Febbraio 19th, 2026 Riccardo Fucile
E MENO MALE CHE GIORGIA MELONI AVEVA ANNUNCIATO UNA VALANGA DI ASSUNZIONI PER LA SICUREZZA
Salvatore Luongo all’inaugurazione dell’anno accademico della Scuola ufficiali carabinieri ha
parlato della «grave carenza» di personale e dell’intenzione di istituire la figura del «carabiniere ausiliario della riserva volontaria»
«L’Arma attualmente registra una carenza di quasi 10.200 unità, pari a circa l’8,5% della forza prevista dalla legge. Questo deficit condiziona le unità operative di tutte le organizzazioni funzionali, chiamate oggi a sostenere un carico di lavoro che è già molto rilevante e in tendenziale crescita». È l’allarme lanciato dal comandante generale dell’Arma dei Carabinieri, Salvatore Luongo, intervenuto a Roma all’inaugurazione dell’anno accademico della Scuola ufficiali carabinieri.
Organici sotto pressione
Luongo ha parlato esplicitamente di «grave carenza» di personale, sottolineando come il sotto-organico incida direttamente sull’operatività quotidiana dei reparti. Le unità sul territorio, così come le articolazioni specialistiche, si trovano infatti a fronteggiare un carico di lavoro crescente, in un contesto in cui le richieste di sicurezza e di presidio non diminuiscono. Il comandante ha precisato che il deficit di organico «nasce negli anni passati a seguito del blocco del turnover disposto in tempo di spending review». Una scelta che ha prodotto effetti strutturali nel tempo
e che oggi si traduce in una distanza significativa tra la forza effettiva e quella prevista per legge.
L’ipotesi della riserva volontaria
Accanto al progressivo ripianamento delle carenze attraverso le assunzioni ordinarie, «d’intesa col governo», Luongo ha indicato una possibile soluzione integrativa: l’istituzione della figura del «carabiniere ausiliario della riserva volontaria». Secondo quanto spiegato, si tratterebbe di una formula innovativa che consentirebbe di disporre di personale aggiuntivo «con costi più contenuti», senza intaccare le facoltà assunzionali legate al turnover. La misura potrebbe essere affiancata anche dalla previsione di «richiami in servizio» in caso di emergenze. «Stiamo studiando anche le soluzioni già attive in altri Paesi nelle consorelle gendarmerie», ha aggiunto il comandante generale, lasciando intendere che il modello potrebbe ispirarsi a esperienze già consolidate a livello europeo. L’obiettivo dichiarato resta quello di un «progressivo ripianamento» del deficit, ma la creazione di una riserva selezionata di carabinieri ausiliari viene indicata come una delle possibili leve per accelerare il percorso.
(da agenzie)
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Febbraio 19th, 2026 Riccardo Fucile
L’INIZIATIVA A BAGNO A RIPOLI “PER PREVENIRE IL PLAGIO DELLE MENTI DEGLI STUDENTI”… SOVRANISTI IN PREDA AI DELIRI
Schedare le scuole applicando delle etichette ideologiche e orientare così la scelta delle famiglie. È la proposta shock presentata dai consiglieri di Fratelli d’Italia a Bagno a Ripoli, in provincia di Firenze, che chiedono di affiancare al nome di ogni istituto definizioni come «scuola woke», «comunista», «antifascista» o «antisionista». La mozione è firmata da Michele Barbarossa, Serena Giannini e Fabio Venturi e punta a mappare l’orientamento di docenti e presidi per denunciare quello che definiscono un «plagio delle menti dei giovani studenti». Immediata la
reazione del sindaco Francesco Pignotti (Pd) che bolla l’iniziativa come un tentativo di riportare l’istruzione ai tempi delle liste di proscrizione fasciste.
Cosa prevede la mozione di FdI
Secondo i firmatari della mozione, sul territorio verrebbero «impartite ripetutamente lezioni politicizzate» che sfrutterebbero la «vulnerabilità di bambini e adolescenti» per orientare il loro futuro pensiero elettorale. Per questo, chiedono che la denominazione di ogni singola scuola venga integrata da una sorta di bollino che ne identifichi la linea culturale e politica. Il catalogo delle definizioni proposte nel testo della mozione rasenta il surreale e spazia da «politicamente schierata a sinistra» a «ideologicamente comunista», passando per etichette come «favorevole alle teorie lgbtq+ e/o woke». La schedatura non si ferma qui. Secondo i consiglieri, i genitori dovrebbero sapere in anticipo se una scuola è «antiamericana, antisionista, antifascista» o addirittura «anti cattolica e antidemocratica». Dietro questa mossa c’è la convinzione che le (presunte) lezioni politicizzate che spesso avverrebbero sul territorio rappresenterebbero una vera e propria «violenza psicologica» perpetrata da dirigenti e professori ai danni di bambini e adolescenti indifesi.
