Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile
PEPPINIELLO NON SMETTE DI ALZARE I TONI CONTRO IL RIARMO E CONTRO GLI AIUTI A KIEV E GUARDA CON SOSPETTO GLI ULTIMI SONDAGGI: SE LA SEGRETARIA DEM FOSSE LA CANDIDATA PREMIER, IL MOVIMENTO RISCHIA DI CALARE A PICCO
Negli ultimi giorni, intorno a Giuseppe Conte, il pretesto – o cavillo – è l’Ucraina. E la spaccatura, ove
mai la legge elettorale naufragasse, sarebbe invece con il Pd. Non più litigare ma rompere l’alleanza. Addirittura.
E’ il pensiero stupendo che, strisciando, fa capolino nelle riunioni più intime. E’ la pazza-pazza idea, ancor più folle con il premione di maggioranza. Eppure, Giuseppe Conte guarda i sondaggi. Osserva che le primarie, dopo l’estate, gli danno torto. L’ultimo oracolo, mandato in onda a L’Aria che tira, su La7, ribalta le proiezioni primaverili.
Forse, inesorabilmente. Elly Schlein, coi contrafforti di Fratoianni e Bonelli, è al 62 per cento. L’ex premier, giammai rassegnatosi alla condizione di “ex”, è invece al 38. E dunque, a settembre, anche per lui è tempo di migrare.
Dopo l’estate, i gazebo si incendiano e diventano così un tormento che condannerebbe nuovamente il capo alla condizione di “ex”. Chi ne dà conto, vicino a lui, aggiunge un dettaglio. Dopo le interviste contro il riarmo, e le votazioni sui temi degli attivisti a Nova, Giuseppe Conte vuole vincolare, adesso, le primarie al programma.
O meglio: vuole che insieme al leader siano espliciti, sulla scheda, dei ben precisi stralci. Le famigerate linee rosse, come usa dire. Quella che non soltanto traccia il generale Vannacci a Meloni ma pure l’ex premier a Schlein. E, tra le linee, la più rossa è appunto il (non) sostegno a Kyiv.
L’Ucraina è il pretesto. Il cavillo. L’occasione per rompere se la legge non passasse o comunque, nel frattempo, per prendere le misure con questa legge assai bipolare. “Non può essere che se Schlein o qualcun altro vince le primarie – ha detto e ripetuto Conte – a quel punto si mandano a gogò armi in Ucraina per un conflitto che ci sta portando a una guerra mondiale”.
Il punto, insomma, è che Giuseppe Conte non vuole tornare a Chigi da portaborse. E se pure una rottura col premio di maggioranza al 42 per cento significherebbe pungere la rana che lo trasporta – il Pd – per affondare con lei, il pensiero è stato fatto. Il pensiero c’è.
I sondaggi di Piepoli, che l’ex premier guarda, confermano come per lui il migliore dei mondi possibili, con il Melonellum, sarebbe un campo largo con Conte premier. E come invece un leader dem farebbe perdere in assoluto più voti al Movimento.
La via mediana dei Cinque stelle fuori dall’alleanza innescherebbe sì la reazione del voto utile, ma le perdite sarebbero minori rispetto all’ipotesi numero due: il Pd con Conte a rimorchio.
(da I Foglio)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO UN NUOVO RAPPORTO CI SONO CIRCA 500 COLLEGE E UNIVERSITÀ IN TUTTO IL PAESE DOVE ALMENO IL 40% DEGLI STUDENTI NON RIESCE A RIDARE LE RETTE FINANZIATE, LASCIANDO IL CONTO AI CONTRIBUENTI AMERICANI MENTRE GLI ISTITUTI INCASSANO
In centinaia di college Usa, fino all’80% degli studenti non riesce a rimborsare i prestiti studenteschi. Secondo un nuovo rapporto ci sono circa 500 college e università in tutto il paese dove almeno il 40% degli studenti non riesce a rimborsare i prestiti studenteschi federali, lasciando il conto ai contribuenti americani mentre gli istituti incassano.
