Destra di Popolo.net

TRUMP VUOLE FAR ROTOLARE NUOVE TESTE NELLA SUA AMMINISTRAZIONE: IL GANGSTER DELLA CASA BIANCA DIFENDE IL VAGO MEMORANDUM D’INTESA RAGGIUNTO CON L’IRAN E STA PENSANDO DI LICENZIARE IL CAPO DEL PENTAGONO, PETE HEGSETH, E IL NUMERO UNO DELLA CIA, JOHN RATCLIFFE, PERCHE’ SI SAREBBERO OPPOSTI ALL’ACCORDO CON TEHERAN

Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile

TRA I SENATORI REPUBBLICANI CRESCE IL MALUMORE PER UN’INTESA CHE APPARE COME UNA RESA AGLI AYATOLLAH E NON PREVEDE MISURE PRECISE PER COSTRINGERE L’IRAN A RINUNCIARE AL NUCLEARE

Donald Trump promette di leggere «parola per parola» il Memorandum d’intesa con l’Iran prima della firma di venerdì a Ginevra e di consegnare l’accordo al Congresso affinché lo voti: «Mi piace l’idea, credo che passerà rapidamente».
Ma 48 ore dopo l’annuncio e con il presidente che interagisce con i leader del Golfo al vertice del G7, a Washington i silenzi e lo scetticismo prevalgono.
Pure il Wall Street Journal -che ha sostenuto l’intervento militare – in un editoriale evidenzia la “ritirata” del presidente più che la vittoria e analizza le tante incertezze contenute in un Memorandum vago segreto.
Il quotidiano parla di un presidente «in ritirata dai suoi grandi obiettivi mentre la pressione politica interna è cresciuta e finire il lavoro avrebbe richiesto rischi militari maggiori».
Trump nonostante i proclami non ha mai autorizzato una missione per recuperare l’uranio arricchito e mai ha provato a riaprire lo Stretto di Hormuz con la forza. La conclusione è che con il prezzo del greggio salito sino ad arrivare in aprile a 125 dollari, Trump «semplicemente non voleva sopportare i prezzi alti per più a lungo. Questa è stata una sua scelta, non un imperativo strategico».
Ad ammettere che il Memorandum si muove su linee generali e servirà poi scendere nei dettagli tecnici, è stato il vicepresidente JD Vance, dapprima scettico sull’apertura del fronte contro la Repubblica islamica poi incaricato di negoziare con gli iraniani e infine cucitore dietro le quinte con il Senato.
Con qualche senatore ha già avuto dei contatti, il capo repubblicano John Thune ha parlato di “briefing” con il vicepresidente per sapere dipiù di questa misteriosa intesa che, benché non vincolata a un voto, verrà votata a Capitol Hill. Il senatore James Lankford dell’Oklahoma ha detto che se «si vuole un accordo duraturo, non può avvenire a livello di un’intesa esecutiva. Dobbiamo avere un voto del Congresso per dargli una solidità a lungo termine».
Si fa notare che il Memorandum è lungo appena una pagina e mezzo (lo ha detto pure JD Vance alla Cnn), ma l’accordo Jcpoa è di 159 pagine.
I senatori non si accontenteranno di espressioni vaghe: non è chiaro, ritengono alcuni, in che modo all’Iran sarà chiesto di rinunciare al nucleare.
I punti chiave che la Casa Bianca ha fatto circolare lunedì sera a Capitol Hill hanno avuto l’effetto di irrigidire ulteriormente i repubblicani. Nelle note si legge che «l’Iran non avrà l’arma nucleare», che «il prezzo dell’energia scenderà».
«Se l’accordo è segreto, come possiamo prenderlo seriamente», ha tuonato Thom Tillis dando voce a un timore anche fra i suoi compagni di partiti: ovvero che alla fine dei negoziati – quelli veri, i sessanta e oltre giorni che scatteranno dopo la sigla – l’accordo che il Congresso avrà in mano sarà molto simile a quello di Obama che Trump stracciò nel 2018 con l’accusa di aver tolto tutte le sanzioni e versato miliardi di dollari in cambio di una frenata alle ambizioni nucleari.
Eppure, il Wall Street Journal ieri scriveva che l’Iran potrà «immediatamente vendere greggio e carburante». Per Trump è un incentivo a collaborare, ma Capitol Hill ci sono senatori con una lunga esperienza sul dossier iraniano che hanno assunto posizioni di sfiducia nei confronti della capacità del regime di mantenere le promesse.
«Se gli iraniani possono arricchire l’uranio da qualsiasi parte, allora è la stessa cosa del Jcpoa, altrimenti è un buon accordo», ha detto Lindsey Graham.
Fonti di intelligence, tra l’altro, hanno consegnato nei giorni scorsi un report che sottolinea i dubbi che la leadership iraniana e l’apparato della Repubblica islamica possano rimanere fedeli nell’applicazione dell’accordo e a rinunciare al nucleare.
Trump non arretra, non mostra dubbi sulla bontà dell’intesa. Tanto che, secondo quanto riferisce solo Israel Hayom, citando funzionari Usa, il presidente starebbe persino considerando il licenziamento di alcuni membri del Gabinetto che si sono opposti all’intesa. Fra questi ci sarebbero il segretario della Guerra Pete Hegseth e il capo della Cia John Ratcliffe.
(da La Stampa)

