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FINANCIAL TIMES: “COME UN PESCIVENDOLO DOPO GIORNI DI MARE GROSSO, MELONI HA BEN POCA MERCE DA VENDERE”

Agosto 25th, 2026 Riccardo Fucile

LA STRONCATURA DEL GOVERNO: “QUANDO È ENTRATA IN CARICA ALLA FINE DEL 2022, MELONI HA INVESTITO IL PROPRIO CAPITALE POLITICO NELLA GESTIONE DEL LENTO DECLINO ECONOMICO DELL’ITALIA, ANZICHÉ TENTARE DI INVERTIRNE LA ROTTA. LO HA FATTO FAVORENDO MOLTEPLICI INTERESSI PARTICOLARI E INDIVIDUANDO CAPRI ESPIATORI”… “IL SUO GOVERNO HA INDEBOLITO ISTITUZIONI ECONOMICHE CRUCIALI E AMPIE SANATORIE HANNO ULTERIORMENTE INDEBOLITO LO STATO DI DIRITTO”

Il mese scorso, la camera bassa del parlamento italiano ha approvato una drastica riscrittura della legge elettorale del paese, che potrebbe preludere a elezioni anticipate.
Se ratificata dal Senato, questa sarà la quarta riforma elettorale in due decenni. Le tre iniziative precedenti avevano motivazioni apertamente di parte e un sostegno rigorosamente di parte — la prima fu approvata dal centrodestra (2005), la seconda (2015) e la terza (2017) dal centrosinistra.
Ognuna ha prodotto sistemi elettorali complessi ed eccentrici, erodendo al contempo la responsabilità politica e la fiducia nella democrazia rappresentativa. Lo stesso vale per questa riforma, promossa dalla coalizione di destra della presidente del Consiglio Giorgia Meloni.
Le prime due riforme furono bocciate dalla Corte costituzionale perché lasciavano agli elettori un margine pressoché nullo nella scelta dei parlamentari e distorcevano la traduzione dei voti in seggi (assegnando […] un «premio di maggioranza»). Per le stesse ragioni, si può sostenere che anche questa nuova riforma sia incostituzionale.
È per questo che Meloni potrebbe puntare a elezioni anticipate — probabilmente all’inizio del 2027 — proprio allo scopo di anticipare la Corte. Se i giudici invalidassero la riforma dopo le elezioni, la Corte non annullerebbe né il voto né il premio di maggioranza ottenuto dal vincitore.
La logica della riforma è chiara. Come un pescivendolo dopo giorni di mare grosso, Meloni ha ben poca merce da vendere. Quando è entrata in carica alla fine del 2022, ha investito il proprio capitale politico nella gestione del lento declino economico dell’Italia, anziché tentare di invertirne la rotta. Lo ha fatto favorendo molteplici interessi particolari, tra cui le microimprese e i lavoratori autonomi, e individuando capri espiatori — come dimostra la sua reazione alla recente crisi migratoria di Ceuta.
Il suo governo ha indebolito istituzioni economiche cruciali per l’innovazione e la distruzione creatrice, la cui debolezza è la causa immediata della produttività italiana da lungo tempo stagnante. Ampie sanatorie per l’evasione fiscale e l’abusivismo edilizio hanno ulteriormente indebolito lo stato di diritto, e una recente riforma del mercato azionario ha ridotto le tutele per gli azionisti di minoranza, cosa che abbasserà ulteriormente gli standard di governo societario e ostacolerà la crescita delle imprese.
Il centrosinistra lamenta i bassi salari del paese e le diffuse ingiustizie. Ma continua a non disporre di idee credibili per indirizzare l’Italia verso un percorso più equo e produttivo. Nel frattempo, il debito pubblico si attesta al 138,5 per cento del PIL, rispetto al 120,8 per cento del 2011, quando una crisi di fiducia nei titoli di Stato italiani minacciò la sopravvivenza dell’euro e della stessa UE.
Alla luce di tutto questo, quattro anni dopo che Meloni ha assunto la guida del paese, le classi medio-basse non sono soddisfatte.
Da qui la riforma da lei proposta, concepita per favorire le coalizioni — come la sua — che non hanno concorrenti ai propri margini. Inizialmente, lo stratagemma sembrava messo a rischio dall’ascesa di un nuovo partito demagogico, National Future, che attacca con veemenza da destra il governo Meloni. Ma poiché non vi sono principi che li dividano, e la cooptazione sarebbe vantaggiosa per entrambi, mi aspetto che il nuovo partito finisca per entrare nella sua coalizione.
In politica estera Meloni si è dimostrata adeguatamente europeista e atlantista, conquistandosi a Berlino e Bruxelles l’accettazione come partner credibile. È persino riuscita a mantenere un equilibrio praticabile tra la vicinanza a Washington e la distanza dalle stravaganze più estreme di Donald Trump.
Né questo esercizio di equilibrio né la sua riforma elettorale garantiranno la vittoria di Meloni alle prossime elezioni. Quel che è certo è che questa riforma contribuirà ulteriormente alla rovina delle istituzioni politiche italiane.
I conservatori europei sono stati forse poco saggi nell’accogliere Meloni così calorosamente; i progressisti europei potrebbero voler essere più esigenti nei confronti dei suoi avversari, qualora dovessero succederle.

