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IL GENIO ITALIANO SPIEGATO AL MONDO: CIRCA 200 TRA POLIZIOTTI E CARABINIERI ITALIANI DORMONO PER I GIOCHI OLIMPICI INVERNALI ALL’HOTEL MIRAMONTI, UN 5 STELLE DI CORTINA CHIUSO DA 3 ANNI PERCHÉ NON RISPETTA LE NORME ANTINCENDIO

Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile

E VISTO CHE NON SI PUÒ FARE, ECCO LA GENIALATA: NELLO STESSO ALBERGO CI HANNO MESSO ANCHE I VIGILI DEL FUOCO, COSÌ SIAMO A POSTO… LA STORIA E’ FINITA SULLA TEDESCA “FAZ”

Questa è una storia troppo “italiana” per passare inosservata agli inviati stranieri alle Olimpiadi. E quindi la Faz ci si è buttata. La storia è questa: a causa della carenza di posti letto, circa 200 tra poliziotti e carabinieri “a cui normalmente sono riservati alloggi piuttosto spartani – scrive il giornale tedesco – sono ospitati in un
hotel a cinque stelle. Il palazzo, situato a 1224 metri di altitudine, fu costruito all’inizio del XX secolo, con una sala colazioni rivolta a est per iniziare la giornata con i primi raggi di sole, e una sala da tè e aperitivi rivolta a ovest per ammirare il tramonto sullo sfondo delle cime delle montagne”.
Un posto mitico: “La porta girevole all’ingresso è già stata varcata da Clark Gable, dalla famiglia reale di Persia, da Brigitte Bardot e dalla cantante italiana Ornella Vanoni; le camere sono ampie, dotate di lampadari e alcune hanno balconi con vista sulle Dolomiti. Certo, tutto è un po’ decadente, un po’ vecchio”.
Perché la cosa più bella è un’altra: “L’Hotel Miramonti è chiuso da tre anni. Il motivo è la mancata conformità alle norme antincendio. Ma in Italia non sono solo flessibili, ma anche intraprendenti. Polizia e Carabinieri non volevano certo rinunciare a questa sistemazione attraente. Quindi, per la loro sicurezza, è stato semplicemente alloggiato lì anche un plotone di vigili del fuoco”. Geniale.
(da agenzie)

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SONDAGGIO “DEMOPOLIS” PER “OTTO E MEZZO” CERTIFICA LA RIMONTA DI CHI NON VUOLE LA RIFORMA NORDIO: NO 51%, SI’ 49%

Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile

PIÙ I TONI SI ALZANO, PIÙ GLI ITALIANI SI CONVINCONO A VOTARE “NO”… MELONI SI AFFRETTA A RIBADIRE ALLARMATA CHE “NON È UN REFERENDUM SUL GOVERNO”… “C’È CHI VUOLE LA LOTTA NEL FANGO”. SENTI CHI PARLA: È LEI CHE USA OGNI SCUSA PER PRENDERE A MALE PAROLE I MAGISTRATI, STRUMENTALIZZANDO OGNI SENTENZA

Se si votasse oggi – con un’affluenza stimata al 42% – il 40% degli italiani voterebbe a favore della Riforma, il 41% la boccerebbe. Con quasi un quinto di elettori ancora incerto sulla scelta. Se si ripercentualizzano i dati in assenza dei tanti indecisi, il “No” con il 51% prevarrebbe oggi di misura, per la prima volta, sul “Sì” attestato al 49%.
È la fotografia che emerge dal sondaggio condotto per il programma Otto e Mezzo (LA7) dall’Istituto Demopolis a poco più di un mese dal Referendum costituzionale sulla Giustizia.
“Si tratta di dati in evoluzione – spiega il direttore di Demopolis Pietro Vento – destinati ovviamente a modificarsi in base all’eventuale incremento dell’affluenza alle urne nelle prossime settimane. È una partita, quella referendaria, molto incerta e del tutto aperta”.
(da agenzie)

