Ottobre 12th, 2026 Riccardo Fucile
NEI PROSSIMI SEI MESI L’AZIENDA SI OCCUPERÀ, TRA LE ALTRE COSE, DELLA COMUNICAZIONE DEL PORTO DI NAPOLI – CUCCARO È LEGATISSIMO A GIANPIERO ZINZI, DEPUTATO E COORDINATORE DELLA LEGA IN CAMPANIA
Eliseo Cuccaro, presidente dell’Autorità portuale del mar Tirreno centrale (Napoli e Salerno), fa felice l’agenzia di comunicazione vicina al ministro dei Trasporti, Matteo Salvini.
Con la delibera n.156 del 2026 Cuccaro, molto legato al coordinatore e deputato campano della Lega Gianpiero Zinzi, al punto di essere presente a tutti gli eventi del Carroccio in Campania, ha scelto la società BePop, agenzia con sede a Napoli, per un’attività di consulenza istituzionale. Il conto è di 70mila euro per 6 mesi.
Cuccaro, il cui mandato è iniziato tra le polemiche avanzate proprio dagli alleati di Forza Italia, vuole rifare l’immagine dell’Autorità portuale. L’agenzia gestirà eventi e canali social dell’Autorità per 6 mesi, incassando la media di 9mila euro al mese.
Ma chi c’è dietro la BePop? L’amministratrice unica è Eugenia Russo, esperta di comunicazione politica. Il nome della sua agenzia lo ritroviamo anche nella campagna “dell’Italia del Sì”, promossa dal ministero dei Trasporti.
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Ottobre 12th, 2026 Riccardo Fucile
NON È ESCLUSO CHE CI SIA UN COLLEGAMENTO CON LO SCANDALO “ZONDACRYPTO”, LA PIATTAFORMA DI CRIPTOVALUTE NELLA BUFERA PER RICICLAGGIO E CORRUZIONE E IN CONTATTO CON IL PIS, IL PARTITO SOVRANISTA DELL’EX PREMIER MORAWIECKI
Ieri mattina la Polonia si è svegliata con un inquietante flash d’agenzia. La polizia ha
raccolto prove concrete di un possibile attentato al premier Donald Tusk e al suo vice, il ministro della Difesa Wladislaw Kosiniak-Kamysz. Nel pomeriggio, è arrivata la notizia di un arresto. […] Non ci sono notizie ufficiali sulla matrice dello sventato attentato.
Alcuni media parlano di una pista nera. Ma secondo una fonte polacca interpellata da Repubblica l’arresto potrebbe essere anche legato alla criminalità organizzata, a un grosso scandalo che ha lambito esponenti del vecchio governo sovranista e ad «ambienti russi».
Il portavoce del premier, Adam Szlapka, ha puntualizzato che «questo allarme è stato più inquietante di altri arrivati in passato. Le autorità sono al lavoro e stanno indagando», ha spiegato a Tvn24. Secondo indiscrezioni, l’attentatore era al corrente dei luoghi dove Tusk e Kosiniak-Kamysz si sarebbero recati nel prossimo futuro: conosceva nei dettagli l’agenda del premier e del suo vice.
Il quotidiano polacco Gazeta Wyborcza, che cita anonimamente l’entourage di Tusk, colloca l’attentatore in “ambienti di estrema destra” e precisa che è polacco. Sul profilo web della sua organizzazione nera si legge che l’obiettivo dei suoi militanti è «combattere i globalisti e la comunità ebraica».
Una fonte polacca a conoscenza del dossier sentita da Repubblica racconta anche che alle autorità sarebbe arrivata una mail «molto credibile da parte di una persona che, con ogni probabilità, vorrebbe diventare un collaboratore di giustizia.
È stato lui a fornire le informazioni sul tentato attentato a Tusk e Kosiniak-Kamysz». La fonte parla di una «vicenda legata alla criminalità organizzata» ma anche di «legami con ambienti russi».
E «non è escluso», aggiunge, che «ci sia un collegamento con lo scandalo Zondacrypto», la piattaforma in criptovalute ed ex sponsor del Comitato olimpico che è finita nella bufera per riciclaggio e corruzione e su cui è in corso un’ampia indagine della magistratura polacca.