(da Financial Times)

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FRANCESCO MERLO SMASCHERA CONTE: “DICE WOKE PER DIRE SCHLEIN. IN ITALIA IL WOKE NON HA MAI PRESO PIEDE E DUNQUE INSISTERE IN ITALIA CON IL POLITICAMENTE SCORRETTO È MOLTO PERICOLOSO E NON PORTA CERTO ALL’OPPORTUNISMO INAFFIDABILE DEL FILORUSSO CONTE E ALLA SUA FALSA SINISTRA A 5STELLE, CHE SI FINGE GUARITA DA UNA MALATTIA (IL WOKE) CHE NON PUÒ AVERE AVUTO

Agosto 25th, 2026 Riccardo Fucile

PORTA DRITTO DRITTO ALLA DESTRA VERA E DURA, DA MELONI SINO A VANNACCI

Conte, che viene dal vaffa e dal trasformismo, cioè dal peggio del politicamente scorretto, non ha nulla a che fare con la difesa dei diritti e l’inclusione, misurata o eccessiva che sia. Il suo “ripudio” del woke è dunque una furbata con la coscienza scorretta, un altro dei suoi dispetti al Pd: dice woke per dire Schlein.
Fiuta il vento anti-woke che soffia in America e asseconda la destra (italiana) che spaccia per woke la sinistra (italiana) delle regole e delle buone maniere che reprimono e governano le peggiori pulsioni, come il vaffa appunto, ma anche il farsi giustizia da soli sparando alle spalle dei ladri, o come la paura razzista del diverso, del gay, dell’immigrato, del nero.
Non è vero che la sinistra italiana scrive usando l’asterisco e la “e” rovesciata come desinenze finali, non è vero che la sinistra rinnega la famiglia tradizionale, non è vero che la sinistra ripudia il Natale
In Italia il woke non ha mai preso veramente piede, è caricaturale e minoritario, una specie di corrente letteraria che serve solo alla destra. E dunque insistere in Italia con il politicamente scorretto è molto pericoloso e non porta certo all’opportunismo inaffidabile del filorusso Conte e alla sua falsa sinistra a 5stelle, che si finge guarita da una malattia (il woke) che non può avere avuto.
Porta dritto dritto alla destra vera e dura, da Meloni sino a Vannacci.

(da Repubblica)

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LE PRIMARIE RISCHIANO DI SPACCARE LA COALIZIONE E DI FAR PERDERE VOTI: SE VINCE SCHLEIN, UNA PARTE DELL’ELETTORATO EX GRILLINO GUARDERÀ ALTROVE, ASTENSIONE COMPRESA. E SE LA SPUNTA GIUSEPPE CONTE NON PRENDERÀ CERTO TUTTI I VOTI DEL POPOLO DEL PD. E SE SCHLEIN FACESSE UN PASSO INDIETRO E INDICASSE SILVIA SALIS COME CANDIDATA PD?

Agosto 25th, 2026 Riccardo Fucile

SENZA CONTARE LE REGOLE PER LA CONSULTAZIONE (DOPPIO TURNO? E SI VOTERA’ ANCHE ONLINE COME CHIEDE PEPPINIELLO?) E LE LISTE ELETTORALI DA FARE (SPECIE SE CON LA NUOVA LEGGE TORNASSERO LE PREFERENZE, CONDITE CON L’ESCAMOTAGE DEI CAPILISTA BLOCCATI) – IL NODO DEL PROGRAMMA: SE VINCE CONTE, COME LA METTIAMO CON L’UCRAINA?

