Luglio 16th, 2026 Riccardo Fucile
“CHI CREDE CHE SIA LECITO INSEGUIRE DUE RAPINATORI, SPARARGLI PER STRADA E FINIRLI QUANDO SONO A TERRA GIÀ FERITI , APRE LA PORTA AI GIUSTIZIERI DELLA NOTTE”…. “UCCIDERE UN UOMO GIÀ FERITO A TERRA, ANCHE SE È UN CRIMINALE ABIETTO E PERICOLOSO, È UN REATO, NON È LEGITTIMA DIFESA”
Quando avevo 24 anni (1990) ho subito una rapina a mano armata mentre lavoravo
come impiegato in una agenzia della Siae a Milano. Due giovanissimi, a volto scoperto: uno con una Beretta Parabellum (avevo appena finito il servizio militare, le riconoscevo) e uno con un fucile a canne mozze che mi piantò a dieci centimetri dalla faccia.
Quando scapparono mi prese una rabbia enorme: la mia vita era stata nelle mani di due criminali.
Non per questo però difendo Roggero.
Chi crede che sia lecito inseguire due rapinatori, sparargli per strada e finirli quando sono a terra già feriti apre la porta ai Citizen Vigilante, ai giustizieri della notte. Apre la porta alla barbarie della violenza privata.
Uccidere un uomo già ferito a terra, anche se è un criminale abietto e pericoloso, è un reato, non è legittima difesa.
Chi difende un reato non sta dalla parte della legge della legalità della sicurezza dell’ordine.
Nicola Borzi
(da Dagoreport)
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Luglio 16th, 2026 Riccardo Fucile
IL QUIRINALE HA VOLUTO QUINDI PUNTUALIZZARE I LIMITI DEL GUARDASIGILLI, RICORDANDO CHE LA GRAZIA È UNA “FACOLTÀ CHE LA COSTITUZIONE RISERVA ESCLUSIVAMENTE AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA”
Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto nel pomeriggio al Quirinale il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, per puntualizzare i limiti delle attribuzioni del ministro in tema di concessione della grazia, facolta’ che la Costituzione riserva esclusivamente al Presidente della Repubblica come confermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza 200 del 2006. Lo comunica il Colle in una nota.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha avviato l’istruttoria finalizzata alla concessione della Grazia in favore di Mario Roggero.
Dopo l’impulso politico, partito da Lega e FdI, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha avviato di propria iniziativa – sulla base del quarto comma dell’articolo 681 del codice di procedura penale – l’istruttoria finalizzata alla concessione della Grazia in favore di Mario Roggero, coordinandosi con la Procura Generale della Corte d’Appello di Torino.
I magistrati raccoglieranno tutta la documentazione, i pareri del Tribunale di sorveglianza e lo storico giudiziario di Roggero. Terminata l’istruttoria, sulla base dei risultati il ministro fornirà un suo parere, non vincolante. In ultimo il Guardasigilli potrebbe quindi decidere di trasmettere l’incartamento al presidente della Repubblica, che farà le sue valutazioni sull’eventuale concessione della grazia.
(da agenzie)
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Luglio 16th, 2026 Riccardo Fucile
ASPETTI GIUDIZARI SI AFFRONTANO IN VIA DIPLOMATICA, NON INSULTANDO UN PAESE STRANIERO… CON CHE FACCIA ACCUSIAMO GLI ALTRI DOPO AVER LIBERATO E RIACCMPAGNATO A CASA CON VOLO DI STATO UN TORTURATORE DI BAMBINI RICERCATO
Il governo del Nicaragua ha annunciato l’intenzione di interrompere le relazioni
diplomatiche con l’Italia. Una reazione, quella di Managua, che arriva dopo le parole del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che ieri al summit del Partito Popolare Europeo (Ppe) a Madrid aveva affermato che l’Italia «non condivide nulla con la visione di governi estremisti come quello del Nicaragua, Paese che ancora dà protezione a pericolosi terroristi delle Brigate Rosse, come Alessio Casimirri».
