Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
IL LEGALE DI CAROCCIA: “SE RICICLAGGIO C’E’ STATO PERCHE’ DOVREBBE RIGUARDARE SOLO CAROCCIA E NON GLI ALTRI SOCI?”
Si è dimessa anche da assessore della Regione Piemonte, Elena Chiorino, coinvolta nella
vicenda Delmastro. La decisione arriva dopo l’abbandono della vicepresidenza della giunta regionale, avvenuto lo scorso 25 marzo. «Ho comunicato al presidente Alberto Cirio la decisione di rassegnare le mie dimissioni irrevocabili – spiega Chiorino – è una scelta che assumo per senso di responsabilità e per il bene della Regione Piemonte, della maggioranza di centrodestra e del mio partito, Fratelli d’Italia».
In regione Piemonte l’opposizione era pronta a presentare una mozione di sfiducia nei suoi confronti.
Secondo quanto rivelato da Repubblica, in una riunione della giunta con i capigruppo, il presidente Cirio avrebbe chiesto a Chiorino una presa di distanza netta rispetto alla vicenda di Delmastro. Questa è l’ultima dimissione a seguito dell’indagine della Dda di Roma, secondo cui Mario Caroccia e sua figlia avrebbero trasferito e reinvestito nella società “Le 5 forchette” soldi del clan Senese. In società, insieme alla figlia di Caroccia, Miriam, figuravano fino a poco tempo fa Delmastro, Chiorino e altri esponenti piemontesi di FdI.
Il legale dei Caroccia
«Respingiamo le accuse, ma se c’è riciclaggio perché riguarda solo i Caroccia e non tutti i soci?», dice il legale a proposito della società in cui sedeva anche l’ex sottosegretario Delmastro . Vogliono parlare coi magistrati inquirenti quanto prima, sia la giovane Miriam Caroccia sia suo padre Mauro, condannato in via definitiva a quattro anni per intestazione fittizia di beni per conto del clan di Camorra guidato dal boss Michele Senese (Caroccia è detenuto nel carcere di Viterbo). Dopo la notizia pubblicata stamattina secondo la quale negli atti della dda di Roma i due Caroccia sarebbero accusati di aver usato anche il ristorante «Bisteccheria d’Italia” e la società «Le 5 forchette srl», di cui Miriam è stata a lungo amministratrice unica (dall’atto di nascita nel 2024) e quindi titolare, per riciclare soldi dei clan, respingono le accuse, tramite il loro legale e rilanciano l’appuntamento in procura a Roma. A metà di questa settimana.
«Spiegheremo tutto, a cominciare da come Caroccia ha conosciuto Delmastro. Che si conoscono e sono in buoni rapporti mi pare evidente», spiega l’avvocato Fabrizio Gallo, che assiste Mauro e Miriam Caroccia, a Open parlando del legame tra l’imprenditore e l’ex sottosegretario che, in seguito all’inchiesta – e all’indomani dell’esito referendario – è stato costretto a dimettersi.
I due si difenderanno dall’accusa di aver utilizzato il denaro della Camorra nel ristorante Bisteccheria d’Italia o nella società «Le 5 forchette Srl» ma in ogni caso, dice il loro legale: «E’ singolare che l’accusa di riciclaggio riguardi solo una dei soci, cioè Miriam. Se riciclaggio c’è stato dovrebbe riguardare tutti».
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
NEL MIRINO DEI PM LE “SPESE GONFIATE PER GLI EVENTI AD AGRIGENTO” NEL NATALE 2022: NEL 2025 LA REGIONE SICILIANA SBORSÒ LA FOLLIA DI 650MILA EURO PER UN SINGOLO CONCERTO NELLA VALLE DEI TEMPLI DELL’ORCHESTRA GIOVANILE CHERUBINI DIRETTA DA RICCARDO MUTI
Nuovo terremoto giudiziario ad Agrigento. La procura della Repubblica guidata da Giovanni
Di Leo ha notificato un avviso di garanzia nei confronti di sei persone per i reati di truffa aggravata e peculato. Tra gli indagati spicca il parlamentare Lillo Pisano, deputato di Fratelli d’Italia.
