Destra di Popolo.net

“VOTATE SI’” A SUON DI BALLE: YACHT, ISLAM E FURTI IN TRENI

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

PER RIZZO LA RIFORMA CI LIBERA DEI MARANZA, CERNO HA L’INCUBO DEGLI IMAM

Se non ci fosse di mezzo lo smantellamento di 7 articoli della Costituzione, la campagna del Sì sarebbe uno spasso. Guai perciò a non riconoscere i meriti a chi da settimane sforna perle di involontaria comicità o di assoluto nonsense.
L’ultimo spot imperdibile è quello di Flavio Briatore. In un video pubblicato sui social, l’imprenditore appare affranto: “La mia coscienza mi dice che devo farlo”. Urca. “Dobbiamo votare Sì”. Ah. “E vi spiego perché: io sono il classico esempio di persecuzione”. Seguono tre minuti in cui Briatore racconta del suo yacht sequestrato dalla Guardia di Finanza e messo all’asta “a un prezzaccio” in tempo di Covid, signora mia, “tre settimane prima che la Cassazione mi assolvesse”. Il tipico perseguitato, appunto, d’altronde a chi non è capitato di vedersi svendere la barca a 7 milioni di euro?
L’elettore più ingenuo potrebbe allora pensare che la riforma Nordio tuteli i ricchi. Ma per fortuna c’è Marco Rizzo a spiegarci che non è così, perché il Sì è destinato a sgominare pure la microcriminalità. La sua è una storia di vita vissuta: “Oggi mia moglie a Milano è stata derubata: portafogli, carta di credito, bancomat, le solite cose. Ci siamo rotti! Perché poi quella gente lì, e non erano italiani, e sono molto incazzato, se li beccano, il giorno dopo li rivedete in metro”. La chiosa è un micidiale plot twist: “Basta! Ci siamo rotti le scatole! Votate Sì al referendum”. Yacht al sicuro e maranza in galera
Il filone securitario del referendum è uno dei più in voga. Per la verità il visionario precursore è stato come al solito Matteo Salvini, prima che sfortunatamente si stufasse della campagna elettorale. Comunque, già a novembre sentenziava: “Il referendum è un passo avanti fondamentale di civiltà. Anche la cronaca degli ultimi giorni lo dimostra, dall’incredibile vicenda di Garlasco al sequestro dei tre bambini portati via in modo vergognoso”. Da quel momento Garlasco e i bimbi nel bosco sono diventati evergreen, come se c’entrassero qualcosa con la riforma (anzi, Alberto Stasi è in carcere perché i giudici di Cassazione non hanno dato retta alla Procura generale: uno spot per il No).
Vale tutto, persino arruolare i defunti. E non quelli che ne sarebbero lieti, tipo Berlusconi o Gelli, ma chi, come Indro Montanelli, difficilmente sarebbe stato meloniano. Sul Fatto è dovuta intervenire Letizia Moizzi, nipote del giornalista, per lamentarsi di come la Fondazione Einaudi stesse strumentalizzando una sua intervista di 40 anni fa. È la caccia al […] L’altro giorno il Sì ha potuto arruolare pure Davide Lacerenza, ex re della Gintoneria fresco di patteggiamento a 4 anni e 8 mesi per droga e prostituzione. Roba che fa curriculum.
Poi ci sono le mitiche card social di Fratelli d’Italia. Una delle migliori ritrae una famiglia seduta a tavola mentre guarda la tv: “Tanto i rimpatri del governo Meloni trovano l’opposizione di certi magistrati”, dice il padre sconsolato. Nella bulimia di post capita però anche che FdI pubblichi un’immagine del presidente del Tribunale di Palermo, Piergiorgio Morosini, additandolo come “il giudice che condanna lo Stato” reo di aver scritto un libro contro la riforma. Concetto vero, quest’ultimo (il libro è Mani legate, Paper first), ma Morosini non ha scritto alcuna sentenza che “condanna lo Stato”: il riferimento era alla condanna civile (firmata peraltro da un’altra magistrata) a risarcire la Sea Watch per alcuni errori nel sequestro della nave della Ong. Persino Briatore sarebbe stato d’accordo.
Per non dire della deriva religiosa della campagna elettorale. A un certo punto la destra si è convinta che fosse una buona idea mandare un messaggio semplice – i buoni votano Sì, i cattivi No – e di declinarlo in forma confessionale. Il sottosegretario Alfredo Mantovano assicura: “I cattolici voteranno Sì perché puntano alla realizzazione della giustizia”. Anche teologo, direbbe un’ammirata signorina Silvani appena prima di sputazzare. Fatto sta che risultano una marea di cattolici anche per il No, ma forse Mantovano voleva solo onorare Maria Elena Boschi, che nel 2016 applaudì i “partigiani veri” schierati per il Sì, da non confondere con quelli annacquati dell’Anpi. Oggi idem: ci sono cattolici veri e cattolici finti.
Va da sé che gli islamici siano in blocco per il No. Ce lo conferma il Giornale, che ha iniziato una martellante campagna: “La Mecca dice no”; “La guerra santa al referendum: ‘Il No conviene agli islamici’”; “L’arma della sinistra: 1,7 milioni di musulmani per bocciare il referendum”. Tutti arruolati personalmente, previo furto del portafoglio della moglie di Rizzo.
(da agenzie)

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MELONI A POCHI GIORNI DAL REFERENDUM TAGLIA ACCISE PER 20 GIORNI, IL TEMPO DI VOTARE E POI “PASSATA LA FESTA, GABBATO LO SANTO”

