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LA MELONA AZZOPPATA DAL REFERENDUM SAREBBE PRONTA A RITOCCARE IN BASSO L’ABNORME PREMIO DI MAGGIORANZA DELLO “STABILICUM” PUR DI FAR CONVERGERE IL SI’ DELL’OPPOSIZIONE – MA LA FU DUCETTA HA DAVANTI DUE OSTACOLI

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

NON È SICURA DEI VOTI, A SCRUTINIO SEGRETO, DI LEGA E DI FORZA ITALIA CHE TEMONO UN TRAPPOLONE SUI SEGGI… IL SECONDO PROBLEMA SERPEGGIA IN FDI: IN CASO DI SCONFITTA, MOLTI DI LORO RISCHIANO DI FINIRE TROMBATI PROPRIO A CAUSA DEL PREMIO DI MAGGIORANZA – A SINISTRA, SE IL M5S E’ ABBASTANZA FAVOREVOLE ALLA RIFORMA, IL DUPLEX PD-AVS E’ DI AVVISO CONTRARIO

Pur di non rischiare una nuova batosta, dopo quella del referendum, sulla riforma della legge elettorale la Meloni azzoppata è disposta a ritoccare il famigerato premio di maggioranza: potrebbe abbassarlo riducendo il numero dei parlamentari guadagnati dalla coalizione vincente, passando da 70 deputati e 35 senatori. a 45 deputati e 20 senatori
Una disponibilità a rivedere l’abnorme premio di maggioranza dello “Stabilicum” che punta a far convergere l’opposizione sul sì alla riforma.
Una condivisione di cui, sulla carta, Giorgia Meloni non avrebbe bisogno. Come avvenuto con la riforma della Giustizia, il centrodestra potrebbe approvare la nuova legge elettorale a colpi di maggioranza. Ma la fu Ducetta si trava davanti due ostacoli: gli alleati dei Camerati d’Italia, cioè Forza Italia e Lega, sono più che scettici (eufemismo) e votando a scrutinio segreto il rischio per la Fiamma Tragica di prendere una seconda batosta si fa concreto. Quanti franchi tiratori potrebbero tentare di affossare lo “Stabilicum” in aula? Ah, saperlo…
Infatti, giocando con il pallottoliere, sia gli azzurri sia i leghisti, si chiedono in coro: ma ci conviene? Salvini e Tajani, anche nel loro piccolo, hanno capito che, in questo “proporzionale mascherato”, come primo partito della coalizione, Fratelli d’Italia drenerebbe gran parte dei seggi disponibili.
La contrarietà più grande è legata appunto all’incertezza dei seggi sicuri: chi se li prende? Chi decide come ripartire le poltrone?
Visti i mal di pancia del Carroccio e i retroscena sulle riflessioni di Marina Berlusconi su un eventuale “pareggione” (Forza Italia diventerebbe l’ago della bilancia), davanti al rischio di finire trombati, non è detto che la maggioranza voti compatta.
Ma nubi cupe si addensano anche sui Fratellini d’Italia che si chiedono: ma in caso di sconfitta alle politiche del 2027, a causa de’ ‘sto premio di maggioranza, molti noi non torneranno a scaldare gli scranni in parlamento…
Certo, la storia, dai tempi di Berlusconi, insegna che quando si è trattato di conquistare il potere, la destra si è sempre compattata nonostante le divergenze, dimostrando di conoscere il segreto di ogni coalizione di successo: “Prima si vince e poi si regolano i conti”.
Nel campolargo sono abbastanza favorevoli alla riforma meloniana i Cinque Stelle, i quali sperano di allargare le proprie file parlamentari agguantando, in caso di successo, il premio di maggioranza; altrimenti, non hanno nulla da perdere.
Nel Pd invece sono molte le perplessità: Elly Schlein ha condiviso i suoi dubbi con l’Avs di Fratoianni & Bonelli, che è l’unico alleato con cui ha un accordo politico stabile, e ha deciso di sabotare ogni possibile discussione.
(da Dagoreport)

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FORZA ITALIA VA IN TILT NELLE MARCHE. IL CONGRESSO, ORGANIZZATO PER INCORONARE SEGRETARIO REGIONALE FRANCESCO BATTISTONI, UOMO DI TAJANI, SCATENA UN PANDEMONIO

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

MONTANO LE ACCUSE VERSO TAJANI DI AVER ACCELERATO PUR DI BLINDARE I SUOI UOMINI DI FIDUCIA IN VISTA DELLE POLITICHE DEL 2027 (BATTISTONI È UNO DI QUESTI E PER LUI SI PROFILA UN POSTO DA CAPOLISTA IN UN LISTINO) … I FORZISTI MARCHIGIANI SOLLEVANO ANCHE DUBBI SULLA REGOLARITÀ STESSA DEL CONGRESSO PER LA MODALITÀ CON CUI È STATA AVVIATA LA RACCOLTA FIRME E PER LA SCARSA TRASPARENZA IN MERITO ALLA CANDIDATURA UNICA DI BATTISTONI