Alcuni, come il Construction Training Center in South Carolina e il Legends Barber College in Texas, hanno tassi di insolvenza del 70-80%, secondo una nuova analisi di Npr. I fondi pubblici mantengono a galla questi piccoli istituti, rappresentando oltre due terzi delle loro entrate totali.
Al Diversified Vocational College di Los Angeles, ad esempio, il 73% degli studenti che hanno usufruito di prestiti federali non ha onorato i pagamenti per l’anno accademico 2024-2025, mentre i 3,5 milioni di dollari di prestiti federali concessi agli studenti quell’anno rappresentavano quasi il 90% delle entrate.
Ciò significa che quasi tre quarti degli studenti del Diversified Vocational College hanno pagato la retta con fondi federali, per poi non rimborsare il governo per oltre tre mesi.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile
AD AGOSTO LA COMUNITÀ BENGALESE DI VENEZIA AVEVA MINACCIATO LO SCIOPERO DOPO CHE IL SINDACO SIMONE VENTURINI HA CASSATO IL PROGETTO A LORO SPESE PER LA COSTRUZIONE DELLA MOSCHEA, MENTRE LO SCORSO 4 SETTEMBRE, L’INFLUENCER MAL-DESTRO SIMONE CARABELLA HA DISTURBATO LA PREGHIERA DI UN GRUPPO DI 200 BENGALESI CON UN PANINO CON LA MORTADELLA E CANTANDO L’INNO DI MAMELI
Uno striscione con la scritta “La vostra integrazione è la nostra rovina” è comparso stamani davanti alla
scuola “Giulio Cesare” di Mestre (Venezia), situata in un quartiere ad alta presenza di stranieri, in particolare bengalesi.
La denuncia viene dalla Cgil di Venezia, che lo definisce “un atto vile e inaccettabile. Ancora una volta l’estrema destra tenta di trasformare una scuola nel centro delle polemiche, strumentalizzando bambine e bambini per alimentare odio e tensioni”.
In un vicino parco cittadino – come riporta il sito della Nuova Venezia – sono state tracciate con della vernice bianca scritte “No Islam” a terra, e una croce in un capanno porta-attrezzi, che sono state cancellate dagli addetti della multiutility Veritas.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile
BASTA CON LA PALLA DELLA “DEMOCRAZIA TOLLERANTE”: ESISTE UNA COSTITUZIONE, CHI NON SI ADEGUA E SEMINA ODIO FUORI DAI COGLIONI, A TUTTI I LIVELLI… IL RAZZISMO, LA PROPAGANDA E I RICHIAMI A IDEOLOGIE TOTALITARIE SONO ATTI SOVVERSIVI E CI VOGLIONO I RASTRELLAMENTI
“Ho avuto paura di morire. Lui mi accoltellava e stava in silenzio”. Sono le prime parole della professoressa Isabella Marsilio, accoltellata questa mattina nella scuola media Verga a Centocelle. Al telefono, affaticata, risponde alle domande di Repubblica. “Sono ferita nell’animo soprattutto. Sono sconvolta che un ragazzo così giovane e con una famiglia alle spalle di tutto rispetto abbia concepito tutto questo”.
Professoressa, cosa è accaduto stamattina in classe?
“Erano le 9,20. Senza bussare vedo entrare il mio alunno. L’ho guardato ma non ho fatto in tempo a rendermi conto. Indossava un casco da ciclista e un paio di occhiali con telecamera. Nella mano sinistra teneva una bomboletta di spray al peperoncino che mi ha spruzzato in faccia. Poi mi ha colpita con un pugnale che aveva una lama di almeno 20 centimetri. Non ha mai detto parola. Niente. Né prima, né dopo”.
E’ stata soccorsa?
“Subito, da un meravigliosostudente che lo ha bloccato. Poi si è scatenato l’inferno nella scuola”.
Professoressa, sul suo profilo campeggiano diversi post che inneggiano alla remigrazione e a idee fasciste. Lo studente che l’ha soccorsa è della Repubblica del Congo. Si sente a disagio adesso?
“Non c’è nulla di incongruente tra un’idea che esprimo sui social e applaudire a un ragazzino che mi ha salvata. Le mie idee non cambiano”.
Quindi la pensa sempre allo stesso modo sulla remigrazione?