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HANNO “TRADITO” TRUMP: IL BULLO DELLA CASA BIANCA E’ FINITO COME UN PETRECCA QUALSIASI. TRE GIUDICI CONSERVATORI DELLA CORTE SUPREMA USA HANNO VOLTATO LE SPALLE AL PRESIDENTE E HANNO BOCCIATO I DAZI

Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile

SI TRATTA DI JOHN ROBERTS, NEIL GORSUCH E AMY CONEY BARRETT, DUE DEI QUALI NOMINATI PROPRIO DAL TYCOON

Ma poi c’era una seconda domanda legata ai dazi: chi avrebbe voltato le spalle al presidente tra i sei giudici conservatori sui nove della Corte?
La disposizione è passata con sei voti a favore e tre contrari. Considerato scontato il voto a favore dei tre giudici liberal – Sonia Sotomayor e Elena Kagan, nominate da Barack Obama, Ketanji Brown Jackson, nominata da Joe Biden – a bocciare i dazi del presidente sono stati in tre: John Roberts, Neil Gorsuch e Amy Coney Barrett
Roberts è il giudice capo, nominato da George W. Bush nel 2005, considerato conservatore e a cui Trump fino a oggi era molto grato, perché era colui che aveva firmato l’opinione della Corte Suprema a favore dell’immunità assoluta del presidente per gli “atti ufficiali rientranti nei poteri costituzionali fondamentali”. La decisione, in un momento in cui Trump era stato incriminato per una serie di reati, tra cui aver cercato di falsare i risultati elettorali in Georgia, spianò la strada del tycoon verso la candidatura e la vittoria alle presidenziali del 2024. Trump lo aveva pubblicamente ringraziato, l’anno scorso, e salutato con calore il giorno in cui si era presentato al Congresso per il discorso sullo Stato dell’Unione. Invece il tycoon aveva apertamente snobbato la giudice da lui nominata, Barrett. “I Padri fondatori – ha scritto stavolta Roberts – non hanno conferito alcuna parte del potere di tassazione al ramo esecutivo”.
Gorsuch, nominato da Trump nel 2017, è considerato il giudice testualista, cioè il più fedele ai testi e poco incline alla reinterpretazione filosofica. Per lui contano le parole scritte e non le intenzioni al momento dei legislatori. Barrett, nominata dal tycoon nel 2020, conservatrice, ha più volte votato contro Trump, scatenando la furia della base Maga e la freddezza nei suoi confronti, come abbiamo, detto, da parte del presidente.
La maggioranza della Corte Suprema non si è pronunciata sul fatto che le aziende possano ottenere rimborsi – in ballo ci sono oltre 170 miliardi di dollari – pagati in dazi. Molte aziende si sono rivolte nelle scorse settimane ai tribunali locali per avviare la procedura di rimborso. Kavanaugh ha osservato che il processo potrebbe essere complicato.
(da agenzie)

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“IL POTERE DI TRUMP È STATO RIDIMENSIONATO PROFONDAMENTE” – IL PREMIO NOBEL PER L’ECONOMIA, PAUL KRUGMAN, GONGOLA PER LO STOP DELLA CORTE SUPREMA AL “70% DEI DAZI” TRUMPIANI

Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile

“È UN PASSAGGIO ENORME, UN COLPO DURISSIMO. LA SENTENZA È SIGNIFICATIVA SOPRATTUTTO PERCHÉ ARRIVA DA UNA CORTE CHE IN PASSATO HA MOSTRATO AMPIA DEFERENZA VERSO IL PRESIDENTE” –