L’ira del sindaco: «Intimidazione agli insegnanti»
Il primo cittadino Francesco Pignotti non usa mezzi termini e parla di un attacco frontale alla libertà di insegnamento, definendo la mozione «un’intimidazione senza pudore ai nostri insegnanti e alle nostre dirigenti». Evocando il passato più buio del Paese, il sindaco ha ribadito che la comunità non permetterà il ritorno a un sistema di controllo ideologico sugli educatori. «Fratelli d’Italia vuole riportarci ai tempi del ministero dell’educazione nazionale, quello fondato da Mussolini, con le liste di proscrizione dei professori non allineati e le persecuzioni. Troveranno sempre – conclude il sindaco – una comunità unita nel difendere la propria scuola, i suoi insegnanti e il diritto di istruirsi».
(da agenzie)
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Febbraio 19th, 2026 Riccardo Fucile
LE CONDANNE DERIVANO DA DECISIONI SBAGLIATE DEL GOVERNO E DDEI SUOI ORGANI… IL PROBLEMA E’ UN’ALTRO: DEVONO PAGARE LORO DI TASCA PROPRIA, BASTA FARE I RAZZISTI CON IL CULO DEGLI ALTRI
Dopo settimane di relativo silenzio anche Giorgia Meloni ha deciso di entrare nella campagna
politica per il referendum sulla giustizia (rendendo la questione ancor più politicizzata). Lo ha fatto con due video in due giorni, attaccando giudici diversi: prima per il rimborso da 700 euro riconosciuto a un uomo algerino trattenuto per oltre un mese in Albania in modo irregolare, poi per un risarcimento da 76mila euro riconosciuto alla Ong Sea Watch per il sequestro della nave con cui Carola Rackete forzò il blocco della Guardia di finanza nel porto di Lampedusa nel 2019.
Due temi caldi – giustizia e migranti – che hanno spinto Meloni a intervenire in prima persona, mentre Matteo Salvini non ha mai smesso di strumentalizzare i casi di cronaca per spingere il Sì al referendum anche quando non c’è nessun collegamento tra le due cose. La premier ha parlato di “decisione che lascia letteralmente senza parole” (su Sea Watch) e di “parte politicizzata della magistratura” (sull’Albania).
Peccato che in entrambi i casi le decisioni dei giudici non abbiano niente a che fare con le valutazioni politiche dei magistrati, e molto a che fare con errori commessi dal governo o dai suoi rami.
La spinta del governo per trasferite migranti in Albania senza motivo
L’uomo che ha ottenuto un risarcimento da 700 euro è di nazionalità algerina, si trova in Italia da circa 19 anni, ha una moglie italiana e due figli minorenni, italiani a loro volta. È nel Paese in modo irregolare, e ha delle precedenti condanne, tra cui una per furto e una per lesioni. Tutti questi elementi sono piuttosto importanti per capire la situazione.
A febbraio dello scorso anno, il prefetto di Cuneo aveva decretato l’espulsione dell’algerino. Era stato trasferito nel Cpr di Gradisca d’Isonzo, in Friuli-Venezia Giulia. Un trattenimento convalidato dal giudice di pace, proprio alla luce dei precedenti. L’uomo quindi era in un Cpr, pronto all’espulsione.
Secondo il Garante dei detenuti, l’anno scorso 70 persone sono state rimpatriate in Algeria e 187 persone sono state rimpatriate a partire dal centro di Gradisca. Insomma, le condizioni c’erano tutte per raggiungere l’obiettivo dichiarato del governo (e confermato dalla giustizia).
Poi però è arrivato un intervento difficile da spiegare, se non sul piano politico. Con un nuovo decreto Albania, a marzo 2025, il governo ha reso possibile trasferire persone dai Cpr italiani a quelli costruiti in Albania.