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

OGGI IL PODCAST CON FEDEZ CHE SERVE AD AUMENTARE LE INTERAZIONI E AUMENTARE L’AFFLUENZA

La tanica è nell’urna. Metti Sì nel serbatoio. Meloni vi fa il pieno di bonus benzina, offre uno sconto di 25 centesimi a litro, taglia le accise e impone il prezzo consigliato. Vale da oggi. Votate sì? Le risorse sono trovate con tagli lineari ai ministeri. Salvini va a Rete4 a vendersi la misura (“il taglio accise c’est moi”), Meloni a Rai1. Si sorpassano alla pompa. Sono misure temporanee fino al 7 di aprile e Giorgetti, in Cdm, scandisce tre volte: “Tem-po-ranee!”. E’ un Cdm di tensione che fa da rampa di lancio per la fine referendum. Il Garante per la sorveglianza dei prezzi diventa lo sceriffo con il lavavetri e trasmette ai magistrati verbali, prove per verificare se esistono “manovre speculative su merci”. Punire, e puniremo. I distributori devono comunicare i prezzi e non possono variarli nell’arco della giornata. Oggi sarà diffuso il podcast di Fedez con Meloni. Non è una trovata pop, ma l’alta ingegneria di Meloni: il Si che si nutre del No.
Il podcast di Fedez con Meloni è stato pensato da ben due mesi. Anche l’annuncio, la rivelazione del Fatto Quotidiano, l’anticipazione, è funzionale. Il quotidiano di Travaglio fa aumentare le menzioni su Meloni. La partecipazione serve ad avere materiale video per inondare i social, ed è materiale che circolerà tranquillamente a urne aperte, il memento vota. E’ un effetto studiato a tavolino, un’idea di Tommaso Longobardi, il social media manager di Meloni (il suo Dalì con il baffetto) e dell’autore di Fedez, Matteo Grandi. Era da fine dicembre che Longobardi lavorava all’appuntamento. Ospite di Fedez, Longobardi anticipava di fatto una possibile partecipazione di Meloni al podcast. Non è una spruzzata di giovanilismo ed è un errore pensare che il video di Meloni sia destinato ai giovani, molti dei quali non votano, o che Fedez sia stato scelto per aumentare la polemica. Si è solo scelto il meglio in termini di contatti che offriva il mercato.
FdI vuole replicare così l’effetto Marche. Anche allora, durante le elezioni regionali, le più sentite da Meloni, si diceva che le Marche fossero in bilico, si parlava di pareggio. In quel caso si è verificato che la discesa in campo di Meloni ha aumentato le interazioni. Il primo obiettivo del governo non è convincere a votare Sì. L’urgenza che ha Meloni, in queste ore, è informare gli italiani che domenica e lunedì si tiene un referendum. Il resto lo fa lei: polarizza. La prima ospitata da Porro, lunedì, fa entrare Meloni nella classifica delle pagine più viste sui social. Si tratta di menzioni. Martedì, l’anticipazione del Fatto, la partecipazione di Meloni al podcast di Fedez, produce un ulteriore effetto. Si inizia a parlare, e dividere, sull’opportunità o meno che Meloni vada. Si moltiplicano gli sberleffi, si aizzano le tifoserie, si creano contenuti falsi, altri sulla natura delle domanda. Scompaiono gli altri leader. Martedì, le menzioni social di Meloni hanno un balzo del venti per cento e le analisi predittive calcolano, per oggi, la crescita del sessanta per cento. Il paradosso è che Meloni cresce anche grazie ai rivali. I veri trascinatori del “no” sono Travaglio, Scanzi, Lorenzo Tosa, influencer che creano dibattito. La notizia del Fatto viene dibattuta in queste pagine. Anche chi sostiene le ragioni del “no” finisce nella scia di Meloni. Dice Luca Ferlaino, presidente di Socialcom, che analizza i dati social, che compulsa algoritmi: “La vera notizia è che dopo l’annuncio di Meloni da Fedez, il referendum esiste. A Meloni serve a far sapere che c’è una consultazione a un pubblico che neppure lo sapeva. Al momento ci sono state due bolle, quelle del Sì e del No. Meloni con questi video raggiunge italiani che non fanno parte di quella bolla”. Aumenta dunque l’affluenza dei votanti. Secondo alcuni sondaggi l’affluenza può danneggiare il Sì ma secondo Youtrend può aiutare Meloni. E’ la teoria di Matteo Renzi che secondo Chicco Testa: “Vota Sì ma non lo dice, come molti di sinistra, pavidi. Volete un consiglio? Votate Sì e non si scioglieranno più i ghiacciai. Sorridiamo e votiamo. Sì”. Le apparizioni di Meloni (Tg1, i 5 minuti di Vespa) sono necessari per oscurare i suoi fratelli di sparata. Dal parlamentare che invita a usare il sistema clientelare, fino ad Andrea Delmastro, il sottosegretario alla giustizia, che si occupava di ristorazione, schiavettoni e forchetta, con eredi di condannati per mafia. In America c’è Trump che è il Gratteri con il ciuffo (vuole fare una retata a Cuba). E’ convinzione di Meloni che se gli americani non chiudono la guerra presto, gli effetti sull’economia dei paesi europei saranno incalcolabili. Tajani pensa che una missione Onu a Hormuz sia una bellissima pensata di Crosetto ma impraticabile. Oggi Meloni è a Bruxelles e insieme a 9 paesi (c’è una lettera congiunta) chiede a Ursula von der Leyen di rivedere il sistema degli Ets. Anche Piersilvio Berlusconi vota sì (e lo ha dichiarato). Il Sì va da Fedez, e a nafta. (Ps. Salvini, che ha riunito le compagnie petrolifere, corretto il testo, lavorato con Giorgetti, dice che il decreto taglia accise è opera sua, scritto da lui. Se serve, vi pulisce anche il parabrezza.
(da Il Foglio)

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COCCI ROTTI A DESTRA: DIETRO AL RICATTO HARD A TOMMASO COCCI, ASTRO NASCENTE DI FRATELLI D’ITALIA A PRATO, CI SAREBBE ANDREA POGGIANTI, ANCHE LUI EX MELONIANO

