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IL COMUNE DI GENOVA ORGANIZZA VACANZE ESTIVE PER GLI ANZIANI A PREZZI CALMIERATI: GRAZIE A SILVIA SALIS, 700 ANZIANI A BASSO REDDITO POTRANNO CONCEDERSI UNA SETTIMANA DI VACANZA IN MONTAGNA O AL MARE CON QUOTE FINO A 300 EURO (COMPRESO ALBERGO, PENSIONE COMPLETA E TRASPORTO)

Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile

IN UN MONDO POLITICO DI CHIACCHIERE E INTRIGI DI PALAZZO, SILVIA E’ L’UNICA LEADER PROGRESSISTA CHE FA FATTI E SI IMPEGNA REALMENTE NEL SOCIALE

Il Comune di Genova dopo trenta anni torna a organizzare soggiorni estivi per over 65 a prezzi calmierati, un’iniziativa mirata a garantire la possibilità di fare una settimana di vacanza anzitutto a chi non se lo può permettere, ma in generale a tutti gli anziani soli che in questo modo possono trovare un’occasione di socialità ed entrare in una rete che li coinvolga per tutto l’anno.
L’iniziativa è stata presentata stamattina a Palazzo Tursi dalla sindaca Silvia Salis e dall’assessora al Welfare Cristina Lodi. “Siamo orgogliosi di tornare a organizzare i soggiorni estivi per anziani dopo trent’anni – commenta Salis -. Significa recuperare una misura che ci parla di cura, ma anche qualità della vita. Questo deve diventare uno strumento di socialità anche per chi può permettersi una vacanza, ma non ha lo stimolo di andarci da solo. In una città con così tante persone sole e un sistema di welfare peggiorato nei decenni è importante che ci sia una rete sociale per aumentare la qualità di vita. Ci impegneremo a garantire la massima diffusione. È una scelta che guarda alla prevenzione, alla socialità e alla possibilità di vivere un periodo delicato come l’estate all’insegna della partecipazione e dello svago.
I pacchetti vacanza per over 65 offerti dal Comune: prezzi, contributi e requisiti
Nel periodo compreso tra giugno e settembre 2026 saranno proposti soggiorni di 7 giorni e 6 notti in località marine, montane e collinari, compatibilmente con la disponibilità dei posti letto. Tra le destinazioni indicate vi sono Cavalese, Roccaforte di Mondovì, Falcade, Bellaria-Igea Marina e Riccione. Le strutture sono
state scelte con un occhio di riguardo all’accessibilità, cercando di contenere il più possibile la durata del viaggio. Al momento della candidatura si potranno esprimere tre preferenze in ordine di gradimento.
I pacchetti saranno proposti a quote calmierate, comprese indicativamente tra 300 e 600 euro a persona in base alla località e al periodo. Sono compresi il viaggio di andata e ritorno, la sistemazione in camera doppia presso strutture ricettive, il trattamento di pensione completa, attività ricreative, momenti di socializzazione e attività fisica dedicata ai partecipanti.
È previsto un contributo a carico del Comune che potrà arrivare al 100% in base all’Isee. Sopra la soglia dei 13mila euro si pagherà il prezzo pieno. I fondi sono disponibili grazie alla destinazione di una quota di utili delle Farmacie Genovesi destinati al progetto ColivinGenova, con un budget totale di 170mila euro.
Per beneficiare del contributo comunale sarà necessario essere già in carico ai servizi sociali alla data di pubblicazione del bando ed essere in possesso di un’attestazione Isee ordinario o socio-sanitario in corso di validità pari o inferiore a 13mila euro. Ma l’amministrazione comunale prevede un contributo economico specifico anche per chi presenta fragilità e ha un Isee più alto della soglia massima.
Con una novità assoluta: tra i criteri di priorità per l’accesso al contributo comunale è prevista anche la residenza o il domicilio in aree cittadine interessate da cantieri legati alle grandi opere, con l’obiettivo di sostenere chi vive in contesti urbani temporaneamente più esposti a disagi. Sarà dirimente anche l’ordine cronologico di presentazione delle domande.
Al momento sono 350 i posti disponibili. “Ma abbiamo già la possibilità di raddoppiarli – spiega Fulvia Veirana, presidente di Auser Genova -. Non possiamo bloccare gli alberghi senza sapere quante persone parteciperanno, ma siamo in condizione di ampliare l’offerta. I soggiorni saranno leggermente diversi ma avranno tutti attività in comune. come serate danzanti, tombola, attività dinamiche. Abbiamo pensato anche a gite da un giorno per spezzare un po’ la routine quotidiana per chi non potrà vivere i soggiorni”.
“Con questa misura vogliamo offrire alle persone anziane un’opportunità concreta di benessere, relazione e partecipazione sociale – dichiara l’assessora a Welfare, Terza età, Servizi sociali e Disabilità del Comune di Genova, Cristina Lodi -. I soggiorni estivi rappresentano uno strumento importante per contrastare solitudine e isolamento, fenomeni che nei mesi estivi possono accentuarsi soprattutto per le persone più fragili. Abbiamo costruito un modello accessibile, sostenibile e attento alle diverse esigenze, prevedendo quote calmierate e un sistema di contributi
progressivi che permetta anche a chi vive situazioni di difficoltà economica di partecipare. Particolare attenzione è stata riservata a chi è già seguito dai servizi territoriali e ai cittadini che vivono in quartieri interessati da cantieri complessi, perché riteniamo fondamentale mantenere alta la qualità della vita e rafforzare i percorsi di prossimità e inclusione. Questa sperimentazione si inserisce in una visione più ampia di welfare di comunità, capace di mettere al centro la persona e di valorizzare la socialità come elemento essenziale per il benessere e l’invecchiamento attivo”.
(da Genova24)

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INDUSTRIALI, SVEGLIATEVI: L’ALLEANZA CON MELONI FA SOLO DANNI. L’ULTIMA ASSEMBLEA DI CONFINDUSTRIA È STATA L’ENNESIMA OCCASIONE MANCATA PER DARE UNA STERZATA AL RAPPORTO CON IL GOVERNO

Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile

GRAN PARTE DEI TAVOLI DI CRISI SI CONCLUDE CON VAGONATE DI CASSA INTEGRAZIONE E L’INTERVENTO NEL CAPITALE DI INVITALIA. SARÀ LA STESSA COSA PER IL CASO DEI LICENZIAMENTI DI ELECTROLUX?

