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MORTE DI FAKIR, IL GIUDICE DEL CASO ALDROVANDI: “CHIARO ERRORE DEGLI AGENTI, NON DOVEVANO AMMANETTARLO”

Luglio 26th, 2026 Riccardo Fucile

“UN CASO CENTO VOLTE PIU’ CHIARO”

Il caso di Abderrahim Fakir “è cento volte più chiaro” della vicenda di Federico Aldrovandi. Lo sostiene Francesco Caruso, il giudice che ha pronunciato la sentenza di condanna per la morte in circostanze simili del 18enne, a causa di un’asfissia posturale durante un controllo di polizia a Ferrara nel 2005, proprio per la forte pressione sul suo corpo esercitata dagli agenti mentre era immobilizzato a terra. Per Caruso, anche in questo caso i poliziotti avrebbero commesso un errore.
Le parole di Francesco Caruso
Secondo quanto detto in un’intervista a Repubblica dal magistrato di lungo corso, che per il caso Aldrovandi ha condannato i poliziotti, gli agenti intervenuti al quartiere Pilastro di Bologna non avrebbero dovuto ammanettare Abderrahim Fakir.
“Non mi risulta che abbia commesso reati tali da consentire l’arresto, non abbiamo notizie di colluttazioni che precedono l’intervento della polizia e non rappresentava un pericolo per altri o per gli stessi agenti – ha rimarcato – Era un uomo con problemi psichiatrici e doveva essere trattato dai medici. La polizia doveva solo contenerlo, ma non come ha fatto”.
L’analogia con il caso Aldrovandi
Sulle modalità dell’intervento, Francesco Caruso non sembra avere dubbi: “Per quanto mi riguarda questo caso è cento volte più chiaro di quanto lo fosse quello di Aldrovandi. Certo bisogna aspettare l’esito ufficiale dell’autopsia, tuttavia alcuni fatti sono fuori discussione”.
In attesa dei risultati definitivi degli esami autoptici per chiarire le cause della morte del 42enne, il giudice ha sottolineato nell’intervista che “al momento la morte di Fakir sembra seguire un’azione di compressione prolungata del viso e del torace della vittima da parte di due agenti che lo bloccano a terra, indifferenti alle richieste di aiuto. Un’azione vietata dagli stessi protocolli di polizia”.
Il parere del giudice
Caruso ha sottolineato, inoltre, come i volontari della Croce rossa “avrebbero dovuto quantomeno avvertire i poliziotti, invitarli a fermarsi perché stavano facendo male a quell’uomo, e anche il cittadino che li ha aiutati a bloccarlo tenendolo per i piedi avrebbe dovuto prendere le distanze da quella situazione. La polizia non può agire senza tutelare i diritti, le libertà e la vita di tutti i cittadini”.
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“La Cassazione dice – ha ricordato – che di fronte ad un soggetto agitato, affetto da manifesta patologia psichiatrica l’intervento degli agenti deve essere di tipo protettivo, in attesa del rapido arrivo del medico. Di fronte al delirante, sia pure violento e distruttivo, l’azione deve essere di contenimento e di protezione, in primo luogo del soggetto in difficoltà. Non ho visto questo nelle immagini”.
“Se la polizia vuole conservare la fiducia di tutti deve saper riconoscere i propri errori, non negare i fatti. Deve chiudere onorevolmente il processo con una sanzione concordata, risarcire i danni e chiedere scusa. Solo così si educa alla democrazia e si isolano i violenti, privandoli di ogni pretesto” ha aggiunto senza mezzi termini l’ex presidente del tribunale di Bologna.

(da Repubblica)

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LA PROCURA DI BRINDISI HA CHIUSO LE INDAGINI SU UN PRESUNTO SISTEMA DI TRUFFE AI DANNI DI BANCHE. TRA LE PERSONE FINITE SOTTO LA LENTE DELLA MAGISTRATURA C’E’ ANCHE NICOLA DI DONNA, CAPOGRUPPO DI FUTURO NAZIONALE NEL CONSIGLIO COMUNALE DI BRINDISI

Luglio 26th, 2026 Riccardo Fucile

IL VANNACCIANO (CON UN PASSATO IN FORZA ITALIA) E’ ACCUSATO DI TRUFFA E INDEBITA PERCEZIONE PUBBLICA… DIDONNA E’ UNO DEI TANTI ESPONENTI DI CENTODESTRA CHE HA SEGUITO IL GENERALE AL SUD, ABBANDONANDO LA COALIZIONE DELLA DUCETTA (MA NON E’ CHE L’EX PARA’ STA IMBARCANDO CHIUNQUE?)

