a Brindisi, e una volta sul posto l’avrebbe avvisata. “Da quel momento, però, non ho più avuto sue notizie per due giorni. Alla fine mi ha contattata, ma dall’Albania. È stato trasferito lì senza alcuna possibilità di chiamate un avvocato o informare noi familiari”.
Come ha spiegato oggi un’avvocata di Asgi, Giulia Crescini, questa condanna per il governo italiano rischia di non rimanere isolata.
La legale, intervistata da Avvenire, ha ricordato infatti che il caso del cittadino algerino potrebbe essere solo il primo di una lunga serie, perché fino ad ora, come scrive il quotidiano, il ministero dell’Interno non avrebbe mai inviato per iscritto la notifica del trasferimento agli avvocati delle persone da rimpatriare, esattamente come è accaduto a Redouane Laaleg.
Da un anno, sottolinea Avvenire, i Cpr in Albania hanno iniziato ad ospitare migranti su cui pende un decreto di espulsione. Secondo gli ultimi dati disponibili, raccolti dal Tavolo asilo e immigrazione, alla data del 29 ottobre 2025 erano stati trasferiti nelle strutture albanesi 219 persone.
“Semplicemente scomparivano”, ha detto l’avvocata Crescini, avvocato del collegio difensivo che ha seguito il trasferimento di Redouan, sentita da Avvenire. “Succede così: da un momento all’altro né la famiglia né i legali hanno informazioni della persona trasferita”. Per questo secondo Crescini il caso del 56enne potrebbe non essere l’unico: il governo potrebbe essere chiamato a risarcire anche gli altri 200 migranti fino ad ora portati in Albania e lì trattenuti. In futuro, il Viminale “potrebbe essere costretto a pagare lo stesso risarcimento a tutti i migranti trasferiti nel Cpr in Albania”, ha sottolineato l’avvocata di Asgi ad Avvenire.
Per il tribunale di Roma il trasferimento dell’uomo verso l’Albania ha compromesso il diritto alla sua vita privata e familiare, tutelato dall’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. In pratica ha stabilito che il trasferimento da Cpr a Cpr deve essere sempre informato alla persona interessata tramite una comunicazione scritta. Per cui ora, è il ragionamento di Asgi, chiunque si fosse trovato nella stessa situazione dell’algerino potrebbe fare causa al governo e vincerla.
(da Fanpage)
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Febbraio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
DIRIGERA’ GIANANDREA NOSEDA, DIRETTORE DELLA NATIONAL SYMPHONY ORCHESTRA DI WASHINGTON, “NOME DI PRESTIGIO INTERNAZIONALE”… AH, ALLORA VENEZI NON LO E’, PRENDIAMO ATTO DELLA CONFESSIONE
Non sarà Beatrice Venezi a salire sul podio del tradizionale concerto di Capodanno al Teatro
La Fenice nel 2027. A chiarirlo è il sovrintendente Nicola Capobianchi, che spiega come la direttrice musicale designata avesse già preso altri impegni: «Per il primo giorno dell’anno del 2027 la direttrice aveva già altri impegni professionali». L’assenza dal prestigioso appuntamento televisivo non esclude però un ruolo di primo piano nella stagione 2026-27. Venezi potrebbe infatti dirigere l’opera inaugurale di novembre, Fedora di Umberto Giordano, che aprirà ufficialmente la nuova stagione del teatro veneziano. «Dobbiamo capire se nell’agenda della Venezi c’è spazio per questo impegno anche se il suo contratto non specifica in quali momenti della stagione debba dirigere», aggiunge Capobianchi.
L’incarico a Gianandrea Noseda
Il suo incarico quadriennale come direttrice musicale della Fenice scatterà nell’ottobre 2026. Per questo, in molti davano per scontata la sua presenza già alla ribalta del concerto di Capodanno, una delle vetrine più seguite grazie alla diretta Rai. Alla fine, però, la scelta è ricaduta su Gianandrea Noseda, attuale direttore della National Symphony Orchestra di Washington, nome di riconosciuto prestigio
internazionale. Del resto, il concerto di Capodanno veneziano è storicamente affidato a bacchette di grande esperienza – da Myung-Whun Chung a Daniel Harding, da Fabio Luisi a Michele Mariotti – e la decisione coinvolge anche la Rai, chiamata a garantire un nome capace di assicurare qualità musicale e richiamo televisivo.