Gli osservatori della vicenda Electrolux avevano pensato a un favorevole incrocio di calendario: il giorno dopo il tavolo ministeriale si riuniva a Roma l’assemblea nazionale della Confindustria con la partecipazione della premier Giorgia Meloni.
Un’occasione dunque per provare a fare qualche ipotesi, qualche passo in avanti nel delineare il tema della «competitività impari» tra Italia e Cina e di conseguenza fare da sponda alla soluzione del conflitto sindacati-Electrolux.
Purtroppo però non è stato così: nessuno ha citato la parola Electrolux e nemmeno alluso con evidenza. Ognuno è rimasto nella sua comfort zone: Confindustria che assiste la sua associata svedese (e non può smentirla) e il governo che ha chiesto il ritiro dei licenziamenti.
Le cronache però hanno raccontato di un’ampia concordanza di temi tra il presidente Emanuele Orsini e l’illustre ospite. Alla fine, come è accaduto in varie altre occasioni, la Ue è stato un punching ball tutto sommato facile per entrambi
Quello delle critiche serrate a Bruxelles è un registro che sposta le responsabilità altrove e favorisce la distensione nelle relazioni tra palazzo Chigi e gli industriali, anche se attira su Meloni gli strali dell’opposizione politica
Del resto la base imprenditoriale non ama certo le burocrazie europeiste, troppi dossier (dal packaging al Green Deal) congiurano in questa direzione e quindi anche il consenso — sia per Meloni sia per Orsini — in queste circostanze scorre facile.
È vero che Orsini ha dedicato enfasi all’analisi dello strapotere cinese nella manifattura parlando di rischi di desertificazione industriale dell’Europa (dal Covid ad oggi, solo per fare un esempio, la produzione industriale tedesca è scesa di 13 punti percentuali), ma non è entrato poi nella modalità construens, quella delle risposte.
Il nodo vero che però in qualche maniera emerge dal combinato disposto tra le difficoltà ai tavoli e l’assemblea confindustriale è che l’abbinata Meloni-Orsini funziona fino a un certo punto.
Nessuno può contestare al presidente degli industriali di curare da vicino le relazioni con il governo (sarebbe autolesionistico sostenere il contrario) e del resto gli imprenditori hanno votato alle politiche massicciamente per i partiti della
coalizione di governo. Insomma che la Confindustria conti su un governo amico dei suoi vertici e della sua base non può sorprendere più di tanto.
Del resto l’opposizione di centro-sinistra proprio in occasione dell’assemblea confindustriale ha dato una prova di sciatteria con la doppia assenza in sala sia di Elly Schlein sia di Giuseppe Conte. Quindi giusto tenere la barra sul governo, ma non fino al punto da mettere a repentaglio l’autonomia di giudizio dei corpi intermedi.
Prendiamo tutta la vicenda che ha portato prima agli esodati (!) del 5.0 e poi ai ritardi sull’iperammortamento (ancora non sono arrivati i decreti attuativi). Ci si sarebbe aspettati un piglio diverso nel sostenere le uniche policy orientate alla crescita e all’innovazione, forse anche una mobilitazione della base per esercitare la giusta pressione.
Per far uscire allo scoperto le perplessità del Mef e i contrasti che hanno diviso i ministri Urso e Giorgetti su diversi passaggi del provvedimento caro all’Ucimu e a uno dei settori di punta della specializzazione italiana, le macchine utensili e i robot
Il modello Orsini, invece, non prevede una Confindustria che punta sulle sue articolazioni territoriali e sulla loro vivacità bensì una postura decisamente romana, tutta centrata sul dialogo diplomatico con il governo. E in qualche maniera tutto ciò non permette che l’abbinata con Meloni si trasformi in una vera alleanza per lo sviluppo. Anche se a due sole voci.
Ormai siamo al tratto finale della legislatura e forse l’assemblea della Confindustria del 26 maggio era una delle poche occasioni disponibili per dare una sterzata. Che non c’è stata. Ci possiamo accontentare di estendere la Zes — richiesta di Orsini — o di seguire la complessa messa a terra del Piano Casa? La risposta è no.
Ma la strada che ci porta dalla crisi odierna alle elezioni politiche è irta di difficoltà e scadenze, non si può pensare di non illuminarla. All’assemblea degli imprenditori si chiedeva questo, non solo di distribuire un cahier de doleances.
Volenti o nolenti l’esito della vertenza Electrolux sarà comunque un banco di prova per il governo e la Confindustria. Dentro quel dossier ci sono temi di rilevanza strategica: che cosa deve fare la Ue per mitigare l’effetto dell’invasione di merci cinesi, la capacità di Roma di costruire un asse di Paesi volenterosi più sensibili ai temi della manifattura (Polonia, Germania, Francia, Svezia sicuramente) che individui nuove policy, la decisione di adottare o meno dazi seppur temporanei e seppur ristretti ad alcune tipologie di prodotto (lavatrici e frigoriferi, ad esempio).
E poi ci sono le politiche nazionali. Molti tavoli di crisi — è stato così per i divani
Natuzzi — si concludono con vagonate di cassa integrazione e l’intervento nel capitale di Invitalia. Sarà la stessa cosa per Electrolux?
Il ministro Urso — che l’opposizione ha tentato di delegittimare chiedendo che il dossier passasse direttamente a palazzo Chigi — giovedì 28 ha tentato di fare la voce grossa proprio a Bruxelles: «L’Industrial Accelerator Act che vuole proteggere l’industria europea non può entrare in vigore tra tre anni. Non troveremo più nulla da tutelare tra tre anni», ha dichiarato.
Qualche discontinuità sembra trapelare perché la Ue sta valutando di estendere le misure di protezione della siderurgia anche alla chimica e alle macchine utensili. Il commissario Stephane Sejourné ha denunciato infatti che in questo ultimo settore «un quarto delle imprese cinesi operano sul mercato unico in perdita» ovvero vendendo sotto costo. Forme di protezione saranno previste anche per gli elettrodomestici?I tempi delle decisioni europee sono sempre una scommessa e intanto il tavolo Electrolux è stato riconvocato a Roma per il 15 giugno. E al Mimit pare si stia lavorando sul cosiddetto schema Beko: la soluzione adottata per consentire la ristrutturazione del gruppo turco presente in Italia con più stabilimenti (ex Indesit ed ex Merloni).
Lo schema prevederebbe l’accantonamento dei licenziamenti collettivi, un piano di investimenti destinati all’innovazione dei prodotti e all’ammodernamento degli impianti, dimezzamento degli esuberi e impegno del governo a tutelare l’occupazione garantendo l’utilizzo degli ammortizzatori sociali o attivando strumenti aggiuntivi. Toccherà agli svedesi rispondere e alla Confindustria far valere la sua moral suasion.
(da Corriere della Sera)

