Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
“IL MIO NON È UN ADDIO, NON CONDURRO’ REPORT MA CONDURRO’ LA BATTAGLIA PIÙ IMPORTANTE DELLA MIA VITA PER LA LIBERTÀ DI STAMPA. MI RIFIUTO DI LASCIARE ALLE FUTURE GENERAZIONI QUESTO MONDO MOSTRUOSO, GOVERNATO DA PERSONE MOSTRUOSE E VIGLIACCHE CHE NON TOLLERANO IL GIORNALISMO LIBERO E I MAGISTRATI INDIPENDENTI” … GLI INVIATI DEL PROGRAMMA IN RIVOLTA, PRONTI A LASCIARE IN BLOCCO. A SUA DIFESA, DALLA POLITICA, ARRIVA LA VOCE DI ELLY SCHLEIN E DI BARBARA FLORIDIA, DEL MOVIMENTO 5 STELLE, CHE PARLA DI “EDITTO MELONI” E “GOLPE”
Dal profilo Facebook di Sigfrido Ranucci
Sono venuto a conoscenza dall’Ansa che la Rai mi ha sospeso dalla conduzione di Report. Il motivo è che avrei messo a repentaglio la credibilità di Report in seguito ai 2800 articoli in due mesi fatti dai giornali del gruppo Angelucci e comunque di governo, anche da parte del fuoco amico della Rai.
Cioe’ da coloro che sono stati ringraziati ieri da Mollicone per aver sollevato “cunei d’ombra” sul sottoscritto. Il gioco è fatto. Al mio posto sono state scelte due persone che mortificano le professionalità che per 30 anni hanno fatto la storia di Report e del servizio pubblico.
Il mio non è un addio, non condurro’ Report ma condurro’ la battaglia più importante della mia vita per la libertà di stampa, lo farò per i miei figli e per i vostri, mi rifiuto di lasciare alle future generazioni questo mondo mostruoso, governato da persone mostruose e vigliacche che non tollerano il giornalismo libero e i magistrati indipendenti.
Vi voglio bene, grazie per la vostra passione e dedizione che mi ha accompagnato per 30 anni. Stasera sarò a Favignana domani ad Agrigento al teatro Efebo, e il 30 a Folrinas vicino Alghero per Diario di un Trapezista.
Schlein, era scritto che Ranucci non venisse confermato
“Era già scritto che Ranucci non venisse confermato. La destra ha ottenuto il suo obiettivo dopo anni di attacchi a Report e al suo conduttore. Telemeloni non ha nemmeno aspettato che i magistrati facciano luce sulla vicenda. Ciò dimostra che l’obiettivo era far saltare Report”. Lo ha detto la segretaria del Pd Elly Schlein intervenendo alla Festa dell’Unità di Rivalta sul Mincio, nel Mantovano.
Ruotolo (Pd), ‘Ranucci era il bersaglio, la destra è arrivata al risultato’
“Era già tutto scritto. Aspettavano soltanto l’occasione giusta per chiudere l’esperienza di Report con Sigfrido Ranucci alla conduzione. Non è una decisione che arriva dal nulla. Da mesi esponenti della maggioranza attaccavano Ranucci e Report.
In questi giorni si sono espressi anche il vicepresidente del Consiglio Matteo Salvini, il presidente del Senato Ignazio La Russa e, ripetutamente, esponenti di Fratelli d’Italia. Il bersaglio era evidente. Oggi arriviamo al risultato. Questa destra è insofferente al controllo del giornalismo.
Non ama il giornalismo d’inchiesta perché il giornalismo d’inchiesta controlla il potere: fa domande, scava, verifica e porta alla luce quello che il potere preferirebbe non vedere raccontato. E c’è un elemento che rende tutto ancora più grave: siamo alla vigilia della campagna elettorale per le politiche del 2027”. Lo afferma il responsabile Informazione e Cultura della segreteria nazionale del Pd, Sandro Ruotolo.
“Togliere di mezzo il Report di Ranucci significa liberarsi di una voce scomoda proprio mentre comincia la corsa verso le elezioni. Non basta l’escamotage di affidare la conduzione a due giornalisti vincitori di concorso per cancellare la questione fondamentale: quale Report vedremo adesso? È questa la prova del nove – evidenzia l’eurodeputato dem -. Vedremo se continuerà a fare le pulci al potere con la stessa libertà, autonomia e capacità investigativa.
Vedremo quali inchieste saranno mandate in onda, quali temi saranno affrontati e, soprattutto, quali poteri saranno indagati”. “Abbiamo già portato la questione in Europa perché l’European Media Freedom Act stabilisce un principio fondamentale: il servizio pubblico deve essere indipendente dalle interferenze politiche.
Qui non è in discussione soltanto il destino professionale di un conduttore, ma l’identità stessa di Report e il suo modello di giornalismo. Sul piano politico noi non faremo nessun passo indietro. Difenderemo l’autonomia del servizio pubblico e vigileremo su ciò che Report diventerà”, aggiunge.