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

LA PROCURA HA CHIUSO LE INDAGINI: POGGIANTI È ACCUSATO DI DIFFAMAZIONE E DIFFUSIONE ILLECITA DI MATERIALE INTIMO. AVREBBE RICATTATO COCCI E DIFFUSO LA SUA FOTO NUDO…MA NON E’ TUTTO: GLI INQUIRENTI FANNO RIFERIMENTO AD ALTRE PERSONE COINVOLTE. IL SOSPETTO NASCE DA INFORMAZIONI CONTENUTE NELLE LETTERE ANONIME EMERSE DURANTE L’INCHIESTA: I RICHIAMI ALLA LOGGIA MASSONICA “SAGITTARIO”, DI CUI COCCI ERA STATO SEGRETARIO

La procura di Prato ha chiuso le indagini sul presunto ricatto a luci rosse ai danni dell’ex capogruppo di FdI nel consiglio comunale pratese, l’avvocato Tommaso Cocci. L’ex vicepresidente del consiglio di Empoli Andrea Poggianti – ex FdI – è accusato di diffamazione e diffusione illecita di materiale intimo nei confronti del suo ex collega di partito.
Le accuse sono legate all’invio di numerose lettere anonime contenenti fotografie private ed intime di Tommaso Cocci, ‘astro’ nascente della politica pratese la cui carriera è stata fermata da questa vicenda. Tra i reati ipotizzati figura anche il tentativo di violenza privata, poiché l’azione avrebbe avuto l’obiettivo di compromettere la candidatura alle Regionali di Cocci, come poi è effettivamente accaduto.
Secondo la procura di Prato, il piano avrebbe avuto un respiro ancora più ampio: colpire l’area politica vicina all’onorevole Chiara La Porta (FdI), adesso consigliera regionale. Partendo da motivazioni private — riconducibili a rancori personali — sarebbe nata, secondo le ricostruzioni dell’accusa, l’iniziativa di Poggianti.
Nel provvedimento di chiusura delle indagini si fa riferimento ad altre persone coinvolte, la cui posizione è trattata separatamente. L’ipotesi è che Poggianti abbia agito in concorso con altri. Il sospetto nasce da informazioni contenute nelle lettere anonime emerse durante l’inchiesta. I richiami alla loggia massonica Sagittario, di cui Cocci era stato segretario, fanno ipotizzare che eventuali complici possano provenire da ambienti massonici.
Nell’atto di conclusione delle indagini non compare Claudio Belgiorno, altro ex consigliere comunale di FdI a Prato – anche lui è uscito dal partito meloniano – ; inizialmente perquisito con l’ipotesi di un coinvolgimento nella presunta manovra diffamatoria. Secondo quanto si apprende, la sua posizione è stata momentaneamente separata – stralciata – per ulteriori verifiche.
(da agenzie)

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FAZZOLARI S’È ROTTO IL CAZZO DI GIULI E BUTTAFUOCO: “INTELLETTUALI CHE NON HANNO FATTO UN TUBO NELLA VITA. LA NOMINA DELLA BIENNALE È SQUISITAMENTE POLITICA PER CUI CHI CI VA PUÒ FARE QUELLO CHE VUOLE MA DEVE TENERE CONTO DELLE IMPLICAZIONI POLITICHE”

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

QUINDI GLI DA’ GLI OTTO GIORNI DELLA SERVA: “QUESTA È UNA SETTIMANA IN CUI NON POSSIAMO METTERE ALTRE POLEMICHE SUL FUOCO, MA DI QUESTA STORIA DEI RUSSI ALLA BIENNALE DI VENEZIA DOPO IL REFERENDUM NE RIPARLIAMO”