“Certo. Il mio studente del Congo ha tutti i diritti per stare qui e gli dovrebbero dare una medaglia. Diverso è per chi viene qui e delinque”.
E se a salvarla fosse stato un ragazzino irregolare?
“Se non fosse stato regolare non sarebbe stato un mio alunno”.
Ha saputo che lo studente che l’ha accoltellata aveva pianificato tutto?
“Lo apprendo in questo momento e sono sconvolta. Mi è stato anche riferito che nell’ultima settimana aveva detto ai compagni che mi avrebbe accoltellata”.
Lei aveva un presentimento?
“Assolutamente no. Adesso ho chiaro quale è stata la molla scatenante”.
Quale?
“Il compito in classe programmato per questa mattina per recuperare il debito in Storia”. […]
Vuol dire qualcosa al suo studente?
“Sì, gli voglio bene e mi dispiace enormemente di aver compreso adesso quanto forte e profondo fosse il suo malessere. Mi dispiace tantissimo se lui ha scambiato i miei insegnamenti per accuse o punizioni. Anche se non l’ho mai punito. Ha covato una grande rabbia dentro di sé nei miei confronti provo un grandissimo dispiacere per il suo malessere”
(da Repubblica)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile
“GENERALE RIDACCI LA SICUREZZA DI UNA VOLTA, I SEQUESTRI DI PERSONA, LE RAPINE DA FILM, LE BOMBE SUI TRENI, LE STRAGI MAFIOSE, IL PIZZO, LA LUPARA BIANCA, IL CIRCEO, TUTTA ROBA LOCAL, SANA E SOVRANA”
I Subsonica dedicano alla visita di Vannacci a Torino un post sarcastico. Su Fb scrivono che «Oggi il
leader di “TRAPASSATO NAZIONALE” fa visita alla nostra città. Ci sembrava educato dedicargli un pensiero:
Generale, ridacci la sicurezza di una volta! Ridateci i sequestri di persona, le rapine da film con sparatoria in strada, l’eroina spacciata dall’oggi al domani con metodo e costanza in ogni quartiere- anche di provincia- da filiera italiana certificata: raffinazione e distribuzione. Le bombe sui treni, le stragi di mafia, gli anni di piombo, i sassi dai viadotti, i rifiuti tossici nei campi, la Magliana, il pizzo, la lupara bianca, la Uno bianca, Scandicci, il Circeo… Quanta nostalgia quando era tutta roba local, sana e sovrana. Non se ne puó più di stranieri accattoni, borsaioli, rissosi, palpeggiatori e maranza amici dei sinistri amici dei magistrati, che negli anni hanno trascinato vergognosamente l’Italia (statistiche dei reati alla mano) verso il preoccupante primato di secondo paese più sicuro d’Europa. Dopo il Lussemburgo».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile
IL TESORO VUOLE USARE I “RISPARMI” DEI FONDI PNRR, BRUXELLES E’ SCETTICA E GIORGETTI HA REAGITO IN MODO SCOMPOSTO: “QUELLI ORMAI SONO SOLDI NOSTRI” … LA MOSSA SPERICOLATA CONFERMA COME LA DUCETTA STIA ORMAI RINCORRENDO VANNACCI, CHE NEL PROGRAMMA DI “FUTURO NAZIONALE” AVEVA PREVISTO PROPRIO IL TAGLIO DEL BOLLO. IL GENERALE HA GIOCO FACILE A RINFACCIARE ALLA DUCETTA CHE LA MISURA È TUTT’ALTRO CHE “STRUTTURALE”, DAL MOMENTO CHE È VALIDA SOLO PER IL 2027, CIOE’ L’ANNO ELETTORALE. UNA SORTA DI “BOLLO DI SCAMBIO”
I conti non tornano, Bruxelles è incazzata e le Regioni sono sul piede di guerra. La trovata elettorale di Giorgia Meloni di sospendere per un anno il bollo auto, la “tassa più odiata”, si sta rivelando un gran pasticcio.
La misura è stata voluta e decisa dalla Statista della Sgarbatella in autonomia, o meglio con il suo “cerchio tragico”, senza chiedere l’approvazione da parte di Lega e Forza Italia, e soprattutto con la contrarietà di Giancarlo Giorgetti.
