Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile
NEI CONTI CORRENTI CI SONO 1.163 MILIARDI: UNA SOMMA CHE VALE METÀ PRODOTTO INTERNO LORDO ED È CRESCIUTA DEL 23% IN DIECI ANNI… NONOSTANTE IL COSTO MEDIO DI GESTIONE BANCARIA SIA ORMAI SOPRA I 100 EURO ALL’ANNO, I RISPARMIATORI LASCIANO I SOLDI FERMI SUI CONTI, INVECE CHE INVESTIRLI E COMPENSARE L’INFLAZIONE
I conti correnti costano sempre di più, ma gli italiani continuano a lasciare in banca una
parte consistente dei propri risparmi. Nell’arco di dieci anni la spesa media di gestione è aumentata del 23%, mentre sui conti delle famiglie si sono accumulati 1.163 miliardi di euro.
Una montagna di liquidità distribuita, però, in modo tutt’altro che uniforme: circa un quinto è concentrato nella sola Lombardia e tra le province si passa dai 30.400 euro per abitante di Bolzano ai meno di 9.700 euro di Crotone.
È il quadro tracciato da uno studio dell’Adusbef, l’Associazione Difesa Utenti Servizi Bancari, sulla base dei dati della Banca d’Italia. La fotografia contiene un doppio paradosso: le famiglie mantengono sui conti una quantità crescente di denaro, nonostante la liquidità non vincolata sia generalmente poco remunerata; e pagano costi molto diversi a seconda che utilizzino un conto tradizionale oppure uno online.
Secondo l’ultima indagine della Banca d’Italia, in dieci anni il costo medio di gestione di un conto corrente bancario tradizionale è passato da 82,2 a 101,1 euro all’anno. L’incremento è quindi di 18,9 euro, pari al 23%. A pesare maggiormente sono state le spese variabili legate alle operazioni effettuate dal cliente, come bonifici, pagamenti e prelievi. Questa componente è cresciuta del 34,2%, passando in media da 26,6 a 35,7 euro. Ancora più marcato l’aumento delle sole spese per le disposizioni, salite del 62,6%.
Più contenuta, ma comunque consistente, la crescita dei costi fissi, che comprendono canoni e carte: in questo caso l’aumento è stato del 17,6%, da 55,6 a 65,4 euro annui. Il rincaro del 23% si è però formato nell’arco dell’intero decennio e non descrive l’andamento dell’ultimo anno. Nel 2024, periodo al quale si riferisce l’ultima rilevazione disponibile, la spesa media dei conti tradizionali è rimasta sostanzialmente stabile: 101,1 euro contro i 100,7 del 2023. Sono diminuite le spese fisse, mentre sono aumentate le commissioni medie sulle operazioni e l’operatività dei correntisti.
Per un conto online la spesa media è di 30,6 euro, meno di un terzo di quella sostenuta per un conto tradizionale. Un conto postale costa invece mediamente 71,6 euro. Considerando insieme conti bancari tradizionali, online e postali, la spesa media ponderata scende a 85,3 euro, 2,5 euro in meno rispetto all’anno precedente soprattutto per la maggiore diffusione dei rapporti online.
C’è poi il bollo. I 101,1 euro indicati per il conto tradizionale non comprendono l’imposta, che nel campione è stata pagata per un importo medio di 16,5 euro. Includendola, il costo effettivo sale a 117,6 euro all’anno.
Lo studio di Adusbef analizza poi il valore dei depositi bancari, ossia le somme che le famiglie italiane mantengono sui conti correnti, escludendo le forme di liquidità remunerata o vincolata. Come detto, alla data del 31 maggio 2026 le famiglie consumatrici disponevano complessivamente di circa 1.163 miliardi di euro. Rispetto ai circa 906 miliardi del maggio 2016, l’aumento nominale è del 28,3%, pari a 257 miliardi.
Nello stesso periodo, rileva l’associazione, l’inflazione complessiva è stata pari al 23,6%: secondo il calcolo proposto da Adusbef, al netto di questa componente l’aumento della ricchezza depositata si riduce quindi al 4,7%.
La distribuzione territoriale mostra forti squilibri. Con quasi 239 miliardi di euro, la Lombardia concentra da sola il 20% di tutta la ricchezza depositata sui conti correnti italiani. Seguono, a grande distanza, il Lazio con 122 miliardi e il Veneto con 105 miliardi. All’ultimo posto si trova la Valle d’Aosta, con circa 2,8 miliardi.
