Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile
I COMMENTI ALLO SFOGO SUI SOCIAL: “BEN SVEGLIATA! PER COLPA DI SALVINI SONO 4 ANNI CHE CI SONO RITARDI”
Ci ha messo meno tempo Vannacci a superare la Lega che Laura Ravetto ad arrivare a Parigi. Il viaggio in treno dell’onorevole comincia nel pomeriggio di mercoledì, con una storia su Instagram che ritrae il binario del treno e un allegro “On y va”, (“si parte” in francese). Diciotto ore dopo, l’ultima pubblicazione è una foto che inquadra lo schermo del vagone di un Frecciarossa, con il commento: “5:55 ancora nelle campagne francesi, rendiamoci conto”.
In mezzo ore di attesa, cambi mezzi, noia e video indignati dal vagone del treno. Un’Odissea che anticipa e batte sul tempo quella di Christopher Nolan, di cui è
prevista tra meno di un mese l’uscita nelle sale cinematografiche. Nell’attesa, i fan del genere più impazienti potranno godersi quella tra Torino e Parigi di Laura Ravetto.
Che, infuriata come Poseidone quando scopre che Ulisse ha accecato suo figlio Polifemo, imbraccia il telefono e chiede, ironicamente, retoricamente: “A chi dobbiamo dire grazie?”. Tra i tanti problemi che ha il leader della Lega Matteo Salvini (un partito che fatica a gestire, un’opposizione da destra che lo mette in difficoltà, il suo ex modello di riferimento Trump che attacca il suo paese), ora deve anche arginare lo sbrocco social di una sua ex deputata, da circa un mese uscita dalla Lega per entrare in Futuro Nazionale, bloccata in treno da ore e che da ore lo attacca su Instagram, annunciando un’interrogazione parlamentare. È la furia degli ex. “Otto ore di ritardo, segregati nelle campagne francesi. Sto… non imbestialita, di più. Sto già scrivendo l’interrogazione parlamentare al ministro”.
“Adesso diranno ‘Ma siete sulla rete francese, è colpa dei francesi’… No! Il personale italiano che ci ha accompagnato fino a Lione lo sapeva benissimo la fine che avremmo fatto. Oppure nessuno era informato? Una vergogna, una situazione imbarazzante”.
(da il Foglio)
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Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile
IL POSTO DI DONNARUMMA DOVREBBE ESSERE PRESO DA GIANPIERO STRISCIUGLIO, AD E DIRETTORE GENERALE DI TRENITALIA, VICINO AD AMBIENTI LEGA … IL NODO DELLA BUONUSCITA (SI PARLA DI 1,5 MILIONI)
L’avventura di Stefano Donnarumma alla guida delle Ferrovie dello Stato è arriva alla fine. Oggi il
manager – stando a quanto filtra – si sarebbe dimesso al termine di un incontro con Matteo Salvini. Il vertice con il ministro dei Trasporti era stato fissato per chiudere una fase turbolenta.
Il manager era ormai in rotta con il ministero dell’Economia azionista ed era alle prese con un pessimo clima interno all’azienda cosa che preoccupava Salvini visto l’imponente piano estivo dei cantieri in corso.
Secondo fonti informate, ci sarebbe stata anche una discussione nelle scorse ore sulla “buonuscita” del manager, che da contratto si aggirerebbe intorno agli 1,5 milioni, ma le richieste sarebbero più alte.
Nei giorni scorsi dal cda si erano dimesse due consigliere, tra cui l’addio di Tiziana De Luca, dirigente del Tesoro e vice capo di Gabinetto del ministro Giancarlo Giorgetti.
Il dicastero non sarebbe soddisfatto delle operazioni societarie della gestione Donnarumma, ma la decisione è stata rimessa alla politica. Salvini lo vorrebbe sostituirebbe con Gianpiero Strisciuglio, Ad di Trenitalia
Donnarumma deve aver capito che la situazione era ormai compromessa. Era stato Salvini a volere il manager, ex Acea e Terna, alla guida del gruppo due anni fa. Nelle scorse settimane non gli è riuscito il tentativo di approdare a Fibercop, la società della rete ex Tim. E’ un nuovo scossone in una partecipata dopo la mancata conferma in Leonardo dell’ad Roberto Cingolani.