Ohibò: ci voleva un post-fascio musulmano sciita per far esplodere le mille contraddizioni dei Fratellini delle Meloni Sister giunti affannosamente al quarto anno di potere.
La riapertura, dopo quattro anni di assenza per l’invasione dell’Ucraina, del padiglione russo della Biennale di Venezia, voluta dal presidente Pietrangelo Buttafuoco, è stato il detonatore delle tensioni accumulate sull’asse Via della Scrofa-Palazzo Chigi.
Gong! Fratelli d’Italia contro “Fiamma Magica”. Essì, la novità è poi un classico di quando si occupa il primo piano di Palazzo Chigi. Davanti alla spartizione e alla gestione del potere, i vecchi rancori, sgambetti, ripicche e antipatie mai superate tra colleghi di partito non rimangono più sopiti e troncati per l’ideale comune; ma strabordano fino a raggiungere lo stadio del disprezzo.
C’è insomma da strabuzzare gli occhi e aggrottare la fronte a leggere l’articolo di Augusto Minzolini, sul “Giornale” di oggi (che al momento nessuno ha smentito).
L’ex direttore del Tg1 e de “Il Giornale”, già senatore di Forza Italia, verga un articolo sul quotidiano diretto da Cerno-byl in cui dà voce al pensiero di Giovanbattista Fazzolari, custode integerrimo dell’ortodossia meloniana, con virgolettati pesantissimi sullo scontro al calor bianco tra i dandy-cariati di Fratelli d’Italia, Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco.
Intanto, il Fazzo fa una premessa: “Questa è una settimana in cui non possiamo mettere altre polemiche sul fuoco”. Poi aggiunge, a mo’ di avviso ai naviganti: ”Ma di questa storia dei russi alla Biennale di Venezia dopo il referendum ne riparliamo…”.
Detto questo, prende per le recchie il musulmano siculo-sciita nominato da Giorgia Meloni al vertice della più importante istituzione culturale italiana per sbatterlo dietro la lavagna dei ciucci che non sanno, o meglio se ne fottono dall’alto del Sommo Sapere Intellettuale, del codice della politica: “La nomina della Biennale è squisitamente politica per cui chi ci va può fare quello che vuole ma deve tenere conto delle implicazioni politiche”.
Fazzolari da Fiumicino, oltre a essere uno degli uomini più potenti del Governo (formalmente sottosegretario all’attuazione del programma, ha tra le sue mani tutti i dossier politici più importanti), è anche il primo e inflessibile fautore della linea pro-Ucraina e anti-Russia di Meloni.
Sposato con una donna ucraina, l’unica volta che è uscito da Palazzo Chigi è stato nel febbraio 2022: pochi giorni dopo l’invasione russa, al fianco di Meloni, Fazzolari si recò al confine tra Polonia e Ucraina per coordinare una missione di salvataggio di donne e bambini in fuga dalla guerra. A uno come lui, l’idea di un padiglione di artisti in linea con il Criminale del Cremlino, “non è andata proprio giù”, commenta Minzo.
E così, secondo quanto riporta “il Giornale”, Fazzolari si sarebbe sfogato con i suoi interlocutori definendo “gravissimo” il comportamento di Buttafuoco: “interviene con leggerezza su una tragedia che dura da quattro anni, che ha mietuto centinaia di migliaia di vittime, sul dramma del popolo ucraino”.
Ciò non significa che Fazzolari abbia preso le difese di Alessandro Giuli. Anzi. Come è distante mille miglia dalle fumisterie sicule-barocche di Buttafuoco, il sottosegretario è agli antipodi anche del “Pensiero solare” e del “Dio Pan” del ministro del Collegio romano: infatti era del tutto contrario a nominarlo ministro della Cultura (miracolato da Arianna Meloni, molto legata alla di lui sorella Antonella).
Estrosi e multi-tasking, i due “gemelli diversi” alfieri dell’egemonia culturale di destra, compassato e introverso l’ex dirigente di seconda fascia della Regione Lazio (è noto che non risponde a nessuna rottura di cazzo telefonica).
Puntiglioso, rigido, ma, gli va riconosciuto, la virtù della coerenza. Fazzolari – scrive Minzolini – “è un uomo tutto d’un pezzo, un toro non avvezzo ai compromessi: se sta con la Meloni sta con la Meloni, se sta con l’Ucraina pure”.
Fazzolari ha passato anni a mangiare la polvere nelle retrovie, a farsi le ossa nelle “fogne” (copy Marco Tarchi) e lottare (politicamente) per portare Fratelli d’Italia da via della Scrofa al Governo, mentre Giuli e Buttafuoco con le loro penne affilate tratteggiavano barocchismi con pensosi articoli sul “Foglio” e sul “Fatto quotidiano”.
Ora che i due amici, miracolati dal governo Meloni, sono ”costretti” a litigare, Fazzo tira fuori dai denti la sua sentenza: “Intellettuali che non hanno fatto un tubo nella vita…”.
Il fastidio quasi ontologico di Fazzolari per Giuli e Buttafuoco va inoltre inquadrato nel clima di scazzi e veleni interno a Fratelli d’Italia. Come abbiamo raccontato due giorni fa su questo disgraziato sito, anche se non emergerà mai pubblicamente, esiste una tensione latente anche tra la padrona di Palazzo Chigi, sorella Giorgia, e la tenutaria di via della Scrofa, sorella Arianna.
Prova ne è lo stesso caso Biennale: Buttafuoco è molto vicino alla premier, Giuli è caro al cuore dell’ex compagna di Lollobrigida (grande amica, a sua volta, di Antonella, sorella del ministro, si fa per dire, della Cultura).
Nella vicenda Biennale c’è anche un altro fattore importante da considerare, ed è quello che fa notare Emiliano Fittipaldi su “Domani”: “Buttafuoco, nominato dal governo Meloni, non si è comportato da vassallo o semplice esecutore come altri nominati.
Insomma, il miracolato Buttafuoco ha fatto una cazzata nel merito, aprendo alla propaganda putiniana: se ha dimostrato la propria autonomia, accolta con grandi applausi dalla stampa di sinistra, dall’altra parte dimentica il potere di chi l’ha messo a capo della Biennale.
Una volta sfiduciato dal governo, con una dichiarazione del ministro della Cultura (“La partecipazione della Federazione Russa alla 61/a Esposizione internazionale d’arte di Venezia è stata decisa in totale autonomia dalla Fondazione Biennale, nonostante l’orientamento contrario del governo italiano”), al prode Sarracino siculo non resta altro di andare fino fondo alla propria autonomia veneziana, rassegnando le dimissioni.
E’ la politica, bellezza e non puoi farci niente… Invece, agli inviti del ministro Giuli-vo di sbarrare il padiglione russo, la risposta è stata un secco: “Io non mi dimetto”
Più i Mattia Feltri (“La Stampa”), i Filippo Ceccarelli (“La Repubblica”) ed oggi i Fittipaldi (“Domani”) celebrano il caso Biennale (”Ne servirebbero 10, 100, 1.000 di Buttafuoco”), e più i Fazzolari s’incazzano. E giustamente, aggiungiamo.
Certo, “è un fatto gravissimo” censurare una scelta intellettuale, ma ancor più imperdonabile è aprire le porte a un padiglione organizzato dal regime di Putin che in quattro anni di guerra in Ucraina ha causato un bilancio drammatico con quasi 1,8 milioni di militari tra morti, feriti e dispersi dal febbraio 2022 a inizio 2026.
Certo, fa sorridere che Giuli, autore de “Il passo delle oche” (Einaudi), in cui perculava i camerati alla besciamella di ieri (Meloni compresa), oggi si ritrovi sul seggiolone di ministro.
Ma fa ancor più ridere che Buttafuoco oggi venga esaltato come esempio di liberalismo, autonomia e trasparenza: uno che nel 2003 pubblicò un libro, “Fogli consanguinei”, edito dalla casa editrice “Aristocrazia Ariana”, del terrorista nero Franco Freda, camerata di “Ordine nuovo”.