«Un passaggio enorme, un colpo durissimo» dice Paul Krugman. Pochi minuti dopo lo stop della Corte Suprema al “70 per cento dei dazi” di Trump, l’economista americano, coscienza liberal d’America, interviene sulla sua pagina Substack per spiegare una decisione che avrà impatti profondi e «ridimensiona profondamente il potere» dell’amministrazione a stelle e strisce.
«Non è una sorpresa — ragiona — che l’utilizzo dell’Emergency Economic Powers Act fosse illegittimo: era piuttosto evidente».
«La legge concede al presidente ampi poteri in caso di emergenza economica internazionale, ma non attribuisce automaticamente il potere di imporre dazi. Trump, peraltro, sosteneva che l’economia fosse “fantastica”, la migliore mai vista. Come si può affermare questo e, allo stesso tempo, dichiarare un’emergenza tale da giustificare l’imposizione delle tariffe?».
Domanda retorica. La decisione dei giudici, spiega Krugman, è significativa “soprattutto” perché assunta “da parte di una Corte che in passato ha mostrato ampia deferenza verso” The Donald. «L’implicazione — prosegue — è chiara: se il Congresso approva dei dazi, allora possono essere applicati. Ma il presidente non può introdurli unilateralmente invocando un’emergenza che, nei fatti, non esisteva»
Resta aperta, secondo Krugman, la questione dei fondi già incassati attraverso quei dazi. «Se sono stati dichiarati illegittimi, è difficile sostenere che il governo possa trattenere centinaia di milioni di dollari riscossi dalle imprese. Costi che, in larga parte, sono stati poi trasferiti sui consumatori».
Sul piano economico, Krugman è più cauto: «l’impatto diretto dei dazi era probabilmente più contenuto di quanto molti temessero. Il vero problema è stata l’incertezza generata dalla loro introduzione. E non è detto che questa decisione basti a dissiparla del tutto».
(da agenzie)

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È LA FARNESINA MA SEMBRA IL VATICANO: PADRE MARCO MALIZIA, IL CAPPELLANO UFFICIALE DEL MINISTERO DEGLI ESTERI NOMINATO DA ANTONIO TAJANI, ORGANIZZA TROPPE MESSE. E IL SINDACATO DEI DIPLOMATICI, IL SINDMAE, CHIEDE DI DARCI UN TAGLIO CON LA “SVOLTA SPIRITUALE”

Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile

“LE RIPETUTE INIZIATIVE DI PREGHIERA IN ORARIO DI UFFICIO GENERANO UNA SERIE DI INTERROGATIVI”. TRA CUI LA “LAICITÀ DELLO STATO” E IL RISPETTO DI TUTTE LE CONFESSIONI RELIGIOSE. SENZA CONSIDERARE LE QUESTIONI OPERATIVE: CHI SALTA LA MESSA, IL ROSARIO O LE PREGHIERE, È “GIUSTIFICATO” O RISCHIA QUALCOSA?