La Procura di Brindisi ha chiuso le indagini nei confronti di 145 persone accusate di essere coinvolte in un presunto sistema di truffe ai danni di istituti di credito che sarebbe andato avanti dal 2019 al 2023. I reati contestati, a vario titolo, nelle 252 imputazioni, sono di associazione per delinquere, riciclaggio, indebite percezione di erogazioni pubbliche, malversazioni di erogazioni pubbliche e truffa.
Stando alle imputazioni, dopo aver ottenuto i finanziamenti, le somme di danaro (che singolarmente potevano anche essere di 30mila euro a pratica) sarebbero state suddivise all’interno del presunto sodalizio attraverso bonifici bancari o prelievi in contanti, e comunque per scopi del tutto diversi rispetto alle finalità legate alle singole attività imprenditoriali.
L’inchiesta è stata coordinata dal pubblico ministero Francesco Carluccio. Tra gli indagati ci sono Nicola e Michele Didonna (padre e figlio di 70 e 46 anni). Nicola Didonna è attualmente capogruppo in consiglio comunale, a Brindisi, di Futuro Nazionale ed è accusato di truffa, malversazione di erogazione pubbliche e indebita percezione pubblica. Il figlio è ritenuto parte integrante delle due associazioni a delinquere e – secondo l’accusa – avrebbe individuato personalmente o tramite suoi collaboratori gli imprenditori a cui intestare le richieste di finanziamento bancari, con copertura pubblica, in assenza di merito creditizio e sulla base di false informazioni reddituali o di fatturato o di spesa salariale.
Michele Didonna è stato assessore dal 2016 al 2017. Nell’inchiesta della Procura, condotta dalla guardia di finanza, sono coinvolti professionisti che vivono e operano tra le province di Brindisi e Lecce, tra cui commercialisti ed una dipendente della Banca Popolare Pugliese.

(da agenzie)
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AGLI ITALIANI COSTERÀ CIRCA 120MILA EURO IL CAMBIO AI VERTICI DELL’ENIT (ENTE NAZIONALE ITALIANO PER IL TURISMO) VOLUTO A NOVEMBRE 2022 DALL’ALLORA MINISTRA, DANIELA SANTANCHÈ: LO HA DECISO IL TAR LAZIO, ACCOGLIENDO LA RICHIESTA DI INDENNIZZO DELL’EX AD ROBERTA GARIBALDI, CHE UN MESE DOPO L’INSEDIAMENTO DEL GOVERNO MELONI ERA STATA ACCOMPAGNATA ALLA PORTA PER FAR POSTO A IVANA JELINIC, GIÀ PRESIDENTE DI FIAVET-CONFCOMMERCIO, NONCHÉ COMPAGNA DEL TRE VOLTE DEPUTATO FORZISTA, LUCA SQUERI

Luglio 26th, 2026 Riccardo Fucile

GARIBALDI, PROFESSORESSA DI TOURISM MANAGEMENT ALL’UNIVERSITÀ DI BERGAMO, AVEVA CONTESTATO IL DECRETO MINISTERIALE DI REVOCA DEL SUO INCARICO

