Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile
IL ROMANZIERE TIZIANO SCARPA: “A VENEZIA ORMAI CI SIAMO RASSEGNATI. NON CONTIAMO NIENTE, SIAMO TROPPO POCHI, IL NOSTRO SINDACO SI ELEGGE A MESTRE E MARGHERA”
Non dovrebbe cantare vittoria con toni troppo trionfali Simone Venturini, il nuovo sindaco di Venezia. Le urne hanno dimostrato che la città non è dalla sua parte e non è soddisfatta della gestione della giunta precedente, di cui era assessore. Venturini è un sindaco eletto a Mestre e Marghera (dove è nato e cresciuto) che, grazie allo schiacciante squilibrio demografico fra i vari centri del comune, si troverà a governare anche Venezia.
E lasciamo perdere che anche lui, come assessore al Turismo, abbia fatto parte fino a oggi di un’amministrazione in cui un suo collega ha patteggiato condanne giudiziarie per complessivi quattro anni e otto mesi: in qualunque altra città una giunta comunale sarebbe caduta per molto meno
Quanto ai risultati elettorali reali, basta guardare la mappa grafica del voto: la parte del territorio del comune situata in terraferma (Mestre e Marghera) è ricoperta di giallo, il colore scelto dalla lista civica di Venturini; ma Venezia è di tutt’altro colore, perché qui ha vinto di gran lunga l’alleanza del campo largo. A Venezia (il cosiddetto centro storico) il concorrente Andrea Martella del Pd ha prevalso su Venturini con il 51,4 per cento contro il 34,8 per cento.
È sempre così, a Venezia ormai ci siamo rassegnati: non contiamo niente, siamo troppo pochi, il nostro sindaco si elegge a Mestre e Marghera, che comprensibilmente scelgono chi risulta più propizio ai loro interessi.
Simone Venturini non è il nostro sindaco, non volevamo lui: la mia non è una sensazione, è il dato delle urne. Il perché lo si può intuire anche dalle sue dichiarazioni del giorno dopo l’elezione, in cui dimostra di non capire che cosa sia Venezia, se a una domanda sui recenti casi di controversie alla Biennale e alla Fenice ha risposto con la solita retorica populista: «Temi cari al ristretto circolo dell’intellighenzia mediatica di sinistra. La gente pensa alla casa, al lavoro, ai trasporti e alla sicurezza».
Peccato che Venezia sia un’entità storico-culturale vivente, che produce economia e lavoro a partire proprio dalla sua potenza simbolica concreta, di cui fanno parte anche le sue istituzioni culturali, Biennale e Fenice comprese; compito di un sindaco non è denigrare le sue componenti sociali, semmai battersi per preservare con ogni mezzo il prestigio e la credibilità delle produzioni culturali di una città speciale come questa.
Altro che «intellighenzia»: la realtà è che proprio «la gente», a Venezia, Venturini l’ha bocciato; in centro storico il nuovo sindaco ha perso sonoramente; il che significa che abbiamo bocciato lui, il suo ticket di accesso e il suo programma, ma ci toccherà tenercelo, perché gli elettori e le elettrici di Mestre e Marghera hanno deciso per noi.
In verità ciò che mi preoccupa più di tutto è l’intenzione di Venturini, che tra l’altro si dichiara cattolico, di portare da queste parti l’industria bellica, sfruttando il potenziamento dell’economia di guerra, che a quanto pare è la via che questa affranta Europa sta imboccando per rivitalizzare le proprie industri
In passato Venezia ci ha provato varie volte a separarsi da Mestre e Marghera (1979, 1989, 1994, 2003, 2019: gli ultimi due referendum non hanno nemmeno raggiunto il quorum, perché evidentemente è una questione che interessa solo agli abitanti di Venezia, che sono minoranza: dunque non se ne esce). Io ai referendum votai per mantenere l’unità del territorio comunale,
Venezia è un’eccezione, e come tale va riconosciuta
Dobbiamo ottenere dalla nostra Repubblica una rifondazione delle strutture istituzionali che governano Venezia, a partire dalla separazione del centro storico dall’attuale comune, con, in più, leggi ancora più specifiche che riconoscano, davvero e fattivamente, la sua eccezionalità.
(da “Domani”)
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Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile
IL NOME DEL CANDIDATO A PALAZZO CHIGI NON SARÀ SULLA SCHEDA MA ANDRÀ INDICATO ALLA CONSEGNA DELLE LISTE. E LA COALIZIONE DOVRÀ PRESENTARE UN PROGRAMMA COMUNE… RESTA IL NODO DELLE PREFERENZE, AL MOMENTO ESCLUSE: LA BASE DI FDI VUOLE INSERIRLE, FORZA ITALIA SI OPPONE
Come andremo a votare alle prossime elezioni, se passerà la legge elettorale così com’è nell’ultima versione, in discussione alla Camera dal 26 giugno e al Senato a settembre? Per coalizioni, con un candidato premier e un programma condiviso, con il proporzionale, senza i collegi.