La messa è finita, andate in pace. Ma la messa non finisce mai. Alla Farnesina, almeno, una messa non si nega a nessuno. E neanche un rosario, una novena, un pellegrinaggio in Terra Santa. È la rivoluzione spirituale di padre Marco Malizia, il
sacerdote nominato da Antonio Tajani cappellano ufficiale del ministero degli Esteri. A cui ora si contrappone la “rivolta laica” dei diplomatici italiani. In una lettera il SINDMAE, il sindacato unico delle feluche, indirizzata al segretario generale Guariglia, chiede di darci un taglio con la “svolta spirituale” del ministero§Nel mirino c’è padre Malizia, il confessore della Farnesina accomodato in una stanza al primo piano, stimato e rodatissimo cappellano militare.
«Le ripetute iniziative di preghiera nonché le funzioni religiose svolte o annunciate in orario d’ufficio, quali ad esempio, la veglia e la recita del Santo Rosario per la pace dello scorso novembre e, da ultimo, la celebrazione della Santa Messa delle Ceneri, generano presso diversi soci una serie di interrogativi di carattere organizzativo e amministrativo, che confidiamo possano trovare migliore chiarimento a seguito della presente».
La questione è di primaria importanza. Chiama in causa niente meno che «la laicità dello Stato» e il rispetto di «tutte le confessioni religiose presenti tra le funzionarie e i funzionari della Farnesina» nonché «il pluralismo» all’interno del ministero[…]. E insieme chiedono delucidazioni su una serie di questioni operative. Chi salta la messa, il rosario, le preghiere di padre Malizia è «giustificato» o rischia grosso?
Leggete qui: «È stato sollevato il tema delle modalità di contabilizzazione delle eventuali ore di assenza del personale che decidesse di aderire a tali eventi (che si tengono in orario d’ufficio, pur non trattandosi di orario di massima operatività)», prosegue la lettera.
E ancora: come interpretare, si chiedono i diplomatici italiani, quell’avviso sulla piattaforma della Farnesina che invita calorosamente a prendere parte a «compiere un pellegrinaggio in Terra Santa»?
Oltre agli eventuali rischi di un simile viaggio – a quelle latitudini fischiano ancora missili e proiettili – il sindacato chiede spiegazioni sulle modalità di affidamento per l’appalto alla società che organizzerà il viaggio in Medio Oriente.
Insomma non a tutti è andata giù la svolta spirituale portata da padre Malizia, che in un anno di mandato è diventato un vero e proprio punto di riferimento alla Farnesina.
Malizia confessa i diplomatici, li ascolta, celebra messe e organizza perfino convegni sulla salute. A un anno dalla sua missione qualcuno, a quanto pare, ha da ridire. La «laicità dello Stato» scrivono le feluche, «per i nostri iscritti rappresenta
un principio di primaria importanza e che riteniamo debba essere costantemente tutelato, così come delineato dalla Costituzione».
(da agenzie)

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L’EGO-LATRINA DI TRUMP NON HA LIMITI, IL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO STA SPIATTELLANDO IL SUO NOME E IL SUO FACCIONE OVUNQUE: EDIFICI, NAVI DA GUERRA E PERSINO IL PASS PER L’ACCESSO AI PARCHI NAZIONALI –

Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile

IL BOARD DELLA PACE SI È RIUNITO IERI PRESSO IL “DONALD J. TRUMP U.S. INSTITUTE OF PEACE”, UN THINK TANK FINANZIATO DAL CONGRESSO CHE FINO A DICEMBRE SI CHIAMAVA “US INSTITUTE OF PEACE”

Il Board della Pace si è riunito ieri presso il «Donald J. Trump U.S. Institute of Peace», un think tank finanziato dal Congresso che fino a dicembre si chiamava semplicemente US Institute of Peace. «Marco l’ha intitolato a me» ha detto ieri il presidente americano, affermando che è stata per lui una sorpresa e un’idea del dipartimento di Stato, che ha la custodia dell’istituto (la decisione è ancora contestata in tribunale).
Sempre a dicembre il consiglio direttivo del Kennedy Center scelto dal presidente ha aggiunto il suo nome […] al centro culturale e memoriale ufficiale dell’ex presidente Jfk, tra le proteste del partito democratico. Ed è stato annunciato che una nuova flotta di navi della Marina Usa, descritte come più grandi e più letali mai costruite, verranno chiamate «Corazzate classe Trump».
Adesso la prossima mossa potrebbe essere rinominare l’aeroporto di Palm Beach, in Florida. Secondo il Washington Post , la sua azienda di famiglia sta cercando di avere l’autorizzazione anche per gadget e prodotti che si vendono negli aeroporti.
Ha inoltre lanciato nuovi conti correnti e di investimento per minorenni nominati Trump Accounts e il suo volto appare su manifesti affissi sulle facciate di alcuni edifici pubblici a Washington, come il dipartimento del Lavoro (insieme a Theodore Roosevelt) e sui pass per l’accesso ai parchi naturali, con George Washington.
(da agenzie)

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MARTINE DIOP BULLO, REGINETTA DEL CARNEVALE DI VENEZIA E GLI INSULTI RAZZISTI PER IL COLORE DELLA PELLE

Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile

LA GIOVANE E’ NATA A MESTRE; “NON TUTTI SANNO REAGIRE COME ME, CI SONO PERSONE FRAGILI”… MA IDENTIFICATELI E ANDATE A CERCARLI A CASA, VEDRETE CHE POI GLI PASSA LA VOGLIA DI ROMPERE I COGLIONI

Martine Diop Bullo, 18 anni, è stata scelta come «Maria» del Carnevale di Venezia. Non avrebbe pensato però nel 2026 di ricevere insulti per via del colore della sua pelle. Quando i social del Comune hanno rilanciato la tradizionale notizia sono comparse offese e commenti razzisti.
Tanti, «andiamo avanti con la distruzione delle tradizioni per forzare l’inclusione», oppure «proprio veneta al 100%!» e anche «Se mi metto dell’autoabbronzante, eleggete anche me?». Martine ha mamma veneziana e papà senegalese. Il Comune ha provveduto a cancellare gli insulti e la presidente Linda Damiano e l’assessore al sociale Simone Venturini incontreranno la giovane lunedì per portarle la solidarietà della città. «Ci sono rimasta male per forza, erano commenti molto violenti. Però non ci voglio pensare. Ne ho avuti talmente tanti di belli che mi voglio focalizzare solo su quelli – ha detto Martine in un colloquio con Maria Grazia Bortolato, presidente della “Festa delle Marie” – so chi sono, so da dove vengo. Non ho mai subito bullismo, né scuola e nemmeno nella società e non mi importa di subirlo nei social».
L’associazione “Festa delle Marie”: «È avvilente fin dove possa arrivare la cattiveria umana»
A scoprire la violenza sui social è stata, secondo quanto ricostruisce il Corriere della Sera, la nonna della ragazza. Voleva cercare gli articoli sulla sua nipotina e ha letto i commenti. «Per me che sono presidente dell’associazione è stato un
rammarico terribile anche nei confronti della sua famiglia – ha detto Bortolato al Corriere – quella delle Marie è una rievocazione storica, che porta gioia a tutti nel Carnevale. È avvilente fin dove possa arrivare la cattiveria umana. Martine è una ragazza stupenda e in queste ore avrebbe dovuto solo essere felice. I giudici l’hanno votata per la sua bellezza, per la sua maturità e anche per come ha saputo relazionarsi con le altre persone in questi giorni. Quando l’ho chiamata le ho detto che siamo superiori a tutto questo. E che lei si meriti la vittoria è sotto gli occhi di tutti: è intelligente, empatica, solare e forte. Ha tutte le qualità giuste. Avevo conosciuto anche sua mamma nei giorni del concorso. Posso solo immaginare come ci siano rimasti male i suoi genitori. Nessuno merita un trattamento di questo tipo. E se proprio vogliamo entrare nel merito, non è neanche la prima ragazza di colore che è stata eletta “Maria” a Venezia, era già accaduto nel 2006».
Martine: «Non tutti sanno reagire come me. Ci sono persone fragili»
«Sono veneziana e adoro Venezia. Ho fatto danza, faccio la dogsitter. In famiglia adoriamo il Carnevale veneziano, sono stata io ad iscrivermi di mia spontanea volontà. Sono nata a Mestre, ho sempre vissuto a Mestre ma ho viaggiato molto – ha poi dichiarato al quotidiano la 18enne – Nella vita cerco di portare solarità nelle cose ma molto rammaricata mi preoccupa che queste cose accadano ancora nel 2026, in un mondo in cui queste differenze non dovrebbero esistere più. Non tutti sanno reagire come me. Ci sono persone fragili che subirebbero la violenza senza riuscire a farla scivolare giù dalle spalle e portandone le conseguenze. Non è il mio caso. Ma polemiche di questo tipo nel 2026 non hanno senso di esistere».
(da agenzie)