Costerà ai cittadini poco meno di 120mila euro il cambio ai vertici dell’Enit (Ente nazionale italiano per il turismo) voluto a novembre 2022 dall’allora ministra Daniela Santanchè. Ma poteva andare peggio se avesse trovato conferma il sospetto sul mancato possesso finanche del diploma di scuola superiore da parte dell’attuale amministratrice.
Lo ha deciso il Tar Lazio accogliendo la richiesta di indennizzo dell’ex ad Roberta Garibaldi, che un mese dopo l’insediamento del governo Meloni era stata accompagnata alla porta per far posto alla 38enne Ivana Jelinic, già presidente di Fiavet-Confcommercio, nonché compagna del tre volte deputato forzista Luca Squeri. Poi resa celebre dalle polemiche sulla campagna pubblicitaria da 9 milioni di euro “Open to meraviglia”, con la Venere di Botticelli in minigonna jeans
Garibaldi, professoressa di Tourism Management all’Università degli Studi di Bergamo, aveva contestato, tra l’altro, quanto affermato nel decreto ministeriale di revoca del suo incarico. In particolare in un passaggio in cui si criticava la “prevalenza… data al settore enogastronomico rispetto agli altri ambiti di interesse dell’attività di Enit”.
Stesso decreto in cui si evidenziavano le “maggiori competenze nel settore turistico” possedute da Jelinic, che ad avviso di Garibaldi, invece, sarebbe stata priva dei “dei requisiti di legge, statutari e dei titoli di studio per assumere incarichi di vertice nelle società pubbliche delle dimensioni dell’Enit”.
L’ex ad aveva chiesto 300mila euro a titolo di risarcimento dei danni da lesione e reputazione professionale e dei mancati guadagni per la necessaria cessazione delle attività incompatibili con l’esercizio delle funzioni di amministratore delegato dell’Enit. Più un indennizzo di 510.000 pari al compenso complessivo per i tre anni in cui la ricorrente avrebbe dovuto svolgere le funzioni di ad dell’agenzia.
I giudici, però, hanno ritenuto legittime le modalità adottate dal Ministero per licenziare in tronco l’ex ad, senza avvisarla dell’avvio del relativo procedimento, in ragione di “particolari esigenze di celerità” per “assicurare un rapido avvicendamento… in un periodo particolarmente delicato per il comparto turistico, duramente colpito dagli effetti dell’attuale situazione di crisi dovuta al conflitto in corso e all’aumento dei costi dei consumi energetici”.
Nel 2024 il Consiglio di Stato aveva già disposto un primo indennizzo di quasi 50mila euro per il precedente avvicendamento ai vertici dell’Enit, deciso nel 2021 dal leghista “draghiano” Garavaglia.

(da agenzie)

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ITALIANI SULLA STRADA DEL RINSAVIMENTO: SPACCATI A META’ SULLA DOMANDA SE QUELLA DI ROGGERO E’ STATA O MENO LEGITTIMA DIFESA

Luglio 26th, 2026 Riccardo Fucile

IL SONDAGGIO GHISLERI, FINITA LA SBORNIA MEDIATICA-EMOTIVA, META’ DEGLI ITALIANI RITIENE CHE LA SENTENZA SIA GIUSTA ED EQUILIBRATA

Non capita spesso che un sondaggio fotografi con tanta nitidezza un Paese diviso esattamente a metà. La rilevazione di Only Numbers lo fa: il 45,4% degli intervistati è convinto che si sia trattato di legittima difesa, il 44,8% no. Mezzo punto di scarto sta dentro il margine d’errore di qualsiasi rilevazione. La stessa scissione emerge anche su un piano più generale.
Alla domanda se, in linea di principio, «la difesa è sempre legittima», il 45,4% si dichiara d’accordo a differenza del 40% che non condivide questa affermazione. Tuttavia, il dato più interessante della rilevazione non è l’esistenza di una maggioranza, ma la sua assenza. Gli italiani infatti si dividono quasi perfettamente nel giudicare se il gioielliere abbia agito o meno in legittima difesa, si dividono sulla proporzionalità della sua reazione e si dividono persino sull’idea che la difesa sia “sempre” legittima.
È una fotografia rara in un’epoca nella quale quasi ogni questione tende a produrre schieramenti compatti e identitari. Qui, invece, il consenso si frantuma. Questo significa che la vicenda Roggero non è diventata un simbolo politico nel senso tradizionale del termine. È diventata piuttosto un dilemma morale, e i dilemmi, per definizione, non producono maggioranze, ma costringono a scegliere tra due alternative esclusive.
È questo l’elemento che distingue il caso da altri temi divisivi, perché non emerge una polarizzazione ideologica netta lungo l’asse destra-sinistra, infatti anche una parte significativa dell’elettorato del Movimento 5 Stelle – con una media che supera di poco il 40% – si avvicina alle posizioni della maggioranza di governo, e non solo loro. Si presenta quindi come una frattura che attraversa dimensioni più profonde che coinvolgono il rapporto dell’uomo con la paura, la fiducia nello Stato e l’idea stessa di cosa significhi “farsi giustizia”.
C’è poi un altro elemento che merita attenzione. L’Italia che emerge dal sondaggio non appare affatto animata da una cultura della vendetta, come spesso si sostiene, perché se così fosse, i dati sarebbero molto più univoci. Invece gli intervistati sembrano distinguere con sorprendente lucidità tre piani diversi: il giudizio sulla condotta del gioielliere, quello sulla severità della pena e quello sulle regole generali della legittima difesa.