I centri italiani erano sovraffollati? No, per nulla. È plausibile che il governo volesse semplicemente ‘riempire’ i centri albanesi in qualunque modo.
Il trasferimento immotivato e il diritto dei figli minorenni
Fatto sta che il 10 aprile l’uomo algerino è stato prelevato dal centro di Gradisca d’Isonzo. Nessuna comunicazione scritta gli ha spiegato dove venisse trasferito o perché. Gli agenti gli avrebbero detto, solo a voce, che era in viaggio per Brindisi – mentendo.
L’uomo è rimasto in Albania, nel centro di Gjader, per cinque settimane. Una volta arrivato ha fatto richiesta d’asilo (cosa che prima non aveva mai fatto) e, visto che per il diritto europeo i centri albanesi non possono ospitare richiedenti asilo, il suo trattenimento non è stato convalidato.
È stato ritrasferito nel Cpr di Bari il 19 maggio e il tribunale ha deciso che può aspettare in libertà la decisione sulla domanda d’asilo.
Un elemento centrale nella vicenda sono i due figli minorenni. Sono affidati ai nonni materni, ma da tempo è iniziato un percorso di riavvicinamento con i genitori che richiede incontri in presenza anche con il padre. Cosa che concretamente non è possibile fare in Albania.
La condanna al risarcimento è arrivata perché non c’è stato nessun provvedimento scritto e motivato per spiegare il trasferimento in Albania; l’uomo non è stato informato di dove andava e quindi non ha potuto dirlo alla famiglia, violando i suoi diritti alla libertà personale e alla vita familiare.
In più, non c’è nessuna dimostrazione che le autorità prima di trasferirlo abbiano tenuto conto degli interessi dei suoi figli, che hanno diritto agli incontri con il padre. Peraltro, la somma stabilita dai giudici – 700 euro in tutto – come risarcimento è molto più bassa di quella chiesta dalla difesa.
Sembra chiaro, però, che se il governo Meloni non avesse insistito per un trasferimento poco sensato in Albania la vicenda si sarebbe chiusa da tempo. L’uomo sarebbe rimasto trattenuto in Friuli e probabilmente, nel tempo, espulso.
Il caso Sea Watch e Carola Rackete
Diverso è il caso della Ong Sea Watch, non direttamente legato al governo Meloni ma a uno dei suoi esponenti di spicco, Matteo Salvini, ministro dell’Interno all’epoca dei fatti. I fatti sono quelli del giugno 2019. La nave Sea Watch 3 aveva soccorso 53 persone in mare e cercava un porto sicuro per farle sbarcare. Aveva rifiutato di andare a Tripoli, ritenuta una destinazione non sicura per le continue, dimostrate violazioni dei diritti umani.
I porti italiani, però, erano ‘chiusi’ per effetto del decreto Sicurezza bis di Salvini. Dopo più di due settimane passate al largo di Lampedusa in attesa, con una situazione critica a bordo, la capitana della nave Carola Rackete aveva deciso di forzare il blocco del porto e attraccare comunque.
Nel farlo, aveva urtato una nave della Guardia di finanza. Era poi stata arrestata, ma le accuse erano state archiviate (su indicazione del giudice per le indagini preliminari, mentre il procuratore si era opposto facendo ricorso in Cassazione; a dimostrare che giudice e pm non sono sempre allineati nelle decisioni).
Il rimborso però non ha a che fare con questi eventi, ma con quello che è seguito. La nave è stata sottoposta a sequestro il 12 luglio 2019. Il 21 settembre, Sea Watch
ha fatto opposizione al sequestro rivolgendo al prefetto di Agrigento, come prevedevano le norme. Qui c’è stato il problema.
Il silenzio della prefettura e la decisione obbligata dei giudici
La legge che regola i sequestri e risale al 1981 mette dei paletti chiari. L’autorità competente – in questo caso la prefettura – deve rispondere all’opposizione entro dieci giorni. Può confermare il sequestro, spiegando perché, oppure respingere la richiesta. Una frase della legge, inequivocabile, recita: “Se non è rigettata entro questo termine, l’opposizione si intende accolta”. È il cosiddetto silenzio-accoglimento: se non rispondi, il sequestro finisce.