Cosa prevede la nomina di Venezi
Resta dunque da capire quali appuntamenti della stagione saranno affidati alla direttrice. Il contratto prevede due titoli d’opera, tre concerti sinfonici e un grande evento, ma non è ancora chiaro quali saranno le produzioni prescelte. Tra le ipotesi, il concerto in piazza San Marco o una tournée internazionale, equiparata contrattualmente a un grande evento. Intanto prosegue la mobilitazione di orchestra e coro contro una nomina che ha suscitato divisioni interne. Le spillette di sostegno alla protesta – oltre diecimila, partite da Venezia verso l’Italia e l’estero – continuano a circolare. Alcuni direttori ospiti le hanno indossate sul bavero durante le esecuzioni in laguna, mentre il confronto sul futuro artistico della Fenice resta aperto.
(da agenzie)
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Febbraio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
ANNULLATA LA TOURNEE ESTIVA PROGRAMMATA: “NON CORRISPONDE AI VALORI DELLA NOSTRA SOCIETA’”
Il Werder Brema ha ufficialmente annullato la tournée estiva programmata negli Stati Uniti, prevista per maggio 2026. Non ragioni logistiche o per motivi simili, ma motivata – secondo il direttore generale Klaus Filbry – da ragioni politiche, di sicurezza e da possibili difficoltà organizzative.
Tra i fattori principali c’è quanto accaduto nelle ultime settimane nell’area di Minneapolis, dove a fine gennaio si è verificato un grave episodio che ha coinvolto agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) e ha provocato la morte di due residenti, Renee Good e Alex Pretti.
“Giocare in una città in preda a tensioni e dove le persone vengono uccise non corrisponde ai valori del nostro club. Questo non accadrà”, ha dichiarato Filbry, come riportato dal media tedesco Deich Stube.
Sulla decisione dello storico club tedesco hanno pesato anche i requisiti di ingresso negli Stati Uniti. Il dirigente ha sottolineato come l’ottenimento dei visti per giocatori e staff non fosse garantito, visti i tantissimi controlli serrati per l’ingresso – inclusa l’analisi dei profili social degli ultimi cinque anni – che avrebbero potuto
complicare l’organizzazione del viaggio anche a livello logistico. Attualmente sedicesimo in Bundesliga, il Werder rischia adesso di dover disputare i play–out salvezza nelle date del 22 e 26 maggio, proprio quando era prevista la tournée americana
(da agenzie)
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Febbraio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
CONTESTATO SOPRATUTTO SU INFLAZIONE, DAZI, RELAZIONI ESTERE E MIGRANTI
Il 60% degli statunitensi “disapprova” l’operato di Donald Trump come presidente degli 
Usa, un tasso di insoddisfazione che ha raggiunto una quota record nel suo secondo mandato: è quanto rivela un sondaggio pubblicato da Abc News e Washington Post, mentre il Paese attende il suo discorso sullo Stato dell’Unione, previsto per martedì. Gli argomenti su cui gli americani sono più insoddisfatti sono l’inflazione (disapprovazione del 65%), la questione dazi (64%), le relazioni estere (62%) e la gestione migratoria (58%).
Il livello di disapprovazione, aggiunge il rilevamento, è salito leggermente dallo scorso ottobre, quando era del 59%, e di sette punti percentuali rispetto all’inizio del mandato (febbraio 2025). Il tasso di approvazione è invece passato dal 45% al 39%
Repubblicani divisi
All’interno del campo repubblicano, si rileva una divisione tra chi si rivede nell’orientamento politico specifico di Trump e chi ne prende in parte le distanze: infatti, il 54% dei simpatizzanti conservatori si dichiara “sostenitore del movimento Maga”, mentre il 42% afferma di no. In quest’ultimo gruppo, una maggioranza disapprova la sua gestione di inflazione, dazi e relazioni estere. Rispetto a quest’ultimo punto, il 54% degli intervistati non supporta “l’uso delle forze armate per forzare cambi in altri Paesi”, un tipo di politica appoggiato invece dal 20% dei cittadini.