(da agenzie)
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Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile
“GENTE CHE SVENIVA, ATTACCHI DI PANICO, PASSEGGERI IN LACRIME. FAREI VENIRE SALVINI IN VIAGGIO CON NOI E POI VEDIAMO COSA DICE”
“Tutto questo non è più sostenibile. Uno dice: prendi i treni ad alta velocità che fai prima, e invece…” Quello di Claudia è stato un weekend da incubo a bordo dei convogli Trenitalia. La donna, originaria di Ascoli Piceno, ha raccontato a Fanpage.it dei due guasti consecutivi che hanno trasformato il suo ritorno a casa da lavoro in un’esperienza surreale e degradante.
Venerdì 19 giugno Claudia era sul Frecciarossa 9809 Milano Centrale-Bari. E l’inizio è stato tutt’altro che esaltante. “Il treno è partito già rotto”, spiega. In tre vagoni, compreso il suo, l’aria condizionata non funzionava. Pochi minuti dopo la partenza il convoglio si è fermato. Per tre ore i passeggeri sono rimasti chiusi dentro, con temperature arrivate a 40 gradi alle 15:30 sotto il sole.
C’era gente che sveniva di continuo. Non ci hanno portato nemmeno l’acqua: è finita nelle prime carrozze e basta. Fortunatamente tra i viaggiatori c’era una dottoressa in vacanza che ha lasciato marito e figli per andare ad aiutare chi stava male nelle altre carrozze”.
L’arrivo è avvenuto con 230 minuti di ritardo. Quasi 4 ore. Ma non è finita qua.
Passano tre giorni e lunedì 22 giugno, sul treno 8806 Pescara-Milano, si ripete più o meno lo stesso copione. Tutto regolare fino a Bologna, poi il secondo guasto. “Dopo dieci minuti di sosta il treno si ferma di nuovo. Ci hanno riportato indietro a Bologna per cambiare convoglio. In un weekend due treni rotti su due: è assurdo”.
A bordo dei treni c’erano situazioni drammatiche. Una signora doveva sottoporsi a cure oncologiche e al call center le avevano risposto di dormire lì e ripartire il giorno dopo.
Una ragazza doveva fare l’ultimo esame alla Cattolica, ha pianto tutto il viaggio: era l’ultimo appello e non sapeva se avrebbe potuto fare la tesi. C’erano ragazzi con attacchi di panico che davano pugni ai vetri e alle porte perché non respiravamo”.
La capotreno, racconta Claudia, era quasi più arrabbiata dei passeggeri: “Doveva mettere a verbale dieci pagine per tutto quello che era successo”. Nel secondo guasto è stata proprio lei a insistere per far rientrare a casa chi ne aveva bisogno.
Di fronte a tutto questo, l’offerta di Trenitalia del rimborso al 100% suona offensiva.
A me non interessa del rimborso. Io dovevo lavorare, altri avevano cure importanti. Chi ci rimborsa la giornata di lavoro persa o lo stress accumulato? E soprattutto: cosa sta succedendo? Perché si rompono tutti questi treni? Forse è una questione di manutenzione. Qualcuno parla di cambio delle ditte esterne: forse è lì il problema, non so”.
Claudia conclude con una provocazione: “Farei venire il ministro Salvini in viaggio con noi, e poi vediamo cosa dice…”
Una testimonianza che fotografa un malessere diffuso tra pendolari, studenti e pazienti costretti a spostarsi ogni giorno sui treni regionali, Intercity e alta velocità. Solo negli ultimissimi giorni, per dirne alcune, si sono registrati: un Frecciarossa partito senza due carrozze (decine di passeggeri con posto prenotato rimasti in piedi); un Italo fermo in galleria sulla Firenze-Bologna senza aria condizionata e servizi igienici fuori uso, e poi l’aggressione di una capotreno su un Frecciarossa a Reggio Emilia. Episodi che rendendo sempre più difficile per i viaggiatori considerare il treno una soluzione affidabile.
(da Fanpage)
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Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile
IL MINI-VERTICE TRA ALE-DANNO, IL SUO FEDELISSIMO MASSIMO ARLECCHINO CHE GLI RIMETTE LA CROCE CELTICA AL COLLO… ORA LO SPETTACOLO PUO’ INIZIARE
Un abbraccio a favore di telecamere poi la cena tra Gianni Alemanno e il generale Roberto
Vannacci organizzata in un ristorante di Roma Nord. Poi l’ex sindaco saluta con l’avambraccio (dextrarum iunctio) sia il generale che Rossano Sasso.