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L’INVASIONE DELL’UCRAINA E’ UN SALASSO PER I CONTI PUBBLICI DI MOSCA. “MAD VLAD” PERO’ NON INDIETREGGIA E ALZA LA POSTA CON INVESTIMENTI IN CARRI ARMATI, SOLDATI E BOMBE

Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile

LA SCOMPARSA DEL VERTICE DELLA BANCA CENTRALE RUSSA ELVIRA NABIULLINA CHE AVEVA AMMONITO PUTIN: LA RUSSIA VIVE AL DI SOPRA DEI PROPRI MEZZI E SPENDE UN PAIO DI MILIARDI DI EURO A NOTTE PER I BOMBARDAMENTI SULL’UCRAINA”

Sessantacinque miliardi di rubli al giorno. È il costo dell’invasione dell’Ucraina per i russi: 774 milioni di euro circa, tutti i giorni, l’equivalente del bilancio annuale di una regione russa di medio calibro come quella di Novgorod, per esempio. Il contatore continua a girare, al ritmo di 2,7 miliardi di rubli l’ora, 32 milioni di euro, mezzo milione al minuto.
La spesa militare russa continua a subire una impennata vertiginosa: soltanto nei primi sei mesi del 2026 i soldi per i carri armati, i soldati e le bombe hanno costituito il 46 per cento della spesa pubblica russa. Un aumento di sei punti rispetto alle stime di inizio anno, e un traguardo senza precedenti: praticamente un
rublo su due viene speso dal Cremlino per la sua guerra, costata in quattro anni e mezzo l’astronomica somma di 53 trilioni di rubli, più di 630 miliardi di euro.
Numeri che promettono escalation e spiegano cosa farà Vladimir Putin nei prossimi mesi: come un giocatore incallito, dal 2022, il dittatore russo ha continuato ad alzare la posta, scommettendo somme sempre più elevate sullo stesso obiettivo.
Le spese militari sono salite del 69% rispetto al 2024, il 129% in più dal 2023 e 4,6 volte dal 2022. Putin aveva promesso l’anno scorso una riduzione delle spese belliche per calmare i suoi industriali, ma i numeri testimoniano una tendenza inversa: invece di scendere da 7,8 al 6,2% del Pil come annunciato, le voci legate alla difesa sono già passate al 12% del Pil russo, e anche se Kluge non esclude un aggiustamento, è convinto che non scenderanno sotto il 9-10%.
Numeri che spiegano anche alcuni misteri degli ultimi giorni, come la sparizione della governatrice della Banca centrale Elvira Nabiullina. Non è apparsa né al recente Forum economico di Pietroburgo, la vetrina dell’economia russa, né alla riunione del presidente con parte del suo governo, dove oltretutto non era presente nessun dirigente della Banca centrale.
Ma la sua diagnosi potrebbe anche essere definita da un altro numero: 6 trilioni di rubli, più di 71 miliardi di euro, le dimensioni del “buco” nel bilancio russo nei primi cinque mesi del 2026
Un deficit quasi doppio di quello previsto per l’intero anno, e che non accenna a diminuire, rendendo la missione di una Banca centrale – mantenere stabile la moneta nazionale e combattere l’inflazione – praticamente impossibile.
Indiscrezioni raccolte dal Moscow Times sostengono infatti che l’inflessibile governatrice sia tornata a chiedere a Putin di esonerarla dall’incarico. Una teoria popolare a Mosca sostiene che ci avesse già provato all’inizio dell’invasione dell’Ucraina e che, alla fine, fosse stata costretta o convinta a rimanere in nome della salvezza dell’economia. In effetti, se la Russia non è ancora collassata nell’iperinflazione è merito in parte del rigore di Nabiullina, e Forbes Russia nota come dopo il 2022 la governatrice vesta quasi sempre di nero, rinunciando anche alle sue famose spille che un tempo facevano da commento ironico alle sue politiche monetarie.
Che d’ora in poi saranno difficilmente praticabili: una settimana fa la Duma ha approvato, in tutta fretta, in tre letture nello stesso giorno, un emendamento legislativo che permette al governo di aumentare le spese e il debito oltre i limiti previsti dalla finanziaria, senza consultare il parlamento.
In altre parole, il bilancio russo sarà d’ora in poi carta straccia. È la risposta del Cremlino alla diagnosi che Nabiullina e i ministri responsabili per l’economia avrebbero osato rivelare a Putin qualche giorno fa: la Russia vive ben sopra i mezzi e non può più permettersi bombardamenti di Kyiv che costano un paio di miliardi di euro a notte, meno che mai ora che lo sblocco di Hormuz promette di far scendere il prezzo del petrolio. Il risultato è stato che il ministro delle Finanze, Anton Siluanov, ha annunciato, come rivelato dal Financial Times, tagli di bilancio per 180 miliardi di euro nei prossimi due anni e mezzo, lasciando però invariate tutte le voci di spesa militare.
(da La Stampa)