La graduatoria cambia quindi se l’ammontare dei depositi viene rapportato alla popolazione residente. In questo caso il primo posto spetta alla provincia di Bolzano, con quasi 30.400 euro per abitante. Seguono Milano con 27.900 euro, Piacenza con 26.800, Sondrio con 26 mila e Belluno con 25.650 euro. All’estremo opposto si trova Crotone, con una media di 9.679 euro per residente. Seguono Sassari, con 9.741 euro, e Nuoro, con circa 10.600 euro.
Anche la crescita registrata nell’ultimo decennio presenta differenze rilevanti. Tra il 2016 e il 2026 il valore nominale dei depositi è aumentato del 43,2% in Trentino-Alto Adige, l’incremento più elevato in Italia. Seguono la Sardegna con il 42,7% e il Friuli-Venezia Giulia con il 39,7%. In fondo alla graduatoria si trovano invece le Marche, dove l’aumento si è fermato al 10,6%, e la Liguria, con il 14,5%.
Conti correnti, in banca ci sono 1.163 miliardi in deposito (il record a Bolzano) ma i costi li pagano gli italiani: oltre 100 euro all’anno. La gestione di un conto è rincarata del 23% in dieci anni. La Lombardia concentra un quinto dei depositi, mentre Bolzano guida la classifica pro capite
(da corriere.it)
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Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile
LE SANZIONI ARBITRARIE DEI RAZZISTI HANNO COLPITO ONG TEDESCHE, ITALIANE, SPAGNOLE E NORVEGESI… HANNO SULLA COSCIENZA CENTINAIA DI MORTI AFFOGATI
Mentre la nave Sea-Watch 5 dell’omonima ong tedesca è bloccata nel porto di Napoli, dove il governo italiano l’ha fermata per i prossimi 45 giorni, in mare si continuano a contare partenze, naufragi e morti.
Altre due imbarcazioni sono state soccorse lungo la rotta del Mediterraneo centrale e 37 migranti sono stati portati in salvo all’hotspot di Lampedusa, popolato al momento da 309 ospiti. Dodici cadaveri, invece, sono stati intercettati nelle ultime ore al largo di Zarzis, nel sud-est della Tunisia, come ha resto noto ieri la Guardia nazionale tunisina che coordina le operazioni di ricerca in quell’area.
I soccorsi della Sea-watch 5, invece, sono stati interrotti da un fermo amministrativo imposto dalle autorità italiane e da una multa da 7.500 euro. Il motivo? L’equipaggio «non ha rispettato gli obblighi di legge» – spiega il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi – e non si è fatto coordinare «dagli Stati competenti». In altre parole, non ha segnalato i salvataggi in mare al Centro di coordinamento congiunto dei soccorsi di Tripoli (Jrcc), che l’ong definisce «un’autorità fantoccio utile a legittimare i trafficanti che ci puntano contro il fucile durante i soccorsi».
Non è la prima volta che il governo italiano ferma navi utilizzate dalle ong per i soccorsi in mare: tedesche, italiane, spagnole o norvegesi che siano. Anzi, è la quarantaquattresima volta in tre anni.
A tenere il conto, condiviso con Avvenire, sono le stesse organizzazioni umanitarie, che per 22 volte su 43 hanno anche assistito all’annullamento o alla sospensione del fermo amministrativo da parte dei giudici italiani. I magistrati spiegano le loro ragioni nelle sentenze: a volte hanno riscontrato carenza di prove da parte delle autorità italiane, ma più spesso hanno inteso tutelare l’obbligo di soccorso, ritenuto prioritario rispetto all’applicazione delle leggi italiane.
I fermi, avviati nel 2023, sono infatti imposti dal cosiddetto “decreto Piantedosi”, che punisce le organizzazioni che ignorano l’assegnazione del porto di sbarco o che non si coordinano con le autorità di riferimento.
I trattenimenti e le multe imposte dal governo, però, sono aumentati a partire dal novembre dello scorso anno, quando 13 ong hanno deciso intenzionalmente di sospendere ogni comunicazione con il Centro di coordinamento di Tripoli, in seguito a una serie di attacchi in mare delle milizie libiche ai danni degli equipaggi di soccorso. «Noi non collaboriamo con criminali e trafficanti», chiosa Sea-Watch nel comunicato di risposta al fermo.
Le minacce alle ong che operano soccorsi nel Mediterraneo, del resto, sembrano sempre più gravi. Tra giugno e luglio, Sos Mediterranée ha registrato almeno sette episodi nei quali imbarcazioni legate ad attori libici, alcune non identificate, si sono avvicinate ad alta velocità alle navi di soccorso o le hanno seguite per ore, anche in acque internazionali. Non solo: sarebbero in crescita anche le motovedette dei gruppi armati che intercettano in maniera violenta i migranti in mare e li riportano nei lager libici.
