Settembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
L’AVVOCATO FIUMEFREDDO INVIA UN NUOVO DOSSIER AI PM DI ROMA: PER LEGGE NON POSSONO ASSUMERE CARICHE IN UN PARTITO
Si va dal poliziotto indicato come vicepresidente di un circolo di Futuro nazionale, al dirigente sindacale della Polizia che ha organizzato un incontro pubblico con Roberto Vannacci. Una casistica che, secondo la rete civica Fronte antifascista, conta ormai numerosi casi in tutta Italia.
È da questa mappa di episodi che prende forma l’integrazione dell’esposto presentato alla Procura di Roma dall’avvocato di Catania Antonio Fiumefreddo, coordinatore nazionale del Fronte antifascista. La richiesta è dettagliata: verificare se tra iscritti, dirigenti, coordinatori territoriali e attivisti di Futuro nazionale vi siano appartenenti in servizio alla Polizia di Stato o agli altri corpi di polizia a ordinamento civile. Per legge i poliziotti e i militari possono iscriversi a un partito politico ma non possono assumere cariche direttive né incarichi organizzativi al suo interno.
Uno dei casi citati nelle ricostruzioni del Fronte antifascista riguarda un referente dell’area campana legata a Vannacci che, annunciando l’adesione a Futuro nazionale, indicò come proprio vicepresidente un agente della Polizia di Stato.
Un altro episodio riguarda un dirigente del principale sindacato di polizia a Torino, già alla guida di un team collegato al precedente movimento politico di Vannacci e definito dalla stampa come vicino al generale.
Nel maggio scorso lo stesso sindacato organizzò un convegno con Vannacci dedicato, tra gli altri temi, a remigrazione, certezza della pena e tutela delle forze dell’ordine.
E ancora: tra Ragusa e Siracusa, un ex sovrintendente capo della Polizia di Stato, ormai in pensione, è stato indicato dalla stampa come promotore di un comitato e tra i partecipanti all’assemblea costituente di Futuro nazionale dello scorso giugno.
Sono episodi pubblici che il Fronte antifascista mette in fila e sui quali chiede accertamenti. Perché il punto, per Fiumefreddo, non è stabilire quali idee politiche possano avere gli uomini in divisa. Il confine è un altro: se l’eventuale partecipazione politica di un appartenente alle forze dell’ordine resti nell’ambito delle libertà individuali oppure se si trasformi nell’assunzione di incarichi, attività organizzative o esposizione pubblica incompatibili con i doveri di imparzialità, correttezza e neutralità. E soprattutto se la qualifica, il grado, l’uniforme o l’esperienza professionale vengano utilizzati per dare maggiore forza a un progetto politico.
«Il nostro non è un sospetto», insiste l’avvocato. Il Fronte antifascista sostiene di avere raccolto una quantità significativa di materiale pubblico: post, fotografie, video, comunicati, interviste e immagini pubblicate sui social. Una sorta di archivio dal quale, secondo l’organizzazione, emergerebbero ulteriori situazioni da verificare.
La vicenda si intreccia con gli accertamenti preliminari avviati dalla Procura militare di Roma sulla possibile presenza di appartenenti alle Forze armate nella struttura organizzativa di Futuro nazionale, dopo una segnalazione del sindacato dei militari. L’esposto del Fronte antifascista riguarda invece le forze di polizia a ordinamento civile. «Non voglio fare allarmismo – sottolinea Fiumefreddo – oggi non esiste alcuna verità accertata che autorizzi a parlare di un possibile rischio di colpo di Stato. Eppure, alcuni segnali meritano di essere osservati con attenzione».
La preoccupazione nasce soprattutto dalla possibile sovrapposizione tra ambienti politici che evocano l’intervento dei militari e un eventuale coinvolgimento organizzato di appartenenti alle forze dell’ordine. Una presenza politica strutturata di uomini in divisa, «molto particolare» che, secondo l’avvocato, deve essere accertata ed eventualmente fermata. «Meglio prevenire che curare», è la sintesi di Fiumefreddo.