(da Dagoreport)

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UNA NUOVA UMILIAZIONE PER URSO. PER LA PRIMA VOLTA IN TRE ANNI E MEZZO DI GOVERNO MELONI, CONFINDUSTRIA, CONFCOMMERCIO E CONFESERCENTI HANNO DISERTATO IL TAVOLO NAZIONALE SULLE PMI CONVOCATO AL MINISTERO DELLE IMPRESE

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

IL MOTIVO? L’ESECUTIVO VUOLE DARE LEGITTIMITÀ AI CONTRATTI “MAGGIORMENTE APPLICATI”, OVVERO I “CONTRATTI PIRATA”, CON SALARI DA FAME E SCARSE TUTELE, FIRMATI DA SIGLE MINORI ANZICHÉ A QUELLI CONDISI DALLE ORGANIZZAZIONI “MAGGIORMENTE RAPPRESENTATIVE”… IL MESSAGGIO DELLE IMPRESE A URSO E MELONI È CHIARO: NON METTERE SULLO STESSO PIANO CHI RISPETTA LE REGOLE E CHI FA CONCORRENZA SLEALE SULLA PELLE DEI LAVORATORI

Un’assenza che pesa. E che segna un punto di rottura senza precedenti nelle relazioni industriali con il governo Meloni.
Per la prima volta, il fronte delle grandi associazioni datoriali — Confindustria, Confcommercio e Confesercenti — ha deciso di disertare il tavolo nazionale sulle pmi convocato al ministero delle Imprese. Mentre gli artigiani della Cna hanno inviato solo una delegazione tecnica.
Come da prassi di questo governo, il ministero ha convocato al tavolo una galassia di sigle minori, accusate dai grandi dell’impresa di dumping contrattuale perché firmatarie di contratti pirata, con salari da fame e scarse tutele.
Una strategia coerente con legge delega 144 del 26 settembre scorso, quella che ha svuotato la proposta delle opposizioni sul salario minimo legale. E che il governo vuole usare per dare legittimità ai contratti “maggiormente applicati” anziché a quelli firmati dalle organizzazioni “maggiormente rappresentative”.
Significherebbe, di fatto, legittimare accordi come quello siglato da Assodelivery con l’Ugl, che consente paghe irrisorie ai rider. Contratto finito nel mirino della Procura di Milano con accuse di caporalato per i modelli gestionali di Deliveroo e Glovo
La richiesta al governo delle imprese pare netta: non mettere sullo stesso piano chi rispetta le regole e chi fa concorrenza sleale sui costi del lavoro. Non a caso da mesi si muove un asse parallelo tra le stesse imprese e i sindacati confederali. Una sorta di “costituente della rappresentanza”.
I vertici di Cgil, Cisl e Uil hanno già incontrato Confindustria, Confcommercio, Alleanza cooperative, Confapi e Confesercenti. In agenda, per la prossima settimana, c’è anche il comparto dell’artigianato. Lo scopo è arrivare a un accordo sulla rappresentanza che sia in grado di disboscare i mille contratti collettivi depositati al Cnel. In gran parte sigle “pirata” che, pur coprendo solo il 3-4% dei lavoratori, riguardano milioni di persone sottopagate.
Proprio ieri l’Ocse ha diffuso nuovi dati sulle retribuzioni, negativi soprattutto per l’Italia. Con un ritardo significativo nel recupero del potere d’acquisto, il nostro Paese segna un divario del 6,8% in termini reali rispetto al 2021: il secondo dato peggiore tra i partner dell’organizzazione. Qualcosa è stato recuperato, non tutto.
(da La Repubblica)

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“TRUMP SI PREPARA A SCARICARE SU ALTRI LA COLPA DI UN FIASCO NEL GOLFO”. JOHN BOLTON, GIÀ CONSIGLIERE PER LA SICUREZZA NAZIONALE NEL PRIMO MANDATO DI “THE DONALD”, ELENCA GLI ERRORI DEL TYCOON NELLA GUERRA ALL’IRAN

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

“DOVEVA PUNTARE CON DECISIONE AL CAMBIO DI REGIME E NON L’HA FATTO. NON HA PREPARATO GLI AMERICANI AL CONFLITTO, HA IGNORATO GLI ALLEATI, NON HA PREPARATO L’OPPOSIZIONE IN IRAN CHE AVREBBE DOVUTO AVERE UN RUOLO CHIAVE NEL CAMBIO DI GOVERNO”

«Quale è l’obiettivo finale? Non lo so». John Bolton, già ambasciatore Usa all’Onu e consigliere per la Sicurezza nazionale di Trump per parte del suo primo mandato quasi alza le mani quando gli chiediamo perché il leader Usa, che rivendica di aver «obliterato» tutte le difese iraniane e di non aver praticamente più obiettivi da colpire, non dichiari vittoria.
Ambasciatore, rovesciamo la domanda: quale reputa fosse l’obiettivo finale a inizio guerra?
«Quello non lo so e Trump non ha fatto nulla per svelarlo. Quello giusto doveva essere il cambio di regime».
Nelle prime fasi del conflitto il presidente ne ha parlato apertamente.
«Sì, all’inizio sembrava così ma poi non mi pare che si sia seguita quella strada. Ed è stato un errore».
Perché
«Se lasci al suo posto un regime, benché gravemente ferito, questo tornerà in auge ancora più forte e peggiore sia sul fronte del nucleare sia su quello del terrorismo».
Quanto ritiene quindi, mancando come sostiene lei un obiettivo finale chiaro, che potrà durare il conflitto?
«Trump già all’inizio ha parlato di 4-6 settimane, siamo appena nella terza. Ma la stima mi sembra ottimistica, c’è ancora molto da fare».
Ad esempio?
«Fino a quando lo Stretto di Hormuz resterà chiuso non c’è dichiarazione di vittoria finale possibile».
Crede che gli Usa abbiano sottostimato quanto poteva succedere in quel braccio di mare?
«Sì, è stato un errore dal principio non considerare lo Stretto come una priorità, solo alla fine della scorsa settimana c’è stato un incremento delle operazioni, con la distruzione di posamine e missili lanciati contro le unità navali. Ma ci sono barchini
veloci in grado di colpire petroliere e navi militari. Sono molto sorpreso che questo scenario di Hormuz non sia stato considerato dall’inizio».
Quali sono gli errori principali?
«Trump non ha preparato gli americani al conflitto, non ha spiegato le ragioni per cui un cambio di regime era necessario a causa del pericolo nucleare e del terrorismo.
Non ha preparato la strada al Congresso; ha ignorato gli alleati; non ha preparato l’opposizione in Iran che avrebbe dovuto avere un ruolo chiave nel cambio di governo; non ha chiesto all’opposizione cosa erano in grado di fare o quale sostegno serviva. Non ha pensato a nulla di tutto ciò e ora rincorre. E poi c’è il petrolio.
All’inizio del conflitto il segretario dell’Energia Christ Wright parlò di incremento dei prezzi come una qualcosa da non temere. E così nessuno ha riflettuto abbastanza su Hormuz e sulle conseguenze: oggi i leader sono indaffarati a cercare soluzioni per calmare i mercati. E poi c’è un caso eclatante».
Quale?
«Lunedì Trump ha detto di essere sorpreso degli attacchi iraniani contro i Paesi arabi. Beh, è l’unico uomo sulla faccia della Terra a essere stupito. Non solo erano prevedibili, ma erano inevitabili».
Cosa c’è nella mente del presidente adesso, secondo lei che ci ha convissuto per parecchi mesi?
«Sa che ha un problema. Ma Trump non sbaglia mai, quindi la responsabilità sarà scaricata su qualcuno che non gli ha detto abbastanza o cose del genere. Sta preparando il terreno per scaricare su altri la colpa di un potenziale fiasco».
Servono truppe sul terreno per dare una spallata?
«Trump non le manderà, ha fatto campagna dicendo che non avrebbe iniziato guerre infinite, i pianificatori non hanno mai pensato a truppe di invasione convenzionali. Non è l’Iraq del 2003, ma l’amministrazione potrebbe pensare a operazioni per mettere in sicurezza Hormuz, l’isola di Kharg o il materiale nucleare».
(da “La Stampa”)