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“VANNACCI DICE CAZZATE, NON CONTA UN PIFFERO DI NIENTE. LA SMETTA DI FARGLI PROPAGANDA”. MASSIMO CACCIARI A “OTTO E MEZZO” ATTACCA LILLI GRUBER

Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile

QUANDO LA GRUBER RICORDA DI AVER INVITATO VANNACCI PERCHÉ HA FONDATO UN PARTITO, CACCIARI IRONIZZA: “SPERIAMO CHE SIA LA PRIMA E L’ULTIMA VOLTA”

Botta e risposta serrato a Otto e mezzo (La7) tra Lilli Gruber, e il filosofo Massimo Cacciari sulla figura di Roberto Vannacci e sulle possibili derive fasciste del suo nuovo movimento, Futuro Nazionale.
Tutto comincia quando l’editorialista di Repubblica Massimo Giannini collega la precedente invettiva di Cacciari sull’antifascismo alle posizioni del governo Meloni su Israele, Trump e i “nuovi fascismi illiberali”.
Il filosofo si inalbera immediatamente: “I nuovi fascismi non sono neanche questo. Sono un’altra cosa molto più seria, e non sono più fascismi per ragioni tecniche. Non sto qui a spiegare, l’ho spiegato cento volte dappertutto. Basta. Non è più il pericolo del fascismo, è assurdo questo discorso”.
Pochi minuti dopo, quando Gruber gli chiede del fenomeno Vannacci, Cacciari alza ulteriormente il tono. Racconta di aver convinto, in seminari e incontri universitari, giovani che leggevano sergenti nazisti, Evola e Codreanu a uscire da quel “pantano”.
E avverte: “Bisogna discutere e confrontarsi, perché le idee di cui sei certo sono più forti da tutti i punti di vista, anche dal punto di vista del mito”. Per costruire un’unità politica europea, aggiunge, occorrono parole, ideali e miti capaci di parlare ai giovani, non “patentini”, “scemenze” e censure, tanto più in una politica contemporanea che è meramente “un’arte ragionieristica” priva di anima.
Il filosofo, quindi, ridimensiona nettamente la figura del leader di Futuro Nazionale: “Non è Vannacci, lei lo sa meglio di me Gruber. È la seconda forza politica tedesca, è la Le Pen che ha detto e dice cose centomila volte peggiori di quelle pronunciate da Vannacci“.
Secondo Cacciari, se Vannacci corre da solo la sinistra brinda e vince; se resta nel centrodestra, tutto rimane come prima. E sottolinea: “Vannacci è l’ultimo dei problemi, neanche il penultimo, l’ultimo!”.
La conduttrice ricorda che anche Pier Luigi Bersani evocava una battaglia delle idee e ancora una volta Cacciari sbotta: “E chi fa questa battaglia delle idee? Bersani? Ma vedete che stiamo dicendo delle cose fuori dal mondo?”.
Gruber obietta che il contributo del l’ex leader del Pd è prezioso, ricordando i suoi tour per l’Italia per parlare coi giovani, ma l’ex sindaco di Venezia Cacciari mantiene la linea, ribadendo che serve un ricambio generazionale vero: “Non può
essere né Bersani né Cacciari, bisogna che ci sia una classe politica giovane. Cosa vuoi che sia Bersani o Cacciari a fare la battaglia delle idee?”.