La militarizzazione del Mediterraneo centrale, secondo le ong, è da imputare anche all’Italia e all’Europa che – tramite memorandum bilaterali o programmi dell’Unione – finanziano Tripoli ogni anno con decine di milioni di euro per gestire le frontiere. Soldi che finiscono «in navi, fondi e addestramento – commenta Sea-Watch –, per poi vederle usare regolarmente per catturare e uccidere persone in mare
Il ministro ritiene che i migranti salvati da una nave battente bandiera tedesca siano responsabilità della Germania. Ma si tratta di un criterio smentito dallo stesso regolamento Ue sulle migrazioni entrato in vigore a giugno, che rende responsabile dei migranti il Paese di “primo ingresso” e impone meccanismi di “solidarietà obbligatoria” agli altri Stati membri.
In ogni caso, l’attenzione del governo pare rivolta al braccio di ferro con la Germania, che ha dichiarato di voler riavviare i trasferimenti verso l’Italia delle persone che hanno fatto richiesta di protezione internazionale nel nostro Paese prima di entrare in territorio tedesco. Ovvero, i “dublinanti”. A inizio settembre, Piantedosi incontrerà l’omologo tedesco Alexander Dobrindt e sembra pronto a proporre una nuova stretta sulle ong per “compensare” il rapporto tra gli arrivi via mare e i cosiddetti “dublinanti”. Anche per questo lo scontro sul fermo della tedesca Sea-Watch 5 si è rivelato più acceso dei precedenti.
«Il meccanismo di compensazione in risposta alla volontà tedesca di rimpatriare in Italia i cosiddetti dublinati – sostiene la ong tedesca – è sintomo della fragilità del nuovo Patto su migrazione e asilo». Ma l’entourage del cancelliere Merz smorza i toni: «Non vedo alcun scontro tra Italia e Germania», dice il portavoce Stefan Kornelius.
Eppure, «prima dei confini ci sono le persone». Lo ha gridato ieri papa Leone XIV al Meeting di Rimini e lo ha ribadito il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza episcopale italiana: «Bisogna salvare tutti e poi trovare i modi, le idee, la regolarizzazione, la legalizzazione, per combattere l’illegalità con la legalità». Con la Sea-Watch 5 ferma al porto di Napoli, la capacità di soccorso delle ong si è ridotta ma i naufragi sono ancora in aumento: l’Organizzazione internazionale per le migrazioni ha riferito ad agosto che, nei primi quattro mesi del 2026, 821 migranti sono morti o risultano dispersi nel Mediterraneo centrale, il 111% in più rispetto allo stesso periodo del 2025.
(da Avvenire)
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Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile
UN’USCITA CHE HA FATTO SOBBALZARE MELONI E GIORGETTI, DAL MOMENTO CHE LE CASSE DELLO STATO SONO VUOTE – SORGI: “IL CAPITANO HA COMINCIATO LA SUA CAMPAGNA D’AUTUNNO, MIRATA SULLA MANOVRA. MA DOVREBBE SAPERE CHE L’ITALIA CERTE POLITICHE DI SPESA PUBBLICA, TRA L’ALTRO FINANZIATA A DEBITO, NON PUÒ PIÙ CONSENTIRSELE”
Non ha precisato quali siano le opere che necessitano di nuovi finanziamenti, né il perché.
Ha solo lamentato «aumenti dei costi delle materie prime», incassando il plauso dei vertici dell’Associazione dei costruttori e dell’Anas.
Sia come sia, Matteo Salvini dice dal palco del Meeting di Rimini che per la prossima legge di Bilancio «serve uno scostamento di bilancio di almeno venti miliardi. Io stesso, per il mio ministero avrei bisogno di almeno sei o sette miliardi».
Una richiesta gigantesca, per la quale il responsabile delle Infrastrutture rivendica di «non dover chiedere il permesso a Bruxelles», e non concordata né con Giorgia Meloni, né con il suo ministro Giancarlo Giorgetti, che si sono guardati ben dal voler commentare l’uscita del vicepremier. Difficile del resto la possano avallare: aumentare la spesa di quella dimensioni significherebbe far saltare l’impegno – Meloni lo ha fatto anche pochi giorni fa – di rientrare dalla procedura di infrazione aperta a Bruxelles per deficit eccessivo.
Qualche richiesta di precisazione all’orecchio del ministro deve comunque essere arrivata, perché nel tardo pomeriggio il ministro ha aggiustato il tiro.