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
I GIORNALISTI DI “REPORT” SALGONO SULLE BARRICATE: “L’INTENZIONE DELL’AZIENDA SEMBRA QUELLA DI VOLER DISTRUGGERE LA STORIA E L’INTEGRITÀ DELLA TRASMISSIONE, SU UN EVIDENTE MANDATO POLITICO” … “LE FIGURE SCELTE NON SONO IN ALCUN MODO RAPPRESENTATIVE DELLA STORIA E DEI VALORI DI REPORT” – GLI INVIATI GIULIO VALESINI E BERNARDO IOVENE: “RIFIUTIAMO LA PROPOSTA AVANZATACI DALLA RAI DI RICOPRIRE IL RUOLO DI CAPI AUTORE”
“Rifiutiamo la proposta avanzataci dalla Rai di ricoprire il ruolo di capi autore di Report”. Lo dichiarano Giulio Valesini e Bernardo Iovene, inviati storici della trasmissione d’inchiesta di Rai3, spiegando che “nel pomeriggio di oggi al direttore degli Approfondimenti Paolo Corsini era stata data una disponibilita’ di massima a collaborare al nuovo corso del programma ma non erano stati comunicati i nomi scelti, che abbiamo appreso solo dalle agenzie”.
La decisione assunta dalla Rai è per noi completamente irricevibile. È inaccettabile per il metodo, dal momento che l’azienda ha rifiutato qualsiasi interlocuzione con la squadra in queste settimane facendoci apprendere la scelta dalle agenzie, e nel merito, dal momento che le figure scelte non sono in alcun modo rappresentative della storia e dei valori di Report.
Dal momento che l’intenzione dell’azienda sembra quella di voler distruggere la storia e l’integrità della trasmissione, su un evidente mandato politico, annunciamo che, nel caso in cui la Rai non intenda tornare sui propri passi, abbandoneremo in blocco il programma.
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX SINDACO MASSIMO CACCIARI: “HANNO DIRITTO A SCIOPERARE. È LA RISPOSTA LECITA DI UNA COMUNITÀ FONDAMENTALE, CHE LAVORA”
«Chi stabilisce in cosa consiste l’integrazione? Venturini? Meloni? Schlein?». Non secondo il
filosofo e opinionista Massimo Cacciari, che fu sindaco di Venezia per due mandati, dal 1993 al 2000 e dal 2005 al 2010. Classe 1944, oggi professore emerito all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, per Cacciari il nodo del dibattito sulla costruzione della moschea a Mestre, nel comune di Venezia, è proprio quello dell’integrazione delle comunità islamiche in Italia. Ed è un nodo politico.
Cacciari, nella sua Venezia la comunità bengalese vuole la moschea. Ma il sindaco Simone Venturini ha chiesto loro più integrazione, dall’abbandono dei rifiuti al «proliferare di donne coperte da un velo integrale».
«È pura barbarie, una regressione rispetto ai principi fondamentali della cultura europea, dal cristianesimo all’illuminismo. È allucinante che si misuri l’integrazione di qualcuno sulla base di come è vestito. Quelli sono i loro costumi. Le regole dell’integrazione non le decide Venturini.»
Resta però il vincolo della variante urbanistica per far diventare l’area un «luogo di culto». Su quello decide il Consiglio comunale.
«Gli strumenti urbanistici e i permessi sono problemi che riguardano l’amministrazione comunale. Ma è pazzesco che si parli di integrazione in questi termini. Diversamente, si può discuterne sulla base di determinati valori. Se Venturini vuole far giurare la comunità bengalese sulla Costituzione lo facesse. Ma non è questa la questione». […]
In risposta, la comunità bengalese ha minacciato manifestazioni e scioperi, che, a dir loro, fermerebbero interi comparti.
«Hanno diritto a scioperare. È la risposta lecita di una comunità fondamentale, che lavora. Se fossero delinquenti non bisognerebbe concedere loro niente e metterli in galera. Ma è la comunità che manda avanti i cantieri.
Avremo sempre più bisogno di loro, ma fintanto che la destra prende voti con le politiche di Vannacci, continueranno a proporle. Ci saranno sempre più persone che vengono da questi Paesi, hanno la loro religione e intendono mantenerla. Chiedo a Venturini, i cittadini bengalesi per integrarsi devono anche diventare cristiani? E cattolici?».
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
DALLA TASSAZIONE DEGLI EXTRAPROFITTI AL TRASPORTO PUBBLICO LOCALE PER GLI STUDENTI: A SALVINI SERVONO ANNUNCI PERCHE’ POI NON SA SPIEGARE CON QUALI SOLDI REALIZZARLI
La Lega è in evidente difficoltà e Matteo Salvini corre ai ripari. Negli ultimi sondaggi politici sulle intenzioni di voto, il Carroccio ha fatto registrare l’ennesimo segno meno. La novità è però che nella rilevazione di Bidimedia il partito di Salvini è sceso addirittura sotto il 5%, al 4,8%, segnando un nuovo record negativo. Che fare dunque?
Il leader della Lega in queste settimane sta concentrando le sue energie sui dossier che riguardando i trasporti, caro carburanti in testa. Ma lo sta facendo prendendo spunto da proposte che sono state già avanzate dalle opposizioni, in particolare del Pd, e che non sono state mai state prese in considerazione dal governo.