“Tutti possono dare il loro contributo”, insiste la giornalista.
Quando Gruber ricorda le parole di Vannacci sul reato di femminicidio, Cacciari taglia corto: “Devo commentare l’idiozia di un Vannacci? Vannacci non ha cultura e humus dietro, né la storia dei grandi movimenti della destra. Non lo sottovaluto affatto, lui si sottovaluta da sé“.
Poi rimprovera in modo veemente la conduttrice: “Vannacci non ha un piffero di niente, smettiamolo di fargli propaganda. Gruber, smettiamogli di fargli propaganda, vivaddio“.
Gruber replica ricordando non aver mai invitato Vannacci prima e di averlo fatto ora solo perché ha fondato un partito e tenuto una Costituente.§
Cacciari chiude sarcastico: “Speriamo che sia la prima e l’ultima volta”.
(da Il Fatto Quotidiano)

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IN CISGIORDANIA UN GRUPPO DI COLONI CRIMINALI ISRAELIANI HA DATO FUOCO ALL’INGRESSO DI DUE MOSCHEE, VICINO A RAMALLAH, E HA IMBRATTATO I MURI CON SLOGAN RAZZISTI E INCITANTI ALL’ODIO

Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile

QUATTRO PALESTINESI SONO RIMASTI FERITI DURANTE UN ATTACCO DI ESTREMISTI DELLO STATO EBRAICO A UNA CITTÀ A SUD DI NABLUS, DOPO ESSERE STATI AGGREDITI

Durante la notte coloni israeliani avrebbero incendiato l’ingresso di una moschea nel villaggio di Jaljilya, vicino a Ramallah in Cisgiordania. Lo riportano i media palestinesi. Non sono stati segnalati feriti.
Sono state pubblicate anche alcuni immagini dove si vede del fumo che fuoriesce dall’ingresso della moschea e. Inoltre i muri sono stati imbrattati con alcune frasi come “Ragazzi, svegliatevi”, “Notte delle moschee” e “Vendetta”.
I coloni israeliani hanno intensificato gli attacchi in Cisgiordania, incendiando due moschee a nord di Ramallah e imbrattandole con “graffiti razzisti”, secondo quanto riferito da testimoni locali.
I coloni hanno dato alle fiamme una moschea a Jaljilya e un’altra nella vicina città di Mazare Al-Nubani, causando danni materiali a entrambe le strutture. Il Ministero palestinese degli Affari Religiosi ha condannato gli attacchi, definendoli una grave violazione dei luoghi di culto e una violazione delle leggi internazionali a tutela dei siti religiosi, costituendo una pericolosa escalation e una provocazione in quanto prendono di mira luoghi sacri e simboli religiosi sia islamici che cristiani.
Il ministero ha ritenuto le autorità israeliane pienamente responsabili degli attacchi e delle loro ripercussioni, esortando la comunità internazionale e le organizzazioni per i diritti umani ad agire per proteggere i luoghi di culto e assicurare i responsabili alla giustizia. In un altro episodio, quattro palestinesi sono rimasti feriti durante un attacco dei coloni a una città a sud di Nablus, dopo essere stati aggrediti, e diversi veicoli sono stati danneggiati.
(da agenzie)

