Luglio 17th, 2026 Riccardo Fucile
“IL PREMIERATO NON È INTRODOTTO CON LEGGE COSTITUZIONALE MA CON LEGGE ORDINARIA PER EVITARE IL RISCHIO REFERENDUM, INCIDENDO PERÒ SULLE PREROGATIVE DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA E DEL PARLAMENTO. ANCHE L’INTRODUZIONE DI UN ABNORME PREMIO DI MAGGIORANZA E LA PRESENZA DI LISTE INTERAMENTE BLOCCATE RAPPRESENTANO ULTERIORI MOTIVI DI ILLEGITTIMITÀ COSTITUZIONALE…”
Un filo sottile lega le due questioni che più occupano in Italia il dibattito politico: la legge
elettorale e il futuro ruolo del generale Vannacci. Dopo un travagliato iter che ha reso palesi le divisioni all’interno del centrodestra, la legge elettorale esce dall’esame della Camera sostanzialmente immutata, presentando dunque seri problemi di legittimità costituzionale.
Il Premierato, ad esempio, non è introdotto con legge costituzionale ma con legge ordinaria per evitare il rischio che sia sottoposto a referendum. Incidendo però sulle prerogative del Presidente della Repubblica e del Parlamento esso configura un sostanziale abbandono della forma di governo parlamentare adottata dalla nostra Costituzione, forma di governo che è principio fondamentale del nostro ordinamento […]
Anche l’introduzione di un abnorme premio di maggioranza, e la presenza di liste che dopo il voto della Camera rimangono interamente bloccate, rappresentano ulteriori motivi di illegittimità costituzionale perché alterano pesantemente le modalità della rappresentanza. […]
Anche senza considerare che l’aver mantenuto un Parlamento di «nominati» contribuisce al crescente astensionismo, è indubbio che il premio di maggioranza rappresentato da due listini bloccati aggiunga un ulteriore elemento che rende necessario un pronunciamento della Corte sulla sua legittimità costituzionale.
Si consideri, infatti, che essendo centrodestra e centrosinistra accreditati entrambi di un suffragio intorno al 45%, un premio di maggioranza del 17,5% assegnerebbe alla coalizione vincente un numero di seggi superiore al 60%, consentendole di eleggere il Presidente della Repubblica e di avvicinarsi alla soglia dei 2/3 che le permetterebbe l’elezione di 5 giudici costituzionali e di modificare a proprio piacimento la Carta escludendo ogni possibile ricorso a referendum confermativi.
Le modifiche proposte dall’attuale maggioranza con legge ordinaria possono insomma consegnare nelle mani della coalizione vincente non solo Parlamento e Governo, ma anche tutte le Autorità di garanzia.
Se questi sono i rischi della legge elettorale approvata dalla Camera è lecito chiedersi perché il centrodestra ne consideri l’approvazione finale un’assoluta priorità.
Una coalizione di governo divisa sulla politica estera e sulla costruzione di un’Europa più unitaria, e in gravi difficoltà su vari temi di politica interna, si è rivelata divisa anche sulla riforma elettorale, decidendo di portarla comunque a compimento per due fondamentali ragioni: la prima è la convinzione che mantenendo l’attuale legge il centrodestra perderebbe le prossime elezioni.
Vi è una seconda ragione per cui l’attuale coalizione di governo cercherà di varare la legge elettorale nell’attuale testo mantenendo i listini bloccati collegati al premio di maggioranza.
Senza i voti di Futuro Nazionale le possibilità di vittoria del centrodestra sono assai dubbie, specie perché il centrosinistra non ripeterà l’errore del 2022 e allargherà la coalizione elettorale a Italia Viva e +Europa.
Tuttavia, sia per Forza Italia che per la stessa Meloni sarebbe oggi assai difficile accettare la presenza del generale Vannacci nella maggioranza di governo. Ed è qui che il premio di maggioranza si mostra vitale per il centrodestra. Esso permetterebbe infatti all’attuale coalizione di governo di stringere un accordo con Vannacci in sede elettorale per massimizzare le possibilità di ottenere il premio di maggioranza, ma senza necessariamente includerlo nella futura coalizione di governo.
Per avere successo una simile strategia dovrà sovrarappresentare Futuro Nazionale attingendo ai seggi del premio, che dovrà però rimanere ampio per garantire alla coalizione vincente una tranquilla maggioranza di seggi anche senza Vannacci.
Il centrodestra motiva il premio di maggioranza con la necessità di «evitare il pareggio» e garantire stabilità alla coalizione vincente. Ma stabilità non significa efficacia nell’azione di governo; e comunque se la governabilità è l’obiettivo il premio di maggioranza potrebbe essere molto più contenuto.Dietro l’insistenza del centrodestra per un cospicuo premio di maggioranza vi è una sola ragione: poter offrire seggi sicuri sia a forze centriste che a Futuro Nazionale per assicurarsi la vittoria, ma non essere obbligato poi a condividere con loro il governo.
Vi è dunque una ragione per cui, al di là della illegittimità costituzionale di molte delle sue innovazioni, l’attuale proposta di riforma elettorale appare gravemente viziata: essa costituisce una scaltra ma pericolosa manipolazione della nostra forma di governo e della nostra cultura politica che isolerebbe l’Italia, ancor più di quanto oggi non sia, dal consesso di quegli Stati europei che tentano di varare una nuova e più forte Europa.
Stefano Passigli
per il “Corriere della Sera”
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Luglio 17th, 2026 Riccardo Fucile
NEL MIRINO ANCHE IL RUOLO DI DAVIDE VECCHI, AMICO DELLA FIGLIA DI DENIS (E “BEST FRIEND” DI ANDREA GIAMBRUNO): IL SUO INSERIMENTO NELLO STAFF COMUNICAZIONE DI SALVINI È STATO VISSUTO COME UN’INGERENZA
Ormai quel che succede nella Lega è tutto «made in Verdini». È la battuta velenosa che
più circola tra i leghisti di lungo corso, dirigenti e parlamentari, che, a torto o a ragione, identificano nella donna del capo l’origine della fase decadente di Matteo Salvini.
La linea è stata superata con quel «cafone» gridato da Francesca sul prato di Pontida in risposta a chi contestava Matteo al termine del funerale di Umberto Bossi, il 22 marzo scorso. E se non suscitava molte simpatie prima, da allora la figlia di Denis Verdini fatica a staccarsi di dosso l’etichetta della “Yoko Ono di via Bellerio“. A seguire le sono state addossate molte colpe, tra cui anche il ravvedimento last minute di Salvini e il mancato accordo con Luca Zaia per la formazione di un partito del Nord all’interno della Lega.
Ed è così che gira da giorni nelle chat di leghisti la locandina digitale del documentario in uscita per la Casa Rossa, la società di produzione di Verdini. Nel post, pubblicato sulla pagina social della Casa rossa il 13 luglio, compare di profilo il volto di Davide Vecchi, da qualche mese guru della comunicazione leghista, voluto si dice proprio da Francesca. Il caso David Rossi è il titolo del documentario, disponibile sul canale YouTube della casa di produzione a partire dal 17 luglio.
Insomma, un’operazione giornalistica che non avrebbe nulla di strano. Una società che produce il documentario di un cronista che ha seguito la vicenda giudiziaria. Sennonché ormai tutto quello che succede attorno a Vecchi sembra creare agitazione nella Lega.
Il suo inserimento alla guida della comunicazione è stato vissuto come un’ingerenza della famiglia nel partito. E l’uscita dello storico portavoce di Salvini, Matteo Pandini, che è passato di recente alla guida della comunicazione di Enav, oltre alle defezioni che si registrano nel gruppo dell’ufficio stampa, non migliorano certo il clima.
I rapporti con i giornalisti poi non sarebbero migliorati, le interviste di Salvini ai quotidiani sarebbero ormai rarefatte. Mentre il ruolo del nuovo portavoce, Cristiano Bosco, pare essere limitato all’alimentazione dei canali social e WhatsApp.
(da.lettera43.it)
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Luglio 17th, 2026 Riccardo Fucile
MODERATO IN POLITICA INTERNA E FALCO SUI TEMI DELLA SICUREZZA, EISENKOT HA RIFIUTATO UN’ALLEANZA “TUTTI CONTRO BIBI” INSIEME AD ALTRI PARTITI… IL FONDATORE DI “YASHAR” VOLA NEI SONDAGGI PROPRIO IN UN MOMENTO IN CUI NETANYAHU STA PERDENDO L’APPOGGIO DEL SUO PRINCIPALE ALLEATO: TRUMP
L’ultima spiaggia potrebbero essere gli aerei: secondo un articolo pubblicato ieri da
Haaretz, la ministra dei Trasporti Miri Regev starebbe preparando un piano per limitare l’afflusso di voli extra in coincidenza con le elezioni, citando la mancanza di spazio a Ben Gurion a causa della presenza di velivoli da rifornimento Usa impegnati nella guerra contro l’Iran.
Dietro al divieto, spiega ancora Haaretz, ci sarebbe la consapevolezza che la maggior parte delle decine di migliaia di residenti all’estero tornerebbe in patria per votare contro Benjamin Netanyahu, complicando una situazione già non facile per il primo ministro.
È cambiato il vento, in Israele: e all’orizzonte di Netanyahu si addensano nubi che qualche mese fa nessuno aveva previsto. Tante nubi, ed è questo il problema. Ciò non significa che la carriera del primo ministro più longevo della storia del Paese – è al potere con brevi interruzioni dal 1996 – si avvii necessariamente alla conclusione.
Ma che quella che si combatterà alle urne il 27 ottobre 2026 sarà una delle battaglie più dure della sua carriera politica. E che “Bibi il mago” – come gli analisti lo chiamano per la capacità di risorgere sempre – non è affatto certo di vincerla.
In cima stabilmente da settimane – prima testa a testa, ora avanti – c’è lui: Gadi Eisenkot, 66 anni, ex capo di Stato maggiore dell’Idf, fondatore di Yashar, partito centrista che ha rifiutato nei mesi scorsi di unirsi all’alleanza “tutti contro Bibi” di Yair Lapid e Naftali Bennett e con questa scelta è diventato l’uomo da inseguire: secondo gli ultimi sondaggi il suo movimento avrebbe 21 seggi contro i 22 del Likud di Netanyahu.
Ma – ben più importante – con lui alla testa l’insieme dei partiti sionisti di opposizione raggiungerebbe la maggioranza: 61 seggi, a cui andrebbero eventualmente aggiunti (il loro appoggio a un governo è un tema molto controverso) una decina di deputati che verrebbero eletti nelle liste dei partiti arabi. La coalizione al potere resterebbe ferma a 50 seggi.
Moderato in politica interna, falco sui temi della sicurezza, una reputazione impeccabile ulteriormente accresciuta dal fatto di aver lasciato il governo in polemica con Netanyahu quando ha ritenuto che la guerra a Gaza andasse conclusa, Eisenkot ha dalla sua anche una questione che in Israele pesa moltissimo: il figlio è morto combattendo nella Striscia a fine 2023.
Due nipoti hanno subito la stessa sorte nei mesi successivi. È un leader che ha combattuto in prima persona e – a differenza di Netanyahu e famiglia – per il suo Paese ha pagato un prezzo altissimo: dietro a lui sono pronte ad allinearsi la sinistra di Yair Golan e la destra di Avigdor Lieberman. Le migliaia di persone che aspettano ancora un’inchiesta sui fatti del 7 ottobre 2023. […]
Su una cosa Netanyahu ha pensato di poter sempre contare: il sostegno incondizionato degli Stati Uniti di Donald Trump. Da qualche settimana però, non ne è più certo: «Nel governo israeliano ci sono persone che cercano di allontanarci dalla trattativa con l’Iran perché vogliono proseguire la campagna militare», ha denunciato due giorni fa il vicepresidente Usa JD Vance.
Se davvero cadrà, sarà solo dopo aver usato ogni cartuccia: lecita o meno lecita, sottolineano gli analisti israeliani, compresi quelli un tempo a lui vicini. E allora – aerei a parte – cosa potrebbe fare Netanyahu per invertire il trend? Molto sta già facendo: oggi è l’ultimo giorno di seduta della Knesset, il Parlamento, prima della pausa estiva.
In agenda in queste ore ci sono norme molto controverse: la limitazione dei poteri della Procura generale, che oggi può congelare le leggi. L’aumento del controllo dell’esecutivo sulle televisioni (passato oggi). La revoca degli arresti per gli ultraortodossi che rifiutano la chiamata alle armi (norma bocciata due giorni fa dalla Procura generale).
Lo stanziamento di un miliardo di shekel (290 milioni di euro) per la costruzione di nuove strade nei Territori occupati della Cisgiordania. Tutte norme che puntano a compiacere la base elettorale dei coloni e degli ultra-religiosi, che solo sull’alleanza con Netanyahu possono contare per restare al potere.
(da agenzie)
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Luglio 17th, 2026 Riccardo Fucile
SEGUONO CALENDA, FRATOIANNI E TAJANI CON IL 25%… VANNACCI SOLO OTTAVO, SALVINI 12°, RENZI 13°… PECCATO CHE ABBIANO ESCLUSO DALL’ELENCO DEI VOTABILI L’UNICA CHE PUO’ BATTERE GIORGIA MELONI
Nella gara di popolarità tra i leader politici, Giorgia Meloni è ampiamente davanti ai concorrenti. È sia la più conosciuta (dal 99% degli elettori) sia quella con il grado di fiducia più alto, al 36%.
Sotto la presidente del Consiglio c’è un ex premier: Giuseppe Conte è conosciuto dal 95% degli elettori e, tra questi, ha la fiducia del 30%. Un dato che il M5s potrebbe rivendicare in vista delle prossime elezioni. A seguire c’è Elly Schlein con il 28% di fiducia e l’89% di conoscenza.
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Al quarto posto si piazza Carlo Calenda con il 25%. Nicola Fratoianni, conosciuto dal 76% e con una fiducia ‘pari merito’ al 25%.
In classifica esordisce anche Ismaele La Vardera, leader del movimento siciliano Controcorrente, che solo il 32% di conoscenza ma, nell’elettorato che lo conosce, ottiene una fiducia del 22%. Subito sopra Alessandro Di Battista con il 23% (su una conoscenza del 69%) e Roberto Vannacci (con lo stesso 23% ma un grado di conoscenza dell’81%).
Stranamente tra i politici “votabili” il sondaggio abbia escluso l’unica candidata che potrebbe battere Giorgia Meloni. ovvero Silvia Salis che in altri sondaggi era alla pari con Conte e davati a Elly Schlein…
(da agenzie)
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Luglio 17th, 2026 Riccardo Fucile
CAMPO LARGO 42,5%, CENTRODESTRA 39,7%
Con l’approvazione della legge elettorale alla Camera, si avvicina al termine una riforma elettorale che potrebbe costringere, tra le altre cose, le coalizioni a inserire nella scheda il nome del candidato o della candidata presidente del Consiglio. Così, nei prossimi mesi diventerà sempre più importante capire quali siano i leader politici che attirano i maggiori consensi, che sono più conosciuti e che ispirano più fiducia negli elettori.
Il nuovo sondaggio politico realizzato da Bidimedia e pubblicato in anteprima da Fanpage.it misura non solo la performance dei partiti – con Fratelli d’Italia in difficoltà, Futuro nazionale in crescita e la Lega in crollo, tra le altre cose, ma anche quella dei loro esponenti di spicco.
Centrodestra in crisi, vola Futuro nazionale
Fratelli d’Italia è al 26,9%. Un risultato decisamente basso, che mostra tutte le difficoltà del centrodestra in questo momento. Anche perché Forza Italia regge al 7,2%, ma la Lega crolla al 4,9%. Il partito di Matteo Salvini, vicino ai minimi storici, scende anche al di sotto della soglia del 5%.
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La coalizione di centrodestra attuale, che include anche Noi moderati (0,7%), oggi stando al sondaggio raccoglierebbe appena il 39,7% dei voti. Una somma che renderebbe davvero difficile competere per la vittoria alle elezioni nel 2027.
Come è noto, molti dei problemi della maggioranza nascono da Futuro nazionale: il partito di Roberto Vannacci è al 6,7%. Nei sondaggi politici, insomma, ha già superato ampiamente la Lega e sembrerebbe poter mettere nel mirino anche Forza Italia. Anche se più di un osservatore si chiede se i risultati dei vannacciani alle urne saranno gli stessi che ottengono nelle dichiarazioni di voto, per il momento è impossibile ignorare l’ascesa verticale di Fn.
Intanto il Partito democratico è al 21,5%, e a una certa distanza segue il Movimento 5 stelle all’11,4%. Alleanza Verdi-Sinistra prende il 6,5% – superata di due decimi da Futuro nazionale. Il campo largo unendo anche Italia viva (2,1%) e +Europa (1%) arriverebbe quindi al 42,5%. Subito sopra la soglia necessaria per ottenere il premio di maggioranza con la nuova legge elettorale.
Ci sono poi diversi schieramenti che non si piazzano nelle due coalizioni. Il principale è Azione di Carlo Calenda, stimato al 2,8%. Ma ci sono anche Sud chiama Nord di Cateno De Luca e il nuovo Schierarsi di Alessandro Di Battista (1,3%). In più, nel sondaggio esordisce Controcorrente di Ismaele La Vardera con l’1%.
(da Fanpage)
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Luglio 17th, 2026 Riccardo Fucile
“PER TRUMP TUTTO SI RIDUCE A MANTENERE IL POTERE IN OGNI MODO CONCEPIBILE. PERCIÒ SE LE ELEZIONI LO SFIDANO, FARÀ QUALCOSA PER IMPEDIRE CHE ABBIANO SUCCESSO NELL’INDEBOLIRLO”
Fa impressione sentire un repubblicano che parla così dei repubblicani: «Ho iniziato a considerare il Gop come il partito della dittatura. Sono disposti a mantenere il potere con qualsiasi mezzo, e Trump guiderà la strada». Il problema è che Robert Kagan, già leader dei neocon durante l’amministrazione Bush, non si ferma qui: «Non escludo che cerchino di invalidare le elezioni, se a novembre perdessero le midterm. A quel punto saremmo già in uno scenario da colpo di Stato».
Perché ieri sera il presidente ha tenuto un discorso alla nazione?
«Stabilire un motivo per dichiarare che c’è stata la manipolazione delle elezioni di metà mandato, anche internazionale, per gasare i suoi sostenitori e impedire la conquista della Camera da parte dei democratici.
E questo è il minimo. Vuole mettere in dubbio l’affidabilità del processo di voto elettronico americano. Nel peggiore dei casi, però, stava facendo la prova generale di quanto accadrà a novembre, denunciando interferenze straniere per manipolare il risultato e la partecipazione di illegali. Trump e l’amministrazione faranno tutto il possibile per impedire ai democratici di prendere la maggioranza alla Camera, e ancor meno al Senato».
Teme di perdere e si prepara a contestare il voto?
«Sì, assolutamente corretto».
Perché queste midterm sono così importanti?
«Se i democratici vinceranno, metteranno l’amministrazione in stato di accusa. Non so se ci sarà il terzo impeachment, ma di sicuro scatteranno le inchieste. Trump può ignorare il Congresso. Per il sistema americano, però, qualsiasi interruzione nel processo elettorale getterebbe seri dubbi sulla possibilità di tenere elezioni libere in futuro».
Si riferisce alle presidenziali del 2028?
«Assolutamente sì. Per Trump tutto si riduce a mantenere il potere in ogni modo concepibile, per massimizzare i suoi interessi personali e costringere il governo federale ad esaudire i suoi desideri. Tutto ciò che sfida questo potere va minato o distrutto. Perciò se le elezioni lo sfidano, farà qualcosa per impedire che abbiano successo nell’indebolirlo».
Potrebbe cancellare il voto o dichiaralo illegale?
«Sì. Posso immaginare uno scenario in cui lo speaker della Camera Mike Johnson si rifiuta di certificare il risultato e insediare il nuovo Congresso eletto, sostenendo che ci sono state irregolarità. L’amministrazione potrebbe usare le forze federali per sequestrare le urne, in modo da non poter sapere chi ha vinto. Più a lungo andrà avanti lo stallo, più il sistema inizierà a crollare. Se dovessimo arrivare a febbraio, marzo o aprile senza un Congresso in carica, sarebbe un momento reale di svolta nella storia americana».
Il presidente Trump cercherà di candidarsi al terzo mandato nel 2028?
«Lo dice spesso, forse per evitare di essere considerato un’anatra zoppa. Anche se non si candidasse, vuole mantenere il controllo del governo quando non sarà più alla Casa Bianca. Perciò gira voce che potrebbe sostenere un ticket composto dal vice Vance e suo figlio Don junior».
A quale scopo?
«Così la famiglia potrebbe proteggersi, perché la loro grande paura è venire accusati del furto di milioni di dollari, di aver usato il governo in modo improprio per riempirsi le tasche. Come ogni dittatura, temono che il prossimo regime li scopra e li mandi tutti in prigione. Quindi vogliono evitare che accada».
Potrebbero impedire le presidenziali del 2028?
«Sì, ma dipende da come andranno le midterm. Se avremo un’elezione libera e corretta, e i democratici vinceranno, potremo pensare al 2028. Se impediranno al Congresso di riunirsi perché ha vinto l’opposizione, la conclusione sarà diversa».
Cioè?
«Se annullassero il voto, o si rifiutassero di insediare un Congresso democratico, sarebbe già piena dittatura».
I guadagni della famiglia avranno qualche impatto sulla sua base?
«Dipende da come la descrivi. Se la base si riduce al 35%, allora direi di sì. La popolarità di Trump è molto bassa, ma i Maga non sono interessati alla corruzione. Le loro preoccupazioni sono razziali e religiose: quello che fa il presidente non importa, purché si occupi dei loro interessi su quei fronti».
Come giudica i democratici?
«Sono terribili, perché hanno paura di trasformare le elezioni in una questione di sopravvivenza della democrazia. Parlano del pane quotidiano, o il prezzo del petrolio che sale a causa della guerra in Iran, e in parte lo capisco. Però sbagliano: devono chiarire che a novembre sarà in gioco la democrazia».
(da Dagoreport)
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Luglio 17th, 2026 Riccardo Fucile
ALDO CAZZULLO: “SIAMO CONSAPEVOLI CHE LA SCUOLA, LA SANITÀ, LA SICUREZZA HANNO UN COSTO? MA NON C’È NULLA DA FARE. LO STATO NON SIAMO NOI; LO STATO È ALTRO DA NOI. È UN NEMICO DA CUI GUARDARSI. SIAMO STATI DOMINATI PER SECOLI DAGLI STRANIERI, SIAMO ABITUATI A PENSARE CHE LA GIUSTIZIA E IL FISCO NON SIANO AMMINISTRATI IN NOME DEL BENE COMUNE, MA DI UN POTERE OSTILE. E CHI CRITICA EVASORI ED ELUSORI È INVIDIOSO”
Milena Gabanelli è tra i pochi giornalisti che affrontano il più impopolare dei temi. Un
altro è Angelo Mincuzzi del Sole 24 Ore . Andate a vedere i suoi social: è l’uomo più insultato d’Italia. Qualche insulto sull’argomento me lo sono preso anch’io.
Intendiamoci: se qualcuno mi ruba il portafoglio sull’autobus, mi procura un danno grave e immediato. Ma infinitamente più grande è il danno che procurano alla società l’evasore e l’elusore.
Il problema è che la maggioranza degli italiani, compresi quelli che le tasse le pagano, non se ne rendono conto. Pensano che i soldi versati allo Stato vadano tutti sprecati. E che ci siano sprechi e ruberie è impossibile negarlo.
Ma qualcosa arriverà pure a insegnanti, medici, infermieri, poliziotti, carabinieri, militari? C’è qualcuno che pensa che non vadano pagati meglio? Lo sappiamo o no che esportiamo medici, che vanno all’estero a guadagnare meglio? Siamo consapevoli che la scuola, la sanità, la sicurezza hanno un costo?
Ma non c’è nulla da fare. Lo Stato non siamo noi; lo Stato è altro da noi. È un nemico da cui guardarsi. Siamo stati dominati per secoli dagli stranieri, siamo abituati a pensare che la giustizia e il fisco non siano amministrati in nome del bene comune, ma di un potere irresponsabile, gratuito e ostile. E chi critica evasori ed elusori è «invidioso».
(da il Corriere della Sera)
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Luglio 17th, 2026 Riccardo Fucile
IL PARTO E’ AVVENUTO NEGLI STATI UNITI: LA FOTO CON IL FIGLIO IN CARROZZINA STA FACENDO IL GIRO DEL MONDO – ENTRATO IN PARLAMENTO A 22 ANNI, CATTOLICO, ESPONENTE DELL’ALA DESTRA PIU’ TRADIZIONALE, SPAHN NON HO MAI NASCOSTO LA SUA OMOSESSUALITA’
«Benvenuto al mondo, piccolo uomo. Che la tua vita sia piena di amore, salute e meraviglie e che la ricca benedizione di Dio ti protegga nel tuo cammino». Questo messaggio, ieri mattina, ha mandato in fibrillazione Berlino. L’ha scritto Jens Spahn, che non è un politico qualunque, ma il più potente conservatore della Germania dopo Friedrich Merz.
Omosessuale, sposato, 46 anni, di destra, capogruppo della Cdu al Parlamento: in tre parole, il possibile prossimo cancelliere. Da due giorni papà, grazie alla gestazione per altri e alla possibilità di adottare il figlio del partner, pratica che in Germania è legale dal 2017: «Mio marito è diventato papà, e io con lui. Georg è tutta la nostra felicità. È una sensazione che difficilmente si può descrivere».
La Bild ci ha aperto il giornale (del resto, ha una spiccata simpatia per Spahn). Pubblica una sua foto mentre spinge la carrozzina con il marito Daniel Funke, 45 anni, in primo piano. «Siamo consapevoli che sul tema della maternità surrogata ci siano spesso incertezze e anche molti pregiudizi. Ma, come diceva il grande Franz Beckenbauer: “Il buon Dio si rallegra per ogni bambino”».
Quella di Spahn è quindi una scelta personale, ma anche politica. Ha fatto capire da subito che, da conservatore, non si nasconderà, che è pronto a difenderla. «Sappiamo che questa notizia vi sorprenderà e che sul tema della maternità surrogata possano sorgere delle domande. Saremo lieti di rispondervi».
Però in certi ambienti della destra mondana e internazionale è una prassi normalizzata, vedi il ministro del Tesoro Usa, Scott Bessent (curiosamente, Spahn è nella stessa situazione della leader dell’AfD Alice Weidel, che ha due figlie con la compagna srilankese, loro madre biologica).
L’assistenza medica a una gravidanza per altri e l’intermediazione di madri surrogate sono vietate sul suolo tedesco: perciò molte coppie che non riescono ad avere figli si rivolgono all’estero. Ma è dal 2014 che la Corte federale di giustizia riconosce pieni diritti a questi bambini e alle loro famiglie, purché vi sia un genitore biologico.
Il parto è avvenuto negli Stati Uniti. Come dicono i due nel messaggio agli amici (presumibilmente nella chat c’è qualche vicedirettore della Bild ): «Siamo innamorati di lui. Con immensa gioia guardiamo alla nostra vita insieme, noi tre. I papà orgogliosi».
Spahn ne aveva informato personalmente il cancelliere Friedrich Merz, ed è volato negli Usa appena il parlamento ha chiuso per la pausa estiva. La donna «surrogata» del piccolo Georg, fa sapere la coppia, continuerà a far parte della vita del bambino. «Ormai fa parte della famiglia e accompagnerà Georg nel suo percorso di vita».
Giovane enfant prodige della Cdu renana, cattolico, è entrato in Parlamento a 22 anni, e l’omosessualità non gli ha impedito di fare carriera in un partito tradizionalista. «La Chiesa è una parte di me, anche se a volte mi fa arrabbiare», ha detto una volta. È stato a 35 anni viceministro alle Finanze sotto il potentissimo Wolfgang Schäuble; poi, da ministro della Sanità, ha gestito bene il Covid.
Ma Spahn è anche una figura complessa, molto popolare. Espressione dell’ala destra, quella che vuole mettere fine ai governi di centrosinistra che hanno dominato la Germania dai primi anni Duemila (salvo un intermezzo Cdu-liberali), è molto ambiguo sull’apertura all’estrema destra AfD.
È per questo, si dice, che Merz gli ha affidato la guida del gruppo parlamentare della Cdu: un ruolo, per tradizione, da aspiranti cancellieri. Perché tenesse a bada la destra interna, secondo la massima: «Cooptali, se non li puoi battere».
Ma Spahn è tanto un vice leale quanto un avversario di Merz, come un’ombra che si proietta sul futuro del proprio capo. Sogna di fare il cancelliere da sempre: e nelle foto ufficiali i figli ci stanno benissimo, l’«irregolarità» dà un tocco di imperfetta, umanizzante simpatia. In larga parte, la Germania è cambiata tanto da accettarlo. E lui, questo, è stato tra i primi a capirlo.
(da Corriere della Sera)
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Luglio 17th, 2026 Riccardo Fucile
LUNEDÌ MATTINA BURNHAM RICEVERÀ L’INCARICO DA RE CARLO
«Coronation», incoronazione. È normale usare questo termine per l’ascesa al trono del
sovrano inglese. Un po’ meno per l’elezione di un nuovo leader di partito, a maggior ragione se si tratta del partito Laburista, storicamente rappresentante politico dei lavoratori e dei sindacati. La sinistra del Paese. Eppure è proprio quello che accadrà oggi in tarda mattinata ad Andy Burnham, che verrà “incoronato” dal vertice laburista per acclamazione, visto che non si sono presentati altri candidati.
L’ex sindaco di Manchester aveva scoraggiato ogni potenziale sfidante raccogliendo in anticipo il sostegno della stragrande maggioranza (95 per cento) del gruppo parlamentare e dei vertici delle Trade Unions.
Strada spianata, dunque, per diventare capo del governo al posto del dimissionario Keir Starmer. Lunedì mattina il premier uscente si presenterà a re Carlo III per rassegnargli il mandato. Subito dopo Burnham riceverà l’incarico. Nessun ricorso alle urne dunque e nemmeno un dibattito pubblico o un congresso di partito.
Procedura che indubbiamente garantisce un passaggio delle consegne rapido e incontestato. Non a caso la sterlina si è rafforzata da quando è apparso chiaro che non ci sarebbe stata una lotta interna ai Laburisti e che la transizione sarebbe stata veloce. Non mancano però gli interrogativi sul deficit democratico di un cambio di leader, di primo ministro e di governo che avviene in questo modo.
«Non è la prima volta che accade e dal punto di vista costituzionale è ineccepibile», spiega a La Stampa il massimo costituzionalista inglese, Philip Norton, barone, membro della Camera dei Lord, una infinita serie di titoli accademici e di libri sul funzionamento delle istituzioni britanniche.
«Il punto chiave per il capo di governo è avere la maggioranza parlamentare, che i Laburisti hanno ampiamente conquistato con la vittoria elettorale del 2024 – continua Lord Norton –. Se per calcolo politico poi hanno scelto di cambiare leader e quindi dare al Paese un nuovo premier ne hanno facoltà. Il ricorso alle urne non è richiesto».
«Un Messia senza mandato»: i giornali di destra sparano titoli cubitali come questo, mentre molti auspicano maggiore trasparenza, tanto più dal partito della sinistra britannica, socialdemocratico e progressista. «In effetti se il processo è costituzionalmente ineccepibile può essere però opinabile politicamente – continua Lord Norton –. Anche in tempi recenti i Conservatori hanno fatto cambi di leadership in questo modo. La novità è che anche i Laburisti hanno adottato lo stesso metodo».
In questa scelta pesa chiaramente il fallimento di Keir Starmer, che in due anni di governo ha dilapidato credibilità e consensi tanto da perdere tutte le elezioni locali successive alle politiche. Da qui la necessità per il partito di trovare un leader più efficace e anche migliore comunicatore. Nel mondo della politica spettacolo di oggi l’onesto ma grigio Starmer ha mostrato tutti i suoi limiti. Ha salutato in Parlamento dicendo: «Qui finisce la mia avventura politica».
Da lunedì dunque sarà Andy Burnham a guidare il governo. Era già stato sottosegretario e ministro con Blair e Gordon Brown. Poi la brillante esperienza amministrativa in una delle aree più importanti del Paese, la Grande Manchester. Se in politica estera, a cominciare dal sostegno ferreo all’Ucraina, non sono attese novità, il cambio si vedrà probabilmente nelle scelte di spesa sociale (più case popolari), nell’intervento statale in economia, nella maggiore tassazione delle fasce alte di reddito e in un più deciso riavvicinamento all’Unione europea.
(da La Stampa)
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