Parliamo per esempio del tema della tassazione degli extraprofitti per trovare risorse utili a finanziare i provvedimenti strutturali annunciati, come il bonus benzina, a sostegno delle categorie più svantaggiate. Salvini ha fatto sua una richiesta avanzata dalla segretaria del Pd Elly Schlein, che ha chiesto più volte all’esecutivo di tassare subito gli extraprofitti delle società energetiche per finanziare gli interventi straordinari necessari a ridare fiato a famiglie e imprese. In questi giorni il ministro dei Trasporti è particolarmente attivo sul tema, in polemica con l’alleato Antonio Tajani, nettamente contrario a una tassazione di questo tipo per reperire risorse contro l’aumento dei prezzi di benzina e gasolio.
A questo proposito ricordiamo anche la lettera che l’Italia ha inviato a Bruxelles, insieme ad altri 5 Paesi, per chiedere una tassa sugli extraprofitti a livello comunitario per le compagnie petrolifere. Ebbene la Commissione Ue ha respinto subito quest’ipotesi, spiegando che tassare gli extraprofitti è competenza degli Stati membri, che possono quindi intervenire da soli in base alle legislazioni nazionali. A questo punto il governo Meloni non avrebbe più alibi.
Tassare gli extraprofitti, perché il governo non passa dalle parole ai fatti
Salvini, lo abbiamo visto, è in enorme difficoltà, e mentre cerca di recuperare popolarità si lancia su uno dei temi che più sta a cuore agli italiani, l’aumento dei costi della benzina, ormai arrivata stabilmente sopra i 2 euro al litro. Ma perché allora il governo continua a varare provvedimenti tampone, invece di usare la la flessibilità europea per finanziare gli investimenti nel trasporto pubblico locale? In modo timido Salvini lo ha detto dal palco del Meeting di Rimini, sottolineando di aver chiesto il ministro dell’Economia Giorgetti, che tra l’altro fa parte del suo stesso partito, di usare la flessibilità che Bruxelles ha accordato in deroga ai vincoli del Patto di stabilità per l’energia (pari a 14 miliardi) per proporre misure per incentivare il trasporto pubblico locale. Si tratta però soltanto di annunci.
“In questi ultimi quattro anni in cui Salvini è sempre stato più attento al taglio del nastro più che ai problemi reali delle persone. Ultimamente, trovandosi sotto assedio politicamente, si è rilanciato come ‘uomo del fare’, impegnato sui dossier del suo ministero. Ma esiste una sola cosa peggiore del non fare nulla, ed è il fare male”. Ha commentato a Fanpage.it il deputato Andrea Casu, vicepresidente della commissione trasporti della Camera. Quindi, se ora vuole mettere in campo proposte su cui in questi anni non ci ha ascoltato, lo faccia ma lo faccia fino in fondo. Salvini non può limitarsi a dire che vuole tassare gli extraprofitti, tassi gli extraprofitti. Dopodiché faccia una seria la battaglia per usare i fondi della flessibilità Ue per la sicurezza energetica anche per il trasporto pubblico locale”.
Trasporto gratis per studenti: senza nuovi fondi è un annuncio vuoto
La strategia di sopravvivenza di Salvini per gli ultimi mesi prima del voto contempla promesse irrealizzabili da propaganda elettorale. Come abbiamo visto in questi giorni il ministro ha palesato l’intenzione di rendere il trasporto pubblico locale gratis per tutti i minorenni. Il Pd però gli ha fatto notare che un anno fa è stata depositata in Parlamento una proposta di legge, messa nero su bianco dall’onorevole Casu, dai dem Misiani, Casella e dal coordinamento circoli trasporti del Pd, che non è stata mai calendarizzata, e che renderebbe i trasporti scontati per studenti under 25 e per fuori sede.
Non è possibile occuparsi di gratuità del trasporto pubblico locale se prima non vengono messe risorse in questo settore. “In questi anni il governo ha tagliato le risorse, per scaricare il problema sugli enti locali e sulle Regioni. Ma ormai la situazione non tiene più”, ha detto Casu a Fanpage.it.
“A Roma per esempio il sindaco Gualtieri ha portato a 50 euro annui l’abbonamento annuale per gli under 19. Se Salvini finalmente vuole cominciare a seguirci lo aspettiamo, ma venga in Parlamento a spiegarci come vuole attuare concretamente le misure. Perché quello che è indispensabile è un intervento nazionale che finanzi in maniera strutturale e permanente il settore. Senza soldi la gratuità obbligatoria per i minorenni che propone Salvini produrrebbe l’effetto di un nuovo taglio alle entrate, con conseguente riduzione di servizi o aumento di costi di biglietti per gli altri cittadini”.
Eurostat nel 2026 ha certificato che in Italia 7 persone su 10 non utilizzano mai il trasporto pubblico locale. Contemporaneamente l’indice di motorizzazione ha superato 70 auto ogni 100 abitanti. La Società Italiana di Medicina Ambientale stima che ci sono 34 miliardi di euro annui di costi legati al traffico veicolare e all’inquinamento atmosferico. Istat dice che gli incidenti che avvengono sulle nostre strade producono un costo sociale pari a 23 miliardi. “Sommati fanno 57 miliardi, tre volte l’ultima manovra finanziaria, che noi ogni anno bruciamo nel traffico, nelle lamiere, nel sangue, sulle nostre strade. Per cui investire nel trasporto pubblico sarebbe un fortissimo investimento per il bilancio dello Stato: vorrebbe dire ridurre drasticamente questi costi”, ha detto Casu.