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FENOMENOLOGIA DI UNA DISFATTA CHIAMATA PNRR

Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile

IL DIVARIO TRA OBIETTIVI RAGGIUNTI E SPESA EFFETTIVA E’ IMMENSO

A pochi giorni dalla scadenza del 30 giugno, il bilancio del Pnrr assume i contorni di una disfatta strutturale. Il de profundis è stato suonato nientemeno che dal Financial Times che ha definito «un fallimento la gestione italiana del Pnrr». Tra ritardi, definanziamenti, e rimodulazioni, il Piano si è rivelato un percorso a ostacoli con buona parte delle somme stanziate bloccate nei meandri della burocrazia o dirottati altrove.
A maggio la Corte dei conti, nella sua relazione semestrale, ha evidenziato un avanzamento complessivo del Piano. Sono stati, infatti, raggiunti i 50 obiettivi Ue previsti per il 2025 con un aumento complessivo del 72%. Dati rivendicati dal governo come un successo ma, come ricorda Pagella Politica, «l’analisi si concentra solo su alcuni progetti specifici, che rappresentano il 42 per cento delle risorse che si sarebbero dovute spendere durante tutto lo scorso anno». Così se ad esempio la digitalizzazione nella Pa corre e, anzi, è in anticipo sui tempi di completamento, resta il complessivo divario tra obiettivi raggiunti e spesa effettiva, considerando anche lo slittamento di 24,2 miliardi oltre il 2026.
Il fallimento più eclatante è la gestione dei fondi destinati al superamento dei ghetti dei braccianti agricoli. Il governo Draghi aveva stanziato 200 milioni di euro per smantellare le baraccopoli, restituendo dignità a migliaia di lavoratori invisibili realizzando circa 11mila alloggi. Di quei fondi verranno spesi appena 24 milioni. I grandi insediamenti pugliesi, come Borgo Mezzanone, dove migliaia di persone vivono ancora senza acqua né luce. La Corte dei conti per la Puglia, a febbraio 2026, ha bocciato i piani per il superamento dei ghetti, dichiarando «del tutto
insufficiente» la gestione dei fondi Pnrr a causa delle inefficienze e dei ritardi accumulati.
Non meno critica è la situazione della sanità. I dati della Fondazione Gimbe fotografati al 31 dicembre 2025 raccontano una realtà impietosa: su 1.083 case di comunità finanziate solo 66 erano pienamente attive, vale a dire il 3,9% del totale, mentre 781 avevano almeno un servizio operativo. Non va meglio agli ospedali di comunità. Sui 594 progetti programmati solo 163 risultano avere almeno un servizio attivo (il 27,4% del totale previsto). Il rischio concreto è quello di lasciare in eredità alle future generazioni scatole vuote e mancanza di servizi territoriali. La riforma sui medici di famiglia voluta dal ministro della Salute Orazio Schillaci, e per ora saltata, prevedeva la presenza dei sanitari nelle case e negli ospedali di comunità. Ma se al momento la riforma resta ferma al palo il ministro ha ribadito che «si troverà la quadra perché è una rivoluzione dalla quale non possiamo tirarci indietro».
Sulle infrastrutture, il divario territoriale è netto: il centro-nord ha rendicontato il 52,7% delle spese, il Mezzogiorno soltanto il 39,5%. E mentre si tagliano i fondi per collegare il Sud al resto d’Europa, si continuano a privilegiare grandi opere come il Ponte sullo Stretto, rimandando o rimodulando interventi sulla rete ferroviaria o autostradale. Secondo i dati di Banca d’Italia, il 40% dei cantieri è in ritardo mentre solo il 2% è completato e per le opere che superano i cinque milioni di euro, al 28 febbraio scorso il 48% non era ancora stato avviato. L’Alta Velocità Salerno-Reggio Calabria, ad esempio, opera strategica per il Mezzogiorno ha subito un drastico definanziamento di 9,4 miliardi di euro dirottati verso «diversi capitoli di bilancio» mentre il completamento di altre grandi opere, spostate su diverse linee di finanziamento, è previsto per il 2032.
Come già scritto da Domani, i ritardi su edilizia scolastica rischiano di vanificare i fondi stanziati dal piano. Molti istituti fanno i conti con problemi di amianto, efficientamento energetico e danni strutturali con i quali si dovranno fare i conti a settembre fondi non spesi o, in alcuni casi, mai arrivati. Stessa sorte per gli asili nido, passati con l’ultima rimodulazione dagli oltre 254mila nuovi posti a 150mila, obiettivo difficilmente raggiungibile come certificato dall’Ufficio parlamentare di
bilancio. A farne le spese soprattutto i piccoli Comuni e le aree del Sud. E l’università? Dimezzato l’obiettivo dei 60mila posti letto per i fuori sede passati a 30mila, e tagliato il finanziamento da 1,1 miliardi di euro a 599 milioni per completare i progetti già avviati entro la rendicontazione del 31 agosto.
L’orologio corre e il percorso resta ancora in salita. Così se Openpolis dà per spesi 104,6 dei 194 miliardi stanziati, oggi restano da completare più di 100 progetti, mentre si deve riscuotere ancora la decima e ultima rata da 28,4 miliardi. Nodo cruciale la trasparenza, il vero scoglio che dovrà superare il governo Meloni. Non basterà sbandierare le milestone per evitare di restituire i fondi, ma presentare progetti concreti anche perché il vicepresidente europeo Raffaele Fitto ha detto più volte che non ci saranno proroghe: solo con la rendicontazione del 31 agosto sapremo quanto del Pnrr sarà realtà e quanto resterà nel libro dei sogni.
(da editoraledomani.it)