(da La Stampa)

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LA DISCESA IN CAMPO DI ROBERTO VANNACCI STA FOTTENDO L’ARMATA BRANCA-MELONI. SENZA FUTURO NAZIONALE, IL CENTRODESTRA NON SOLO RISCHIA DI PERDERE PALAZZO CHIGI MA DEVE DIRE ADDIO AL SOGNO DI ESPUGNARE ROMA E MILANO ALLE COMUNALI DELLA PRIMAVERA 2027 . I DATI DEGLI ULTIMI SONDAGGI RISERVATI REGISTRANO QUANTO VANNACCI STIA PRENDENDO PIEDE, A SPESE DI FDI, A MILANO (7/8%) E A ROMA (6,8%)

Luglio 26th, 2026 Riccardo Fucile

SENTITA PUZZA DI SCONFITTA, LA RUSSA HA SCARICATO LUPI E BALILLA, MOLLANDO LA PATATA BOLLENTE DELLA SCELTA DEL CANDIDATO NELLE MANINE DELLE SORELLE MELONI … A ROMA LA SCELTA DELLO SFIDANTE DI GUALTIERI SARÀ SVELATA SOLO ALL’INDOMANI DEL RITIRO DELL’INDIGESTA AUTO-CANDIDATURA DI FABIO RAMPELLI. L’ARDUO INCARICO DI FAR TORNARE SUI SUOI PASSI L’INGOMBRANTE EX TUTOR DI GRAN PARTE DEI MELONIANI OGGI AL POTERE, È STATO AFFIDATO A FRANCESCO LOLLOBRIGIDA, TORNATO IN GRAN SPOLVERO