Il commissario sul tetto che scotta. Ad una settimana dal congresso regionale di Forza Italia che dovrebbe incoronarlo segretario, il deputato Francesco Battistoni è finito nel mirino dei suoi.
Cos’è successo
Nelle Marche sta montando un malumore neanche troppo strisciante per le modalità con cui è stato organizzato l’appuntamento a Macerata – una specie di blitz che lascia appena 10 giorni per raccogliere le firme – e per la decisione di blindare per l’ennesima volta un forestiero che si presenta come candidato unico.
«Battistoni ha fretta di diventare segretario regionale in vista delle candidature alle politiche del 2027», tuona l’ex sindaco di Amandola Domenico Eleuteri. E dire che doveva trattarsi di un congresso unitario ed ecumenico. All’evento del 15 maggio a Macerata sono attesi i big del partito, a partire dal segretario nazionale e vicepremier Antonio Tajani. Uno dei congressi unitari – insieme a quelli di Calabria e Veneto – che aveva avuto il via libera anche da parte di Marina Berlusconi.
Le ragioni degli attriti
Invece ora diversi esponenti locali stanno chiedendo di rinviare il congresso e ieri, durante il coordinamento del partito di Pesaro-Urbino sono volate scintille. Un collegamento da remoto perché Battistoni era a Macerata, «come sempre. Della nostra provincia non gliene importa niente. Pensa solo al Sud della regione perché è il suo collegio», i commenti tranchant dei forzisti pesaresi.
Tra questi, il più battagliero è l’ex assessore regionale Stefano Aguzzi, che avrebbe anche minacciato di lasciare il partito. Nel 2022, Battistoni è entrato in Parlamento candidandosi nel collegio super-sicuro di Ascoli–Fermo alla Camera. Cosa che già allora aveva creato malumori. Ora l’accelerazione sul timing del congresso sarebbe anche legata alla volontà di Tajani di blindare i suoi uomini di fiducia in ottica 2027: Battistoni è uno di questi e per lui si starebbe profilando l’unico (o quasi)
posto sicuro, ovvero quello di capolista in un listino. […] L’addio al partito del sindaco di Civitanova Fabrizio Ciarapica – passato con Vannacci – è il sintomo di questa rabbia montante contro i paracadutati.
La sommossa interna a Forza Italia parte da Pesaro Urbino, la provincia che, in questi anni di commissariamento guidato dall’onorevole Francesco Battistoni si è sentita esclusa e poco considerata dai vertici del partito. Ma il malumore per la candidatura unica di fatto imposta in vista del congresso di venerdì a Macerata si è allargato a macchia d’olio a tutta la regione.
L’appuntamento che avrebbe dovuto consacrare Battistoni segretario a furor di popolo di fronte ai big azzurri – il leader nazionale Antonio Tajani in testa – si sta trasformando in un’occasione per una resa dei conti a lungo attesa. Nelle ribelli terre del Nord è stato vergato un documento di fuoco che chiede «il rinvio del congresso».
Le prime firmatarie sono Laura Scalbi, segretaria azzurra e consigliera comunale di Urbino, e Fernanda Sacchi, consigliera della Provincia di Pesaro Urbino e storica militante: «La situazione del partito nelle Marche è molto grave – l’affondo tranchant – Segnaliamo fatti gravi gia emersi sui social: il sindaco di Civitanova Ciarapica e l’ex sindaco di San Benedetto Piunti se ne sono andati. Capograssi, del movimento giovanile, ed altri di San Benedetto sono usciti dal direttivo e si sono candidati in una civica insieme a Noi Moderati».
Il documento solleva anche dubbi sulla regolarità stessa del congresso «in considerazione delle modalità con cui è stata avviata la raccolta firme e della scarsa trasparenza in merito alle candidature».
O meglio: alla candidatura, visto che quella di Battistoni è l’unica. Cosa, anche questa, che ha fatto arricciare più di un naso ai forzisti, stanchi di essere teleguidati da paracadutati da Roma. «Battistoni ha fretta di diventare segretario regionale in vista delle candidature alle politiche del 2027», ha tuonato nei giorni scorsi l’ex sindaco di Amandola Domenico Eleuteri, che la tessera di FI l’ha stracciata in polemica.
Tajani vuole blindare i suoi uomini di fiducia e Battistoni è stato praticamente
imposto, con buona pace delle ambizioni dei forzisti marchigiani: l’incoronazione a segretario regionale sarebbe la proverbiale foglia di fico per giustificare l’operazione. Ma ora nelle chat dei rivoltosi interni sta febbrilmente girando anche il regolamento del congresso che, a detta loro, non sarebbe stato rispettato.
E a supporto della tesi sventolano l’articolo 3: «La candidatura a Segretario Regionale deve essere collegata ad una mozione e ad una lista di candidati a membro della Segreteria Regionale». Passaggio che, nella fretta di celebrare il congresso, non sarebbe del tutto stato espletato. Una notte dei lunghi coltelli a tinte azzurre
(da “Corriere Adriatico”)