Il suo fondatore è sparito già nel 2022 in circostanze misteriose, di seguito Zondacrypto era entrata in contatto con alcuni politici del Pis, il partito sovranista dell’ex governo guidato da Mateusz Morawiecki.
E avrebbe anche sponsorizzato alcune attività del Pis, ad esempio la fondazione dell’ex ministro della Giustizia Zbigniew Ziobro ma anche la conferenza delle destre globali Cpac-Rzeszow, avvenuta durante l’ultima campagna elettorale per le presidenziali.
L’allarme per un possibile attentato contro il premier Tusk e il suo ministro della Difesa arriva in un momento di grande tensione e di accresciute misure di sicurezza, sia in Polonia che in Europa. Da un lato c’è un nuovo allarme per possibili attentati russi a top manager ed esponenti di spicco europei del settore della difesa, di cui ha dato conto il Financial Times.
Il Cremlino avrebbe ordinato un’espansione delle attività di sabotaggio e degli attacchi “ibridi” in tutto il continente. In sostanza, i Ceo e altri dipendenti di alto livello delle aziende militari sarebbero obiettivi possibili degli agenti del Cremlino. Nel mirino ci sarebbero anche i dirigenti di aziende più piccole, soprattutto quelle impegnate nella produzione di droni o dei loro componenti.
Così il servizio di intelligence interna tedesco, BfV, ha intensificato notevolmente i contatti con il «personale e i dirigenti» delle aziende tedesche del settore della difesa, arrivando a raccomandare di ricorrere a squadre private di protezione […] in Germania erano emersi già nei mesi scorsi piani concreti di Mosca per assassinare l’amministratore delegato di Rheinmetall, Armin Papperger, e il capo di Donaustahl, Stefan Thumann.
la Polonia è scossa anche da un altro fenomeno inquietante, gli attacchi armati nelle scuole. Giovedì a Leszczydól-Nowiny una donna è morta e due insegnanti sono stati feriti da un quindicenne armato di coltello. Il giorno prima un 19enne aveva colpito nove persone con un’arma da taglio in una scuola a Ostroleka.
(da agenzie)
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Ottobre 12th, 2026 Riccardo Fucile
SOLO IL 30% DEGLI STATUNITENSI CONDIVIDE LA STRATEGIA COMMERCIALE DEL TYCOON – “THE DONALD” TEME LA SCOPPOLA ALLE MIDTERM E HA PROVATO A RIMEDIARE CON UN ACCORDO CON PUTIN SUL GASOLIO (SULLA PELLE DI KIEV)
Vista dai sobborghi di Des Moines e da Burlington, Iowa, le guerre americane […] sembrano lontane. Ma basta scavare un po’ per sentire che il contraccolpo di questa tentacolare proiezione dell’Amministrazione Trump sullo scacchiere politico ed economico globale, si sente e che l’impatto finisce nell’aumento del costo della vita e nei posti di lavoro.
«Trump – ci spiega un consulente repubblicano a microfono spento – sta tradendo le promesse». Cita un sondaggio della Ap-Norc: solo il 30% ne condivide la strategia commerciale, in marzo era il 40%. Non solo le guerre ma pure i dazi zavorrano il tycoon.
Il braccio di ferro con la Cina sull’export di soia – nel 2025 – ha dilapidato gli introiti degli agricoltori in Iowa e in genere i dazi pesano ben oltre il mondo agricolo, l’export è sceso del 66% rispetto al 2024. La Case, azienda che produce macchinari per scavi, ha chiuso l’impianto di Burlington, duecento addetti. Le tariffe sull’import di alluminio e ferro hanno messo in ginocchio aziende come la Winnebago Industries, tagliati 200 posti di lavoro in 12 mesi.
La corsa dei repubblicani e del presidente Trump nelle Midterm è affannosa. I sondaggi danno il Gop dietro di 8 punti alla Camera. Sette sono i seggi in bilico al Senato che potrebbero prendere la direzione dei democratici.