(da Repubblica)
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Settembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
NEL 2024 L’ITALIA È STATA LA DESTINAZIONE SCHENGEN PIÙ RICHIESTA: 161MILA DOMANDE DALLA FEDERAZIONE RUSSA, DI CUI IL 94.3%ACCETTATE. IACOBONI: “COME MAI ITALIA, FRANCIA E SPAGNA SONO COSÌ GENEROSE CON I VISTI AI RUSSI? QUI ENTRANO IN GIOCO ORIENTAMENTI GOVERNATIVI. NON A CASO, SONO I TRE PAESI CHE SI OPPONGONO ALL’INSERIMENTO DI ULTERIORI RESTRIZIONI AI RUSSI”
Dopo l’invasione su larga scala della Russia in Ucraina nel 2022, l’Unione europea ha
drasticamente ridotto il rilascio di visti per i cittadini russi.
Eppure Italia, Francia e Spagna continuano a essere i Paesi che concedono più visti ai russi, da soli coprono nel 2025 il 75% di tutti i russi entrati nell’area-Schengen. […] L’Italia in particolare è una specie di colabrodo.
Secondo un ufficiale di una intelligence occidentale, la preoccupazione «molto fondata è che la Russia approfitti e infili un buon numero di agenti o asset dei servizi russi».
In questo mare di legittimi viaggiatori russi benestanti, o ricchi, che hanno case e proprietà in Sardegna, a Portofino o Forte dei Marmi, può poi entrare di tutto, dalle spie alla figlia di Putin. I due “turisti” russi che andarono a fare gli attentati a Skripal a Salisbury, agenti del Gru, erano passati tranquillamente, più volte, dagli aeroporti di Roma e Milano.
Una delle figlie di Vladimir Putin, Katerina Tichonova, prima di finire nell’elenco delle sanzioni russe (con divieto di ingresso in Europa) dal 2015 a tutto il 2022 ha visitato molto spesso la Germania […] grazie a un visto Schengen emesso dall’Italia oltre 20 volte, che non figurava neanche nei registri. Il bielorusso accusato dalla Germania dell’attentato a Lipsia è entrato con visto consolare ottenuto a Minsk. La tradizione continua.
Non una tradizione gloriosa.
I numeri ufficiali forniti dalla Commissione sono eloquenti. Nel 2019, prima della pandemia, i cittadini russi avevano ottenuto circa 4 milioni di visti Schengen. Poi, dopo l’invasione di Putin in Ucraina del 22 febbraio 2022, grazie soprattutto all’impegno dei Paesi del nord e dell’est Europa, il numero totale dei visti ai russi è sceso a 600 mila (nel 2022) e 500 mila (nel 2023). Nel 2024 e nel 2025 si è verificato un leggero aumento, con 552.600 e 620.000 visti. Ma in questa cifra il grosso passa da Italia e Francia (e subito, in terza posizione, la Spagna di Sanchez).
Nel 2024 l’Italia è stata nettamente la destinazione Schengen più richiesta dai russi: 161.401 domande, […] circa il 26,6% delle 606.594 domande Schengen presentate in quell’anno dalla Federazione Russa. Di queste l’Italia ne ha generosamente accettate 152.254, il 94,3%. Nel 2025, delle 170.511 domande di visti russi (tra consolati di Mosca e Pietroburgo) l’Italia ne ha accettate 163.908.
A queste vanno aggiunti almeno i visti dal consolato di Minsk, dove i russi che chiedono, ottengono: 50.912 domande russe, 50.711 visti russi concessi. Non ci piace dire no a Putin e Lavrov. Lasciamo stare i visti concessi a russi attraverso consolati a Tashkent (Uzbekistan), Baku (Azerbaijan), Ashgabat (Turkmenistan 2
Come mai Italia Francia e Spagna sono così generose, e di gran lunga, rispetto a tutti gli altri Paesi, con i visti ai russi? Qui entrano in gioco orientamenti governativi che influenzano consolati e ambasciate. Non a caso, sono (e di gran lunga) i tre Paesi che si oppongono all’inserimento di ulteriori restrizioni ai russi.
Poi c’è una questione che riguarda i visti russi illegali, o eventuali reati. L’ambasciatore italiano in Uzbekistan, il nobile Piergabriele Papadia de Bottini (che avrebbe agevolato anche diversi ingressi di russi per il padiglione russo alla Biennale di Venezia), è stato arrestato in primavera in un’inchiesta della Procura di Roma perché avrebbe venduto visti a russi a cifre impossibili per russi normali (da 4 mila a 16 mila euro a persona), ma assolutamente fattibili per oligarchi, e siloviki, ossia gli uomini dei servizi russi.