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I POPULISTI? BASTA LASCIARLI PARLARE E SI ROVINANO DA SOLI. IL “GUARDIAN” INCHIODA NIGEL FARAGE PER UNA SERIE DI VIDEO IMBARAZZANTI PUBBLICATI SU CAMEO, UNA PIATTAFORMA ONLINE SU CUI FIGURE DI ALTO PROFILO REGISTRANO MESSAGGI A PAGAMENTO PERSONALIZZATI

Marzo 19th, 2026 Riccardo Fucile

NEI FILMATI HA DATO IL SUO SOSTEGNO A UN UOMO CONDANNATO IN DISORDINI ANTI-IMMIGRATI, HA DATO APPOGGIO A UN EVENTO DI NEONAZISTI CANADESI E HA FATTO RIFERIMENTO A TEORIE COSPIRATIVE ANTISEMITE – SEMBRAVA CHE LA CAVALCATA DI FARAGE COME PROSSIMO VOLTO DELLA DESTRA FOSSE INARRESTABILE, MA…

Una serie di video quanto meno problematici mette in grave imbarazzo Nigel Farage, il leader della destra populista britannica: li ha scovati il Guardian sulla piattaforma online Cameo, una specie di OnlyFans dove, invece di contenuti pornografici, celebrità e figure di alto profilo registrano messaggi a pagamento personalizzati per membri del pubblico.
Farage risulta un prolifico utilizzatore di Cameo: da quando ha debuttato sulla piattaforma, cinque anni fa, ha registrato migliaia e migliaia di video, incassando in tutto circa 375 mila sterline (più o meno 435 mila euro).
In gran parte si tratta di innocui auguri di Natale o di compleanno, ma il Guardian ne ha portati alla luce diversi che risultano molto meno digeribili.
Viene fuori allora che su Cameo il tribuno populista ha dato il suo sostegno a un uomo condannato per il coinvolgimento in disordini anti-immigrati, dicendogli di «continuare ad agire nella maniera giusta», che ha dato appoggio a un evento di
neonazisti canadesi, definendolo «la cosa migliore che sia mai accaduta», che ha ripetuto slogan associati con l’estrema destra, ha fatto riferimento a teorie cospirative antisemite e si è lasciato andare a commenti misogini su donne politiche di sinistra, incluse allusioni al seno di Alexandria Ocasio-Cortez, la deputata progressista americana.
Farage sta provando ad accreditarsi come un’alternativa credibile di governo, come un primo ministro in pectore , in grado di conquistare anche il consenso dei moderati: ci tiene infatti a marcare la distanza con un personaggio come Tommy Robinson, l’agitatore neofascista inglese, cosa che gli è costata l’amicizia con Elon Musk. E anche i rapporti con Donald Trump si sono ultimamente raffreddati.
Farage però sembra non riuscire a sfondare davvero: il suo partito, Reform, aveva raggiunto la soglia del 30% nei sondaggi, ma poi ha avuto una lieve flessione. E in una recente suppletiva, a febbraio, il candidato di Farage è stato sconfitto dai Verdi, così come precedentemente in Galles aveva dovuto cedere il passo ai nazionalisti locali.
Sembra quasi che ci sia un tetto oltre il quale Farage non riesce ad andare: perché tanto ha seguito fra i ceti popolari, bianchi e poco istruiti quanto è considerato «tossico» dal resto dell’elettorato.
Insomma, il tribuno della Brexit resta un personaggio altamente divisivo e la sua marcia su Downing Street particolarmente difficoltosa
(da l “Corriere della Sera”)

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PAPA LEONE: “NON ME NE FREGA NULLA DEI SOLDI CHE ARRIVANO DAGLI STATI UNITI. CANCELLATE LE CONFERENZE ALL’ANGELICUM DI PETER THIEL”

Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile

LA RISPOSTA TOSTA DEL SANTOPADRE AL RETTORE DELL’ANGELICUM, IL TRUMPIANO THOMAS JOHN WHITE, CHE GLI AVREBBE FATTO PRESENTE DI CORRERE COSI’ UN SERIO RISCHIO: FAR SVANIRE L’OBOLO DEGLI STATI UNITI, PRIMO FINANZIATORE DEL VATICANO (13,7 MILIONI)