Pare che un avvertimento fosse arrivato già prima dell’estate. Una società di comunicazione l’allarme l’ha lanciato nelle stanze del Nazareno: «Guardate che le primarie possono avvelenare il Campo largo. Voi dem e i 5 Stelle avete due pelli diverse, la chimica vi divide anche al di là degli accordi sul programma. Se le vince Elly Schlein una parte dell’elettorato ex grillino non si turerà il naso e guarderà altrove, astensione compresa. E se la spunta Giuseppe Conte col cavolo che prenderà tutti i voti del popolo del Pd».
Dario Franceschini, in tempi non sospetti, lo aveva tirato fuori l’uovo di Colombo: andiamo tutti insieme e ognuno per sé, vinciamo le elezioni e poi si vedrà. Ma la mossa di Giorgia Meloni, quella di una legge elettorale che obbliga a indicare il candidato premier, ha fatto saltare il banco, e le ambizioni personali hanno fatto il resto: dalle primarie non si scappa, a scanso di miracoli.
E all’oggi, anche se le nuove regole per il voto dovessero naufragare per le spaccature feroci e clandestine del centrodestra, sarebbe difficile rinunciare alla sfida: Elly la vuole, Giuseppe la pretende e pure gli altri, alla fine, dovranno metterci la faccia.
Matteo Renzi candiderà magari Giorgio Gori, ci sarà il segretario di +Europa, Riccardo Magi, e pure Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, che amano le primarie come un mal di denti, dovranno schierare una bella statuina. Poi c’è l’incognita Silvia Salis: se sipresenta alle primarie e fa seconda va al ballottaggio con Conte e può vincere.
Occhio però, perché i duelli non si concludono mica con chi prende un voto in più ai gazebo. Ci sono le liste elettorali da fare, i candidati da scegliere, specie se con la nuova legge tornassero le preferenze, condite con l’ escamotage dei capilista bloccati.
Ma poi, davvero le perderà queste benedette primarie Giuseppe Conte? È scattato in anticipo, magari troppo presto per quella che si annuncia come una maratona. Ma certo ci va giù duro, dalla fine del sostegno militare all’Ucraina alla zampata contro la cultura woke . Elly Schlein non trema, e ha dalla sua il merito di aver costruito certosinamente un’alleanza che pareva impossibile, portando il Campo largo, almeno nei sondaggi, a poter competere per il governo del Paese.
Ma i rischi sono enormi: sulla carta parte da una base elettorale molto più ampia, che cosa succederebbe nel Pd se dovesse perdere le primarie? L’impatto, probabilmente, sarebbe devastante, con tutta evidenza non è in gioco soltanto il suo destino personale. Per di più i ruoli sembrano invertiti, rispetto alla sfida che portò Elly a perdere contro Stefano Bonaccini nelle sezioni di partito e poi a trionfare nel voto delle piazze. Ora pare che sia Conte quello che si affida di più al voto popolare, spingendo anche perché la consultazione si svolga online, oltre che nei gazebo.
Mentre Schlein pare pronta a mettere in campo le truppe delle Feste dell’Unità, gli accordi con il sindacato, a partire dall’esercito dello Spi-Cgil: in una parola, il voto organizzato.
Su tutto, c’è poi la nebbia del programma. L’idea di Conte, di sottoporre ognuno le proprie idee al giudizio delle primarie, è senz’altro insidiosa. Ma lui stesso ci tiene a far sapere che è pronto a sedersi prima e presto a un tavolo per raggiungere un’intesa.
Insomma, giura di non volere una sfida divisiva. Però restano oscure le regole: voto completamente aperto o con paletti? Il Pd pensa al ballottaggio, per i 5 Stelle non se ne parla. E soprattutto, poi, serve una data. Perché ai tormentoni ci si affeziona, ma c’è un limite.

(da Corriere della Sera)

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“GIORGIA MELONI HA PERSO UN’ALTRA OCCASIONE PER TOGLIERSI UN DENTE CHE NON HA INTENZIONE DI TOGLIERSI”. ALDO CAZZULLO: “LA INTERVISTAVA IL ‘NEW YORK TIMES’, IL GIORNALE PIÙ IMPORTANTE DEL MONDO. QUALE CHANCE MIGLIORE PER DIRE: SONO ANTIFASCISTA, MI RICONOSCO APPIENO NEI VALORI DELLA LIBERTÀ E DELLA DEMOCRAZIA. COSÌ, SENZA ESSERE COSTRETTA AD ABIURE O A CONCESSIONI ALL’ODIATA SINISTRA ITALIANA”

Agosto 25th, 2026 Riccardo Fucile

“INVECE SI È RIFUGIATA NELL’ENNESIMO GIOCO DI PAROLE”… “MA A VIVERLO DALL’INTERNO, SI CAPIVA CHIARISSIMAMENTE FIN DALL’INIZIO COSA FOSSE IL FASCISMO”

Due settimane fa ci eravamo salutati dicendoci che Giorgia Meloni aveva un’ottima occasione per definire la sua identità politica, rifiutando l’alleanza con Vannacci. Vedremo come andrà a finire.
Già oggi possiamo notare che la premier ha perso un’ottima occasione per togliersi un dente che all’evidenza non ha alcuna intenzione di togliersi.
La intervistava il New York Times , il giornale più importante del mondo. Quale chance migliore per dire: sono antifascista, mi riconosco appieno nei valori della libertà e della democrazia. Così, senza essere costretta ad abiure o a concessioni all’odiata sinistra italiana, rivolgendosi alla comunità internazionale dei princìpi e delle idee.
Invece si è rifugiata nell’ennesimo gioco di parole: «Chiaramente, se guardiamo a questa storia oggi è una cosa. Se l’avessimo vissuta dall’interno, probabilmente l’avremmo vista diversamente, no?».
Ma a viverlo dall’interno, si capiva chiarissimamente fin dall’inizio cosa fosse il fascismo. «Quando la nostra violenza è risolutiva di una situazione cancrenosa, è moralissima, è sacrosanta, è necessaria» proclama Mussolini dopo che i suoi hanno distrutto la sede dell’ Avanti!
Non poteva essere più chiaro cosa fosse il fascismo, quando le squadracce vanno all’assalto delle amministrazioni socialiste, costringendo alle dimissioni il sindaco di Milano e quello di Bologna, conquistando con le armi in pugno Ferrara, Ancona, Bari, Terni, Varese, e poi Civitavecchia, Savona, Bolzano, infine Trento, Vicenza, Belluno.
Si poteva intuire cosa sarebbe accaduto, quando il 13 maggio 1921 viene ucciso Eriberto Ramella Germanin, consigliere provinciale di Biella, aggredito dodici contro uno; quando il 29 maggio un centinaio di fascisti, nascosti dai passamontagna tipo rapinatori o membri del Ku Klux Klan, danno la caccia ai socialisti di Coniolo Monferrato casa per casa; quando l’11 dicembre 1921 le camicie nere di Cremona tendono un agguato lungo una strada di campagna ad Attilio Boldori, invalido di guerra, lo ammazzano a bastonate e vengono difesi dal capo, Roberto Farinacci, con questa motivazione: «Non è colpa loro se le ossa del cranio di Boldori si erano rivelate troppo deboli».
Tutto questo accade prima che i fascisti prendano il potere, gettino dalle finestre i socialisti di San Lorenzo che avevano tentato di resistere alla marcia su Roma, evirino, accechino e trascinino legato a un camion il capo dei metalmeccanici torinesi, l’anarchico Pietro Ferrero, sevizino e uccidano Giacomo Matteotti, ammazzino a bastonate don Giovanni Minzoni, un prete, provochino la morte di Piero Gobetti, liberalsocialista, e di Giovanni Amendola, liberale conservatore. Nessuno tra questi era comunista.