In giugno alcuni repubblicani confessavano di non vedere il presidente impegnato abbastanza per le Midterm, ora Trump è indaffaratissimo e ogni cosa che fa sembra avere lo sfondo del voto del 3 novembre come chiave, sia lo sblocco delle sanzioni al diesel russo o l’ipotesi di intervento contro gli Houthi. E per la prima volta sabato ha ammesso: «Se perdiamo, i repubblicani diranno che è colpa mia».
Questa settimana Trump sarà in Arizona e Montana. Scelte curiose. Il Montana ha due deputati e nessun seggio a forte rischio; in Arizona (nove deputati) in bilico c’è solo – dati del Cook Political Report – il deputato repubblicano Ciscomani. Trump cerca bagni di folla, posti sicuri, dove poter dire, come sabato in Tennessee, che «magari possiamo cambiare il nome agli Oceani», Oceano America o addirittura Trump.
Ora c’è l’escalation degli attacchi contro i sauditi a far vacillare il presidente. Una guerra, spiega Farea Al Muslimi di Chatam House, «scuoterebbe il mercato dell’energia, ma non agire ora per Trump potrebbe essere umiliante». […] Politico scrive che anche se la benzina scendesse di un dollaro da qui al 3 novembre, il danno è ormai fatto.
Sulla ripresa dei raid all’Iran, il leader Usa ha condito dichiarazioni di segno opposto, salvo giovedì scorso smentire seccamente alcune ricostruzioni – di Axios e del New York Times – su piani pronti per riprendere i bombardamenti. «Non attaccherò prima delle Midterm». «Spostare l’attenzione in Iran – nota sempre la nostra fonte repubblicana – manderebbe un messaggio di “disinteresse” alle preoccupazioni molto concrete degli elettori».
Uno studio recente del Pew rivela che due terzi degli americani disapprovano il conflitto con Teheran e per oltre il 50% durerà ancora oltre un anno. Lo Stretto di Hormuz in settembre era tornato a far traghettare volumi di barili di greggio come prima del conflitto, 16 milioni di barili, più 3, 6 milioni di diesel e prodotti raffinati.
Lunedì invece c’è stato lo stop, gli iraniani hanno colpito nove navi. Il ritorno di Hormuz ai volumi di carico d’un tempo aveva consentito a Trump di spostare narrazione e attenzione all’Ucraina: colpa di Zelensky e degli attacchi alle raffinerie se il diesel costa di più. Ma in Iowa non interessa granché chi sia il colpevole.
(da agenzie)
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Ottobre 12th, 2026 Riccardo Fucile
AL HOUTHI È UNA FIGURA CHIAVE PER REGIME DEGLI AYATOLLAH NELLO SCONTRO A DISTANZA CON L’ARABIA SAUDITA – DIETRO AL CONFLITTO TRA TEHERAN E RIAD C’E’ UNA RIVALITÀ POLITICA, ECONOMICA E SOPRATTUTTO RELIGIOSA – I DUE PAESI SI CONTENDONO IL PREDOMINIO SUL MEDIO ORIENTE, IL CONTROLLO DELLE ROTTE PETROLIFERE E LA LEADERSHIP DEL MONDO MUSULMANO
Abdul Malik al Houthi, il capo del movimento che porta il suo nome, è uno dei leader
più influenti del Medioriente, che pochi conoscono e pochissimi hanno incontrato.
Nato nella regione povera e montagnosa di Saada, nel nord dello Yemen, discende da una importante famiglia religiosa della tradizione zaidita, una branca dell’Islam sciita che si oppone al salafismo wahabita.
La famiglia Houthi sostenne la guerra civile degli anni Sessanta, fuggì proprio in Arabia Saudita dopo la sconfitta dei monarchici per tornare poi nello Yemen. A fondare il movimento Houthi fu il fratello Hussein […] Abdul Malik ne ha preso in mano le redini nel 2004, dopo l’uccisione di Hussein e lo governa con pugno duro circondandosi di poche persone, amici d’infanzia e familiari, che hanno condiviso con lui il fronte.
«La differenza tra Abdul Malik e suo padre e persino suo fratello è che lui ha trascorso tutta la sua vita adulta, i suoi anni formativi, in uno stato di guerra», racconta Adam Baron, analista del think tank progressista New America e uno dei maggiori esperti internazionali di Yemen. «Per Abdul Malik la legittimità deriva dalla famiglia, ma anche dal campo di battaglia. Viene visto come un leader guidato da Dio e lui ci crede».
Il suo scopo è «purificare lo Yemen dall’influenza straniera corruttrice, israeliana, saudita o americana che sia». Più prosaicamente, […] l’obiettivo è conquistare il paese e usarlo come base per accrescere la già forte influenza sulla regione del Mar Rosso, nell’intera penisola arabica fino alla Palestina.
Per farlo, al Houthi ha strutturato una organizzazione gerarchia e rigidamente verticale, in cui la segretezza è massima, «a livelli di paranoia» e il dissenso non è tollerato. Classe 1979, si dice abbia studiato a Qom, la città dei seminari sciiti in Iran, ma non ci sono prove come non ce ne sono del fatto che abbia mai lasciato il paese o persino che lo conosca interamente, che abbia viaggiato fuori dalle zone sotto il suo controllo.
«Molte cose procedono in autonomia, ma gli elementi chiave — sicurezza, questioni militari – sono gestiti direttamente da lui», dice Baron. Da remoto. «Non appare in pubblico, non lo si vede camminare per strada da oltre due decenni». Per ragioni di sicurezza evidenti, visti i tentativi israeliani e non solo di eliminarlo. L’assenza alimenta l’aneddotica e contribuisce a costruire il mito.
Su di lui è tutto un “si dice”: che abbia una moglie, dei figli, che viva a Saada, che lasci raramente il suo rifugio, che abbia una passione per Youtube e «per un influencer anti-vaccini». Ma pochi sanno davvero come viva e cosa pensi Abdul Malik al Houthi.
(da agenzie)
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Ottobre 12th, 2026 Riccardo Fucile
CONTE HA GIÀ GUIDATO GOVERNI SOSTENUTI DA MAGGIORANZE DIVERSE E SE DALLE ELEZIONI USCISSE UN PAREGGIONE SAPREBBE COME MUOVERSI ATTRAVERSO ACCORDI TRASVERSALI… VANNACCI INVECE POTREBBE OCCUPARE LO SPAZIO DELLA DESTRA CHE RIFIUTA LE MEDIAZIONI MA VANNACCI POTREBBE DIVENTARE DECISIVO PER LA MELONI AI FINI DELLA CONQUISTA DEL PREMIO DI MAGGIORANZA
Conte e Vannacci sono legati da un filo quasi invisibile. I due hanno un forte interesse comune: impedire che la competizione politica si chiuda in un bipolarismo nel quale siano altri a stabilire le regole.
Ciascuno, nel proprio campo, deve conservare abbastanza forza da condizionare la formazione delle coalizioni e delle maggioranze. La nuova legge elettorale potrebbe rafforzare questa interdipendenza indiretta tra Conte e Vannacci, tanto se produrrà un vincitore la sera delle elezioni quanto se si tornerà al parlamentarismo puro.
Nel secondo caso, se nessuna coalizione raggiungerà il 42 per cento, il premio di maggioranza non scatterà e la partita si trasferirà in Parlamento. Si tornerebbe così alle maggioranze da costruire dopo il voto.
Conte ha già dimostrato di sapersi muovere in questo ambiente. Ha guidato governi sostenuti da maggioranze diverse e trasformato la mediazione tra forze incompatibili in una risorsa politica. Inoltre, Conte è, a sinistra, il leader più accreditato tra Vaticano, Stati Uniti e Russia, poteri configgenti ma che aumentano la propria influenza nelle situazioni di stallo.
In un sistema proporzionalizzato più di tutto conta potersi muovere liberamente. Il controllo del Movimento 5 stelle permetterebbe all’ex premier di trattare con un margine di autonomia maggiore rispetto ai leader vincolati da correnti, alleati e competizioni interne.
Vannacci potrebbe ricavare un vantaggio dalla stessa situazione, scegliendo però la strategia opposta. Se Conte potrebbe aver interesse a governare il compromesso, il generale ne avrebbe a denunciarlo. Se dalle elezioni uscisse una maggioranza costruita attraverso accordi trasversali, Vannacci potrebbe occupare lo spazio della destra che rifiuta le mediazioni. Restare all’opposizione gli consentirebbe di catalizzare il dissenso senza assumersi il costo delle decisioni di governo.
La loro forza non sarebbe coordinata ma diventerebbe complementare. Conte potrebbe diventare centrale nella costruzione di una maggioranza; Vannacci nella mobilitazione contro di essa. Più laboriosa fosse la trattativa parlamentare, maggiore sarebbe lo spazio per entrambi: Conte sarebbe corteggiato dalle forze che hanno già governato, mentre Vannacci potrebbe scagliarsi contro qualunque compromesso che coinvolga i partiti del centrodestra.
Esiste però un secondo scenario. In questo caso, il campo largo trova un’intesa definitiva, organizza le primarie e Conte le vince, diventando il candidato alla presidenza del Consiglio.
A quel punto cambierebbe anche il calcolo politico di Meloni. Una candidatura Conte renderebbe probabilmente più temibile il campo largo e per la premier si farebbe più pressante l’esigenza di raccogliere tutti i voti disponibili a destra. Se Vannacci potesse contribuire al raggiungimento del 42 per cento, escluderlo diventerebbe una scelta elettoralmente costosa. La distanza politica potrebbe allora essere ridimensionata in nome della necessità di vincere.
Anche la politica estera entrerebbe in questo calcolo. La presenza di Vannacci espone il centrodestra all’accusa di indebolire la propria collocazione atlantica. Ma con Conte candidato premier del centrosinistra, contrario alla prosecuzione degli aiuti militari all’Ucraina, Meloni avrebbe un argomento per respingere l’attacco: come si potrebbe accusare, infatti, il centrodestra di essere condizionato dal generale filorusso se il leader del campo largo fosse il pacifista Conte?
Questa eventualità renderebbe meno efficace l’uso della politica internazionale come linea di separazione netta tra i due schieramenti. Anzi, in questo caso la posizione internazionale del centrosinistra sarebbe forse più problematica rispetto al riarmo e alla Nato di quella del centrodestra.
È qui che le strade si incrociano davvero. Se il bipolarismo fallisce, Conte può guadagnare potere negoziale e Vannacci spazio di opposizione. Se invece si ricompone intorno a Conte, Vannacci può diventare più accettabile per il centrodestra.
I destini dei due, pur agli estremi, si tengono l’un l’altro.
(da “Domani”)
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Ottobre 12th, 2026 Riccardo Fucile
OLTRE LA META’ DEI CHIRUGHI OSPEDALIERI HA PIU’ DI 60 ANNI E I GIOVANI NON BASTANO A SOSTITUIRE CHI LASCIA IL SERVIZIO
Entro cinque anni, l’Italia rischia di perdere 1.500 chirurghi, tra pensionamenti, fughe
dal SSN e giovani specialisti che non sono sufficienti a sostituire chi lascia il servizio. È questo il preoccupante quadro che emerge dai dati presentati dalla Società Italiana di Chirurgia in occasione del 128° Congresso Nazionale della Società Italiana di Chirurgia (SIC), in corso a Roma fino al 14 ottobre. Secondo la SIC, entro il 2030 sono previste circa 2.800 uscite mentre, sul fronte opposto, i giovani specialisti non arriveranno a 1.300, con un calo del 20% dell’organico a fronte di un aumento atteso del 12% della domanda di cure chirurgiche. Una forbice che potrebbe mettere a rischio un intervento su 10 dei 650mila di chirurgia generale eseguiti ogni anno.
Una carenza che nasce a monte, nella formazione: nel 2026, il 30% delle borse di specializzazione in chirurgia generale non è stato assegnato, contro il 37,8% del 2025, lasciando scoperti 193 posti su 646 banditi.
“Con punte più gravi in alcune aree del Paese, come ad esempio a L’Aquila, dove non è stato assegnato alcun contratto. A Udine e Genova, quasi 9 posti su 10 sono rimasti vuoti, mentre a Cosenza, Sassari, Campobasso e Perugia, quelli occupati non superano il 20%” avverte Docimo, Presidente della Società Italiana di Chirurgia (SIC) e ordinario di chirurgia generale all’Università Vanvitelli di Napoli. “A questo si aggiunge che il 10% dei posti assegnati è destinato ad essere abbandonato prima di cinque anni di corso, e il 10% di chi si specializza va a lavorare all’estero o nel privato. Inoltre, tra i primi 1.000 classificati al concorso, solo 9 hanno scelto la chirurgia generale”.
Sul fronte dell’età, secondo i dati Eurostat citati dalla SIC, oltre la metà dei chirurghi generali italiani che lavorano in ospedale ha più di 60 anni, contro il 32% della Spagna e il 44% di Francia e Germania.
Turni massacranti e stipendi bassi: perché mancano i chirurghi
Tra le cause dell’allontanamento dei giovani dalla chirurgia generale, il presidente Docimo indica come turni di lavoro massacranti, stipendi non adeguati agli standard dell’Europa occidentale, il lento aggiornamento tecnologico e un contenzioso medico-legale cresciuto del 150% in dieci anni stiano rendendo la specialità sempre meno attrattiva. Per questo la SIC chiede più tutele giuridiche, incentivi economici e investimenti tecnologici.
“Occorre realizzare un programma strategico che torni ad attrarre i giovani alla chirurgia, tutelandone la scelta con un accesso più ampio alle nuove tecnologie e maggiori tutele giuridiche ed economiche, prima che la carenza di specialisti diventi irreversibile”.
A questi obiettivi si lega la richiesta della SIC di approvare la riforma della responsabilità professionale, attualmente all’esame della Commissione Affari Sociali della Camera, rendendo strutturale il cosiddetto “scudo penale”.
“L’Italia è l’unico Paese al mondo in cui l’errore medico ricade anche nella sfera penale, con il rischio di processi e di condanne per lesioni o morte. In questo contesto il chirurgo è la figura più esposta rispetto alle altre specialità” sottolinea Docimo. “La nostra richiesta è quella di circoscrivere e ridimensionare la responsabilità penale, rendendo strutturale lo scudo penale, in base al quale chi sbaglia risponde anche penalmente, ma il rispetto delle linee guida diventa una discriminante e l’errore grave resta penalmente rilevante solo se queste non sono state rispettate. Su questa strada, i chirurghi sono al fianco del governo e chiedono l’approvazione dei decreti attuativi entro il termine ultimo del 31 dicembre”.
(da Fanpage)
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Ottobre 12th, 2026 Riccardo Fucile
FEDERCONSUMATORI: “SERVONO INTERVENTI URGENTI PER TUTELARE IL POTERE D’ACQUISTO E CONTRASTARE LA POVERTA'”… DOVE ERAVATE QUANDO IL GOVERNO MELONI TAGLIAVA GLI AIUTI AI CETI MENO ABBIENTI E CONDONAVA GLI EVASORI?
Cibi che prima erano la base della dieta delle famiglie italiane sono diventati sempre più rari. A causa dell’aumento dei prezzi le persone rinunciano a mettere nel carrello non solo i piatti tradizionalmente più costosi, ma anche quelli alla base dell’alimentazione, come verdure e ortaggi. Secondo i dati diffusi da Federconsumatori, rispetto al 2025 i prodotti ortofrutticoli sono aumentati del 12%, seguiti dalla carne che è aumentata del 7% e dalle uova 16%. Il caso più eclatante è quello dei pomodorini, aumentati del 52%.
I prezzi crescono, ma il potere d’acquisto delle famiglie resta lo stesso. Al supermercato ci si trova quindi a un bivio: rinunciare del tutto ad alcuni cibi oppure ridurne la qualità, e qui entrano in gioco i discount.
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Nell’ultimo anno, oltre il 16,9% delle famiglie ha operato riduzioni sul consumo di carne e pesce con contemporaneo spostamento verso tagli e qualità meno pregiate. Inoltre, è aumentato il ricorso ai discount: nel 2025 si registra un +12%.
Oltre all’aumento dei prezzi, esiste anche una difficoltà di reperimento. Secondo l’associazione di consumatori, nei mercati e nei supermercati è sempre più difficile trovare prodotti di qualità standard. Molti appaiono visibilmente danneggiati dal sole o di pezzatura ridotta, quando non del tutto assenti a causa dei raccolti distrutti.
Le cause sono molteplici. Questi prodotti vengono distribuiti per oltre l’86% su gomma, di conseguenza l’aumento dei costi dei carburanti ha un peso. Oltre a questo le ondate di calore anomale e la carenza d’acqua riducono drasticamente le rese agricole. Non stupisce che anche i pomodorini siano percepiti sempre più come un lusso.
Il valore della spesa annua di una famiglia, poi, cresce di appena l’1% al mese, a fronte di un’inflazione acquisita per il 2025 del +1,5%. Va decisamente peggio nel settore alimentare, con una spesa media che cresce in valore del +0,9% mentre, nel 2025, i prezzi in questo settore sono cresciuti del +2,9%. Questi numeri mostrano che i comparti più colpiti dai rincari sono anche quelli fondamentali e irrinunciabili. In termini pratici, significa che sono proprio le famiglie meno abbienti sono maggiormente penalizzate dall’aumento dei prezzi.
Federconsumatori: “Ora fondo di contrasto alla povertà energetica ed alimentare”
Alla luce dei dati del suo Osservatorio Nazionale, Federconsumatori chiede al Governo l’adozione di provvedimenti urgenti: taglio delle accise congruo, “non per pochi giorni, come fatto finora”. Una rimodulazione, anche temporanea, delle aliquote IVA su un paniere di beni essenziali. La creazione di un Fondo di contrasto alla povertà energetica ed alimentare per aiutare e sostenere i nuclei più vulnerabili. Monitoraggi, controlli e interventi sanzionatori contro le speculazioni lungo le filiere, in particolare per i prodotti di largo consumo e i carburanti.
L’associazione chiede poi una riforma fiscale tesa a sostenere i bassi redditi e i redditi medi, che risultano colpiti più duramente da queste dinamiche. La definizione di una reale tassazione sugli extraprofitti delle aziende energetiche (e non solo). Un’operazione di modernizzazione delle infrastrutture idriche per evitare lo spreco di risorse, per sostenere le produzioni sostenibili, così da rendere il settore meno vulnerabile agli effetti del cambiamento climatico e contenere i rincari nel lungo periodo.
(da Fanpage)
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Ottobre 12th, 2026 Riccardo Fucile
SECONDO IL SONDAGGIO CHANNEL 13 NESSUNA DELLE DUE COALIZIONI RAGGIUNGEREBBE LA MAGGIORANZA… INVECE CHE CONSEGNARLO ALLA GIUSTIZIA SI PERMETTE A UN CRIMINALE DI PARTECIPARE PURE ALLE ELEZIONI… IL FATTO CHE NESSUN PARTITO DI OPPOSIZIONE ABBIA MAI CRITICATO IL GENOCIDIO A GAZA LA DICE LUNGA
Cresce l’attesa per le elezioni in Israele. Il 27 ottobre gli israeliani saranno chiamati a
rinnovare la Knesset, il Parlamento nazionale, formato da 120 seggi. Da quel voto, il primo dopo l’attentato del 7 ottobre e la guerra in Palestina, dipenderà la formazione del nuovo governo. Uno degli ultimi sondaggi realizzati dall’emittente israeliana Channel 13 mostra il blocco guidato dal premier uscente Benjamin Netanyahu testa a testa con il fronte dell’opposizione, capitanato da Gedi Eisenkot. Se le previsioni dovessero essere confermate, nessuno dei due blocchi riuscirebbe a formare una maggioranza in grado di governare, trovandosi costretto così a cercare l’appoggio delle forze di minoranza arabo-israeliane. Vediamo nel dettaglio che cosa è emerso.
Quanti voti prende Netanyahu e quanti l’opposizione
Netanyahu cerca la riconferma alla guida di una coalizione formata da: il Likud, il suo partito; Otzma Yehudit, la forza di estrema destra guidata da Itamar Ben-Gvir; il Partito Sionista Religioso di Bezalel Smotrich e altre forze della destra conservatrice e ultranazionaliste religiose (Ebraismo della Torah Unito, Shas e il Popolo d’Israele).
L’opposizione invece, è capitanata da Gedi Eisenkot, leader del partito di centrodestra Yashar, a sua volta appoggiato da: B’Yachad, l’alleanza degli ex premier Bennett e Lapid, i Democratici e Yisrael Beytenu, partito della destra laica. Nessuna di queste forze ha mai criticato il genocidio in Palestina.
I maggiori attacchi sono rivolti piuttosto all’operato delle forze di sicurezza israeliane nelle ore immediatamente successive al 7 ottobre.
Ad ogni modo, secondo il sondaggio, il Likud di Netanyahu e Yashar di Eisenkot dovrebbero ottenere entrambi 20 seggi. Complessivamente la coalizione guidata dal premier uscente dovrebbe raggiungere 55 seggi, contro i 50 dell’opposizione. Tra i partiti del blocco del governo in carica, Otzma Yehudit e Ebraismo della Torah Unito otterrebbero otto seggi ciascuno, lo Shas sette, il Partito sionista religioso sette e il Popolo d’Israele cinque.
Per quanto riguarda l’opposizione, B’Yachad otterrebbe 12 seggi, i Democratici 10 e Yisrael Beytenu otto.
Restano fuori dai due blocchi le forze arabo-israeliane. In particolare il partito Ra’am che dovrebbe ottenere sei seggi e la Lista Congiunta che dovrebbe arrivare a nove. Per il momento la minoranza araba ha dichiarato di non volersi alleare con nessuno dei due fronti ma se nessuna coalizione dovesse riuscire a raggiungere la maggioranza, il loro sostegno potrebbe rivelarsi per governare.
(da agenzie)
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Ottobre 12th, 2026 Riccardo Fucile
LA RICERCA PUBBLICATA DALLA RIVISTA THE LANCET INDIVIDUA 17 POSSIBILI CAUSE PER L’ESTINZIONE DELL’UMANITA’
Potrebbero restarci solo 75 anni da passare sulla Terra come esseri umani. Non è la trama di film distopici o post-apocalittici, ma uno studio della commissione Lancet sulle minacce globali alla salute del XXI secolo, secondo cui potrebbero essere proprio un uso malevole dell’intelligenza artificiale o una guerra nucleare a portare all’estinzione dell’umanità entro il 2100. E non solo lo studio, riportato oggi su Repubblica, ha stilato una lista di 17 principali minacce alla salute umana che comprende anche i tagli alla spesa per gli aiuti da parte dei Paesi ricchi, la crisi climatica e la malnutrizione infantile. «Le decisioni prese oggi dai leader determineranno la salute e il benessere della prossima generazione» ha affermato al quotidiano il professor Cristopher Murray, direttore dell’Institute for Health Metrics and Evaluation dell’Università di Washington.
Come è stata stilata la lista delle minacce
Per stilare questa lista, la commissione di esperti ha calcolato quanti anni di vita in buona salute potrebbero andare perduti a causa di malattie, disabilità o morte premature riconducibili a ciascuna delle 17 minacce. «L’uso doloso dell’intelligenza artificiale, comprese le armi biologiche, e un conflitto nucleare con la conseguente carestia comportano il rischio di estinzione nei prossimi 75 anni» afferma il rapporto.
Quali sono le altre minacce
Tra le altre grandi minacce gli esperti includono l’inquinamento atmosferico, la resistenza antimicrobica, la malnutrizione infantile e il cambiamento climatico, nonché i conflitti internazionali, il calo degli aiuti umanitari, l’elevato consumo di alcol, la disuguaglianza di reddito, il basso livello di istruzione, l’ipertensione, le pandemie naturali, l’obesità, i problemi di salute mentale, il fumo e l’invecchiamento.
(da agenzie)
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