‘Azz, come ruggisce Papa Leone. In barba alla Curia dei suoi detrattori, che soffrono il suo riservato pragmatismo rispetto alla dirompenza tutta “chiacchiere e
distintivo” del predecessore Papa Francesco, Prevost sa come difendere la dottrina cattolica dai suoi nemici. E sa farlo con franchezza, autorevolezza e, quando serve, coraggio.
L’ultimo esempio. Al dominicano fr. Thomas Joseph White, rettore dell’Angelicum, la Pontificia università San Tommaso d’Aquino di Roma, dove, in origine, avrebbero dovuto essere ospitate le conferenze di Peter Thiel nella Capitale, il pontefice avrebbe risposto con un “vaffa” che è risuonato potente anche ben oltre le mura leonine.
Di fronte all’ordine del Vaticano, rivelato da Dagospia, di cancellare la prenotazione del “Cavaliere Nero” della tecno-destra americana, White avrebbe fatto presente a Sua Santità di correre il serio rischio di far svanire i ricchi finanziamenti americani alle casse del Vaticano. Detta in soldoni, la risposta di Prevost è stata: “Non me ne frega nulla…”
Un no per niente scontato, visto che gli Stati Uniti sono il primo donatore mondiale della Chiesa cattolica: nel 2024, hanno contribuito per il 25,2% del totale dell’Obolo di San Pietro, con circa 13,7 milioni di euro.
Gli Usa rappresentano inoltre la lobby più conservatrice all’interno della Chiesa (Peter Thiel è solo la punta di lancia di un gruppo di ricchi finanziatori reazionari che hanno spostato l’asse della Chiesa americana a destra), a differenza, per esempio, dei vescovi tedeschi, notoriamente turbo-progressisti (anche la Germania è tra i primi dieci donatori della Chiesa, sebbene con quote percentuali minori, vale il 2,8% del totale).
Una fronda con cui lo stesso domenicano White sarebbe molto legato, pur senza arrivare alle stramberie estetiche di quella pazzariella di Raymond Burke (tra cappelloni a tesa larga e strascico, somiglia più a Malgioglio che a un cardinale).
White ha ottime relazioni con l’ex arcivescovo di New York, il già trumpiano Timothy Dolan, che Prevost ha subito accompagnato all’uscita rimpiazzandolo con il bergogliano Ronald Hicks, che ha fama di “pastore delle periferie”.
Sempre all’ala conservatrice della chiesa americana fa riferimento anche la Catholic University of America (CUA), che era stata indicata dopo l’Angelicum come sede delle lezioni italiane di Thiel.
L’istituto dei frati domenicani ha a sua volta smentito di essere dietro allo sbarco a Roma del fondatore di Palantir, in compenso ha organizzato, tramite il Cluny
Institute, la messa in latino alla basilica di San Giovanni dei Fiorentini, contestuale all’iniziativa, a cui poi alla fine Thiel non ha partecipato (pare che abbia preferito andare in una rinomata palestra del centro a farsi una bella sudata).
Spiega il teologo Massimo Faggioli, intervistato dal “manifesto”: “È un istituto affiliato alla Catholic University of America di Washington DC, l’università dei vescovi negli Usa. Quindi è possibile che la Cua in quanto tale non fosse stata coinvolta”.
Il rettore dell’Angelicum, Thomas Joseph White, ha a sua volta legami significativi con la Catholic University of America, che ha sede a Washington ed è il suo editore di riferimento negli Usa (con la CUA ha pubblicato due libri, “The Incarnate Lord” (2015), “The Light of Christ” (2017) e la serie in più volumi “Principles of Catholic Theology” (2023-2025).
Inoltre, prima di trasferirsi a Roma, White è stato per dieci anni professore di teologia presso la Dominican House of Studies a Washington, situata proprio di fronte al campus della CUA.
Sebbene sia un’entità indipendente, il Cluny Institute ha inoltre organizzato eventi di alto profilo a Roma in collaborazione con la Pontificia università San Tommaso d’Aquino.
Fa presente ancora Faggioli: “L’Angelicum dei domenicani è diventata negli ultimi anni l’università più influente e intraprendente tra le facoltà pontificie a Roma e questo è avvenuto anche grazie al flusso di donazioni (per cattedre, convegni ecc.) provenienti dagli Stati Uniti.
C’è un progetto teologico e culturale che non si vede oggi nella teologia liberale o di sinistra: già da tempo investivano sulla chiesa del dopo Francesco. Non sapevano che il successore sarebbe stato un americano e un loro ex studente, il che aiuta sempre a consolidare il brand”.
Speranze malriposte, visto che Papa Leone, agostiniano con vent’anni di servizio missionario in Perù prima di assumere incarichi vaticani, si sta dimostrando essere il principale contraltare a Trump e, soprattutto, ai paperoni silicon-vallici che puntano a dominare il mondo con software e intelligenze artificiali.
Domenica scorsa, mentre il gay coniugato Thiel era già sbarcato a Roma con la sua corte di autisti e tuttofare, Papa Leone ha officiato una messa a Ponte Mammolo e ha mandato un messaggino di accoglienza al teorico dell’Anticristo: “Qualcuno pretende di coinvolgere il nome di Dio nella guerra, ma Dio non può essere arruolato dalle tenebre”.
A proposito di Anticristo… ieri era il terzo giorno di conferenze per Peter Thiel. E il terzo giorno, com’è noto… resuscitò (chiedere info a San Tommaso). L’inquietante filosofo con la passione per la cybersicurezza deve aver letto il Dagoreport di ieri, in cui notavamo la sua arroganza e antipatia con i partecipanti.
Oppure è solo merito dell’aria fresca che ha fatto entrare dalle finestre spalancate (nei due giorni precedenti, si sarebbe lamentato del troppo caldo, nonostante a Roma le temperature siano sotto i 15 gradi): a quanto ci riferiscono fonti di qualche invitato, infatti, sarebbe apparso più sciolto, scherzoso, addirittura incline al confronto.
Si sarebbe addirittura fermato, dopo la lezione, a parlare con un capannello di ragazzi incravattati, in cerca di risposte dal loro “messia”. La sera, si sarebbe tenuta anche una cena a porte chiuse tra nobili ultra-conservatori nostalgici del Monsignor Marcel Lefebvre (il cui gruppo venne scomunicato per anti-ecumenismo post-Concilio e poi riabilitato da Papa Benedetto XVI) e i soliti seguaci del verbo di Thiel.
Thiel, al terzo giorno romano, ha finalmente tirato fuori la questione Anticristo, attribuendo l’appellativo (pur senza associarlo direttamente) a Xi Jinping, come racconta il bene informato Ilario Lombardo sulla “Stampa” (“Xi Jinping è sessista e razzista. Qualcuno pensa sia la reincarnazione di Hitler”)
Soprattutto, tra una citazione di Star Wars e il solito Sauron del Signore degli anelli (un’ossessione), ha tirato fuori dal cilindro un evergreen dei catto-conservatori: Ratzinger, colui appunto che tolse la scomunica ai lefebviani)
Thiel avrebbe definito Benedetto XVI “il più grande pensatore cristiano degli ultimi cento anni”. Il papa del discorso di Ratisbona, a detta del fondatore di Palantir, avrebbe avvisato l’umanità che l’Anticristo non si paleserà alla fine dei tempi… è già tra noi e lo è sempre stato. Olè
Un pistolotto che a molti presenti è sembrato un po’ superficiale, forse frutto di una ricerca su ChatGpt e AI Mode più che di ore a sgobbare sui libri di filosofia del Novecento, tra Girard e Leo Strauss, che pure Thiel compulsa da anni.
Ps. “La Verità” oggi prova a strumentalizzare una frase del presidente della Conferenza episcopale italiana, Matteo Zuppi. il capo della Cei ha detto: “Il Papa è purtroppo inascoltato.
Ed è preoccupante che specialmente i cristiani non lo prendano sul serio, non lo sostengano pubblicamente, ancor più nelle scelte”. Per il quotidiano diretto da Belpietro, è la prova di una spaccatura tra Zuppi e l’agostiniano Leone.
Ma tirare per la tonaca il cardinale di Bologna, romano di nascita e di approccio (legato alla Comunità di Sant’Egidio) significa sbagliare mirino: come dimostra la vicenda Thiel, la vera spaccatura non è (più) nella Curia romana, ma tra Roma e Washington.
Tra la Chiesa ufficiale e quella americana, alimentata dai miliardi, dall’esoterismo di Thiel e dal messianismo Maga-trumpiano.
(da agenzie)