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IL PROBLEMA POLITICO PIÙ GROSSO PER GIORGIA MELONI È IL SUD: IL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA HA DIMOSTRATO CHE IL MERIDIONE HA VOLTATO LE SPALLE ALLA DUCETTA

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

IL SOTTOSEGRETARIO AL SUD, L’EX SEGRETARIO DELLA CISL LUIGI SBARRA, IN UN ANNO HA TAGLIATO MOLTI NASTRI MA NON È RIUSCITO A PORTARE CONSENSI (ANZI, SI È ALIENATO QUELLI DI FRATELLI D’ITALIA, ED È STATO “COMMISSARIATO” DA RAFFAELE FITTO, CHE HA PIAZZATO IL FEDELISSIMO GIOSY ROMANO COME CAPO DIPARTIMENTO)

Il Sud come croce. Per il governo e Fratelli d’Italia. Come ha certificato il referendum sulla giustizia in cui, oltre a un’affluenza più bassa rispetto alla media, i “No” avevano superato ampiamente i “Sì” in tutto il Meridione.
La premier Giorgia Meloni non è soddisfatta del lavoro che il suo esecutivo ha fatto sul Mezzogiorno d’Italia che le sta voltando le spalle, né tantomeno del sottosegretario al Sud, Luigi Sbarra, che quando fu nominato nel giugno 2025, era stato scelto proprio con l’obiettivo di portare consensi, a partire da quelli del sindacato.
Così non è stato, tant’è che i vertici di Fratelli d’Italia sono rimasti molto irritati per il fatto che la Cisl (da cui viene Sbarra) non abbia fatto alcun endorsement per il “Sì” alla separazione delle carriere e quindi senza mobilitare i propri iscritti.
Per questo, per gestire l’ultimo anno prima del voto, a inizio febbraio Meloni ha deciso di istituire la cabina di regia per il Sud a Palazzo Chigi. Un organismo presieduto proprio da Sbarra in cui però ci saranno anche le figure più vicine a Meloni della Presidenza del Consiglio: Sbarra sarà coadiuvato dai ministri, ma anche dagli altri sottosegretari alla Presidenza del Consiglio (a partire dai fedelissimi della premier Alfredo Mantovano e Giovanbattista Fazzolari), il segretario generale di Palazzo Chigi Carlo Deodato e gli otto presidenti di Regione del Sud, di cui cinque di centrodestra.
Secondo il Dpcm del 6 febbraio scorso firmato da Mantovano, che Il Fatto ha potuto leggere, si individuano anche i quattro scopi della cabina di regia: definire “gli obiettivi strategici delle politiche pubbliche per lo sviluppo del Sud”, assicurare il coordinamento tra Stato, Regioni ed enti locali tenendo conto delle risorse stanziate, la redazione del Piano strategico per il Sud e il monitoraggio del Piano stess
La cabina di regia viene convocata con una cadenza trimestrale. Il tutto finanziato con le risorse del Dipartimento del Sud
La cabina di regia del Sud servirà per istituzionalizzare l’impegno del governo e le risorse, coinvolgendo anche altre figure rispetto allo stesso Sbarra, che ormai non gode delle simpatie di molti dentro Fratelli d’Italia. Diverse fonti raccontano di rapporti freddi sia col ministro del Pnrr Tommaso Foti, sia con il suo predecessore Raffaele Fitto.
Sbarra – che sogna la candidatura in Parlamento tra un anno e soprattutto un posto da ministro del Lavoro in un ipotetico Meloni bis – è stato ribattezzato il “taglia nastri” per la sua presenza a tutti i convegni e inaugurazioni, soprattutto al Sud, senza concretizzare più di tanto.
Inoltre, se all’inizio Sbarra avrebbe voluto “rivoluzionare” il Dipartimento del Sud a cui era stata data una dotazione finanziaria ingente considerando che si tratta di un dicastero senza portafogli, per la posizione di capo dipartimento è stato scelto Giosy Romano, già responsabile della struttura Zes e fedelissimo di Fitto. Una sorta di “controllore”.
(da Il Fatto Quotidiano)