Qualora una coalizione superasse il 42% dei consensi, avrebbe un consistente premio “di governabilità” che la porterebbe sopra al 55% dei seggi.
Si voterà dunque per coalizioni o anche per singoli partiti (con soglia di sbarramento al 3%) che presenteranno liste di candidati in ogni circoscrizione senza possibilità di indicare le preferenze. Verrà presentata dalle coalizioni anche una seconda lista di nomi (70 per la Camera, 35 per il Senato) che entreranno in Parlamento nel caso in cui superino il 42% dei consensi. Di nuovo nessuna preferenza.
È stato posto un tetto massimo di 220 deputati e di 113 senatori, per fermarsi al 55% dei seggi. Se però una coalizione raggiungesse il 42% solo in un ramo del
Parlamento, oppure se ci fossero maggioranze diverse tra Camera e Senato, il premio non scatterebbe.
Diventa obbligatoria l’indicazione di un programma comune di coalizione e di un candidato premier già al momento della presentazione delle liste. Il nome non comparirà sulla scheda perché spetta al Capo dello Stato nominare il presidente del Consiglio, ma sarà comunque un vincolo politico per i partiti che si coalizzano
L’indicazione del nome del premier è abbastanza facile per l’attuale centrodestra, sarà invece un passaggio doloroso per il Campo Largo dove non c’è accordo su questo.
C’è uno strano metodo di calcolo per determinare il 42% dei voti: si raggiunge su base nazionale, ma escludendo il voto degli Italiani all’Estero e quello degli elettori della Valle d’Aosta e del Trentino Alto-Adige. Sono ben 27 seggi fuori quota.
Formalmente ciò avviene per garantire la rappresentanza delle minoranze. Si può avere però un effetto perverso, come segnalato dal costituzionalista Stefano Ceccanti: «L’esclusione dal computo di due regioni incide non soltanto per il tetto in seggi, perché così la coalizione che ottiene il premio supera la linea rossa del 55%, ma anche per una discriminazione di quegli elettori che non pesano sul risultato complessivo del premio. Si nega il principio del voto eguale».
Inoltre si potrebbe determinare un paradosso: il voto delle due regioni a statuto speciale potrebbe premiare la coalizione che è arrivata seconda nel computo nazionale, facendole perfino superare l’altra coalizione, lasciando però il premio alla prima perché comunque ha raggiunto il 42% nel computo nazionale.
La fretta di Meloni di arrivare alla completa approvazione della nuova legge elettorale prima della pausa estiva ha varie ragioni: la prima è legata alle riserve, che permangono, all’interno della maggioranza, anche sulla nuova versione del testo.
Con una differenza, rispetto al 2022, quando Meloni, correndo in pratica senza avversari – dato che il centrosinistra non aveva trovato l’accordo al suo interno ed era sconfitto in partenza , poteva essere generosa con Tajani e Salvini.
E lo fu, soprattutto con la Lega, che infatti si ritrovò con un numero di deputati e senatori superiore a quello di Forza Italia, sebbene alla fine i consensi raccolti fossero quasi uguali
Stavolta invece, in una gara proporzionale, in cui ognuno corre per sé, la premier ha interesse a difendere i propri seggi alla Camera e al Senato da una campagna elettorale che potrebbe diventare aggressiva anche da parte degli alleati, come dimostra l’attacco del Carroccio sull’Ucraina alla vigilia del possibile primo passo di Kiev verso l’ingresso in Europa.
Il secondo motivo per cui Meloni vuole chiudere al più presto è che, imponendo per legge alle coalizioni di indicare il candidato premier […] vuol mettere subito in difficoltà il centrosinistra, che stenta a scegliere tra Conte e Schlein e potrebbe inaugurare in Parlamento un’opposizione ai limiti dell’ostruzionismo.
Adesso ha capito che il centrosinistra potrebbe contestare la scelta per legge del candidato premier e premerà sul tasto dei problemi economici del Paese. Sottolineando che di fronte a inflazione, cioè prezzi di carburanti e spesa in crescita, e famiglie e imprese che non ce la fanno, la risposta del governo è la legge elettorale, che non cambia certo la vita della gente.
Se questo sarà il martellamento dell’opposizione, tanto vale almeno, per il governo, che finisca presto, in modo da poter entrare a settembre, se la legge verrà approvata entro agosto, in una seconda fase della campagna elettorale.Ci sono poi le obiezioni di esperti, giuristi e costituzionalisti, come, tra gli altri, il professor Ceccanti, che avendo due legislature alle spalle è più pratico del funzionamento reale dei sistemi elettorali.
Riguardano i tetti imposti ai premi elettorali per la Camera (220 deputati, nella versione precedente erano 230) e il Senato (113 senatori, prima erano 115, ma in questa versione si tiene conto dei senatori a vita) e l’esclusione dagli stessi premi degli eletti in Trentino Alto Adige e Val d’Aosta, cosa che potrebbe percentualmente riportare la coalizione vincitrice oltre il 55 per cento, anche se ha conseguito solo il 42 per cento dei voti (prima era il 40).