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VASCO ROSSI: “ANCHE IL POTERE È DROGA. QUINDI QUELLI AL GOVERNO SONO DEI DROGATI DI MERDA”

Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile

L’ATTACCO A TRUMP, PUTIN E NETANYAHU: “CI SONO SOCIOPATICI ALLA GUIDA DI POTENZE ENORMI CHE SCATENANO GUERRE PER I LORO ESCLUSIVI INTERESSI PERSONALI E FINISCE PER PAGARE LA POPOLAZIONE CIVILE”

“Io parlo con le mie canzoni e le mie canzoni parlano sole, mi schiero tramite loro”. Lo ha detto Vasco Rossi, incontrando i giornalisti prima della data zero del suo tour Vasco Live 2026 allo stadio Romeo Neri di Rimini.
A chi gli chiedeva delle parole di Francesco De Gregori, e dell’imbarazzo che prova per chi fa appelli politici sul palco, il rocker ha osservato: “Rispetto De Gregori e il suo pensiero, anche perché ognuno poi fa quello che sente, secondo la propria coscienza”.
De Gregori, “ogni tanto ha delle opinioni molto personali, rispettabilissime – ha rimarcato Vasco -. Non è che dica cose sbagliate: è un modo di vedere le cose anche provocatorio, dal suo punto di vista. Non mi sono meravigliato per niente, perché lui è fatto così. Lui è un poeta, non è un politico, non fa discorsi per ottenere consenso. Di quelli ne abbiamo già abbastanza”.
Da «Vado al massimo» a «Un mondo migliore». Prima e ultima canzone. È dentro a questa parabola, riassunta nel finale del concerto dai titoli dei due brani a caratteri cubitali sui megaschermi, che si articola il Vasco-pensiero.
Si chiude, prima dei bis che con «Sally», «Siamo solo noi» (al basso c’è il Gallo) e «Vita spericolata» portano ai fuochi d’artificio di «Albachiara», con «l’idea di mondo che vorrei che non è questo: alla fine devono vincere la speranza, la gioia, l’amore puro e la certezza che la musica è una forma di resistenza attiva contro l’odio, la paura e la violenza e contro la legge del più forte»
In mezzo c’è la vita. Quella che Vasco racconta e in cui i fan (e un gran pezzo d’Italia) si identificano. Doppio concerto allo stadio di Rimini: venerdì il
soundcheck gratuito per 25 mila iscritti al fan club e altrettanti spettatori per la prima di ieri, cui seguiranno altri nove appuntamenti. «A giugno due cose sono certe: il caldo e i concerti di Vasco», ride il rocker.
Nella vita che scorre, c’è anche lo sguardo sull’attualità. La prima punzecchiatura subito. Durante «Fegato spappolato» le chitarre pestano e Vasco si adegua: «La droga è droga e anche il potere lo è. Quindi quelli al Governo sono dei drogati di m…».
A metà serata arriva «(Per quello che ho da fare) Faccio il militare», inno antimilitarista, quello di «non siamo mica gli americani… che loro possono sparare sugli indiani»: le note basse del susafono e le percussioni da marcia militare danno gravità mentre un soldato-burattino dal megaschermo ghigna con un sorriso inquietante.
«Incredibile quanto sia perfetta per quest’anno. Non sarei riuscito a riscriverla meglio — raccontava nei camerini —. A partire dagli anni ’50 la cultura americana ci ha impregnati, col rock, la Coca Cola e anche cose meno belle come Madonna. Sotto sotto pensavamo tutti di essere americani, e mi domandavo perché non votassimo anche noi per il presidente Usa visto che comandava anche qui. Ci siamo bruscamente risvegliati da questo sogno».
Se qualcuno si fosse distratto e non avesse colto il messaggio contro la guerra
arrivano in fila «Gli spari sopra» dedicata «a tutti i farabutti che governano questo mondo» e «C’è chi dice no».
La posizione è chiara, ma Vasco la articola: «Le canzoni parlano per me, io sono le mie canzoni. E si vede chiaramente la posizione che hanno: contro il potere, arrogante e prepotente, contro la legge della giungla che sta tornando d’attualità. Pensavamo di vivere in un mondo di diritto, invece stiamo regredendo di brutto: torneremo alle tribù. Ci sono sociopatici alla guida di potenze enormi che scatenano guerre per i loro esclusivi interessi personali e finisce per pagare la popolazione civile. Ma perché chi non arriva a fine mese vota un ricco sfondato? Probabilmente per la potenza della propaganda e dei sistemi di controllo popolazione raffinatissimi».
Insomma, non si tira indietro come l’amico De Gregori che ha detto di non capire i colleghi che prendono posizione su temi di attualità: «Lui è provocatorio, è un poeta, non un politico che cerca il consenso come Salvini».
Tanti i brani anni ’80 in scaletta, soprattutto nella prima parte dello show, sui quali da tempo non si soffermava e anche delle «prime» assolute come «Una nuova canzone per lei» e «Marea».
«È la scaletta delle canzoni mancanti, quelle che non c’erano mai, quelle che rimanevano sempre fuori. Una cavalcata incredibile di emozioni». Di più. Lui si
sente «acceleratore quantico di particelle emotive». Come quello che campeggia sui megaschermi all’inizio: sembra di essere nei sotterranei del Cern
Più riprese live che animazione e visual: funziona. Il palco di Vasco lo riconosci. Non solo perché c’è sempre un elemento a «V» a caratterizzarlo. È ferro e potenza, non va per il sottile.
La poesia ce la mettono le canzoni. Ce n’è in «Siamo soli» e in «Stupendo». Rabbia poca. Questa volta funziona di più l’ironia: i sorrisi, i gesti, il tono di «Alibi» e il capello da cowboy per «Tango… (della gelosia)».
Ultimo gli sta per rubare il record di biglietti venduti: «Modena Park resta il più leggendario concerto del rock mondiale. E il record comunque deve ancora essere infranto
(da Repubblica)