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SCUOLA, MAZZATA DALLA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA ALL’ITALIA: “BASTA ABUSO DI PRECARI PER L PERSONALE ATA”. IL MINISTERO SOLO ORA CERCA DI CORRERE AI RIPARI

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

IL SISTEMA DELLE SUPPLENZE PER IL PERSONALE AMMINISTRATIVO ED AUSILIARIO VIOLA IL DIRITTO EUROPEO

La Corte di giustizia dell’Unione europea boccia l’Italia sul fronte del precariato nella scuola. Con una sentenza destinata ad avere pesanti conseguenze politiche e amministrative, i giudici di Lussemburgo hanno stabilito che il sistema di reclutamento del personale amministrativo, tecnico e ausiliario (il cosiddetto personale Ata) viola il diritto europeo in materia di contratti a tempo determinato. Le sentenze della Corte di giustizia dell’Ue sono vincolanti per l’Italia.
I motivi
Al centro della decisione c’è il ricorso sistematico ai contratti precari, che secondo la normativa europea dovrebbe rappresentare un’eccezione e non una modalità ordinaria di gestione del personale. La Corte ha accolto così il ricorso della Commissione europea, rilevando come la legislazione del nostro Paese non preveda alcun limite effettivo né alla durata complessiva dei contratti a termine né al numero massimo dei rinnovi per il personale Ata. Vuoto normativo che, secondo i
giudici, ha consentito negli anni un utilizzo strutturale del lavoro precario per coprire quelle che in realtà sono esigenze permanenti e a lungo termine degli istituti scolastici.
L’abuso strutturale del precariato
La sentenza rappresenta un nuovo duro richiamo nei confronti dell’Italia, già più volte finita sotto osservazione a Bruxelles per l’abuso dei contratti a termine nel settore pubblico. Per la Corte, infatti, il problema riguarda proprio il sistema che si regge in modo strutturale sulle supplenze e sui rinnovi continui dei contratti. E nel mirino dei giudici c’è anche il funzionamento delle procedure concorsuali.
I problemi dei concorsi
I giudici contestano il requisito che consente al personale Ata di accedere ai concorsi per l’assunzione a tempo indeterminato solo dopo aver maturato almeno due anni di servizio con contratti a termine. Condizione che, secondo la Corte, produce un effetto paradossale perché invece di ridurre il precariato, finisce per incentivarlo, spingendo l’amministrazione scolastica a ricorrere ai contratti temporanei almeno per il periodo necessario a consentire l’accesso ai concorsi.
«L’Italia non può invocare esigenze di flessibilità»
«L’Italia non può invocare esigenze di flessibilità», scrivono i giudici europei, sottolineando che la normativa nazionale non individua «circostanze specifiche e concrete» in grado di giustificare il ricorso reiterato ai contratti a tempo determinato. Per la Corte, inoltre, i concorsi banditi negli ultimi anni non costituiscono una risposta adeguata al problema, perché organizzati in modo discontinuo e imprevedibile, senza garantire così una reale prevenzione degli abusi.
La battaglia di Bruxelles contro il precariato nelle scuole
La decisione arriva al termine di una lunga procedura avviata dalla Commissione europea. Già nel 2024 Bruxelles aveva deferito l’Italia alla Corte di giustizia dell’Ue accusandola di non aver adottato misure sufficienti per fermare quello che veniva definito un «uso abusivo dei contratti a tempo determinato» nelle scuole dell’Italia. Una questione che da anni alimenta le proteste dei sindacati del
comparto istruzione. Le organizzazioni dei lavoratori denunciano da tempo come il precariato scolastico sia diventato ormai strutturale.
Il personale precario è raddoppiato in 10 anni: cosa dicono i dati
Secondo le sigle sindacali, negli ultimi dieci anni il numero dei lavoratori precari nelle scuole sarebbe più che raddoppiato, nonostante il continuo susseguirsi di concorsi ordinari, straordinari e delle procedure legate al Pnrr. A pesare è soprattutto il ricorso sistematico alle supplenze annuali e temporanee, utilizzate spesso per coprire posti vacanti che restano scoperti per anni. Situazione che, oltre a creare incertezza occupazionale per migliaia di lavoratori Ata (e docenti), incide di fatto sull’efficienza delle scuole, rallentando l’organizzazione amministrativa e compromettendo la continuità dei servizi.
Il ministero dell’Istruzione: in arrivo un provvedimento d’urgenza
Dal ministero dell’Istruzione e del merito ci tengono a riferire che le norme contro cui la Corte ha puntato il dito risalgono a tempo fa, in particolare a un decreto legislativo del 1994 (n.297), e successivamente modificate dalla legge n. 124 del 1999 e dal regolamento attuativo del 2000. «Al fine di risolvere questa annosa e complessa questione, il ministero ha avviato un confronto con le organizzazioni sindacali, istituendo un tavolo tecnico per la revisione complessiva del sistema di reclutamento del personale Ata», fanno sapere dal ministero. «In vista di un prossimo provvedimento d’urgenza cosiddetto “salva-infrazioni”, attualmente allo studio del governo, il ministero ha presentato una nuova proposta normativa volta a superare in modo strutturale le contestazioni sollevate dalla Commissione europea», concludono.
(da agenzie)