La prefettura di Agrigento, però, non ha mai risposto. I dieci giorni sono passati. Dal 1° ottobre, quindi, il sequestro era formalmente illegale, ma le autorità hanno continuato a negare la restituzione della barca. Solo il 19 dicembre è intervenuto il tribunale di Palermo, con un ricorso d’urgenza che ha messo fine al sequestro.
La causa è iniziata nel 2022, ed è stata piuttosto lineare. Non c’è dubbio che il sequestro tecnicamente fosse scaduto a inizio ottobre. Dunque i giudici hanno stabilito un rimborso calcolando le spese per i costi portuali e il carburante per i tre mesi tra ottobre e fine dicembre.
Insomma, nessuna valutazione politica da parte dei giudici. Si è trattato semplicemente di un provvedimento amministrativo che ha applicato norme sul sequestro che sono le stesse da circa quarantacinque anni.
Il processo non ha chiarito perché il sequestro sia stato prolungato illegalmente (non era questo il suo obiettivo), ma la responsabilità più evidente sembrerebbe quella della prefettura di Agrigento. Un organo che fa capo al ministero dell’Interno, all’epoca presieduto da Salvini.
(da Fanpage)
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Febbraio 19th, 2026 Riccardo Fucile
LA SVOLTA NELLE INDAGINI METTE NEI GUAI LA POLIZIA: LA PROCURA SOSPETTA UNA MESSINSCENA DEGLI AGENTI PER GIUSTIFICARE LA SPARATORIA
Abderrahim Mansouri, il presunto pusher ucciso lo scorso 26 gennaio nel «boschetto» di Rogoredo, potrebbe essere stato ucciso da un poliziotto anche se era disarmato. E la finta pistola trovata accanto al cadavere, sulla quale la scientifica non ha repertato le impronte digitali della vittima, sarebbe stata messa lì da altri colleghi. È questa, secondo quanto scrive il Fatto Quotidiano, l’ipotesi a cui lavora la procura di Milano, che indaga sull’episodio. All’indomani della morte di Mansouri, l’agente che ha premuto il grilletto – Carmelo Cinturrino – è stato iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di omicidio volontario. Nei giorni scorsi, gli inquirenti hanno iscritto nel registro anche quattro suoi colleghi, accusati di favoreggiamento e ritardo nei soccorsi.
Le «incongruenze» negli accertamenti
Con il passare dei giorni, ricostruisce l’articolo del Fatto, la versione della legittima difesa dei poliziotti avrebbe progressivamente perso credibilità. Gli accertamenti tecnici, che sono ancora in corso, avrebbero rilevato infatti delle «anomalie e incongruenze», che hanno portato i pm a credere che la finta pistola – una Beretta 92 con tappo rosso – sarebbe stata posizionata sul luogo del delitto da uno degli agenti presenti quella sera del 26 gennaio nel blitz antidroga nel boschetto di Rogoredo.
I 20 minuti prima di chiamare i soccorsi
La dinamica esatta della sparatoria è ancora tutta da ricostruire. Ma secondo gli inquirenti potrebbe esser stato proprio il tentativo di recuperare l’arma finta e piazzarla sulla scena del crimine a provocare il ritardo di circa 20 minuti nella chiamata dei soccorsi. «Mentre Mansouri era agonizzante», si legge nel capo di imputazione che riguarda i quattro colleghi di Cinturrino, gli agenti omettevano «di dare immediatamente avviso all’autorità sanitaria con l’aggravante di aver commesso il fatto in violazione dei doveri inerenti a un pubblico servizio».
Il verbale di Cinturrino
Nel verbale compilato la sera del 26 gennaio, Cinturrino scrive: «Il corpo della persona attinta era faccia in su con la pistola a quindici centimetri dalla mano, probabilmente ho sentito l’esigenza di allontanare l’arma perché la persona rantolava e la pistola era ancora nella sua disponibilità. […] Ricordo che l’arma aveva la sicura non inserita e l’abbiamo spostata, ma non sono sicuro se sia stata spostata prima dell’arrivo dei sanitari». Una versione non del tutto veritiera per gli inquirenti. Che sospettano, come ricostruisce Il Fatto, una possibile messinscena da parte degli agenti per mascherare l’omicidio di un uomo non armato.