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LA LEGGE ELETTORALE, L’ULTIMO GRANDE PASTICCIO DEI FRATELLINI D’ITALIA. IL “MELONELLUM”, APPENA RISCRITTO E PRESENTATO IN COMMISSIONE ALLA CAMERA, È GIÀ DA CAMBIARE PRIMA CHE APPRODI IN AULA, PER EVITARE I DUBBI DI COSTITUZIONALITÀ

Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile

UNA DELLE EVIDENTI “STORTURE” È L’ESCLUSIONE DEL TRENTINO ALTO ADIGE E DELLA VALLE D’AOSTA DAL CALCOLO TOTALE PER LA DEFINIZIONE DEL PREMIO DI MAGGIORANZA …L’INDICAZIONE DEL CANDIDATO PREMIER RISCHIA DI COLLIDERE CON LE PREROGATIVE DEL CAPO DELLO STATO DI NOMINARE IL CAPO DEL GOVERNO. L’IPOTESI È DI TORNARE ALLA FORMULAZIONE DEL PORCELLUM, CHE INDICAVA IL “CAPO DELLA COALIZIONE”

Il Melonellum è stato appena riscritto, ma si prepara a cambiare ancora. E ad emendarlo saranno gli stessi sherpa della maggioranza che si erano già corretti una prima volta, adesso pronti a lavorare a una terza stesura.
I dubbi di costituzionalità emersi nel corso dei contatti informali con gli uffici tecnici delle Camere e confermati da ambienti della Consulta — anticipati ieri da Repubblica — inducono in queste ore il centrodestra a valutare nuovi e importanti ritocchi. Modifiche che dovrebbero essere presentate in commissione Affari costituzionali della Camera prima dell’approdo in aula fissato per il 26 giugno.
Uno dei punti su cui la destra valuta opzioni alternative è il nodo del Trentino Alto Adige e della Valle d’Aosta. I cittadini di queste due regioni non possono concorrere alla definizione del premio di maggioranza. Un’evidente stortura, che gli autori del testo motivano con un nodo tecnico: quello di evitare alle minoranze linguistiche, a cui è garantita l’autonomia, il bivio di un’alleanza pre-elettorale.
Gli sherpa studiano comunque una correzione, consapevoli che l’attuale formulazione espone il ddl a ricorsi e a una potenziale bocciatura della Consulta (che andrebbe fra l’altro a incidere proprio sul premio, lasciando in piedi un sistema proporzionale puro).
E pure sui “candidati occulti”, quelli presenti nel listone del premio di maggioranza,
è aperta una riflessione: sono 35 al Senato e 70 alla Camera, ma chi vota ne vede solo una piccola porzione, violando il principio della conoscibilità dei candidati.Qui la soluzione appare ancora più complessa e sarà oggetto di un focus nei prossimi giorni. Quanto invece al nome del presidente del Consiglio apposto sul programma elettorale che rischia di collidere con le prerogative del capo dello Stato, gli uffici parlamentari hanno suggerito di tornare alla formulazione del Porcellum, che indicava semplicemente il “capo della coalizione”. Sul punto, però, Giorgia Meloni è irremovibile: senza questa norma, inutile approvare la nuova legge
Esattamente la questione che, insieme all’entità del premio e alle doppie liste bloccate, sta facendo fibrillare i progressisti. Costretti a scegliere con congruo anticipo, se questo articolo non verrà modificato, chi guiderà il campo largo. A individuare cioè il candidato premier e, prima ancora, le modalità per farlo.
Un rebus che la rivalità fra Giuseppe Conte ed Elly Schlein non aiuta certo a sciogliere. Quella che, lo sanno tutti, sta frenando anche il tavolo per definire il programma e il perimetro della coalizione: ancora mai convocato e al momento neppure alle viste. Rimandato sine die nonostante i ripetuti appelli di Avs e +Europa, che da settimane chiedono un incontro al vertice per sbloccare lo stallo. Divenuto ormai preoccupante pure per i pesi massimi del Pd.
Allarmati per l’accelerazione sul Melonellum, i big più dialoganti — da Dario
Franceschini a Goffredo Bettini — sarebbero scesi in pressing sia sulla segreteria dem sia sul capo del M5s per convincerli a stringere i tempi. Con risultati deludenti.
Per adesso l’unica certezza è che i due contendenti respingono l’ipotesi del papa straniero. Conte vuol fare le primarie, sicuro di poterle vincere. Mentre Schlein, pur pronta a correre, preferirebbe accordarsi per designare il leader del partito più votato.
(da Repubblica)

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TRUMP PROVA IN TUTTI I MODI A NASCONDERE IL FALLIMENTO DELLA SUA GUERRA NEL GOLFO_ L’IRAN HA DANNEGGIATO ALMENO VENTI SITI MILITARI STATUNITENSI DALL’INIZIO DEL CONFLITTO. LO RIPORTA LA BBC, CHE È RIUSCITA A VISIONARE IMMAGINI SATELLITARI E VIDEO

Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile

UN DATO CHE EVIDENZIA COME GLI ATTACCHI SIANO PIÙ ESTESI DI QUANTO RICONOSCIUTO DALLA CASA BIANCA, MENTRE QUEGLI SCEMI DI GUERRA DI “THE DONALD” E HEGSETH HANNO SOSTENUTO PIÙ VOLTE CHE L’ESERCITO DI TEHERAN SIA STATO “ANNIENTATO” – GLI USA HANNO CHIESTO A PLANET, UNO DEI PRINCIPALI FORNITORI DI IMMAGINI SATELLITARI, DI IMPORRE UNA RESTRIZIONE “A TEMPO INDETERMINATO” SULLE NUOVE IMMAGINI DEL GOLFO PER NON FAR EMERGERE I DANNI SUBITI

Gli attacchi iraniani hanno causato danni maggiori alle infrastrutture militari statunitensi in Medio Oriente di quanto l’amministrazione Trump sia disposta ad ammettere.
Un’analisi della BBC, pubblicata lunedì , rivela che gli attacchi della Repubblica islamica hanno causato danni per milioni di dollari ad almeno 20, e forse fino a 28, siti militari americani in otto paesi della regione da quando Donald Trump ha lanciato la sua guerra contro l’Iran alla fine di febbraio.
Trump ha ripetutamente affermato che le forze statunitensi hanno “distrutto”, “annientato” e “frantumato” le capacità militari del regime. Il Pentagono, nel frattempo, ha cercato di limitare le valutazioni dell’impatto sugli asset statunitensi facendo pressione su Planet, un importante fornitore di immagini satellitari, affinché limitasse l’accesso pubblico alle nuove immagini della regione.
Un aereo da allarme e controllo aereo Boeing E-3 Sentry statunitense danneggiato
in seguito a un attacco iraniano presso la base aerea Prince Sultan in Arabia Saudita.
La BBC afferma di essere stata comunque in grado di condurre la propria analisi utilizzando “immagini satellitari di altri fornitori internazionali combinate con immagini precedenti di Planet per monitorare i danni causati dagli attacchi iraniani”. I funzionari del Pentagono si sono rifiutati di commentare i risultati, per “motivi di sicurezza operativa”.
L’emittente elenca “tre sistemi di batterie antimissile balistiche all’avanguardia” in Giordania e negli Emirati Arabi Uniti tra gli obiettivi statunitensi presi di mira dall’Iran negli ultimi mesi.
“Gli Stati Uniti sono noti per gestire solo otto batterie del sistema di difesa missilistica THAAD (Terminal High Altitude Area Defense), dislocate in basi in tutto il mondo e con un costo di produzione di circa 1 miliardo di dollari”, scrive la BBC. “Ogni batteria necessita di un equipaggio di circa 100 soldati per funzionare, mentre i proiettili intercettori che spara costano circa 12,7 milioni di dollari l’uno.”
Un’immagine satellitare mostra i danni subiti dalla base navale Gli attacchi iraniani hanno anche danneggiato “gravemente” “aerei da rifornimento e da sorveglianza” in Arabia Saudita, nonché “bunker di stoccaggio del carburante, hangar per aerei e alloggi per truppe” in Kuwait.
La BBC osserva che, secondo le ultime stime del Pentagono, il costo dell’Operazione Epic Fury, come Trump ha ribattezzato la sua guerra contro l’Iran, si aggira sui 29 miliardi di dollari. I parlamentari democratici hanno criticato aspramente queste cifre, definendole una sottostima.
All’inizio di maggio Trump ha dichiarato la fine del conflitto. Il cessate il fuoco, mediato dal Pakistan, è tecnicamente ancora in vigore, ma è sottoposto a crescenti tensioni poiché i colloqui tra Washington e l’Iran non sono riusciti a produrre i termini per una pace duratura
Il Segretario alla Guerra Pete Hegseth parla sul palco durante un evento speciale di America First Workers il 18 maggio 2026 a Hebron, nel Kentucky. Hegseth era presente per sostenere Ed Gallrein, candidato repubblicano al Congresso per il Kentucky, in occasione di un evento elettorale tenutosi il giorno prima delle elezioni primarie del Kentucky, dove Gallrein, appoggiato da Trump, si scontra con il deputato uscente Thomas Massie.
Il Pentagono, sotto la guida del Segretario alla Difesa Pete Hegseth, ha tentato di limitare l’accesso alle immagini satellitari del Medio Oriente durante il corso della guerra
L’Iran non ha ancora riaperto lo Stretto di Hormuz, una via navigabile vitale nel Golfo Persico che trasporta un quinto della fornitura mondiale di petrolio ogni anno. La sua chiusura da febbraio ha fatto schizzare alle stelle i prezzi della benzina, con il prezzo medio nazionale al gallone negli Stati Uniti che ha raggiunto i 4,33 dollari il mese scorso.
Lunedì il Pentagono ha dichiarato di aver condotto, durante il fine settimana, “attacchi di autodifesa” contro obiettivi iraniani nel sud del Paese, in risposta all’abbattimento di un drone ad alta potenza in acque internazionali. L’Iran ha a sua volta affermato di aver preso di mira la base aerea da cui erano partiti gli attacchi, senza però nominarla.
L’ultima escalation ha nuovamente coinvolto il Kuwait, dove sabato missili balistici iraniani hanno preso di mira la base aerea di Ali Al Salem, gestita dagli Stati Uniti. La difesa aerea ha intercettato l’attacco, ma cinque persone, tra cui militari statunitensi e dipendenti civili, sono rimaste ferite dai detriti caduti.
Il presidente Donald Trump è apparso stordito mentre guardava fuori dal finestrino mentre lasciava la Casa Bianca per recarsi al Trump National Golf Club di Sterling, in Virginia, a Washington, DC, Stati Uniti, il 30 maggio 2026.
Trump si è concesso una partita a golf proprio mentre, questo fine settimana, si diffondeva la notizia che militari e contractor statunitensi erano rimasti feriti in un attacco iranian
Trump, non appena hanno cominciato a emergere le prime notizie sui feriti, è statoavvistato mentre si dirigeva al Trump National Golf Club di Sterling, in Virginia. Non ha ancora rilasciato dichiarazioni pubbliche sull’attacco
Quella stessa sera, tuttavia, il presidente ha pubblicato un post al vetriolo su Truth Social, criticando aspramente la CNN per la sua copertura dei negoziati di pace con l’Iran.
“La CNN, con le sue solite affermazioni, ha dichiarato oggi che il mio accordo sul nucleare iraniano non parla di nucleare, quando in realtà afferma, molto chiaramente, che l’Iran non avrà armi nucleari”, ha scritto.
Lunedì, intorno all’una di notte, Trump ha pubblicato un altro post, lamentandosi del fatto che la copertura mediatica negativa dei negoziati stia in qualche modo rendendo più difficile il raggiungimento di un accordo con l’Iran.
“L’Iran vuole davvero raggiungere un accordo, e sarà un buon accordo per gli Stati Uniti e per coloro che sono con noi”, ha scritto. “Ma i Democratici, e vari Repubblicani apparentemente antipatriottici, non capiscono che per me è MOLTO più difficile svolgere correttamente il mio lavoro e negoziare, quando i politicanti continuano a “cinguettare” negativamente, a livelli mai visti prima, ripetutamente, che dovrei agire più velocemente, o più lentamente, o entrare in guerra, o non entrare in guerra, o qualsiasi altra cosa?”.
(da .thedailybeast.com)