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L’UE PROCESSA LA BIENNALE E SI PREPARA A TAGLIARE I FINANZIAMENTI DI DUE MILIONI: I TITOLARI DELLA CULTURA RIUNITI A BRUXELLES (CON LA DISERZIONE DI GIULI) BOCCIANO LA DECISIONE DI BUTTAFUOCO, PRESIDENTE DELLA RASSEGNA VENEZIANA, DI RIAPRIRE IL PADIGLIONE RUSSO: “NON DAREMO FONDI A CHI RIABILITA GLI AGGRESSORI. LE SCENE CHE ABBIAMO VISTO ALLA BIENNALE QUESTO WEEKEND PARLANO DA SOLE”

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

POI ARRIVA LA BACCHETTATA A SALVINI … I PIU’ DURI CONTRO LA RIAPERTURA AI RUSSI SONO STATI I PAESI DELL’EST EUROPEO CON I POLACCHI IN PRIMA FILA: “IL LAVORO DEGLI ASSASSINI NON DEVE ESSERE FINANZIATO”

L’Ue processa la Biennale di Venezia e si prepara a ritirare il fondo da due milioni destinato alla manifestazione. Il padiglione russo accolto dal presidente della Fondazione, Pietrangelo Buttafuoco, ha quindi fatto scatenare la reazione europea e i ministri della Cultura riuniti ieri a Bruxelles lo hanno bocciato con durezza. Il tutto nell’assenza del titolare italiano, Alessandro Giuli, che dopo il faccia a faccia di lunedì con la premier, Giorgia Meloni, ha deciso di disertare il Consiglio.
Anche se la Commissione gli ha riconosciuto di aver tenuto la linea più corretta e senza nascondere il «rammarico» per la posizione assunta da «altri ministri italiani», chiaro il riferimento a Matteo Salvini.
Tra la presidenza della Biennale e la Commissione è ancora in corso uno scambio epistolare per chiarire la scelta di Buttafuoco.
Ma resta il fuoco di fila che ieri ha contraddistinto il vertice dei 27.
«Noi — ha annunciato il maltese Glenn Micallef, Commissario Ue alla Cultura — useremo ogni leva che abbiamo, anche al di là del settore della cultura» perché «non possiamo sostenere finanziariamente e con i soldi dei contribuenti un’organizzazione che invita e riabilita gli aggressori, normalizzando cosa sta accadendo in Ucraina. Le scene che abbiamo visto alla Biennale questo weekend parlano da sole». Le frasi della rappresentante cipriota, Vasiliki Kassianidou,
presidente di turno dell’Ue, ben sintetizzano l’esito della riunione ministeriale di ieri: «Gli Stati membri hanno condannato chiaramente la decisione della Biennale».
Secondo lo stesso Micallef, «lo sport e la cultura non dovrebbero mai essere utilizzati per normalizzare i crimini di guerra e l’aggressione». In questo caso vengono collegati la scelta della Biennale con quella del Comitato Olimpico internazionale e di quello Paralimpico di revocare le restrizioni nei confronti della Bielorussia e della Russia
Per tutti questi motivi l’esecutivo comunitario ha proposto ai ministri di sospendere il finanziamento da due milioni alla Biennale di Venezia per destinarlo agli aiuti per la ricostruzione in Ucraina.§I più severi sono stati i Paesi dell’est europeo. A partire dalla Polonia: «Insieme agli Stati baltici stiamo negoziando con forza affinché alla Russia non sia ancora consentito presentare le proprie opere.
Potremmo anche imporre sanzioni più severe e semplicemente impedire l’ingresso in Italia agli artisti russi e a quelli che collaborano con la Russia». Il lavoro di «assassini», ha sentenziato la ministra di Varsavia Marta Cienkowska, non deve essere finanziato. Al suo fianco la Lettonia: «Non possiamo continuare a chiudere gli occhi mentre il Cremlino alimenta la sua propaganda, usando piattaforme istituzionali culturali, e allo stesso tempo continua i suoi tentativi di violare il diritto internazionale, di cancellare la cultura, l’identità e la storia ucraina.
(da agenzie)