Tra un “vaffa” di Trump e la batosta del referendum e la sfi-Ducetta sulle preferenze, GiorgiaMeloni se lo ricorderà l’anno di disgrazia 2026. Se lo ricorderà anche e soprattutto per l’esplosiva discesa in campo di Roberto Vannacci.
Nel giro di pochi mesi – dal 7 febbraio, giorno di nascita di Futuro Nazionale, all’Assemblea costituente del 13 giugno – la Lega è stata macinata come chicchi di caffè dal fascio-sovranismo dell’ex generale, Forza Italia in modalità Berlusconi ha iniziato a fare la fronda alla maggioranza e Fratelli d’Italia è precipitata nel casino.
L’inattesa impennata nei sondaggi del vannaccismo senza limitismo ha reso vano il premio di maggioranza previsto dal “Melonellum” con il raggiungimento del 42% dei voti: senza Futuro Nazionale, l’Armata Branca-Meloni rischia di perdere Palazzo Chigi.
E imbarcarlo è molto difficile, se non impossibile: nel caso di un ingresso ‘last minute’ di Vannacci nella coalizione, a Forza Italia non resterebbe altro che abbandonare al suo destino Giorgia e camerati. Per non parlare delle conseguenze nell’Unione Europea per un governo italiano con un tipino alleato con i post-nazi di Afd.
Nel frattempo, l’ex generale della Folgore sta mandando all’aria anche un’altra operazione della “Thatcher di Colle Oppio”: alle amministrative della primavera 2027, azzeccando il candidato giusto, Roma e Milano, i due comuni più importanti d’Italia, attualmente amministrati dal centrosinistra, sono contendibili.
E in caso di vittoria, la premier alla Fiamma ricompatterebbe la malconcia maggioranza per rilanciarsi alla grande per le politiche del 2027.
All’inizio della partita comunali, la Sora Giorgia non aveva fatto i conti con il gran dominus della Lombardia, Ignazio La Russa, che nella sua Milano vuole “dare le carte”.
E per recuperare terreno nell’elettorato moderato, l’ex missino co-fondatore di FdI aveva messo da parte i residuati bellici proposti dalle Sorelle Meloni (Fidanza) e da Forza Italia (Cottarelli), per lanciare la candidatura del ciellino Maurizio Lupi, leader di Noi Moderati.
Tutto stava girando per il verso giusto, quando zac! piombano sulla capoccia di La Russa i dati degli ultimi sondaggi riservati che registrano quanto Vannacci stia prendendo piede in Lombardia, e soprattutto a Milano che considera strategica e dove ha già annunciato la candidatura di un ‘’futurista’’: 7-8%.
Se da qui a ottobre 2027 in politica tutto è possibile, non è però immaginabile, da qui ad aprile, una alleanza di FdI e Lega con Futuro Nazionale. E quella di Milano è una percentuale tale che toglie voti al centrodestra e, già adesso, la mette fuori gioco da ogni possibile speranza di espugnare Palazzo Marino.
Viste le rilevazioni sulla candidatura a sindaco di Milano, sentito puzza di sconfitta, La Russa, da quel politico scaltro ed esperto che è, al volo ha scaricato al suo destino Lupi e balilla, mollando la patata bollente della scelta del candidato nelle manine delle sorelle Meloni.
Sentite che dichiarazione, intrisa del politichese più ipocritamente arzigogolato, ha rilasciato il poco paludato presidente del Senato alle agenzie:
“Si tratta di mettere da parte ogni distinguo interessato e affidare, dopo un serio sondaggio, la scelta a Giorgia Meloni e ai suoi vicepresidenti, consapevoli che è emersa la volontà della quasi totalità dei candidabili a unire le loro forze a prescindere da chi sarà il prescelto, senza ulteriori ritardi e con l’obiettivo di vincere”.
Se La Russa a Milano balla la rumba con un Vannacci tra il 7 e l’8%, a Roma le Sorelle Meloni hanno i nervi a fior di pelle: Futuro Nazionale è accreditato nei sondaggi riservati al 6,8% (mentre a Torino viaggia sul 5%).
Con Vannacci pronto a portarsi via una fetta di elettorato anche nella Città Eterna, in via della Scrofa brancolano nel buio sulla scelta del candidato che dovrà vedersela con il favorito dem Robertino Gualtieri, ben appoggiato dal Calta-“Messaggero”.
Se Arianna non ha nessuna intenzione di correre il rischio di una scoppola (come dicono alcuni dirigenti di FdI “è una sfida che non sembra essere nelle sue corde”), restano in campo la malvista auto-candidatura dell’ex Gabbiano supremo delle Meloni e attuale vice-presidente della Camera, Fabio Rampelli, e la vicepresidente della Regione Lazio, Roberta Angelilli.
Ma la scelta dello sfidante di Gualtieri sarà svelata solo all’indomani del ritiro dell’indigesto Rampelli. E il dirigente di FdI che ha l’arduo incarico di far tornare sui suoi passi l’ingombrante ex tutor di gran parte dei meloniani oggi al potere si chiama Francesco Lollobrigida, oggi ritornato in gran spolvero dopo che l’ex moglie Arianna ha inanellato in via della Scrofa un rosario di figuracce.
Quello che confermano off record i dirigenti di FdI è che il candidato romano al 70% non sarà un esponente del partito ma un civico. Insomma, un altro Michetti a perdere…

(da Dagoreport)

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LE DITTATURE CHE PIACCONO AI POPULISTI NOSTRANI. LA VENDETTA DEL CREMLINO SUI DISSIDENTI RUSSI ALL’ESTERO: CONTI BANCARI CONGELATI, NIENTE DIRITTI CIVILI, PERSINO DIVIETO DI MATRIMONIO. LA DUMA HA APPROVATO UN PACCHETTO DI LEGGI CHE PENALIZZA GRAVEMENTE GLI EMIGRATI CRITICI DEL REGIME

Luglio 26th, 2026 Riccardo Fucile

IN PARTICOLARE, NEL MIRINO CI SONO OPPOSITORI POLITICI, I GIORNALISTI IN ESILIO E GLI ATTIVISTI PER I DIRITTI UMANI… LE MISURE RESTRITTIVE COLPIRANNO LE PERSONE CHE VERRANNO INSERITE IN UN APPOSITO REGISTRO PUBBLICO DAL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA RUSSA