Papadia per i pm aveva inserito nel suo ufficio una russa di 53 anni, residente in Bulgaria, di nome Tatiana Tarakanova, che aveva già lavorato con lui e dove? Al consolato italiano a Mosca. In questo modo sono entrati in Italia 97 nuovi russi. Di questi cento, un certo numero è legato ai servizi di Mosca, e sotto l’attenzione, ci dice una fonte, delle nostre agenzie d’intelligence.
(da “La Stampa”)
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Settembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX CAPO DI STATO MAGGIORE DELLA DIFESA, VINCENZO CAMPORINI, RIDIMENSIONA L’ALLARME: “LA MIA ESPERIENZA NON MI HA MAI FATTO PERCEPIRE IL SOSTEGNO A MOVIMENTI AUTORITARI” … IL CASO DI DELL’UFFICIALE IN SERIVZIO ANTONSERGIO BELFIORI, ASSEGNATO AL TERZO STORMO DI VILLAFRANCA, DOVE HA FONDATO LA SEDE LOCALE DI FUTURO NAZIONALE
Il capitano e il generale. L’unico ufficiale in servizio a scendere apertamente in campo al fianco di Roberto Vannacci si chiama Antonsergio Belfiori: è assegnato al Terzo Stormo di Villafranca (Verona), dove quest’estate ha fatto nascere la sede locale di Futuro Nazionale.
E’ salito sul palco della Costituente che ha lanciato il partito di Vannacci, tra un esaltatore della lotta contro i musulmani a Lepanto e un imprenditore che loda la X Mas e vuole la remigration.
Il capitano Belfiori ha parlato di «operatori silenziosi per la sicurezza a cui non bastano più le pacche sulle spalle. Tra pochi anni avremo militari e agenti in pensione con il 60 per cento dello stipendio: la nuova classe povera del Paese».
Ma qual è il seguito del Generale nelle caserme? Non ci sono stime e i pareri sono discordi, anche se nelle forze armate c’è la sensazione di un consenso limitato. «La mia esperienza non mi ha mai fatto percepire il sostegno a movimenti autoritari – dichiara il generale Camporini, ex capo di Stato maggiore della Difesa e dell’Aeronautica -. Ho passato una vita in divisa e non ci sono mai state pulsioni di questo tipo».
Diversa la visione del generale Maurizio Fioravanti, che ha guidato la Folgore e i reparti speciali: «Mi è difficile quantificare quanti siano con Vannacci. Credo che rispecchino la quota attribuita dai sondaggi a Futuro Nazionale: intorno al 15 per cento.
Sono militari che manifestano il malcontento per la carriera che non hanno avuto; altri che votavano 5Stelle o a destra. Certamente sono una minoranza, che dimentica un valore fondamentale: la politica non deve interferire con le forze armate perché si tratta di un’istituzione al servizio del Paese».
Un mix di rancore e opportunismo, di nostalgici o di propugnatori di legge e ordine: né più e né meno come nel resto della società italiana. C’è un episodio che segna uno spartiacque e ha spinto molti militari ad aprire gli occhi sui fan di Vannacci: le minacce a Gianfranco Paglia, il colonnello dei parà e medaglia d’oro, costretto sulla sedia a rotelle per le ferite subite al check point Pasta di Mogadiscio.
«Gli ha alienato molte simpatie – rimarca Camporini – perché Paglia gode di una rispetto assoluto, sia per l’eroismo in Somalia sia per il rigore che ha continuato a dimostrare soprattutto nell’impegno per i diritti dei disabili»
La Folgore è diventata terreno di una battaglia politica, tirando per la giacchetta – o meglio per la tuta mimetica – il corpo a cui apparteneva il Generale. Il vannacciano Gianni Alemanno l’ha definita «quintessenza della destra italiana».
«Come se le nostre truppe fossero la sezione di un partito o il trofeo da esibire alla sagra della nostalgia», hanno commentato sulla chat degli ex avieri di Taranto. La replica più decisa è arrivata dal generale Carmine Masiello, che è il capo di Stato maggiore ed è un parà: «Quell’unità dell’Esercito, come tutto l’Esercito, non è quintessenza di nessuno – ha detto davanti a uno schieramento di soldati -. Noi siamo la quintessenza della Patria, la quintessenza dei valori della Costituzione su cui avete giurato.
La Folgore oggi viene spesso osservata come fosse il termometro dell’appoggio a Futuro Nazionale. Vannacci – come Masiello – è stato al vertice della brigata ma tra gli ex comandanti le sue scelte, dalla pubblicazione de Il mondo al contrario alla candidatura con la Lega, sono state accolte con profonda disapprovazione.
Anche il generale Marco Bertolini, all’inizio forse la figura a lui più vicina, ha voluto tracciare una linea netta contro le strumentalizzazioni e ha annullato un evento con Vannacci dell’Associazione nazionale paracadutisti: Bertolini ne è presidente e l’ha considerato contrario «alle finalità apartitiche del nostro statuto».
(da Repubblica)
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Settembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
È LA PRIMA VOLTA DOPO QUINDICI ANNI CHE UN PRESIDENTE DEL CONSIGLIO NON VA ALL’ONU (AL SUO POSTO, L’ITALIA SPEDIRA’ QUEL MERLUZZONE DI TAJANI)… PERCHÉ LA DUCETTA DISERTA IL CONSESSO INTERNAZIONALE? SAREBBE VOLATA NEGLI USA SOLO SE TRUMP AVESSE DECISO DI ORGANIZZARE UNA RIUNIONE CON I LEADER MONDIALI ACCORSI A NEW YORK
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni non sarà alla prossima riunione dell’Assemblea
generale delle Nazioni Unite a New York, salvo ripensamenti dell’ultimo minuto. L’Italia sarà comunque presente, su delega della premier, con il vicepresidente del Consiglio e ministro degli Esteri, Antonio Tajani. Lo apprende l’Adnkronos da fonti di governo.
La scelta – spiegano fonti di Palazzo Chigi interpellate – si inserisce in un orientamento già esplicitato pubblicamente da Meloni, che lo scorso 8 luglio, al termine del vertice Nato, spiegò la decisione di delegare al ministro degli Esteri Tajani la partecipazione a successivi appuntamenti internazionali con queste parole:
”Non per disimpegno, ma perché arrivo da diversi vertici internazionali e ho l’obbligo di occuparmi di diversi dossier anche in Italia”. Una scelta, dunque, che ”non ha bisogno di essere giustificata né difesa”, spiegano da Palazzo Chigi, richiamando precedenti o assenze di altri leader internazionali. ”Negli anni scorsi, infatti, si sono registrate le assenze del primo ministro britannico Starmer, del cancelliere tedesco Merz e del primo ministro del Canada Mark Carney”, concludono le stesse fonti.
Quindici anni. Da tre lustri, un presidente del Consiglio italiano non diserta l’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Dovesse davvero decidere di farlo “inviando” Antonio Tajani, come non si esclude al vertice dell’esecutivo in queste ore, Giorgia Meloni sfiderebbe una tradizione consolidata.
Ad eccezione del 2020 e 2021 – anni funesti di Covid e videoconferenze – bisogna risalire al 2011 per imbattersi in un altro premier che manda un suo delegato a New York. Ai tempi, il Cavaliere cancellò l’appuntamento nel pieno della crisi politica che lo costrinse poi alle dimissioni.
Eppure, Meloni medita il forfait. Finirà così, raccontano fonti a lei vicine, a meno che non si realizzi una specifica condizione: un vertice tra leader presieduto da Donald Trump. Proprio attorno alla figura del tycoon ruota buona parte di questa storia. Ragioni diverse che si mescolano e che meritano di essere raccontate nel dettaglio, dopo aver consultato fonti informate.
Partiamo da ciò che è certo e che risulta a tutti i soggetti a vario titolo coinvolti nell’eventuale missione: al momento il programma provvisorio dell’Assemblea prevede l’intervento di Tajani subito prima del russo Lavrov. Ciononostante l’agenda di Meloni è libera tra il 18 e il 22 settembre. O meglio, non c’è nulla che non si possa cancellare o rinviare senza troppa difficoltà.
È una misura precauzionale decisa tenendo conto dell’estrema volatilità dello scenario internazionale: nessuno può escludere un cambio di programma legato a una delle numerose crisi in corso. In quel caso, il viaggio a New York sarebbe preceduto da una tappa istituzionale in Norvegia. Ma torniamo al dilemma: da cosa dipende la scelta?
Il fattore decisivo, si diceva, risponde al nome di Trump. Nella sede del governo si è fatto il punto della situazione, pesando costi e benefici di una rinuncia. E lo si è fatto rispondendo ad alcuni quesiti. Primo: quanto costa politicamente cancellare la missione a New York? Poco, è stato il ragionamento, visto che il tycoon è il primo a mal sopportare gli organismi multilaterali.