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GIORGIA AL BIVIO: STA CON DONALD O CON L’ONU E LA CHIESA? IL BOARD OF PEACE RIUNITOSI IERI A WASHINGTON, DI CUI L’ITALIA È “OSSERVATORE”, È LA MOSSA DI TRUMP PER AGGIRARE L’ALLEANZA ATLANTICA. MA LA DECISIONE DEL VATICANO DI CHIAMARSI FUORI MANDA IN CORTOCIRCUITO LE BUSSOLE ESTERE DELLA MELONI

Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile

L’AMBASCIATORE SEQUI: “NELLA STORIA REPUBBLICANA È STATO SEMPRE CRUCIALE MANTENERE UN RAPPORTO SPECIALE SIA GLI USA CHE CON IL VATICANO. SUL BOARD, TUTTAVIA, LE DUE POSIZIONI DIVERGONO IN MODO SOSTANZIALE E QUESTO CI PROVOCA IMBARAZZO E TENSIONI”

Il Board of Peace riunitosi ieri a Washington ha annunciato fondi, riaffermato impegni e confermato ambizioni globali. Non ha però sciolto il nodo cruciale: chi eserciti l’autorità effettiva a Gaza e a quali condizioni possano realmente avvenire disarmo di Hamas e ritiro israeliano. È in questa distanza tra proclamazione e potere di determinare le variabili decisive che si misura la credibilità dell’iniziativa.
Occorre innanzitutto distinguere con precisione tra il piano di pace in venti punti e il Board. Il piano è stato approvato dal Consiglio di Sicurezza con la Risoluzione 2803 ed è giuridicamente fondato.
Lo statuto non limita l’organismo a Gaza: gli attribuisce il compito di garantire «pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitto». Formalmente collegato all’Onu, nei fatti è progettato per muoversi oltre il suo perimetro. Il Board, dunque, non è una istituzione multilaterale tradizionale ma un organismo a concentrazione verticale dell’autorità.
In un sistema Onu fondato su sovranità formalmente eguali e bilanciamenti procedurali, introduce una logica diversa: la leadership prevale sull’istituzione. Non incardina la potenza in regole condivise; la organizza attorno a un centro decisionale personale.
A ciò si aggiunge la monetizzazione dell’adesione. Il seggio permanente costa un miliardo di dollari. Il contributo non finanzia soltanto l’organizzazione: determina l’accesso. La gestione dei fondi resta a discrezione del vertice, mentre la responsabilità giuridica grava sui donatori.
È una torsione del principio di legittimità e di accountability. Il Board prevede controllo senza responsabilità e responsabilità senza controllo. In questo quadro la pace non è più un bene pubblico multilaterale, ma diventa funzione di una discrezionalità del suo presidente.
Israele e diversi Paesi arabi condividono una convergenza tattica – contenere Hamas e stabilizzare Gaza – ma divergono sul “dopo”: statualità palestinese, governance, garanzie. L’unità è contingente, non strutturale. L’Europa entra frammentata e a ranghi sparsi in un foro concepito per aggirare l’Onu: la frammentazione non è un incidente e diventa parte dell’effetto del Board.
Alcuni aderiscono, altri osservano, altri declinano. La Santa Sede ha rifiutato per difendere il primato dell’Onu nella gestione delle crisi: non è una scelta simbolica, è una valutazione di legittimità. La questione non è Gaza; è chi definisce cosa sia la pace.
L’assenza della Santa Sede indebolisce la legittimità morale del Board, introduce una dimensione etica nel confronto e amplifica la frattura europea, recuperando la centralità dell’Onu.
Qui emerge una divergenza concettuale netta. La visione deal-centrica trumpiana tende a identificare la pace con la chiusura operativa, anche temporanea, di una crisi. Papa Leone XIV ha ricordato invece che la pace non è mera interruzione delle ostilità, ma ordine giusto e riconosciuto.
La distanza tra pacificazione amministrata e pace legittima riflette due concezioni diverse dell’ordine. Per l’Italia ciò genera due tensioni strutturali. In passato, quando Roma veniva esclusa da formati ristretti, l’appoggio americano spesso consentiva di superare le resistenze di alcuni partner europei e di ottenere l’accesso ai tavoli decisionali. Oggi quella dinamica non funziona più. I formati si sono biforcati tra circuiti a guida statunitense e configurazioni europee autonome.
L’allineamento a Washington non garantisce più automaticamente integrazione in formati ristretti europei e può anzi produrre un costo politico nei rapporti con i partner Ue. La scelta di essere paese “osservatore”, non prevista dallo statuto, è il male minore, ma ha un costo: legittima il Board senza avere voce.
Il secondo cortocircuito riguarda il rapporto con Usa e Vaticano. Nella storia repubblicana è stato sempre cruciale mantenere un rapporto speciale con entrambi, anche per ragioni di legittimazione nei confronti della nostra opinione pubblica.
Il risultato è che il Board non abolisce l’Onu: lo rende aggirabile. Non distrugge il multilateralismo ma lo relativizza. È coerente con la linea espressa a Monaco da Rubio: multilateralismo selettivo, funzionale all’interesse nazionale americano e non vincolante.
La questione non è se il Board ricostruirà Gaza, ma se l’ordine internazionale reggerà se la pace è organizzata come club e la legittimità diventa una variabile dell’interesse del momento. Con queste premesse, la pacificazione può produrre tregue ma, senza legittimità condivisa, non produce stabilità.