La decisione del governo guidato da Daniel Ortega, anticipata dal Corriere della Sera, è stata confermata all’Ansa da fonti qualificate. Nella notte, l’ambasciata italiana a Managua ha ricevuto una lettera ufficiale di protesta da parte delle autorità nicaraguensi, successivamente trasmessa alla Farnesina.
«L’Italia continuerà a chiedere che Casimirri risponda davanti alla giustizia italiana per i reati di cui è stato riconosciuto colpevole, come è già stato chiesto anche con una risoluzione del Parlamento europeo”, ha sottolineato oggi Tajani in una nota.
Chi è Alessio Casimirri: dalle Brigate Rosse al Nicaragua
Alessio Casimirri è uno degli ex appartenenti alle Brigate Rosse coinvolti nel sequestro di Aldo Moro nel 1978. Il suo ruolo fu quello di bloccare con una Fiat 128 la via di fuga delle auto del presidente della Democrazia cristiana, contribuendo alla riuscita dell’azione.
Nato a Roma nel 1951, Casimirri proviene da una famiglia molto lontana dall’immaginario della lotta armata. Il padre, Luciano, è stato responsabile della sala stampa vaticana sotto tre pontefici, da Pio XII a Paolo VI. Dopo gli studi al liceo classico, si avvicina ai movimenti dell’estrema sinistra, milita in Potere Operaio e nel 1977 entra nelle Brigate Rosse, assumendo il nome di battaglia «Camillo». Condannato in via definitiva all’ergastolo dalla magistratura italiana per il caso Moro, Casimirri vive da oltre quarant’anni in Nicaragua, dove ha ottenuto la cittadinanza e gestisce alcune attività di ristorazione.
Le richieste di estradizione respinte
Negli anni l’Italia ha presentato più richieste di estradizione, tutte respinte. Uno dei principali ostacoli è rappresentato dalla Costituzione nicaraguense, che vieta l’estradizione dei propri cittadini. Per Roma il caso rappresenta da anni uno dei principali motivi di attrito con il Paese dell’America Centrale.
(da agenzie)
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Luglio 16th, 2026 Riccardo Fucile
MONTECITORIO HA APPROVATO, ORA LA PALLA PASSA AL SENATO E NON E’ DETTO CHE IL TESTO RIMANGA LO STESSO
La legge elettorale approvata dalla Camera, ribattezzata “Stabilicum“, disegna un sistema proporzionale corretto da un premio di governabilità. Alla lista o coalizione che raggiunge almeno il 42% dei voti vengono assegnati 70 seggi aggiuntivi a Montecitorio e 35 a Palazzo Madama, fino a un massimo di 220 deputati e 113 senatori (esclusi gli eletti nella circoscrizione Estero). Il premio scatta soltanto se la stessa forza politica risulta prima in entrambi i rami del Parlamento: in caso di esiti divergenti tra Camera e Senato, o se nessuno tocca la soglia del 42%, si applica un proporzionale puro, senza alcun correttivo maggioritario. Non è previsto il ballottaggio.
Liste bloccate, niente preferenze
Gli elettori non potranno esprimere preferenze: il voto – ma potrebbe cambiare tutto al Senato – avviene su liste bloccate nei collegi plurinominali, mentre il premio viene distribuito attraverso listini circoscrizionali con i nomi stampati sulla scheda. Il tentativo di introdurre le preferenze — un emendamento a firma Fratelli d’Italia che prevedeva il capolista bloccato e fino a tre preferenze con alternanza di genere — è naufragato in Aula per un solo voto, 188 contrari e 187 favorevoli, a scrutinio segreto: un incidente che le opposizioni hanno attribuito a una trentina di franchi tiratori della stessa maggioranza e che ha spinto il centrosinistra a invocare la crisi di governo.
Soglie di sbarramento e ripescaggio
Restano le soglie del Rosatellum: 10% per le coalizioni e 3% per le singole liste. La novità è il cosiddetto “ripescaggio“: all’interno di ogni coalizione, la migliore lista rimasta sotto il 3% ottiene comunque seggi e partecipa al riparto proporzionale. Un emendamento di Forza Italia ha inoltre stabilito che i voti delle liste coalizzate al di sotto del “miglior perdente” non concorrano al calcolo della cifra elettorale nazionale ai fini del premio, con l’obiettivo dichiarato di scoraggiare la frammentazione e la proliferazione di micro-liste.
L’indicazione del candidato premier
Al momento del deposito del contrassegno, liste e coalizioni dovranno obbligatoriamente indicare — pena l’inammissibilità — il nome che intendono proporre come candidato alla presidenza del Consiglio, insieme al programma. Durante l’esame in commissione è stata precisata la salvaguardia dell’articolo 67 della Costituzione, che vieta il vincolo di mandato, e dell’articolo 92, che riserva al presidente della Repubblica la nomina del premier. È il punto più contestato dalle opposizioni, che parlano di un “premierato” strisciante introdotto per via ordinaria, senza riforma costituzionale.
Il voto dei fuorisede
Tra le novità più rilevanti, approvata all’unanimità, c’è la possibilità del voto ai fuorisede: chi vive lontano dal proprio Comune di residenza per studio, lavoro o cure mediche potrà votare nel luogo di domicilio temporaneo, previa iscrizione a un apposito albo. Il requisito è la permanenza in una provincia diversa da quella di residenza: almeno nove mesi per motivi di studio o lavoro, ridotti a tre per chi si sposta per ragioni sanitarie documentate.
I prossimi passaggi
Il provvedimento passa ora all’esame del Senato, dove il testo potrà essere – e probabilmente sarà – modificato. L’obiettivo della maggioranza è chiudere al più tardi a settembre, quando la legge sarà tra i primi provvedimenti in calendario a Palazzo Madama. Le opposizioni annunciano battaglia.
(da lespresso.it)
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Luglio 16th, 2026 Riccardo Fucile
CONDANNATI ANCHE GLI EX VERTICI DI ASPI E SPEA (UNDICI ANNI PER MICHELE DONFERRI MITELLI, 5 ANNI E SEI MESI PER PAOLO BERTI E CINQUE ANNI E SEI MESI PER ANTONINO GALATÀ) – I LEGALI DEL MANAGER, GIÀ IN CARCERE PER LA TRAGEDIA DEL BUS DI ACQUALONGA: “LA SUA UNICA COLPA È DI ESSERE INNOCENTE”
L’ex ad di Aspi Giovanni Castellucci è stato condannato a dodici anni per il crollo diponte
Morandi, avvenuto il 14 agosto 2018. La procura aveva chiesto 18 anni e 6 mesi.
Condannati anche gli ex vertici di Aspi e di Spea. Undici anni per Michele Donferri Mitelli (ex numero tre di Aspi): il pm aveva chiesto 15 anni e sei mesi. Condanna a 5 anni e sei mesi per Paolo Berti (ex numero due Aspi), erano stati chiesti 12 anni e sei mesi e, infine, condanna a cinque anni e sei mesi per Antonino Galatà (ex ad di Spea) per il quale il pm aveva chiesto 7 anni.
“Si è cercato il colpevole ma non la colpa. Castellucci è stato condannato senza colpa. La sua unica colpa è quella di essere innocente”. Lo ha detto l’avvocato Giovanni Paolo che difende l’ex ad di Aspi dopo la condanna. “Seguiteremo a combattere per la sua innocenza – conclude – e siamo sicuri che l’appello rimedierà a quello che riteniamo un errore”.
“Dodici anni? Direi che per lui va bene”. Questo il commento a caldo di Egle Possetti, presidente del Comitato Ricordo Vittime di Ponte Morandi, dopo la sentenza del Tribunale di Genova che ha portato alla condanna a 12 anni per l’ex ad di Aspi e Atlantia, Giovanni Castellucci, nel processo di primo grado sul crollo del ponte Morandi.
(da agenzie)
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Luglio 16th, 2026 Riccardo Fucile
I DUE PARTITI SANNO CHE, ALLE PROSSIME POLITICHE, NON POTRANNO AVERE I SEGGI OTTENUTI NEL 2022 (SALVINI NE AVEVA PRESI 95 A “TAVOLINO”)… SORGI: “GLI ONOREVOLI DI QUESTI DUE PARTITI SI AGGIRANO NEI CORRIDOI DI MONTECITORIO COME ANIME MORTE”
La “piccola crisi” dei franchi tiratori, assenti da qualche tempo dall’aula di Montecitorio, si conclude così: con l’indebolimento, e in un certo senso il venir meno, da parte dei due principali alleati di Meloni, del controllo dei loro gruppi, resi indisciplinati dalla lunga vigilia elettorale e dal farsi strada della legge che renderà più difficile, se non impossibile per molti di loro, la rielezione.
Quando si rivedranno, nella prossima legislatura, i 95 seggi che Salvini aveva ottenuto a tavolino nel negoziato con Meloni prima del voto per Camera e Senato? Mai più. Questa è una certezza, che vale proporzionalmente anche per Forza Italia.
E spiega perché gli onorevoli di questi due partiti si aggirino nei corridoi di Montecitorio o nella boiserie di Palazzo Madama come anime morte o come i giocatori di una specie di roulette russa, ognuno dei quali sa che il colpo mortale potrebbe toccare a lui.
Anche Meloni farà bene a ricordarsene. Ha potuto facilmente derubricare l’accaduto a incidente parlamentare, com’era nelle cose, dato che il governo non aveva posto la fiducia sull’emendamento respinto.
Resta il fatto che dall’altro ieri Meloni non è più la padrona della coalizione, com’era stata per tre anni e mezzo dal settembre 2022. Il “dominus”, si sarebbe detto fino a poco fa. Ma d’ora in poi col maschile e il femminile occorrerà stare più attenti.
(da La Stampa)
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Luglio 16th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX MONARCHICO VORREBBE LIBERARSI DEI PARLAMENTARI STORICAMENTE LEGATI A SILVIO BERLUSCONI, E OGGI A MARINA
La “sfi-Ducetta” alla legge elettorale ha aperto il vaso di Pandora. Dopo il voto con cui è
stato bocciato l’emendamento sulle preferenze, nella maggioranza è arrivato il momento delle accuse reciproche, dei veleni, dei ditini puntati.
Se l’ex cognato d’Italia, Francesco Lollobrigida, ha parlato di “vigliacchetti”, in Forza Italia siamo alla notte dei lunghi coltelli, tra colpi bassi, sfottò e tradimenti.
Si vocifera che il segretario, Antonio Tajani, e il “fascinoso” (nel senso che è vicino a Marta Fascina) Stefano Benigni passassero fra i banchi a dire ai deputati come votare.
Ma hanno fallito, visto che l’emendamento non è passato per un voto. Il loro obiettivo era far passare l’emendamento sulle preferenze, in particolare il superamento della regola del 60/40 (l’alternanza di genere).
L’ex monarchico di Ferentino vorrebbe liberarsi dei parlamentari storicamente legati a Berlusconi, e oggi a sua famiglia Marina: in particolare le donne che hanno condiviso l’appello bipartisan a favore delle quote rosa (Rita dalla Chiesa, Patrizia Marrocco, Catia Polidori, Isabella Da Monte).
Tajani è convinto che alla fine, Marina B. non metterà bocca sulle liste. Della serie: a quelle ci penso io.
Sospetti e veleni che si sommano a un altro pensiero che serpeggia tra i parlamentari di Fratelli d’Italia. E cioè che Marina faccia il tifo per il governissimo. Scrive Andrea Bulleri sul “Messaggero”: “In casa FdI molti sono convinti di aver già individuato il vero colpevole.
L’hanno trovato ad Arcore, anzi a Segrate: Marina Berlusconi. Sospetti, appunto, accuse, contro-accuse e ipotesi di complotto. Ma è in quella direzione che in queste ore si concentrano i veleni di più d’uno di casa a via della Scrofa, convinti che l’ordine di impallinare l’emendamento sia arrivato non da Tajani, ma da ‘più in alto’. Marina fa il tifo per il governissimo, è la tesi.
‘Punta a governare col Pd. Basta guardare le reti Mediaset per capirlo’. E in ogni caso, aggiungono, vuol essere lei a comporre le liste insieme a Tajani. Altro che preferenze…
(da Dagoreport)
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Luglio 16th, 2026 Riccardo Fucile
I POLIZIOTTI PICCHIATORI E MENTITORI CONDANNATI, TRA RICORSI VARI A VARI ORGANI GIUDIZIARI, NON HANNO CACCIATO UN EURO E IL CONTO DEI REATI CHE HANNO CPCOMMESSO LO PAGA IL CONTRIBUENTE ITALIANO
A 25 anni dalla notte cilena della scuola Diaz, il conto economico generato dagli atti di quei poliziotti mentitori e picchiatori lo pagano ancora, in gran parte, i contribuenti italiani. Repubblica ha analizzato una lunga serie di sentenze per cercare di fare luce su un aspetto che, a distanza di un quarto di secolo, è avvolto dalla cortina fumogena di un’infinita serie di ricorsi che si trascinano tra Tribunali amministrativi, Corte dei Conti, Agenzia delle entrate e Corti tributarie.
Nel 2012 la Corte di Cassazione pronunciò la sentenza definitiva di condanna nei confronti di 25 poliziotti – alcuni dei quali tra i massimi dirigenti nazionali del corpo dell’epoca – per i falsi verbali e le false prove create per giustificare l’arresto illegale di 93 manifestanti selvaggiamente picchiati (il reato di lesioni andò prescritto) nell’irruzione alla scuola Diaz, nella notte dell’ultimo giorno del G8 del 2001.
Per quel comportamento che, come scrissero i giudici, «ha gettato discredito sulla Nazione agli occhi del mondo intero» o, come ammise uno dei condannati, il vicequestore Michelangelo Fournier, si trasformò in una «macelleria messicana», lo Stato italiano ha speso diversi milioni di euro suddivisi in due filoni: gli anticipi per le spese legali che il Ministero dell’interno pagò a funzionari ed agenti imputati; i risarcimenti che vennero riconosciuti dai giudici penali come provvisionali alle persone offese, ossia i manifestanti pestati -87 dei 93 riportarono ferite, soprattutto fratture e in non pochi casi lesioni gravissime – e incarcerati.
Si potrebbe pensare che a 14 anni dalla sentenza definitiva i risarcimenti e le spese legali anticipate siano state rimborsate allo Stato dai condannati. Non è così.
Il 9 maggio di quest’anno il Consiglio di Stato ha pronunciato cinque sentenze con le quali ha bocciato i ricorsi di altrettanti funzionari di polizia condannati per la Diaz. Ognuno di loro chiedeva che fosse annullata la richiesta di restituzione (e quindi fino ad oggi non erano stati restituiti) di 82.620 euro che avevano ottenuto durante il processo di primo grado che si era concluso con l’assoluzione per i reati più gravi. Proprio questa assoluzione e altre questioni giuridiche relative alla prescrizione, erano i pilastri giuridici su cui si basavano i ricorsi. Ma c’è anche un altro motivo, il tempo trascorso: «La condotta dell’Amministrazione -sostenevano gli avvocati – sarebbe illegittima per avere definito il procedimento dopo più di dieci anni dalla sentenza definitiva della Corte di cassazione del 2012, e comunque dopo nove anni dall’avvio del procedimento del 2013, integrando per il suo concreto esplicarsi una violazione del fondamentale canone della ragionevole durata».
Detto che altri analoghi ricorsi erano stati presentati al Tar Liguria sempre nel 2026, e un altro a ottobre 2025 (dall’attuale questore di Como Filippo Ferri, anche lui condannato) al Consiglio di Stato, tutti sono stati respinti dai giudici che hanno ricordato che la sentenza definitiva di condanna per falso ideologico «quindi a titolo di dolo» comporta anche «la condanna (oltre che al pagamento delle provvisionali e delle spese di difesa delle parti civili) a risarcire i danni alle parti civili». Ma contro la decisione del Consiglio di Stato sono possibili ricorsi per revocazione allo stesso organo, oppure in Cassazione, e non è escluso che queste strade possano essere battute dai condannati.
Lo lascia pensare l’ostinazione con la quale si erano addirittura rivolti alla Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo, per vedersi riconosciuta una lesione del diritto di difesa, istanza che stata respinta.
Due altri fronti per non pagare i costi delle loro azioni, i poliziotti della Diaz li hanno aperti contro Corte dei Conti e Agenzia delle entrate.
Nel 2019 la procura della Corte dei Conti della Liguria aveva chiesto che i 25 venissero condannati a pagare tre milioni e trecentomila euro di danno erariale legato ai risarcimenti e cinque di danno all’immagine della polizia. Quest’ultimo aspetto è venuto meno a seguito di una riforma della giustizia contabile (paradossale, ma il falso non rientra nelle possibili cause di danno al buon nome di un’amministrazione pubblica) ma nel 2019, in primo grado, i funzionari vennero condannati a rifondere 2 milioni e 800 mila euro. Cifra che, nel 2023, in appello è stata ridotta a un milione e 100 mila euro per la prescrizione scattata a causa del ritardo della notifica del cosiddetto invito a dedurre. Ma di nuovo i poliziotti hanno alzato le barricate.
Val la pena di soffermarsi sul ricorso presentato da Francesco Gratteri, condannato a 4 anni, ex capo dell’anticrimine all’epoca uno dei più alti in grado, la cui carriera durante l’indagine è progredita ulteriormente fino al grado di prefetto ed oggi, pensionato, è consulente di Eurolink, la società controllata da Webuild incaricata di progettare il ponte di Messina, al cui vertice c’è l’ex capo della polizia ai tempi del G8, Gianni De Gennaro.
Nel 2024 Gratteri con l’avvocato Simone Ciccotti chiede la revocazione della sentenza della Corte dei Conti che lo condanna a risarcire circa 55mila euro (questa la sua quota) al Ministero dell’interno per i risarcimenti e le spese legali. L’ennesimo ricorso viene bocciato, ma dalla sentenza si scopre che le cartelle esattoriali che furono notificate dall’Agenzia delle entrate non sono mai state incassate perché vennero impugnate dai poliziotti «conseguendo un risultato vittorioso nelle sedi competenti».
Ma ciò che colpisce i magistrati contabili sono i toni utilizzati nel ricorso: l’avvocato di Gratteri, a sostegno della richiesta di revocazione avrebbe prospettato l’avvio di una «azione di responsabilità civile nei confronti del Giudice…quale esplicito strumento di pressione, se non di minaccia… finalizzata ad ottenere dal giudicante una decisione favorevole. Detta condotta travalica abbondantemente i confini della retorica forense». I giudici ipotizzano una violazione deontologica e segnalano all’Ordine degli Avvocati di Roma.
Difficile comprendere quanto questo fuoco di sbarramento per non pagare il conto della Diaz si protrarrà, e con quali risultati, stante anche la totale segretezza con cui il Ministero dell’Interno ha sempre gestito questi aspetti nonché l’assenza di interesse da parte della politica ad approfondire.
Resta da dire che i soldi che vengono chiesti ai 25 poliziotti sono solo una parte di quelli spesi dallo Stato per i risarcimenti. Mancano al computo le cause civili che ognuno dei 93 arrestati e torturati ha intentato e vinto ottenendo in media una cifra analoga a quella delle provvisionali, quindi, a spanne circa altri 3 milioni almeno. E poi nessuno pagherà mai, se non i cittadini italiani, i 45 mila euro a testa per i 93 della Diaz e i 65mila a testa per i 252 torturati a Bolzaneto, ovvero la condanna della Cedu nei confronti dello Stato per le sue inadempienze rispetto alla normativa europea.
(da Repubblica)
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Luglio 16th, 2026 Riccardo Fucile
CON LA CONDANNA DEFINITIVA A 14 ANNI E 9 MESI, IL GIOIELLIERE PERDE I DIRITTI POLITICI LEGATI ALL’INTERDIZIONE DAI PUBBLICI UFFICI… I NOTI FORCAIOLI SOVRANISTI (SE SI TRATTA DI UN IMMIGRATO) IN QUESTO CASO INVOCANO LA GRAZIA, MA LA PROCEDURA E’ LUNGA E NON PRODUCE EFFETTI AUTOMATICI
La condanna definitiva di Mario Roggero non chiude soltanto una delle vicende
giudiziarie più discusse degli ultimi anni. A poche ore dalla decisione della Cassazione, il caso è già diventato terreno di scontro politico. Da un lato Matteo Salvini ha annunciato che chiederà al presidente della Repubblica Sergio Mattarella la grazia per il gioielliere di Grinzane Cavour; dall’altro, esponenti di Futuro Nazionale hanno rilanciato l’idea di una sua candidatura, trasformandolo nel simbolo della battaglia per una riforma della legittima difesa. Sono però due ipotesi che, almeno allo stato attuale, si scontrano con quanto prevede la legge.
Perché Roggero non può candidarsi
Con la pronuncia della Corte di Cassazione la condanna è diventata irrevocabile: 14 anni e 9 mesi di reclusione per l’uomo che, il 28 aprile 2021, dopo aver subito una rapina nella propria gioielleria, inseguì i tre malviventi in fuga, uccidendone due e ferendone un terzo. Per i giudici non si è trattato di legittima difesa, perché la reazione armata è avvenuta quando il pericolo immediato era ormai cessato. La pena detentiva non è l’unica conseguenza della sentenza. Per una condanna di questa entità il codice penale prevede infatti anche l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, una pena accessoria che comporta la perdita dei diritti politici. In concreto significa che Roggero non può votare né essere eletto e, di conseguenza, non può presentarsi come candidato a elezioni politiche, amministrative o regionali. È proprio questo il motivo per cui le ipotesi di una sua candidatura avanzate nelle ultime ore da alcuni esponenti politici non sono praticabili: prima ancora del dibattito politico, c’è un ostacolo giuridico che deriva direttamente dalla sentenza definitiva.
La grazia non è una scorciatoia
Diverso è il tema della grazia, rilanciato subito dopo la sentenza da Salvini, che ha chiesto al presidente della Repubblica di intervenire parlando di una condanna “profondamente ingiusta”. La grazia, però, non è un provvedimento che scatta automaticamente e non può essere concessa nel momento stesso in cui arriva una condanna. Al contrario, può essere presa in considerazione solo quando il processo è concluso in via definitiva, come avvenuto ora con il pronunciamento della Cassazione. Da questo momento può essere presentata un’istanza dal condannato, dai suoi familiari o dal difensore, ma anche il Ministero della Giustizia può attivarsi autonomamente. La domanda apre un’istruttoria durante la quale vengono acquisiti gli atti del processo, le valutazioni dell’autorità giudiziaria e tutti gli elementi ritenuti utili per esprimere un parere. In sintesi, solo al termine di questo percorso il fascicolo arriva sul tavolo del presidente della Repubblica, al quale spetta la decisione finale attraverso un decreto controfirmato dal ministro della Giustizia. Non esistono tempi prestabiliti: l’esame può richiedere mesi e, in alcuni casi, anche molto più tempo.
Cosa cambierebbe se arrivasse la grazia
Anche un’eventuale concessione della grazia non cancellerebbe ciò che è stato deciso dai giudici. La condanna resterebbe infatti iscritta e la responsabilità penale non verrebbe meno. L’eventuale provvedimento di clemenza potrebbe incidere soltanto sulla pena da scontare, eliminandola o riducendola, oppure trasformandola. Solo se espressamente previsto nel decreto presidenziale potrebbe estendersi anche alle pene accessorie, compresa l’interdizione dai pubblici uffici. Allo stato attuale, dunque, la situazione giuridica di Roggero resta quella sancita dalla Cassazione: la condanna è definitiva, l’ingresso in carcere è ormai inevitabile e la perdita dei diritti politici legata all’interdizione è già effettiva. La richiesta di grazia avanzata dalla Lega rappresenta, al momento, una sollecitazione politica, ma non produce alcun effetto immediato né sospende l’esecuzione della pena.
(da agenzie)
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