Il braccio della repressione supera i confini della Russia. E va a colpire gli emigrati politici che hanno lasciato il paese. Il 22 luglio la Duma di Stato, la camera bassa del parlamento russo, ha approvato in seconda e terza lettura un pacchetto di leggi che penalizza gravemente gli emigrati russi critici del regime
I cosiddetti relokant – neologismo con cui si indicano i russi emigrati in questi anni di guerra – rischiano ora la privazione di una lunga serie di diritti.
Il pacchetto di due disegni di legge era stato approvato in prima lettura già nel dicembre 2025. E ora, dopo alcune modifiche, è passato all’unanimità con 413 voti favorevoli e zero contrari.
Le restrizioni colpiranno i russi emigrati condannati per un reato penale o per un illecito amministrativo e che non hanno ancora scontato la pena o pagato la sanzione. In molti casi si tratta di articoli a sfondo politico che vengono usati per sedare ogni forma di dissenso, sia in patria che all’estero.
Il provvedimento, però, non scatta automaticamente per chiunque: il ministero della Giustizia dovrà prima inserire la persona in un apposito registro pubblico, per poi far scattare le “misure restrittive temporanee” che colpiscono, tra gli altri, chi è stato condannato — anche in contumacia — per discredito delle forze armate russe, per aver partecipato alle attività di un’organizzazione indesiderata, per aver violato la legge sugli agenti stranieri o per essersi dichiarato favorevole alle sanzioni contro Mosca.
Le restrizioni prevedono il congelamento dei conti bancari, il divieto di poter usufruire dei servizi consolari, l’impossibilità di stipulare contratti, compresi mutui e finanziamenti, il divieto di immatricolare o vendere veicoli, il divieto di ottenere un nuovo passaporto, anche in caso di scadenza di quello già posseduto, il divieto di celebrare o sciogliere un matrimonio e l’impossibilità di ottenere documenti che regolano lo status giuridico della persona come titoli di studio e certificati di nascita, indispensabili per chi cerca di regolarizzarsi al di fuori della Federazione Russa.

(da Domani)

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“LA STRADA NON CAMBIA: IL CANDIDATO PREMIER È CHI GUIDA IL PARTITO CHE PRENDE PIÙ VOTI OPPURE LO SI SCEGLIE CON LE PRIMARIE”: SCHLEIN BOCCIA L’IPOTESI DEL PASSO INDIETRO DI LEI E CONTE E LA PROPOSTA ONORATO-BETTINI DELLA NOMINA DI UN GARANTE PER IL CAMPO LARGO. E ACCELERA SULLE PRIMARIE

Luglio 26th, 2026 Riccardo Fucile

ELLY COLTIVA L’AMBIZIONE SBAGLIATA DI PALAZZO CHIGI E RITIENE CHE IL GARANTE DEL CAMPO LARGO SIA SOLO UN MODO PER SBARRARLE IL PASSO IN CASO DI VITTORIA DEI PROGRESSISTI… L’EGOMANIA DI SCHLEIN E CONTE; MA NON LO CAPISCONO CHE NON SERVE A UNA MAZZA VINCERE LE PRIMARIE SE POI PERDI CONTRO LA MELONI? SONO DUE ANNI CHE I DUE PARTITI NON RIESCONO A PRENDERE UN VOTO UN PIU’, E’ COSI’ DIFFICILE CAPIRE CHE SERVE UN VOLTO NUOVO CAPACE DI AGGREGARE CHI NON VI VOTA?