(da Open)
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Febbraio 19th, 2026 Riccardo Fucile
SI TRATTA DEL TITOLARE DI UNA SOCIETA’ ORTOFRUTTICOLA
La Gdf del comando provinciale di Palermo ha eseguito un’ordinanza del gip che dispone gli
arresti domiciliari nei confronti di un imprenditore di 62 anni. L’uomo è accusato di sfruttamento del lavoro ed estorsione nei confronti dei propri dipendenti. Oltre al datore di lavoro e rappresentante legale di una società di lavorazione e confezionamento di prodotti ortofrutticoli per la grande distribuzione di Partinico è indagato anche un suo stretto collaboratore.
Le indagini
Al centro delle indagini, coordinate dalla Procura di Palermo, un presunto sistema di abusi a danno dei dipendenti nella concessione di ferie e riposi settimanale oltreché in materia di retribuzione con il pagamento di stipendi difformi rispetto ai contratti collettivi nazionali, talvolta inferiori al 50%. In molti casi, inoltre, contesta l’accusa, i lavoratori sarebbero stati costretti a prelevare in contanti parte del loro già esiguo stipendio per restituirlo al datore di lavoro. I lavoratori che versavano in stato di bisogno erano costretti ad accettare le inique condizioni di lavoro per garantire il sostentamento del nucleo familiare.
(da agenzie)
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Febbraio 19th, 2026 Riccardo Fucile
“ESTRAGGONO FRAMMENTI DI DISCORSI, ELIMINANO I CONTESTI, MODIFICANO I TOBI”
Da oltre due anni, un meccanismo sempre più evidente domina il discorso pubblico che circonda il mio mandato di relatrice speciale delle Nazioni Unite sul territorio palestinese occupato. È vieppiù soggetto a vitrioliche polemiche create a arte. Non sono le critiche a preoccuparmi: lo scrutinio è legittimo. Il dissenso è prevedibile, senza eccezioni o quasi: nel mondo dei diritti umani solo chi fa poco o male il proprio lavoro, riceve poche critiche. Ciò che è nuovo – e corrosivo – nel mio caso, per intensità e costanza, e corrosivo, è la distorsione sistematica del mio mandato, del mio operato e delle mie dichiarazioni al fine di fabbricare scandali e screditare il mio contributo di esperta indipendente Onu sui diritti umani.
Sono l’ottava persona e la prima donna a ricoprire questo incarico; conferito dal Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu, che consiste nell’indagare le violazioni del diritto internazionale nel territorio palestinese occupato da Israele dal 1967. L’attenzione su Israele non è una mia scelta o un’ossessione personale, bensì il perimetro del mio incarico. I miei omologhi su Afghanistan o Iran non vengono accusati di essere “ossessionati” o “monotematici” perché conducono inchieste sul Paese oggetto del loro mandato. Perché allora non mi occupo anche di Hamas o dell’Anp? Me ne occupo in misura proporzionale a ciò che osservo.
La risoluzione Onu 1993/2A del ’93 che istituisce il mio mandato fa riferimento a Israele in quanto potenza occupante e ai diritti senza protezione dei palestinesi sotto occupazione. È quindi naturale che sia Israele a essere il principale oggetto di scrutinio nel territorio su cui esercita autorità. Documento i fatti e mi esprimo in punto di diritto. I miei critici sostengono che la focalizzazione su Israele sia sintomo di pregiudizio da parte dell’Onu e di mancanza di neutralità.
Nel luglio 2024, la Corte internazionale di giustizia ha definitivamente affermato che la presenza di Israele nel territorio palestinese occupato è illegale e deve cessare in modo perentorio e incondizionato. La data ultima per conformarsi a quest’obbligo era settembre 2025. La Corte ha anche riscontrato discriminazione sistemica, violazione del divieto di segregazione razziale e apartheid, insieme a politiche di annessione. Non si tratta di slogan per attivisti, ma di conclusioni giuridiche. Nel corso del mio mandato ho documentato il diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese, ancora senza indipendenza e protezione, dedicandogli il mio primo rapporto nel settembre 2022. Nei rapporti successivi ho documentato la sistematica e arbitraria privazione della libertà che colpisce i palestinesi da generazioni, la situazione dell’infanzia palestinese.