Insomma c’è materia su cui potrebbe pronunciarsi la Corte Costituzionale, né più né meno come fece ai tempi di Renzi, cassando l’Italicum, che poi venne sostituito con l’attuale Rosatellum, dal nome del parlamentare, allora militante del partito dell’ex-premier, che fu incaricato di scriverlo.
Infine, da questa seconda versione è stato escluso il ballottaggio tra le due
coalizioni, se nessuna delle due dovesse raggiungere la soglia richiesta per ottenere il premio di maggioranza. In quel caso, remoto quanto si vuole ma non escludibile a priori (vedi exploit di Vannacci e Calenda), si tornerebbe a un proporzionale quasi puro, con l’unico limite della soglia di sbarramento del 3 per cento per l’ingresso in Parlamento dei partiti non coalizzati.
E con una conseguente crescita di potere degli stessi, dovendosi formare delle maggioranze senza premio, e se questo si rivelasse impossibile, tentare di nuovo la strada dei governi tecnici o di unità nazionale che tutti escludono, o andare a uno scioglimento delle Camere subito dopo le elezioni. Il secondo turno, che viene cancellato, sarebbe servito proprio a evitare questo.
(da agenzie)
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Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile
VANNACCI SI STA MANGIANDO PEZZO DOPO PEZZO IL CARROCCIO CAVALCANDO I TEMI SPOSATI DALLA LEGA IN QUESTI ANNI, IN PRIMIS LA REMIGRAZIONE MA CON IL VANTAGGIO DI ESSERE ALL’OPPOSIZIONE
L’indiscrezione girava da giorni a via Bellerio, come nel più classico dei passaparola, e purtroppo per la Lega la notizia è vera: il boom di iscrizioni di Futuro nazionale, il partito fondato dallo scissionista Roberto Vannacci, è focalizzato in due regioni. “Quelle” regioni: la Lombardia e il Veneto. Gli storici bacini elettorali e militanti del Carroccio.
A guardare i dati suddivisi per regioni che Repubblica ha potuto visionare, Fn ad oggi ha superato quota 10 mila iscritti in Lombardia, dove tra le altre cose h
appena creato la componente in Regione con due consiglieri (ma si parla di nuovi arrivi a breve, uno da Fi e un altro da FdI).
Ed è vero che un iscritto “futurista” non è paragonabile al socio militante della Lega, a livello di impegno quotidiano per così dire, ma sono numeri che stanno impressionando, se si pensa che Fn è stata fondata da un paio di mesi.
La Lega Lombarda nel 2024 ha dichiarato 193 mila euro di introiti dalle quote associative, cioè dalle tessere: se si fa un calcolo medio del costo annuale dell’iscrizione, cioè 25 euro, parliamo di 7.700 persone. Possibile? Sì, possibile.
“Si stanno iscrivendo persone fuori dai circuiti classici e creando comitati dappertutto – racconta Max Bastoni, storico leghista milanese ora entrato in Fn – e non parliamo di estremisti ma gente normalissima:professionisti, commercianti, e anche tanti giovani. La tipica composizione sociale una volta della Lega”.
Fn si sta mangiando pezzo dopo pezzo il bacino elettorale del Carroccio. Cavalcando i temi sposati dalla Lega in questi anni, in primis remigrazione e “battaglia di civiltà”, con la differenza che oggi Fn sta all’opposizione e può predicare coerenza.
(da Repubblica)
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Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile
I TIMORI AL NAZARENO CHE GLI STRASCICHI DELLE PRIMARIE POSSANO PESARE NELLA CAMPAGNA ELETTORALE PER LE POLITICHE E ALLONTANARE UN PEZZO DI ELETTORATO
Il problema non è tanto restare uniti nella battaglia parlamentare sulla legge
elettorale, quanto non dilaniarsi dopo che sarà approvata. In Parlamento Pd, M5s, Avs, ma anche Italia Viva e +Europa, hanno intenzione di tenere una linea comune, anche in vista degli emendamenti da presentare.
«Per noi collaborare a questo testo, che loro si sono acconciati e confezionati secondo le loro esigenze, lo vedo assolutamente improbabile», avverte il presidente M5s Giuseppe Conte.
Per Stefano Bonaccini «la legge è da rigettare completamente», anche se il presidente Pd sarebbe pronto a battersi «solo per introdurre le preferenze, visto che Meloni un tempo le voleva». Ma la linea di chi vorrebbe provare a migliorare il testo appare minoritaria, se pure Dario Franceschini, uscito allo scoperto di recente per suggerire il confronto, ora frena, perché è «evidente la volontà della
maggioranza di approvarsi da sola e in fretta una legge fatta su misura» e questo «chiude ogni spazio di intesa tra avversari», spiega il senatore dem ed ex ministro.
Dunque, l’attenzione si sposta già a quando le nuove regole del gioco, così come sono state riviste dal centrodestra, saranno approvate a colpi di maggioranza. A cominciare dall’obbligo di designare il candidato premier al momento di depositare il programma e le liste della coalizione. Reso più stringente dalla minaccia di rendere inammissibili le liste «che non abbiano dichiarato il nome e cognome della persona da indicare come proposta per l’incarico di presidente del Consiglio».