Sei gli indagati Fabrizio La Gaipa, amministratore del “Distretto turistico Valle dei Templi”; Salvatore Prestia, direttore generale della Fondazione Teatro Pirandello; Calogero Casucci, “vicino” al deputato Pisano nonché componente di un’associazione; Antonio Migliaccio, ex autista di Pisano e legale rappresentante di un’altra associazione culturale; Laura Cozzo, moglie del direttore Prestia, legale rappresentata di una terza associazione. L’inchiesta riguarda tre manifestazioni del Natale 2022 “Xena Akragantos”, “Natale destinazione Agrigento” e “Destinazione Agrigento Costa del Mito” per le quali sarebbero stati chiesti finanziamenti pubblici per 602 mila euro, triplicando il reale importo attraverso rendiconti incompleti e fatture gonfiate.
Tra gli esempi citati dai pm, la spesa per il noleggio di 34 bagni chimici durante il concerto di fine anno di Achille Lauro. Il danno per la Regione ammonterebbe a circa 300 mila euro.
Secondo la Procura, i fondi pubblici sarebbero stati gestiti in modo personale tramite associazioni culturali intestate a prestanome ma riconducibili ai vertici della Fondazione Pirandello, con prelievi di denaro contante.
A Pisano, Prestia e Cozzo viene inoltre contestato il finanziamento illecito ai partiti: i magistrati ipotizzano che 30 mila euro, formalmente indicati come “prestito personale”, siano stati in realtà destinati alla campagna elettorale del 2022, quando Pisano fu eletto deputato, senza che la somma fosse dichiarata alla Camera.
(da grandangoloagrigento.it)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
“LE AUTORITA’ ITALIANE NON HANNO MAI FORNITO PROVE ED ELEMENTI A SOSTEGNO DELLE LORO ACCUSE”… MA IL VIMINALE CONTINUA A FERMARE LE ONG: L’OPPOSIZIONE COSA PENSA DI FARE?
Il Tribunale di Salerno ha annullato il terzo fermo imposto alla nave Geo Barents.
Il fermo in questione, avvenuto nell’agosto 2024, era il terzo dei 4 fermi imposti per effetto del Decreto Piantedosi all’imbarcazione di ricerca e soccorso di Medici Senza Frontiere (Msf), operativa tra il giugno 2021 e il settembre 2024 e poi costretta a fermarsi proprio a seguito della lunga sequenza di fermi e dei relativi processi.
La sentenza del Tribunale ha dichiarato illegittimo il provvedimento di fermo e – come spiegato da Msf – ha ribadito due principi fondamentali, ovvero che “l’onere della prova delle violazioni spetta alle autorità italiane” – mai riuscite di fatto a fornire elementi a sostegno delle loro accuse – e che gli ordini dati dalla cosiddetta Guardia costiera libica “non possono essere considerati di «coordinamento da parte dell’autorità competente»”. Il Tribunale ha pertanto confermato che la condotta dell’equipaggio di Medici Senza Frontiere era del tutto legittima e conforme al diritto internazionale e nazionale.
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
I DUBBI SULLE PRIMARIE DI PRODI, VELTRONI, BONACCINI E DEL VERDE BONELLI – PER I DEM VICINI A SCHLEIN “LA VECCHIA GUARDIA SI AGITA, MA NOI NON ABBIAMO COSTRUITO TUTTO QUESTO PER LASCIARLO A MISTER X” – STESSI UMORI NEL M5S: “CHI PENSA CHE CONTE E SCHLEIN SI FACCIANO DA PARTE, SBAGLIA”
Primarie sì, ma con calma. Nel centrosinistra ora prevalgono gli inviti alla prudenza, dopo
lo sprint di Giuseppe Conte, il refrain è «prima il programma» ma più di qualcuno, in realtà, nelle conversazioni riservate dice ciò che in pubblico per ora è tabù: meglio evitare una conta potenzialmente lacerante e fare tutto alla vecchia maniera, con un accordo al tavolo della coalizione, magari su un “terzo nome” che metta pace tra i “due litiganti” Elly Schlein e il leader M5s, come Rosy Bindi ha detto esplicitamente a La Stampa .