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“LE COSE CHE DICE IL PAPA NON SONO QUELLE CHE TRUMP VORREBBE SENTIRE”: IL PRESIDENTE DELLA CEI, IL CARDINALE ZUPPI, OSPITE DI “OTTO E MEZZO”, RIMETTE A POSTO IL PRESIDENTE STATUNITENSE CHE HA ATTACCATO RIPETUTAMENTE LEONE XIV

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

“IL PAPA FA IL PAPA E CONTINUERÀ A DIRE CHE LA GUERRA NON DEVE ESSERE USATA COME MODO PER RISOLVERE I CONFLITTI. SU TRUMP, NON METTEREI IN MEZZO GESÙ. È UN’ATTRIBUZIONE INDEBITA CHE RISCHIA LA BLASFEMIA. PUÒ IL SIGNORE GIUSTIFICARE LA GUERRA?”

“Le cose che dice il Papa non sono quelle che Trump vorrebbe sentire. Il Papa fa il Papa e continuerà a dire che la guerra non deve essere usata come modo per risolvere i conflitti e che non c’è alcuna giustificazione in assoluto per la guerra, tantomeno spirituale o religiosa.
Dire ‘Non vuole il disarmo dell’Iran’ sono attribuzioni che niente hanno a che vedere con la chiarezza di Papa Leone che, con mitezza ma anche molta forza, continua a dire che bisogna risolvere i conflitti col dialogo”.
Così il presidente della Cei, cardinale Matteo Maria Zuppi, a Otto e mezzo su La7. “Dispiacciono gli attacchi. Speriamo che anche gli incontri avvenuti chiariscano e riportino un legame evidente e storico con gli Usa. Non scalfiscono la scelta del Papa, che continua a indicare la via della pace e del disarmo, i luoghi del dialogo”, conclude Zuppi.
(da agenzie)

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I SONDAGGI CHE DANNO IL GENERALE AL 3,5-4% AGITANO IL CENTRODESTRA. I VOTI SONO DECISIVI PER DETERMINARE L’ESITO DELLE ELEZIONI MA CI SONO DUE INSIDIE PER LA MELONI

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

LA PRIMA E’ LO SPOSTAMENTO A DESTRA DELL’ASSE DELLA COALIZIONE DI GOVERNO (COME CONCILIARE IN POLITICA ESTERA LE POSIZIONI DELL’UCRAINO FAZZOLARI CON IL FILO-PUTIN VANNACCI?) … LA SECONDA INSIDIA: PER SALVINI ACCETTARE IL RITORNO DI VANNACCI EQUIVALE A SUBIRE UNA FORMA DI ISTIGAZIONE AL SUICIDIO. SENZA TRASCURARE ANCHE FORZA ITALIA: IL NUOVO CORSO LIBERAL DI MARINA BERLUSCONI COME SI CONCILIA CON L’ULTRADESTRA VANNACCIANA?

Era prevedibile che il generale Vannacci facesse pesare il suo 3,5-4 per cento che i sondaggi gli attribuiscono. Senza aspettare di vedere affievolirsi l’onda favorevole che in questo momento sembra incoraggiarlo. Dunque il suo proporsi a Giorgia Meloni era da mettere in conto, benché sia singolare che lo scissionista di ieri diventi l’aspirante socio di oggi. Beninteso, il suo approccio contiene due insidie, per non dire due trappole.
La prima insidia è lo spostamento a destra dell’asse della coalizione di governo. La premier Meloni si è sforzata in questi anni, sia pure fra qualche contraddizione, di costruire il profilo di Fratelli d’Italia come partito conservatore inserito nella cornice europea: più vicino ai Popolari di quanto si ammetta sul piano ufficiale, ma ortodosso nella sua fedeltà alla tradizione euro-atlantica.
Nonostante Trump o forse proprio pensando al dopo-Trump. Tendere la mano a Vannacci e alle sue conclamate ambizioni vuol dire spostarsi ancora più a destra, fino ad ammiccare inevitabilmente ai tedeschi di Alternative o ai francesi lepenisti. E ancora, elemento da non sottovalutare, agli inglesi di Farage. Vuol dire imboccare la strada di un populismo di destra che rappresenta l’opposto della strada percorsa fin qui dalla presidente del Consiglio.
Senza contare l’aspetto forse più importante.
Vannacci è un fervente sostenitore delle tesi russe sull’Ucraina, per lui è opportuno che Zelensky ceda le armi. Il governo italiano, nonostante una Lega recalcitrante, ha invece sostenuto una linea coerente di sostegno a Kiev, al pari dell’Unione Europea.
Difficile immaginare che tutto venga buttato all’aria sotto la spinta di un partito del 4 per cento desideroso d’imprimere una svolta in senso filo-Putin alla nostra politica estera: oltretutto alla vigilia delle elezioni.
Una simile operazione, fosse pure solo adombrata, sarebbe un grave danno d’immagine e di sostanza per l’Italia. Non è strano che Vannacci la proponga, sarebbe sorprendente se qualcuno immaginasse di prenderla in considerazione. Ma per ora non risulta.
La seconda insidia riguarda il sistema di pesi e contrappesi nel centrodestra. Il neo-partito, Futuro Nazionale, è nato da una costola della Lega salviniana, una forza che s’illudeva di occupare uno spazio “sovranista” alla destra di Fratelli d’Italia. Il piano è fallito, come è noto, e oggi i voti virtuali di Vannacci sono sottratti in larga misura proprio al Carroccio.
Il che pone Salvini in una posizione che dire scomoda è poco. Per l’antico “capitano” un po’ in disarmo, accettare il ritorno di Vannacci equivale a subire una forma di istigazione al suicidio. Senza trascurare che anche Forza Italia, ossia il segmento “centrista” dell’alleanza di governo, non potrebbe far finta di nulla — da Taiani a Marina Berlusconi — di fronte al protagonismo vannacciano.
Ora, è vero che le previsioni assegnano un ruolo decisivo a Futuro Nazionale per determinare l’esito delle elezioni. Come dire che senza il generale il centrodestra sarebbe a rischio di sconfitta. Ma la situazione è più complicata.
(da agenzie)