(da “Corriere della Sera”)

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MASSIMO CACCIARI: “IL CAMPO LARGO PENSI AL PROGRAMMA, CONTRARIO ALLE PRIMARIE, DIVIDONO E BASTA. CONTE E SCHLEIN FACCIANO UN PASSO INDIETRO A FAVORE DI UN TERZO NOME, SILVIA SALIS”

Agosto 25th, 2026 Riccardo Fucile

“MEGLIO LASCIAR PERDERE IL WOKE, LA SINISTRA RIPARTA DA KARL MARX”

La lettera di Giuseppe Conte su woke e affini per lui va bene, è giusta. Tanto da spingerlo a dire: “Credo che anche Elly Schlein non possa che condividerla”. Ma per il filosofo Massimo Cacciari il nodo è un altro: “Al centrosinistra mancano totalmente i programmi”. Quanto alle primarie, l’ex sindaco di Venezia era e resta contrario: “Rischi di farti male”.
Nel testo inviato a Repubblica Conte sostiene: “La cultura woke non può costituire l’ossatura ideologica di una forza progressista”. Lo trova semplicistico?
Ma no, è giusto sottolineare che il centrosinistra e la cultura che afferisce a quel campo debbano passare da un discorso puramente ideologico sui diritti a uno incentrato sui problemi urgenti della gente: dai salari alle condizioni di lavoro, fino alla sanità. Sono questi i temi su cui porre l’accento.
Serve pragmatismo.
Certamente. Non si costruiscono partiti di massa ispirandosi al modello del partito d’Azione. Il centro della proposta non possono essere argomenti che riguardano solo alcune élite. Dopodiché nel cosiddetto campo largo farebbero bene a ripassare i fondamentali, ad esempio le analisi di un certo Karl Marx (sorride, ndr).
La lettura diffusa è che Conte abbia scritto sul woke per mettere di nuovo in difficoltà Schlein, sempre in ottica primarie. Condivide?
Credo che anche la segretaria del Pd sappia che non si possa impostare tutto sul politically correct, e che le priorità siano le emergenze sociali. Però il vero punto è che al centrosinistra mancano i programmi. Sul woke e sui diritti civili una paginetta di sintesi i partiti potrebbero pure scriverla, secondo me. Ma cosa pensano rispetto a un tema centrale come quello della politica fiscale? E soprattutto, come potranno accordarsi sulla politica estera, con il Pd che in Europa ha sostenuto come commissaria la Von der Leyen, e che per metà è composto da democristiani?
La segretaria è molto a sinistra.
Lei sì. Anche Gianni Cuperlo lo è, per dire. Ma quanti altri lo sono?
Sempre secondo Conte, il vincitore delle primarie avrebbe il diritto di dettare la linea, per esempio sull’Ucraina. Ma il Pd e gli altri partiti vogliono fissare tutto prima, in un tavolo sul programma.
Qui siamo al sovvertimento della logica. Come fai a fare il programma prima di scegliere il leader? Nelle primarie dovrebbero confrontarsi sulle diverse proposte, non certo su chi è più bello. Prima di tenerle, potrebbero al massimo fissare delle linee di massima, senza nulla di troppo dettagliato dentro. Ma è chiaro che il leader designato porterebbe i suoi orientamenti.
Lei si è sempre detto scettico sulle primarie.
Il rischio è di farsi male. In sintesi: se vince Schlein, il pericolo è che tanti elettori del Movimento, la metà almeno, non vadano a votare nelle Politiche. Se invece dovesse prevalere Conte, il Pd si sfascerebbe la sera stessa.
Quindi?
Quindi sia Conte che Schlein dovrebbero compiere un atto di generosità politica, facendosi da parte. Sarebbe una nobile uscita, diciamo.
Servirebbe un terzo nome… mica facile trovarlo.
E lo trovassero! Parlano della sindaca di Genova, Silvia Salis. Ebbene, può essere un’ipotesi. Dopodiché, decidessero loro. Di certo di questo dibattito sulle primarie non gliene frega niente a nessuno, nel Paese. Ripeto, il tema sono le proposte di governo. Ad esempio, cosa farebbe il centrosinistra sulle riforme? È ormai evidente come il regionalismo sia una palla al piede per il Paese. Le Regioni non funzionano. Il campo largo vuole occuparsene? Bisogna sciogliere questi nodi, perché questa volta la partita si può vincere, visto che hanno diversi problemi anche nell’altro fronte.
Ma il woke…
Bisogna parlare d’altro. I problemi sono altri, e lo capiscono tutti.