Circa 20 gli ospiti, tra cui alcuni deputati futuristi che a inizio serata si sono messi in piedi, hanno fatto il segno della croce e hanno brindato con il motto di moda durante il ventennio che si conclude con la formula ‘a noi’.
Al tavolo Edoardo Ziello, Roberto Sasso, Domenico Furgiuele e Emanuele Pozzolo, oltre all’ex europarlamentare della Lega Antonio Maria Rinaldi e l’ideologo di Fnv Lorenzo Gasperini.
“Sono contento per Alemanno: ha pagato il suo debito con la giustizia e ora é pronto a mettere a servizio di Futuro nazionale la sua lunga esperienza politica”, spiega Vannacci prima di sedersi a tavola mentre dialoga con la stampa presente. Dopo l’abbraccio, i due rispondono alle domande. “Sul programma ci stiamo lavorando, sarà pronto ma i temi già ci sono”, afferma il generale.
Vista la presenza di Alemanno, il discorso vira sulla questione del carcere: “Oggi ho detto che Caino deve marcire in galera in quanto omicida. Chi commette un reato grave deve pagare, come nel caso di Turetta, anche senza bisogno del reato di femminicidio'”. Su questo concorda anche Alemanno: ” in carcere ci sono persone che vogliono cambiare vita. Se poi quell’occasione non viene colta é giusto che rimanga in galera”.
Oltre due ore di cena, selfie, chiacchiere e brindisi tra Roberto Vannacci, Gianni Alemanno, la “sporca dozzina” del generale alias alcuni deputati di Futuro Nazionale e alcuni sostenitori di Alemanno, in un ristorante a nord di Roma. Dopo un saluto affettuoso tra i due leader, Vannacci e Alemanno si sono seduti a capotavola, uno con una camicia di lino bianca, l’altro con una polo.
Portate di cucina sarda, visto che il ristorante è specializzato in Malloreddus, porceddu e seadas per i commensali, poco più di una ventina. Tutti sono rimasti a lungo a chiacchiera nella sala laterale del ristorante. Nell’ultima mezz’ora il generale ha parlato fitto con Alemanno, il suo fedelissimo Massimo Arlecchino che è stato presidente del movimento Indipendenza ora confluito in Futuro Nazionale, l’ideologo dei futuristi Lorenzo Gasperini. Il generale si è allontanato solo per pochi minuti per un selfie con alcuni ragazzi che erano nello stesso ristorante e che gli hanno chiesto uno scatto.
(da agenzie)
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Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile
SALVINI, “BLINDATO” SOTTO IL PROFILO DEI NUMERI, RILANCIA LA CABINA DI REGIA PER SBARRARE LA STRADA AL CAMBIO DI STATUTO DEL PARTITO (CHIESTO DA ZAIA E DAGLI ALTRI GOVERNATORI LEGHISTI) – IL PROSSIMO APPUNTAMENTO DELICATO È IL RADUNO A PONTIDA, IL 20 SETTEMBRE. E TRA I MILITANTI CIRCOLA UN MEME CON FOTO DI SALVINI E LA SCRITTA: “SE C’È LUI, IO NON CI SARÒ”
Era nata male, rischiava di finire peggio. E così la due giorni di «ritiro» della Lega che avrebbe dovuto svolgersi il 4 e 5 luglio vicino a Treviso è stata rinviata. Senza una data. Senza un luogo.
Il responsabile degli enti locali leghisti Stefano Locatelli ha diffuso una nota dettagliatissima per spiegare il perché. La prossima settimana «si terrà una nuova riunione del Tavolo dei Territori della Lega», la cosiddetta cabina di regia voluta da Matteo Salvini per placare le turbolenze interne della Lega e sbarrare la strada al cambio di statuto del partito che era stato chiesto da Luca Zaia e dagli altri governatori leghisti. Poi, prosegue Locatelli, «seguiranno altre due riunioni programmate», mentre «nelle prossime settimane» si svilupperanno «proposte
operative».
Al termine «di questo percorso di approfondimento e una volta definito il quadro delle proposte elaborate dal Tavolo» sarà convocato il «ritiro».
Il fatto è che quando era stato annunciato per la prima volta, il «ritiro» aveva gettato nello sgomento i salviniani per il rischio (o la certezza) di contestazioni. E aveva per contro mobilitato gli anti salviniani.
Fatto sta che il prossimo appuntamento delicato è Pontida, il 20 settembre. Ieri sui telefonini di molti militanti circolava un meme con foto di Salvini e la scritta: «Se c’è lui, io non ci sarò».