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GIORGIA, IL PASTROCCHIO ELETTORALE FATTELO DA SOLA! LE OPPOSIZIONI RISPEDISCONO AL MITTENTE LA PROPOSTA DELLA MELONI DI UN “TAVOLO” PER MODIFICARE INSIEME LA LEGGE ELETTORALE

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

FDI PROPONE UN RITOCCO AL PREMIO DI MAGGIORANZA CHE IL CENTROSINISTRA CONSIDERA “SPROPORZIONATO” E INCOSTITUZIONALE: L’IPOTESI DEI MELONIANI È DI RIDURLO, SOLO ALLA CAMERA (DOVE SI PREVEDONO 70 DEPUTATI AGGIUNTIVI PER CHI OTTIENE IL 40% DEI VOTI), MENTRE AL SENATO RESTEREBBE INVARIATO

Giorgia Meloni ha dato l’ordine, lunedì sera, nel corso dell’ultimo vertice di maggioranza sulla legge elettorale: avviate il dialogo con le opposizioni, non offriamogli il pretesto per urlare all’ennesima forzatura, dire che noi vogliamo cambiare da soli le regole del gioco.
E i pretoriani hanno eseguito: partendo dalla Camera, il ramo del Parlamento dove il ddl targato centrodestra è stato incardinato.
Da bravi scolaretti, si sono divisi i compiti. Il capogruppo della Lega, Riccardo Molinari, ha chiamato gli omologhi di Pd e 5S, Chiara Braga e Riccardo Ricciardi. Il collega di FdI, Galeazzo Bignami, ha contattato Azione e Iv. Mentre il forzista Enrico Costa ha sentito Avs.
Identico l’invito, rivolto a tutti gli interlocutori del centrosinistra: «Apriamo un tavolo per modificare insieme il Rosatellum». Identica, sebbene con sfumature
diverse, la risposta: «Nessun tavolo, il confronto lo faremo in commissione quando inizierà l’esame del vostro testo e degli emendamenti che saranno presentati».
Consapevoli che tendere la mano in un momento in cui la coalizione di governo è in affanno, incapace persino di trovare una quadra al suo interno — divisa (quasi) su tutto, dall’entità del premio alle preferenze — significherebbe toglierle le castagne dal fuoco.
Tanto più per una correzione del sistema elettorale pensata per non rischiare di perdere al prossimo giro. E pazienza se il meloniano Giovanni Donzelli ancora ieri insisteva: «Niente è precostituito, abbiamo già detto che siamo pronti a qualsiasi cambiamento, non c’è un pacchetto chiuso».
Proponendo un ritocco al premio di maggioranza che le opposizioni considerano «sproporzionato» e dunque incostituzionale: lo si potrebbe ridurre, ha spiegato il n.2 di FdI, ma solo alla Camera (dove si prevedono 70 deputati aggiuntivi per chi ottiene il 40% dei voti), mentre al Senato resterebbe invariato.
La minoranza però non si fida. E, almeno per ora, fa muro. «È singolare che c’invitino al dialogo dopo che se la sono suonata e cantata, presentando un testo irricevibile, scritto tutto da loro», denuncia Alessandro Alfieri, responsabile riforme del Pd: «Aprono perché sono in difficoltà. Facciano tabula rasa, anche del premierato, e se ne può discutere».
Una linea che le forze del campo largo hanno concordato: la legge elettorale non è una priorità. Prima vengono i problemi degli italiani. E infatti. «Ci sediamo solo se si discute di salari, lavoro, costo della vita, liste d’attesa: è su questo che ci aspettavamo una convocazione», chiariscono i dem Boccia e Braga
Lo pensa anche Giuseppe Conte: a Palazzo Chigi parlano d’altro «e intanto ci sono rincari fuori controllo a carico di famiglie e imprese, tre anni di crollo della produzione industriale, licenziamenti, calo degli stipendi».
È in questo scenario che si inserisce la smentita di Marina Berlusconi, secondo alcuni retroscena impegnata a brigare con il Pd in vista delle prossime politiche: «Non sono né artefice, né ispiratrice di manovre volte a ridefinire alleanze e schieramenti, o addirittura a influenzare l’elezione del futuro presidente della Repubblica».
(da Repubblica)