Ma quello della scelta «nelle stanze chiuse» è proprio lo scenario che Schlein vuole evitare. La leader Pd lo ha detto chiaramente in conferenza stampa qualche giorno fa, le opzioni sono due: «Si può fare come fa la destra: scegliere che guida chi prende un voto in più alle elezioni. Oppure ci sono altre modalità, come le primarie a cui sono disponibile». Quello che appunto non si può fare è affidare la decisione a un “caminetto”
Ieri è stato Angelo Bonelli a dare voce ai dubbi Avs: «Noi vogliamo costruire l’alternativa. Propongo a Schlein, Conte e ai leader dell’opposizione di mettere da parte le primarie sul leader e lavorare alla consultazione popolare sul programma». La scelta del candidato premier si potrà fare dopo, è il ragionamento. Ma in realtà non piace troppo l’idea di un confronto Conte-Schlein che rischierebbe di schiacciare Avs, polarizzando sui due leader più in vista.
Dubbi sono venuti anche da Romano Prodi («Le primarie sono utili alla fine di un percorso, non all’inizio») e Walter Veltroni e pure Stefano Bonaccini la pensa allo stesso modo. Alessandro Alfieri, vicino al presidente Pd, spiega: «Prima dei modi di scelta della premiership serve un’agenda economica e sociale condivisa».
D’altro canto, i sondaggi parlano anche di un risultato incerto, con una possibile vittoria di Conte a sorpresa. Schlein è convinta di farcela ma molti dei suoi temono che alla fine non sia solo Bindi a sostenere che è meglio un accordo politico sul terzo nome. I potenziali “papi stranieri” non mancano, da Silvia Salis a Franco Gabrielli e Gaetano Manfredi
(da agenzie)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
PERCHÉ LE AUTORITÀ DI ROMA NON ERANO STATE INFORMATE? GLI AGENTI CHE HANNO FATTO IRRUZIONE NELLA SUA CAMERA D’ALBERGO A ROMA, POCHE ORE PRIMA DELLA MANIFESTAZIONE “NO KINGS” PERCHÉ SONO INTERVENUTI A QUASI UN MESE DALLA SEGNALAZIONE?
Le scuse e le giustificazioni non bastano. Il giorno dopo l’identificazione di Ilaria Salis, svegliata in albergo a Roma da due poliziotti arrivati poche ore prima della manifestazione No Kings per controllare quel nome associato ad un alert nel Sistema informativo Schengen, i leader di Avs confermano l’intenzione di depositare un’interrogazione parlamentare.
Dal Viminale, fino ad ora, nessun passo formale se non la richiesta al dipartimento di pubblica sicurezza di una puntuale ricostruzione di quanto accaduto. In aula, al ministro Piantedosi toccherà spiegare come mai i poliziotti incaricati di quel controllo non sapessero che si trattava dell’europarlamentare fino a quando la stessa Salis, svegliata alle 7.30 del mattino, lo ha fatto presente, bloccando di fatto qualsiasi tipo di accertamento nei suoi confronti.
Ma il punto adesso non è più questo. Dal governo, Salis e Avs (che hanno intenzione di interrogare sul tema anche le istituzioni europee) vogliono sapere come sia possibile che un’eurodeputata italiana possa essere oggetto di indagini, monitoraggio, controlli senza che le autorità italiane ne siano state informate.
Perché — ed è il punto centrale di questo inciampo — se è in qualche modo plausibile che i due poliziotti incaricati del controllo potessero non sapere chi fosse Ilaria Salis, altrettanto non si può ipotizzare per le autorità di polizia o della magistratura tedesca che hanno inserito l’alert sul suo nome all’inizio di marzo.
Le date sono fondamentali nella ricostruzione: la segnalazione nel Sistema informativo Schengen è del 2 marzo, quando ovviamente Ilaria Salis era già deputata europea. Sonogià passati tre anni dal suo arresto a Budapest dopo i disordini alla Giornata dell’Onore, accusata di aver aggredito tre militanti neonazisti.
È dall’indagine ungherese, in cui risultano coinvolti una decina di esponenti del gruppo di estrema sinistra Hammerbande, che nasce il proseguo dell’inchiesta in mano ai magistrati tedeschi che li accusano di organizzazione eversiva. Ilaria Salis non sarebbe indagata ma è evidente che gli investigatori tedeschi tengono ancora accesi i riflettori su di lei e sui suoi rapporti con questi gruppi.
È per questo che il 2 marzo inseriscono la segnalazione chiedendo, in sostanza, alle polizie europee di informarli sulle eventuali presenze di Ilaria Salis nei loro Paesi, sui suoi accompagnatori, sui motivi dei suoi spostamenti. Un modo per monitorare eventuali attuali contatti con la galassia dei gruppi di antagonisti sotto inchiesta.
Solo che Ilaria Salis è un’europarlamentare e non può essere soggetta a questo tipo di controlli.
Nella catena dei contatti nessuno si è reso conto che Ilaria Salis è europarlamentare, nessuno ha associato nome e cognome al ruolo che ricopre. È l’origine del pasticcio di sabato, quando due agenti hanno raggiunto Salis in albergo a Roma per un controllo in seguito a una richiesta di Berlino.
Per raccontare questa vicenda bisogna tornare al 2 marzo, quando la Germania dirama una richiesta di segnalazione su Salis, probabilmente legata a un’indagine su Hammerbande, la “banda dei martelli”, collettivo internazionale di estrema sinistra protagonista di diverse aggressioni agli oppositori politici. La richiesta, come da procedura, arriva al Servizio per la cooperazione internazionale di polizia e, in particolare, alla divisione Sirene, l’unico ufficio ministeriale che può gestisce gli alert di Schengen.
Salis è eurodeputata, quindi, secondo gli articoli 24 e 25 del regolamento europeo 1862 del 2018, la richiesta avrebbe dovuto essere messa in stand by. Per usare un termine tecnico, si sarebbe dovuta apporre una red flag.
Una procedura prevista «qualora uno Stato membro reputi che dare applicazione a una segnalazione inserita non sia compatibile con il proprio diritto nazionale, con i propri obblighi internazionali o con interessi nazionali essenziali». All’ufficio Sirene, però, nessuno associa il nome di Ilaria Salis al ruolo che ricopre. La questione non si pone e l’alert viene inserito nel terminale di tutte le questure italiane.
Così, quando Salis arriva nella Capitale e si registra in hotel, scatta una blue notice dell’Interpol. Due agenti delle volanti raggiungono l’albergo, ma nemmeno loro sembrano sapere che quell’Ilaria Salis è un’eurodeputata. Bussano, lei si qualifica e a quel punto i due poliziotti restano sulla porta. Per evitare un ulteriore passo falso in questa catena di malintesi.
Da qui, poi, le versioni un po’ divergono. Gli agenti parlano di una mera identificazione durata meno di mezz’ora. Salis sui social prima parla di «controllo preventivo» di oltre un’ora, poi ridimensiona l’accaduto. Gli esperti sottolineano come l’attività, chiamata “controllo discreto”, preveda che l’interessato non si accorga di nulla.
(da agenzie)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
NON SOLO PERCHÉ SIGNIFICHEREBBE TRADIRE LA PAROLA, DOPO AVER SPERGIURATO CHE IL GOVERNO NON SAREBBE CADUTO IN CASO DI VITTORIA DEL NO, MA ANCHE PERCHÉ NON C’È GARANZIA CHE, UNA VOLTA SALITA AL COLLE, SERGIO MATTARELLA SCIOLGA LE CAMERE … IL NODO DELLA LEGGE ELETTORALE E IL FACCIA A FACCIA TESO CON SALVINI E TAJANI
A sette giorni dal voto referendario, la nebbia intorno al governo non accenna a diradarsi.
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che dal giorno del voto non si è più fatta vedere in pubblico né ha rilasciato dichiarazioni se non attraverso le note ufficiali di palazzo Chigi, ha solo una domanda in mente: voto anticipato sì o no?
La risposta sembra essere arrivata dalla cena informale a casa sua che si è svolta venerdì scorso dopo il consiglio dei ministri, con i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani.
Dei tre, quello uscito meno acciaccato dal voto è stato il leghista, che può vantare – pur avendo speso il minimo sforzo – la vittoria del Sì solo nelle regioni governate dal suo partito
In questo quadro, la premier si sarebbe convinta che il voto anticipato non sia una strada percorribile né auspicabile. Innanzitutto, perché «significherebbe tradire la parola, dopo aver spergiurato che il governo non sarebbe caduto in caso di vittoria del No», spiega una fonte d’area.
Ma anche e forse soprattutto perché non c’è garanzia che, una volta salita al Colle, Sergio Mattarella sciolga le camere: il contesto internazionale è tale e ha talmente tanti riverberi sul piano economico, che il voto anticipato sarebbe un azzardo per la tenuta del Paese. Senza contare che, senza una nuova legge elettorale, con il campo progressista unito e il Sud che apparentemente le ha voltato le spalle, il centrodestra rischia la sconfitta.
Eppure, a palazzo Chigi si è fatta largo la grande paura del logoramento. «In ogni caso sarà un’anatra zoppa», era stata la sinistra profezia sul governo di Matteo Renzi, che di referendum se ne intende. In ogni sede, Meloni ha ripetuto: «Non intendo galleggiare».
Dunque sa di dover cambiare passo e che le purghe post referendarie (il ministro Carlo Nordio è stato descritto come ancora irrequieto dopo le dimissioni della sua capa di Gabinetto, Giusi Bartolozzi) non siano sufficienti, ma ora serva cambiare alcuni tasselli nella formazione
«Stringere i bulloni», come si è scritto nei giorni scorsi, e sostituire chi non appare all’altezza delle sfide dell’ultimo anno di legislatura. Se alcuni sono intoccabili (i vicepremier, ma anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e quello della Difesa, Guido Crosetto), altri vacillano da mesi e nel mirino, c’è in particolare il Ministero delle imprese e del Made in Italy guidato da Adolfo Urso
Proprio sabato Urso è stato tra i chiamati in causa da Confindustria per il mancato rispetto dei patti per i cosiddetti “esodati” di Transizione 5.0
Secondo il Corriere della Sera, Urso potrebbe essere il primo a saltare. Non con un “licenziamento” come Santanché, ma con un passo di lato: la premier ha tenuto l’interim sul Turismo dove potrebbe transitare Urso, per far spazio a un sostituto considerato più capace sui delicati dossier dei prossimi mesi.
Il nome sarebbe quello dell’ex governatore del Veneto e già ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia
Sulla carta sarebbe perfetto, ma la pratica è complessa. Il Colle dovrebbe accettare quello che è stato definito un «rimpasto chirurgico», il centrodestra un avvicendamento spurio rispetto agli equilibri di coalizione: fuori un meloniano, dentro un leghista, e nulla per Forza Italia, che pure è considerata stabilmente sopra la Lega nei sondaggi.
I bilancini politici, però, sono solo una parte del problema. Dopo lo scontro con Confindustria, in settimana è attesa anche la relazione sulla crescita del governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, e anche da quel pulpito potrebbero arrivare brutte sorprese.
(da agenzie)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
PER L’ACCUSA, NEL 2024, MAURO (PRESTANOME DEI SENESE) E MIRIAM CAROCCIA HANNO INVESTITO AL FINE DI “PERMETTERE AL CLAN DI ACCRESCERE E RAFFORZARE LA SUA POSIZIONE SUL TERRITORIO ATTRAVERSO IL CONTROLLO DI ATTIVITÀ ECONOMICHE” … MA COME È POSSIBILE CHE IL BISTECCHIERE DELMASTRO NON SAPESSE DELLE ATTIVITÀ E DEI RAPPORTI DEI SUOI SOCI?
Mauro e Miriam Caroccia, indagati dalla Procura di Roma nel procedimento sulla società ‘Le 5 Forchette’ di cui è stato azionista anche l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, hanno “trasferito e reinvestito” nella società proventi delle attività illecite del clan di stampo camorristico dei Senese.
È quanto emerge dagli atti dell’indagine della Dda di Roma in cui si ipotizzano i reati di riciclaggio e intestazione fittizia dei beni. Una attività illecita aggravata dal fatto di averla “commessa al fine di agevolare l’associazione di stampo mafioso” facente capo al gruppo dei Senese.
Secondo l’impianto accusatorio i due indagati, nel dicembre del 2024, hanno ‘investito’ nella Srl al fine di “permettere al clan di accrescere e rafforzare la sua posizione sul territorio attraverso il controllo di attività economiche” e “di reinvestire i capitali illecitamente accumulati nel corso degli anni”.
(da agenzie)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
AL REFERENDUM HA VINTO IL NO; IL PRESIDENTE DELL’ARS GAETANO GALVAGNO E L’ASSESSORA AL TURISMO ELVIRA AMATA, ENTRAMBI DI FDI, SONO INDAGATI PER CORRUZIONE, E POTREBBERO FINIRE DIMISSIONATI
«Giorgia Meloni, la presidente del Consiglio, mi ha mandato un messaggio molto stizzito a
mezzanotte. La donna più potente del mondo, con tutto quello che sta succedendo, all’estero e in Italia, trova il tempo per infastidirsi e arrabbiarsi con me». Nella fotografia della crisi del centrodestra e della leadership di Giorgia Meloni, si inserisce anche Ismaele La Vardera. Ex giornalista, ex inviato delle Iene, oggi è un deputato di opposizione dell’Ars, l’Assemblea regionale siciliana, leader del movimento Controcorrente.
Qualche ora prima di ricevere la visita su WhatsApp di Meloni, La Vardera aveva pubblicato un video per denunciare la decisione presa venerdì dal Consiglio dei ministri di impugnare la legge regionale siciliana sui ristori per le zone colpite dal ciclone Harry, definendola «una ritorsione» contro il plebiscito a favore del No che ha travolto l’Isola governata dalla destra
Va tenuto in mente perché fa da premessa alla reazione della premier. Che va su tutte le furie e gli scrive in piena notte: «La ritorsione??? (con tre punti interrogativi, ndr), io veramente non ho parole. E ora che faccio mi metto a impugnare le leggi di quasi tutte le regioni? Che modo vergognoso di fare politica. Il cambiamento…».
Per la premier la Sicilia è un problema serio. La Regione guidata da Renato Schifani, Forza Italia, è preda di lacerazioni. L’onda che ha spazzato via la riforma della giustizia e la serenità della coalizione è un campanello d’allarme.
Il presidente dell’Ars Gaetano Galvagno e l’assessora al Turismo Elvira Amata, entrambi di FdI, sono indagati per corruzione, e potrebbero essere i prossimi a finire dimissionati da un ordine di Meloni, come successo al sottosegretario Andrea Delmastro e alla ministra Daniela Santanchè. Il primo dei due è, tra l’altro, come quest’ultima, amico e fedelissimo del cofondatore di FdI, Ignazio La Russa.
Un tentativo di rigenerare l’anima più legalista, che la leader aveva però accantonato nei lunghi mesi della battaglia referendaria, quando ha lasciato tutti al proprio posto, nonostante le inchieste e, in alcuni casi, le condanne.
Per La Russa, che ha provato a difendere inutilmente Santanchè, e che ha un suo personale fortino in Sicilia, sarebbe un ulteriore smacco. Non è neanche certo che il governo di Schifani sopravviverà.
La crisi siciliana potrebbe essere il preludio a un crollo nazionale. Altre volte in passato l’Isola ha funzionato da laboratorio, ha anticipato tendenze, trionfi e sciagure. È successo con l’onda che ha portato il M5S al potere nel 2018. E oggi il No che colora di rosso le province del Sud è per la premier un segnale di emorragia di consenso.
(da La Stampa)
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Marzo 30th, 2026 Riccardo Fucile
QUANDO È STATO FISCHIATO DURANTE UN COMIZIO A GYOR, HA PERSO LE STAFFE ACCUSANDO GLI OPPOSITORI DI ESSERE FILO UCRAINI. E IL GIORNALISTA INVESTIGATIVO UNGHERESE SZABOLCS PANYI È STATO FORMALMENTE ACCUSATO DI ESSERE UNA SPIA AL SOLDO DEGLI UCRAINI
La narrazione della paura, a iniziare da quella dei migranti, ha spinto Viktor Orbán per tre mandati consecutivi alla guida dell’Ungheria. Ma questa volta, a due settimane dal voto che potrebbe segnare la fine di un’era, sembra soprattutto lui ad essere in preda al panico, mentre arranca nei sondaggi dietro al suo rivale, Péter Magyar.
Quando l’altro giorno è stato fischiato a un suo comizio a Gyor, città guidata dall’opposizione, il leader magiaro ha perso le staffe e ha iniziato ad accusare chi gli chiedeva conto della disastrosa situazione economica di promuovere «gli interessi ucraini», di puntare a «un governo filo ucraino» e di voler trasferire «i soldi degli ungheresi in Ucraina». Slogan onnipresenti nella sua campagna elettorale
Ora questi slogan sono stati scagliati come insulti contro quegli ungheresi non allineati. Ci mancava poco e sarebbero stati bollati anche loro come spie, come è accaduto in questi giorni al giornalista investigativo ungherese Szabolcs Panyi, autore dell’inchiesta sui colloqui segreti prima e dopo le riunioni Ue tra il ministro degli esteri ungherese Péter Szijjártó e il suo omologo russo Sergey Lavrov: Panyi ora è stato formalmente accusato di essere una spia al soldo degli ucraini.
Nell’incalzante conto alla rovescia verso il voto, le elezioni in Ungheria appaiono una spystory dai contorni sempre più foschi, con rivelazioni e contro rivelazioni.
«La storia del “cyberattacco di Stato” sta crollando sotto il suo stesso peso» ha osservato ieri sui social il portavoce del governo Zoltán Kovács.
Il riferimento è all’inchiesta della testata investigativa ungherese Direkt36 che descrive il tentativo dei servizi segreti di Budapest di infiltrarsi nel partito di opposizione Tisza, caso che Magyar ha ribattezzato «Orbán gate». Un agente, identificato come «Henry», avrebbe cercato di reclutare due informatici che lavoravano per Tisza con l’obiettivo di introdursi nel server del partito. Quando i due informatici hanno deciso di smascherare l’agente, sono stati accusati di pedopornografia, ma nulla di compromettente è stato trovato
Ora questa versione è stata ribaltata dal governo, che ha reso pubblici quelli che ha definito elementi declassificati di un briefing sulla sicurezza nazionale: uno degli esperti informatici di Tisza avrebbe «ammesso di essere stato reclutato da agenti ucraini, addestrato all’estero e collegato a reti legate a Zelensky». E così l’«attacco
governativo» si trasforma in «operazione di controspionaggio in difesa dell’interesse nazionale».
(da “Corriere della Sera”)
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