Una pura formalità per il centrodestra, visto che nessuno si sogna di mettere in discussione la ricandidatura di Giorgia Meloni. Non è così nel centrosinistra, dove un leader riconosciuto non c’è.
Al Nazareno questo vincolo non piaceva nella versione originaria, quando era più sfumato, e piace ancora meno adesso. Elly Schlein, se potesse, eviterebbe volentieri il passaggio delle primarie, preferendo adottare il criterio già in voga a destra: dopo le elezioni, il leader del partito più votato all’interno della coalizione viene proposto come premier. Ma la segretaria Pd sa bene che, a prescindere dalla legge elettorale, questa strada è sbarrata.
Perché Giuseppe Conte non accetterebbe mai di incoronarla senza coinvolgere i cittadini e perché, fanno notare fonti dem, «sarebbe impensabile andare alle elezioni senza avere un leader da contrapporre a Meloni». Insomma, se gli avversari «hanno inserito questo obbligo per metterci in difficoltà, non si facciano illusioni: per noi non cambia nulla, le primarie sono comunque necessarie».
Lo pensano, a maggior ragione, dalle parti del Movimento, dove tutti sanno che l’unico modo per sperare di rivedere Conte a Palazzo Chigi è portare Schlein alla sfida dei gazebo e del voto online. Per «allargare il più possibile la partecipazione», spiegano fonti M5s, anche oltre il perimetro del centrosinistra
Il leader 5 stelle si prepara alla contesa, ma si guarda bene dal dire che l’obbligo di indicazione del candidato premier, tutto sommato, gli fa comodo. Anzi, sostiene che «rappresenta una criticità, perché «prefigurare già un’indicazione vincolante per il capo dello Stato è anche un problema costituzionale», avverte Conte. Il possibile conflitto con l’articolo 92, evidenziato da diversi giuristi, non inciderà
nell’immediato, visto che un eventuale ricorso alla Consulta avrebbe tempi lunghi, oltre l’appuntamento elettorale.
Dunque, se la legge viene approvata a colpi di maggioranza, «saremo obbligati a scegliere prima e lo faremo nel solo modo possibile, allo stato attuale: le primarie – conferma Goffredo Bettini –. In questo caso, saranno decisivi la lealtà e il clima fraterno che sono necessari per affrontare questa prova». E qui si annidano le preoccupazioni di quanti, dentro al Pd, preferirebbero tenere chiusi i gazebo. Nel timore che gli strascichi della competizione interna possano pesare nella successiva campagna elettorale per le Politiche e allontanare un pezzo di elettorato. Del Pd o del M5s, a seconda di chi perderà le primarie.
(da “La Stampa”)
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Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile
SARANNO PORTATI AVANTI I PROGETTI LEGATI A CONTRATTI GIÀ ESISTENTI, SENZA ATTIVARNE DI NUOVI … IN EFFETTI CHE SIGNIFICATO HA ARMARSI, I SOVRANISTI SI ARRENDEREBBERO AL NEMICO AL PRIMO SCOPPIO DI UN PETARDO
Una sforbiciata di 10 miliardi agli investimenti in difesa. E un segnale a Bruxelles, che sull’energia non vuole fare sconti all’Italia, non almeno nella direzione chiesta da Giorgia Meloni, anche pubblicamente, via lettera a Ursula von der Leyen.
Dopodomani, il 31 maggio, scade il termine per presentare i progetti per accedere ai fondi Safe (Security Action for Europe): il meccanismo di prestiti tirato su dalla Commissione europea per rafforzare gli investimenti dei 27 stati membri in armamenti e sicurezza
Il governo italiano aveva prenotato quasi 15 miliardi di euro — 14,9 per la precisione — sui 150 messi a disposizione dalla commissione. Dallo scoppio della guerra in Iran, Meloni ha cambiato strategia.
Ha provato a prendere tempo, cercando di sfruttare la frenata su Safe come arma di pressione nei confronti di Bruxelles, per avere concessioni sul fronte energetico. Finora, la premier ha ottenuto molto poco: nessuna deroga al patto di stabilità per mitigare il caro prezzi, niente per tagliare ancora le accise di gasolio e benzina, solo una rimodulazione (complicata) dei fondi di coesione e del Pnrr
Ecco allora la mossa: secondo più fonti governative, l’esecutivo è intenzionato a ridurre in modo consistente l’utilizzo dei prestiti Safe. Verrebbero portati avanti solo i progetti che risalgono a contratti già esistenti, senza attivarne di nuovi.
Le ricognizioni tra i dicasteri sono ancora in corso, ma ambienti di governo a diretta conoscenza della questione quantificano in «4-5 miliardi di euro» il valore effettivo dei prestiti che verranno chiesti all’Unione. Un terzo di quanto previsto.