Una fuga in avanti in stile meloniano, per prendere in contropiede Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, cercare disperatamente di frenare l’ascesa di Roberto Vannacci e per gettare fumo negli occhi agli italiani, che intanto da mesi pagano una tassa molto più cara del bollo, quello del caro-carburanti, che non si arresta.
Davanti alla trovata del “bollo di scambio” della premier, Giorgetti, il ministro “mani di forbici” che ha passato questi quattro anni a frenare le richieste dell’Armata Branca-Meloni in nome del rispetto dei conti, ha chinato il capo e obbedito alla Ducetta.
E si è ritrovato a dover trovare in quattro e quattr’otto le coperture per 2,3 miliardi dei 7,68 miliardi di gettito totale della “tassa più odiata” solo per il 2027. Tanto, secondo le prime stime, è quanto verrà a mancare alle Regioni dal mancato incasso del bollo su auto e motocicli previsti dal decreto.
E dove prendere il tesoretto per questo spot elettorale? Il governo ha tirato fuori la “furbata” del secolo: attingerà dai “risparmi” dei prestiti che il governo ha ottenuto con il Pnrr, il piano europeo nato per finanziare progetti e investimenti per incentivare la crescita economica dopo la crisi del Covid.
Una scelta che solleva più di un dubbio sulla fattibilità dell’operazione. Tanto che dalla Commissione europea hanno acceso subito un faro sulle coperture della misura spericolata varata dal governo due giorni fa.
Oggi Giorgetti, evidentemente stizzito, per non dire sull’orlo di una crisi di nervi, ha replicato a Bruxelles che quanto “risparmiato” dai progetti finanziati con il Pnrr “sono ormai soldi nazionali, non risorse europee. Sono risorse del bilancio dello Stato: il governo e soprattutto il Parlamento ne dispongono come meglio ritengono”. Tradotto: Bruxelles non si impicci.
Una lettura che appare bizzarra, al limite del paraculo. Anche perché molti progetti sono stati ridimensionati e modificati in corso, con un conseguente “risparmio”. Non si è operato in modo virtuoso, probabilmente non sono stati messi a terra tutti i progetti inizialmente previsti dal Pnrr. E’ così che si spiega il tesoretto avanzato?
Diversamente, in che modo, nelle pieghe dei progetti del Pnrr, tra ritardi, cancellazioni e rimodulazioni, il Tesoro è riuscito a “risparmiare” 2,3 miliardi di euro?
Lo scorso febbraio, Palazzo Chigi aveva previsto con un decreto che tutti i risparmi del Recovery per i progetti portati a termine sarebbero finiti alla Tesoreria generale. E il testo quantificava questi “risparmi” in 1,7 miliardi di euro. Molto meno di quanto serve per coprire il taglio del bollo auto solamente per il prossimo anno, ovvero 2,3 miliardi.
Perché questo è un altro, enorme, nodo della misura. Presentandosi inaspettatamente in conferenza stampa due giorni fa per intestarsi in pieno l’operazione, Giorgia Meloni ha parlato di “misura strutturale”.
Eppure, come è scritto nero su bianco sul decreto pubblicato in Gazzetta ieri, il taglio del bollo al momento sarà effettivo solo nel 2027. Altro che “strutturale”: si tratta di una mossa da piazzista nell’anno del voto. E poi? Campa cavallo!
Di certo la mossa a sorpresa sul bollo auto dimostra chiaramente che Giorgia sta rincorrendo Roberto Vannacci. Infatti il programma elettorale di Futuro Nazionale, presentato dal Generale lo scorso agosto, prevedeva proprio il taglio della tassa sul possesso dei veicoli.
E infatti, le truppe dell’ex parà della Folgore, hanno avuto gioco facile ad attaccare la premier su due aspetti: 1) la tempistica di una misura, che non è mai stata discussa nel centrodestra né prevista dal programma di coalizione del 2022; 2) la validità temporanea dello stop al balzello, mentre il programma di Futuro Nazionale prevede una cancellazione strutturale e definitiva della tassa automobilistica per tutti, senza limiti di potenza.