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DANIEL LURIE, SINDACO DEMOCRATICO DI SAN FRANCISCO, È RIUSCITO IN POCHI ANNI A RIPULIRE L’IMMAGINE DELLA CITTÀ, DIVENTATA IL SIMBOLO DEL DISORDINE, TRA OVERDOSE DI FENTANYL, SENZATETTO E AZIENDE IN FUGA

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

IL 49ENNE, EREDE DELLA FAMIGLIA DISCENDENTE DI LEVI STRAUSS (CHE CONTROLLAVA L’IMPERO DEI JEANS LEVI’S), HA LAVORATO PER RIDURRE IL CRIMINE, AIUTARE GLI HOMELESS, SGOMBERARE LE STRADE A DOWNTOWN E ATTIRARE INVESTIMENTI… SECONDO UN SONDAGGIO RECENTE, ORA LURIE HA UN INDICE DI GRADIMENTO DEL 74%

A San Francisco hanno riscoperto l’amore per un sindaco, dopo anni di polemiche e fughe dalla città. Daniel Lurie sembra uscito dall’ennesimo romanzo americano: erede della famiglia che un tempo controllava l’impero dei jeans Levi’s, filantropo fondatore di noprofit contro la povertà, outsider senza esperienza, è diventato sindaco nel 2024 promettendo non una rivoluzione ideologica ma qualcosa di molto meno glamour, cioè far funzionare di nuovo la città.
E questo, nel cuore tech d’America, lo ha reso molto popolare perché ha rimesso al centro ciò che il mondo digitale sembrava aver fagocitato: la vita reale.
Secondo un sondaggio del San Francisco Chronicle, Lurie ha un indice di gradimento del 74 per cento, un numero quasi irreale per una città che negli ultimi anni era diventata simbolo nazionale del disordine urbano: overdose da fentanyl, downtown svuotata, negozi chiusi, accampamenti urbani di homeless trasformati in metafora televisiva del declino americano.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva avuto gioco facile nell’accusare le amministrazioni democratiche di aver spalancato le porte dell’inferno, intossicando il decoro e mettendo a rischio la sicurezza dei cittadini. Il tycoon citava sempre San Francisco. Ora non più.
L’aspetto nuovo è che l’erede della famiglia discendente di Levi Strauss, 49 anni, non è un tribuno dalla retorica avvolgente. Non è un Barack Obama della Bay Area, non ha il fervore ideologico del senatore Bernie Sanders o il carisma del sindaco di New York Zohran Mamdani. Si esprime con toni bassi, lessico pragmatico e ha un’ossessione per due parole: “Efficienza” e “risultati”. In un’epoca di sindaci show, non è poco.
Il sindaco ha lavorato per ridurre il crimine, aiutare gli homeless, sgomberare le strade a downtown e attirare investimenti. Il lavoro è ancora lungo ma molti ammettono che la città non appare più fuori controllo. Lurie sembra aver capito che la via progressista per riconquistare la gente è pensare ai loro bisogni, e meno ai principi. Nel suo discorso davanti ai democratici californiani ha definito San Francisco «una città che funziona».
Lurie non rinnega i valori liberal, ma sostiene che quei valori abbiano smesso da tempo di essere accompagnati dal buon senso. In questo ricorda il sindaco Mamdani, che a New York si occupa di chi ha una casa popolare fatiscente e non può permettersi di mandare i figli all’asilo. Entrambi sono il volto della mutazione del nuovo Partito democratico, post-ideologico. Il centro di San Francisco è tornato a popolarsi. Conferenze di intelligenza artificiale tornano al Moscone Center, il turismo è in ripresa.
(da Repubblica)

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