Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
IL PREMIER SPAGNOLO RISPONDE A TRUMP CHE HA MINACCIATO DI TAGLIARE I RAPPORTI COMMERCIALI IN RISPOSTA AL NO DI MADRID ALL’USO DELLE BASI MILITARI: “NO A UN’OBBEDIENZA CIECA E SERVILE, NON SAREMO COMPLICI DI QUALCOSA CHE È DANNOSO PER IL MONDO”… MACRON INCALZA IL TYCOON: “GLI STATI UNITI E ISRAELE HANNO AGITO AL DI FUORI DEL DIRITTO INTERNAZIONALE”
Stati Uniti e Israele hanno agito «al di fuori del diritto internazionale» attaccando l’Iran, ma «nessun boia verrà rimpianto». Lo ha dichiarato il presidente francese Emmanuel Macron in un discorso alla nazione. «Una pace duratura nella regione potrà essere raggiunta solo attraverso la ripresa dei negoziati diplomatici», ha affermato, sottolineando che «è auspicabile la cessazione immediata degli attacchi».
Il capo dell’Eliseo ha inoltre messo in guardia Israele da un’eventuale operazione di terra in Libano, che rappresenterebbe «una rischiosa escalation».
Secondo Macron, Hezbollah ha commesso «un grande errore» colpendo per primo Israele e «mettendo in pericolo i libanesi». «Nelle ultime ore la guerra si estende al Libano: Israele starebbe valutando un’operazione di terra, sarebbe un’escalation pericolosa oltre che un errore strategico», ha aggiunto. Il presidente ha quindi invitato Israele a «rispettare il territorio libanese», assicurando che «la Francia resta al fianco dei libanesi nei loro coraggiosi sforzi per riprendere il controllo della propria sicurezza».
“Non saremo complici di qualcosa che è dannoso per il mondo e che è anche contrario ai nostri valori e interessi, semplicemente per paura delle ritorsioni di qualcuno, perché abbiamo assoluta fiducia nella forza economica, istituzionale e, direi anche, morale del nostro Paese”.
Dal Palazzo della Moncloa il premier spagnolo Pedro Sanchez risponde a tono alla dichiarazioni di Donald Trump che martedì ha definito la Spagna un alleato
“terribile” e ha minacciato di tagliare i rapporti commerciali in risposta al No di Madrid all’uso delle basi militari congiunte di Moron e Rota, in Andalusia, nell’offensiva israelo-statunitense contro il regime degli Ayatollah in Iran.
Un duro messaggio rivolto agli Stati Uniti ma anche agli altri leader europei: “Alcuni ci accuseranno di essere ingenui per questo, ma ingenuo è pensare che la soluzione sia la violenza, ingenuo è credere che le democrazie o il rispetto tra le nazioni nascano dalle rovine o pensare che un’obbedienza cieca e servile significhi leadership“. “Non si può rispondere a un’illegalità con un’altra – continua Sanchez – perché è così che iniziano i disastri dell’umanità“
(da agenzie)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
A FEBBRAIO ENTRAMBI I PARTITI SOVRANISTI HANNO PERSO PIU’ DI UN PUNTO A TESTA
L’effetto del partito di Roberto Vannacci, Futuro nazionale, si vede ancora nei
sondaggi: a un mese dal suo addio alla Lega, sia il Carroccio sia Fratelli d’Italia hanno perso parecchi voti. Certo, alle elezioni manca più di un anno e c’è tempo per rimediare, dal punto di vista di Salvini e Meloni. Ma resta il fatto che ora Pd, M5s, Avs, Italia viva e +Europa si trovano a circa mezzo punto di distanza dalla coalizione di maggioranza. Questo, almeno, è ciò che emerge dalla nuova media dei sondaggi politici realizzata da Termometro politico. In questa situazione di equilibrio, anche il referendum del 22 e 23 marzo può diventare uno spartiacque. E il dibattito sulla legge elettorale diventa cruciale per la destra.