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MELONI, GLI ALLEATI E LA SINDROME DEL DECLINO OLTRE VANNACCI

Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile

EMERGE LA FRAGILITA’ DEGLI JUNIOR PARTNER DEL GOVERNO

Fosse solo Vannacci. Il governo scopre all’improvviso la fragilità dei suoi junior partner, e specialmente quella della Lega trafitta (non solo dal punto di vista numerico) dalla nascita di Futuro Nazionale. La giornata di ieri ha rivelato un partito in vera crisi di nervi. Rinviato sine die il consiglio federale che doveva rassettare gli organigrammi e la linea. Silenziata la richiesta di Matteo Salvini al Viminale. E in Parlamento un incomprensibile inchino all’ordine del giorno vannacciano contro i medici «amici dei migranti», con Nicola Molteni che prima chiede la riformulazione («Non accettiamo lezioni sull’immigrazione») e poi soccombe: parere favorevole, chiudiamola lì.
Fosse solo Vannacci. Il problema è che nessuno nel Carroccio ha più la forza di determinare una nuova strada, uno straccio di soluzione, un punto di ripartenza. Non i governatori, che hanno fatto largamente capire di essere indisponibili a puntellare la traballante segreteria di Salvini. Non i suoi ministri, che sembrano guardare lo splash down del partito affacciati alla finestra. Non Salvini, costretto a rinviare ogni scelta al ritiro di Treviglio, prima settimana di luglio. E chissà per
quella data dove saranno arrivate le percentuali del Carroccio, chissà dove si sarà arrampicato il generale.
Fosse solo Vannacci. Per i sondaggi più favorevoli due anni fa la Lega era al 9 per cento, un anno fa al 7 per cento, un mese fa al 6 per cento. E Forza Italia racconta una curva discendente meno rapida ma altrettanto disperante: 9,5 per cento alle ultime europee, 7,2 nel sondaggio Swg di due giorni fa che ha fatto saltare sulla sedia molti. Il declino degli alleati è un problema che Giorgia Meloni non aveva previsto.
Non così veloce, e soprattutto: mai a vantaggio di forze esterne, perché finora il travaso di consensi era tra un partito e l’altro della coalizione e i voti restavano comunque a casa.
Il timore è che sia la fine di un ciclo. Quello della Lega, il più vecchio partito italiano, passato attraverso ripetute trasformazioni, spesso traumatiche, ma mai al buio come adesso perché c’era comunque una classe dirigente capace di prendere la scopa e spazzare via le esperienze perdenti. Ma anche sul fronte moderato, sulla trincea quotidiana di Forza Italia, comincia a tramontare la certezza che la nostalgia del berlusconismo possa sorreggere le percentuali per altri dieci mesi, fino alla fatidica primavera 2027 che segnerà con tutta probabilità il ritorno alle urne. E anche lì: i tentativi di svecchiare, cambiare profilo, trovare nuove spinte propulsive, risultano troppo timidi per generare un recupero significativo.
Fosse solo Vannacci. La crisi che adesso appendono al suo nome lo precede di molto: fino al giugno 2024, due anni fa, un battito di ciglia, era appena un ufficiale sospeso dal servizio «per aver leso la neutralità/terzietà della forza armata». Ma il declino della Lega era già evidente all’epoca (tant’è che lo hanno arruolato per fare numeri), così come il decrescente appeal di Forza Italia. E tuttavia nessuno sembrava farci caso, un po’ perché tutti stavano facendo altro – il mirabolante Ponte, le riforme costituzionali, le celebrazioni delle vittorie di territorio – un po’ perché pensavano: alla fine gli elettori resteranno nel recinto del centrodestra, dove volete che vadano? Da Giuseppe Conte? Da Elly Schlein? Figuriamoci.
Ora il buio incombe. Se ne va il voto sovranista. Non si allarga il perimetro del voto moderato. E se la linea di Giorgia Meloni è chiara (provare a ridimensionare il
generale come utile idiota delle sinistre), se è altrettanto chiara la linea delle sinistre (usare il generale come utile idiota) tutti gli altri, e specialmente quelli a cui leva più voti, si aggirano confusi chiedendosi: e adesso che facciamo?
(da La Stampa)