È stata però la mia analisi sulla complicità delle imprese nel genocidio a suscitare la reazione più dura, fino alle sanzioni adottate dagli Stati Uniti nei miei confronti. Nel mio rapporto più recente ho descritto il genocidio a Gaza come un crimine collettivo, sostenuto con la partecipazione diretta, l’aiuto e l’assistenza di altri Stati, parte di un sistema di complicità globale. Italia inclusa. Anzi, in prima fila. Tra quelli nominati ci sono Stati che oggi mi attaccano apertamente, distogliendo l’attenzione dal genocidio in corso a Gaza da oltre 860 giorni e dal regime di apartheid coloniale che continua a espandersi, a Gaza come in West Bank e Gerusalemme est colpendo l’intero popolo palestinese.
Il mio lavoro si inserisce nel solco tracciato dai miei predecessori, come John Dugard, Richard Falk e Michael Lynk, che hanno documentato, per oltre vent’anni politiche descritte come apartheid, facendosi dare degli “antisemiti” e “sostenitori del terrorismo”.
Le conclusioni del lavoro sui diritti umani, chiunque ne sia l’autore, sono scomode, perché la verità giuridica, quando incide su rapporti di potere consolidati, non può che esserlo. L’ultima campagna contro di me si inserisce in una strategia che dura da decenni: silenziare, intimidire e delegittimare chiunque difenda i diritti del popolo palestinese. Analoghe operazioni di diffamazione hanno colpito in passato altri relatori speciali sulla Palestina, attraverso l’attribuzione di dichiarazioni manipolate o false, finalizzate a ottenerne la rimozione, da parte di gruppi quali UN Watch che, pare, abbia diffuso per prima il video manipolato contro di me. Da anni tali attori promuovono narrazioni che tendono a silenziare la realtà palestinese e, al contempo, di attenuare o giustificare le violazioni attribuite a Israele. Attori che a Ginevra vengono spesso considerati marginali da diplomatici e funzionari delle
Nazioni Unite sono invece ritenuti fonti credibili in alcune capitali europee, influenzando il dibattito politico e contribuendo a minare la fiducia nelle istituzioni multilaterali.
Se un’analisi giuridica indipendente, fondata su prove documentate, può essere così facilmente sostituita da rappresentazioni distorte, l’intero dibattito pubblico diviene vulnerabile alla manipolazione. Il diritto internazionale richiede prove, interpretazione e applicazione rigorosa. L’adesione ideologica è irrilevante. Quando il confronto viene sostituito da frammenti montati per suscitare indignazione, diviene impossibile affrontare la sostanza delle accuse — proprio nel momento in cui gravi violazioni dei diritti umani e persino ipotesi di genocidio sono sottoposte al vaglio delle più alte giurisdizioni internazionali.
Ma in molte capitali occidentali, la sostanza giuridica delle conclusioni formulate nell’ambito del mandato viene raramente affrontata. Si concentra l’attenzione sulla persona. Si estraggono frammenti di discorsi, si eliminano i contesti, si modificano i toni, si diffondono insinuazioni atte a suscitare indignazione.
Il casus belli del mio discorso a Doha dopo decine di casi simili, ha permesso alla manipolazione di essere smascherata e di avere grande riverbero a causa dell’assurdità delle accuse, delle personalita coinvolte (il ministro degli Affari esteri francese) e della veemenza nei miei confronti. Ma la questione che preme non è personale: è strutturale. Non è un caso: è un metodo. Tale tecnica è stata impiegata per insinuare che avrei giustificato le atrocità del 7 ottobre, negato crimini quali la violenza sessuale occorsa in quel terribile giorno, o minimizzato la sofferenza degli ostaggi e delle loro famiglie. Nulla di ciò corrisponde al vero. Colpisce, tuttavia, che gli esponenti politici che dedicano tempo ed energia ad attaccare la mia persona non abbiano riservato neppure una frazione di tale veemenza a coloro che ammettono che a Gaza siano state uccise 75.000 persone e sono accusati di crimini internazionali dinanzi alle principali corti internazionali.
La critica è elemento essenziale della democrazia. La menzogna la corrode. In una fase in cui le istituzioni globali sono sottoposte a pressioni crescenti, le scelte compiute oggi incideranno in modo determinante sulla loro credibilità futura.