«Ma quale passo indietro, la strada non cambia, è sempre la stessa, il candidato premier o èchi guida il partito che prende più voti oppure lo si sceglie con le primarie». Elly Schlein risponde così ai dem che le chiedono lumi su quello che considerano l’ultimo esercizio di tafazzismo del centrosinistra.
Quello di chi vorrebbe che la segretaria dem e il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte rinunciassero alla disfida nei gazebo per accettare che l’alleanza si presenti alle Politiche non con un candidato premier, bensì con un nome di garanzia per tutto il Campo largo che, in caso di vittoria del centrosinistra, non aspirerebbe ad andare a Palazzo Chigi. Di nomi per un ruolo del genere ne girano tanti, tra cui quello di Pier Luigi Bersani (ma nessuno lo ha in realtà proposto al diretto interessato).
Schlein sa benissimo che la storia del garante del Campo largo è solo un modo per sbarrarle il passo in caso di vittoria dell’alleanza dei progressisti. Del resto, quando la leader dem, nell’ultima direzione del partito, ha affermato che una parte dell’ establishment italiano non la vuole a Palazzo Chigi, non si riferiva solo ai cosiddetti «poteri forti» (come quelli che di recente, a Milano, hanno voluto incontrare la sindaca di Genova Silvia Salis).
No, Schlein aveva in mente anche quel pezzo della politica italiana che è diffidente nei suoi confronti. «Basta con tutti questi che vogliono muovere i fili come burattinai in ogni stagione del Pd», dicono nel cerchio stretto della segretaria.
Eppure l’ipotesi che nel migliore dei casi viene definita «un’idea di difficile realizzazione», quando non viene bollata direttamente come «una supercazzola», continua a circolare. E Schlein continua a non fidarsi. Per questa ragione se un incontro a tu per tu con Conte prima o poi ci sarà, si incentrerà su un patto a due sulle primarie, per evitare altri giochi e giochini.
E il fatto che l’ipotesi in questione sia emersa per la prima volta su Rinascita, che è il giornale di Goffredo Bettini, grande amico di Conte, e che poi a rilanciarla sia stato Alessandro Onorato, in buoni rapporti con il leader del M5S che vede l’assessore romano come l’anti Renzi, ha fatto sorgere più di un dubbio tra i fedelissimi della segretaria.
Il sospetto è che questa sia un’operazione di quanti nel centrosinistra preferiscono l’ex premier alla leader del Partito democratico. Perciò diventa vitale stringere un patto con Conte sulle primarie, dal momento che l’ex premier ha già bocciato l’idea che vada a Palazzo Chigi chi guida il partito maggiore, perché sa che in quel caso, se il centrosinistra vincesse, la presidente del Consiglio sarebbe automaticamente Schlein.
Peraltro l’idea di un nome di garanzia per il Campo largo presenta un’altra pecca di non poco conto, come ha spiegato la stessa segretaria a qualche compagno di partito: «Perché si darebbe un’arma di propaganda a Meloni, che così farebbe tutta la campagna elettorale dicendo con il centrodestra sapete chi governerà, con gli altri chissà». Un’obiezione più che fondata secondo molti nel Pd, dove anche chi non è un acceso tifoso della segretaria ritiene che «il fiorire di tutte queste idee strampalate sia controproducente perché rivela la debolezza della coalizione di centrosinistra».
Ma chi conosce il Campo largo è pronto a scommettere che questa, come altre ipotesi fantasiose quanto tortuose, continueranno a circolare, anche se al Nazareno non si esclude di accelerare sulle primarie perché c’è il sospetto che Meloni punti ad anticipare le elezioni.

(da Corriere della Sera)

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LA VITTORIA DEGLI “SCARAFAGGI”. DOPO MESI DI PROTESTE E SCONTRI IL MINISTRO DELL’ISTRUZIONE INDIANO, DHARMENDRA PRADHAN, HA RASSEGNATO LE DIMISSIONI. A CHIEDERE CON INSISTENZA IL PASSO INDIETRO DAL GOVERNO DELL’UOMO DI MODI CI AVEVA PENSATO IL “PARTITO DEGLI SCARAFAGGI”

Luglio 26th, 2026 Riccardo Fucile

LE MOBILITAZIONI ERANO PARTITE DOPO IL “LEAK” DELLE DOMANDE DEGLI ESAMI DI ACCESSO ALL’UNIVERSITÀ – I MANIFESTANTI NON INTENDONO FERMARSI: CONTINUERANNO A SCENDERE IN PIAZZA PER CHIEDERE RIFORME PIU’ AMPIE DEL SISTEMA EDUCATIVO INDIANO