(da agenzie)
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Febbraio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
‘CHI SBAGLIA, NON PAGA, PER I MAGISTRATI SOLO 15 CONDANNE NEGLI ULTIMI 15 ANNI’, MA LA RIFORMA NON PREVEDE LA RESPONSABILITÀ CIVILE. NON C’È UN SOLO CASO IN CUI IL GUARDASIGILLI ABBIA ATTIVATO L’AZIONE DISCIPLINARE DI FRONTE A SENTENZE RITENUTE ABNORMI. CHISSÀ, MAGARI TANTO ABNORMI NON ERANO…”
A voler essere pignoli si potrebbe giungere alla conclusione che, delle due l’una: o a Giorgia Meloni tocca licenziare i suoi social media manager oppure la sua frenata («basta fango») in fondo non era così autentica. Anche dopo, l’andazzo non è così dissimile da prima.
Prima, una valanga di post su Carola Rackete («Chi sbaglia non paga»), con una manipolazione dell’accaduto. Dopo, mentre anche Nordio e Mantovano invitano a non inasprire gli animi – il secondo ha citato, oltre a Mattarella, financo il Papa – riecco sulla pagina Instagram di FdI Carola Rackete, stavolta in compagnia di Ilaria Salis che la pensa come lei: «Votare sì è un dovere morale».
E riecco pure Piergiorgio Morosini, il procuratore generale di Palermo: «Il giudice che condanna lo Stato», si legge, anche se non è vero. Non è stato lui a emettere la sentenza, però è reo di averla difesa, udite udite, in tv da Lilli Gruber e di aver scritto un libro sul no
La separazione delle carriere e la riforma del Csm non c’azzeccano nulla, con ogni evidenza come non c’azzeccava nulla su Garlasco, o sul peruviano «che stupra e uccide e la magistratura lo libera» (in verità, non è stato espulso).
Pure i molestatori vengono messi in capo alla sinistra, purché immigrati: «Molestatore liberato. Il Pd grida, ma lo salvò il governo giallorosso e il solito giro di toghe». Il riferimento è al provvedimento in cui si regolarizzarono braccianti e badanti in nero, sia stranieri sia italiani, anche per ragioni sanitarie. Ma lo schema è squisitamente trumpiano, con un’enfasi superiore anche alla campagna della Lega, più fiacca sul referendum (interessante).
Lo schema è questo: prendo un caso di cronaca sui temi mobilitanti (sicurezza e immigrazione), lo deformo, con qualche falsità, nel racconto indicando il nemico (i giudici, complici della sinistra e addirittura dell'”estremismo rosso”), e presento la riforma, ignorandone gli effetti reali, come una soluzione punitiva: «Chi sbaglia, non paga, per i magistrati solo 15 condanne negli ultimi 15 anni», altro titolone, nonostante la riforma non preveda la responsabilità civile.
E, sempre a voler essere pignoli, non c’è un solo caso in cui il guardasigilli abbia attivato l’azione disciplinare di fronte a sentenze ritenute abnormi. Chissà, magari tanto abnormi non erano.
Ove non arrivano i creativi, si esibiscono i direttori dei giornali di destra con video da agit prop particolarmente su di giri. A sentirli pare ci sia l’invasione dei clandestini e i giudici impegnati a «garantire loro i porti sicuri» oltre che a scarcerare i delinquenti. E peccato per il pistolero di Rogoredo
Nemmeno una parola quando, dopo l’euforia inziale, si è capito come è andata perché rompe la narrazione della difesa sempre legittima e della magistratura che se la prende con la parte sbagliata.
Guardate che è davvero sorprendente la virulenza. Nessuno sta facendo così, né a destra né dall’altra parte. Di infelice giusto il post del Pd su Casa Pound che vota sì (e fa il paio con quello di Fdi su Askatasuna che vota no) e lo scivolone sugli atleti olimpici del Curling
Ma una sola cosa “a favore” e non “contro c’è” nella pagina del primo partito del paese? Sì, eccola. Un classico «vota sì per una giustizia più efficace, veloce, giusta». Lo disse anche Giorgia Meloni al Tg1.
Giulia Bongiorno aveva appena spiegato il contrario in Aula: «Questa riforma non incide sui tempi e sull’efficienza della giustizia. Solo un ignorante potrebbe pensarlo». Ops.