Francesca Albanese
(da il Fatto Quotidiano)
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Febbraio 19th, 2026 Riccardo Fucile
LA STRISCIA DIS-INFORMATIVA AFFIDATA AL DIRETTORE DE IL GIORNALE COSTERA’ 850.000 EURO
Quasi 850 mila euro: tanto costerà la striscia informativa che la Rai starebbe per affidare al
direttore responsabile del Giornale Tommaso Cerno e già al centro di una polemica infuocata per i rumors mai smentiti. E però dal piano di produzione, con annessi stanziamenti per tutte le trasmissioni che saranno in onda quest’anno,
l’esistenza della striscia quotidiana da cinque minuti, in fascia day-time, trova conferma.
E sicuramente sarà questa la novità (anche se non la sola), che terrà banco durante il cda Rai di oggi. Oltre naturalmente al caso Petrecca: su questo fronte ieri è stato chiesto formalmente l’avvio della procedura di raffreddamento, adempimento che precede i tre giorni di sciopero che la redazione di Rai Sport ha affidato al cdr […]
Ma oltre a Petrecca, è delicatissimo anche l’affaire Cerno, destinato a fare filotto sulle reti del servizio pubblico: reduce dall’ospitata di pochi giorni fa da Massimo Giletti su Rai3, Cerno è già opinionista e co-conduttore al fianco di Mara Venier a Domenica In su Rai1.
Ora per lui pare farsi concretissima anche la prospettiva di un programma su Rai2: una striscia in onda dal lunedì al venerdì a partire dal 2 marzo (dunque nell’ultimo e più delicato tornante della campagna referendaria) che si concluderà il 12 giugno. Costo dell’operazione 848 mila euro, circa 11 mila a puntata ovviamente non tutti per pagare Cerno: a quel che risulta al Fatto il giornalista incasserà circa 3.000 euro a puntata mentre il resto del budget servirà per il doppio studio a Roma e a Milano.
Ora il fatto è che quello di Cerno non è l’unica novità della programmazione in menu: si racconta dell’arrivo in Rai, al fianco di Caterina Balivo del “pedalatore” di Striscia la Notizia, Vittorio Brumotti. Mentre il conduttore Roberto Inciocchi lascerebbe la conduzione di Agorà ad Annalisa Bruchi ora alla guida di ReStart: Inciocchi si sposterebbe il mercoledì in un format di prima serata
Tutto questo, a partire dalla striscia di Cerno farà naturalmente lievitare i costi e non è escluso che qualcun altro ci rimetta. Tra le ipotesi non viene escluso ad esempio lo slittamento al 2027 della trasmissione, peraltro di grande successo, di Domenico Iannacone.
Ma oggi verrà probabilmente sollecitato anche qualche altro chiarimento e in particolare due: la prima è se tornerà in prima serata sul 3 la trasmissione dell’ex direttore Documentari Rai, nonché conduttore di Petrolio Duilio Gianmaria. L’altra è se troverà conferma nel palinsesto Il fattore umano, programma d’inchiesta realizzato con risorse interne a costi che non superano i 35 mila euro a puntata […] Sullo sfondo resta anche la convocazione dell’ad Giampaolo Rossi da parte della Commissione di Vigilanza Rai su input delle opposizioni e su cui il centrodestra fa muro.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Febbraio 19th, 2026 Riccardo Fucile
DA QUI GLI ATTACCHI ALLE TOGHE E LA MOBILITAZIONE IN PRIMA PERSONA. LA PAURA DELLA DUCETTA È CHE, DI FRONTE A UNA VITTORIA DEL NO, POSSA INNESCARSI UNA DINAMICA PERICOLOSISSIMA NELL’ULTIMO ANNO DI LEGISLATURA SPECIE DENTRO LA LEGA E IN FORZA ITALIA
Due video fanno una prova. Giorgia Meloni è in campo per il referendum. Teme di perdere. Abbandona le cautele, quelle che l’avevano spinta a pianificare un profilo basso almeno fino alla prima decade di marzo. Per ventiquattr’ore attacca due volte i magistrati sui social. La seconda, poche ore dopo la visita di Sergio Mattarella al Csm. Una sfida diretta al Quirinale, ignorando l’appello del Colle.
Frutto di un timore, anzi di un sondaggio riservato che circola a Palazzo Chigi: quello che indica nel 40% la soglia minima di affluenza necessaria al sì per poter competere. Sotto, si perde quasi certamente.
La mossa del Capo dello Stato spiazza il governo. La presidente del Consiglio non conosceva le intenzioni del presidente. E apprende della missione al Consiglio superiore della magistratura dai media.
