Aprile 3rd, 2026 Riccardo Fucile
LA RISPOSTA AL DEFERIMENTO UE NON E’ SOLO GIURIDICA, E’ ANCHE POLITICA
Con l’apertura all’Aia della discussione sul deferimento dell’Italia all’Assemblea degli Stati parte della Corte penale internazionale, il caso Almasri entra adesso in una fase nuova, quella delle conseguenze per il nostro Paese. Non è più soltanto la ricostruzione di ciò che è accaduto nei giorni dell’arresto e del rimpatrio del generale libico Osama Njeem Almasri, accusato di crimini di guerra e contro l’umanità, tra cui torture e omicidi nel carcere di Mitiga, ma la valutazione, davanti agli Stati parte della Cpi, di una condotta già giudicata inadempiente. È qui che il piano giuridico incrocia quello politico e diplomatico, e dove si misura il peso reale di quella decisione.
Non è una sanzione, ma sarebbe un errore considerarlo poco più di un richiamo formale. Il deferimento segna un passaggio che pesa molto nella relazione tra Roma e l’Aia. Non tanto per ciò che produce nell’immediato, quanto per ciò che certifica: una violazione già accertata e, soprattutto, una difficoltà strutturale nel dare attuazione agli obblighi internazionali.
La sequenza di ciò che è accaduto è ormai chiara. La Camera preliminare lo scrive con nettezza: così facendo, l’Italia ha impedito alla Corte di esercitare una delle sue funzioni fondamentali. Su questo punto non ci sono più margini di discussione. Il
nodo ora è un altro: capire che cosa comporta il passaggio all’Assemblea degli Stati parte. E qui il rischio è sottovalutare la portata della decisione perché non produce effetti sanzionatori immediati. Ma il danno c’è. Ed è triplice.
Il primo è un danno di credibilità internazionale. L’Italia non è uno Stato qualsiasi rispetto alla Cpi perché è uno dei suoi principali promotori. Essere formalmente indicati come inadempienti significa incrinare un’immagine costruita nel tempo: quella di un Paese che sostiene la giustizia penale internazionale e ne rispetta le regole. La Corte, nelle sue decisioni, è stata chiara: le giustificazioni italiane non sono state ritenute idonee, né sul piano giuridico né su quello procedurale. Questo giudizio, ormai pubblico, resta.
Il secondo è un danno politico-diplomatico. Il deferimento apre una fase di interlocuzione obbligata con gli altri Stati parte. Non è un passaggio neutro. Il rappresentante italiano convocato davanti al Bureau dell’Assemblea è chiamato a spiegare che cosa è accaduto e soprattutto come l’Italia intenda comportarsi in futuro. In altre parole viene richiesto un impegno. Ed è proprio qui che si gioca la partita più delicata: continuare a negare qualsiasi violazione oppure riconoscere che qualcosa non ha funzionato nel rapporto tra norme interne e obblighi internazionali.
Il terzo è un danno istituzionale e sistemico. Il caso Almasri ha messo in evidenza una frizione tra diversi livelli dello Stato: governo, ministeri, autorità giudiziaria. La stessa magistratura italiana ha segnalato criticità, parlando di difficoltà operative legate alla mancata trasmissione degli atti e al ruolo del filtro politico. La Corte, dal canto suo, ha chiarito un principio essenziale: eventuali ostacoli derivanti dal diritto interno non possono giustificare la mancata cooperazione. È un punto decisivo, perché riguarda non solo questo caso, ma il funzionamento complessivo del sistema.
Ed è proprio qui che il deferimento assume un significato più profondo. Non è soltanto la presa d’atto di un errore, ma una richiesta implicita di chiarimento sul futuro. Il Bureau elaborerà una relazione e potrà formulare raccomandazioni. Non si tratta di sanzioni in senso stretto, ma di indicazioni politiche che incidono sulla posizione internazionale dell’Italia.
Resta una domanda: che cosa farà ora l’Italia? Continuerà a sostenere che non vi è stata alcuna violazione, nonostante il giudizio della Corte, o avvierà una riflessione più ampia sul proprio sistema di cooperazione? La risposta non è solo giuridica. È, prima di tutto, politica. Perché la credibilità di uno Stato, soprattutto quando si tratta di giustizia internazionale, non si misura nell’assenza di errori. Si misura nella capacità di riconoscerli e di correggerli. In questo senso il caso Almasri non è chiuso. È appena entrato in una fase in cui le conseguenze, più che nelle carte, si giocheranno nelle scelte.
(da Repubblica)
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Aprile 3rd, 2026 Riccardo Fucile
SULLE CARTE DI CREDITO L’INDEBITAMENTO È SALITO FINO A 1.300 MILIARDI DI DOLLARI, CIRCA 6.500 DOLLARI A TESTA: METÀ DELLA POPOLAZIONE NON RIESCE A SALDARE IL CONTO MESILE … EPPURE IL COATTO DELLA CASA BIANCA CONFERMA LE TARIFFE SU ACCIAIO, ALLUMINIO E FARMACEUTICA
Un anno fa Donald Trump mostrava la tabella con le tariffe reciproche per ogni Paese,
elenco di numeri dal quale l’Amministrazione contava di fare bingo, riportare in patria produzioni industriali dimenticate, attrarre investimenti e dare imperitura fortuna all’America First.