«Ha ragione il ministro Salvini nel sottolineare il problema del caro materiali nei cantieri. L’impatto della crisi energetica sta determinando una crescente difficoltà finanziaria delle imprese», dice l’associazione delle imprese edili. «Condivido il suo appello. Serve un Piano Marshall per le infrastrutture stradali, con risorse certe per rafforzarne sicurezza e resilienza, anche di fronte al cambiamento climatici», aggiunge il numero uno di Anas Andrea Gemme.
Al netto delle ragioni legittime delle lobby, perché Salvini preme l’acceleratore sulla richiesta di nuovi fondi? La prima ragione è strettamente politica: il vicepremier – assediato dentro il suo stesso partito – alza il tiro nella speranza di recuperare consenso.
Ma c’è anche una ragione più di prospettiva, e sulla quale la maggioranza si gioca la tenuta del consenso alle elezioni del 2027: la fine imminente del Recovery Plan. Per capire i cosa stiamo parlando basta sfogliare i dati di OpenPnrr, il portale indipendente che monitora da anni l’enorme mole di soldi pubblici messi a disposizione del piano antipandemia.
Dei quasi duecento miliardi stanziati nel quinquennio, circa un quarto – per la precisione 53,6 miliardi – sono dedicati a opere infrastrutturali. Un investimento che non conosce precedenti almeno da quarant’anni, e che – lo dicono economisti come Carlo Altomonte – hanno colmato il divario ormai cronico di investimenti con Paesi come la Germania.
Di questi 53,6 miliardi, 26,5 sono stati investiti in opere ferroviarie, quasi 24 in patrimonio edilizio (soprattutto dei Comuni), 7,5 in trasporto pubblico locale, 5,2 per investimenti in logistica, come ad esempio il miglioramento delle infrastrutture portuali. A quanto ammonti il totale delle opere effettivamente realizzate ad oggi è ancora complicato, e nonostante manchi poco alla scadenza formale del 31 agosto.
Secondo alcune stime raccolte siamo ormai vicini ai tre quarti delle opere realizzate, e d’altra parte basta attraversare in treno i cantieri dell’Alta velocità per vedere ruspe ancora al lavoro. Il punto da sottolineare in questo caso è un altro: con la fine del Pnrr nel 2027 alla crescita italiana verrà meno la principale fonte di ossigeno di questi anni.
(da La Stampa)
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Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile
ELLY SA CHE, SE DOVESSE ARRETRARE SULLE PRIMARIE, UN ATTIMO DOPO SAREBBE FUORI DALLA CORSA PER PALAZZO CHIGI… IL PRODIANO DOC ARTURO PARISI ACCUSA: “TRA I CAPICORRENTE DEL PD C’È LA GARA A LOGORARE SCHLEIN”
«Con le primarie si rischia di perdere consensi, un clamoroso autogol». L’intervista al Corriere di Roberto Speranza apre un vaso di Pandora dentro al Pd, con forti ripercussioni nel Campo largo. L’ex ministro della Salute dell’era Covid, e con Giuseppe Conte premier, si è fatto semplicemente carico di esternare pubblicamente ciò che pensano diversi big del Partito democratico. E cioè: che le primarie rischierebbero di essere un «bagno di sangue» che ridurrebbe ulteriormente le possibilità di vittoria, nel 2027, contro il centrodestra di Giorgia Meloni.
Rubrica alla mano, dalla raffica di telefonate fatte a deputati, senatori e manovratori del Pd romano (con Goffredo Bettini meno «primarista» in assoluto) si capisce che i timori sul disputare le primarie contro il M5S di Conte siano molto più concreti di quanto si possa pensare. Anche tra coloro che sulla carta sono e sono stati sostenitori di Elly Schlein, il mantra è: «I dubbi stanno crescendo, ma non metta il mio nome altrimenti dovrò smentirla».
Mentre chiamando i parlamentari riformisti, si scopre un paradosso: la minoranza del partito è quella più favorevole alle primarie. «Se c’è lealtà tra i candidati — e non dubito che ci sia — possono anzi essere un’occasione per rinsaldare il patto di coalizione», commenta l’eurodeputato Giorgio Gori.
In questo «viaggio telefonico» attraverso le varie anime dem nessuno vuole apparire sul giornale. Impossibile trovare un «kamikaze» disposto a mettere il carico su quanto esternato da Speranza. Per di più mentre dalla sede del Partito democratico arriva un messaggio chiaro: «La linea della segretaria non cambia di una virgola. Il candidato premier del Campo largo si deciderà con le primarie o sarà quello del partito che prenderà un voto in più alle elezioni». La leader è infatti pienamente consapevole dei tentativi di accerchiamento delle vecchie volpi dem, con in testa il gruppetto dei (ribattezzati) «contiani dem», inclusi ex ministri del Conte II.
Speranza e Dario Franceschini, si osserva maliziosamente dentro al partito, «sono palesemente tra questi» e l’ex responsabile della Salute è entrato da tempo nel «Correntone» guidato dal più abile manovratore del partito, fu alla Cultura. Ma quale sarebbe il candidato premier sulla scheda? «Basterebbe fare una scelta simbolica, come un neo diciottenne o un anziano partigiano», ha spiegato Speranza. Poi si vedrà.
È in questo intreccio che si vede chiaramente l’obiettivo: trovare un terzo uomo (Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli) o la terza donna (Silvia Salis, di Genova), per provare a evitare le primarie.
Il «non detto» lo rimarca però chiaramente Arturo Parisi, prodiano doc e inventore delle primarie: «Non so se siano amici o avversari di Conte. Ma tra Franceschini e Speranza e altri capicorrente continua la gara a logorare Elly Schlein. Il loro “no” alle primarie rafforza e diffonde l’idea che lei non può che perderle».
Dopo la pausa estiva, il quadro dovrà giocoforza iniziare a chiarirsi. Schlein è consapevole che se dovesse arretrare anche solo un millimetro sulle primarie, un attimo dopo sarebbe ostaggio dei «congiurati» e fuori dalla corsa per Palazzo Chigi. Mentre Conte, da settimane, è già in piena corsa per diventare premier per la terza volta. Ma oltre a essere in balia delle correnti, il Campo largo sembra aver perso di vista un piccolo particolare: che prima ci sarebbero da vincere le elezioni. «Vaste programme», chioserebbe il generale De Gaulle.
E se nel Pd crescono gli scettici, dal partito «monocorrente» M5S il messaggio è secco: «Primarie senza “se” e senza “ma”, non ci sono alternative».
(da Corriere della Sera)
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Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile
LA SOPPRESSIONE DI UN PRESIDIO CHE DA OLTRE VENT’ANNI “SVOLGE UNA FUNZIONE FONDAMENTALE NELL’INFORMAZIONE”… LA DIRIGENZA DELLA TV PUBBLICA REPLICA CON SPREZZO DEL RIDICOLO: NESSUNA CANCELLAZIONE, PIUTTOSTO UNA “VALORIZZAZIONE” PERCHÉ LA PRESENZA DI RAI SCUOLA “SARÀ PIÙ FORTE SU RAIPLAY”
In attesa che l’azienda sciolga il nodo di Report, esplode la polemica sulla chiusura di Rai
Scuola che da ottobre sarà sostituita da “Italiana”, un format «interamente dedicato al racconto dell’identità del Paese sui territori».
Le opposizioni gridano allo scandalo per la soppressione di un presidio che da oltre vent’anni «svolge una funzione fondamentale nell’informazione», ma la dirigenza della tv pubblica rigetta l’accusa: nessuna cancellazione, piuttosto una «valorizzazione» perché la presenza di Rai Scuola «sarà più forte su RaiPlay».
Il Pd annuncia un’interrogazione parlamentare per chiedere al governo di rinunciare al progetto e il M5s denuncia il tentativo del centrodestra di «occupare» il servizio pubblico.
La Rai, dal canto suo, mette sul tavolo i dati di ascolto: circa lo 0,10% nei primi mesi dell’anno, cifre che «evidenziano i limiti della televisione lineare come strumento per raggiungere in modo ampio e sistematico il pubblico scolastico».
Insomma, spiega l’azienda, «il nuovo progetto RaiPlay Scuola e Learning, approvato all’unanimità dall’intero Cda Rai, supera il modello lineare e sviluppa una piattaforma digitale integrata» che riunirà produzioni di Rai Cultura, patrimonio delle Teche Rai e contenuti educativi già disponibili, «in un ecosistema on demand tra aula e casa».
(da “La Stampa”)
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Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile
MA BASTA CON APPELLI, ABBIATE IL CORAGGIO DI APPLICARE LA COSTITUZIONE E LE LEGGI ESISTENTI: 24 ORE E IL PROBLEMA E’ RISOLTO
Un appello a Sergio Mattarella contro il programma politico di Roberto Vannacci. A promuoverlo sono Massimo Arcangeli, linguista e fondatore del movimento «Tutti per una, l’Italia antifascista per tutti», e Christian Raimo, insieme a giuristi, avvocati, docenti, scrittori e rappresentanti di associazioni. I firmatari chiedono al presidente della Repubblica di intervenire sui contenuti del programma di Futuro Nazionale, che a loro giudizio configurerebbero, insieme alle attività del movimento, una violazione della XII disposizione transitoria e finale della Costituzione, quella che vieta la riorganizzazione del disciolto partito fascista.
La limitazione delle libertà
La petizione mette nel mirino diversi punti della piattaforma di Vannacci. Dall’immigrazione alla cittadinanza, dall’abrogazione della legge Mancino alla cancellazione del reato di femminicidio, fino alle proposte contro aborto, unioni civili e diritti delle persone lgbtqia+. Per i promotori dell’iniziativa, si tratta di un progetto che limita le libertà individuali e assegna allo Stato un ruolo sempre più invasivo nella vita dei cittadini.
La demografia come «dovere di Stato»
È soprattutto nella parte dedicata alla famiglia, alla natalità e all’educazione che i firmatari individuano quelli che definiscono i riferimenti più evidenti alla tradizione fascista. Nel programma si parla di demografia come «dovere di Stato» e di educazione militare nelle scuole. La lettera richiama poi le proposte sulla televisione e sulle tematiche lgbtqia+, arrivando a evocare il modello del MinCulPop per il controllo dell’informazione.
L’appello a Mattarella
Nel testo rivolto a Mattarella, i promotori chiedono una presa di posizione netta. Il programma, scrivono, contiene proposte che puntano a «cancellare importanti conquiste sociali e civili», a colpire le minoranze e a comprimere le libertà individuali, fino a trasformare «in sudditi i cittadini e le cittadine italiane» attraverso la costruzione di uno Stato «etico» e di «un paese militarizzato». Nel mirino finiscono anche le posizioni su immigrazione e cittadinanza, l’abrogazione della legge Mancino e del reato di femminicidio e il riferimento al «patriarcato mediterraneo». Nella parte finale dell’appello, i firmatari parlano di una «restaurazione autoritaria e di smantellamento dello Stato di diritto» e individuano nelle proposte di Vannacci «i pilastri della dottrina fascista del Ventennio». Oltre alla demografia come «dovere di Stato», anche «l’inquadramento paramilitare della gioventù», fino alla «cancellazione del diritto delle donne all’autodeterminazione e all’accesso all’interruzione volontaria di gravidanza», all’abrogazione delle unioni civili e alla «censura televisiva delle tematiche lgbtqia+»
La deriva che non piace agli stessi Vannacciani
Ma sul nuovo programma di Vannacci non sono arrivate critiche soltanto dall’esterno. Anche all’interno dell’area che ruota attorno a Futuro Nazionale c’è chi contesta la direzione presa dal movimento. Luca Sforzini, presidente del Centro Studi Rinascimento Nazionale (think tank storico del movimento), ha attaccato i «cattivi consiglieri» del generale e quella che considera una deriva troppo conservatrice sui temi etici. Il riferimento è anche a Lorenzo Gasperini, tra gli autori della parte del programma dedicata proprio a questi argomenti.
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Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile
LA CAVALIERA HA IMPOSTO COME CANDIDATO IL TESORIERE FABIO ROSCIOLI, STORICO AVVOCATO DI FININVEST E UOMO DI FIDUCIA DI MARINA. ROSCIOLI È ANCHE LA PERSONA INCARICATA DI STILARE LE LISTE PER IL 2027, PER CONTO DELLA FIGLIA DI SILVIO … A SFIDARLO CI SARA’ L’EX FORZISTA DOMENICO GIANNETTA, PASSATO PER PROTESTA CON VANNACCI… L’OPERAZIONE DI PORTARE ROSCIOLI A MONTECITORIO ATTRAVERSO IL SEGGIO CALABRESE, IN QUESTO ULTIMO SCORCIO DI LEGISLATURA, SAREBBE STATA UN’INIZIATIVA DEL GOVERNATORE OCCHIUTO, VICINO A MARINA, SUBITA DA TAJANI
Sottovoce si inizia a temere l’effetto boomerang: dentro Forza Italia, la sotterranea contesa
tra uomini vicini al segretario, Antonio Tajani, e dirigenti che si richiamano alla famiglia Berlusconi, potrebbe produrre la clamorosa perdita del seggio di Reggio Calabria. In un territorio in cui gli azzurri sono solidissimi.
Per il posto da deputato, lasciato libero da Francesco Cannizzaro, eletto sindaco della città con un plebiscito, si sfideranno infatti un forzista, uomo di fiducia dei figli del fondatore, il tesoriere del partito Fabio Roscioli, e un ex forzista passato, per protesta, con Futuro nazionale di Roberto Vannacci, Domenico Giannetta. Potrebbe beneficiarne il candidato del campo largo, fino all’altro ieri considerato non in grado di impensierire l’armata azzurra nella regione: Frank Benedetto.
«Macché, macché — getta acqua sul fuoco il vulcanico Cannizzaro — ci mettiamo sotto a lavorare e Roscioli sarà il deputato che a Roma intesserà rapporti con ministri e parlamentari nell’interesse di Reggio Calabria».
Qualcosa però effettivamente ha preso una piega inaspettata, in vista delle suppletive che si celebreranno tra circa un mese (il 27 e 28 settembre) nel territorio governato da un dirigente di peso del partito come Roberto Occhiuto. Il presidente della Regione, infatti, sarebbe stato colto di sorpresa e sarebbe ancora furioso per il voltafaccia di Giannetta, fino a due giorni fa capogruppo di Forza Italia in Consiglio regionale e ieri cacciato: «È fuori dalla maggioranza, non abbiamo nulla a che spartire con FnV — scrive il governatore, a caldo
E Vannacci non faccia troppo il gradasso. Vedremo la sera del 28 settembre quale sarà il partito vincitore e quale quello rancido». Vannacci, infatti, sicuramente coglie l’occasione delle suppletive per farsi misurare (e temere) dal centrodestra. Ma ha anche nel mirino da tempo Occhiuto, sempre pubblicamente durissimo contro di lui.
Ma come è potuto accadere che Roscioli, avvocato di fiducia della Fininvest, scelto dal fondatore come tesoriere del partito, braccio destro di Marina Berlusconi, e come tale destinato a lavorare sulle liste per conto della famiglia, si trovi a dover concorrere per il Parlamento sotto fuoco amico?
L’operazione di portare Roscioli a Montecitorio attraverso il seggio calabrese, in questo ultimo scorcio di legislatura, sarebbe stata una iniziativa di Occhiuto, subita da Tajani.
Da leggere nell’ambito del mai risolto braccio di ferro su chi governerà FI in futuro. Tanto che il tesoriere avrebbe riservatamente manifestato dispiacere — forse anche irritazione — per il sostegno tiepido del leader del partito. Certo però nessuno crede all’ipotesi che lo scippo di Giannetta possa essere stato guidato, o non osteggiato, dall’interno di FI per creare problemi a Roscioli e Occhiuto, nemmeno i nemici del segretario:
«Se perdiamo il seggio, perde FI, non questo o quel dirigente», la tesi. Quindi? La scelta di Giannetta sarebbe stata «personale», quasi un dispetto: «A Mimmo — dicono i dirigenti calabresi — era stata promessa la candidatura in Parlamento al posto di Cannizzaro. Quando è sfumata, ha tradito».
Risultato? La candidatura dell’ex, vissuta come «un dito nell’occhio» dal governatore.
(da Corriere della Sera)
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Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile
LO STRUMENTO, CHE NELLA FRANCIA DELLA RIVOLUZIONE FU UTILIZZATO PER TAGLIARE LA TESTA A RE E REGINE, ERA APPERENTEMENTE INTEGRO: ERA LEGATO AL CASSONE DEL SUO PICK UP E ALTO “DIVERSI PIEDI”
La Polizia del Campidoglio degli Stati Uniti ha arrestato ieri un uomo dopo aver trovato una ghigliottina nel cassone di un pick-up parcheggiato illegalmente nei pressi del National Mall, a Washington.
Gli agenti hanno individuato il veicolo lungo East Capitol Street, nelle vicinanze del Campidoglio, della Corte Suprema e della Biblioteca del Congresso. Nel cassone hanno trovato una ghigliottina alta “diversi piedi”, che e’ stata sequestrata.
Il proprietario, Philan-Tam-Duy Le, 35 anni, residente in California, e’ stato arrestato con l’accusa di porto di arma pericolosa. Gli investigatori stanno esaminando il suo passato “per saperne di piu’ sul motivo per cui e’ venuto a Washington”. Non sono stati forniti ulteriori dettagli sulle sue intenzioni.
(da agenzie)
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Agosto 26th, 2026 Riccardo Fucile
LA DEPORTAZIONE NON RISPONDEVA A NESSUNA NECESSITÀ MILITARE, PERCHÉ VIVEVANO TUTTI IN CENTRI D’ACCOGLIENZA CHE NON ERANO SOTTO ATTACCO. L’INTERA OPERAZIONE MIRA A PRELEVARE BIMBI INDIFESI PER INTEGRARLI IN RUSSIA… IL MANDATO DI ARRESTO DELLA CORTE PENALE INTERNAZIONALE CHE PENDE SU PUTIN PER IL RAPIMENTO DI MIGLIAIA DI BAMBINI (FINO A 25 MILA) DALL’UCRAINA
La sequenza riesce a sconcertare e inorridire anche quattro anni dopo. Non importa che fosse
tutto noto nelle grandi linee, né che lo stesso Vladimir Putin sia già oggetto di un mandato di arresto della Corte penale internazionale per il rapimento di migliaia di bambini – fino a 25 mila – dall’Ucraina. Perché questa è la prima volta che le immagini delle deportazioni escono dalla Russia e formano la base per un atto di accusa formale del Procuratore generale di Kiev nei confronti di un gruppo di quattro rapitori.
Il reato contestato è estremamente specifico, il tassello di un disegno più vasto: la sottrazione di 53 bambini ucraini dagli ospedali, dalle case di cura e dagli orfanatrofi del Donetsk occupato, allo scopo di trasferirli per adozione in Russia. Le vittime sono tutte particolarmente in tenera età – di cinque anni i più grandi, di nove mesi il più piccolo – in modo che portarli via sia più facile. L’intelligence ucraina è entrata in possesso di un video di dodici minuti, che riproduciamo qui e non lascia dubbi: il rapimento e le deportazioni sono operazioni di Stato russe, pianificate nei dettagli ed eseguite metodicamente, che coinvolgono tanto l’esercito che i più alti livelli politici a Mosca.
Ma andiamo con ordine. La sequenza è stata filmata il 7 ottobre 2022, circa sette mesi dopo l’aggressione totale della Russia all’Ucraina. Le immagini mostrano il trasporto su un aereo militare russo dei 53 bambini prelevati dagli orfanatrofi, dagli ospedali e dai centri sanitari nel Donetsk. Con oltre una ventina di adulti, i piccoli sono stati condotti con degli autobus in territorio russo e lì fatti salire su un aereo dell’esercito che si solito viene usato per i viaggi dei vertici militari: un modello TU-154M, con la scritta «esercito russo» sulla fiancata e il numero di registrazione B5843. «Questo metodo di trasporto – nota la procura ucraina – indica un elevato livello di supporto organizzativo per l’operazione e il coinvolgimento di risorse a livello federale». E ancora: «Ciò mostra il coinvolgimento del vertice della leadership politica della Federazione russa nella deportazione».
Non c’è alcun dubbio sul fatto che i bambini siano stati sottratti in Donetsk perché è la stessa voce di sottofondo che commenta – in russo – i dodici minuti di video a spiegarlo esplicitamente. I piccoli ucraini appaiono con targhette al polso o appuntate sui vestiti per tenere nota dei loro nomi. All’atterraggio in uno scalo militare della regione di Mosca, l’aeroporto «Chkalovsky», ad accogliere la comitiva sono Maria Lvova-Belova e Andrei Vorobyov.
Si tratta di figure politiche di primo piano: la prima è commissaria presidenziale «per i diritti dei bambini» della Federazione russa, nominata da Putin in questo ruolo e come lui destinataria di un mandato di cattura internazionale proprio per i rapimenti dei bambini ucraini (Lvova-Belova stessa ha tra l’altro adottato un bambino rapito da Mariupol nel 2022); il secondo personaggio, Vorobyov, è il governatore della regione di Mosca.
È dunque del tutto chiaro che le deportazioni sono un’operazione politica decisa ed eseguita centralmente. I bambini saranno poi trasferiti in case d’accoglienza (non in ospedali, anche se molti di loro vi erano ricoverati in Ucraina proprio perché bisognosi di cure) e i loro nomi dei bambini compariranno poi nelle settimane seguenti sulle piattaforme che aiutano le famiglie russe in cerca di adozioni. L’intento è dunque evidente.
La Procura di Kiev osserva che la deportazione dei bambini non rispondeva a nessuna necessità militare, perché vivevano tutti i centri d’accoglienza che non erano sotto attacco, e che l’intera operazione mira a prelevare piccoli particolarmente indifesi per integrarli in Russia. È quanto è avvenuto su una scala enormemente più vasta di queste 53 vittime, ma adesso emergono prove visibili a tutti.
In questo caso specifico, i magistrati di Kiev mettono i stato d’accusa quattro persone in più: Dmitri Gartsev, cittadino russo e «ministro della Salute» dell’allora autoproclamata repubblica del Donetsk e tre ucraini che hanno collaborato alle deportazioni: Svitlana Mayboroda (direttrice dei servizi per l’infanzia della «repubblica» del Donetsk), Vyacheslav Vysiagin (direttore dei centri di accoglienza della stessa «repubblica») e Viktor Goncharov (direttore di una casa d’accoglienza per bambini a Makiivka, nel Donetsk).
(da Corriere della Sera)
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