L’unico ad essere avvertito, ma pochissimi minuti prima dell’arrivo di Mattarella a Palazzo Bachelet, è Alfredo Mantovano. Nessuno lo sostiene ufficialmente, ma a Palazzo Chigi si fa subito largo il sospetto che si tratti di una mossa ostile, o comunque destinata a dare forza alle toghe e a chi si oppone alla riforma. E la reazione non tarda ad arrivare.
È un doppio binario, a ben guardare. Perché da una parte la premier chiede e ottiene che Carlo Nordio dichiari pubblicamente l’adesione alle parole di Mattarella. Sortite giudicate fin dal primo momento improvvide, oltreché controproducenti. È la precondizione che Meloni considera necessaria per poter intervenire personalmente contro le toghe. Legando la battaglia referendaria a quella sul dossier migratorio, sulla sicurezza. Lo fa seguendo ancora una volta i sondaggi, che indicano un grado di elevata fumosità dei quesiti, soprattutto per chi sceglie il sì.
Servono messaggi chiari per spingere gli elettori a votare. Alcuni istituti, ad esempio Youtrend, hanno indicato addirittura attorno al 47-48% di affluenza la soglia minima oltre la quale il Sì potrebbe prevalere. Altre rilevazioni abbassano l’asticella attorno al 40%. In teoria, una percentuale alla portata. Vanno però ricordati i pochi precedenti che non rendono scontato questo scenario: al referendum costituzionale del 2001 votò il 34%, nel 2006 il 52%.
Per Meloni, è una battaglia cruciale. In cui il referendum sta alle prossime politiche come quelle semifinali considerate finali anticipate.
La paura è che, di fronte a una vittoria del no, possa innescarsi una dinamica pericolosissima nell’ultimo anno di legislatura. Non riguarderebbe FdI, che anzi la premier porterebbe su una linea intransigente per ottenere una nuova legge elettorale e una riforma fiscale spendibile nella prossima campagna elettorale. Preoccupa la crisi della Lega, minacciata dalla scissione di Roberto Vannacci. E la dinamica interna a FI, con l’influenza della famiglia Berlusconi.
(da Repubblica)
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Febbraio 19th, 2026 Riccardo Fucile
LA CHIESA METTE A DISPOSIZIONE DUE STRUTTURE: “MATURARE RISPETTO RECIPROCO E ATTENZIONE ALL’ALTRO, SUPERANDO PAURE E DIFFIDENZE”… SUGGERIMENTO ALLA CHIESA: QUANDO LA DOMENICA SI PRESENTANO ALLA MESSA I “SEDICENTI CRISTIANI RAZZISTI” CACCIATELI A CALCI IN CULO
Dopo la dibattuta chiusura di tre moschee che non disponevano della destinazione d’uso per
luogo di culto, la comunità musulmana di Monfalcone si è ritrovata scevra di un luogo in cui pregare. Questo, almeno, fino ad oggi. Come rende noto Il Piccolo, infatti, due membri del clero locale, d’accordo con il vescovo di Gorizia, hanno messo a disposizione gli spazi che hanno in gestione in occasione del Ramadan.
Gli spazi in condivisione
Si tratta delle Stalle rosse del vicino comune di Staranzano, messe a disposizione dei fedeli islamici da monsignor Paolo Zuttion, e dell’oratorio di San Michele, concesso da don Flavio Zanetti. Proprio oggi, 18 febbraio, infatti, iniziano contemporaneamente sia la Quaresima che il Ramadan, i rispettivi digiuni delle due religioni più praticate in Italia.
La richiesta è stata inizialmente avanzata dalla comunità musulmana, che si è vista togliere per vie legali gli unici luoghi in cui poteva praticare la preghiera collettiva. I due parroci hanno stabilito, in base alle esigenze di entrambi i gruppi, un calendario che consenta a tutti di professare il proprio culto: gli ospiti potranno
stare a Staranzano per diverse ore i venerdì, da domani all’Eid Al Fitr, la festa della rottura del digiuno; le Stalle rosse saranno disponibili per sette od otto ritrovi notturni. “Ci accomuni il desiderio di maturare sentimenti di rispetto reciproco e di attenzione all’altro superando le paure e le diffidenze degli uni verso gli altri”, si sono augurati i sacerdoti.
(da agenzie)
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