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NUOVA STRONCATURA PER IL PONTE SULLO STRETTO: L’AUTORITA’ DI REGOLAZIONE DEI TRASPORTI SOLLEVA DUBBI SU TARIFFE E PEDAGGI

Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile

INTANTO 12 MILIONI DI EURO RICEVUTI DALL’UE DOVRANNO ESSERE RESTITUITI PER VIA DEI RITARDI

Il Ponte sullo Stretto è già in ritardo e adesso lo certifica anche la stessa società Stretto di Messina. Nel bilancio d’esercizio al 31 dicembre 2025, reperibile online dallo scorso 27 maggio, c’è scritto nero su bianco che ci sono 12 milioni di euro ricevuti dall’Unione europea a fine 2024 e ora da restituire, relativi al Contributo Finanziamento Europeo dei costi di progettazione esecutiva dell’opera, per via dello slittamento dei tempi.
Come ha evidenziato per primo Today.it, Nel bilancio, a pagina 101, si legge infatti:
“Con riferimento al debito per il contributo Connecting Europe Facility for
Transport (CEF-T 2023) relativo al cofinanziamento europeo dei costi di progettazione esecutiva dell’Opera, si segnala che, nel corso del mese di marzo 2026 è stata richiesta la risoluzione anticipata del Grant Agreement sottoscritto nel 2024 dalla Società con CINEA (Climate, Infrastructure and Environment Executive Agency della Commissione Europea) a seguito dello slittamento temporale dell’iter approvativo del progetto oggetto di contributo, che ne comporta la conclusione oltre i termini massimi previsti da CINEA. Pertanto, SdM dovrà restituire l’importo – pari ad euro 12.375 mila, ricevuto nel mese di dicembre 2024 a titolo di anticipo, da parte del MIT per conto di CINEA – nei termini e alle condizioni che saranno indicate dalla stessa CINEA. L’importo in esame, pertanto, è stato riclassificato dalla voce “Risconti passivi” alla voce “Altri debiti”.
La somma dunque è stata riclassificata nel bilancio, dalla voce risconti passivi (cioè le quote di ricavi già incassati in via anticipata, ma di competenza economica di uno o più esercizi futuri) alla voce “altri debiti”, in attesa che l’agenzia europea Cinea (Climate, Infrastructure and Environment Executive Agency della Commissione Europea), indichi i termini e le modalità di restituzione
Mentre l’opera rimane solo su carta, la Società Stretti di Messina, incaricata di progettare, realizzare e gestire il collegamento stabile tra Sicilia e Calabria, ha una struttura elefantiaca, che continua a crescere. Lo si vede dal bilancio, in cui si
specifica che la società può avvalersi di “personale di Società del Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane, in regime di distacco, per l’espletamento delle proprie attività”.

(da Fanpage)

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GLI ITALIANI SONO DISPOSTI A SCIROPPARSI NUCLEARE E GAS RUSSO PUR DI PAGARE MENO LE BOLLETTE. SECONDO UN SONDAGGIO BY GHISLERI, IL 54,9% DEGLI ITALIANI E’ FAVOREVOLE ALL’UTILIZZO DEL NUCLEARE DI NUOVA GENERAZIONE

Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile

NELL’ELETTORATO DI CENTRODESTRA IL FAVORE VERSO IL NUCLEARE SFIORA L’80%, MENTRE CHI VOTA CENTROSINISTRA E’ DIVISO

Secondo il sondaggio realizzato da Only Numbers per la trasmissione Porta a Porta, il 56,4% degli italiani dichiara di sapere di cosa si parla quando si affronta il tema del nucleare di ultima generazione. Un dato già significativo, ma che diventa ancora più interessante se si guarda alle fasce anagrafiche: ad esempio, tra i più giovani la consapevolezza sale addirittura al 75%. È un elemento tutt’altro che marginale, perché racconta di una nuova generazione meno ideologica e più pragmatica, cresciuta dentro emergenze energetiche, inflazione e instabilità internazionale…
Ancora più rilevante è il dato sul consenso: il 54,9% degli intervistati si dichiara favorevole all’utilizzo del nucleare di nuova generazione come fonte di approvvigionamento energetico, confidando soprattutto nella possibilità di ridurre il costo delle bollette. In un Paese dove il peso dell’energia incide sempre di più sui bilanci familiari e sulle imprese, il tema economico sembra ormai prevalere sulle paure storiche legate all’atomo e alla radioattività. Anche perché gli italiani hanno toccato con mano quanto gli equilibri energetici internazionali possano diventare fragili da un momento all’altro.
Dalla guerra in Ucraina ai conflitti in Medio Oriente, fino al rischio legato al blocco dello Stretto di Hormuz, snodo strategico attraverso cui passa una parte fondamentale del petrolio mondiale. Ogni crisi geopolitica si traduce immediatamente in oscillazioni dei prezzi dell’energia, rincari e instabilità. Ed è proprio dentro questa incertezza globale che una parte crescente dell’opinione pubblica guarda verso il nucleare di nuova generazione come possibile garanzia di autonomia energetica e maggiore stabilità economica.
Naturalmente il consenso cambia sensibilmente a seconda dell’orientamento politico. Nell’elettorato di centrodestra il favore verso il nucleare sfiora l’80%
(78,5%), segno che l’argomento viene percepito come parte di una strategia nazionale di autonomia energetica e crescita industriale.
Sul fronte opposto, invece, emergono divisioni profonde. Gli unici elettorati apertamente favorevoli risultano quelli di Italia Viva, con il 77,2%, e di Azione, anche se con percentuali più contenute, intorno al 55,5%.
Più complessa la posizione degli elettori del Partito Democratico: il 48,3% si dichiara contrario, mentre il 40% favorevole. Un equilibrio che riflette le tensioni interne a un partito sospeso tra ambientalismo tradizionale e realismo industriale. Simile la situazione nel Movimento 5 Stelle, dove il 39,2% si dice favorevole contro il 46,4% dei contrari. I più ostili restano invece gli elettori di Alleanza Verdi e Sinistra, con il 58% contrario all’ipotesi.
Tuttavia, al di là delle appartenenze politiche, c’è un dato che attraversa in maniera trasversale tutto il campione: quasi un italiano su due, il 49,4%, è convinto che il nucleare di ultima generazione possa tradursi in un forte risparmio sulle bollette energetiche. E forse il dato più importante è proprio quel cittadino su quattro (24,2%) che non sa esprimersi.
Dentro questo scenario si spiega anche un altro dato sorprendente: il 40,8% degli intervistati si dichiara favorevole a tornare ad approvvigionarsi di gas russo, nonostante le restrizioni e la guerra in Ucraina. È un numero che racconta più il disagio economico che una posizione geopolitica. Quando le bollette aumentano, il
pragmatismo spesso prende il posto dei principi, e la sicurezza economica personale finisce per prevalere sulle grandi questioni internazionali.
(da agenzie)

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ZELENSKY MENZIONA I POSSIBILI RAPPRESENTANTI DELL’EUROPA AL TAVOLO DI PACE: “GRAN BRETAGNA, FRANCIA E GERMANIA. QUESTI TRE PAESI POSSONO AGIRE COME NEGOZIATORI. MA ABBIAMO ANCHE VALIDI PARTNER NEI PAESI DEL NORD EUROPA, E LA TURCHIA”

Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile

E L’ITALIA? NON PERVENUTA. E TE CREDO: DA SALVINI A CONTE FINO A VANNACCI, È IL PAESE CON PIÙ PUTINIANI DEL CONTINENTE

Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ritiene che, fino al prossimo inverno, l’Ucraina abbia una “finestra di opportunità” per negoziare con la Russia e porre fine alla guerra. Lo ha detto in un’intervista a Cbs News, riportata dalla Ukrainska Pravda. Secondo lui dal dicembre 2025 la Russia ha iniziato a perdere l’iniziativa sul campo di battaglia, e ha condiviso queste informazioni con i partner americani. “A gennaio ho detto loro (ai partner, ndr) che, a mio parere, abbiamo una finestra di opportunità per i negoziati, perché ogni mese loro (i russi, ndr) perderanno sempre più uomini e per questo perderanno l’iniziativa sul campo di battaglia. Ora hanno iniziato ad attaccarci con massicci attacchi missilistici, e ancora una volta, il motivo principale per cui lo hanno fatto è che stanno iniziando a perdere sul campo di battagl
In un mese non sono riusciti a occupare più territorio di quanto ne abbiano perso nello stesso mese. Quindi ora abbiamo questa finestra di tempo prima dell’inverno. Perciò penso che… prima dell’inverno, dobbiamo trovare un modo, un modo diplomatico, per sederci e parlare. Ma dipende dalla pressione su Putin, dalla pressione nella sua società, e penso che stia aumentando, la pressione con le sanzioni – non per revocarle, ma per imporne di nuove. Questa è una buona cosa, questa è la via diplomatica”.
Riflettendo su chi potrebbe rappresentare l’Europa ai colloqui di pace in Ucraina, il presidente Volodymyr Zelensky ha menzionato il “formato a tre Paesi: Gran Bretagna, Francia e Germania. Questi tre Paesi, a mio avviso, possono agire come negoziatori”.
Lo ha detto in un’intervista a Cbs News, riportata dalla Ukrainska Pravda. “Ma abbiamo anche validi partner nei Paesi del Nord Europa – ha aggiunto – e, come sapete, la Turchia ha sempre voluto essere un mediatore, e abbiamo persino compiuto dei passi concreti con il ritorno dei nostri prigionieri di guerra. Anche questo è molto importante. Ma chi sarà alla fine? Spetta all’Ucraina e all’Europa decidere chi sarà, ed è altrettanto importante che la Russia sia pronta ai negoziati, al dialogo e all’Europa”.
(da agenzie)

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“IL TAGLIO DELLE ACCISE È UNA MISURA SBAGLIATA CHE NON SOLO AUMENTA IL DEBITO PUBBLICO, MA È PERSINO UN BENEFICIO PER CHI UTILIZZA SUV E AUTOMOBILI CHE CONSUMANO MOLTO”