Secondo dubbio: come giustificare un’assenza a un evento che ospiterà riunioni sulla riforma del Consiglio di sicurezza (pallino della diplomazia italiana da decenni), sulla guerra in Ucraina e in Medio Oriente, ma soprattutto sul Libano? A dicembre, è bene ricordarlo, scade la missione Unifil dell’Onu e Roma spinge da mesi per prorogarla.
Fin qui, tutto gestibile. Politicamente scomodo e scivoloso, certo, visto che soprattutto Unifil è una priorità, ma comunque gestibile. Diverso, invece, è se fosse Trump a guidare le danze. C’è un’ipotesi che circola da settimane. Riguarda la possibilità che il presidente degli Stati Uniti sfrutti la presenza dei principali big del globo sul suolo americano – anche Xi Jinping sarà alla Casa Bianca in quei giorni, il 24 settembre – per presiedere vertici di massimo livello. In quel caso, è la linea decisa a Palazzo Chigi, Meloni volerà negli Usa. Stravolgendo così i piani a cui la diplomazia lavora da tempo.
Un viaggio negli Stati Uniti, infatti, è al centro delle strategie meloniane da mesi. Con discrezione e mantenendosi a distanza di sicurezza, per evitare nuovi incidenti. La questione, in sintesi, è la seguente: la premier vorrebbe ricucire con Trump, ma senza rischiare di scottarsi di nuovo. E senza mostrarsi all’inseguimento dell’alleato. Si spiega così l’intervista al New York Times: bastone e carota, risposte gelide alternate a segnali di pace al resto dell’amministrazione.
C’è infine un’altra ragione capace di condizionare il forfait della premier all’Onu: la politica interna. Si avvicinano le elezioni e intende concentrarsi sui dossier nazionali. Girare il Paese, favorire riscontri d’immagine immediati. Per rispondere anche alla sfida di Roberto Vannacci. Il quale, per paradosso, progetta a sua volta un viaggio negli Usa per accreditarsi con la galassia Maga.
(da agenzie)
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Settembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
I SINDACATI A MELONI: “RISCHIO BOMBA SOCIALE”
L’Aigi, associazione delle imprese dell’indotto-appalto ex Ilva di Taranto, ha trasmesso ai sindacati le lettere relative alla procedura di licenziamento collettivo che coinvolgerà oltre 2.500 lavoratori. «Si tratta di un atto estremo e doloroso, al quale non avremmo mai voluto fare ricorso», ha spiegato il presidente dell’Aigi Nicola Convertino. «Un diretta conseguenza – prosegue – dell’improvvisa scadenza fissata per la chiusura dell’area a caldo già nel mese di ottobre. Siamo giunti a questo punto a causa della totale assenza di una ragionevole programmazione che avrebbe potuto mettere in sicurezza le nostre aziende».
I sindacati chiedono incontro urgente in difesa indotto
Fim, Fiom, Uilm e Usb di Taranto hanno chiesto in mattinata un incontro urgente a Confindustria, Aigi e Confapi per affrontare le criticità che si sono generate nel sistema degli appalti e dell’indotto di Acciaierie d’Italia in amministrazione straordinaria dopo il decreto della Corte d’Appello di Milano che prevede la sospensione delle attività dell’area a caldo dell’ex Ilva entro il 28 ottobre. «In attesa del confronto a Palazzo Chigi previsto per l’8 settembre e dell’udienza del 9 settembre, nella quale sarà discussa l’istanza di sospensiva del provvedimento – spiegano i sindacati – crediamo sia necessario avviare un confronto con le parti datoriali al fine di garantire un futuro ai lavoratori e alle stesse aziende dell’appalto». Per i sindacati il tema dell’indotto deve inoltre entrare a pieno titolo nel confronto con il Governo. La richiesta di incontro è stata formalizzata oggi, 4 settembre, alle tre associazioni datoriali. «Sicuri di un vostro positivo riscontro», concludono.