(da ilfattoquotidiano.it)

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NELLA SEDE DI CASAPOUND IL RITIRO “ESCLUSIVO” DI ANTISEMITI, SUPREMATISTI E RAZZISTI USA

Agosto 25th, 2026 Riccardo Fucile

ECCO CHI C’ERA AL CONVEGNO “ESCLUSIVO” NELLA SEDE DI CASAPOUND

Nella primavera del 2026 a Roma si è tenuto un incontro riservato di suprematisti bianchi provenienti dagli Stati Uniti. La sede prescelta per il meeting è stato il palazzo occupato di CasaPound in via Napoleone III. È qui che si sono dati convegno gli invitati di Counter Currents, una casa editrice e un network politico di nazionalisti bianchi americani, dell’Alt Right. Counter Currents nasce nel 2010 per iniziativa di Greg Johnson e Michael Polignano, ma è senza dubbio il primo il leader del progetto, nonché quello che fa parlare di sé per le sue dichiarazioni razziste e antisemite.
Cunter Currents da anni organizza un meeting per amici, sostenitori e finanziatori. Un incontro non pubblico dove fare networking, e illudersi di creare l’élite di un futuro stato etnicamente bianco. Da alcuni anni l’appuntamento “esclusivo” si è spostato in Europa, così da poter incontrare i sempre più numerosi amici nel Vecchio Continente. Così nella capitale sono arrivati gli ospiti di Johnson e soci.
L’Italia, e la capitale in particolare, si conferma estremamente attrattiva per la destra americana, da quella che oggi occupa la Casa Bianca, ai network più estremisti. Tra qualche giorno, come abbiamo già raccontato, arriveranno in Italia i rappresentanti del più importante appuntamento della destra repubblicana, la Conservative Political Action Conference, che nel 2027 si dovrebbe tenere proprio a Roma. Prevista una cena di gala con invitati i leader del centrodestra, inclusi ovviamente Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani.
La ragione di tutto questo traffico tra gli USA e Roma è presto detta: nel 2022 nel nostro paese si è aperto un ciclo politico reazionario che con tutta probabilità non si è ancora concluso, e che potrebbe nel 2027 vedere uno spostamento a destra del vecchio continente del tutto inedito (si voterà non solo in Italia ma anche in Spagna e Francia), oggi l’Italia è dunque un tassello fondamentale per il disegno delle destre americane più o meno estreme per dare forza alla propria azione.
Un vero razzista e antisemita: tutto il peggio di Greg Johnson
Il Southern Poverty Law Center è un’organizzazione nata dalle lotte per la desegregazione, che negli ultimi decenni si è molto concentrata sul denunciare i crimini d’odio e mappare i gruppi estremisti. Ecco alcune delle dichiarazioni di Greg Johnson – autore tra le altre cose del Manifesto del Nazionalismo Bianco – raccolte dal SPLC per presentare il personaggio con il peggio delle sue stesse parole:
“La comunità ebraica organizzata è il principale nemico – non l’unico nemico, ma il principale nemico – di ogni tentativo di arrestare e invertire l’estinzione della razza bianca. Non si può sconfiggere un nemico che non si nomina. Pertanto, il nazionalismo bianco è inevitabilmente antisemita”
“Quanto agli ebrei… Come minimo, tutti i loro beni dovrebbero essere confiscati. Come minimo. Ci sono due ragioni per questo. Primo, dovremmo considerarlo un risarcimento. Secondo, se fosse loro permesso di conservare le loro ricchezze, le userebbero immediatamente per fomentare disordini contro di noi. Basti pensare a ciò che accadde quando Adolf Hitler, con la sua tipica eccessiva benevolenza, che fu il suo più grande difetto, permise agli ebrei di Germania di emigrare con le loro fortune”
L’idea di etnonazionalismo è vera e buona, a prescindere dai crimini, dagli errori e dalle sventure, reali o presunti, della Vecchia Destra. Pertanto non sentiamo il bisogno di «negare», minimizzare o rivedere l’Olocausto…
I neri non trovano la civiltà bianca confortevole. È come pretendere che indossino scarpe di due taglie più piccole quando imponiamo i nostri standard di puntualità e preferenze di tempo, pretendiamo che rispettino le nostre leggi sull’età del consenso o imponiamo loro la famiglia nucleare borghese. Queste cose non sono naturali per gli africani. Gli standard bianchi, come camminare sul marciapiede e non in mezzo alla strada, sono oppressivi per i neri. Tali standard sono imposti dall’odiato sistema della “supremazia bianca”. Ma se non imponiamo loro gli standard bianchi, abbiamo il caos. Abbiamo grandi città come Detroit trasformate in terre desolate.
Noi nazionalisti bianchi sosteniamo che la mescolanza di razze causi inevitabilmente odio e conflitti. Quindi è sciocco da parte nostra fingere di essere immuni agli effetti della mescolanza razziale. Se i nazionalisti bianchi che affermano di non odiare le altre razze fossero onesti, allora sarebbero la prova vivente della loro stessa affermazione secondo cui le società multirazziali generano odio. “Io sono la prova vivente che le società multirazziali causano odio razziale”.
Come è possibile che chi propaga idee simili possa organizzare un meeting transnazionale in Italia nella sede di un gruppo di estrema destra? Questa sarebbe una bella domanda da porre al Ministero dell’Interno Matteo Piantedosi, vedremo se qualcuno lo farà.
Perché i suprematisti americani si sono incontrati proprio a CasaPound
Ma come si sono incrociate le strade di Counter Corrents e di CasaPound? È presto detto, lo racconta lo stesso Greg Johnson. Il primo abboccamento avviene a Kiev nel 2018, quando conosce Alberto Palladino, uno dei quadri del movimento italiano spesso in viaggio all’estero e spesso e volentieri in Ucraina: CasaPound come altri gruppi neofascisti ha stretti contatti con l’ultra destra ucraina da prima dello scoppio della guerra, contatti che con l’invasione si sono trasformati anche nel sostegno a specifiche unità combattenti. Sia Johnson che Palladino sono presenti a un meeting che si tiene al Reconquista Club con gruppi da diversi paesi europei.
Successivamente i legami evidentemente si tengono vivi, così quando passa per Roma Johnson decide (o almeno così racconta) di incontrare nuovamente i camerati che lo avevano così favorevolmente impressionato. Il contatto questa volta è Sébastien de Boëldieu, estremista di destra da anni trapiantato a Roma, e responsabile delle relazioni internazionali di Cp. Grazie ai suoi buoni uffici organizza il meeting che viene ospitato nella sala conferenze del palazzo di via Napoleone III.
Viste le idee degli ospiti, e la natura della conferenza esclusivamente su inviti, gli esponenti di CasaPound coinvolti si sono guardati bene da raccontare chi si è incontrato nella loro occupazione. Anche nei video pubblicati successivamente gli interventi di Alberto Palladino e Chiara Del Fiacco non compaiono, anche se sappiamo dal resoconto di Johnson che ci sono stati: evidentemente dalle parti di via Napoleone III si rendevano conto che ospitare un meeting di un network esplicitamente suprematista e antisemita non era una buona idea, eppure non si sono tirati indietro.
Neonazi che vogliono scroccare finanziamenti ai miliardari
Le relazioni degli speaker hanno seguito due filoni. Da una parte chi è stato chiamato a interpretare o raccontare la storia dell’Antica Roma, per sostenere il punto di vista del suprematismo occidentale ovviamente, e chi invece si è cimentato nel simulare una presentazione a un multimiliardario per convincerlo a finanziare le attività dei nazionalisti bianchi. Per esempio il propagandista Kevin DeAnna ha incentrato il suo discorso sulla possibilità di mobilitare l’America rurale investendo nel vuoto lasciato dalla scomparsa dall’informazione locale, mentre Jared Taylor, responsabile del portale online American Renaissance che organizza da anni un raduno di neonazisti ed estremisti di ogni tendenza ha spiegato che anche l’estrema destra ha bisogno di un George Soros, a cui si rivolgerebbe con il seguente appello: “Non ti sto chiedendo di finanziare l’ennesima società di media o l’ennesimo think tank. Ti sto chiedendo di finanziare un intero movimento”. Insomma, forse non molto convincente. Un altro noto propagandista del nazionalismo bianco David Zsutty, direttore del sedicente Homeland Institute, chiederebbe invece al possibile finanziatore di investire nel sostegno alle battaglie legali per sostenere l’agenda politica del movimento. Chissà gli esponenti di CasaPound che discorso hanno pronunciato.

(da Fanpage)

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GLI INGLESI HANNO CAPITO CHE DIFENDERE L’UCRAINA SIGNIFICA DIFENDERE L’EUROPA: DAL CONSERVATORE BORIS JOHNSON (“PUTIN NON CI FA PAURA”) AL LABURISTA SINISTRORSO ANDY BURNHAM, SONO CAMBIATI CINQUE PREMIER, MA LA LINEA DEL REGNO UNITO NON È CAMBIATA: IL SOSTEGNO A KIEV RESTA INCROLLABILE AL DI LÀ DEI COLORI POLITICI

Agosto 25th, 2026 Riccardo Fucile

L’OBIETTIVO FINALE DELLA GRAN BRETAGNA È LA VITTORIA SUL CAMPO DELL’UCRAINA, UNICA CONDIZIONE PER GARANTIRE “UNA PACE GIUSTA E DURATURA” – L’APPOGGIO BRITANNICO È UNA STRATEGIA CHE PARTE DALL’INVASIONE DELLA CRIMEA: NEL 2014, LONDRA HA PRESO AD ARMARE E ADDESTRARE LE FORZE UCRAINE. E SUL CAMPO LE FORZE SPECIALI INGLESI COADIUVANO I SOLDATI DI ZELENSKY. E I CITTADINI NON ABBOCCANO ALLA PROPAGANDA DEL CREMLINO

Erano passate poche ore dall’ingresso dei carri armati russi in Ucraina, il 24 febbraio del 2022, quando l’allora primo ministro britannico, Boris Johnson, si presentò in Parlamento e annunciò che «adesso abbiamo una missione chiara: diplomaticamente, politicamente, economicamente — e alla fine, militarmente — questa barbara avventura di Vladimir Putin deve concludersi in fallimento».
Allorché, con le truppe di Mosca sul punto di stringere Kiev in una morsa, uno dei più avveduti deputati dell’opposizione laburista si alzò e domandò incredulo: «Signor Primo Ministro, in che senso… militarmente?». Ma Johnson replicò imperterrito: «È esattamente come ho detto: Putin deve fallire militarmente».
Sono passati quattro anni e mezzo e quattro primi ministri, ma Londra non ha mostrato di deflettere di un millimetro da quella linea: l’obiettivo finale della Gran Bretagna è la vittoria sul campo dell’Ucraina, unica condizione per garantire «una pace giusta e duratura».
Non importa che al governo ci siano i conservatori o i laburisti, il sostegno a Kiev è incrollabile: così non è un caso che il nuovo premier Andy Burnham, un maestro delle pubbliche relazioni, a un mese dall’insediamento abbia incontrato un solo leader straniero, ossia Volodymyr Zelensky, e abbia fatto un solo viaggio all’estero, nella capitale ucraina.
L’appoggio britannico alla coraggiosa nazione slava è una direttrice strategica che parte da lontano: fin dall’invasione della Crimea, nel 2014, Londra ha preso ad armare e addestrare le forze ucraine, ed è stato anche per questo che le truppe di Kiev, nell’inverno di quattro anni fa, riuscirono inaspettatamente a resistere all’urto dell’armata russa e a contrattaccare. E non è un segreto per nessuno che sul campo ci siano le forze speciali britanniche a coadiuvare i soldati di Zelensky. Per i britannici, in Ucraina, ne va della sicurezza dell’Europa intera: e fin dalla conclusione della Seconda guerra mondiale, Londra si è fatta garante, assieme agli Stati Uniti, della difesa del Continente, che loro fossero dentro o fuori le strutture dell’Unione europea.
Quando in passato il leader della destra populista, Nigel Farage, ha osato dire qualcosa di vagamente più morbido della linea ufficiale, ha dovuto subito correggere il tiro perché rischiava di finire sbranato.
E così non deve stupire che sia stato proprio il laburista Keir Starmer ad animare la Coalizione dei Volenterosi e che il suo successore Burnham, pur poco interessato alla dimensione internazionale, faccia un’eccezione per l’Ucraina (…)
Allo stesso modo, le minacce quotidiane dei ventriloqui di Putin qui scorrono come l’acqua: hanno voglia di annunciare l’incenerimento nucleare di Londra, nessuno se ne cura, anche perché le sparate dei megafoni del Cremlino non trovano quasi nessuno spazio sui media britannici. Mosca ha ormai di fatto ritirato il suo ambasciatore e degradato al minimo le relazioni diplomatiche, ma Burnham a Kiev ha portato lo stesso messaggio di sempre: non ci fate paura.

(da “Corriere della Sera”)

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L’UNICO MODO PER FERMARE PUTIN È CON LA FORZA. BERLINO SPENDERÀ 12 MILIARDI DI EURO PER DOTARSI DI MISSILI A LUNGO RAGGIO IN GRADO DI COLPIRE LE RETROVIE RUSSE, NEL CASO IN CUI PUTIN DECIDA DI ATTACCARE L’EUROPA

Agosto 25th, 2026 Riccardo Fucile

SENZA I MISSILI AMERICANI “TOMAHAWK”, CHE TRUMP HA RIPORTATO NEGLI USA, LA GERMANIA È SCOPERTA E, QUINDI, È COSTRETTA A INVESTIRE IN DIFESA … IL CREMLINO CONTRO MACRON, CHE HA PROPOSTO DI INVIARE SOLDATI DELLA NATO A KIEV PER DELLE ESERCITAZIONI: “È INACCETTABILE”

Il Cremlino ha ribadito oggi che giudica “inaccettabile” lo schieramento di contingenti militari di Paesi della Nato in Ucraina, il giorno dopo che il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato che esercitazioni della ‘Forza multinazionale per l’Ucraina’ della Coalizione dei Volenterosi “saranno condotte nei mesi di ottobre e novembre”.
“Abbiamo ripetuto più volte, a diversi livelli, che lo schieramento di contingenti militari stranieri dei paesi della Nato è inaccettabile per noi”, ha dichiarato il portavoce Dmitry Peskov, citato dall’agenzia Inteterfax.
wDodici miliardi di euro. È il conto che la Germania dovrà pagare per dotarsi di quelle capacità a lungo raggio – missili balistici, da crociera o droni – necessarie per colpire le retrovie russe in caso di guerra.
Un arsenale che, stando alla dottrina emergente, serve anche a scopo di deterrenza, per scoraggiare il Cremlino da qualsivoglia mossa avventuristica. A darne notizia è Politico, dopo aver visionato alcuni documenti interni del ministero della Difesa tedesco.
wQueste armi – si legge – consentirebbero alle forze armate tedesche di colpire obiettivi situati a centinaia o addirittura migliaia di chilometri dietro la linea del fronte, tra cui, potenzialmente, «centri di comando, aeroporti, lanciatori di missili e centri di rifornimento».
I documenti interni definiscono questa iniziativa «una priorità assoluta» sia per la Germania che per la Nato, in un momento in cui i Paesi europei si stanno riarmando per contrastare quella che considerano una crescente minaccia da parte della Russia.
Nella documentazione si afferma che l’obiettivo sia consentire di colpire «in profondità nelle retrovie di un avversario e mantenere la capacità di rispondere con armi convenzionali al di sotto della soglia nucleare».
Il piano si articola in quattro parti: le prime armi dovrebbero essere pronte già dal prossimo anno, mentre i sistemi più avanzati, realizzati in collaborazione con il Regno Unito, sono previsti per la metà del prossimo decennio.
La necessità è stata resa ancora più impellente dopo la decisione degli Usa di cancellare il dislocamento in Germania di un reggimento di missili Tomahawk, tanto più che un corrispettivo europeo ancora non esiste.