Quando squilla il telefono, Abhijeet Dipke è sul palco di piazza Jantar Mantar, nel cuore di New Delhi, dove da settimane sono accampati i suoi «scarafaggi». Per un attimo il rumore della folla si trattiene in un silenzio carico di attesa.
Poi, l’annuncio sperato: «Il ministro dell’Istruzione si è dimesso. We have done it!», ce l’abbiamo fatta! La marea di giovani intorno esplode in un boato, gli smartphone sollevati in alto come torce per documentare una vittoria che sembrava impossibile. […]
In India, i concorsi nazionali come il Neet, per accedere alla facoltà di medicina, o come quelli per diventare funzionari pubblici, non sono soltanto esami molto competitivi. Sono per molti l’unica porta d’accesso per fuggire dalla precarietà, il culmine di anni di sacrifici familiari, notti insonni e debiti contratti per pagare i corsi di preparazione in un Paese dove la disoccupazione giovanile viaggia a doppia cifra.
Quando lo scandalo dei leak — i test venduti illegalmente — è venuto a galla a maggio, milioni di ragazzi si sono visti restringere ulteriormente quella porta, ingiustamente.
La loro rabbia è stata intercettata da Abhijeet Dipke, ingegnere indiano di trent’anni che da Boston, fresco di master in comunicazione, ha lanciato online quasi per scherzo il movimento degli «scarafaggi»
È stato il ministro ad annunciare per primo ieri il suo passo indietro: «Per impedire alle forze antinazionali di sfruttare questa situazione e preservare l’unità nazionale e garantire che il futuro di ogni studente indiano non sia compromesso da complicazioni legali», ha spiegato Pradhan su X.
Ma per gli «scarafaggi» le dimissioni del ministro sono solo l’inizio: i manifestanti continueranno a fare pressione sul governo per riforme più ampie del sistema educativo indiano, assicurano. E’ questa la prima sfida per il nuovo ministro dell’Istruzione, Pralhad Joshi, già incaricato ieri.

(da Corriere della Sera)

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NO TAV. SORGI: “IL GOVERNO AVREBBE AVUTO TUTTO IL TEMPO DI RILEGGERE I MONITI CONTENUTI NELLE REQUISITORIE DI CASELLI E FARE QUALCOSA. PERFINO RINUNCIARE ALLA TAV. IL PROGETTO DELLA FERROVIA VELOCE TORINO-LIONE È ORMAI OBSOLETO. ANDIAMO AVANTI PER NON DARLA VINTA AI NO-TAV?

Luglio 26th, 2026 Riccardo Fucile

“MA SE NON SIAMO NEPPURE IN GRADO DI FERMARE QUATTRO SCALZACANI CHE SI SON MESSI IN TESTA DI FARE LA GUERRA CIVILE, DOVE VOGLIAMO ANDARE?”

Gli scontri scatenati in Val di Susa dai No-Tav hanno una sola definizione: terrorismo. Ilgoverno che oggi cerca di scaricare tutte le colpe sulla sinistra – che ha solo quella, chiara, di non aver preso le distanze dagli ultras, come invece faceva negli Anni Ottanta e Novanta con le Brigate Rosse e tutto ciò che girava attorno a loro – avrebbe avuto tutto il tempo di rileggere i moniti contenuti nelle requisitorie di Caselli e dei suoi colleghi, che hanno messo a repentaglio la loro vita prima di dover lasciare la toga per andare in pensione. Leggere e riflettere. Riflettere e fare qualcosa. Perfino rinunciare alla Tav, anche se può apparire paradossale.
Così com’è, il progetto della ferrovia veloce Torino-Lione – incentrato su quella lunga galleria che attraversa il Moncenisio che l’Italia ha quasi ultimato per la sua parte e la Francia, forse consapevole del valore relativo di quell’accordo bilaterale firmato nel 2001, ha scavato molto più lentamente – è ormai obsoleto.
I treni che viaggiano a 220 chilometri orari e trasportano le merci a 120 non sono più considerati “veloci” nel senso che tecnicamente viene attribuito a questo termine, previsto per quelli che corrono dai 250 in su.
L’idea che questo tratto dovesse costituire una parte del corridoio meridionale dell’Europa, per far sì che l’Italia – meno la Francia – non restasse fuori dai collegamenti e dai commerci continentali diretti a Est, è un po’ fuori dal tempo. Specie da quando noi, come difensori dell’Ucraina, siamo quasi in guerra con la Russia e abbiamo chiuso gran parte dei canali commerciali verso Oriente.
Certo, possiamo sempre sperare che le cose cambino. Può darsi, anche se, sia detto con sincerità, non è aria. E intanto, che facciamo? Continuiamo a scavare i tunnel e andiamo avanti in un progetto che – sottovoce ce lo dicono i nostri stessi partner – non ha futuro?
E lo facciamo per non darla vinta ai No-Tav? Ma se non siamo neppure in grado di fermare quattro scalzacani che si son messi in testa di fare la guerra civile, noi che avevamo sconfitto il terrorismo, quello vero, e la mafia delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, dove vogliamo andare?

Marcello Sorgi
per la Stampa
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