Giugno 1st, 2026 Riccardo Fucile

DAVIDE TABARELLI: “BISOGNA RIDURRE I CONSUMI. NON TANTO IL LIMITE DEI 30 KM IN CITTÀ, QUANTO LA VELOCITÀ SULLA RETE EXTRAURBANA. BISOGNA TORNARE ALLO SMART WORKING. PREOCCUPANO I COSTI PER LE IMPRESE, CHE PAGANO L’ELETTRICITÀ IL 20% IN PIÙ RISPETTO ALLA MEDIA EUROPEA… RIDURRE LA DIPENDENZA ENERGETICA DAI PAESI ESTERI È DIFFICILISSIMO PER TUTTA L’UE, CHE È ANCORA DIPENDENTE PER IL 57% DAI PAESI STRANIERI. LE DIRETTRICI SONO TRE: 1) DIVERSIFICARE LE FONTI DI APPROVVIGIONAMENTO; 2) RAGIONARE SUL NUCLEARE 3) L’EFFICIENTAMENTO ENERGETICO, SFRUTTANDO LE RISORSE NEL SOTTOSUOLO, IL NOSTRO PATRIMONIO IDROELETTRICO, IL POTENZIALE DELLA GEOTERMICA E L’EOLICO”

«Il taglio delle accise non è una misura lungimirante dato che porta a unariduzione modesta dei costi: soltanto 15 centesimi al litro. Inoltre, l’uso dei fondi di Coesione europei per sostenere i consumi correnti presenta una contraddizione evidente: quei
soldi dovrebbero essere impiegati per interventi strutturali sui territori, non per misure emergenziali».
Il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli, non ci gira intorno: «Sono contrario» all’intervento sulle imposte su benzina e gasolio. Ma nell’Italia colpita dalla crisi del Golfo Persico, che ormai ha superato i tre mesi, sono tanti i nodi energetici. Dalle rinnovabili al palo alla corsa per approvare il Ddl Nucleare, dalla dipendenza delle forniture estere fino alle pesanti ricadute sull’economia reale.
Perché è così critico sul taglio delle accise?
«Perché è una misura marginale che non solo aumenta il debito pubblico, ma è persino un beneficio per chi utilizza Suv e automobili che consumano molto. Piuttosto, quei fondi dovrebbero essere indirizzati verso la scuola, la sanità e le famiglie più fragili […] Francia e Germania hanno fatto scelte differenti. Ma non è una misura né equa né mirata. E in un momento di crisi come quello attuale, è fondamentale ridurre i consumi».
Come? Con le domeniche a piedi?
«Le domeniche a piedi sono una banalità, ma da non escludere. Oggi le strade sono altre e diverse: non tanto il limite dei 30 chilometri orari in città, quanto una riduzione della velocità sulla rete extraurbana. E, soprattutto, l’uso dello smart
working: l’abbiamo sperimentato durante la pandemia, funziona e diminuisce la mobilità. […]».
Tuttavia, la crisi energetica pesa sulle bollette.
«L’aumento del 40% cui si fa spesso riferimento riguarda il prezzo all’ingrosso, non la bolletta finale. Ed è anche vero che per le famiglie italiane i prezzi sono allineati alla media Ue. A preoccupare sono i costi per le imprese, che pagano l’elettricità circa il 20% in più rispetto alla media europea. […]»
Bisogna puntare una volta per tutte sull’autonomia energetica?
«Ridurre la dipendenza energetica dai Paesi esteri è strutturalmente difficilissimo.
Non solo per l’Italia, ma per tutta l’Europa. Da 50 anni ci proviamo, ma senza riuscirci davvero. Le direttrici sono tre. La prima è diversificare le fonti di approvvigionamento, come abbiamo fatto dal 2022 sostituendo il gas russo. La seconda è tornare a ragionare sui benefici del nucleare. La terza è l’efficientamento energetico, sfruttando le risorse nel sottosuolo, il nostro patrimonio idroelettrico, il potenziale della geotermica e l’eolico».
Un sondaggio di Only Numbers parla di un 55% di italiani a favore dell’uso del nucleare di ultima generazione. È l’ora di accelerare
«Da nuclearista convinto, dico di sì. Nelle grandi democrazie occidentali c’è paura riguardo i depositi delle scorie, gli incidenti e, persino, la bomba. Mentre i partiti di
sinistra più aperti all’industria e all’innovazione, comunque, faticano a trattare questi temi, che generano imbarazzo al loro interno».
«Va anche detto che in Italia la costruzione di un reattore richiedere tra gli 8 e i 10 anni, mentre Russia e Cina lo realizzano in tre, senza per ricorrere a tecnologie particolarmente innovative come i reattori modulari».
Resta comunque una energia pulita.
«E aggiungo: abbondante, prevedibile, sicura, indipendente e a basso costo. Dal 1987, post referendum abrogativo, dipendiamo dalla Francia per circa il 15% della nostra domanda elettrica. Quest’ultima ha ottenuto da SoftBank un investimento da 75 miliardi di dollari sull’intelligenza artificiale e sui data center proprio perché è dotata delle centrali nucleari».
Ecco, la crisi dello Stretto di Hormuz. Dopo la sua riapertura, può servire almeno un mese per il ritorno a un transito “normale” per le petroliere. Rotte alternative?
«Il mercato petrolifero non tornerà com’era prima. Per tre mesi l’Iran ha dimostrato che lo Stretto di Hormuz può essere bloccato. È una minaccia che resterà per sempre e deve spingere a investire verso infrastrutture di trasporto di gas e petrolio alternative.
In questo caso, ci sono pipeline esistenti o in parte dismesse da potenziare come l’oleodotto da Kirkuk, in Iraq, che arriva fino al Mediterraneo, passando attraverso la Turchia, con una capacità di circa un milione e mezzo di barili che potrebbe
essere potenziata. Così come può essere vitale il raddoppio del gasdotto da Abu Dhabi verso il Pacifico».
A tre mesi dallo scoppio del conflitto, l’Europa rischia la stagflazione?
«Sì, se il conflitto prosegue, il rischio c’è. La crescita dell’Europa è legata all’energia. E il continente è ancora dipendente per il 57% dall’estero».
(da agenzie)

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