Sulla sicurezza Salvini non ascolta sindacati e lavoratori: zero tutele per il Tpl
In seguito all’omicidio del capotreno trentaquattrenne Alessandro Ambrosio, accoltellato a morte alla stazione di Bologna nel gennaio 2026, il decreto Sicurezza ha introdotto una stretta penale a tutela del personale ferroviario, una misura fortemente voluta dalla Lega di Matteo Salvini. In pratica è stato integrato l’articolo 583-quater (che punisce le lesioni personali commesse nei confronti di specifici soggetti nell’atto o a causa dell’adempimento delle loro funzioni o del loro servizio) con due nuove categorie protette: in caso di aggressione a dirigenti e docenti scolastici e personale ferroviario si rischiano fino a sedici anni di reclusione.
C’era però già pronto un protocollo per la sicurezza del personale dei trasporti e dei passeggeri, avviato nel 2022 durante il governo Draghi, che prevedeva che sindacati, imprese e ministeri identificassero modifiche normative e organizzative, con l’obiettivo di evitare aggressioni ad autisti, controllori e utenti. “Il governo dopo la tragedia di Ambrosio ha approvato alcune misure chieste da sindacati e imprese nel protocollo siglato nel 2022, e che da tempo come Pd chiedevamo al Parlamento di adottare, addirittura con un impegno, votato anche dalla maggioranza, di una mozione in aula calendarizzata su richiesta della capogruppo Braga e del gruppo Pd nel maggio 2024”, ha detto Casu a Fanpage.it.
“Anche stavolta però l’impegno è stato accolto dal governo a metà”. Il deputato dem si riferisce per esempio alla richiesta avanzata dal Pd di garantire a chi è in prima linea per il diritto alla mobilità le stesse tutele dei lavoratori della sanità. “Invece di recepire il messaggio hanno tagliato fuori i lavoratori del trasporto pubblico locale, intervenendo solo sulle ferrovie. Ma una volta riconosciuto il principio – ha osservato Casu – perché non accogliere integralmente tutte le richieste? Invece il governo continua a dividere i lavoratori del trasporto in cittadini di serie A e di serie B”.
(da Fanpage)
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Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
“PD E M5S SANNO CHE NON CE LA FARANNO A TROVARE UN ACCORDO. È PER QUESTO CHE SI FANNO LE PRIMARIE. SONO LA SOLUZIONE CHE È STATA TROVATA QUALCHE TEMPO FA PER FARE QUELLO CHE I PARTITI DI CENTROSINISTRA AMANO FARE DI PIÙ: NON LOTTARE CONTRO I PARTITI DELLO SCHIERAMENTO OPPOSTO, MA LOTTARE CONTRO I PARTITI DELLA PROPRIA COALIZIONE…”
Prima che si riapra la stagione che porterà probabilmente verso le elezioni, se dobbiamo
pensare ai due partiti del centrosinistra che devono trovare un accordo sia per il programma elettorale, sia per la scelta del candidato premier, sia per essere supportati da altre forze politiche, possiamo dire che al momento stanno imbrogliando. E se siamo elettori di quella parte politica, allora possiamo dire che il Partito Democratico e il Movimento cinque stelle ci stanno imbrogliando.
Cosa significa? Al momento, stanno rimandando qualsiasi decisione perché fanno finta che ci sono delle strategie, degli accordi, dei ragionamenti che noi non capiamo ma dobbiamo fidarci, loro sanno cosa stanno facendo; (…)
I candidati possibili sono appunto i due segretari del partito, Schlein e Conte. Nessuno dei due ha ragione di fare un passo indietro, non si riesce a immaginare in nessun modo che la Schlein dica: va bene il candidato premier sarà Conte; o che Conte dica: va bene il candidato premier sarà Schlein. Questo al momento è inimmaginabile, altrimenti sarebbe già accaduto. Ed è anche inimmaginabile, al momento, che facciano spazio a una terza persona condivisa che in questi casi è la soluzione sensata per mettere d’accordo le due parti di maggior peso della coalizione insieme alle altre. In passato, ci sono stati esempi notevoli.
E quindi l’unica soluzione che c’è davanti, e che è tutt’altro che una soluzione, sono le primarie. È l’unica soluzione perché è l’unica strada che permette non soltanto di conservare le differenze e i disaccordi, ma di renderli più evidenti. E quella allora si può percorrere, perché evita la resa dei conti. È questo quello che servirebbe? È questo quello che gli elettori desidererebbero? Ne dubito.
Quindi i due candidati principali alle primarie saranno Conte e Schlein; di conseguenza, altra assurdità delle primarie, comincerà un periodo di campagna elettorale che non sarà divisivo quanto ora, ma ulteriormente divisivo, più profondamente divisivo.
Perché in questa campagna per diventare leader della coalizione verranno messe in evidenza tutte le differenze che effettivamente ci sono tra i due leader e i due partiti, e si tenterà di fare una battaglia senza pietà per ottenere più voti dell’altro.
E quindi invece di fare una campagna elettorale uniti, (e una sola!, che basta e avanza), si farà prima una campagna elettorale contro, e poi si dirà che, dopo essere stati incapaci di trovare un accordo e di fare un programma condiviso e di scegliere insieme un candidato premier, si farà una campagna elettorale entusiasmante e tutti uniti per battere la destra. Ma non potrà essere così perché queste divisioni che già ci sono, ora diventeranno più profonde, e questa coalizione peggiorerà.
ichele Serra su queste pagine da mesi (e da anni) supplica i politici di centrosinistra di fare un accordo perché gli elettori dei vari partiti lo vogliono a tutti i costi. Io sono più scettico e penso che ci sia un gran numero di elettori del Partito democratico, del Movimento cinque stelle, di Avs e degli altri partiti di peso piuma che mettono paletti invalicabili a compromessi e accordi, e che quindi i partiti somiglino ai loro elettori più di quanto si creda. Ma la strada non è altra che questa.
E quindi: la soluzione sarebbe quella di non fare le primarie perché sono l’errore più grande che si possa fare (e quindi si faranno); e fare il contrario di ciò che è stato fatto finora: smetterla di fare finta che ci accorderemo un giorno lontano, quando sarà opportuno farlo; smetterla di rimandare. C’è ancora tempo ma non più tanto: incontrarsi non per fare selfie ma per trovare accordi su un programma e sulla scelta di un candidato premier.
Ciò significa che se ci sono veti incrociati, si cerca un terzo nome, condiviso da tutti. Perché se in Italia questo nome non esiste, allora siamo messi male. Io non dirò che ho in mente almeno quattro o cinque nomi perché temo che dopo poche ore dall’uscita di questo articolo mi chiamerebbero i capi dei due partiti supplicandomi di dirglieli, perché a loro non viene in mente proprio nessuno tranne che sé stessi. Con un candidato condiviso, con un programma condiviso, a quel punto si può essere pronti alle elezioni, e a quel punto si punterebbe a vincere per merito, non pregando per i litigi degli altri. E gli elettori di centrosinistra andrebbero a votare una sola volta, e non due.
La domanda però è: è possibile trovare un accordo prima di tutto fra queste due forze politiche? Inutile elencare gli elementi di sospetto, facilissimi, basta dirne uno di politica estera, e pare che crolli tutto.
Quindi al momento, la risposta a questa domanda e a questa organizzazione semplice semplice è: no. Non si può fare, non si farà. È per questo che stanno imbrogliando, e aspettano e rimandano, perché sanno che non ce la faranno.
E poiché la risposta è no, si faranno le primarie. E la conseguenza delle primarie è che vincerà uno dei due e perseguirà le proprie idee e il proprio programma, visto che ha vinto.
E gli altri, quelli che hanno perso, parlo sia del candidato che perde le primarie, sia del partito che perde le primarie, sia degli elettori che perdono le primarie, dovranno seguire quello che considerano un nemico ancora più grande di quanto lo fosse prima delle primarie; devono accettare idee contro le quali hanno votato, devono accettare che non c’è stato compromesso né voglia di accordi. E devono votare lo stesso per quello che, paradossalmente, è un avversario più vicino degli altri.
Ma è proprio per questo che si fanno le primarie. Sono la soluzione che è stata trovata qualche tempo fa per fare quello che i partiti di centrosinistra amano fare di più: non lottare contro i partiti dello schieramento opposto, ma lottare contro i partiti della propria coalizione.
Francesco Piccolo
per “la Repubblica”
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Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
LE PEN LI SBARAGLIEREBBE TUTTI SE SI VOTASSE OGGI. PER BATTERLA CI VUOLE UN PROFILO IN GRADO DI UNIRE MACRONIANI E GAUCHE: L’IPOTESI HOLLANDE
François Hollande ieri non era sul palco, ma il presidente emerito notoriamente accompagnato da acquazzoni epocali è stato subito evocato, appena sul campo centrale del Roland Garros ha cominciato a diluviare. «Hollande non c’è, eppure piove», ha scherzato l’ex primo ministro e macronista pentito Édouard Philippe, giocando come sua abitudine la carta della disinvoltura e dello humour.
Questo in fondo era quello che ci si aspettava ieri, nel primo importante dibattito della campagna elettorale francese, organizzato dal Medef (la Confindustria francese) nel campo Philippe-Chatrier del Roland Garros: testare lo stato di forma dei candidati, vedere all’opera le loro personalità, verificare quanto ci credono e quanto sono pronti alla battaglia, anche e soprattutto da un punto di vista psicologico, quando ancora le alleanze e i programmi sono ben lontani dall’essere perfezionati, a otto mesi dal voto per l’Eliseo.
Al posto di Sinner e Alcaraz hanno giocato — in ordine di peso nell’ultimo sondaggio Ifop/Lci — Marine Le Pen (estrema destra), Édouard Philippe (centro), Jean-Luc Mélenchon (estrema sinistra), Gabriel Attal (centro), Raphaël Glucksmann (sinistra moderata), Bruno Retailleau (destra) e Marine Tondelier (ecologista).
La leader del Rassemblement national è data largamente in testa al primo turno, intorno al 35% dei voti, cioè più o meno il doppio di chiunque arriverà secondo. E soprattutto, se si votasse questa domenica, Marine Le Pen vincerebbe anche il ballottaggio, contro qualsiasi sfidante (Philippe, Mélenchon, Attal, Glucksmann, non importa), e conquisterebbe finalmente l’Eliseo, al quarto tentativo della sua vita.
Di fronte alla platea di imprenditori, Marine Le Pen ha ribadito di voler tornare alle pensioni a 62 anni (la riforma Macron ora sospesa le ha portate a 64 anni), ha suggerito di trovare i soldi risparmiando sull’immigrazione e le contribuzioni all’Unione europea, ma soprattutto ha fatto valere il suo ruolo di grande favorita.
A 58 anni, dopo decenni di battaglie politiche che hanno portato il Rassemblement national da 1 a 122 deputati all’Assemblée nationale, «MLP» non gioca più da outsider e ostenta la sicurezza della veterana. Sono lontani i tempi in cui un giovane e insolente Emmanuel Macron, nel duello cruciale del 2017, poteva umiliarla in diretta tv — «Madame Le Pen, si sta confondendo con i foglietti» —. La Marine Le Pen di oggi, superato prima dell’estate l’ultimo scoglio giudiziario, nella saletta di attesa scherza amabilmente con i colleghi, prima di affrontare le questioni economiche senza esitazioni. Altro che «demonizzazione dell’estrema destra»: grandi sorrisi e complicità con tutti, anche con il gran rivale e collega antisistema Jean-Luc Mélenchon.
Chi sembra meno scafato nel gioco con gli avversari è Raphaël Glucksmann, che a ottobre dovrà sottoporsi alle primarie dell’area socialista e che è forse più abituato alle battaglie al Parlamento europeo che alle ipocrisie della politica parigina. Quando Mélenchon entra nella stanza pre-dibattito, i due avversari irriducibili della gauche evitano di parlarsi e di stringersi la mano.
Una volta saliti tutti sul palco, Édouard Philippe si mette comodo sulla poltrona, e si muove e parla come nel salotto di casa, mentre Glucksmann nei primi minuti si controlla nervosamente il nodo della cravatta. Questa sarà una delle chiavi della campagna: vedere se l’aria da bravo ragazzo di Glucksmann gli nuocerà, o se invece proprio la sua differenza rispetto ai consumati squali della politica finirà per aiutarlo a conquistare gli elettori.
(da “Corriere della Sera” )
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Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
NONOSTANTE IL PIANO SIA RACCONTATO PER L’AFRICA E “NON PREDATORIO”, NON CI SONO MISURE DI SALVAGUARDIA PER GLI AFRICANI – L’ACCUSA DELLA ONG ACTIONAID: “RISCHIA DI ESSERE SOLTANTO UN TRAMPOLINO DI LANCIO E DI POSIZIONAMENTO PER LE AZIENDE STRATEGICHE ITALIANE NEL CONTESTO GEOPOLITICO ED ECONOMICO AFRICANO”
Cinque miliardi e mezzo annunciati, 18 paesi partecipanti, 76 progetti messi sotto un’unica
etichetta e una promessa ambiziosa: cambiare il rapporto tra Italia e Africa con l’obiettivo anche di arginare i flussi migratori.
Ma a quattro anni dall’insediamento del governo Meloni, che si appresta a diventare l’esecutivo più longevo della storia, il prossimo 4 settembre, il Piano Mattei sembra essere più un’operazione diplomatica e di brandizzazione […]
Solo tre i progetti conclusi (tra l’altro con le risorse del Pnrr), pochi fondi ottenuti da altri paesi e più di qualche deficit per quanto riguarda la trasparenza
«Il Piano rischia di essere soltanto un trampolino di lancio e di posizionamento per le aziende strategiche italiane nel contesto geopolitico ed economico africano», spiega Cristiano Maugeri di ActionAid.
Un approccio, tra l’altro, in linea con la strategia Global Gateway dell’Unione europea adottata nel 2021 e con cui il Piano Mattei ha trovato una sinergia nel giugno del 2025: undici accordi firmati a Villa Pamphilj dal valore complessivo di 1,2 miliardi di euro per realizzare progetti in Africa. Un modo per ovviare ai pochi finanziamenti pubblici a disposizione e trarre vantaggio dalla dotazione di 150 miliardi di euro dell’ambizioso piano Europeo in Africa.
Un po’ come accaduto nel progetto del corridoio Lobito dove l’Italia ha garantito un finanziamento di 250 milioni di euro a fronte di investimenti internazionali di 6 miliardi di dollari.
Il Piano Mattei è stato menzionato nelle visite estere di Meloni e dei suoi ministri come un progetto che aveva anche raccolto consensi da partner internazionali, soprattutto tra le ricche monarchie del Golfo Persico. Ma a oggi solo due Stati, almeno stando a quanto si legge nella relazione fatta al Parlamento, hanno fornito finanziamenti al fondo multilaterale “Mattei Plan-Rome process financing facility”: gli Emirati Arabi Uniti e la Danimarca.
Abu Dhabi ha deciso di stanziare solo 25 milioni di dollari a fronte dei possibili 100 milioni annunciati nel luglio del 2023; mentre Copenaghen ha concesso 10 milioni. Ovvero briciole.
Il governo si muove quindi con una dotazione di 5,5 miliardi. Al momento i progetti sono 76 (15 approvati, 3 conclusi, 3 formulati, uno identificato e i restanti ancora in corso) e variano su sei direttrici: formazione, energia, infrastrutture fisiche e digitali, agricoltura, acqua, salute.
La formazione occupa gran parte dei progetti e non è un caso se in questi anni la ministra dell’Università, Annamaria Bernini, è stata tra gli esponenti di governo che più hanno viaggiato in Africa per firmare accordi. A livello narrativo, l’obiettivo dichiarato del governo è di garantire corsi di formazione con la speranza anche di arginare i flussi. Ma se si guarda bene ai dati, questi assorbono solo 115 milioni, ovvero poco più del 4 per cento delle risorse totali.
In totale solo tre progetti sono conclusi, riguardano la formazione e sono stati finanziati con risorse del Pnrr. Indicativo per far capire dove è concentrato il peso reale del Piano, ovvero nei progetti energetici e agricoli, quelli più remunerativi per le aziende italiane.
Lo scorso luglio, in concomitanza con la terza relazione annuale al Parlamento, sul sito del governo è apparsa una pagina dedicata al Piano Mattei. Ci sono numeri sui fondi a disposizione, sulle nazioni coinvolte e sui progetti in corso.
A guardarla sembrerebbe un’operazione trasparenza a tutti gli effetti e su tanti punti è oggettivo che il governo è riuscito a colmare parte dei deficit lamentati negli anni da ong e osservatori che monitorano l’avanzamento del Piano.
Ma non è ancora sufficiente. «La relazione è arrivata puntuale quest’anno, ma non basta dare dei numeri in più. Servono elementi tecnici, indicatori, delibere dei progetti, documenti che fanno capire come questi finanziamenti stanno avanzando», spiega Cristiano Maugeri di ActionAid.
Nonostante il piano sia raccontato per l’Africa e non predatorio, non ci sono misure di salvaguardia per gli africani. «Mancano riferimenti a due diligence o alla possibilità per le popolazioni eventualmente coinvolte per presentare reclami ai finanziatori dei progetti», aggiunge Maugeri.
«Il filo conduttore è una narrazione autocelebrativa ma di poca trasparenza. Basta pensare che l’ultima relazione è stata presentata alla cabina di regia, e quindi anche ai diversi soggetti coinvolti tra cui la rete delle ong, soltanto il 26 giugno scorso con eventuali osservazioni da fare al testo entro il 30 giugno», racconta Cristiano Maugeri.
A capo della missione è stato messo un diplomatico come Fabrizio Saggio, che segue la linea impartita, e non una figura politica. Quest’accentramento è eloquente se si guarda a come sono gestiti i soldi del Fondo italiano per il clima, che finora ha deliberato 1,2 miliardi per il Piano Mattei.
Con la nuova governance, la regia sulla quota del Fondo per il clima destinata al Piano Mattei si è spostata dal Mase verso Palazzo Chigi. Il governo definisce il suo progetto più ambizioso come «operativo e funzionante» e con «risultati reali e misurabili». Ma sulla carta è solo un ottimo brand.
(da agenzie)
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Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
L’INTERPELLO PER LA SCELTA DEL DIRETTORE DELLE EMERGENZE SI CHIUDERA’ TRA QUALCHE GIORNO: IL BANDO CURIOSAMENTE NON RICHIEDEVA LA LAUREA IN MEDICINA… MONTI HA LAVORATO A LUNGO ALLA CROCE ROSSA (GUIDATA PER ANNI DAL GOVERNATORE DEL LAZIO, FRANCESCO ROCCA) ED E’ ARRIVATO RECENTEMENTE AL MINISTERO, PRIMA COME VICE E POI COME CAPO SEGRETERIA DI SCHILLACI
In caso di una nuova pandemia, o di una emergenza meno drammatica legata a malattie infettive, l’uomo in prima fila potrebbe essere lui.
Un laureato in odontoiatria che ha vagato tra incarichi di rilievo nel ministero alla Salute e all’Agenzia del farmaco e che supplisce all’assenza di un curriculum medico nel campo dell’infettivologia con la nomea di fedelissimo della destra di governo, già frequentatore del mitologico Colle Oppio a Roma e considerato molto vicino a Fabio Rampelli, almeno fino a qualche tempo fa.
Carlo Monti, che dopo aver diretto centri odontostomatologici dell’Ipa (istituto previdenziale dei dipendenti di Roma Capitale che non esiste più) si cancellò dall’Ordine degli odontoiatri proprio ai tempi del Covid e dell’obbligo vaccinale per i sanitari (delibera del 3 febbraio del 2022), è in pole per guidare la Direzione generale delle emergenze sanitarie nel dipartimento della Prevenzione del ministero di Orazio Schillaci. Ci arriva, tra l’altro, dopo aver rifiutato un ruolo di primo piano in Aifa, dove si sarebbe dovuto occupare di approvazione di farmaci.
L’interpello per la scelta del direttore delle emergenze si è chiuso da qualche giorno e adesso verrà formata la commissione giudicatrice, con una strada che però sembra tracciata in favore del fedelissimo FdI, alla faccia degli altri 14 candidati. Sono quasi tutti medici o farmacisti ma, curiosamente, il bando non richiedeva la laurea in Medicina, anche se ce l’avevano tutti i dirigenti che hanno coperto il ruolo almeno dal 2000 ad oggi, ma più che altro capacità in ambito amministrativo.
Tra l’altro, si cercava una persona con «esperienza e conoscenze dei meccanismi tecnico-organizzativi di vertice del ministero della Salute», ma anche dei «rapporti istituzionali» con organismi sanitari e Regioni, «esperienza presso strutture organizzative con gestione di risorse umane» e «nell’approvvigionamento di beni e servizi e nell’ambito delle organizzazioni sanitarie». […]
Monti, a parte la laurea che non sfrutta per fare assistenza, ha dottorati in Scienze forensi e Biotecnologie. È stato a lungo alla Croce Rossa e di recente è arrivato al ministero, prima come vice e poi, brevemente, come capo segreteria di Schillaci. […]
A gennaio era stato infatti nominato capo dell’Hta dell’Agenzia del farmaco, un ruolo super tecnico, da esperti preparano i dossier dei farmaci per l’ingresso nel sistema sanitario. Aveva vinto sbaragliando esperti del settore (tra i quali nessun dentista). Poi l’incarico deve essergli sembrato complicato, o comunque non adatto, e si è subito dimesso (tra i sospiri di sollievo di tanti che dentro l’Aifa avevano dovuto subire la nomina).
Ma a quel punto non si è fermato, anzi, probabilmente la necessità di trovare una sistemazione è diventata sempre più stringente con l’avvicinarsi della fine della legislatura. E così Monti adesso si appresta ad occuparsi di emergenze di malattie infettive.
(da Repubblica)
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Agosto 28th, 2026 Riccardo Fucile
PREPARATE I POP CORN: TRA POCO RIPARTONO I LAVORI PARLAMENTARI E NE VEDREMO DELLE BELLE: MELONI CAMBIA LE REGOLE OGNI GIORNO E SEMPRE A SUO VANTAGGIO
Ma se alla fine l’effetto dello Stabilicum o Melonellum che dir si voglia fosse esattamente
l’opposto di quello ricercato? «Il punto è che la soglia del 42% invece che del 40% è stata decisa per ragioni sia di opportunità costituzionale sia di opportunità politica prima che nascesse il partito di Roberto Vannacci – confida il plenipotenziario della premier Giovanni Donzelli – ma ora…».
Ora, con Futuro nazionale stimato nei sondaggi all’8% e la Lega scesa sotto il 5%, il rischio è per il centrodestra non solo quello di consegnare su un piatto d’argento la vittoria agli avversari del campo largo, ma anche quello di ritornare pari pari alla Prima Repubblica del proporzionale puro se nessuno raggiunge la fatidica soglia del 42%. Altro che “mai più inciuci”.
Numeri alla mano, prendendo come riferimento l’ultima supermedia di Youtrend di fine luglio, il centrosinistra è avanti con il 44,3% (considerando la somma di Pd, M5s, Avs, Italia Viva e Più Europa) mentre il centrodestra senza Vannacci è al 41,6%, sotto la soglia che farebbe scattare il premio.
Tanto che tra i parlamentari ritrovatisi in questo agosto africano tra il Meeting di Rimini e le feste di partito lungo lo Stivale si è cominciato a ragionare, tra il serio e il faceto, sul futuro governo di larga coalizione (chi lo guiderebbe, quali partiti o pezzi di partiti potrebbero farne parte, che programma potrebbe avere).
Da qui, proprio ieri, l’uscita del viceministro degli Esteri Edmondo Cirielli, di Fratelli d’Italia: «Mi auguro che si possa governare insieme a Vannacci». Ma l’alleanza con Generale è almeno al momento esclusa da Giorgia Meloni, sia per ragioni di posizionamento internazionale sia per ragioni politiche, visto che potrebbe spingere fuori i voti di molti moderati.
E allora? Una soluzione in realtà ci sarebbe, ossia ripristinare nel Melonellum il ballottaggio nazionale tra i primi due inizialmente previsto e poi espunto per i dubbi di Forza Italia e Lega. [
La modifica di cui si sta ragionando prevede una soglia al 48%, rendendo il doppio turno senza possibilità di apparentamenti quasi certo e neutralizzando così i partiti estremi fuori coalizione sia a destra sia a sinistra.
Un emendamento in tal senso (anzi due, uno con soglia al 48% e uno con soglia al 45%) si sta studiando anche in casa democratica da parte di Walter Verini, Sandra Zampa e Alfredo Bazoli e in casa renziana da parte del capogruppo a Palazzo Madama Enrico Borghi. Ma il tempo stringe: il termine per gli emendamenti in commissione è fissato per il primo settembre e il 15 è previsto il voto finale dell’Aula
(da agenzie)
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