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LAVORI UMILIANTI, LA RIVOLTA CORRE SUI SOCIAL

Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile

TRA IL SERVILE E UN ATTO DI BENEFICIENZA DEL DATORE DI LAVORO

Qualche cosa tra il servile e un atto di beneficenza del datore di lavoro nei confronti del lavoratore. Questa sembra l’idea di lavoro che emerge dalle risposte che alcuni datori di lavoro danno alle legittime, direi ovvie, richieste di informazioni su orari, salari, trattamento dello straordinario.
L’offerta di lavoro andrebbe accettata a scatola chiusa, al buio, e possibilmente con gratitudine, perché in cambio ci sarà un compenso. Ma quanto e a quali condizioni meglio non chiederlo, se non si vuole essere esclusi a priori in quanto “troppo” attenti ai propri diritti in un rapporto di scambio tra prestazione lavorativa e remunerazione che si vuole invece mantenere il più asimmetrico possibile. Per alcuni datori di lavoro, il lavoro non è neppure più solo una merce, ma una cessione di diritti. E la competizione nel mercato del lavoro non è basata sulle competenze da un lato, le condizioni di lavoro dall’altro, ma sul grado di ricattabilità causata dal bisogno di guadagnare purchessia, lungo una scala gerarchica al fondo della quale ci sono i più disperati e i più privi di diritti anche fuori dal mercato del lavoro, gli stranieri taglieggiati dai caporali con la tacita connivenza dei datori di lavoro.
Invece informarsi è un diritto che è necessario esercitare, non solo per poter scegliere con cognizione di causa, ma per non trovare sorprese dopo che si è accettato al buio un rapporto di lavoro, scoprendo poi che gli straordinari sono dovuti, ma non pagati, o le ferie inesistenti, o che le mansioni sono diverse da quelle inizialmente pattuite, o che il costo di vitto e alloggio detratti dallo stipendio se lo mangiano quasi tutto.
Ci si dovrebbe rallegrare che molti giovani oggi pretendano di avere informazioni precise su tutti gi aspetti delle condizioni di lavoro. Invece di trattarli da giovani viziati e perciò con troppe pretese, dovremmo essere contenti che, nonostante un’educazione civica non sempre all’altezza del bisogno, un’informazione spesso raccolta indiscriminatamente sui social, una diffusione del lavoro povero ignorata dalla politica, molti di loro hanno sviluppato una consapevolezza dei propri diritti di base e dignità come cittadini e lavoratori sufficiente a indurli a porre le domande
essenziali per l’avvio di un qualsiasi rapporto di lavoro in una società né feudale, né dittatoriale.
Ci saranno anche quelli che hanno poca voglia di lavorare. Ma la richiesta di informazioni non ne è né una prova, né un indizio. Piuttosto le risposte che ricevono sono l’indizio di una cultura imprenditoriale, non so quanto diffusa, ma temo non marginale specie in alcuni settori, che considera il lavoro e i lavoratori come un bene di cui appropriarsi per usarlo a piacimento e fuori da ogni regola contrattuale minima.
(da La Stampa)

