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E ORA CHE DIRANNO TRUMP, HEGSETH E TUTTI I CAZZONI AMERICANI CHE S’ATTEGGIANO A FERVENTI CRISTIANI? IN LIBANO UN SOLDATO ISRAELIANO USA UNA MAZZA PER COLPIRE LA TESTA DI UNA STATUA DI GESÙ CROCIFISSO CADUTA DA UNA CROCE, NEL VILLAGGIO CRISTIANO DI DEBL

Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile

L’ESERCITO ISRAELIANO HA FATTO SAPERE CHE L’IMMAGINE È AUTENTICA E CHE CONSIDERA L’INCIDENTE CON “GRANDE SEVERITÀ”, AGGIUNGENDO CHE “LA CONDOTTA DEL SOLDATO È TOTALMENTE INCOERENTE CON I VALORI CHE CI SI ASPETTA DALLE SUE TRUPPE” (E QUALI SAREBBERO ‘STI VALORI, DISTRUZIONE E MASSACRO?)

Un soldato israeliano usa una mazza per colpire la testa di una statua di Gesù crocifisso caduta da una croce: l’immagine circola sui social media, e oggi l’esercito israeliano ha fatto sapere che è autentica.
I media arabi hanno riferito che la statua si trovava nel villaggio cristiano di Debl, nel sud del Libano, vicino al confine con Israele. Il comune di Debl ha confermato all’Afp che la statua si trovava nel villaggio, ma non ha potuto confermare se fosse stata danneggiata. L’esercito israeliano ha affermato di considerare l’incidente con “grande severità”, aggiungendo che “la condotta del soldato è totalmente incoerente con i valori che ci si aspetta dalle sue truppe”, in un post sul suo account ufficiale X.
“A seguito del completamento di un esame preliminare riguardante una fotografia pubblicata oggi che ritrae un soldato delle Forze di Difesa Israeliane (Idf) mentre danneggia un simbolo cristiano, è stato stabilito che la fotografia raffigura un soldato delle Idf in servizio nel Libano meridionale”, si legge nel comunicato. L’incidente è oggetto di indagine da parte del Comando Nord e viene attualmente “gestito attraverso la catena di comando”, ha aggiunto l’esercito. Ha inoltre affermato che “saranno presi provvedimenti adeguati contro i responsabili”, senza però fornire ulteriori dettagli. L’esercito israeliano ha dichiarato di collaborare con la comunità per “riportare la statua al suo posto”.
(da agenzie)

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QUELL’IDIOTA DI TRUMP E’ COSI’ FUORI CONTROLLO CHE PERSINO I SUOI STESSI COLLABORATORI LO ESTROMETTONO DA ALCUNI BRIEFING_ LO RIVELA IL “WALL STREET JOURNAL”, QUOTIDIANO DI PROPRIETÀ DI RUPERT MURDOCH, AMICO DEL TYCOON

Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile

QUANDO TRUMP VENNE A SAPERE CHE DUE AVIATORI AMERICANI RISULTAVANO DISPERSI IN IRAN, DOPO CHE IL LORO F-15E ERA STATO ABBATTUTO, ERA ENTRATO IN UNO “STATO DI AGITAZIONE” DURATO ORE: TEMEVA DI FARE LA FINE DI JIMMY CARTER, CHE PAGÒ POLITICAMENTE LA STORIA DEGLI OSTAGGI AMERICANI A TEHERAN NEL ’79…LA SUA AGITAZIONE AVEVA SPINTO I CONSIGLIERI AD ALLONTANARLO DAI BRIEFING PER NON COMPROMETTERE L’OPERAZIONE DI SALVATAGGIO DEI MILITARI. TEMEVANO CHE LA SUA IMPAZIENZA AVREBBE VANIFICATO GLI SFORZI