(da La Stampa)
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Febbraio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
SE SI VOTASSE OGGI, IL TYCOON PERDEREBBE LA MAGGIORANZA AL CONGRESSO DI ALMENO DIECI DEPUTATI: ALLE MIDTERM DI NOVEMBRE RISCHIA UNA BATOSTA ANCHE AL SENATO (CHE VIENE RINNOVATO DI UN TERZO, MENTRE LA CAMERA SARÀ AZZERATA) – QUANDO IL “GANGSTER” DELLA CASA BIANCA VOLERÀ A PECHINO, TRA DIECI GIORNI, SARÀ PRESO A PERNACCHIE DAL PRESIDENTE CINESE XI JINPING, CHE ESCE TRIONFANTE DALLA GUERRA DEI DAZI
Il colpo politico è molto duro. Potenzialmente letale, in vista delle elezioni midterm di
novembre. Trump userà la sentenza della Corte Suprema per rilanciare la sua offensiva e appellarsi ai propri elettori, accusando il “deep state” e i democratici di volergli impedire di realizzare l’agenda per cui gli americani lo hanno rieletto
Le conseguenze pratiche però saranno ineludibili, sui portafogli e sulle vite quotidiane dei cittadini, che con il prossimo voto potrebbero decidere di mettere fine all’azzardo di Trump, o comunque limitarlo fino al punto di trasformarlo in un’anatra zoppa.
Come prima cosa bisogna tenere presente che molti repubblicani tradizionali, fedeli al verbo della libera economia di mercato, non hanno mai davvero accettato la politica dei dazi e del neostatalismo di Donald.
L’hanno ingoiata magari in silenzio, per evitare le sue vendette, ma nel privato hanno sempre recriminato. La sentenza della Corte, votata anche da tre giudici conservatori, consente a questi politici, imprenditori ed elettori di rialzare la testa e dare voce in qualche forma alle loro recriminazioni
Il secondo problema è il caos che Trump porta sempre con sé. Nel 2020 Biden aveva vinto anche grazie alla promessa di rimettere gli adulti nella stanza dei bottoni, ripristinando normalità e buonsenso. Non ci è riuscito, o comunque non è bastato ad evitare la rielezione di Donald, ma ora parecchi americani inizieranno a chiedersi se ne è valsa la pena.
Il pericolo principale per il presidente viene però dall’effetto pratico che questa crisi avrà sull’economia e sulla vita dei cittadini, proprio nel giorno in cui il pil ha frenato paurosamente, con una crescita calata all’1,4% nell’ultimo trimestre del 2025, in parte proprio per il caos generato dallo shutdown.
L’affordability, ossia l’emergenza del costo della vita sempre più insostenibile, è il tema che ad esempio ha fatto vincere a Mamdani le elezioni per sindaco di New York. Trump nega la sua esistenza e nel comizio tenuto proprio giovedì in Georgia ha detto che la questione sta sparendo dall’attenzione pubblica «perché io ho vinto». Non sempre però le parole bastano a mascherare la realtà, e se gli american
sentono il morso dell’inflazione nei loro portafogli ogni volta che vanno al supermercato non saranno gli atti di fede del capo della Casa Bianca a cambiare la percezione.
I dazi li stanno pagando i consumatori. Le imprese americane, che a causa del calo del dollaro sono penalizzate nell’acquisto delle materie prime almeno quanto sono avvantaggiate nelle esportazioni, soffrono anche perché le aziende cinesi stanno approfittando delle tariffe per ampliare le loro fette di altri mercati internazionali, mentre la manifattura non sta tornando negli Usa alla velocità promessa e sperata da Trump.
Le borse magari continueranno a festeggiare, ma questo aiuta un’elite limitata, non il popolo americano dimenticato che lo aveva eletto e a novembre lo giudicherà.
(da agenzie)
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Febbraio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
“UN PICCOLO IMPRENDITORE COME ME, TROVANDOSI CON LA PISTOLA PUNTATA ALLA TESTA DAL GOVERNO, PUÒ FARE CAUSA, ESSERE ASCOLTATO DAL MASSIMO TRIBUNALE E VINCERE. AI MIEI CLIENTI ITALIANI LANCIO QUESTO MESSAGGIO: LA BATTAGLIA SARÀ ANCORA LUNGA E INCERTA, PERCHÉ TRUMP VUOLE IMPORRE ALTRI DAZI, MA STIAMO VINCENDO”
Il vincitore di ieri ha un nome e un cognome: Victor Schwartz, il piccolo importatore di vini di New York che ha trascinato in tribunale i dazi dell’amministrazione Trump. La decisione della Corte suprema, infatti, nasce da una causa, intentata dal Liberty, Justice Center a nome di 50 piccoli imprenditori.