Fratelli d’Italia è al 28,8%. Rispetto alla stessa media, effettuata il 31 gennaio, il partito di Giorgia Meloni si trova più in basso di esattamente un punto. Dallo sfiorare il 30%, ora FdI si trova sotto il 29. Inutile negare che, con tutta probabilità, questo ha a che fare con la nascita del nuovo partito di Roberto Vannacci. Attenzione: non è in dubbio che Fratelli d’Italia resti la prima forza politica del Paese. La concorrenza è ben lontana. Tuttavia, il calo potrebbe essere un brutto segno per le prossime elezioni.
L’altro partito che ha sofferto l’addio di Vannacci è la Lega: al 6,8%, il Carroccio ha perso ben l’1,4% dei consensi dalla fine di gennaio alla fine di febbraio. Praticamente un elettore su sei, tra chi votava Lega, ha cambiato idea in questo periodo.
Considerando anche la leggera flessione di Forza Italia (-0,2% in un mese) e l’1% di Noi moderati, la coalizione di centrodestra arriva al 45,1% dei voti. Come si vedrà, la distanza con le opposizioni è ridottissima. Non è un caso, d’altra parte, che si sia riacceso il confronto sulla nuova legge elettorale: la maggioranza che ha trovato una formula che potrebbe ‘indebolire’ il centrosinistra e facilitare una nuova vittoria per il centrodestra.
Il Partito democratico è al 21,7%. Il Pd di Elly Schlein cala dello 0,3% e in generale tutte le forze del ‘campo largo’ non fanno registrare grandi risultati. Il Movimento 5 stelle è al 12,2%, più basso di due decimi rispetto a un mese fa. Perdono un decimo sia Alleanza Verdi-Sinistra (6,3%), sia Italia viva di Matteo Renzi (2,4%), sia +Europa (1,7%). Nel complesso però, tra la lieve discesa dei democratici e la sostanziale stabilità degli altri alleati, la coalizione, è al 44,3%. Meno di un punto di distanza, quindi, dalla maggioranza.
Azione di Carlo Calenda è al 3,4%. Il partito centrista, che finora ha detto di non volersi schierare con nessuna delle due coalizioni, è in crescita dello 0,4%. E procede bene anche un partito che un mese fa non esisteva: Futuro nazionale di Roberto Vannacci è al 3,2%. Una conferma, in pratica, dei risultati rilevati nelle scorse settimane. Resta da vedere quanto la nuova forza politica sarà in grado di reggere nel tempo che la separa dalle elezioni.
(da Fanpage)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
INTERVISTA ALL’EX AMBASCIATORE IRANIANO IN GERMANIA
Secondo il diplomatico, che guidò in passato le trattative sul nucleare, l’uccisione dell’ayatollah rischia risposte anche da parte di altri Paesi musulmani. Impossibile una soluzione alla venezuelana
«La storia ci insegna che interventi pensati per garantire stabilità spesso producono decenni di conseguenze imprevedibili». Hossein Mousavian ha guidato negli anni Duemila la delegazione iraniana nei negoziati sul nucleare. Oggi – racconta a Open – è molto preoccupato per quella che definisce «una guerra esistenziale» per il suo Paese. Sessantanove anni, ex ambasciatore di Teheran in Germania, per vent’anni uomo di fiducia del regime, Mousavian è arrivato negli Usa nel 2009 con una condanna per spionaggio sulla testa. In America ha trovato casa all’Università di Princeton, dove ha insegnato fino allo scorso giugno quando una campagna portata
avanti da alcuni colleghi e politici – che lo accusano di essere ancora vicino al regime – lo ha spinto a ritirarsi. Accuse che l’ex diplomatico ha sempre respinto, affermando di lavorare «per il dialogo tra i due Paesi».
Professore, cosa intende per «guerra esistenziale»?
«Dichiarando che l’obiettivo è il collasso del regime, sono stati gli Stati Uniti a inquadrare il conflitto come esistenziale. La risposta dell’Iran viene vissuta internamente da molti come difesa della sopravvivenza nazionale. Ma c’è di più. Con l’assassinio della Guida Suprema Ali Khamenei, Stati Uniti e Israele hanno oltrepassato una linea rossa. Le conseguenze vanno ben oltre l’uccisione di un leader politico: Khamenei era una delle principali autorità religiose del mondo sciita. La sua figura ha importanza teologica, non solo politica. Alcuni leader sciiti hanno già lanciato appelli per la rappresaglia. L’Ayatollah Naser Makarem Shirazi, a Qom, ha dichiarato che vendicare Khamenei è un dovere religioso per tutti i musulmani nel mondo, per eliminare il male di questi criminali dalla faccia della terra».
Perché Trump ha deciso di attaccare proprio adesso?
«Molti funzionari americani hanno confermato che è stato Netanyahu a spingere Trump. Ma il timing è significativo: sia gli attacchi di giugno 2025, sia quello del 28 febbraio 2026, sono avvenuti in momenti in cui i negoziati sul nucleare – stando al ministro degli Esteri dell’Oman, che ha fatto da mediatore – avevano raggiunto progressi significativi. È stato poi lo stesso Trump ad ammettere che l’obiettivo è il cambio di regime in Iran».
In molti hanno pensato a una soluzione “venezuelana”: cooperazione con gli apparati in cambio della fine del programma nucleare e di riforme per la popolazione oppressa. Lei la vede possibile?
«Con il contro-attacco dell’Iran a Israele e alle basi americane nella regione, credo che gli Stati Uniti si siano già resi conto che una soluzione venezuelana è impossibile».
L’amministrazione Trump ha sottovalutato la capacità di risposta iraniana?
«Ha compiuto tre errori di valutazione. Primo: hanno sottovalutato le conseguenze dell’uccisione di Khamenei, leader religioso sciita a livello mondiale. Questo avrà ripercussioni ben oltre i confini iraniani. Secondo: la risposta militare iraniana. Per la prima volta dalla Seconda guerra mondiale, importanti basi militari statunitensi
nella regione sono state oggetto di attacchi prolungati. L’impatto sul prestigio americano potrebbe superare persino il danno simbolico della crisi degli ostaggi del 1979. Terzo: hanno creduto che la forza militare bastasse. Ma la forza può distruggere infrastrutture ed eliminare individui, non può cancellare l’identità nazionale, la convinzione religiosa o la memoria storica. Le lezioni del 1953, il colpo di Stato sostenuto dagli Usa, risuonano ancora oggi in Iran».
Netanyahu ha sempre descritto l’Iran come la “minaccia esistenziale” per Israele.
«Israele sta affrontando gli attacchi più intensi sul territorio dall’anno della fondazione nel 1948. La contro-offensiva missilistica iraniana sta minacciando l’architettura di sicurezza israeliana, nonostante i sistemi di difesa avanzati. La percezione di invulnerabilità – centrale per la deterrenza israeliana – è stata scossa. L’Iran ha subito danni militari notevoli, ma entrambe le parti si sono scoperte più fragili di quanto pensassero».
Quanto può resistere l’Iran? E quanto è probabile che il conflitto si estenda ulteriormente?
«La guerra si è già estesa a livello regionale e la traiettoria è allarmante: l’escalation genera contro-escalation perché ciascuna parte giustifica le proprie azioni come difensive. I rischi di errore di calcolo crescono a ogni scambio. I mercati sono in allerta, gli attori regionali vengono trascinati dentro, lo spazio diplomatico si restringe. Sarebbe più saggio per Trump spingere per un cessate il fuoco immediato, prima che diventi impossibile contenere il conflitto. Più a lungo continua, più difficile sarà fermarlo».
(da agenzie)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
LA DOCENTE DI DIRITTO INTERNAZIONALE A ROMA3: “QUELLE BASI NON POSSONO MAI ESSERE UTILIZZATE PER FINI CONTRARI AL DIVIETO DI AGGRESSIONE ARMATA”
I voli dell’Us Navy per l’Iran da Sigonella sono incostituzionali. «Gli accordi sulle
basi Usa in territorio italiano sono almeno in parte segreti, ma quelle basi non possono mai essere utilizzate per fini contrari a una norma imperativa del diritto internazionale, quale il divieto di aggressione armata», dice al Fatto Quotidiano la professoressa Alice Riccardi, che insegna Diritto internazionale al Dipartimento di Giurisprudenza di Roma Tre.
I voli dell’Us Navy
Tra venerdì 27 e sabato 28 febbraio un aereo pattugliatore P-8A Poseidon è decollato dalla base Usa in provincia di Catania. Si è diretto verso il Mediterraneo Orientale. A parlarne è stato su X Antonio Mazzeo, attivista ecopacifista e antimilitarista siciliano. Mazzeo ha pubblicato il tracciato di Flight Radar. Nei giorni precedenti invece una serie di missioni di ricognizione nel Golfo di Oman il drone spia Triton, sempre della Marina statunitense, secondo i tracciati registrati e
pubblicati sempre su X da Sergio Scandura di Radio Radicale. Secondo la Difesa italiana si tratta di «consuete missioni antisommergibile».
L’incostituzionalità
Riccardi spiega che «è un principio di base del diritto internazionale quello per cui una determinazione interna, come un atto del Parlamento, non può mai giustificare la violazione del diritto internazionale. Non si può giustificare una violazione del diritto internazionale asserendo che ciò sia richiesto o permesso da una norma interna». Nel 2003 da Sigonella partirono aerei statunitensi che partecipavano alla guerra contro l’Iraq. Che non aveva mandato Onu, a differenza di quella del 1991.
«Oggi è innegabile che gli Usa stiano violando il divieto di aggressione armata, mentre nel 2003 un qualche tentativo goffo di giustificazione c’era stato. Ricordiamo tutti le armi di distruzioni di massa irachene. Si invocarono presunte eccezioni consuetudinarie al divieto di uso della forza quale la teoria, mai provata corretta, della legittima difesa preventiva. Oggi siamo chiaramente in un quadro di aggressione», conclude Riccardi.
(da agenzie)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
WITKOFF AVEVA DETTO CHE I FUNZIONARI IRANIANI SI ERANO VANTATI DI POTER PRODURRE 11 BOMBE NUCLEARI… UN DIPLOMATICO PRESENTE LO SMENTISCE: E’ TUTTO FALSO
L’inviato speciale del presidente Donald Trump in Medio Oriente ha sabotato i colloqui con l’Iran prima dello scoppio della Guerra del Golfo. Steve Witkoff ha riportato una serie di affermazioni dei negoziatori di Teheran che secondo gli altri presenti alle trattative erano falsi. A spiegarlo è uno dei diplomatici presenti i colloqui a Ms.now. Witkoff ha detto in un’intervista a Fox News che i negoziatori iraniani si erano vantati con lui del fatto che l’Iran avesse abbastanza uranio arricchito per costruire quasi una dozzina di bombe nucleari
L’Iran, il nucleare e il casus belli
Un’affermazione poi ripresa dallo stesso Trump che ha parlato di Iran vicino ad avere armi nucleari e missili per colpire gli Stati Uniti. «In quel primo incontro, entrambi i negoziatori iraniani ci hanno detto direttamente, senza vergogna, che controllavano 460 chilogrammi di uranio al 60%», ha detto Witkoff riferendosi al livello di arricchimento dell’uranio. «Ed erano consapevoli che con quella quantità si potevano realizzare 11 bombe nucleari, e quello è stato l’inizio della loro posizione negoziale. Ne erano orgogliosi. Erano orgogliosi di aver eluso ogni sorta di protocollo di controllo per arrivare al punto in cui avrebbero potuto sganciare 11 bombe nucleari». Ma la descrizione della conversazione fatta da Witkoff è falsa secondo un diplomatico del Golfo Persico a conoscenza dei colloqui.
La testimonianza
Secondo il diplomatico, che ha parlato a condizione di anonimato, gli iraniani hanno detto a Witkoff che l’Iran era disposto a rinunciare all’uranio arricchito nell’ambito di un nuovo accordo con Trump. Gli iraniani hanno anche detto a Witkoff che l’Iran ha arricchito l’uranio dopo che Trump si è ritirato dall’accordo nucleare del 2017 mediato dall’amministrazione Obama. «Posso affermare categoricamente che questo è inesatto», ha detto il diplomatico, riferendosi al racconto di Witkoff.
«Stava spiegando che tutto questo materiale potrebbe scomparire se raggiungessimo un accordo e l’Iran potesse essere esentato dalle sanzioni». La portavoce della Casa Bianca Anna Kelly ha respinto la ricostruzione: «Solo l’MSDNC (nomignolo dato dai Maga al media che ha riportato la notizia, ndr) si lascerebbe usare e abusare dal malvagio regime iraniano per diffondere falsa propaganda antiamericana al fine di attaccare il presidente Trump», ha affermato Kelly.
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
L’EREDE PREDILETTO DI ALI, 57 ANNI, E’ SOSTENUTO DALL’ALA DURA DEI PASDARAN…NEL 2005, SI SCHIERÒ CON AHMADINEJAD, ALLORA IL CANDIDATO PIÙ CONSERVATORE, E FU TRA I REGISTI DELLA REPRESSIONE DELL’ONDA VERDE…LA SUA NOMINA, CHE DA’ ALLA TEOCRAZIA UNA IMPRONTA DINASTICA, SI PONE IN PROSECUZIONE CON LA LINEA DURA DEL PADRE, E ANCHE DI PIU’ (INSOMMA, DALLA PADELLA ALLA BRACE)
Secondo i media monarchici l’assemblea degli esperti avrebbe scelto il figlio del
defunto Ali come nuova Guida suprema del Paese
Farnaz Sabet, analista iraniano, prova a stemperare la cupezza con una battuta: «Se la notizia fosse confermata, questa sarebbe un’interessante ironia per l’Iran: sia la Repubblica Islamica che la sua principale opposizione avrebbero uno spirito monarchico».
La nomina di Mojtaba Khamenei, figlio del defunto Ali, come nuova guida suprema dell’Iran darebbe in effetti alla teocrazia una virata dinastica, assimilandola al sistema contro cui è nata e ha sempre detto di volersi battere, quello dello Scià. Una trasmissione del potere familiare e clanica, simile a quella che Hezbollah tentò dopo la morte di Nasrallah nominando nuovo leader suo cugino Safi al Din, anche lui poi ucciso dagli israeliani.
La vita e la carriera di Mojtaba Khamenei, 57 anni, secondogenito e figlio prediletto di Ali Khamenei, si sono fatte nell’ombra, nel deep state iraniano legato all’ala più dura dei pasdaran e degli apparati di sicurezza e repressione. La sua ascesa al rango di rahbar segnerebbe la vittoria di una nuova generazione ultraradicale sulle macerie della guerra.
Mojtaba è cresciuto uscendo pochissimo dall’Iran, quasi non si hanno notizie di suoi viaggi all’estero. A 17 anni entrò nel corpo dei Guardiani della rivoluzione combattendo nella guerra Iran-Iraq in un’unità molto ideologica fondata da un comandante, Ahmad Motevaselian, noto per il suo antisemitismo, e poi in un battaglione i cui membri diventeranno parte della destra radicale della Repubblica islamica.
Da quella posizione ha costruito la sua rete di influenza tra le Guardie della rivoluzione e di affari all’estero: secondo una recente inchiesta di Bloomberg, a lui farebbe capo un piccolo impero immobiliare tra Londra e altri capitali occidentali.
Nel 2005, si schierò con Ahmadinejad, allora il candidato più conservatore, e fu tra i registi della repressione dell’Onda verde, il movimento riformista che si opponeva alla sua rielezione denunciando i brogli. Un ruolo che ha assunto anche in altre ondate di manifestazioni, come nel 2019, durante la rivolta per il caro carburanti, indirizzando la repressione.
Della sua cerchia ristretta fanno parte religiosi fondamentalisti come Alireza Panahian e Mohammad Qomi che si oppongono ad aperture sociali e culturali che intacchino i capisaldi ideologici della rivoluzione islamica e vedono il liberalismo occidentale come come nemico. L’opinione di molti osservatori iraniani è che, se venisse davvero eletto leader, non sarebbe un autocrate pragmatico desideroso di avviare il Paese verso un nuovo corso, ma un fedele prosecutore della linea dura di suo padre, e anche di più.
(da agenzie)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
UN ULTERIORE SMACCO PER IL CARROCCIO… INTANTO I SONDAGGI DANNO IL NUOVO PARTITO VANNACCIANO IN CRESCITA AL 3,6%
L’effetto Sanremo per Vannacci è immediato: mentre i sondaggi nazionali registrano una piccola, ma costante, crescita, di Futuro nazionale, la sua presenza nella Città dei fiori e dintorni, negli ultimi giorni del Festival, ha innescato un terremoto nella Lega locale, con un clamoroso cambio di casacca del capogruppo in Comune, e segretario cittadino del Carroccio, Daniele Ventimiglia, portatore di un buon borsino di preferenze, che prova a fare entrare Futuro nazionale in consiglio comunale di Sanremo.
Unico esponente del Carroccio, infatti, con la formalizzazione dell’addio a Salvini, oggi, in Comune, il consigliere Ventimiglia di fatto ha cancellato la Lega dal consiglio, chiedendo di essere, d’ora in poi, consigliere di Futuro nazionale
Se l’ex capogruppo leghista ha annunciato con una lettera aperta l’adesione al progetto politico di Vannacci e l’addio alla Lega, la visita dell’europarlamentare europeo ha indotto anche un’altra lettera di dimissioni dal Carroccio, quella di Marco Lupi, ex presidente del consiglio comunale a Sanremo e altro esponente di spicco della compagine locale con la tessera da 34 anni, anche se non avrebbe ancora formalizzato l’ingresso in Futuro nazionale.
Ventimiglia accusa la Lega di aver “progressivamente perso la coerenza nelle proprie scelte politiche, allontanandosi da quei valori e ideali che mi avevano spinto ad impegnarmi con passione e determinazione” e che non “sia stata in grado di recepire e comprendere pienamente le ragioni del malcontento della base a livello
territoriale”, ci sarebbero anche diversi sgambetti interni e mancate promozioni, all’origine della scelta.
Il terremoto politico a Sanremo rappresenta una spina nel fianco non poco fastidiosa per la Lega, che proprio nell’estremo Ponente ligure ha un suo importante quartier generale, il sindaco della Vicina Ventimiglia è Flavio Di Muro, ex parlamentare della Lega, e storico delfino del viceministro di Matteo Salvini, Edoardo Rixi.
Il nuovo manipolo vannacciano però potrebbe aver fatto male i conti con il regolamento, aggiornato, del Comune di Sanremo, rispetto alla creazione dei nuovi gruppi politici: perché se un solo consigliere, eletto, può formare un gruppo, un consigliere che “cambia casacca”, passando da un partito a un altro, non può farlo e per formare un nuovo gruppo consiliare occorrono almeno tre esponenti che per ora non ci sarebbero, ma gli uffici comunali stanno approfondendo il caso.
(da Repubblica)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
IL PIO SOTTOSEGRETARIO ORMAI HA SCELTO DI FARE A GARA CON NORDIO A CHI LA SPARA PIÙ GROSSA: E MENO MALE CHE DOVEVA ESSERE LA FIGURA DI COLLEGAMENTO TRA IL QUIRINALE E I BARBARI DI PALAZZO CHIGI
Il sorteggio? L’Alta Corte disciplinare? «Ridurranno non solo il peso delle correnti
nel Consiglio superiore della magistratura, ma anche quest’area di impunità e di premio per la sciatteria».
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano partecipa a Roma a un convegno a favore della riforma costituzionale della giustizia e non lesina critiche al Csm: «Non ci starei a cantare le glorie nei secoli del Csm. Di quello attuale e di quelli precedenti».
Nella sala refettorio del Pio Sodalizio dei Piceni, Mantovano si presenta con un plico che raccoglie le valutazioni del plenum sui magistrati dal 2016 al 2024. «Porto alcuni esempi, perché è Quaresima ma anche il patimento deve avere un limite». Inizia dal plenum del 7 febbraio 2024, che valuta con esito positivo un giudice che ha lasciato in carcere un uomo 322 giorni in più del dovuto.
«È stato detto che si è trattato di un unico episodio. Sarà unico per lui, ma per l’imputato è la vita». Prosegue con il caso di una giudice che tra marzo e settembre 2012 ha depositato in ritardo, in un caso anche di 475 giorni, quindici sentenze. Non solo. Tra luglio e settembre 2013, i ritardi sono stati 3 tra i 74 e i 133 giorni, poi 14 sentenze monocratiche depositate con ritardi tra i 736 e i 1388 giorni. «Valutazione positiva anche in questo caso – dice Mantovano – È stato detto che i ritardi non hanno inciso».
Il sottosegretario incalza: «Se queste sono le performance dell’attuale Csm, dell’attuale sezione disciplinare, con l’Alta Corte non si può che migliorare. L’Alta Corte disciplinare servirà a sanzionare i magistrati negligenti, distratti, sciatti che non hanno in nessuna considerazione neanche i fondamentali della deontologia».
Mantovano difende la riforma targa Nordio – Meloni. «Il sorteggio – dice – è osteggiato perché rende più difficile l’organizzazione in correnti. Mentre la ripartizione che c’è stata sino ad ora è uno dei guai della magistratura italiana».
Cauto su certi aspetti, in particolare dopo che nelle scorse settimane il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha presieduto una seduta ordinaria del plenum invitando tutti alla continenza e al rispetto delle e tra le Istituzioni, su altri Mantovano si erge portavoce di un’intera comunità.
E dichiara: «I cattolici voteranno Sì alla riforma perché puntano alla realizzazione di una giustizia coerente con i principi della dottrina sociale della Chiesa». In sala, i partecipanti all’evento promosso dalla rete di alcuni comitati cattolici uniti nei “Comitati civici per un giusto sì” applaudono.
Tanti i cattolici che, una volta lette le affermazioni del sottosegretario, scuotono la testa: «Non vogliamo essere tirati per la giacchetta. E poi cosa c’entra la fede con la riforma?». Blasfemia, direbbe qualcuno. Citando il ministro della Giustizia che aveva bollato così alcune critiche alla riforma
(da La Stampa)
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Marzo 4th, 2026 Riccardo Fucile
“CI ASPETTIAMO QUATTRO O CINQUE SETTIMANE DI BOMBARDAMENTI. MA QUAL E’ L’OBIETTIVO? HANNO LAVORATO PER CERCARE DI COSTRUIRE UNA OPPOSIZIONE INTERNA ALL’IRAN? NON SO LA RISPOSTA. NON SONO SICURO CHE L’AMMINISTRAZIONE ABBIA PIANI CHIARI SU QUESTA GUERRA CHE POTREBBE ANCHE PORTARE ALL’ESCALATION. PER ESEMPIO, ALL’IMPROVVISO, IL PAKISTAN PUO’ DECIDIRE CHE È IL MOMENTO PER INVADERE L’AFGHANISTAN”
«Il presidente ha detto: ci aspettiamo quattro o cinque settimane di bombardamenti, con la speranza che alla fine questo cambierà il regime e il popolo dell’Iran sarà in grado di sollevarsi e di sviluppare un governo migliore in futuro
Questa è la speranza. Il problema è che non abbiamo buoni precedenti di cambio di regime e di nation building. E abbiamo imparato che non puoi aprirti la strada al cambio di regime con le bombe. (…) Perciò quello che mi preoccupa è: qual è l’obiettivo? E abbiamo una strategia per raggiungerlo e chiudere la partita? Quando schieri i tuoi uomini e donne in uniforme sulla linea del pericolo, devi loro una spiegazione chiara. Ma non sono sicuro che l’amministrazione abbia piani chiari su questa guerra», dice al Corriere Leon Panetta, ex direttore della Cia ed ex segretario della Difesa degli Stati Uniti.
Trump ha parlato di munizioni illimitate, è così?
«Non c’è dubbio che in passato ci sono stati problemi di catene di approvvigionamento militari. L’abbiamo visto nella fornitura di ulteriori armi all’Ucraina, La realtà è che ci sono limiti al numero di missili, di capacità di difese aeree degli Stati Uniti anche se siamo un esercito forte e abbiamo ovviamente un enorme supporto industriale. Ma alla fine nessun paese è completamente pronto per
una ampia guerra regionale, ovvero ciò in cui siamo coinvolti ora. È una guerra che copre il Medio Oriente e 4-5 settimane di continui attacchi richiedono logistica, mobilizzazione, e non ho dubbi che le nostre forze sono tese al massimo».
Quanto può durare?
«Spero che che non duri più di 4-5 settimane perchè penso che se il regime resta al potere con una nuova leadership sarà molto difficile produrre il tipo di cambiamento che vuole il presidente. La speranza a quel punto sarebbe probabilmente che chiunque il regime nomini come nuovi leader siano pronti a impegnarsi in negoziati che possano risolvere la guerra».
Il presidente non ha escluso l’invio di truppe di terra. Molti sono scettici che mandi soldati americani, qualcuno parla dei curdi.
«No sarei molto sorpreso se decidesse all’improvviso di mandare le truppe sul terreno in una invasione su larga scala dell’Iran. (…)
La Cia ha contribuito a localizzare Khamenei, ma sta lavorando localmente per supportare un’alternativa al regime?
«Dovrebbero. Diciamo così: sarei sorpreso se non stesse accadendo, ma d’atra parte è difficile dire esattamene cosa sta succedendo. Avrebbe senso avere la Cia e il Mossad operativi dentro l’Iran in per cercare di sviluppare non solo una leadership ma una organizzazione che possa essere stabilita se il regime dovesse crollare».
E quale fu la conclusione allora?
«Lavoravamo strettamente con Israele, che ha un’ottima intelligence sull’Iran, probabilmente migliore di quella americana, abbiamo visto come sono stati in grado di prendere di mira i leader e uccidere la Guida suprema. Ma la domanda è: hanno lavorato per cercare di costruire una opposizione interna all’Iran? Non so la risposta».
Trump ha detto che ha attaccato perché si attendeva un attacco preventivo dall’Iran.
«Hanno detto di operare sulla base della possibilità di una minaccia imminente, ma nel briefing del Pentagono al Campidoglio hanno detto che non c’era minaccia imminente. Dubito fortemente che l’Iran avrebbe condotto un attacco preventivo, penso che quello che è successo molto francamente è che quando l’intelligence ha mostrato che c’era una opportunità di colpire i leader inclusa la Guida suprema, il presidente ha deciso che era un obiettivo importante da perseguire e penso che questo abbia portato agli attacchi».
Lei si aspetta che questa guerra si espanda?
«Abbiamo per le mani una guerra mediorientale, che coinvolge tutti i paesi arabi, che ha portato a una direttiva a tutti gli americani in quelle aree di andarsene. E questo vi dice qualcosa: che siamo di fronte a un conflitto regionale che potrete anche portare all’escalation. Eventi come questo a volte escono fuori controllo e portano a guerre più ampie».
Che genere di escalation?
«Per esempio all’improvviso il Pakistan decide che è un buon momento per invadere l’Afghanistan, altri paesi che decidono che è un buon momento per approfittare… perché l’attenzione del mondo è distratta da quello che sta accadendo in Medio Oriente».
(da Il Corriere della Sera)
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