Un presidente spaventato dalle conseguenze politiche della guerra. Un uomo anziano dal comportamento imprevedibile e irascibile. Questi atteggiamenti hanno spinto i suoi stessi consiglieri a estrometterlo da alcuni briefing per evitare che facesse saltare l’operazione di salvataggio dell’aviatore americano scomparso in Iran.
Secondo il Wall Street Journal, quotidiano di proprietà di Rupert Murdoch, amico del presidente, Trump venne informato della liberazione del colonnello disperso solo a operazione conclusa.
La rivelazione è emersa nelle stesse ore in cui il presidente è parso essere stato scavalcato durante la gestione della crisi con l’Iran: domenica mattina Trump ha dichiarato in un’intervista televisiva che a Islamabad sarebbero andati per riprendere i negoziati il genero, Jared Kushner, e l’inviato speciale Steve Witkoff, ma non il vicepresidente JD Vance. Ma nel pomeriggio la Casa Bianca ha annunciato la partenza del vicepresidente per il Pakistan.
La correzione di rotta, secondo alcuni osservatori, rappresenta un’umiliazione per un uomo che vuole sempre dare l’impressione di essere il Commander-in-Chief. Dietro le quinte, la situazione appare molto diversa. Il ritratto che il Wsj ne ha fatto è tra i più duri che siano mai stati realizzati sul presidente.
Secondo alti funzionari dell’amministrazione, che hanno parlato con il giornale in forma anonima, quando Trump ha saputo che due aviatori americani risultavano dispersi dopo che il loro F-15E era stato abbattuto sopra l’Iran, era entrato in uno “stato di agitazione” durato ore. Trump era spaventato dall’idea di fare la fine di Jimmy Carter, che pagò politicamente la storia degli ostaggi americani a Teheran nel ’79
Per ore aveva imprecato con tutti, urlando in una ala “semivuota” della Casa Bianca. Si era lamentato ad alta voce dell’aumento del costo del carburante e del mancato aiuto degli alleati della Nato. Poi aveva chiesto di mandare subito gli aerei per evitare che i due aviatori finissero nelle mani degli iraniani. La sua agitazione aveva spinto i consiglieri ad allontanarlo silenziosamente dai briefing chiave per non compromettere l’operazione di salvataggio dei militari. Temevano che la sua impazienza avrebbe vanificato gli sforzi.
E se avesse scritto un post a riguardo? Così avevano deciso di aggiornarlo a intervalli, ma non di tenerlo al corrente minuto per minuto. Il primo aviatore è stato recuperato rapidamente, mentre solo nella tarda serata di sabato Trump ha ricevuto la notizia che anche il secondo era stato salvato.
Dei due militari non sono mai stati forniti i nomi, e non si sa in quali condizioni siano stati trovati. Ma quello che conta è che per Trump il rischio di un insuccesso politico si era trasformato in un trionfo. Il presidente era andato a dormire felice alle 2 di notte. Sei ore dopo, però, aveva pubblicato sul social Truth un delirante messaggio rivolto agli iraniani: “Aprite quel fottuto Stretto di Hormuz, pazzi bastardi, o vi ritroverete all’inferno”. Una mossa che aveva messo in imbarazzo lo staff e suscitato dubbi in alcuni leader nel mondo. Ma soprattutto aveva confermato a chi gli stava vicino i timori sull’affidabilità del Commander-in-Chief: Trump appare sempre di più fuori controllo. Sui social potrebbe scrivere di tutto.
Inoltre i suoi collaboratori hanno raccontato al Wsj che il presidente è apparso spesso più interessato ai lavori per la nuova sala da ballo o a raccogliere i fondi per la sua campagna, piuttosto che deciso a seguire i dettagli della crisi internazionale.
(da agenzie)

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A CASALPUSTERLENGO, IN LOMBARDIA, DEI LADRI FANNO SALTARE IN ARIA UN BANCOMAT PER SVUOTARLO DALLE BANCONOTE E UN GRUPPO DI GIOVANI CHE ASSISTIVA ALLA SCENA, INVECE DI ALLERTARE LE FORZE DELL’ORDINE, FACEVA IL TIFO PER I MALVIVENTI: “DAI, PORTATE VIA I SOLDI”

Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile

DOPO CHE I LADRI SONO FUGGITI CON LA CASSA, I RAGAZZINI HANNO FATTO IRRUZIONE NELLA BANCA PER ROVISTARE TRA LE MACERIE E RUBARE LE BANCONOTE RIMASTE A TERRA – IL SINDACO: “INVECE DI DARE L’ALLARME HANNO SOLIDARIZZATO CON I RAPINATORI. È VERGOGNOSO”

«Ma chi vuoi che siano? I soliti che tirano fino a tardi e spesso finiscono la serata con qualche rissa». Nell’afa del tardo pomeriggio Piazza del Popolo, ombelico della città, è deserta. Anziani e qualche famiglia siedono ai tavoli dei bar sotto i portici. Non si parla d’altro. I video dei giovani che fanno il tifo per i rapinatori che depredano il bancomat dell’Unicredit di via Garibaldi rimbalzano da un telefono all’altro.
Nessuno dice di conoscerli. Se non è omertà, c’è sicuramente tanta voglia di non impicciarsi di gruppetti già protagonisti di risse e accoltellamenti. L’ultimo una settimana fa.
Venerdì notte ci sono state due esplosioni. Era da poco passata l’una. «Dopo la prima esplosione — racconta al Corriere un testimone che abita di fronte alla banca — una fiumana di giovani si è avviata verso la banca, che dista cento metri». Si avvicinano proprio mentre viene piazzata la carica della seconda esplosione. E intanto urlano: «Portatela via, portatela via…». Tra loro anche minorenni e una ragazza. «Si avvicinavano sempre più — racconta il testimone —, tanto che ad un certo è stato uno dei rapinatori a stopparli mostrando la pistola e urlando: “state lì”». Nessuna paura.Il gruppetto è in preda ad una sorta di eccitazione.
Continuano ad urlare e quando uno dei rapinatori esce con la cassa parte l’applauso. Fino a qui tutto si potrebbe archiviare come una «goliardata, seppure incivile».[
Ma dopo che i rapinatori sgommano via succede dell’altro. Solo alcuni video riescono a documentarlo. Si vedono alcuni giovani entrare in banca e rovistare tra le macerie. Qualcuno recupera una banconota ed esulta: «Guarda i soldi, 50 euro!».
Ma se lo scarso senso civico non è punito dal Codice Penale questo invece è reato. «Se dovesse essere verificato risponderanno di furto», confermano i carabinieri che indagano per risalire alla banda dei rapinatori e non solo. Questo forse spiega perché ieri molti giovani hanno preferito non farsi vedere in giro. Oltre ai video girati dagli stessi protagonisti di una notte di autentica follia gli inquirenti stanno esaminando le riprese di varie telecamere di videosorveglianza della zona.
(da “Corriere della Sera”

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L’EX NUMERO DUE DEL DIS, GIUSEPPE DEL DEO, INDAGATO PER PECULATO E ACCESSO ABUSIVO DALLA PROCURA DI ROMA NELL’INDAGINE SULLA ‘SQUADRA FIORE’, “AVREBBE UTILIZZATO, PER FINI NON ISTITUZIONALI, GLI SCHEDARI INFORMATIVI ISTITUITI PER IL TRATTAMENTO DI NOTIZIE E INFORMAZIONI NECESSARIE AL PERSEGUIMENTO DEGLI SCOPI ISTITUZIONALI DEL COMPARTO”

Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile

E’ QUANTO EMERGE DA UNA NOTA DEI CARABINIERI DEL ROS CHE HANNO EFFETTUATO UNA SERIE DI PERQUISIZIONI: DEL DEO, DOPO ESSERE USCITO DAL DIS, È ATTUALMENTE IL PRESIDENTE ESECUTIVO DI CERVED GROUP SPA

L’ex numero due del Dis, Giuseppe Del Deo, indagato per peculato e accesso abusivo dalla Procura di Roma nell’indagine sulla ‘Squadra Fiore’, “avrebbe utilizzato, per fini non istituzionali, gli schedari informativi istituiti per il trattamento di notizie e informazioni necessarie al perseguimento degli scopi istituzionali del comparto”. E’ quanto emerge da una nota diffusa dai carabinieri del Ros che oggi hanno effettuato una serie di perquisizioni. Del Deo, dopo essere uscito dal Dis, è attualmente il presidente esecutivo di Cerved Group Spa.
“Gli approfondimenti investigativi hanno permesso di acquisire nuovi elementi idonei a delineare ulteriori fattispecie delittuose per le quali risultano coinvolti imprenditori ed ex appartenenti all’intelligence nazionale.
Nel dettaglio, gli interessati – spiega il Ros – risultano indagati a vario titolo dei reati di peculato in concorso”- sarebbero implicati imprenditori e Del Deo -” poiché, nel 2023, si sarebbero appropriati di fondi dell’Aisi per alcuni milioni di euro, destinati a saldare un contratto di fornitura, di fatto mai eseguito, stipulato tra la citata Agenzia e una società operante nel settore della produzione di sistemi software e hardware”.
L’accusa di truffa aggravata è contestata poiché “nell’ambito di una operazione di acquisizione di società operanti nel settore della consulenza e progettazione di reti digitali infrastrutturali e soluzioni di intelligence per l’innovazione – un imprenditore – al fine di aumentarne il prezzo di vendita attraverso una clausola di ‘earn-out’ (che lega una componente aggiuntiva del prezzo di vendita al raggiungimento di specifici obiettivi finanziari o commerciali), con artifizi e raggiri, nel conto economico del 2023, avrebbe esposto valori fittizi di fatturato tali da incrementare, falsamente e per oltre 40 milioni di euro, il margine operativo lordo (Ebitda) della società, usato quale parametro per la maturazione della componente di prezzo integrativa”.
Tale operazione “avrebbe procurato all’imprenditore un profitto di circa 8 milioni di euro non dovuti, con correlativo danno anche a Cassa Depositi e Prestiti, di cui è azionista di maggioranza il Ministero dell’Economia e delle Finanze, in quanto, attraverso Cdp Equity Spa, deteneva una parte del capitale della società acquirente”.
(da agenzie)

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“JARED KUSHNER È UNA PEDINA DELLA MONARCHIA SAUDITA” . I DEMOCRATICI DELLA COMMISSIONE GIUSTIZIA DELLA CAMERA USA APRONO UN’INCHIESTA PER CONFLITTO D’INTERESSI SUL MARITO DI IVANKA TRUMP, GENERO DEL PRESIDENTE E INVIATO SPECIALE SUL MEDIO ORIENTE: “NON SI POSSONO RAPPRESENTARE FEDELMENTE GLI USA CON I MILIARDI SAUDITI ED EMIRATINI CHE SPUNTANO IN OGNI TASCA DI OGNI ABITO CHE SI POSSIEDE”

Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile

IL FONDO “AFFINITY PARTNER” DI KUSHNER HA INCASSATO 2 MILIARDI DI DOLLARI DI FINANZIAMENTI DAL FONDO PUBBLICO SAUDITA “PIF”, E SOLDI SONO ARRIVATI DA QATAR E EMIRATI ARABI

«Una pedina della monarchia saudita». È quel che i democratici della Commissione Giustizia della Camera pensano di Jared Kushner, marito di Ivanka Trump, genero del presidente e inviato speciale nei negoziati sul Medio Oriente, si tratti della tregua e degli accordi su Gaza o delle trattative a Islamabad con gli iraniani.
Jamie Raskin, democratico del Maryland, ha inviato a Kushner una lettera mercoledì, rivelata da The New Republic due giorni dopo, nel quale annuncia un’inchiesta. «Non puoi essere una pedina della monarchia saudita e un diplomatico allo stesso tempo. Non si possono rappresentare fedelmente gli Usa con i miliardi sauditi ed emiratini che spuntano in ogni tasca di ogni abito che si possiede», ha detto Raskin riferendosi agli investimenti ingenti ricevuti da Affinity Partners da parte di Riad e di altre «autocrazie petrolifere del Golfo».
Citando i clienti sauditi, tra cui il principe Bin Salman, Raskin ha sottolineato «che i loro interessi strategici, economici e politici differiscono nettamente da quelli americani». Quindi chiede retoricamente se sul conflitto prolungato, i diritti delle donne e delle minoranze religiose in Medio Oriente o la chiusura di Hormuz, Kushner «rappresenta al 100% gli interessi dei partner d’affari o quelli del popolo americano». I legami fra Kushner e le monarchie del Golfo sono noti. Sei mesi dopo la fine del primo mandato di Trump, Affinity Partner si assicurò un finanziamento da 2 miliardi di dollari dal fondo pubblico saudita (Pif) e soldi sono arrivati da Qatar e Emirati Arabi Uniti. Kushner non ricopre ruoli ufficiali nel governo.
Se i Dem vincessero le elezioni di Midterm potrebbero costringere Kushner a deporre sotto giuramento al Congresso.
(dea agenzie)

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TRUMP FA ASSALTARE UNA NAVE IRANIANA E CI TRASCINA NEL BARATRO DELLA CRISI GLOBALE

Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile

L’EUROPA SCHIACCIATA TRA LE POTENZE MONDIALI

La pace si ferma, la guerra probabilmente riprenderà. Queste sono le ultimissime notizie sul conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran: la delegazione statunitense volava verso Islamabad quando gli iraniani hanno dichiarato che non parteciperanno fin quando non ci sarà la fine del blocco dei porti iraniani. Ieri è stata assaltata una nave iraniana da parte dei marines USA
Soprattutto, c’è il timore che queste trattative possano essere una pace tattica, un
modo per prendere tempo, ricaricare i missili e schierare meglio l’esercito, come fatto in questi giorni dagli Stati Uniti, per poi riprendere le ostilità. Netanyahu intanto gongola: è lui che ha voluto questa guerra ed è lui che ha bisogno di una guerra permanente per restare premier almeno fino alle elezioni di ottobre. Poi si vedrà.
Trump, al contrario, ha bisogno di una pace a causa di un consenso che sta calando costantemente e che lo vede nettamente perdente alle elezioni di medio termine; consultazioni che, a questo punto, potrebbe tentare di far saltare proprio a causa dello stato di guerra, che potrebbe estendersi.
Per lui a questo punto vale il detto “muoia Sansone con tutti i filistei”.
E poi ci siamo noi, l’Europa, schiacciata completamente tra le potenze globali, esposta a causa della nostra non autosufficienza energetica e con una politica estera basata sul doppio standard: amici dell’Occidente ad ogni costo, nemici del resto del mondo ad ogni costo. Gli iraniani, dopo l’appello dei “volenterosi” e dell’Unione Europea per riaprire lo stretto e dichiararsi disponibili a una missione, hanno risposto a Kaja Kallas che il doppio standard europeo è impresentabile, chiedendo a quale diritto internazionale si stesse appellando l’UE.
Insomma, siamo schiacciati in una guerra che Meloni, all’inizio, ha detto di non condividere e non condannare. Oggi prova a riposizionarsi, ma il carburante sta finendo, la crisi economica è alle porte e galleggiare in queste acque sarà sempre più difficile senza una politica estera europea forte e condivisa. Per farlo c’è una sola strada: il rispetto del diritto internazionale. Sempre; non quello che vale solo fino a un certo punto.
(da Fanpage)

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LE CONSEGUENZE DELL’INCOMPETENZA

Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile

GLI STATI UNITI HANNO PERSO NETTAMENTE IL PRIMO ROUND DELLA GUERRA CONTRO L’IRAN… E SE TRUMP VOLESSE ANDARE AVANTI I RISULTATI SAREBBERO DISASTROSI PER L’AMERICA E I SUOI ALLEATI

Per quasi 40 giorni, Israele e gli Stati Uniti hanno condotto un’estesa campagna aerea contro l’Iran, progettata per rovesciare il governo e sopprimere la capacità di difesa dell’Iran. Questa campagna non è riuscita a raggiungere nessuno degli obiettivi dichiarati. Al contrario, si è trasformata in un gioco di numeri in cui risultati gonfiati sono stati presentati a un pubblico acritico da professionisti militari e politici. Il governo iraniano non solo ha resistito ai tentativi di cambio di regime tramite decapitazione, ma ha addirittura rafforzato la sua presa sul potere quando il popolo iraniano, invece di rivoltarsi contro la Repubblica islamica, si è schierato dalla sua parte. Inoltre, anziché sopprimere la capacità dell’Iran di lanciare missili balistici e droni contro basi militari statunitensi, infrastrutture critiche negli Stati
arabi del Golfo e Israele, l’Iran non solo ha mantenuto la sua capacità di colpire, ma ha schierato nuove generazioni di armi in grado di neutralizzare facilmente tutti i sistemi di difesa missilistica, intanto che, nell’utilizzare informazioni di intelligence che hanno permesso un puntamento preciso, ha distrutto infrastrutture militari critiche per un valore di decine di miliardi di dollari.
Gli esperti regionali avevano da tempo messo in guardia sulle conseguenze di un conflitto esistenziale con l’Iran, sottolineando che l’Iran non si sarebbe semplicemente lasciato annientare come Stato nazionale vitale senza garantire che anche le altre nazioni della regione fossero soggette a minacce esistenziali simili per la loro sopravvivenza, e che la sicurezza energetica globale sarebbe stata compromessa in modo tale da innescare una crisi economica mondiale. Queste valutazioni erano supportate dalla convinzione che l’Iran non solo sarebbe stato in grado di bloccare il transito marittimo nello Stretto di Hormuz, ma anche di colpire e distruggere efficacemente il principale potenziale di produzione energetica degli Stati arabi del Golfo.
Non è che i politici e i pianificatori militari degli Stati Uniti e di Israele dubitassero della capacità dell’Iran di influenzare i mercati energetici globali o di colpire obiettivi in Israele e nella regione del Golfo.
Sapevano che l’Iran aveva del potenziale.
Credevano semplicemente di poter realizzare un cambio di regime a Teheran in tempi relativamente brevi, annullando così qualsiasi minaccia che l’Iran potesse rappresentare per le forniture energetiche e le infrastrutture.
Si sbagliavano, ed è per questo che gli Stati Uniti cercavano una via d’uscita d alla guerra poco dopo il suo inizio.
Il risultato finale è stato l’attuale cessate il fuoco, stipulato ufficialmente per dare tempo ai negoziatori statunitensi e iraniani di elaborare un piano di pace duraturo.
Esiste però un problema fondamentale.
Mentre l’Iran ha affrontato i negoziati in corso con un approccio pragmatico e realistico, incentrato sulla risoluzione dei principali punti di disaccordo tra Stati Uniti e Iran, gli Stati Uniti sono ostaggio dei capricci politicizzati di un presidente americano che ha bisogno di plasmare l’opinione pubblica interna in modo da
trasformare la realtà di una sconfitta umiliante nella percezione di una vittoria schiacciante.
Il presidente Trump si è candidato con un programma basato sull’idea che avrebbe tenuto l’America fuori da quel tipo di costose e interminabili avventure militari che avevano caratterizzato gli Stati Uniti dall’inizio del XXI secolo.
La guerra con l’Iran ha dimostrato che questa promessa era una menzogna.
Questa menzogna, unita a numerosi altri passi falsi politici commessi durante il primo anno e mezzo del suo secondo mandato, ha messo a rischio il presidente Trump e la sua eredità politica, con le cruciali elezioni di metà mandato all’orizzonte, che minacciano di spostare gli equilibri di potere al Congresso degli Stati Uniti dal Partito Repubblicano al Partito Democratico. Se i Repubblicani perdessero la Camera dei Rappresentanti, l’impeachment di Donald Trump sarebbe pressoché certo. Già solo questo segnerebbe la fine del programma legislativo di Trump. Ma se i Democratici conquistassero anche il Senato, e con un margine sufficientemente ampio, Trump non solo si troverebbe sotto impeachment, ma potrebbe anche essere condannato.
E questo non significherebbe solo la fine della presidenza Trump, ma anche la fine del marchio Trump, qualcosa che Trump ha coltivato per tutta la sua vita adulta e che ha trasformato in un culto della personalità che ha ridefinito la politica americana.
L’Iran è entrato nell’attuale ciclo di negoziati incentrato sugli aspetti pratici e concreti della geopolitica e della sicurezza nazionale.
Trump si impegna a plasmare le percezioni a proprio vantaggio politico.
Questi obiettivi non sono compatibili, soprattutto considerando che l’Iran è uscito vittorioso da una guerra che non voleva, e Trump sta cercando di inventare una narrazione che lo veda vincitore in un conflitto in cui il suo team non solo non avrebbe mai dovuto impegnarsi, ma che ha perso, e ora Trump deve manipolare questa triste realtà in modo da trarne un vantaggio politico.
Si pensi all’attuale situazione di stallo sullo Stretto di Hormuz.
L’Iran ha esercitato il controllo su tutte le navi che transitano in questa strategica via d’acqua e, operando una selezione sulle navi autorizzate al transito, ha creato
una crisi energetica globale che ha avuto un impatto negativo sugli alleati degli Stati Uniti in Europa e in Asia.
È stata la consapevolezza che gli Stati Uniti non disponessero di una soluzione militare al problema della chiusura forzata dello Stretto da parte dell’Iran a spingerli a cercare una soluzione diplomatica ai problemi che essi stessi avevano creato.
Ci sono anche altre questioni irrisolte, come le scorte di uranio arricchito al 60% dell’Iran (che gli Stati Uniti avrebbero tentato di sequestrare in un raid delle forze speciali fallito), nonché la questione del programma nucleare iraniano in generale, che gli Stati Uniti insistono possa proseguire solo se l’Iran rinuncia completamente all’arricchimento, cosa che l’Iran ha dichiarato di non voler mai fare.
Gli Stati Uniti desiderano inoltre limitare i programmi missilistici balistici dell’Iran, nonostante siano proprio questi missili ad aver fornito all’Iran la capacità di prevalere militarmente sugli Stati Uniti, su Israele e sugli Stati arabi del Golfo.
Gli Stati Uniti insistono inoltre affinché l’Iran interrompa i suoi rapporti con alleati regionali come Hezbollah in Libano (impegnato in un conflitto a tempo indeterminato con Israele a causa dell’occupazione israeliana del Libano meridionale) e il movimento Ansarullah in Yemen, che si oppone all’aggressione guidata dall’Arabia Saudita dal 2014.
Non c’è letteralmente alcuna possibilità che l’Iran ceda su una qualsiasi di queste questioni, soprattutto dopo aver vinto una guerra in cui tutti gli aspetti non nucleari hanno contribuito alla vittoria iraniana.
Ed è proprio qui che sta il problema.
Trump ha in gran parte abbracciato una narrazione influenzata da Israele, secondo la quale la vittoria si basa sulla resa dell’Iran su tutte le questioni sopra elencate.
Una cosa che l’Iran non farà mai.
Trump non ha dimostrato alcuna abilità politica nel tentativo di influenzare l’opinione pubblica statunitense a suo favore
Invece di prendersi il merito di aver convinto l’Iran ad aprire lo Stretto di Hormuz, Trump insiste nel fare il duro, mantenendo un blocco navale che esiste solo di nome, spingendo così l’Iran a fare marcia indietro e a chiudere lo Stretto.
E chiudere le trattative.
Mettendo Trump ulteriormente alle strette in una situazione che lui stesso si è creato.
L’unica opzione disponibile è la ripresa delle stesse operazioni militari che si sono dimostrate incapaci di sconfiggere l’Iran e che, se avviate, innescheranno conseguenze con un impatto devastante sui mercati energetici globali: proprio ciò che Trump cercava di evitare quando ha cercato di raggiungere il cessate il fuoco.
Ma potrebbero esserci anche altre conseguenze.
L’Iran è giunto a un punto di questo conflitto in cui tentare di gestire l’escalation è controproducente.
Se gli Stati Uniti decidessero di riprendere gli attacchi contro l’Iran, con o senza Israele, l’Iran non avrebbe altra scelta che colpire al cuore fin da subito.
L’obiettivo è colpire non solo le capacità di produzione energetica degli attori regionali, come gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, il Kuwait e il Bahrein, che continuano a fornire assistenza agli Stati Uniti nel conflitto con l’Iran, ma anche i loro impianti di desalinizzazione dell’acqua e le centrali elettriche.
Negare a queste nazioni l’accesso all’acqua di cui hanno bisogno per sopravvivere.
E l’energia necessaria per alimentare con l’aria condizionata i grattacieli che ne hanno definito lo status di moderne oasi di civiltà
Si avvicinano i caldi mesi estivi.
E se l’Iran eliminasse l’acqua e l’aria condizionata, questi moderni Stati arabi del Golfo diventerebbero inabitabili.
Città come Dubai e Abu Dhabi diventano inabitabili. Lo stesso vale per Kuwait City, Riyadh e Manama.
Tutto ciò che i governanti di queste nazioni del Golfo hanno aspirato a realizzare nel corso degli ultimi decenni giacerà in rovina, città fantasma al posto di metropoli fiorenti.
E l’Iran probabilmente farebbe lo stesso con Israele, distruggendo le infrastrutture critiche di cui la piccola enclave sionista ha bisogno per sopravvivere come stato nazionale modern
Rendendo la terra promessa inabitabile per milioni di israeliani, che non avranno altra scelta se non quella di tornare nei loro paesi d’origine.
Sono tutte cose già note: non c’è alcun mistero sulle conseguenze che comporterebbe la ripresa delle operazioni militari contro l’Iran.
Si attribuisce spesso ad Albert Einstein la frase secondo cui la definizione di follia è fare la stessa cosa più e più volte aspettandosi un risultato diverso.
Gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato un attacco a sorpresa contro l’Iran utilizzando tutta la potenza delle rispettive forze aeree.
E hanno fallito.
Oggi l’Iran è pronto a ricevere un attacco combinato tra Stati Uniti e Israele che eguaglierà, ma non supererà, la potenza distruttiva di quegli attacchi iniziali.
L’Iran risponderà con attacchi missilistici e con droni che supereranno di un ordine di grandezza la distruzione mirata dei suoi precedenti attacchi di rappresaglia.
L’Iran interromperà il ciclo di escalation puntando dritto al punto debole.
E Trump non capirà cosa gli è successo.
Le conseguenze dell’incompetenza sono reali.
È qualcosa che Trump e il popolo americano stanno per scoprire in tempo reale, qualora gli Stati Uniti dessero seguito alle minacce di riprendere i bombardamenti sull’Iran nei prossimi giorni.
Scott Ritter
(da megachip.globalist.it)

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ORA ANCHE TRA I FANS MAGA D TRUMP S’INSINUA LA TEORIA DEL COMPLOTTO: “FALSO L’ATTENTATO A DONALD TRUMP IN PENNSYLVANIA”

Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile

MARJORIE TAYLOR GREENE, VOCE DEI FAN DELUSI, CHIEDE CHE SANO DESECRETATI TUTTI I DOCUMENTI SULLA SPARATORIA, TROPPE COSE NON TORNANO

A quasi due anni e mezzo dall’attentato contro Donald Trump durante un comizio a Butler, in Pennsylvania, una delle voci storiche del trumpismo ha rotto il fronte e aperto un nuovo terreno di scontro interno.
L’ex deputata repubblicana Marjorie Taylor Greene, in rotta col tycoon, ha rilanciato i dubbi della base Maga e ha chiesto al presidente degli Stati Uniti di fare chiarezza sull’episodio chiave della campagna elettorale del 2024: l’attentato in cui Trump rimase ferito al lobo dell’orecchio, mentre un suo sostenitore morì. Il killer, Thomas Matthew Crooks, 20 anni, sdraiato sul tetto di un edificio a trecento metri di distanza dal palco, fu ucciso dai cecchini del Secret Service.
Molti considerano quell’episodio la svolta che portò Trump a risalire nei sondaggi e a conquistare per la seconda volta la Casa Bianca. Fin da subito i complottisti avevano seminato dubbi, a cominciare dalle poche informazioni sulla ferita del presidente, coperta da una enorme garza, poi tolta giorni dopo senza che sulla cartilagine dell’orecchio fosse rimasta traccia. Inoltre, era apparso strano il comportamento degli agenti del Secret Service: non erano intervenuti per fermare il killer, nonostante la gente ne avesse segnalato la presenza, e subito dopo l’esplosione del primo colpo gli agenti non avevano spinto a terra il tycoon, per proteggerlo, ma si erano abbassati loro, dandogli la possibilità di ergersi con la testa e mostrare il pugno, urlando «fight fight fight», grido di battaglia diventato slogan vincente della campagna. I fotografi, sotto il palco, erano stati fatti insolitamente avvicinare dall’organizzazione: uno degli scatti, ripreso dal basso, mostrò il presidente con il pugno e, sullo sfondo, la bandiera americana. Quell’immagine mise il sigillo all’immagine del leader “forte e invincibile” di cui l’America aveva bisogno.
Adesso una parte della base Maga – delusa dall’entrata in guerra con l’Iran e dalla gestione dello scandalo Epstein – ha rilanciato i sospetti che l’attentato fosse una messa in scena. Nessuno ha pagato per le falle della sicurezza. Anzi, il capo della scorta, Sean Curran, è stato promosso. «Il presidente Trump – ha scritto l’ex deputata su X – dovrebbe fare chiarezza. Perché non lo fa? Questa è la domanda». E la domanda, nel mondo Maga, rappresta una trappola. Se non risponderà, Trump, che aveva fatto della trasparenza il suo mantra, aumenterà i sospetti. Se accoglierà la richiesta, legittimerà un teoria complottista priva di prove. La storia del finto attentato, in vista delle elezioni di novembre per il rinnovo del Congresso, potrebbe indebolire un presidente già in calo di consensi.
(da Repubbica)

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MELONI SI ALLONTANA DA TRUMP SOLO PERCHE’ I SONDAGGI BOCCIANO IL SUO SERVILISMO

Aprile 20th, 2026 Riccardo Fucile

SOLO IL 7% DEGLI ITALIANI APPROVA L’OPERATO DEL PRESIDENTE USA, PERSINO TRA GLI ELETTORI DI CENTRODESTRA IL CONSENSO NON SUPERA IL 15%… ECCO PERCHE’ LA TRASFORMISTA HA FATTO UNA LEGGERA MARCIA INDIETRO

Le prese di distanza di Giorgia Meloni da Donald Trump non si spiegano solo con la reazione politica e umana agli attacchi rivolti al Papa dal presidente Usa, ma anche con un elemento più oggettivo, a cui la premier guarda con crescente attenzione dal momento della sconfitta referendaria: i numeri.
Solo il 7% degli italiani, secondo l’ultimo sondaggio Youtrend per Sky, approva l’operato di Trump nel conflitto con l’Iran, persino tra gli elettori di centrodestra il consenso non supera il 15% di giudizi positivi, mentre un altro sondaggio Youtrend sulla popolarità dei leader internazionali in Italia, pubblicato a marzo su L’Espresso, assegna al leader Usa un gradimento netto del 14%. Una zavorra difficilmente sostenibile per il centrodestra in un momento storico in cui la politica estera è tornata centrale nelle dinamiche politiche.
Certo, non è con la politica internazionale che si vincono o si perdono le elezioni in questo Paese, eppure i conflitti e le tensioni geopolitiche degli ultimi anni hanno fatto irruzione improvvisa e plateale anche nel contesto più intimo del portafoglio familiare, generando un aumento dei costi e un’impennata dei prezzi di benzina e diesel che il governo ha solo potuto limitare. Non solo: gli scenari di guerra hanno inevitabilmente dominato l’agenda mediatica di questi anni. E se i media si focalizzano sulla politica internazionale, quest’ultima finisce per incidere, anche solo indirettamente, nella costruzione del consenso e negli scenari politici. Ecco, dunque, una delle ragioni della mossa di Giorgia Meloni.
Con le elezioni politiche in vista, presumibilmente nel 2027, la leader del centrodestra deve oggi risolvere diverse questioni aperte per preparare al meglio una campagna elettorale che sarà più dura rispetto alle aspettative iniziali della destra. In un contesto di conflitti globali e prezzi che volano, le risorse per varare interventi economici importanti, che un tempo avremmo definito “elettorali”,
scarseggiano, e il governo ha quindi bisogno di affrontare alcuni nodi critici sul piano del consenso. L’alleanza con Trump, che in questo nuovo mandato sembra voler intervenire anche nelle campagne elettorali dei Paesi alleati, è la prima. E la prossima potrebbe coinvolgere Netanyahu, l’impopolarissimo presidente israeliano, che ultimamente ha avuto diverse tensioni con il nostro esecutivo.
Certo, l’operazione presenta anche dei limiti e dei rischi. Se strategicamente coincide con l’abiura di un caposaldo della propria visione geopolitica, ovvero la funzione esercitata nell’ultimo anno e mezzo da Giorgia Meloni di trait d’union tra il governo americano e l’Unione Europea, il problema maggiore è legato al tempismo di questo allontanamento, che può apparire tardivo agli italiani, e chiaramente legato alla sconfitta elettorale. Il giudizio su Trump in questo Paese non è cambiato con l’attacco al Papa, il suo gradimento in Italia è sempre stato molto basso ed è da tempo ai minimi termini. La posizione della presidente del Consiglio è invece cambiata solo ora: un posizionamento corretto strategicamente ma forse intempestivo, difficile da raccontare come autentico.
Saranno mesi di strategie e pre-tattiche, e per la prima volta da decenni la politica estera e i posizionamenti geopolitici entreranno nel dibattito interno sul posizionamento delle coalizioni. Per il centrosinistra, potrebbe essere un vantaggio competitivo inatteso.
(da repubblica.it)

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