(da agenzie)

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L’UE VEDE IL BLUFF DEL GOVERNO MELONI E RICORDA CHE L’ITALIA PUO’ METTERE DA SOLA LA TASSA NAZIONALE SUGLI EXTRAPROFITTI

Agosto 25th, 2026 Riccardo Fucile

INVECE CHE CHIEDERE UNA MISURA EUROPEA, I PAROLAI SOVRANISTI ABBIANO IL CORAGGIO DI APPPLICARLA

La Commissione europea ha deciso di rispondere alla richiesta di sei Stati membri, tra cui l’Italia, di introdurre una tassa europea sugli extraprofitti delle compagni petrolifere. L’Ue non intendere adottare misure del genere perché la tassazione degli extraprofitti è una materia di competenza dei singoli Paesi. Di conseguenza, l’Italia può benissimo agire autonomamente e adottare un tassa nazionale.
Nelle ultime ore, il dibattito sulla tassazione degli enormi profitti guadagnati dalle società energetiche a causa dei rialzi dei prezzi dei carburanti si è riaperto. La segretaria del Pd Elly Schlein ha chiesto al governo Meloni di intervenire subito. Con il taglio delle accise in scadenza e le risorse che scarseggiano, la leader dem ha avanzato la proposta di tassare le grandi società petrolifere per finanziare sussidi a imprese e famiglie.
Una proposta che l’Italia ha sottoscritto a livello europeo assieme ad altri cinque Paesi: Germania, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna. Nella lettera inviata all’Ue si chiedeva di creare un meccanismo europeo comune, ovvero una tassa europea nei confronti delle grandi multinazionali del settore energetico.
Un tentativo di buttare la palla in tribuna e scaricare le responsabilità sull’Europa che Bruxelles sembra aver colto. La replica arrivata oggi tramite la portavoce della Commissione è chiara: l’Italia, così come gli altri Stati membri, possono metterla da sola una tassa sugli extraprofitti.
Insomma, l’Ue non intende stare al bluff del governo. Questa materia infatti, è “di competenza degli Stati membri, che possono agire sulla base della legislazione nazionale”, ha spiegato la portavoce. Gli Stati membri hanno tutti gli strumenti per farlo. “Possono già avvalersi dei propri poteri fiscali nazionali per affrontare i costi in termini di equità sociale e per progettare misure come la tassazione degli extraprofitti, se lo desiderano, come indicato nella comunicazione AccelerateEU del 22 aprile”, ha ricordato.
Rispetto all’ipotesi che gli Stati Ue agiscano sulla base della legislazione nazionale a tassare gli extraprofitti, “tali misure, naturalmente, devono essere conformi al diritto europeo”, ha segnalato. “La Commissione rispetterà le decisioni degli Stati membri e fornirà assistenza e buone prassi sulle misure nazionali, nonché valuterà il loro impatto sul mercato unico”, ha aggiunto.
Intanto, prosegue il pressing delle opposizioni. Elly Schlein rincara la dose: “La Commissione europea oggi ha confermato che gli Stati membri possono tassare gli extraprofitti delle società energetiche avvalendosi dei propri poteri fiscali nazionali, richiamando anche una propria comunicazione dell’aprile scorso. Meloni e Giorgetti non hanno alibi. Si diano una mossa e agiscano. La crisi energetica colpisce duramente le famiglie e le imprese. Le misure tampone e le proroghe a tempo non bastano più. Abbiamo bisogno di misure di sostegno robuste, che aiutino in particolare i più esposti e fragili”.
La proposta è condivisa anche dal Movimento 5 Stelle e da Alleanza Verdi-Sinistra. “Mentre famiglie e lavoratori pagano benzina, bollette e costo della vita, c’è chi continua a macinare profitti enormi”, ha dichiarato la deputata pentastellata Chiara Appendino. “E il Governo cosa fa? Protegge quei profitti e scarica il conto sugli italiani. Poi, quando chiediamo di intervenire, improvvisamente compare Bruxelles: “serve l’Europa”, “bisogna aspettare”, “non possiamo farlo da soli”. E qui cade la maschera. Sovranisti quando c’è da fare propaganda, europeisti quando c’è da tassare gli extraprofitti. Eppure la scelta politica è semplicissima: prendere una parte dei guadagni straordinari accumulati da chi ha beneficiato della crisi energetica e usarla per abbassare strutturalmente le accise e alleggerire il pieno degli italiani”.
Anche Angelo Bonelli è andato all’attacco dell’esecutivo. “In quattro anni il governo Meloni ha speso 38 miliardi di euro per contenere il costo dell’energia, sottraendo risorse alla sanità pubblica, alla scuola e al trasporto pubblico. Con quale risultato? Oggi l’energia in Italia continua a essere tra le più care d’Europa, mentre le società energetiche hanno realizzato oltre 80 miliardi di euro di profitti. La proposta di Avs è semplice e chiara: tassare gli extraprofitti delle società energetiche è un atto di giustizia sociale, indispensabile per ridurre le bollette di famiglie e imprese e accelerare lo sviluppo delle energie rinnovabili”, ha concluso.

(da Fanpage)

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