E a capitanare il gruppo c’era Schwartz, che dopo una breve carriera nel mondo della finanza ha aperto Vos Selections, una ditta che importa vini stranieri per distribuirli nello Stato di New York e nel New Jersey, ovvero un business colpito duramente dai dazi (la sua lista prodotti include molti vini italiani). Ieri ha rilasciato alla stampa alcune dichiarazioni: «Per fortuna il tribunale ha riconosciuto questi dazi per ciò che sono: incostituzionali».
È incredibile. La giustizia ha prevalso e ora posso tornare a fare la cosa che mi piace di più nella vita, cioè offrire agli americani i grandi vini italiani e di tutto il mondo». Victor Schwartz, il piccolo imprenditore che è riuscito a mettere i bastoni fra le ruote del presidente degli Stati Uniti, è estatico commentando con Repubblica la sentenza
La sua V.O.S. Selections è l’azienda che ha fatto la causa all’amministrazione, arrivando alla Corte Suprema. Cosa prova?
«La sentenza dimostra perché gli Stati Uniti sono un grande Paese. Un piccolo impreditore come me, trovandosi con la pistola puntata alla testa dal governo, può fare causa, essere ascoltato dal massimo tribunale e vincere. Ai miei clienti italiani lancio questo messaggio: la battaglia sarà ancora lunga e incerta, perché Trump vuole imporre altri dazi, ma stiamo vincendo».
Cosa fa la sentenza della Corte Suprema per voi?
«Ci restituisce la vita, l’opportunità di continuare ad esistere. Inoltre apre la porta alla possibilità di ricevere i rimborsi per quanto abbiamo pagato sulla base di un provvedimento illegale. Non sarà facile e ci vorrà tempo, ma se riusciremo a riavere indietro i nostri soldi potremo fare cose straordinarie, rilanciando le attività imprenditoriali».
Cosa significa questa decisione per il Paese?
«Ristabilisce la giustizia e ci restituisce la speranza. Abbiamo ottenuto una vittoria straordinaria perché la Corte Suprema ha stabilito che le azioni intraprese dall’amministrazione Trump erano arbitrarie. […] In questo modo sono stati ristabiliti i poteri in base a quanto prevede la legge fondamentale degli Stati Uniti, frenando la prepotenza del presidente. È un messaggio molto importante, soprattutto perché ricostruisce la fiducia nel sistema della nostra repubblica».
(da agenzie)
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Febbraio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
“RICORDO AL MINISTRO NORDIO E ALL’OPINIONE PUBBLICA CHE ABBIAMO CONCORDATO UN CONFRONTO TELEVISIVO PER IL REFERENDUM SU SKY TG24 PER MARTEDÌ 17 MARZO”
I toni più pacati invocati dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella non evitano un nuovo botta e risposta sul referendum sulla giustizia. A innescare il dibattito questa volta
l’atteso confronto televisivo tra gli opposti fronti del Sì e del No. Perché da Bologna il ministro Nordio affonda nei confronti dell’Associazione nazionale magistrati e del comitato del No, accusando entrambi di aver rifiutato il faccia a faccia “perché non hanno argomenti”. La tesi sostenuta: “Io li sfido veramente, quando vogliono, a parlare con me direttamente di argomenti che siano connessi al contenuto della riforma, senza polemiche sterili”.
Parole che non cadono nel vuoto, quelle del ministro, perché a stretto giro è proprio Enrico Grosso, presidente del comitato “Giusto dire no”, a lanciare la stilettata. “Ricordo al ministro Nordio e all’opinione pubblica che abbiamo concordato un confronto televisivo per il referendum su Sky TG24 per martedì 17 marzo”. Poi l’aggiunta caustica: “Con il massimo rispetto che si deve a un’istituzione, mi permetto di ricordare a Nordio il nostro appuntamento comune in agenda” Data confermata anche dallo staff del Guardasigilli.