E poi: «Sempre che dopo l’assemblea di Treviso non annulli per paura anche il raduno». Salvini tira dritto, ritiene che i giornali parlino di «realtà virtuali contro alla vita reale di cui mi occupo» e ieri si è occupato di quello che più gli interessa, la sicurezza nelle stazioni: «Io militarizzerei le stazioni, altro che togliere i militari dalle strade».
Resta che il partito è profondamente lacerato. Gli anti salviniani sottolineano come nello statuto «non esista la mozione di sfiducia per il segretario, presente invece a tutti i livelli». L’alternativa è che la richiesta di dimissioni «parta da un congresso straordinario che deve essere chiesto dalla metà più uno degli aventi diritto». Difficile, se non impossibile.
Dal punto di vista dei numeri, Salvini è forte: «Blindato» dicono.
Ma parecchie province sono commissariate. Salviniano è ovviamente tutto il partito al Centro Sud, a partire da Simonetta Matone a Roma, al campano Gianpiero Zinzi, al pugliese Roberto Marti. Sono commissariate, e dunque ipso facto salviniane, le Regioni Sicilia e Calabria. Oltre allo stesso Veneto. Mentre meno schierati, anche se non sempre in linea con il segretario, due pesi massimi come i ministri Giancarlo Giorgetti e Roberto Calderoli.
La previsione di un leghista di altissimo rango è che «Salvini non mollerà. Punta di rimanere comunque alla guida di quel che resta della Lega, massacrata da Vannacci e da chiunque abbia qualcosa da offrire a chi sa di non avere più chance». Con riflessione sibillina: «Si fa meno fatica a creare un partito da zero».
(da Corriere della Sera )
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Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile
L’ESTABLISHMENT DEM E’ AVVISATO: IL SINDACO DELLA “GRANDE MELA” MOSTRA LA FORZA DELLA SINDACA RADICALE E LA SUA RETE DI INFLUENZE …TRUMP ROSICA AMARO: “IL SINDACO MAMDANI HA FATTO VINCERE TRE SOLIDI COMUNISTI E RICEVUTO UN APPLAUSO UNIVERSALE DAI FAKE MEDIA”
La scommessa di Zohran Mamdani ha funzionato. Nelle primarie democratiche di martedì a New
York hanno vinto tre suoi alleati: Brad Lander, 56 anni, ex revisore dei conti della città, e due socialiste democratiche, Claire Valdez, 36 anni, ex collega dell’attuale sindaco all’Assemblea statale, e Darializa Avila Chevalier, 32
anni, attivista poco conosciuta che ha sconfitto a sorpresa l’influente presidente del caucus ispanico al Congresso.
Due di loro, Lander e Avila, hanno battuto deputati democratici in carica. Tutti e tre hanno fatto campagne elettorali basate sul costo della vita e hanno criticato l’appoggio militare e finanziario americano a Israele, accusando lo Stato ebraico di commettere un genocidio a Gaza. È data per scontata la vittoria dei tre alle elezioni generali di midterm a novembre contro i repubblicani, poiché corrono in distretti saldamente democratici.
Non significa che la popolarità generale di Mamdani sia aumentata: i tre distretti erano tra quelli in cui ottenne i risultati migliori a novembre, quando diventò sindaco sconfiggendo l’ex governatore Andrew Cuomo, che aveva l’appoggio dell’establishment dem. Ma queste primarie dimostrano la sua capacità di proiettare la propria influenza su altri candidati come pochi leader riescono (Trump ne è un esempio).
E infatti Trump ha seguito le primarie fino a notte fonda, commentandole sul suo social Truth. Ha espresso sdegno sia per i democratici sconfitti (come il deputato Daniel Goldman, vicino all’Aipac, la lobby pro-Israele, ma Trump ricorda soprattutto che guidò il primo impeachment contro di lui) che per i vincitori da lui definiti «comunisti», geloso dell’attenzione dei media: «Il sindaco Mamdani ha fatto vincere tre solidi comunisti e ricevuto un applauso universale dai fake media”.
Le vittorie degli alleati di Mamdani mostrano la forza della sinistra radicale che si ribella allo status quo del partito democratico. Il sindaco ha scelto e accompagnato per mesi i candidati, nei video, nei comizi, nelle strade, e ha coinvolto Bernie Sanders per dare alla campagna il senso di una staffetta generazionale. Ovunque si recasse Mamdani, si materializzava la folla. Si è però alienato le simpatie di alleati centristi (gruppi afroamericani e ispanici, sindacati) che lo appoggiavano nella corsa a sindaco. La vittoria conferma la forza dei socialisti democratici d’America.