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LA MAGLIETTA DEL NONNO

Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile

IL REGALO DI MERZ A TRUMP

Il cancelliere Merz sguscia alle spalle dei commensali del G7 e porge all’illustre ospite la maglietta della nazionale tedesca. Trump la osserva quasi con sospetto, come se l’avesse appena indossata Zelensky. Vede il suo cognome scritto sulla schiena accanto al 47 (il numero che occupa nella lista dei presidenti americani), ma è evidente che non ha la minima idea del perché quel tizio allampanato gliel’abbia voluta mettere in mano. Conserva un vago ricordo di quando alla Casa Bianca gliene regalò una simile la Juventus, e lui ne approfittò per dare voce alle sue ossessioni: chiese se tra i calciatori c’erano dei clandestini e se con loro giocavano anche le donne.
Di calcio Trump sa meno di nulla – a lui piacciono gli sport dove ci si mena e basta, preferibilmente dentro una gabbia – e forse ha dimenticato che suo nonno era tedesco e si chiamava Trumpf, prima di emigrare a New York e perdere la «f» lungo la traversata. O forse semplicemente gli fa comodo scordarsi di essere nipote di un migrante, e della flaccida Europa per di più. Sta per restituire la maglietta della Germania a Merz, quando il cancelliere gli dice «ma è tua!». Allora capisce di essere dentro una recita e, indossando quel ghigno mellifluo che contrabbanda per un sorriso, la offre in ostensione ai fotografi prima di appallottolarla sul tavolo in attesa che passino a raccoglierla i camerieri. Immagino che per lui intorno a quel tavolo lo siano un po’ tutti.
(da Corriere della Sera)

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VANNACCI C’ERA ANCHE PRIMA

Giugno 17th, 2026 Riccardo Fucile

E’ SOLO IL REMAKE DI VECCHI FILM

Vannacci non è tra i pericoli più gravi che corre l’umanità. Il sollevamento dei mari avrà conseguenze peggiori. Si capisce, in ogni modo, che la sua avanzata possa turbare gli animi democratici meno avvezzi agli urti dell’epoca. Si consiglia tuttavia di non strapparsi i capelli e strabuzzare gli occhi ogni volta che il fu generale, e la sua folta coorte, ripetono le solite vecchie cose di pessimo gusto che non pochi italiani di destra amano pensare da ben prima che Vannacci le codificasse: precedenti politici, precedenti giornali, precedenti elettori già le hanno dette. Tutto sono, tranne una novità.
Per esempio che gli immigrati minano l’integrità della razza italica e dunque bisogna rimpatriarli (speriamo su treni non piombati) o che gli omosessuali sono ammalati da sottoporre, se gli si vuole un poco di bene, a cure mediche. Purché lo dicano a bassa voce, al dottore, che sono omosessuali, perché non se ne può più di questa ostentazione. Mica organizzano cortei, i reumatici o i cardiopatici o i diabetici.
Sono pensieri che fanno parte del bagaglio culturale, e prima ancora psicologico, di parecchi nostri connazionali. Se ogni volta che li esprimono la sinistra sviene per il raccapriccio, loro sono molto contenti. Perché uno dei tasselli decisivi della loro identità è sentirsi corsari, irriverenti, coraggiosamente anticonformisti, “feccia” come ha detto compiaciuto lo stesso Vannacci in recenti adunate.
Uno dei difetti dei tempi è – a tutti i livelli – non mantenere l’aplomb. Ci si scompone per troppo poco. Vannacci è solo il remake di vecchi film, non ha inventato il razzismo, non l’omofobia, tanto meno il fascismo. C’erano già. Li sts solo riorganizzando un poco meglio (più militarmente) del Salvini o dei fascisti più attempati.
Ps – Aiuta a normalizzare V. la sua crescente somiglianza con Alberto Sordi.
(da Repubblica)

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