(da agenzie)
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Febbraio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
“CHI HA SBAGLIATO DOVRÀ CHIEDERE PERDONO. NON ATTRIBUIRÒ COLPE FINCHÉ NON CONOSCERÒ LA VERITÀ. MA QUALCUNO DOVRÀ PAGARE”
«Chi ha sbagliato dovrà chiedere perdono a Domenico. È arrivato il momento della verità. Adesso, veramente, basta». È passata solo qualche ora da quando il “piccolo guerriero” se n’è andato «ed è diventato un angioletto», come dice commossa mamma Patrizia.
Ha combattuto per due mesi, attaccato a una macchina, dopo il trapianto di un cuore danneggiato eseguito all’ospedale Monaldi di Napoli. Ma ora comincia un’altra battaglia, quella di questa donna di 44 anni, determinata ad andare fino in fondo per trovare le risposte al dramma che ha commosso l’Italia.
Nello studio dell’avvocato Francesco Petruzzi, Patrizia risponde alle domande dei cronisti. E spiega: «Non attribuirò colpe finché non conoscerò la verità. Ma qualcuno dovrà pagare»
In questi mesi lei potrebbe aver incontrato qualcuna delle persone che rischia di rimanere coinvolta nelle indagini.
«Sicuramente avrò parlato con loro, ci saremo stretti la mano. Ma io ho la coscienza pulita, loro no. Sono loro che dovranno vergognarsi per avermi guardata negli occhi, non io».
Con queste persone aveva un rapporto di fiducia. Si è sentita tradita?
«Provo solo schifo. Non per quello che hanno fatto nei miei riguardi, ma verso mio figlio».
Facciamo un passo indietro. Quando inizia tutto?
«Il 22 dicembre, alle dieci di sera ci dicono dall’ospedale Monaldi che è disponibile un cuore per il trapianto. Domenico viene ricoverato e io rimango con lui. La mattina successiva entra in sala operatoria».
E poi?
«Lo accompagno verso le 9.30, le 10. E lo saluto prima di andare via. Il cuore arriverà alle 14.30».
Quando finisce l’intervento che cosa le riferiscono i medici?
«Mi chiamano e dicono: “Signora, c’è un problema. Il cuore non parte. Sul momento mi sono arrabbiata. Però mi hanno spiegato che sarebbe stato attaccato all’Ecmo (il macchinario che sostituisce le funzioni cardiache n.d.r.) e che sarebbe stato inserito in lista per un nuovo trapianto. Ma come ho sempre ripetuto in questi giorni, quello che è successo non deve infangare il nome di tutto il Monaldi, né del reparto dove Domenico è stato assistito».
Prima di essere operato Domenico come stava?
«Era un bambino pieno di vita. Aveva davvero tanta voglia di vivere. Ho tanti ricordi, ma ora c’è un altro modo per ricordarlo».
Quale?
«La fondazione che vogliamo costituire per ricordare lui e aiutare altri bambini. E voglio avvisare tutti di non ascoltare i tentativi di truffa di chi ha messo on line falsi profili nei quali si chiedono donazioni».
Se non gli avessero trapiantato quel cuore danneggiato suo figlio sarebbe ancora qua?
«Ripeto, io non sto dando la colpa a nessuno. Voglio solo la verità.
Quando uscirà fuori, si saprà chi ha sbagliato. A me interessa solo che venga fatta giustizia».
Lei ha appreso che il cuore era stato danneggiato dal contatto con ghiaccio secco solo quando la notizia è uscita sui giornali, vero?
«Sì. E quando ho letto non credevo neppure si trattasse di mio figlio.
Poi una dottoressa mi ha detto: “Scusi se lo ha saputo dai giornali, ma ho aperto un’inchiesta interna e non potevo dirle nulla”. Non ho fatto altre domande perché la mia priorità era trovare un cuore per Domenico».
Quando ha compreso che non c’erano più speranze?
«Giovedì scorso. Ho visto mio figlio, ho parlato con il nostro medico legale. E ho capito. Così abbiamo deciso di cambiare la terapia. In questi giorni sono rimasta sempre accanto a lui. Ho parlato con lui. Fino stamattina»
Chi dovrà chiedere perdono, signora Patrizia?
«Fuori da casa nostra hanno esposto uno striscione, con un fascio di fiori accanto. C’è scritto “Domenico, perdonaci”. Non è rivolto alla gente comune, ma a chi ha sbagliato».
(da Repubblica)
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