Un anno dopo non solo è cambiata la location di quella promessa strombazzata nel “Liberation Day” – il Giardino delle Rose da splendido prato è diventato un patio pavimentato -, ma sono cambiati anche gli Usa e l’uso come clava politica delle tariffe è stato ridimensionato dalla sentenza della Corte Suprema dello scorso febbraio.
Ma i portafogli degli americani sono più gonfi di speranze che di contanti: il debito sulle carte di credito è schizzato a 1.300 miliardi di dollari, circa 6.500 dollari a testa, e circa metà della popolazione non salda il conto mensilmente a causa dell’aumento di affitti, delle assicurazioni sanitarie, del cibo e della stagnazione degli stipendi.
Il costo del carburante è ben oltre i 4 dollari al gallone, causa conflitto in Iran. Le ricadute delle tariffe si aggiungono a questi ed altri fattori.
Fuori da un supermercato Safeway nei sobborghi di D.C., una famiglia entra a fare la spesa. Spenderanno di più rispetto a un anno fa, quasi il 3% – oltre il livello quindi dell’inflazione -, secondo il Dipartimento dell’Agricoltura.
Solo per comprare lo zucchero e i dolciumi pagheranno il 5,7% in più; il prossimo anno le stime parlano di aumenti del 6,7%. Una bottiglia di vino mediamente si è apprezzata fra uno e 2,40 dollari. Nei supermercati ci sono meno offerte, meno promozioni e anche la disponibilità di prodotti è diminuita, ha notato Business Week in un’inchiesta recente.
L’indice dei prezzi al dettaglio elaborato dal Cato Institute registra – sia per produzione domestica sia per i beni importati – a partire dal 2 aprile 2025 una variazione verso l’alto della curva altrimenti in progressivo e graduale calo.
Uno studio della Harvard Business School del 30 gennaio su migliaia di prodotti ha concluso che i prezzi dei beni importati sono aumentati approssimativamente il doppio rispetto a quelli dei beni nazionali.
La traslazione dei dazi a livello di vendita al dettaglio ha raggiunto il 24 per cento, contribuendo per circa 0,76 punti percentuali all’Indice dei prezzi al consumo complessivo entro l’ottobre 2025. I costi tariffari sono stati gradualmente, ma costantemente, trasferiti ai consumatori statunitensi, generando ulteriori effetti di ricaduta anche sui beni di produzione nazionale.
La Fed di New York in un report recente e criticato dalla Casa Bianca ha addirittura posto la quota del costo dei dazi per i consumatori al 94%, prevedendo una riduzione dell’impatto all’86% in futuro. Il capo della Federal Reserve nell’ultima conferenza stampa, dieci giorni fa, ha imputato alle tariffe la responsabilità di contribuire per lo 0,5%-0,75% al tasso di inflazione.
Ecco perché, la lettura di Jerome Powell, siamo “oltre il 2%” obiettivo fissato da tempo cui portare l’inflazione. Basta mettere piede in un supermercato o in un centro commerciale e le evidenze non mancano., gli aumenti per i capi di abbigliamento sono attorno all’8%. Mediamente, perché una t-shirt identica acquistata ieri è sui 40 dollari, un anno fa 32. Il Dipartimento dell’Agricoltura ha pubblicato un report e stimato il peso della scure daziaria sulle famiglie nel 2025: 1.500 dollari in più rispetto al 2024.
Chi ha comprato ieri un iPhone o un MacBook Pro lo ha pagato dal 12 al 18% in più rispetto al primo trimestre del 2025. I rincari sono compositi, una quota fra il 6 e il 10% del totale è dovuta ai dazi sull’import. La Casa Bianca non solo difende la politica dei dazi, ma la conferma
La sentenza con cui a febbraio la Corte suprema ha definito incostituzionale le modalità di imposizione dei dazi tramite le misure emergenziali dell’Ieepa, ha demolito lo strumento, ma non la filosofia trumpiana.
Ieri il presidente Usa ha firmato un ordine esecutivo che conferma i dazi sui prodotti farmaceutici e su alluminio, rame e acciaio (per l’Europa la tariffa è al 15%) e meccanismi punitivi o di premi per chi sposta la produzione di pillole e medicinali negli stabilimenti Usa.
Il dazio sui metalli resta al 50% e sarà calcolato sul «prezzo reale pagato negli Usa», non quello dichiarato all’estero per evitare, spiega una fonte, «trucchi sui prezzi».
(da La Stampa)
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Aprile 3rd, 2026 Riccardo Fucile
“C’È UN VECCHIO PROVERBIO ITALIANO, ‘DAGLI AMICI MI GUARDI IDDIO CHE DAI NEMICI MI GUARDO IO’. IL COSTO DI ESSERE AMICI DI TRUMP, OGGI IN EUROPA, SUPERA SEMPRE PIÙ I BENEFICI”
Per più di tre anni, la leadership di Giorgia Meloni alla guida dell’Italia è sembrata incrollabile. Ma mentre la popolarità di Trump in Europa crolla a nuovi minimi e il continente comincia a mostrarsi più fermo nei suoi confronti, Meloni sta scoprendo che essere una delle favorite del presidente americano può rappresentare anche un handicap.
Meloni è stata eletta nel 2022, sei mesi dopo l’invasione su vasta scala dell’Ucraina da parte della Russia, su una piattaforma di destra radicale e in una coalizione che includeva parlamentari con posizioni chiaramente filorusse.
Tuttavia, ha rapidamente dissipato ogni timore tra i politici europei più mainstream di trovarsi di fronte a un’altra Viktor Orbán, il primo ministro ungherese vicino a Mosca.
L’Italia ha inviato aiuti militari all’Ucraina ed è membro della cosiddetta “coalizione dei volenterosi”, un gruppo di circa 30 Paesi che hanno segnalato il proprio impegno a fornire garanzie di sicurezza all’Ucraina dopo un cessate il fuoco.
Con Trump, è riuscita a evitare il ciclo umiliante di deferenza e rifiuto in cui sono caduti alcuni leader europei […]. Meloni sembrava invece essere riuscita a ottenere il vero favore di Trump — in parte grazie al suo stile, accomodante ma mai servile; in parte per affinità ideologica. In ogni caso, è stata l’unica leader europea in carica a partecipare alla sua cerimonia di insediamento, e in una recente intervista al Corriere della Sera Trump l’ha definita “una grande leader e una mia amica”.
Ma Trump è diventato sempre più tossico in Europa] L’indice di approvazione di Trump in Italia è quasi la metà rispetto a circa un anno fa, attestandosi al 19 per cento. L’opinione pubblica italiana è fortemente contraria alla guerra in Iran; consumatori e imprese sono colpiti dall’aumento dei prezzi di petrolio e gas; e l’agricoltura è sotto pressione per la carenza di fertilizzanti. Se non è possibile trarre alcun vantaggio visibile dall’essere la principale alleata europea di Trump, qual è allora il senso?
Questo era il clima il mese scorso, quando gli italiani hanno votato in quello che, ufficialmente, era un referendum sulla riforma della giustizia, ma che si è trasformato in un voto di fiducia sul governo Meloni, sostenitore della riforma. L’affluenza è stata più alta del previsto e il “No” ha vinto con un margine solido, quasi il 54 per cento. Improvvisamente, Meloni è apparsa vulnerabile e l’opposizione ha colto l’occasione.
Negli ultimi due anni, il governo Meloni ha attraversato apparentemente indenne uno scandalo sessuale che ha coinvolto il ministro della Cultura, un’indagine per frode sul ministro del Turismo, un’inchiesta sul rimpatrio di un signore della guerra libico oggetto di un mandato di arresto internazionale e la condanna di un sottosegretario per rivelazione di informazioni riservate. Nel 2024 il tasso di approvazione di Meloni era del 41 per cento; a novembre 2025 era salito al 45.
La luna di miele, sorprendentemente lunga, è finita. Dopo i risultati del referendum, ha imposto le dimissioni del ministro del Turismo sotto indagine e del sottosegretario condannato, sebbene nessuno dei due scandali fosse legato alla riforma della giustizia. La scorsa settimana, secondo quanto riportato, l’Italia ha negato aerei militari statunitensi il permesso di atterrare in una base in Sicilia prima di dirigersi verso il Medio Oriente, perché gli Stati Uniti non avevano richiesto l’autorizzazione, anche se il governo ha negato che il rifiuto fosse dovuto a tensioni con Washington.
C’è un vecchio proverbio italiano che si può tradurre più o meno così: “Dai nemici mi guardo io, dagli amici mi guardi Dio”. Il costo di essere amici di Trump, oggi in Europa, supera sempre più i benefici.
(da “New York Times”)
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Aprile 3rd, 2026 Riccardo Fucile
“LE COSE POTREBBERO PEGGIORARE NELLE PROSSIME SETTIMANE. C’È UN PROBLEMA DI SICUREZZA DELL’APPROVVIGIONAMENTO, MA L’UE SI PREPARA A SCENARI PEGGIORI. STIAMO VALUTANDO TUTTE LE POSSIBILITÀ, COMPRESO IL RAZIONAMENTO”
L’Unione europea deve prepararsi a una crisi energetica “di lunga durata” causata dalla
guerra in Medio Oriente e sta valutando “tutte le possibilità” per affrontarla, compreso il razionamento del carburante e il rilascio di ulteriori riserve di petrolio.
Lo ha detto il commissario Ue all’Energia, Dan Jorgensen, in un’intervista al Financial Times, avvertendo che per alcuni prodotti “critici”, come carburante per aerei o diesel, “le cose potrebbero peggiorare nelle prossime settimane”.
Il commissario ha ribadito che non esiste al momento un problema di “sicurezza dell’approvvigionamento” per l’Europa ma che l’Ue si “prepara a scenari peggiori”.
Non esclude poi che si possa arrivare a modificare la normativa europea per consentire maggiori importazioni di carburante dagli Stati Uniti. “Non siamo ancora arrivati al punto”, ha detto Jorgensen, ma tutte le opzioni sono al vaglio. Ue e Usa hanno regole diverse per il carburante per aerei (nell’Ue ha un punto di congelamento di -47 °C mentre negli Stati Uniti è di -40 °C), dunque per importarlo dagli Stati Uniti bisognerebbe cambiarle. Jorgensen ha anche affermato che “non esclude” un altro rilascio delle riserve energetiche strategiche di petrolio “se la situazione dovesse diventare più grave”.
Un mondo razionato
Il razionamento cessa di essere un’ipotesi remota per diventare una realtà tangibile, destinata a colpire trasporti, industria e abitudini quotidiane dei cittadini.
Le petroliere in arrivo dal Golfo Persico hanno scaricato gli ultimi carichi disponibili nei porti europei oltre due settimane fa.
Mentre in Asia le economie emergenti introducono blackout programmati e tagliano i consumi per via della loro alta intensità energetica, le nazioni occidentali tentano di accaparrarsi le risorse sui mercati internazionali forti della loro capacità di spesa. Terminata questa transizione, i governi europei dovranno gestire un deficit strutturale capace di paralizzare l’economia continentale.
I dati ufficiali della piattaforma Agsi di Gas Infrastructure Europe, aggiornati al 1° aprile 2026, certificano un sistema di stoccaggio vulnerabile, anche a causa di una rigida stagione invernale.
La media dell’Unione europea scivola al 27,67%, con un volume totale di 314,31 TWh. L’analisi per singolo Stato rivela asimmetrie marcate. L’Italia, forte di una strategia di diversificazione, mantiene una posizione solida con scorte al 43,40% (88,25 TWh). La Germania, motore industriale comunitario, naviga in acque agitate con un riempimento fermo al 22,23% (54,37 TWh), affiancata dalla Francia al 21,81% (27,42 Twh).
Il dato critico riguarda i Paesi Bassi, dove – complice un inverno severo – le riserve precipitano al 4,66% (6,72 TWh), un vuoto che espone l’hub di Amsterdam a fluttuazioni fuori controllo.
La Penisola Iberica resta un’eccezione, con la Spagna al 57,21% e il Portogallo all’87,89 per cento. Quello che è certo è che le riserve non bastano a compensare la mancata consegna di gas naturale liquefatto – specie dal Qatar – causata dalla guerra.
Il settore dei trasporti è quello che subisce il primo, violento contraccolpo. Il carburante rappresenta la spesa maggiore per le compagnie aeree e l’interruzione dei flussi ha scatenato rincari insostenibili. Dall’inizio delle ostilità in Iran, il prezzo del jet fuel in Europa è raddoppiato, superando la quota di 1.700 dollari per tonnellata metrica.
Willie Walsh, direttore generale della Iata, chiarisce che l’industria non ha modo di assorbire l’incremento, rendendo «inevitabile» l’aumento del costo dei biglietti.
Il gruppo Lufthansa discute la messa a terra di un numero compreso tra 20 e 40 aerei, mossa che ridurrebbe la capacità della compagnia del 2,5 o 5 per cento. Il rincaro dei prodotti raffinati, per i quali l’Europa dipende dal Golfo per oltre il 40% del totale, colpisce in parallelo la logistica su gomma e i consumatori alla pompa di benzina
L’esplosione dei costi della materia prima si riflette sui prezzi dei beni finali. La produzione di acciaio, materie plastiche e fertilizzanti risulta compromessa; per quest’ultimo settore, l’energia copre tra il 60 e l’80% dei costi operativi, preannunciando ampie ripercussioni sulla filiera agroalimentare.
L’Unione europea affronta una sfida macroeconomica complessa. Il cancelliere tedesco Friedrich Merz paragona il fardello sull’economia a quello sopportato con il Covid o con l’inizio del conflitto ucraino. Un concetto simile a quello delineato dal governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, che ancora ieri ha ricordato quanto possa essere profonda la situazione.
Il rischio concreto, evidenziato dal commissario Ue all’Economia Valdis Dombrovskis, è una scivolata verso la stagflazione, mix tossico di crescita stagnante e prezzi elevati tipico del passato.
Le previsioni della Commissione tagliano la crescita continentale all’1% per l’anno in corso, preannunciando un possibile rialzo dei tassi da parte della Bce. Fatih Birol, direttore dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, avverte che, pur ipotizzando una fine immediata delle ostilità, l’economia globale impiegherebbe un intero anno per recuperare. Il Vecchio Continente ha settimane, non mesi, per prepararsi a un impatto destinato a ridisegnare la propria architettura economica.
(da agenzie)
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Aprile 3rd, 2026 Riccardo Fucile
A ESSERE PIÙ PENALIZZATE SONO LE COPPIE CON I FIGLI MENTRE AUMENTA ANCHE IL NUMERO DI CHI È POVERO PUR LAVORANDO
Quasi una persona su quattro in Italia (il 22,6% per 13,3 milioni) è a rischio di povertà, esclusione sociale o bassa intensità di lavoro, con un calo di mezzo punto rispetto al 2024.
Le politiche del governo redistribuiscono gli svantaggi tra le famiglie: a fronte di un miglioramento delle condizioni delle coppie con tre o più figli (che hanno beneficiato di diverse misure adottate dal governo Meloni) l’Istat registra un peggioramento per le coppie con due figli, mentre il rischio di povertà continua a rimanere contenuto per le coppie con un figlio.
Se il rischio di povertà rimane stabile, inoltre, passa dal 4,6% del 2024 al 5,2% (3,3 milioni di persone) la quota di popolazione in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale. Tra gli indicatori c’è l’impossibilità di riscaldare adeguatamente l’abitazione, o di consumare almeno ogni due giorni un pasto proteico, o di affrontare una spesa imprevista.
Si rischia la povertà anche pur lavorando, si guadagna troppo poco, e non solo perché gli stipendi sono bassi, ma anche perché l’attività è distribuita su una parte limitata dell’anno. È in condizioni di povertà lavorativa l’88,4% di chi lavora per meno di 4 mesi l’anno, scende al 57,1% per chi lavora tra i 4 e i 9 mesi l’anno e al 13,2% per chi lavora più di 9 mesi. In media, i lavoratori a basso reddito sono un quinto del totale, in aumento rispetto ai livelli pre-crisi: nel 2007 si fermavano al 17,7%.
Rispetto al 2007 le famiglie italiane non sono riuscite neanche a recuperare in termini di redditi, nonostante la crescita del 2024. In termini reali infatti i redditi familiari sono ancora inferiori, in media, del 4,9% rispetto al periodo precedente la crisi finanziaria globale.
Con una buona dose di disuguaglianze: la contrazione risulta più marcata nel Centro (-9,3% rispetto al 2007) e nel Mezzogiorno (-6,9%) e relativamente più contenuta nel Nord-est (-2,5%) e nel Nord-ovest (-1,8%). Inoltre, la flessione dei redditi è stata particolarmente intensa per le famiglie la cui fonte di reddito principale è il lavoro autonomo (-13,4%) o dipendente (-6,3%), mentre per le famiglie il cui reddito è costituito principalmente da pensioni e trasferimenti pubblici si registra un incremento pari al 6,6%.
Lancia l’allarme la Cgil: i dati dell’Istat mostrano una «emergenza da affrontare urgentemente: 13,3 milioni di persone sono a rischio di povertà ed esclusione sociale».
(da agenzie)
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Aprile 3rd, 2026 Riccardo Fucile
DOPO LA TRAGICA TRAVERSATA COSTATA LA VITA A 19 PERSONE, LA PICCOLA ERA STATA RICOVERATA TRA LE PRIME
“Era pomeriggio inoltrato, erano passate ore dallo sbarco dei naufraghi. Una mia collega è
entrata in hotspot accompagnando una bambina avvolta in una coperta. Camminava piano, ma con i suoi piedi. Gli occhi grandi, stanchi, ma vivi. Il papà non ha capito subito. Si è alzato lentamente, incerto se avvicinarsi o no, come se avesse paura. Poi, la bambina lo ha visto per prima e ha detto: ‘Papà!”. E una montagna d’uomo, uno dei 58 sopravvissuti all’ultima drammatica traversata costata la vita a 19 persone, è crollato, come se l’inferno stesso gli avesse restituito il tesoro più caro.
Zombie, fantasmi, sopravvissuti. A Lampedusa, gli operatori della Croce Rossa italiana ormai sanno riconoscere chi arriva ed è reduce da un naufragio. Lo sguardo perso, la stanchezza infinita, l’incredulità stoica – e quasi sembra un ossimoro – dell’essere ancora vivi. Ancor di più si nota sul molo Favaloro, dove chi capisce di avercela fatta si inginocchia e prega il suo dio – se dopo una traversata da incubo ancora ci crede – per essere ancora vivo. I più, sono fantasmi. Non sanno, non capiscono. La terra balla ancora, come ballava la barca.
L’inferno in terra di Malick
Lui gli operatori lo hanno notato subito. Seduto su una panchina, la metallina – la coperta termica d’emergenza – che gli crepitava attorno. Lui inerte, inerme, paralizzato. Solo gli occhi – vivi e vigili – a squadrare ognuno che passava. Malick – lo chiameremo così per tutelare il futuro suo e dei suoi – controllava, cercava. Lo ha raccontato poi a uno degli operatori che ha visto e interpretato quel silenzio che – si impara a Lampedusa – significa paura, angoscia. Per tutta la traversata aveva tenuto stretta a sé la sua piccola. Si chiama Fatoumata, ha sei anni. E di lei oggi si può parlare al presente perché è viva e sta bene. Ma Malick in quel momento non lo sapeva e disperato cercava. È la prima cosa che ha chiesto a interpreti e mediatori. “C’era la mia bambina, dov’è la mia bambina?”.
Fatoumata persa nella concitazione dei soccorsi
I soccorsi sono affare delicato. Ci si mischia, ci si perde. “I fragili prima”, ordina la regola. E i bambini passano avanti. Quando arrivano al molo, al più presto li si porta quasi sempre al poliambulatorio per verificarne le condizioni. Fatoumata è stata fra le prime a essere trasferite, insieme a un piccolino di un anno appena o poco più. Malick e la mamma del piccolo sono rimasti indietro. Annichiliti da freddo, stenti, una traversata da incubo, in cui la speranza si mischia alla paura, e le due fanno a botte fra loro. Si prova a resistere, nonostante freddo, onde che sembrano mangiarti, fame e sete che prima sono demoni, poi aiutano a sprofondare in un oblio in cui si smette semplicemente di sentire. Ma Malick non ha mai smesso di percepire la manina di Fatouma stretta nella sua. Almeno fino a quando è rimasto cosciente.
“Ci sono diciannove morti”
Poi lo sbarco, la confusione, le voci nell’esperanto della fuga in cui ci sono parole che tutti capiscono anche se le lingue madri sono diverse. “Morti”, “spariti”, “annegati”. Degli ottanta partiti dalla Libia, solo cinquantotto sono arrivati vivi. E lo hanno capito solo allo sbarco perché i più pensavano che quei corpi accasciati come bambole di pezza, magari accanto a loro, si fossero solo addormentati vinti da fame, sete, stanchezza. Quando la Guardia costiera li ha portati tutti sulla motovedetta era troppo l’oblio che segue al sollievo di intuire di essere in salvo per vedere, per capire. Sul molo Favaloro, Malick non ha visto Fatoumata accanto a sé. E ha avuto paura. Perché dopo l’arrivo della motovedetta, pensava l’avessero portata al riparo, ma sbarcato a terra non l’ha vista. E allora ha chiesto di vedere in volto – uno per uno – chi non ce l’ha fatta. Chi è morto a un passo dall’Europa diventata fortezza.
Body bag dopo body bag
Accompagnato dagli operatori ha aperto le body bag, ha scostato le coperte termiche. “Non ci sono bambini, tranquillo”, gli dicevano. Ma lui doveva vedere, capire. Solo dopo ha accettato di incolonnarsi insieme a tutti gli altri verso i pulmini che portano all’hotspot. Vuoto, come chi ha perso un pezzo. Divorato da un dubbio che nessuno in quel momento era in grado di sciogliere. Non poteva saperlo, come non sapevano gli operatori – sempre attenti a non dare false speranze – che Fatoumata è stata fra le prime a toccare terra, a essere messa su un’ambulanza e poi, via, dritta verso il poliambulatorio per tutti i controlli del caso. “Respirava piano, stanca, ma viva. I medici hanno lavorato in silenzio, le mani esperte, gli
occhi attenti. Quando finalmente ha aperto gli occhi, ha cercato subito la sua famiglia”, racconta un’operatrice della Croce Rossa che in quel viaggio l’ha accompagnata.
“Sei tu, piccola mia”
L’hotspot non è lontano. Malick era lì mentre i medici controllavano la sua piccola. Ma lui non lo sapeva e per ore è rimasto non lontano dal cancello a controllare chiunque entrasse, fin quando lei – anche più piccola della coperta vera che aveva addosso – non è entrata e lo ha chiamato. “Ripeteva solo ‘sei tu, sei tu’”, spiega un mediatore. Ma tutti, inclusi quelli che non conoscono quel dialetto, hanno capito il linguaggio di quelle mani che la toccavano, di quelle braccia che la stringevano, di quell’uomo che quasi stentava a credere che la sua piccola non gli fosse stata strappata via. Ed è scattato un applauso di tutti, una mano leggera di chi stava lì vicino, quasi timoroso di entrare in quella bolla di incredula felicità. “Anche chi di noi non capiva la loro lingua, in quell’istante ha compreso tutto. In quel piccolo spazio, la vita ha vinto contro ogni probabilità. E il mare, per una volta, ha restituito ciò che sembrava aver preso”, dice la volontaria che ha accompagnato Fatoumata.
Niente orfani del Mediterraneo
Dietro di lei, una collega con in braccio un bimbo ancora più piccolo. Un anno appena. Si chiama Moussa anche lui. All’arrivo a Lampedusa, c’è chi lo ha raccontato orfano, chi ha detto che la sua mamma era l’unica donna morta nel naufragio. Ma quella ragazzina che si è spenta insieme al compagno con cui aveva sperato in una vita migliore per il loro bambino in arrivo non aveva nulla a che fare con lui. La sua mamma lo aspettava, non ha mai smesso di credere, come le avevano assicurato, che il suo bimbo – con cui, per cui ha deciso di sfidare le onde – le sarebbe stato restituito dopo i necessari controlli. E quando lo ha riabbracciato, tutto – la traversata, l’incubo, la paura, il dolore – come una tessera ha trovato posto, senso.
Sea Watch: “Sia fatta chiarezza”
Mentre a Lampedusa imperversa il maltempo, i naufraghi rifiatano. Ma nel frattempo vengono fuori le domande di chi, nonostante norme che lo rendono sempre più difficile e rischioso, continua a pattugliare il Mediterraneo. “Perché non si è intervenutocon assetti più adatti?”, chiede Giorgia Linardi di Sea Watch. Con Aurora, la più piccola delle sue due navi, l’ong tedesca era uscita in mare
ventiquattro ore prima dell’individuazione del gommone per tentare di trovare un’imbarcazione in difficoltà segnalato da un mayday relay di Frontex. Più volte, spiega l’ong tedesca, da ponte hanno provato a chiedere supporto ai diversi aerei istituzionali che hanno sorvolato l’area, hanno chiesto indicazioni e coordinate precise per poter prestare soccorso. Nessuno ha risposto. Solo 24 ore dopo una motovedetta è uscita e si è diretta a tutta velocità verso l’area in cui era stata segnalata una carretta del mare in avaria. “Le vittime e i sopravvissuti arrivati ieri a Lampedusa meritano che sia fatta chiarezza e giustizia rispetto alle azioni intraprese o meno dalle autorità dal momento della ricezione della notizia del caso – afferma Linardi – La guardia costiera è intervenuta da Lampedusa sfidando condizioni meteo avverse, ma Roma avrebbe potuto attivare i soccorsi prima e con assetti più idonei? A questa e altre domande si deve una risposta”.
(da Fanpage)
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Aprile 3rd, 2026 Riccardo Fucile
“C’È CHI CREDE DI AVERE RICEVUTO UN’AUTORITÀ SENZA LIMITI E PENSA DI POTERNE USARE E ABUSARE A PROPRIO PIACIMENTO. OGNI AUTORITÀ DOVRÀ RISPONDERE DAVANTI A DIO DEL PROPRIO MODO DI ESERCITARE IL POTERE RICEVUTO”
“C’è chi crede di avere ricevuto un’autorità senza limiti e pensa di poterne usare e abusare a proprio piacimento”. E’ quanto si legge nel testo della Via Crucis (prima stazione) che il Papa condurrà stasera al Colosseo.
L’autore, p. Francesco Patton, ricorda che “ogni autorità dovrà rispondere davanti a Dio del proprio modo di esercitare il potere ricevuto: il potere di giudicare, ma anche il potere di avviare una guerra o di terminarla, il potere di educare alla violenza o alla pace, il potere di alimentare il desiderio di vendetta o quello di riconciliazione, il potere di usare l’economia per opprimere i popoli o per liberarli”.
Nell’undicesima stazione della Via Crucis si sottolinea invece quale è il vero potere: “Inchiodato sulla croce come un malfattore, ma con un titolo che rivela la tua regalità, o Gesù, tu ci mostri qual è l’autentico potere
Non quello di chi ritiene di poter disporre della vita altrui nel dare la morte – si legge nei testi preparati da padre Francesco Patton per il rito che sarà presieduto dal Papa stasera al Colosseo -, ma quello di chi realmente può vincere la morte dando la vita e può dare la vita anche accettando la morte. Tu manifesti che il potere autentico non è quello di chi usa la forza e la violenza per imporsi, ma quello di chi è capace di prendere su di sé il male dell’umanità, il nostro, il mio; e annullarlo con la potenza dell’amore che si manifesta nel perdono.
Tu sei Re e regni dalla croce: non ti servi dell’apparente potenza degli eserciti, ma dell’apparente impotenza dell’amore, che si lascia inchiodare.
Tu sei Re e la tua croce diventa l’asse attorno al quale ruotano la storia e l’intero universo, per non precipitare nell’inferno dell’incapacità di amare”.
(da agenzie)
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Aprile 3rd, 2026 Riccardo Fucile
ANCHE QUELLA BAMBOLONA PLASTIFICATA DI KRISTI NOEM È STATA SILURATA POCO FA E LA PROSSIMA POTREBBE ESSERE LA PUTINIANA TULSI GABBARD, DIRETTRICE DELL’INTELLIGENCE NAZIONALE – IL COATTO DELLA CASA BIANCA STA SOFFRENDO LE PRESSIONI DEL MONDO MAGA E HA DECISO DI FAR FUORI LE SUE “FEDELISSIME” PUR DI ACCONTENTARLO
«Tu non mi dici proprio nulla, avvocato fallito e finito». L’aveva detto quasi gridando, livida
di rabbia, a Jamie Raskin, democratico del Maryland, membro di più alto rango della Commissione Giustizia della Camera.
Nella stessa seduta a Dan Goldman, democratico di New York e uno dei principali impeachment manager in uno dei procedimenti contro Donald Trump, aveva urlato: «Oggi sei un avvocato bravo pressappoco quanto lo eri quando hai tentato di mettere sotto impeachment il Presidente». E ne aveva avuto anche per Thomas Massie, repubblicano del Kentucky, definito da lei un «politico fallito» affetto dalla «sindrome anti-Trump».
Sono tutte frasi che risalgono al 12 febbraio scorso, l’audizione di Pam Bondi davanti alla Commissione Giustizia della Camera per riferire dei documenti relativi a Jeffrey Epstein. L’ultima performance pubblica di quella che è ormai l’ex Procuratrice Generale, rimossa ieri dal suo incarico da Donald Trump.
Congedata con un messaggio sul social Truth – come era già successo con la Segretaria per la Sicurezza Interna Kristi Noem – pieno di lodi del tipo «è una grande patriota americana e un’amica leale» e con «we love Pam», perché la prima regola MAGA è quella di non ammettere mai i propri errori e quindi anche i licenziamenti sono fallimenti mascherati da promozioni
Che il suo posto fosse in pericolo lo si sussurrava da tempo, così come il fatto che Trump fosse irritato dalla sua gestione degli Epstein file e dalle critiche che tale gestione ha provocato all’interno della sua base.
L’audizione del 12 febbraio, affrontata da Pam Bondi con toni aggressivi e con il rifiuto di rivolgere addirittura lo sguardo alle vittime di Epstein presenti in aula, è stata la fatidica goccia che ha fatto traboccare il vaso da entrambe le parti: da una la deputata democratica Summer Lee ha iniziato a scrivere gli articoli di impeachment contro Bondi – presentati poi il 17 marzo – citando ostruzione e abuso di potere; dall’altra Trump ha iniziato a pensare di disfarsene.
Eppure non si può dire che la bionda Pam non sia stata una dei soldati più fedeli dell’armata Trump, una vera amazzone disposta a tutto per il suo capo, anche a trasformare il Dipartimento di Giustizia nell’arma personale del Presidente, mettendo in pratica la sua sete di vendetta contro i nemici.
L’anno scorso, nel giro di tre settimane, sotto la sua guida il Dipartimento di Giustizia aveva ottenuto l’incriminazione dell’ex direttore dell’Fbi James Comey e della Procuratrice Generale di New York Letitia James, colpevole di aver vinto la causa del 2022 per frode contro la Trump Organization. I procuratori federali hanno inoltre incriminato John Bolton, ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale a cui Trump aveva giurato vendetta, e hanno tentato, senza successo, di convincere un Gran Giurì a formulare accuse penali contro sei membri del Congresso, dopo che Trump li aveva pubblicamente accusati di «comportamento sedizioso».
Ultimo in ordine di tempo: l’ex direttore della Cia John Brennan. Trump lo vuole incriminato per aver rilasciato dichiarazioni secondo lui false al Congresso in merito alla questione delle ingerenze russe nelle elezioni del 2016. Tutto fatto da Bondi per compiacere il Presidente, ma con poco successo e con ritmi troppo blandi.
Con l’uscita di Pam Bondi e Kristi Noem, il poker delle fedelissime di Trump di cui fanno parte anche la direttrice dell’intelligence nazionale Tulsi Gabbard e la Portavoce della Casa Bianca Caroline Leavitt si riduce a metà. Sono le donne di destra che non si limitano a scusare le sfuriate autocratiche e gli impulsi misogini del Presidente, ma li assecondano, arrivando persino a celebrarli. La prossima ad avere le ore contate pare sia Tulsi Gabbard.
(da La Stampa)
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Aprile 3rd, 2026 Riccardo Fucile
AI PM DELL’ANTIMAFIA CAROCCIA HA DETTO: “DELMASTRO IL RISTORANTE VOLEVA FARLO CON ME. GLI DISSI: HO QUESTO PROBLEMA DEL PROTESTO, LO FACCIAMO FARE A MIA FIGLIA”. IN SOSTANZA, L’EX SOTTOSEGRETARIO SAPEVA
Circa un anno prima di costituire “Le 5 Forchette srl” insieme ad Andrea Delmastro (e di
intestare il suo 50% alla figlia Miriam), secondo i pm Mauro Caroccia avrebbe “distrutto i libri e la documentazione contabile” della Rdm 2015 srl, cui faceva riferimento il suo storico ristorante di famiglia, “Da Baffo”.
Società dichiarata fallita il 5 gennaio 2024. Tutto ciò “con lo scopo di procurarsi un ingiusto profitto e arrecare danno ai creditori”. La questione emerge dagli atti di un’inchiesta della Procura di Roma per bancarotta fraudolenta, reato di cui viene accusato proprio Caroccia senior – condannato in via definitiva a febbraio 2026 per essere stato il prestanome del clan Senese – che a dicembre 2025 ha anche ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini preliminari.
La vicenda della bancarotta ha un peso specifico nell’inchiesta per riciclaggio e intestazione fittizia di beni – con aggravante mafiosa – aperta a febbraio scorso e che vede indagati Mauro e Miriam Caroccia, proprio per la società cui poi farà riferimento il ristorante “Bisteccheria d’Italia”.
Durante l’interrogatorio del 1° aprile, infatti, ai pm Caroccia – assistito dall’avvocato Fabrizio Gallo – ha riferito: “Delmastro il ristorante voleva farlo con me. Gli dissi: ho questo problema del protesto, lo facciamo fare a mia figlia”, il senso delle sue dichiarazioni ai magistrati.
In sostanza, l’ex sottosegretario sapeva che l’uomo aveva un problema di insolvibilità (il “protesto”, come lo ha definito) tale da non potersi intestare le quote del ristorante e di dover mettere il nome della sua figlia 18 enne.
E il politico di Fratelli d’Italia – se la versione data ai pm è veritiera – avrebbe accettato la soluzione di comodo, facendo una sorta di “beneficenza” alla famiglia Caroccia, in quel momento sul lastrico, pur senza informarsi oltre della situazione familiare.
Gli atti dell’inchiesta per bancarotta potrebbero confluire presto nel fascicolo per riciclaggio relativo alla Bisteccheria. Anche perché, è emerso dal processo “Affari di Famiglia”, Rdm 2015 era una delle società di cui l’effettivo dominus era Angelo Senese, fratello del boss Michele Senese detto “O’ Pazzo”. […]
Dal racconto di Caroccia ai pm sappiamo che il ristoratore e Delmastro si conoscono la sera di San Valentino 2023, con il politico che poi da aprile diventa cliente fisso. E che l’idea di aprire un ristorante arriva dopo il fallimento di “Baffo” e i problemi economici della famiglia.
Mauro Caroccia promuove il ristorante La bisteccheria d’Italia – video del 25 settembre 2024
Dunque nel corso del 2024. È il periodo in cui arriva in Procura la denuncia del curatore fallimentare, il commercialista Mauro Carbone, che oltre a denunciare la “distruzione” dei documenti contabili, constata anche il mancato deposito dei bilanci di esercizio, dalla costituzione alla liquidazione della Rdm 2015.
Si arriva quindi al 16 dicembre 2024, quando dal notaio Carlo Scola si vedono da una parte i “biellesi” Delmastro, Elena Chiorino, Cristiano Franceschini, Davide Zappalà e Donatella Pelle, e dall’altra la giovane Miriam Caroccia, classe 2006, accompagnata da papà Mauro e mamma Barbara.
Secondo la versione di tutte le parti, però, in quel momento nessuno si accorge né del maxi-processo in corso che vedeva imputato Mauro Caroccia per intestazione fittizia con l’aggravante mafiosa – la Cassazione aveva già annullato l’assoluzione in Appello bis – né trova notizie della bancarotta della Rdm 2015, o almeno del sequestro di “Baffo” da parte della dda.
Adesso la Procura di Roma sospetta che ne “Le 5 Forchette” – e dunque nella Bisteccheria d’Italia – i Caroccia abbiano investito ancora una volta capitali criminali, del clan Senese. Che poi è l’accusa che più di tutte l’avvocato Gallo si sta spendendo per far cadere.
Per questo i pm hanno dato alla Finanza delega più ampia per verificare le forniture di materiali emerse anche durante l’interrogatorio di mercoledì. Il sospetto è che ci sia stato un giro di soldi in nero. Sempre all’insaputa di Delmastro e degli altri ex soci piemontesi che non risultano indagati.
(da Il Fatto Quotidiano)
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