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IN FORZA ITALIA SI SONO ROTTI DI ANTONIO TAJANI IN VERSIONE “CAMERIERE” UBBIDIENTE DI GIORGIA MELONI: MEGA SCAZZO IN PARLAMENTO TRA MARIO PEPE E IL TAJANEO PAOLO BARELLI

Marzo 18th, 2026 Riccardo Fucile

L’ENDOCRINOLOGO FORZISTA: “POTETE EVITARE DI DIRLE SEMPRE DI SÌ. VI USA QUANDO GLI SERVITE, E POI. PIUTTOSTO FATELO CADERE, ’STO GOVERNO’”…. HANNO DOVUTO SEPARARLI PER EVITARE LA RISSA

Il referendum sulla giustizia spacca anche chi ritiene la separazione delle carriere “la madre di tutte le riforme”, come Forza Italia. Il nervosismo tra le file del partito azzurro è tale che l’altro giorno due autorevoli esponenti berlusconiani sono quasi venuti alle mani in Parlamento, come racconta Valerio Valentini, giornalista del “Post”, sulla newsletter “Montecit.”
I protagonisti del battibecco sono il capogruppo di Forza Italia alla Camera Paolo Barelli, braccio destro di Antonio Tajani, e Mario Pepe, ex deputato berlusconiano, endocrinologo indicato dal governo come presidente di Covip, la Commissione di vigilanza sui fondi pensione.
La discussione, racconta Valentini, è partita da Pepe, che dice, “sul grugno di Barelli”: “Ma io non capisco che c’avete in mente, voi? Lo volete capire che vi stanno abbandonando tutti? E adesso ve ne accorgerete col referendum…”
Replica del Tajaneo, esponente di spicco della cosiddetta “banda dei laziali” (insieme a Tajani e Gasparri): “Sì, mo’ arrivi te e ce spieghi come va er mondo”.
E ancora: “Ma state a sbaglia’ tutto. Date i soldi a chi non vi vota. Confcommercio vota a sinistra, e voi gli date i soldi? Ma allora finanziate il nemico”; “Ma che ne sai, te…”; “Io so che rispondo a milioni di italiani che da questo governo si sentono traditi, e derubati…”
Lo scazzo nasce da un emendamento al decreto PNRR, che attribuisce alla Covip guidata da Pepe la vigilanza sugli enti di sanità integrativa. Fratelli d’Italia, infatti, ci starebbe ripensando, e secondo Pepe Forza Italia non combatterebbe abbastanza per difenderlo,
Scrive Valentini: “non è il merito della questione, che c’interessa. C’interessa la baruffa perché aiuta a capire come dentro Forza Italia percepiscano i rapporti di forza all’interno del governo”
“Ma tu dove cazzo sei stato, fino a mo’?”, continua Barelli.
“Io sto in mezzo alla gente, a lavorare. Mica campo di politica come voi!”, risponde Pepe, che poi affonda il colpo: “Potete evitare di dire sempre di sì alla Meloni. Che vi usa quando gli servite, e poi… Sono tre anni che facciamo audizioni da Zaffini, e quello ci prende in giro”. (si riferisce a Francesco Zaffini, presidente della commissione Sanità e lavoro del Senato, di Fratelli d’Italia).
“Ma che ne sai tu di quello che significa stare al governo?”. E qui Pepe non si morde più la lingua: “Ma piuttosto fatelo cadere, ’sto governo”;
Alla replica di Barelli (“Cadere il governo? Ma sei scemo?”) Pepe rincara: “E a che serve, starci così? Sì sì, ne riparliamo dopo il referendum…”
Poi, conclude Valentini, “li hanno divisi. Fisicamente”.
(da Dagoreport)

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