Ettore Sequi
per “la Stampa”

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LA CORTE SUPREMA BOCCIA I DAZI DI TRUMP CON SEI VOTI A FAVORE E TRE CONTRARI: I TOGATI (SEI SU NOVE NOMINATI DA PRESIDENTI REPUBBLICANI) HANNO STABILITO CHE TRUMP NON PUÒ IMPORRE LE TARIFFE IN BASE “ALL’INTERNATIONAL EMERGENCY POWERS ACT”, QUELLO A CUI HA FATTO RICORSO PER GIUSTIFICARE I DAZI

Febbraio 20th, 2026 Riccardo Fucile

IL TYCOON MASTICA AMARO: “È UNA VERGOGNA. HO UN PIANO DI RISERVA” … ORA, GLI IMPORTATORI HANNO IL DIRITTO A ESSERE RISARCITI PER IL DANNO ECONOMICO SUBITO: OLTRE UN MIGLIAIO LE AZIENDE CHE HANNO PRESENTATO RICORSO CONTRO LA CASA BIANCA – TRA I COLOSSI CHE CHIEDONO RISARCIMENTI CI SONO PUMA, REEBOK, GOODYEAR E ANCHE L’ITALO-FRANCESE ESSILORLUXOTTICA

La decisione della Corte Suprema è una “vergogna”. Lo ha detto Donald Trump, secondo quanto riporta Cnn. Il presidente ha anche assicurato di avere un piano di riserva. La Corte Suprema ha bocciato i dazi con 6 voti a favore, 3 contro
La Corte Suprema ha stabilito che Donald Trump non può imporre i dazi in base all’International Emergency Powers Act, quello a cui ha fatto ricorso il presidente per giustificare i dazi del ‘Liberation Day’.
La legge dà al presidente l’autorità di affrontare “minacce straordinarie” in caso di un’emergenza nazionale, inclusa quella di “regolare” l’importazione” di “beni esteri”, ed è stata approvata negli anni 1970 per limitare i poteri presidenziali in materia di sicurezza nazionale dopo i dazi imposti da Richard Nixon per affrontare la crisi della bilancia dei pagamenti in seguito al crollo del sistema monetario di Bretton Woods.
La norma non fa alcun riferimento esplicito ai dazi, competenza esclusiva del Congresso come le tasse e per i quali sono state concesse solo alcune deleghe al presidente.
(da agenzie)

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