La lettera a Meloni: «A Taranto il rischio di una bomba sociale»
Nel frattempo, Fiom Cgil di Taranto, in una lettera aperta indirizzata alla premier Giorgia Meloni, ha lanciato l’allarme sul rischio «bomba sociale». «Non vorremmo ricordare il governo più longevo della storia repubblicana come quello che ha chiuso l’Ilva senza offrire alcuna prospettiva occupazionale, industriale e ambientale», si legge. «Il governo più longevo della storia repubblicana avrebbe potuto e dovuto dare risposte a migliaia di lavoratori, ma la sua stabilità non ha purtroppo evitato il disastro sociale e ambientale che sta per abbattersi sul capoluogo ionico», scrive il sindacato, riferendosi alla vertenza dell’ex Ilva e dell’appalto.
(da agenzie)
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Settembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
IN UN VIDEO GIRATO DI NASCOSTO, SI SENTE DUKES CHE SUGGERISCE A “MR. BREXIT” UN MODO PER AGGIRARE LA LEGGE ELETTORALE PER ASSICURARSI UNA DONAZIONE ESTERA DI 500.000 STERLINE
Due alti funzionari di Reform UK si sono dimessi a seguito di un’indagine interna al
partito di estrema destra britannico in merito ad alcune affermazioni sui finanziamenti andate in onda durante un servizio di Channel 4 News.
Dan Jukes, stretto collaboratore di Nigel Farage, e James Orr, responsabile delle politiche di Reform, si sono entrambi dimessi in attesa dell’esito dell’indagine interna. Nel servizio di Channel 4, andato in onda ieri sera, video ripresi di nascosto hanno mostrato Dukes mentre suggerisce a Farage un modo per aggirare la legge elettorale al fine di assicurarsi una donazione estera di 500.000 sterline per il partito.
La legge elettorale britannica stabilisce che, per poter donare a un partito politico del Regno Unito, è necessario essere un elettore o una società registrati nel Paese. Le riprese sotto copertura sono state effettuate da un gruppo chiamato Verbatim Investigations, fondato da giornalisti del Centre for Climate Reporting. Channel 4 News afferma di aver verificato il materiale ricevuto e di aver scelto di trasmetterlo.
(da agenzie)
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Settembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
NEL PROGRAMMA PER LA SCUOLA DELL’ULTRADESTRA SI LEGGONO ALTRE PROPOSTE GROTTESCHE: DALL’ALZABANDIERA ALL’OBBLIGO DI CANTARE L’INNO TEDESCO, DAL NAZISMO MINIMIZZATO, MISTIFICATO AL BANDO DELLA COMUNITÀ LGBTQ+ E DELLE LEZIONI SUL RISPETTO DELLE DIVERSITÀ… GIÀ NEL 2023 IL CAPO DELL’ALA PIÙ RADICALE DEL PARTITO, BJÖRN HÖCKE, TUONÒ CONTRO IL “PROGETTO IDEOLOGICO DELL’INCLUSIONE” E DEFINI’ I DISABILI “FATTORI DI PESO”
Ulrich Siegmund, 35 anni, capello rasato ogni giorno ai lati, pantalone stretto, è così: un venditore nato, come quando creò un’azienda di profumi d’ambiente («Fresh office» per lui, «Smooth Harmony» per lei). Uno capace di ribaltare ogni cosa e trasformare gli scandali in meme. Laddove Alice Weidel è ostile e negativa, fissata con il declino tedesco, Siegmund è « positiv ». Vuole «un cambiamento politico» per un «futuro migliore». Un orizzonte felice e ascendente.
I suoi lo adorano. E se finora si diceva che quelli dell’AfD avrebbero votato anche una «scopa blu», Siegmund è la prova del contrario. È al 40% nei sondaggi in Sassonia-Anhalt: e se l’aritmetica elettorale girasse in un certo modo, domenica non solo finirà primo a mani basse, ma potrebbe in teoria perfino governare. La prima volta per l’estrema destra dal 1945.
«Hi, Ulli», gli dice un tatuato a Köthen. «Ehi — risponde — grazie di essere qui». A un altro: «Uwe, giusto? Ci siamo già visti». E così via, centinaia di persone accorse nei paesini sassoni, fino a 4-5 mila in città. Si fanno un’ora di coda per un selfie con lui, e a tutti sorride, è l’amicone, il genero perfetto (copyright Spiegel ). Non è ostile nemmeno ai giornalisti, li mette solo per ultimi. Paura? «Ma dai!». Remigrazione? «È una parola del tutto normale», anzi «è positiva».
Sorriso. Niente nel suo mondo vuol essere terrificante.
Ulrich Siegmund ha 681 mila follower su Instagram e 800 mila su TikTok, solo Heidi Reichinnek (Linke) ne ha di più: è seguito da filmmaker professionisti. In un certo senso, «Ulli» è uscito dal video: perché è l’influencer, la star di TikTok che si viene a vedere. Ma lui trae energia dalla folla e gliela trasmette.
Ricorda i nomi di chi ha incontrato, è quel tipo di politico che sembra che ti veda: in breve, ha il talento della connessione. Uno così l’AfD non ce l’ha ancora avuto ( Stern ). E lo sa anche Alice Weidel.
E si fatica a capire cosa spinga queste città da cartolina, risanate e ripulite dopo la fine della Ddr e la riunificazione, nel loro risentimento contro il sistema e il mondo, nel loro cupo «la Germania ai tedeschi»: forse sono proprio le strade silenziose e vuote. La metafora di un’assenza, di una grandezza mai ritornata.
Siegmund qui è nel consiglio comunale, con il papà e il fratello. Da qui dirige l’AfD regionale che i servizi segreti definiscono «sicuramente estremista» e a rischio divieto. Ha nello staff 4 consiglieri che erano membri della HDJ, organizzazione sciolta dal tribunale che si ispirava alla Hitlerjugend e voleva educare l’élite neonazista. «Storie di 20-25 anni fa», dice lui.
Invece il programma — il manifesto di Magdeburgo — è il più radicale mai uscito in Germania. Remigrazione a manetta. Proposte come: «classi separate» per i figli dei richiedenti asilo, perché restano in Germania solo pro tempore , «per risparmiare ai nostri bambini» lo stare «con culture del tutto straniere». I disabili a parte, «paralizzano il progresso dell’istruzione».
Tutto nero su bianco.
Però Siegmund non è mai duro quando ne parla. Dicevano che al ginnasio, dove si chiamava Markus (optò per il secondo nome anni dopo), aveva un gran successo con le ragazze. Ha imparato presto a usare la seduzione. Però lasciò il ginnasio per un diploma professionale. E questo è forse il primo scarto dal sistema. Il secondo con il Covid: è lì che esce il leader radicale contro la «dittatura dello Stato» (da ragazzo è stato nella Cdu), quello che con i video conquista follower a palate e sale nelle gerarchie dell’AfD.
Alla chiesa di S. Stefano, dove ancora pende il drappo blu «Cuore non odio», la porta è aperta. Il parroco Otto racconta che la tensione è cresciuta, che ci sono comunità che hanno paura. Sulla bacheca ha appeso un volantino: «Votiamo in modo che la dignità umana, la libertà, la responsabilità restino la base del nostro stare insieme».
(da “Corriere della Sera”)
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Settembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX PREMIER PROMETTE DI INCALZARE IL RE-DUX DI FUTURO NAZIONALE SULL’EUROPA: “CIÒ CHE IL GENERALE PROPONE VIOLA LA CARTA DEI DIRITTI FONDAMENTALI DELL’UE, MA NON SAPPIAMO COSA FAREBBE, SE FOSSE AL GOVERNO, PER LE POLITICHE EUROPEE A BRUXELLES”
Quando The European House Ambrosetti ha proposto a Mario Monti di partecipare a un
confronto sull’Europa con il generale Roberto Vannacci a Cernobbio, il senatore a vita ha posto una sola condizione: «Che il dibattito fosse pubblico e tutti potessero seguire anche da fuori — dice Monti —facendo uno strappo alla regola delle conversazioni in Chatham House (riservate, non riferibili, ndr ) del Forum».
Potrebbe non essere una passeggiata di salute quella prevista domani a Cernobbio, per nessuno. Nella grande sala di Villa d’Este, il generale che fu attaché militare all’ambasciata italiana a Mosca — e ne uscì impressionato — non potrà ricorrere ai suoi video fatti con l’intelligenza artificiale per martellare sui soliti temi: la remigrazione, la difesa dell’identità nazionale contro l’Europa, la Russia con cui fare un accordo al più presto, le famiglie puramente italiane e il resto
C’è anche chi si è detto decisamente contrario anche solo a partecipare a un Forum dove trova posto il fondatore di Futuro nazionale. Carlo Calenda di Azione si è chiamato fuori in polemica con la scelta di Teha di aprire alla presenza del generale, il patron del Forum Valerio De Molli ha risposto che l’evento di Villa d’Este da sempre accoglie e dà voce alle posizioni più diverse perché tutti possano valutarle.
Per Monti è diverso. È stato commissario europeo a Bruxelles per un decennio. Prima ancora quasi tutto il suo lavoro di economista e commentatore si concentrato su come rafforzare sempre più l’Unione europea e come modernizzare l’Italia integrandola sempre di più all’Unione europea stessa.
In seguito, a Palazzo Chigi, la sua missione è stata tenere l’Italia nell’euro e salvare la moneta unica durante la crisi del debito.
Poiché questo per Monti è l’impegno di una vita, il senatore a vita ritiene che non poteva lasciar passare l’opportunità di provare a mettere i leader più antieuropei di fronte alle loro contraddizioni: sia Vannacci, che dibatterà direttamente con lui domattina, che il trentenne presidente del Rassemblement National francese Jordan Bardella, che interverrà subito prima.
«Su Roberto Vannacci e l’Europa sappiamo una cosa e ne ignoriamo un’altra — riflette Monti —. La cosa che sappiamo è che ciò che il generale propone viola la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona fa pienamente parte dei trattati stessi. Questo lo sappiamo, ma conviene farlo emergere».
Poi però c’è il resto. «Quello che non sappiamo sia del generale Vannacci che di Bardella, riguardo all’Europa, è qualcos’altro: questi due nazionalismi, se fossero al governo, cosa farebbero per i rapporti fra l’Italia e la Francia e cosa farebbero per le politiche europee a Bruxelles?».
In questa domanda si trova probabilmente il senso del confronto di domani a Villa d’Este. Politici come Vannacci e lo stesso Bardella cercano di tenere insieme promesse molto distanti: poter perseguire politiche che porterebbero alla paralisi dell’Europa o al cedimento, eppure mantenere per gli elettori tutti i vantaggi che l’Europa assicura loro
(da “Corriere della Sera”)
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Settembre 4th, 2026 Riccardo Fucile
LA NORGES BANK INVESTMENT MANAGEMENT VUOLE RIDURRE DAL 70 AL 50% IL PESO DEI BOND GOVERNATIVI DAL SUO RICCO PORTAFOGLIO, CON L’OBIETTIVO DI INVESTIRE IN PRODOTTI A PIÙ ALTO RENDIMENTO … LA CRESCITA DEI RENDIMENTI DEI TITOLI DI STATO, CAUSATA DALLA SFIDUCIA SULLA SOSTENIBILITÀ DEL DEBITO AMERICANO, RISCHIA DI FAR SALTARE IN ARIA L’ECONOMIA STATUNITENSE … LA GUERRA, L’INFLAZIONE, IL PROGETTO DEI BRICS DI CREARE UNA MONETA UNICA: È IN ARRIVO LA TEMPESTA PERFETTA
Il fondo sovrano norvegese, il più grande gestore al mondo con oltre 2 trilioni di euro di asset, ha proposto di ridurre dal 70% al 50% il peso dei bond governativi sul suo portafoglio obbligazionario.
La richiesta, firmata da Norges Bank Investment Management, il gestore del fondo, è stata inviata ieri al ministro delle Finanze norvegese Jens Stoltenberg, con l’obiettivo di aumentare l’incidenza degli investimenti in bond più rischiosi e dunque a più alto rendimento.
Secondo i dati pubblicati sul suo sito internet il 25,8% degli asset gestiti dal fondo Norges Bank Investment Management risultano investiti in titoli di debito, per un ammontare di circa 520 miliardi di euro. Al 30 giugno scorso la porzione investita in titoli di Stato ammontava al 59,5% del portafoglio obbligazionario e la sua discesa al 50% equivarrebbe alla riduzione di circa 50 miliardi di euro di bond.
Secondo Bloomberg la modifica proposta potrebbe portare a un calo di 75 miliardi di dollari delle partecipazioni in Treasury statunitensi, un aumento di 20 miliardi di dollari di bond giapponesi e una riduzione dei titoli di Stato dell’area euro, in una fase in cui il debito governativo è fortemente sotto pressione.
“Una quota governativa del 50% offre un margine confortevole rispetto al limite massimo stimato per il fabbisogno di liquidità e riduce il rischio di un impatto significativo sul mercato in caso di eventi di liquidità” mentre “la restante parte dell’indice dei bond dovrebbe offrire esposizione a maggiori fonti di premio al rischio”, si legge nella lettera.
(da agenzie)
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