Siamo alla frutta, se la leader del principale partito italiano si ritrova a copiare il programma di un partito, Futuro Nazionale, che propone soluzioni fiscali impossibili da realizzare, a meno che non si vogliano mandare all’aria i conti del paese.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile
DUE ARMATE RUSSE SONO STATE GRAVEMENTE COLPITE: PARE ABBIANO PERSO CIRCA 1.500 SOLDATI, PIÙ DI 12 MILA DRONI, OLTRE A CENTINAIA TRA CANNONI, MORTAI E VEICOLI DI OGNI TIPO (IN CULO A TUTTI QUELLI CHE DICONO CHE KIEV NON HA SPERANZE DI VITTORIA)
I generali russi hanno metodicamente mentito a Vladimir Putin dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina e
adesso, per l’ennesima volta, i loro fallimenti sui campi di battaglia evidenziano i punti deboli di una dittatura fondata sostanzialmente su ufficiali «signorsì».
È questa la morale che si evince a seguire i rapporti della «Operazione Vivaldi» lanciata dalle forze armate ucraine nel Donbass settentrionale sin dal maggio scorso, i cui successi stanno diventando di dominio pubblico soltanto negli ultimi tempi.
I primi a parlarne in modo approssimativo sono stati i blogger militari russi, certo non contrari alla guerra voluta da Putin nel suo complesso (le rappresaglie del regime sono sempre dietro l’angolo!), ma in genere pronti a denunciare «da destra» le inefficienze dei comandi e gli errori tattici.
Ma la vastità dei successi dei comandi di Kiev emerge adesso in modo ufficiale dopo le dichiarazioni pubbliche rilasciate il 15 settembre dal comandante della Terza Armata ucraina, Andrii Biletskyi, il quale ha rilevato che la «prima sinfonia» delle Quattro stagioni è riuscita con soddisfazione e adesso si prosegue per completare le altre tre, riferendosi alla celebre composizione del musicista italiano.
Si scopre così che i generali del Cremlino avevano taciuto o minimizzato le loro sconfitte. Mentre negli ultimi tre mesi Putin non faceva che enfatizzare la supposta ripresa della superiorità militare russa, dopo le débâcle dell’inizio dell’anno, sul terreno gli ucraini avanzavano nel settore di Lyman. Per Biletskyi, nel Donbass sono stati liberati 75 chilometri quadrati; alcuni blogger militari occidentali parlano di 200 chilometri quadrati.
Mentre il presidente russo raccontava soddisfatto a Donald Trump che i suoi soldati stavano posizionandosi per prendere le cittadine di Kramatorsk e Sloviansk, di fatto completando la vittoria sul fronte orientale, in realtà gli ucraini erano in procinto di riconquistare parte di quelle stesse regioni. […]
Le 20esima e 25esima armate russe sono state infatti gravemente colpite: pare abbiano perso circa 1.500 soldati, più di 12.000 droni, oltre a centinaia tra cannoni, mortai e veicoli di ogni tipo. Ma il dato più interessante di tutta l’operazione «Vivaldi» resta il modo in cui gli ucraini sono riusciti a tenere segreti i loro successi coadiuvati dall’omertà timorosa dei generali russi.
(da Corriere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile
CAOS ANCHE ALL’ESTERNO DELL’ALBERGO DOVE SI TENEVA L’INCONTRO: CENTINAIA DI MANIFESTANTI SI SONO AVVICINATI ALL’INGRESSO DELL’HOTEL, MA SONO STATI RESPINTI DALLE FORZE DELL’ORDINE…IL CARTELLO CON SCRITTO “FETORE NAZIONALE”
Qualche momento di tensione si è verificato a Torino nel corso della dimostrazione contro l’arrivo di Roberto Vannacci a un convegno organizzato dal sindacato di polizia Fsp. I manifestanti si sono avvicinati allo schieramento delle forze dell’ordine e hanno lanciato delle uova contro gli agenti, dai quali non è giunta alcuna risposta; sono poi partiti in corteo lungo corso Duca degli Abruzzi.