Non farà piacere (eufemismo) al ministro della Difesa, Guido Crosetto, che ha sempre rimarcato l’importanza d’investire nella sicurezza nazionale, senza mettere in contrapposizione le spese militari e quelle per benzina e bollette.
La richiesta su Safe non avverrà da qui al weekend: l’intenzione del governo — altro segnale di malumore verso Bruxelles — è di lasciar correre la scadenza di domenica. Per attendere che la presidente della Commissione risponda alla lettera spedita dalla premier il 18 maggio, in cui veniva chiesto all’Europa di rendere le risposte alla crisi energetica prioritarie al pari degli investimenti in difesa.
Meloni ne fa una questione politica, che tiene naturalmente in conto anche i riflessi sul consenso elettorale. Lo ha ripetuto ieri, ospite di Mattino Cinque su Mediaset, dopo una riunione mercoledì a palazzo Chigi con vari ministri: i vicepremier Antonio Tajani e Matteo Salvini (collegato), Giancarlo Giorgetti, Guido Crosetto e il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari.
«Non possiamo dire ai cittadini che i soldi ci sono solo per la difesa — le parole di Meloni sulla rete ammiraglia del Biscione — E lo dico da persona che sostiene con forza la necessità di fare di più per difenderci da soli». Però, per la premier, «è evidente che se non siamo in grado di dare risposte ai cittadini rischiamo che non ci sia più niente da difendere».
Non è l’unica spina internazionale, per Meloni. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz intende convocare un vertice E5 (Germania, Gran Bretagna, Francia, Polonia e Italia) per il 2 giugno. All’ordine del giorno, Nato e Ucraina: dovrebbero esserci anche il capo negoziatore di Kiev, Rustem Umerov, e il capo dell’alleanza atlantica, Mark Rutte.
Il problema per Meloni è la data: è stato chiesto a Berlino di spostare il summit, che coincide con la festa della Repubblica, al 3-4 giugno. «Noi non avremmo mai chiesto ai francesi di venire a Roma il 14 luglio», la tesi che trapela da fonti di governo. Berlino per ora resiste sul 2, ma si tratta. In caso, potrebbe andare al vertice il vicepremier Tajani.
(da agenzie)
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Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile
DOPO IL NO PREVEDIBILE DI SALVINI È ARRIVATA A RUOTA FRATELLI D’ITALIA CON IL NASO BIFORCUTO DI GIOVANNI DONZELLI: “SIGNIFICHEREBBE ESTENDERE LA GUERRA A TUTTA L’EUROPA”. E INFINE TAJANI, CHE SI È GIUSTIFICATO CON LA NECESSITÀ DI FAR ENTRARE PRIMA I PAESI BALCANICI (ANNAMO BENE)
Sullo sfondo resta poi la questione del processo di adesione dell’Ucraina, che
dovrebbe portare l’Ue a dare il via all’apertura dei capitoli negoziali a metà giugno. Il nuovo premier ungherese, Peter Magyar, ha aperto a questa possibilità, ma «a patto che ci sia un accordo sui diritti delle minoranze ungheresi in Transcarpazia». In Italia, intanto, la destra viene allo scoperto e ammette la propria contrarietà.
Il silenzio con cui Fratelli d’Italia mercoledì aveva accolto le parole, nette, di Matteo Salvini contro l’ingresso di Kiev in Ue era in realtà già abbastanza rivelatore di cosa pensasse Giorgia Meloni. Ieri Giovanni Donzelli ha confermato i dubbi della premier: «In questo momento di non raggiunta pace con la Russia, significherebbe estendere la guerra a tutta l’Europa, per quelle che sono le norme internazionali
Non c’è una reale spaccatura nel governo. Sono posizionamenti tattici e politici. Nessuno dei tre partiti di maggioranza è favorevole all’ingresso immediato dell’Ucraina. Ma lo sostengono con toni e sfumature diverse.
Da Cipro, il leader di Forza Italia Antonio Tajani ha ribadito a nome del governo che bisogna aspettare: quando l’Ucraina avrà «abbattuto» la corruzione e senza «mettere in un angolo l’adesione dei Balcani, che per noi è una priorità».
Il che impone tempi, appunto, più lunghi. Un orizzonte che avvicina alle tesi della maggioranza anche il M5S. Il presidente Giuseppe Conte ha usato parole simili a Donzelli: «Non ci sono adesso le condizioni, saremmo in guerra. Più plausibile ipotesi di partner strategico per l’Ue».
Meloni guarda alla proposta del cancelliere tedesco Friedrich Merz di offrire a Kiev lo status di “associato” senza diritto di voto. Una mossa che a Palazzo Chigi interpretano come un modo per rallentare l’adesione.
I leader potrebbero parlarne a Berlino, al vertice con Francia, Regno Unito e Polonia previsto nella seconda metà della prossima settimana. Di certo, a un anno dal voto è evidente quanto nelle scelte di Meloni pesi il calcolo elettorale. La competizione a destra con Roberto Vannacci, schierato più con la Russia che con l’Ucraina, rendono il tema dell’allargamento più insidioso e non più così urgente per Meloni. Tra l’altro, secondo il partito della premier, l’ingresso di un Paese come l’Ucraina, potentemente agricolo e uscito a pezzi dalla guerra, renderebbe più esigua la fetta che spetta all’Italia dei fondi di coesione e per l’agricoltura.