Il loro messaggio è che il partito democratico, in cerca di identità dopo la sconfitta nel 2024, non può limitarsi a dire che Trump è pericoloso e deve chiarire cosa vuole diventare. Mamdani ha definito questo voto un referendum sulla direzione da prendere, celebrando la vittoria tra sostenitori che gridavano «Palestina libera».
«Un anno fa non è stata la fine di un movimento politico», ha aggiunto, «ma l’inizio». È una scossa alle fondamenta del partito ben al di là di New York: il numero di socialisti democratici al Congresso passerà da 2 a 4.
(da agenzie)
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Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile
IL FOGLIO: “DRAGHI SUGGERISCE A SCHLEIN DI APPARIRE MENO RIVOLUZIONARIA E DI OCCUPARSI DEL CENTRO. L’EX PRESIDENTE PENSA CHE SCHLEIN DEBBA FARE LA MODERATA, MOSTRARLO. POI LA INVITA A ASCOLTARE SEMPRE TUTTI (ORA AVETE COMPRESO DA DOVE ARRIVA L’IDEA DELLA CAMPAGNA DI ASCOLTO DI SCHLEIN IN GIRO PER IL PAESE?)” … NON SOLO PRODI E DRAGHI, ELLY COSTRUISCE LA SUA TELA PER PALAZZO CHIGI ANCHE CON IL POTENTE VINCENZO GESMUNDO, GRAN CAPO DELLA COLDIRETTI
Caro Conte, tieniti forte e stretta la pochette: Mario Draghi stima Elly Schlein. Le parla, la ascolta e la consiglia. Gli incontri adesso sono due. Uno recente e riservato si è svolto a Roma ed è la prova, direbbe Schlein, del salto “quantico”.
E’ stato aperto un canale di comunicazione vero fra il “nonno Draghi” e la “nipote Elly”. Draghi? E’ sinceramente incuriosito, perché Schlein sta dimostrando “senso istituzionale”.
L’ex premier le spiega le virtù del centro, la segreteria del Pd rilancia con la patrimoniale. Lui suggerisce: meglio di no, cara Elly. Lei annuisce: va bene, presidente. La frase di Schlein pronunciata in direzione Pd, “un pezzo di establishment non mi vuole a Palazzo Chigi”, è dissimulazione. Si è convinta di fare la premier e, per farlo, prende il tè con Prodi e il Campari Spritz con Draghi. Sedetevi e con la penna prendete nota. I professori di Schlein ora sono due.
La nota, l’indiscrezione, e la certezza. Draghi si è visto con Schlein.
Quando e come? Un banchiere provinciale che usiamo come fonte dai tempi del governo Draghi, quando fummo chigisti solo allora, ci conferma: “Si vedono. E’ vero. Di nascosto. Un caffè”. L’ultimo, il più recente? “In queste settimane. Prodi non è il solo che Schlein incontra”. Ricordate?
Schlein va alla festa di Repubblica, a Bologna, da Don Mariano Orfeo-Rumor (pensa sempre e solo alla Rai), e citofona ai giornali (e anche a casa di Prodi) per fare sapere che ha avuto un caloroso e cordiale colloquio con il Professore. In verità è stato Prodi a comunicare che la segretaria gli ha reso omaggio come si deve.
Ora chi lo spiega a Prodi che c’è anche Draghi sul divanetto? Facciamo i seri. E’ un disegno di governo, la scalata al cielo di Schlein. Un’ulteriore prova, eccola. Nessuno si è accorto che all’evento di partito, “L’Europa che vogliamo”, organizzato da Nicola Zingaretti, pochi giorni fa, con cinque vicepresidenti di Confindustria, sedeva in prima fila Vincenzo Gesmundo, il segretario generale, il Papa di Coldiretti.
Sono segni. Di establishment che guardano a Schlein. Qual è stata la prima uscita di Meloni da presidente del Consiglio? E’ andata a Milano, da Coldiretti. Tutto torna e dunque torniamo dal nostro banchiere provinciale, affidabilissimo come Bloomberg e Ft messi insieme (li legge ogni mattina) che ci racconta: “Con Draghi o si compete o si sparisce. Avete presente il suo ultimo libro pubblicato da Rizzoli, con la prefazione di Martin Wolf (mica Gianrico Carofiglio)?
Con Draghi la selezione è naturale. Se non gli state simpatici, vi incontra una volta, ma la volta dopo è finita”. Il presidente Draghi non ama i pettegolezzi e neppure il blablabla. Quando sente profumo di convergenze pretermesse alla Giuseppe Conte, ebbene, Draghi taglia la corda. Con Schlein è diverso.
La notizia è che gli piace. Di più. Gli piace quel suo fare da secchiona, da donna che si prepara con tutte quelle dispense che si porta alle direzioni del Pd. Ma insomma, cosa consiglia Draghi all’allieva? Il formidabile banchiere provinciale, ancora: “Primo suggerimento. Non è il caso di parlare di patrimoniale, parola che spaventa gli italiani. Ed Elly l’ha capito”.
Rimane solo da convincere lo strepitoso Nick Fratoianni, ma questo è un altro discorso. A che serve avere un Draghi per amico (non esageriamo), per confidente? Draghi riferiscono che batte sul centro che duole (al campo largo).
L’ex presidente pensa che Schlein debba fare la moderata, mostrarlo, dare l’idea che quando ci sarà da decidere, lei lo saprà fare. Un altro consiglio? Non dare l’impressione che vuole fare del balcone di Palazzo Chigi una birreria bolognese in compagnia di Igor Taruffi, Taruffenko, e Gaspare Righi (lo chiamano Gas).
Insomma, Draghi suggerisce a Schlein di apparire meno rivoluzionaria e di occuparsi del centro (diciamo che le ultime foto non aiutano). E lei? Il nostro banchiere provinciale ci conferma che Schlein la pensa come Draghi e che la parola d’ordine deve essere “ragionevolezza”. Un altro prezioso consiglio di Draghi? Ascoltare sempre tutti (ora avete compreso da dove arriva l’idea della campagna di ascolto di Schlein in giro per il paese?).
(da Il Foglio)
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Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile
“QUANDO HO DETTO A MIO PADRE CHE SONO GAY HA RISPOSTO CHE PREFERIVA CHE AVESSI IL CANCRO”… IERI IL PADRE LO HA UCCISO
Mirko Moriconi aveva confessato agli amici di volersi operare per cambiare sesso. E forse questa
decisione era arrivata all’orecchio del padre Pietro. Che l’ha ucciso ieri a Pieve di Camaiore in provincia di Lucca insieme alla madre Kety Andreoni. «La vita è stata dura con te, ma non ti sei mai arreso», scriveva parlando di sé sui social media. E ancora: «Forse è questo il senso del mio vivere. Forse dal dolore potrò guarire e scrivere canzoni».
Alla fine del 2020 Mirko aveva inciso un pezzo rap: Camice bianco. Per ringraziare i dottori per la gestione della pandemia. Aveva anche lanciato una raccolta su GoFundMe: «Aiutami a investire sul mio sogno musicale».
La mamma Kety
Alla mamma Kety, che lo difendeva da suo padre, dedica tante parole: «La mia complice di vita, la mia migliore amica, la mia forza. Mia mamma». Mentre nel 2022 dice che qualcuno lo «preferisce morto che gay», nessun riferimento diretto a suo padre. E ancora: «Il peggior modo di sentire la mancanza di qualcuno è starci seduto accanto e sapere che non lo potrai avere mai». Nell’ottobre 2025 Mirko era stato ricoverato in ospedale: «Capisci chi veramente tiene a te nel momento del bisogno. Ringrazio la malattia per avermi fatto capire il marcio che avevo attorno».
Gli amici
«Addio anima bella — scrive un’amica di lui —, lasci un vuoto che sarà incolmabile. Trova la pace». «Un paio di anni fa — ricorda un’altra persona — avevo collaborato al servizio d’ordine di un pride a Viareggio. Mirko era uno dei ragazzi in prima fila a ballare. Una persona gentile, con cui scambiai qualche parola. Che dire? Cento, mille pride affinché non si debbano più vivere tragedie simili».
Nell’ottobre 2022 Mirko aveva detto alla famiglia di essere gay e lo aveva anche scritto sui social. «Mio padre non lo accetta, mi ha detto che sono la rovina della famiglia» racconta in alcuni video. «Mi è stato detto che preferivano che avessi il cancro», dice più di recente.
Il percorso di dimagrimento e il fidanzato
Mirko racconta anche di un percorso di dimagrimento e di un rapporto difficile con un fidanzato. «Dopo un periodo buio dove pensavo che fosse la fine per me, torno a dire che non sarà la fine, la strada è ancora lunga ma non sarà la fine — scriveva — . Voglio mandare un messaggio quando pensiamo che intorno a noi non c’è più la luce non vi arrendete perché siamo noi la luce che non dobbiamo spegnere mai». Dopo gli studi all’alberghiero aveva cominciato a lavorare come cuoco. Kety, 52 anni, era operatrice socio-sanitaria in una residenza per anziani vicino casa. Il padre era carpentiere per una ditta del luogo.
(da agenzie)
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Giugno 25th, 2026 Riccardo Fucile
UNA LEADER DONNA PUO’ ESSERE UNA RISORSA, NON UN PROBLEMA … VALE PER ELLY SCHLEIN E PER SILVIA SALIS
Il momento della verità per l’area progressista si avvicina con un inedito elemento di polemica e riflessione. Gli ha dato corpo Elly Schlein con una frase affilata sull’ostracismo che subisce ormai da mesi: «Sconto anche il fatto di essere donna, di stare con un’altra donna e di avere 40 anni».
La leader del Pd offre al suo campo uno specchio in cui riflettersi e una domanda: davvero mi intralciate perché mi giudicate troppo estremista per vincere, oppure esiste un retropensiero di natura diversa, un non detto allineato col vecchio stigma maschilista? Troppo giovane. Troppo diversa. E soprattutto: donna.
Il fatto stesso che Schlein espliciti questo tipo di pensiero risulta disturbante per il racconto politico di una sinistra amica delle donne, e comunque più amica della destra che avrà pure una leader e una premier donna ma nel settore diritti e parità lascia a desiderare. E tuttavia nessun diritto è più denso di significato del diritto al potere politico e della possibilità di giocarselo. La destra ha consentito a Meloni di farlo. La sinistra, o almeno una parte della sinistra, non sembra disposta a fare altrettanto con Schlein.
Si potrà accantonare il tema dicendo: solito vittimismo femminile, quel ragionamento non c’entra, la segretaria del Pd è giudicata inadeguata alla sfida per altri motivi.
La scelta opposta è guardare nello specchio e riconoscere la realtà di un problema che esiste, di una responsabilità che non può essere elusa. Annettersi il campo delle donne, farsene paladini, parlare come se la metà dei cittadini italiani – ogni ragazza, ogni adulta, ogni anziana – fosse per nascita, per cromosomi, per biografia personale e famigliare, naturale interlocutore del progressismo e ovvio nemico della destra patriarcale e sessista, è stata un’operazione di successo.
Resiste nell’immaginario politico del Paese nonostante tutto, compresi gli alti indici elettorali della destra tra le signore di ogni generazione. Una parte della destra ha dato una mano, con la sfilza di stereotipi impresentabili coltivati da certi ultras del machismo, da Stefano Bandecchi a Roberto Vannacci. E tuttavia nella sostanza, che è la competizione per il potere, gli stereotipi di quei muscolosi fanfaroni sono polvere mentre il femminismo dichiarato del campo progressista stenta a riconoscere quel che la destra ha accettato da tempo: una leader donna può essere una risorsa, non un problema.
«Sconto il fatto di essere donna» è una frase vera a tutte le latitudini, in tutte le professioni e le carriere, e le donne lo sanno. Ma che questa frase sia indicibile a destra (cosa volete di più? C’è una di voi a Palazzo Chigi!) mentre a sinistra resti pronunciabile, obbliga a un bagno di realtà. La causa della parità femminile, almeno in Italia, non può essere annessa a una bandiera, a un campo, a una sigla politica. E lo stesso termine “femminismo” prescinde dagli schieramenti e li sovraintende: ha guidato riforme che le donne hanno appoggiato trasversalmente e processi di modernizzazione fondamentali per la Repubblica, ma non può essere annesso al tesseramento di un partito. Aver fatto propria quella parola è stata senza dubbio un’iniziativa vincente della sinistra (e un limite ideologico della destra), ma adesso segna un inaspettato punto di crisi, perché se Schlein sarà scartata dalla corsa alla premiership bisognerà spiegarlo anche sotto questo profilo. Non sarà facile farlo, non sarà scontato riuscirci.
(da La Stampa)
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