Alcuni gruppi di manifestanti hanno poi cercato di aggirare il blocco delle forze dell’ordine per raggiungere la sede del convegno (l’hotel Nh in corso Vittorio Emanuele). I tentativi sono andati a vuoto: ogni strada di accesso è presidiata da personale in tenuta antisommossa.
Sono diventati alcune centinaia i manifestanti che questa mattina protestano a Torino contro la presenza del leader di Futuro Nazionale Roberto Vannacci e hanno bloccato il traffico in corso Vittorio Emanuele II. Il presidio si trova a circa 200 metri dall’hotel Nh dove è in corso il convegno sulla sicurezza urbana organizzato dal sindacato Fsp della polizia di Stato al quale partecipa Vannacci. Sono stati accesi fumogeni rossi e neri.
A separare i manifestanti dall’albergo ci sono cordoni di polizia in assetto antisommossa e mezzi delle forze dell’ordine schierati lungo il corso. Dal megafono gli antagonisti attaccano il leader di Futuro Nazionale: “Si preoccupa solo di dire che femminicidio non esiste e che i migranti vanno deportati. Ma è solo propaganda sulla pelle di chi non c’entra nulla con la crisi che stiamo vivendo e con la benzina oltre i 2 euro. “Noi non glielo permettiamo: oggi dimostreremo che Torino non vuole Vannacci e gli altri personaggi di destra che vengono qui a fare campagna elettorale”. Dal presidio si è poi levato il coro “Fuori Vannacci da Torino”.
Quando Roberto Vannacci prende la parola all’incontro organizzato a Torino dal sindacato di polizia Fsp, una donna, Caterina Ansaldi, lo interrompe:
“L’Italia è un Paese laico”, grida, ricevendo in risposta dai presenti cori di condanna come “generale generale” . “Oltre che maleducata perché interrompe – ha replicato Vannacci – la signora è anche anti-democratica”. La donna è stata accompagnata fuori al grido “remigrazione”.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile
IL DIESEL ALL’IMPROVVISO SI RITROVA AL CENTRO DELLA CRISI GEOPOLITICA MONDIALE. È IL GASOLIO CHE MUOVE I DIESEL DI CAMION, TIR, E GRAN PARTE DELLA LOGISTICA: SE SALE IL PREZZO, SALGONO I COSTI PER TRASPORTARE QUASI TUTTI I PRODOTTI E AUMENTA L’INFLAZIONE
La cura non funziona. Nonostante il taglio delle accise, i prezzi dei carburanti continuano a correre: ieri ai
distributori self-service la benzina ha toccato quota 2,143 euro al litro sulla rete stradale, secondo i dati registrati dall’Osservatorio del ministero delle Imprese.
Nello stesso giorno, l’ultimo con lo sconto di 17 centesimi, il gasolio è balzato a 2,266 euro al litro (dai 2,132 euro di mercoledì scorso). Da oggi le cose cambiano. Fino a venerdì prossimo, la sforbiciata del governo si riduce a 12,2 centesimi
Di certo, però, c’è che finora le abitudini degli automobilisti italiani non sono cambiate. E con quelle anche i consumi di carburante nei primi sette mesi dell’anno. «Le vendite sono praticamente flat (piatte) se confrontate con quelle pre-Covid», dicono dall’Unem, l’associazione dei petrolieri italiani.
Se la lente si posa sui consumi di agosto, si nota il salto delle vendite di benzina, aumentate del tre per cento, ai massimi da 15 anni. Mentre il diesel mostra una flessione dello zero virgola: -0,3%, ovvero seimila tonnellate, in termini assoluti. È il dato medio, risultato del calo più marcato registrato dai tradizionali distributori, il cosiddetto “canale rete”, ma pur sempre fermo a due punti; mentre il canale extrarete – quello degli hub per bus e camion dei quali sono dotate le aziende di autotrasporti, per intenderci – è in crescita dell’1,8%.
Insomma, consumi pressoché stabili, incuranti di un prezzo più alto di quasi 30 centesimi per la verde nel mese scorso, rispetto all’agosto 2025, e di una fiammata da 46 centesimi per il gasolio, «nonostante il calo temporaneo dell’accisa», si legge nell’ultimo rapporto dei petrolieri.