(da “La Stampa”)
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Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile
UNA DONNA IVORIANA E UN UOMO SUDANESE, CHE SOSTENGONO DI ESSERE STATI TORTURATI DA ALMASRI E ORA SONO IN ITALIA, SI SONO RIVOLTI ALLA CORTE LAMENTANDO LA VIOLAZIONE DEI LORO DIRITTI DA PARTE DEL NOSTRO PAESE
Il caso della mancata esecuzione da parte del Governo italiano del mandato di arresto emesso dalla Cpi nei confronti di Osama Almasri Njeem, ex capo della polizia giudiziaria libica, arriva alla Corte europea dei diritti umani
Una donna ivoriana e un uomo sudanese, che affermano di essere stati torturati dall’uomo, e che ora sono in Italia, si sono rivolti alla Cedu affermando che cosi
facendo, l’Italia ha violato i loro diritti.
La Cedu dopo un esame preliminare dei ricorsi, li ha comunicati al Governo con una serie di domande, per comprendere se i casi siano ammissibili e se eventualmente decidere se l’Italia ha violato i loro diritti.
(da agenzie)
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Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile
“LA GUERRA POTREBBE PORTARE L’INFLAZIONE AL 6%” … LA BORDATA SUGLI STATI UE CHE FRENANO IL MERCATO UNICO (VEDI GERMANIA CON UNICREDIT): “FINCHÉ I MERCATI DEI CAPITALI RESTERANNO FRAMMENTATI LUNGO LINEE NAZIONALI, IL RISPARMIO EUROPEO CONTINUERÀ A CERCARE IMPIEGO ALTROVE, FINANZIANDO LA CRESCITA DI ALTRE ECONOMIE”
Fabio Panetta traccia le coordinate per l’Italia e per l’Unione Europea durante le sue
Considerazioni Finali sul 2025. Il governatore della Banca d’Italia delinea un quadro severo, dominato dall’urgenza di puntare su investimenti e giovani per garantire il futuro.
La ricetta, secondo il banchiere centrale, passa per l’innovazione tecnologica, con l’obbligo di non disperdere i talenti. Con un netto messaggio di fondo: «Senza risorse umane qualificate, anche le tecnologie più avanzate producono benefici limitati». Questo perché, spiega Panetta, «il criterio ultimo del successo sarà la capacità di offrire opportunità e futuro ai giovani»
Lo scorso anno l’espansione globale ha stupito gli analisti, con un Pil in progresso di quasi tre punti e mezzo percentuali. Un impulso vitale è arrivato dalla tecnologia, giacché «la costruzione dei centri di calcolo ha sostenuto gli investimenti», specie negli Stati Uniti.
I venti di guerra hanno stravolto questo abbrivio incoraggiante. «La situazione è stata drammaticamente modificata dal conflitto nel Golfo Persico». Il blocco dello stretto di Hormuz ha causato carenze di offerta e rincari per le materie prime energetiche, esacerbando le pressioni sui prezzi.
Tali rincari erodono i redditi delle famiglie e comprimono i margini aziendali, in un contesto segnato da condizioni finanziarie rigide. I tassi restano tesi e gli Stati si ritrovano disarmati, poiché «i debiti pubblici, già elevati dopo anni di politiche espansive, lasciano spazi ridotti per interventi di sostegno». Con la guerra il rischio è veder correre l’inflazione al 6% nell’Eurozona.
A peggiorare il panorama intervengono le spinte protezionistiche mondiali, trainate dai dazi statunitensi e dalla reazione cinese, dinamiche in grado di alimentare squilibri strutturali. La divisione in blocchi contrapposti, secondo il banchiere centrale italiano, rappresenta una zavorra per la prosperità condivisa.
La diagnosi di Palazzo Koch risulta inequivocabile. «In un mondo che resta profondamente interconnesso, la frammentazione non elimina gli squilibri: li sposta, li nasconde, li rende più profondi e più costosi da correggere», sottolinea Panetta. Il monito per i governi non ammette retromarce sull’importanza del multilateralismo e delle relazioni fondate su regole condivise. Un concetto che è considerato fondamentale da Via Nazionale.
In un contesto così complicato, spiega il governatore, il terreno dello scontro competitivo contemporaneo è l’innovazione digitale. L’intelligenza artificiale, citata per oltre 30 volte durante le Considerazioni Finali, ridefinisce il modo di produrre e di lavorare. Le economie asiatiche e nordamericane corrono veloci, mentre «cinque
grandi aziende statunitensi detengono circa tre quarti della capacità di calcolo mondiale».
L’Europa arranca e sconta letargie istituzionali decennali. Per tale ragione, si fa notare, l’Ue si affaccia all’instabilità globale con fragilità palesi, dipendente dall’estero per materie prime, difesa e tecnologie avanzate. Il problema continentale risiede in una perenne incapacità di valorizzare le proprie risorse finanziarie.
L’Unione, ragiona Panetta, detiene un risparmio imponente, eppure non riesce a mutarlo in leva industriale ad alto valore aggiunto e ad alto rischio. L’analisi di via Nazionale colpisce al cuore il deficit costruttivo europeo: «Finché i mercati dei capitali resteranno frammentati lungo linee nazionali, il risparmio europeo continuerà a cercare impiego altrove, finanziando la crescita di altre economie anziché quella dell’Unione».
In tal senso, si rammenta, un’autentica integrazione comunitaria esige un titolo sovrano europeo in grado di mobilitare capitali privati su larga scala e capace di blindare il ruolo internazionale dell’euro. Specie perché, si sottolinea, la partita sull’intelligenza artificiale cela riverberi dirompenti sull’occupazione e sulla produttività del Vecchio Continente. Il governatore suggerisce la via: «Perché l’intelligenza artificiale diventi una leva di crescita diffusa, occorre favorirne l’adozione nelle imprese – incluse quelle piccole e medie – e investire nella formazione delle persone». Un compito non semplice, certo, ma necessario.
Sul fronte domestico, l’economia italiana mostra una tenuta di rilievo, con il Pil cresciuto di oltre il 6% dal 2019 al 2025. Un ruolo vitale per la ripartenza lo ha giocato il settore pubblico tramite il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), decisivo nel convogliare oltre 100 miliardi fra il 2021 e il 2025. «Le spese fin qui effettuate hanno sostenuto la domanda e innalzato il livello del prodotto annuale di quasi 1 punto percentuale, in media, nel quinquennio».
Il conflitto in Medio Oriente sgretola tali prospettive e svela di nuovo l’insostenibile dipendenza energetica del Paese. La sfida epocale per la tenuta del sistema italiano si chiama però inverno demografico. Panetta traccia una rotta ineludibile per gli imprenditori, quasi come a stimolarli. «Con una popolazione in età da lavoro in forte diminuzione, non potremo contare stabilmente sull’aumento degli occupati pe
sostenere lo sviluppo. Solo un incremento del prodotto per addetto potrà alimentare nel tempo crescita, redditi e benessere», nota.
La ricetta è chiara, secondo l’inquilino di Palazzo Koch. L’unica ancora di salvezza dimora nell’aumento della produttività. Per vederla salire, le aziende della Penisola devono piegare le resistenze di un tessuto industriale troppo frammentato. L’avviso governatoriale è lapidario, e fa riferimento alle opportunità dettate dall’AI. «Siamo ancora in una fase iniziale.
Vi è quindi il tempo per evitare che si ripeta l’esperienza degli anni Novanta. Allora, nell’adozione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, si accumularono ritardi che hanno poi frenato la produttività per decenni». Allo stesso tempo, lo Stato «può agire quale committente primario dell’innovazione», aprendo mercati e orientando la domanda verso applicazioni avanzate in sanità, energia e sicurezza. Nel contempo, non dimentica il governatore, risulta urgente rafforzare il comparto del venture capital e del private equity per finanziare progetti ad alto rischio e grande potenziale tecnologico.
Il capitolo fondante delle Considerazioni Finali abbraccia il destino dei giovani e la formazione. L’innovazione esige un ecosistema sociale brillante e pronto a maneggiare la complessità algoritmica. In Italia la percentuale dei trentenni laureati – seppure aumentata – si ferma al 30%, al di sotto dei partner occidentali, e fra i ragazzi non laureati uno su cinque non frequenta scuole e risulta inattivo.
Da queste carenze prende forma un esodo allarmante per le radici della Repubblica, a pochi giorni dal suo ottantesimo compleanno. «Una quota crescente di giovani laureati si trasferisce all’estero alla ricerca di un pieno riconoscimento delle proprie competenze; tra il 2020 e il 2024 ne sono usciti dal Paese oltre 100.000», dice Panetta. Una fuga dei cervelli che non è più solo temporanea, ma assume i contorni di un fenomeno quasi strutturale. E da invertire.
Lo scenario
Si consolida un paradosso letale per l’industria tricolore. Panetta descrive la spirale in corso senza metafore: «Un sistema produttivo poco innovativo genera una domanda insufficiente di lavoro qualificato e riduce gli incentivi a investire in
istruzione; la carenza di competenze rende a sua volta difficile adottare nuove tecnologie».
Il comparto scolastico e accademico deve, secondo il banchiere centrale, risorgere grazie a massicce iniezioni di capitale, recuperando un ritardo di spesa pubblica in istruzione pari a un intero punto di Pil in confronto all’Unione.
È per questo, si esorta, i governi, i legislatori e gli investitori sono obbligati a uno sforzo coeso per dirottare il credito verso la scienza e la ricerca. E proprio su tale aspetto c’è un monito che ricorda alla classe dirigente che i cervelli in fuga non si rimpiazzano coi codici artificiali. «Senza risorse umane qualificate, anche le tecnologie più avanzate producono benefici limitati». Vale a dire che le persone restano l’unico motore pulsante di ogni balzo in avanti e il contrafforte inestimabile su cui innalzare la competitività dei prossimi decenni. Anche nell’era dell’AI.
(da La Stampa)
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Maggio 29th, 2026 Riccardo Fucile
DA CHI HA LIBERATO E RIPORTATO IN LIBIA CON AEREO DI STATO UN CRIMINALE VIOLENTATORE DI BAMBINI NON C’E’ PIU’ DA STUPIRSI_ E’ LA DESTRA DELLA ILLEGALITA’
Il centrodestra italiano cerca di fare un favore ai Paesi che non rispettano lo Stato di diritto in Europa. È questo che emerge da una risoluzione approvata dalla maggioranza alla Camera, con 129 voti a favore. Nel testo, si chiede al governo di impegnarsi per fare in modo che dal 2028 l’Unione europea cancelli “i meccanismi sanzionatori previsti nei casi di asserita violazione dello Stato di diritto da parte degli Stati membri”.
Una proposta che ha attirato subito la condanna di Avs, con la deputata Elisabetta Piccolotti: “Ci pare che la vostra mozione dica che lo Stato di diritto in Europa vale fino a un certo punto, cioè vale finché non incontra la volontà di persone come Orbán, finché non incontra la volontà di potenza di leader che puntano a soluzioni autoritarie”.
Le risoluzioni non sono vincolanti. Questo significa che, dopo l’approvazione, non cambierà nulla nell’immediato. Il governo non è obbligato legalmente a rispettare l’impegno che l’Aula gli ha chiesto. Ma il testo rappresenta comunque una presa di posizione netta, sul piano politico.
Le punizioni dell’Ue per chi viola lo Stato di diritto oggi
Nel diritto europeo è molto importante il concetto di Stato di diritto. L’articolo 2 del Trattato sull’Unione europea, il testo fondamentale su cui si regge l’Ue, dice che l’Unione “si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non
discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini”. Queste sono, in generale, le linee che non vanno superate.
Sulla carta c’è già da tempo una norma che permette di punire i Paesi membri che non rispettano questi principi, togliendo loro il diritto di voto. Ma non è mai stata messa in atto, soprattutto perché per farla scattare serve un voto all’unanimità di tutti i Paesi tranne quello punito.
Dal 2020 invece c’è un nuovo meccanismo, più flessibile: il cosiddetto Regolamento sulla condizionalità. Con un voto a maggioranza, si possono colpire i Paesi che non rispettano lo Stato di diritto sospendendo i fondi europei che gli spetterebbero. Questo meccanismo ha colpito la Polonia e soprattutto l’Ungheria dell’ormai ex premier Viktor Orban.
Ora si vorrebbe fare un passo ulteriore. Nel Quadro finanziario del 2028-2034, che traccerà le linee da seguire in quegli anni, c’è la proposta di inserire un’ulteriore stretta da questo punto di vista. Per alcuni fondi si vorrebbe richiedere a ciascun Paese di spiegare nel dettaglio i loro progetti, per assicurare che siano in linea con i principi dello Stato di diritto, e che rispettino le raccomandazioni sul tema che ogni anno la Commissione europea fa a ogni governo. In caso contrario, scatterebbe una sospensione di dodici mesi. Se niente cambia in quell’anno di tempo, i fondi sarebbero ritirati del tutto.
Il ‘no’ della destra italiana
Su questo punto il centrodestra italiano ha deciso di mettersi di traverso. Perché, si legge nella mozione approvata oggi, bisogna “vigilare” per essere sicuri che questi meccanismi “siano ancorati a criteri oggettivi e misurabili e non a criteri politicamente sensibili e discrezionali”. Mantenere un metodo il più possibile “aderente al sistema attualmente in vigore”, senza altre strette. La proposta europea “desta preoccupazione” nel centrodestra, perché significa che le raccomandazioni della Commissione europea sullo Stato di diritto diventerebbero vincolanti, mentre invece dovrebbero “rimanere uno strumento preventivo”.
La sostanza arriva negli impegni: si chiede al governo Meloni di fare il possibile “nelle competenti sedi decisionali dell’Unione europea” per fare in modo che “si espungano dalla proposta i meccanismi sanzionatori previsti nei casi di asserita violazione dello Stato di diritto da parte degli Stati membri”. L’intenzione, messa
nero su bianco, è di fare marcia indietro sulle sanzioni contro chi non rispetta lo Stato di diritto.
“State dicendo che l’Unione non deve intervenire con sanzioni quando uno Stato membro viola i principi democratici, viola l’equilibrio dei poteri, minaccia l’autonomia della magistratura, minaccia la libertà delle persone. Questo punto della mozione è completamente inaccettabile, dimostra tutta la vostra subalternità a Trump, a Putin, a Orbán e a tutta la filiera dell’internazionale nera e mette a rischio l’Europa”, ha attaccato Piccolotti in Aula.
(da Fanpage)
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