Un’operazione criticata dagli esperti, come il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli, che solo qualche settimana fa aveva spiegato a Repubblica come, «da economista», prorogare lo sconto delle accise con tutti i nodi che strozzano la catena delle forniture e tutte le tensioni in Medio Oriente che soffiano sul greggio, «è sbagliato».
E insomma, pur senza scomodare l’antico Enzo Salvi e il suo indimenticato tormentone anni ’90, C’è da spostare una macchina, resta che “è un diesel” rischia di essere una formula chiave della policrisi che si estende dall’Ucraina al Golfo Persico, bussando anche alle urne elettorali di Stati Uniti ed Europa.
È infatti un diesel il motore dello scontento energetico italiano – e non solo – che costringe il governo a continui rabberci alle accise per ridurre il prezzo del «gasolio da autotrazione», snobbando invece la benzina.
Perché, per l’appunto, è il gasolio che muove i diesel di camion, tir, trattori e gran parte della logistica: se sale il prezzo del gasolio, salgono i costi per trasportare quasi tutto, dalle zucchine alla carta igienica, e la fiammata entra rapidamente nell’inflazione.
È un diesel pure quello che preoccupa Donald Trump: così, mentre l’inflazione torna a correre e una Federal Reserve che il presidente Usa credeva di avere in pugno rialza i tassi di interesse, la Casa Bianca chiede non a caso a Kiev di sospendere gli attacchi contro gli impianti russi di raffinazione. […]
Da umile carburante a vero fattore geopolitico, il diesel è forte – e oggi debole – della sua globalizzazione spinta. Il gasolio, che si usa appunto per alimentare quei motori, pesa per un terzo della domanda petrolifera mondiale, cioè circa 30 milioni di barili al giorno.
Se dal conto si levano i circa tre milioni di barili al giorno che il Golfo non riesce più a produrre e le perdite russe, mancano rispetto a febbraio – nonostante altri Paesi abbiano aumentato la produzione e chi può utilizzi le riserve – circa 1,6 milioni di barili al giorno.
Potrebbe dunque sembrare superfluo per gli Usa chiedere di salvaguardare il gasolio russo, visto che né Washington né l’Europa possono acquistarlo, almeno ufficialmente. Ma anche quel contributo russo, magari indirizzato verso Turchia, Brasile o altri mercati, aumenta l’offerta globale e limita i rialzi.
Se le raffinerie di Mosca si fermano e la domanda no, gli effetti arrivano fino alle highway americane, dove nel giro di poco più di un mese il gasolio è salito da 5,26 a 6,39 dollari il gallone – con un balzo di oltre il 71% dal primo giorno di presidenza Trump – rischiando di far sbandare le elezioni di midterm per lo stesso presidente. Tanto che la Casa Bianca valuta adesso di usare perfino il Defense Production Act per accelerare investimenti e ampliamenti nelle raffinerie.
La misura della scarsità sta nel crack spread, cioè la differenza tra prezzo del greggio e prodotti raffinati. In Asia il margine di raffinazione del gasolio a basso tenore di zolfo ha superato gli 87 dollari al barile, contro i 22 prima della guerra. In Europa la differenza di prezzo è ormai di oltre 100 dollari al barile; negli Usa è arrivata a un record di 112 dollari. La vera strozzatura del mercato non è più solo il pozzo, ma la raffineria.
Nemmeno troppo paradossale che il diesel, da sinonimo di affidabilità assoluta, rifornimenti a costo contenuto e chilometraggi quasi illimitati, si trasformi in problema proprio adesso che ha perso tanto terreno nel mercato automobilistico. Nei trasporti “pesanti” non ha rivali, ma nel 2025 le immatricolazioni di auto a gasolio in Italia sono scese a meno del 10% del totale; cinque anni prima erano oltre il 30%.
Quel declino dipende dalle regole europee sempre più restrittive sulle emissioni nocive, dall’avanzata dell’elettrico, ma anche dallo shock del Dieselgate, quando nel 2015 si scoprì che la Volkswagen aveva installato sulle sue auto leggiadri software in grado di aggirare i test sulle emissioni.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »