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IN GERMANIA, OLTRE MILLE GIURISTI CHIEDONO DI PROIBIRE AL PARTITO DI ESTREMA DESTRA DI PARTECIPARE ALLE PROSSIME ELEZIONI (NEI SONDAGGI, AFD E’ AL 27%) – I SOSTENITORI DELLA MOZIONE RITENGONO CHE I NEO-NAZI “CONTRADDICANO I VALORI FONDAMENTALI DELLA COSTITUZIONE” E, PER QUESTO, È NECESSARIO IMPEDIRE CHE CORRANO ALLE ELEZIONI

Agosto 3rd, 2026 Riccardo Fucile

IL FALSO DILEMMA: È PIÙ “DEMOCRATICO” FAR VINCERE UN PARTITO DI ISPIRAZIONE NAZISTA O NON FARLO PARTECIPARE ALLA TORNATA ELETTORALE”… QUANDO UN PARTITO PROFESSA IDEE NAZISTE, RAZZISTE E SUPREMATISTE, CONTRARIE ALLA COSTITUZIONE DI QUEL PAESE, LA SOLUZIONE DEVE ESSERE IMMEDIATA: SCIOGLIMENTO DEL PARTITO E ARRESTO DELLA SUA CLASSE DIRIGENTE… E STATE TRANQUILLI CHE NON CI SAREBBERO ALTRE MANIFESTAZIONI DI PROTESTA, DOPO LA PRIMA (AMMESSO CHE VI SIA UNA PRIMA)

Oltre 1.000 giuristi in Germania sostengono un appello per la messa al bando dell’estrema destra dell’AfD, tra cui avvocati, giudici e pubblici ministeri. Lo ha comunicato l’Associazione Repubblicana degli Avvocati, che a metà luglio aveva indirizzato una lettera aperta al governo federale tedesco e al Bundestag. Lo riporta la Dpa.
All’epoca, secondo quanto riferito, erano circa 500 i giuristi che avevano aderito all’appello.
Nel frattempo, il numero è salito a 1.051. I sostenitori ritengono che sia “un dovere impegnarsi a favore della dignità umana di tutte le persone”, ha spiegato l’Associazione. “Ciò implica che dobbiamo combattere con determinazione un partito come l’AfD, che contraddice i valori fondamentali della nostra Costituzione”. Il partito guidato da Alice Weidel e Tino Chrupalla è in forte ascesa nei sondaggi a livello nazionale e nel Land della Sassonia-Anhalt, che andrà al voto a inizio settembre.

(da agenzie)

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COME AL SOLITO, I TROLL E LE TRUPPE INFILTRATE RUSSE HANNO AMPLIFICATO SUI SOCIAL MEDIA L’INVASIONE DI 60MILA MIGRANTI NELL’EXCLAVE SPAGNOLA IN MAROCCO. MA PER LA PRIMA VOLTA, MOSCA E L’UNIVERSO AMERICANO “MAGA” HANNO TENTATO DI SFRUTTARE LA STESSA CRISI

Agosto 3rd, 2026 Riccardo Fucile

L’OBIETTIVO, PER ENTRAMBI, È LA PARALISI, LA FRAMMENTAZIONE DELL’UNIONE EUROPEA E IL SUO MODELLO DI CIVILTÀ…

A volte manca giusto il filo rosso per congiungere punti che sembrano così distanti per geografia e per il senso delle cose. Giovedì è apparso un cratere nelle campagne di Lublino, in Polonia; nelle stesse ore in decine di migliaia nuotavano verso Ceuta.
Il cratere, di dieci metri, è stato probabilmente aperto da un missile russo; e buona fortuna a credere che sia caduto dalla parte occidentale del confine fra Ucraina e Polonia per un errore di mira.
L’innesco dei 60 mila che si sono riversati verso la città spagnola in soli due giorni farà invece discutere ancora a lungo. Ma se non fra questi due eventi, almeno fra le forze esterne che hanno cercato di sfruttarli un filo rosso c’è davvero: l’Unione europea non ha mai contato tanti nemici esterni, che cercano di portarla alla paralisi e alla frammentazione.
Non sfugge più a nessuno. Venerdì si è riunito l’Integrated Political Crisis Response, l’organismo dell’Unione europea nato per condividere informazioni e coordinare decisioni di fronte a eventi gravi.
Lì il Servizio esterno della Commissione europea ha passato un messaggio ai governi: la corsa dei migranti verso Ceuta è stato un attacco mirato — non privo di una regia — ed è stato amplificato dall’esercito digitale russo, che ha fatto rimbalzare quanto più possibile sui social media l’eco della crisi.
Lo ha diffuso all’interno stesso dell’Unione europea, in America Latina, in Africa. L’obiettivo di Mosca è sempre lo stesso, hanno riferito i collaboratori di Kallas: alimentare un senso di caos in Europa e approfondire le divisioni.
In questo il cratere di Lublino e gli altri attacchi ibridi […] sono parte della stessa strategia russa vecchia ormai più di dieci anni. Attorno a Ceuta si è notata però una novità: per la prima volta Mosca e un certo universo americano attorno ai Maga stavano entrambi cercando di sfruttare la stessa crisi europea.
Entrambi si sono mossi per esacerbare le tensioni. Trump in persona ha subito scaricato sul governo di Madrid le responsabilità; la galassia più influente della destra Usa ha dato seguito.
Elon Musk con i suoi 241 milioni di follower su X ha diffuso un video fatto con l’intelligenza artificiale — immagini brutali, violentissime — di un preteso assalto a Ceuta.
L’influencer Maga Jack Posobiec, da 3,2 milioni di follower su X, ha iniziato a invocare il ritorno del dittatore Francisco Franco […]. […]
La posta in gioco è sempre più l’Unione europea, il suo modello di società aperta e di economia sociale di mercato. Essa avrà i suoi difetti, ma è sempre meglio dell’alternativa.
Ed essa non ha mai avuto attorno a sé tanti attori esterni che, seminando zizzania, mirano alla sua dissoluzione o a un radicale indebolirsi dei suoi principi e valori, delle sue leggi e istituzioni.
Se avvenisse, allora forse tutti vedranno che si erano illusi: non si può avere un’Unione funzionante come mercato per l’export italiano, ma politicamente minata dalle manovre di corto respiro degli uni contro gli altri.

(da “Corriere della Sera”)

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UNA LUNGA SERIE DI CAUSE TEMERARIE INTENTATE DAL GOVERNO ITALIANO CONTRO I GIORNALISTI. SALVINI HA LA QUERELA FACILE: DAL 2020 A OGGI NE HA INTENTATE 14. AL SECONDO POSTO C’E’ RENZI, CON OTTO . I MELONIANI SONO INSOFFERENTI ALLE CRITICHE: NELLE PRIME DODICI POSIZIONI DELLA CLASSIFICA DEI POLITICI CHE QUERELANO DI PIÙ CI SONO SETTE MEMBRI DEL GOVERNO, NOVE SE CONSIDERIAMO ANCHE I DIMISSIONARI SANTANCHÉ E SGARBI

Agosto 3rd, 2026 Riccardo Fucile

LA PREMIER GIORGIA MELONI HA AVVIATO SEI PROCEDIMENTI. SUA SORELLA ARIANNA UNO – A QUOTA QUATTRO CAUSE CIASCUNO C’E’ LA SQUADRA FORMATA DA FAZZOLARI, GIORGETTI, URSO E DURIGON … NEL 2025, PER IL SECONDO ANNO CONSECUTIVO, IL NOSTRO PAESE È STATO PRIMO IN UE PER QUERELE TEMERARIE…

Matteo Salvini stacca tutti. Il ministro dei Trasporti e vicepremier ha fatto causa a giornalisti italiani almeno 14 volte negli ultimi anni. Nessuno come lui. Il distanziamento dal resto dei politici in carica è talmente abissale da richiamare alla mente le prodezze di Tadej Pogacar, lo sloveno considerato tra i più grandi scalatori della storia del ciclismo.
Stesse caratteristiche: resistenza eccezionale e grande esplosività. Solo che Pogacar usa le doti per vincere le gare, il leader della Lega per scalare la classifica dei politici che querelano cronisti. Con l’obiettivo di ottenere giustizia, dicono alcuni. Con l’obiettivo di silenziare le critiche, ribattono altri.
Un lavoro basato su dati ottenuti da moltissime fonti che hanno chiesto di restare anonime, sicuramente non completo (non è stato possibile ottenere i numeri ufficiali di tutti i media nazionali; abbiamo anche provato a chiederli, senza successo, al ministero della Giustizia con una richiesta di accesso civico), ma comunque utile per farsi un’idea di come stanno le cose.
Prima di iniziare a fare nomi e cognomi, un’avvertenza sul metodo utilizzato. Nel conteggio sono stati considerati solo i politici di livello nazionale, con l’unica eccezione fatta per i presidenti di regione. Altro discrimine: per ragioni di spazio e attualità abbiamo considerato unicamente i procedimenti avviati, o in corso, dal 2020 a oggi nei confronti delle testate giornalistiche nazionali.
Eccoci allora alla classifica. Se è vero che Salvini è primo in assoluto, in realtà c’è chi ha fatto quasi come lui. Si tratta dell’ex ministra della Difesa del Movimento 5 Stelle, Elisabetta Trenta. È stata lei stessa nel 2023 a dichiarare all’Huffington Post di aver «fatto tredici querele per diffamazione ad altrettanti giornalisti». Siccome Trenta non è più in Parlamento, non l’abbiamo inclusa nella nostra speciale classifica, ma resta comunque un’affezionata della querela.
Dietro Salvini, a debita distanza, c’è invece un trio di politici pienamente in carica. Medaglia d’argento al senatore Matteo Renzi che, secondo i nostri calcoli, è arrivato a quota otto cause. Un gradino più sotto, a pari merito con sette cause ciascuno, la coppia di Fratelli d’Italia più potente del momento: la premier Giorgia Meloni, con sei procedimenti in proprio e uno avviato da sua sorella Arianna, e il ministro della Difesa Guido Crosetto.
Sotto il podio un esercito di ministri, deputati, senatori e presidenti di regione. A quota sei cause pedala in solitaria Vincenzo De Luca, Pd, fino all’anno scorso presidente della Regione Campania e ora sindaco di Salerno. Subito sotto, con cinque procedimenti a testa, un trio di destra: Daniela Santanché, ex ministra del Turismo di Fratelli d’Italia, che somma alle cause fatte personalmente quelle avviate dal suo compagno e dalla sue aziende; Vittorio Sgarbi, altro ex membro dell’attuale governo, dimessosi da sottosegretario alla Cultura nel febbraio del 2024; Attilio Fontana, presidente di Regione Lombardia, leghista, anche lui conteggiato aggiungendo alle cause avviate in proprio quelle fatte dalla moglie.
A quota quattro cause ciascuno c’è poi un altro nutrito gruppo di esponenti governativi. La squadra è formata da Giovanbattista Fazzolari, sottosegretario alla Presidenza del consiglio; Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia; Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del Made in Italy; Claudio Durigon, sottosegretario al ministero del Lavoro.
Tirando le somme, sono soprattutto gli esponenti del governo attuale a fare causa ai giornalisti. Nelle prime dodici posizioni ci sono infatti sette membri dell’esecutivo, nove se consideriamo anche i dimissionari Santanché e Sgarbi. Segno evidente della fine di una consuetudine decennale: quella dei politici che, arrivati al governo, ritiravano le denunce per diffamazione avviate contro i giornalisti. Altri tempi.
Anche per questo non sorprende che oggi l’Italia sia il paradiso europeo delle Slapp. Secondo il report pubblicato lo scorso gennaio da Case (Coalizione contro le Slapp in Europa), nel 2025 per il secondo anno consecutivo il nostro paese è stato infatti classificato primo in Ue per numero di querele infondate (Slapp, appunto), quelle che hanno il solo scopo di intimidire e censurare chi prova a portare alla luce gli abusi di potere.
Delle 167 cause mappate in tutta l’Ue, 21 riguardano l’Italia. Tra queste ce ne sono sicuramente un paio contenute anche nella nostra classifica. Come la querela di Santanchè contro l’Espresso, con una richiesta di risarcimento da 5 milioni di euro. O quella di Urso contro Il Foglio e Il Riformista, per un importo compreso tra 250mila e 500mila euro.
L’Ue nel 2024 ha votato una direttiva contro questo tipo di azioni legali. Per come è scritta non rappresenta uno scudo automatico per le tante cause avviate in Italia da politici nazionali, dato che tutela solo i procedimenti transfrontalieri (ad esempio un cronista italiano querelato da un politico tedesco), ma ogni Stato nel recepirla può estenderne la validità anche ai casi nazionali. Cosa ha fatto l’Italia finora per arginare il fenomeno? La risposta sta nei fatti: il termine per il recepimento della direttiva scadeva il 7 maggio, il governo Meloni non si è ancora mosso e la Commissione europea a luglio ha avviato una procedura di infrazione contro Roma (e altri 13 paesi).
Secondo i nostri calcoli, ad avere più cause del genere sul groppone è infatti attualmente il gruppo Seif (Il Fatto), seguito da Report, Il Giornale, Domani e l’Espresso. Parliamo nel complesso di quasi 120 procedimenti solo per queste cinque testate. E in questa somma non abbiamo considerato tutti gli altri media e i tentativi di mediazione, altro capitolo importate della faccenda.
L’istituto della mediazione è diventato obbligatorio definitivamente per la diffamazione a mezzo stampa nel 2011. In teoria dovrebbe servire per risolvere le controversie civili in modo rapido, evitando il ricorso a lunghe e costose battaglie legali. Di fatto è il passaggio che può precedere la causa davanti a un giudice, dove le due parti si accordano di fronte a un mediatore per risolvere la questione senza entrare nel merito.
I dati che abbiamo raccolto dimostrano che alcuni politici fanno un uso smodato della mediazione, diventato nei fatti un nuovo strumento di pressione dato che spesso, nonostante le testate scelgano di non mediare, i politici poi preferiscono non andare in causa. Lo dimostrano due casi su tutti. Uno riguarda Renzi che, secondo quanto ci risulta, ha avviato in tutto 18 tentativi di mediazione con Il Fatto.

(da “Domani”)

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DAL DEGRADO URBANO ALLA PROPAGANDA MAGA: LA METAMORFOSI DI WELCOME TO FAVELAS E I FONDI DEL GOVERNO USA AI RAZZISTI

Agosto 3rd, 2026 Riccardo Fucile

L’INCONTRO TRA I FONDATORI DELLA PAGINA E UN EMISSARIO DI MUSK: DA QUEL MOMENTO CAMBIA LA LINEA EDITORIALE, MA CHE STRANO…

Il premier spagnolo Pedro Sánchez? Un «criminale». Giorgia Meloni? Una vera leader che «alza la testa». La crisi migratoria a Ceuta? «Sostituzione etnica». C’è una pagina molto seguita su Instagram che da qualche tempo è diventata una sorta di megafono della propaganda trumpiana in Italia.
Si tratta di Welcome to Favelas, nata anni fa per raccogliere video del degrado urbano e oggi evolutasi in qualcosa di diverso. A rivelare la metamorfosi è un articolo firmato da Marco Carta e Giuliano Foschini su Repubblica, che traccia i contorni di un progetto divenuto di fatto una sorta di vetrina delle idee della destra sovranista.
L’asse con la galassia Maga
Secondo la ricostruzione di Repubblica, la mutazione di Welcome to Favelas è iniziata nei primi mesi del 2025, pochi mesi dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Tre giorni dopo l’Inauguration Day, Welcome to Favelas annuncia ai suoi seguaci un incontro con un emissario di Elon Musk. Da quel momento, la linea editoriale vira bruscamente, con la bacheca si riempie di post in difesa del patron di X e di contenuti dedicati al miliardario Peter Thiel. Si arriva persino a promuovere Palantir (il controverso colosso americano dell’analisi dati e della sicurezza) proprio mentre nel nostro Paese si accende il dibattito sul riconoscimento facciale, e si spingono le inserzioni per Polymarket, la piattaforma di scommesse che vede tra i suoi advisor Donald Trump Jr.
Il bando del Dipartimento di Stato Usa
Ma il dettaglio più inquietante svelato da Repubblica risale allo scorso 27 luglio, quando la pagina annuncia di aver partecipato a un bando del Dipartimento di Stato americano. Il progetto – intitolato Developing Civilizational Bonds, Democratic Resilience and Rule of Law in Europe – mette sul piatto fino a 3 milioni di dollari. Una mossa che ha fatto saltare sulla sedia più di un politico europeo, spingendo il cancelliere tedesco Friedrich Merz a lanciare l’allarme sul rischio di pesanti interferenze statunitensi nella politica del Vecchio Continente.
Il mistero dei fondi e le pagine “satellite”
Ma chi c’è dietro il progetto? L’ideatore originario è Massimiliano Zossolo, che partorisce l’idea ai domiciliari, dove era finito dopo un arresto per i violenti scontri degli Indignados a Roma nel 2011. Nel 2014, Zossolo deposita il marchio con altri due soci, ma dal 2016 tutto passa nelle mani di un misterioso residente di Fucecchio (Firenze), Marin Cankja. Il vero enigma, però, è economico: non esiste una società editoriale riconducibile a Welcome to Favelas, non ci sono bilanci e neppure un rendiconto. Sul sito web, la partita iva rimanda a uno studio esterno che avrebbe solo creato la piattaforma. Zossolo, incalzato di recente anche da Report, ha dichiarato di incassare i pochi soldi delle sponsorizzazioni, sostenendo che nel 2025 il volume d’affari è stato «rasente lo zero». Eppure, attorno al marchio Welcome to Favelas gravitano diverse pagine satellite, tra cui Cronaca Italiana, Trash News, Milano Bella da Dio ed Emergenza Baby Gang, che presidiano soprattutto i temi della sicurezza e dell’immigrazione.

(da Dagoreport)

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LA LETTERA APERTA DI GUSTAVO ZAGREBELSKY A GIORGIA MELONI

Agosto 3rd, 2026 Riccardo Fucile

SMASCHERA IN MODO CHIARISSMO IL TENTATIVO DI STRUMENTALIZZARE LA VICENDA DI CEUTA

“Cara Giorgia,
a distanza di qualche settimana ti riscrivo mentre a Ceuta si contano i morti e tu, invece di piangerli, ci costruisci sopra un comizio.
Quello che stai facendo ha un nome preciso, e non è “difesa dei confini”: si chiama sciacallaggio politico sulla pelle dei poveri.
Menti sapendo di mentire.
Hai annunciato la sospensione di Schengen con la Spagna come se le poche migliaia entrate a Ceuta stessero per bussare a Ventimiglia domani mattina.
Sai benissimo che non è vero: Ceuta è un’enclave in territorio marocchino, chi arriva lì non entra in Europa continentale, viene identificato sul posto.
I tuoi stessi funzionari del Viminale hanno ammesso che si tratta di controlli “a campione”. Tradotto: una misura simbolica, inefficace, che serve solo a te e al generale Vannacci che ti incalza da destra.
Il prezzo lo pagano i turisti in coda ai porti, gli imprenditori e soprattutto la verità.
Cara Giorgia, il vero regista di Ceuta si chiama Donald Trump.
Il tuo ex amico che continui a difendere. Tu fai lo sciacallo contro Sánchez, ma il fiammifero l’ha strofinato l’inquilino della Casa Bianca.
Te lo dico in breve:
1. Trump ha regalato a Rabat il riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara Occidentale — nel 2020, riaffermato nell’estate 2025 — blindando l’asse Washington–Rabat contro il diritto internazionale.
2. La visita di Sánchez ad Algeri ha fatto scattare la ritorsione: il Marocco ha aperto i rubinetti dei migranti verso Ceuta. Non lo dico io, lo scrivono i giornali che non appartengono ad Angelucci.
3. Il 29 giugno 2026 Trump ha sospeso per otto mesi i dazi sui fosfati marocchini.
Il quadro che fingi di non vedere è questo: Trump premia il Marocco con fosfati, Sahara e basi militari.
Il Marocco usa i migranti come arma di ricatto contro una Spagna “colpevole” di riavvicinarsi ad Algeri.
Migliaia di giovani — molti minorenni — si buttano in acqua e diciannove muoiono annegati. E tu prendi quei corpi e li usi come sfondo per un post su X.
Questo non è governare.
Questo è sciacallaggio.
Non è da statista — perché una statista non chiude Schengen per un teatrino interno mentre nel Mediterraneo si muore: chiama Bruxelles, convoca l’ambasciatore USA, chiede conto a Trump del ricatto marocchino, costruisce una politica migratoria europea.
Non è da italiana — perché l’Italia è il Paese di Lampedusa, di don Puglisi, di don Milani, di don Bosco.
Il Paese che ha inventato la parola “solidarietà” nella Costituzione.
Non è da madre — perché quei ragazzi affogati a Tarajal sono figli di qualche madre.
I miei figli, tua figlia, hanno avuto la fortuna di nascere in Italia.
Loro no.
È l’unica differenza.
Una madre lo sa.
Da cristiana non ne parliamo neanche.
Noi che accogliamo sappiamo cosa vuol dire stare sulla frontiera vera.
Non quella retorica dei tuoi tweet.
Ti chiediamo una cosa sola: smettila.
Smettila di mentire agli italiani sulle cause.
Smettila di attaccare Sánchez per coprire Trump.
Smettila di trasformare diciannove cadaveri in punti percentuali.
E se non lo fai per statura politica, fallo almeno perché — come hai detto tu — sei una madre.
E sei cristiana.”

(da agenzie)

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SILVIA SALIS SARÀ OSPITE DI FABIO FAZIO: LA SINDACA DI GENOVA INVITATA PER L’USCITA DEL SUO LIBRO, CHE DOVREBBE INTITOLARSI “È GIÀ DOMANI”

Agosto 3rd, 2026 Riccardo Fucile

NELLO STUDIO DI “CHE TEMPO CHE FA” PRIMO APPUNTAMENTO ALLA NUOVA EDIZIONE DEL PROGRAMMA

Sarà un ritorno dalle ferie con una novità editoriale per la sindaca di Genova, Silvia Salis. Nelle prossime settimane sarà infatti lanciato il suo libro, edito da Feltrinelli, che dovrebbe intitolarsi È già domani.
Che sia un passo verso un impegno politico nazionale è tutto da capire. Ma è certo che Salis è già “prenotata” come grande lancio della nuova stagione di Che tempo che fa, il programma di Fabio Fazio su Nove, che quest’anno raddoppia con due serate, la domenica e il mercoledì. La sindaca di Genova presenterà la sua fatica editoriale nello studio.
Fazio ha poi piazzato un secondo colpo per la seconda puntata: dalla novità Salis al veterano Massimo D’Alema […]. L’ex presidente del Consiglio presenterà il suo libro. Titolo provvisorio? Quando eravamo comunisti. Presente e passato in due puntate.

(da agenzie)

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DOPO LA CRISI DI CEUTA, GIORGIA MELONI VUOLE CONVINCERE TUTTA EUROPA A PUNTARE SUI CENTRI PER I RIMPATRI IN PAESI TERZI, SULLA FALSARIGA DEL “MODELLO ALBANIA”. FINORA PERO’ I PROGETTI DI QUESTO TIPO SI SONO RIVELATI DEI COLOSSALI BUCHI NELL’ACQUA

Agosto 3rd, 2026 Riccardo Fucile

LA GRAN BRETAGNA DI BORIS JOHNSON VOLEVA TRASFERIRE I MIGRANTI IRREGOLARI IN RUANDA: UN PROGETTO STRONCATO DALLA CORTE SUPREMA BRITANNICA E COSTATO 290 MILIONI DI STERLINE … LA DANIMARCA AVEVA PROVATO AD AFFITTARE IL CARCERE DI GIJILAN IN KOSOVO PER IL TRASFERIMENTO DI 300 DETENUTI STRANIERI. UNA PROPOSTA BOCCIATA DALLE ORGANIZZAZIONI UMANITARIE … E IL “MODELLO ALBANIA” CARO AL CREDO MELONIANO? NEL 2025 LA GESTIONE DELLA STRUTTURA DI GJADER È COSTATA 50 MILIONI DI EURO (CON QUALI RISULTATI?)

Non ce n’è uno che abbia funzionato. Ogni progetto di creazione di hub in Paesi terzi è finora miseramente naufragato, con a strascico gran spreco di denaro pubblico. Ma dopo la crisi di Ceuta, c’è chi in Europa si mostra più che disponibile alla mossa del governo Meloni, che lavora un’accelerazione sui return hub lontani dalle frontiere dell’Unione, incluso in Paesi che la stessa Ue identifica come “non sicuri”. […]
A provarci per prima è stata la Gran Bretagna di Boris Johnson, che ha ipotizzato di trasferire in Ruanda chiunque fosse entrato illegalmente in Gran Bretagna. Il progetto è stato bocciato dalla Corte suprema e cancellato all’arrivo dell’ex premier laburista Keir Starmer a Downing Street. Ma in due anni è costato 290 milioni di sterline, versate a Kigali per strutture e allestimenti e solo una sentenza della Corte permanente di arbitrato dell’Aia, che ha respinto le richieste di “saldo” del Ruanda, ha salvato Londra da un ulteriore esborso di 100 milioni.
Anche la Danimarca ci ha provato, ma cambiando target. Trincerandosi dietro il sovraffollamento nelle carceri, ha ipotizzato di “affittare” l’istituto di pena di Gjilan in Kosovo per trasferirvi 300 detenuti non danesi, tutti da rimpatriare a fine pena. […]
E non sarebbe certo a buon mercato: l’accordo, che Pristina ha approvato solo nel 2024, prevede il pagamento di 200 milioni di euro l’anno, più la ristrutturazione dell’istituto. Solo nelle scorse settimane è stato liberato per dare inizio ai lavori, ma i primi trasferimenti non sono in agenda prima dell’aprile 2027.
Anche l’Italia già nel 2002 aveva provato a seguire la strada dell’outsourcing. L’ipotesi prevedeva il trasferimento a Peqin, in Albania, dei detenuti albanesi in Italia. Un progetto costato 7 milioni di euro e subito naufragato. […]
Poco più di vent’anni dopo, con l’Albania di Edi Rama, il governo Meloni ha sottoscritto il protocollo che ha dato vita alla formula ibrida di Shengjin e Gjadër: centri delocalizzati in territorio albanese, ma soggetti a giurisdizione italiana. Un fallimento annunciato: già prima dell’inaugurazione, i magistrati avevano infatti chiarito l’illegittimità delle procedure accelerate di frontiera, che prevedono il rimpatrio di default di chi provenga da un Paese ritenuto sicuro, ribadendo la necessità di valutare caso per caso.
Risultato: tre tentativi di trasferimento da ottobre 2024 a gennaio 2025, 73 persone intercettate in mare e rimaste per alcuni giorni prigioniere in un centro in cui il governo progettava di rinchiuderne tremila al mese, tutti riportati in Italia per ordine dei giudici. Pur di far funzionare i centri, il governo – che per mesi ha attaccato frontalmente la magistratura – ha tentato anche di rimodellare anche norme e procedure.
Ma né il nuovo decreto che ha identificato i cosiddetti “Paesi sicuri”, né lo spostamento della competenza sui trattenimenti alla Corte d’appello hanno cambiato la situazione.
Un’ostinazione che solo nel 2024, hanno calcolato Action Aid e ateneo di Bari, è costata almeno 114mila euro al giorno. Non meno fallimentare si è rivelata la fase 2, quando in Albania sono stati trasferiti alcuni dei trattenuti nei cpr della penisola.
Da maggio 2025 a metà luglio 2026 sono state trasferite 685 persone, di cui meno del 15% è stata rimpatriata. Costo approssimato per difetto: 500mila euro cadauno, se è vero che per il solo 2025 – ha confermato il ministro Piantedosi – la gestione di Gjadër è costata 50 milioni e i rimpatri sono stati 101. Nel frattempo, sono stati registrati almeno 95 tentativi di suicidio e atti di autolesionismo. […]
Nel frattempo, Italia e Ue lavorano anche sull’altra sponda del Mediterraneo. Nonostante nessun Paese ne riconosca il governo, Bruxelles ha di recente approvato i piani per l’istituzione di un Centro di coordinamento del soccorso marittimo a Bengasi, nella Libia di Haftar. Una mossa cui le organizzazioni umanitarie guardano con preoccupazione perché potrebbe fare da apripista all’individuazione della Cirenaica prima come “porto sicuro”, poi come “Paese sicuro”.

(da Repubblica)

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L’ITALIA TRADITA DAL GOVERNO MELONI: “VIVIAMO IN 30MQ E TUTTO QUELLO CHE GUADAGNO VA IN TASSE ED AFFITTO: CHE FUTURO DARO’ ALLE MIE FIGLIE?”

Agosto 3rd, 2026 Riccardo Fucile

VIVE A ROMA, E’ UNA LIBERA PROFESSIONISTA CON DUE FIGLIE, COSTRETTA A VIVERE CON 250.000 EURO AL MESE

“Sono madre single di due figlie, vivo in affitto in una casetta di 30 mq che pago 650 al mese. Sono libera professionista: secondo i calcoli dovrei vivere con circa 250 euro al mese. Una cifra impensabile, mi sto riempiendo di debiti”. Questo è il racconto che Valeria (nome di fantasia, ndr) ha deciso di condividere con Fanpage.it. “Provo a fare il meglio per le mie figlie, ma a volte è proprio difficile. E agosto è il mese più duro di tutto l’anno: pochi soldi e tante spese”.
Il racconto di Valeria: “Madre single di due figlie e libera professionista”
“Sono una libera professionista, madre single di cue figlie e vivo a Roma”, si presenta nella lettera a Fanpage.it. “Da gennaio 2022 vivo in una casetta di 30 metri quadrati e pago 650 euro solo di affitto, a cui si aggiungono le altre spese. Così arrivo a pagare 1000 euro circa di spese di casa ogni mese da sola”. Ma l’appartamento in cui vive non rappresenta l’unica difficoltà economica per Valeria. “Sono libera professionista e il regime della mia partita iva mi chiede il 46% dei miei guadagni – precisa – Secondo i calcoli dovrei mettere 1000 euro da parte ogni mese per le mie tasse , e vivere con circa 250 euro al mese. Una cifra impensabile”.
Il dramma di Valeria: “Ogni mese accumulo debiti che non so come pagare”
Viste le spese continue, Valeria si trova a vivere anche soltanto con 250 euro al mese. “Per questa ragione accumulo debiti con Inps pagando gli F24 che riesco. Questo pensiero mi distrugge e non mi fa dormire la notte. Ho paura per il futuro e soprattutto di trovarmi dei mostri incredibili di debiti che non riuscirò a pagare”.
Valeria da tempo si sta impegnando al massimo per cercare di garantire un futuro migliore a lei e alle sue figlie, per evitare che la situazione economica possa travolgerle. Ma purtroppo non basta. “Vivo del mio lavoro, ma ne faccio altri due per arrotondare continuamente”.
La storia di Valeria: “Nessun aiuto: la mia famiglia ha vissuto un trauma”
Nonostante i tre lavori, i soldi sono sempre pochi, senza avere neanche un aiuto esterno. “L’unico aiuto che ricevo è dal padre delle mie figlie ed è la divisione dell’assegno familiare con lui di 200 euro”, spiega. Nessun aiuto neanche da parte della sua famiglia di origine. “Abbiamo vissuto un forte trauma, la malattia e la morte di mio padre. Era un imprenditore quando si è ammalato di tumore al cervello: non ha lasciato che debiti e macerie. È finito tutto all’asta giudiziaria, ogni nostro bene”. Una storia, la sua, che non può consolarla. “Vado avanti senza fermarmi mai, ogni occasione è buona per lavorare e per incrementare le entrate – ribadisce – Provo a fare il meglio per le figlie, ma a volte è proprio difficile”.
E come se non bastasse adesso Valeria si trova a dover fare i conti con il mese più duro di tutto l’anno. “È agosto. C’è poco lavoro, pochi soldi, tante spese compreso l’F24. Niente ferie, niente quattordicesima. Solo l’angoscia che a settembre starò strettissima e ci metterò un po’ di tempo per recuperare il lavoro perduto ad agosto – dice ancora, prima di concludere – Sento una grande impotenza, vorrei offrire alle mie figlie uno spazio più grande e vivibile: attualmente in casa abbiamo una cucina, un bagno e una sola camera da letto. I prezzi degli affitti di case a Roma sono impossibili, sotto i 1200 euro al mese non si trova niente. Così non mi resta che apprezzare e accettare il mio minuscolo spazio e pensare continuamente a come fare per cambiare la mia situazione in meglio”.

(da Fanpage)

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L’ODISSEA DI NOLAN PER SPIEGARE CEUTA: LE CIVILTA’ FINISCONO QUANDO DIMENTICHIAMO COME ACCOGLIERE GLI STRANIERI

Agosto 3rd, 2026 Riccardo Fucile

DALL’ANTICA LEGGE GRECA DELL’OSPITALITA’ ALLE POLITICHE CHE ESTERNALIZZANO IL CONTROLLO DELLE FRONTIERE, IL MEDITERRANEO SI TRASFORMA IN UN CONFINE INVISIBILE DOVE SI CONSUMANO LE SOFFERENZE DI CHI FUGGE DA GUERRE, PERSECUZIONI E POVERTA’

C’è una parola antica che racconta con precisione una delle questioni più contemporanee d’Europa. È una parola greca: xenía.
Significa ospitalità, ma non nel significato che le attribuiamo oggi. Per i Greci era una legge sacra, un ordine preciso: davanti a uno straniero, la prima cosa che conta è ciò di cui ha bisogno. Solo dopo ci si domanda chi sia, da dove arrivi o che cosa voglia. Prima: acqua, cibo, un posto dove riposare.
È da qui che Christopher Nolan riporta l’Odissea nel presente: non dalla grandezza del mito, né dalle imprese che hanno fatto di Ulisse un eroe, ma dal momento in cui l’eroe perde tutto e resta soltanto un uomo.
La politica di Vannacci ha legittimato l’aggressione di Barboni, anche se ora lui lo rinnega
Ulisse ritorna a Itaca da naufrago: nudo, sporco di sale, sfinito. Un corpo restituito dal mare. Chi lo incontra non gli chiede subito il nome, la provenienza, le ragioni del suo viaggio. Prima gli offre ristoro, un giaciglio. Solo quando ha smesso di tremare, arrivano le domande.
La xenia era la legge di Zeus: lo straniero è sacro proprio perché non si sa ancora chi sia.
Una legge antica, che l’Europa sembra avere dimenticato.
Basta pensare a Ceuta.
Ai video di Elon Musk che mostrano le persone in movimento come “zombie”, come non-umani in marcia verso le nostre coste. Al governo Meloni che sospende Schengen senza neppure attendere di capire cosa stia accadendo. Al Marocco, alleato di Israele e Stati Uniti, che usa i migranti come arma politica per mostrare all’Europa che i confini coloniali sono fragili, per colpire la Spagna e rivendicare pezzi di deserto subsahariano – l’ennesima terra promessa… dagli Stati alleati.
Non c’è nessuna invasione: i numeri smontano il racconto. Gli sbarchi sono crollati, con il progressivo spostamento del controllo delle frontiere europee nei Paesi di transito sull’altra sponda del Mediterraneo. La risposta ha un nome tecnico: esternalizzazione delle frontiere. Uno più onesto: li abbiamo spinti fuori dalla nostra vista.
Il confine dell’Italia oggi non è Lampedusa, è mille chilometri più a sud, e funziona a tre livelli. In Tunisia il memorandum UE del luglio 2023 — 255 milioni di euro — ha fatto crollare le partenze dell’80% (UNHCR): non perché la gente rinunci, ma perché la polizia tunisina intercetta sulla costa e deporta i subsahariani nel deserto libico e algerino.
La Corte Africana per i Diritti Umani documenta abbandoni di massa, morti di sete, un “ping-pong nel deserto” fra Paesi che speculano sulla vita e sulla morte di esseri umani.
In Libia i 785 milioni versati dall’Italia dal 2017 alla Guardia costiera hanno prodotto 17.190 intercettazioni nel 2023 e 21.762 nel 2024 (+27%, dati OIM), riportate in centri dove le Nazioni Unite e le Organizzazioni Umanitarie certificano tortura, stupri, vendita di esseri umani.
In Albania, infine, i centri di Shëngjin e Gjader — promessi per 36 mila persone l’anno — ne hanno visto passare 25 a fine 2025 e circa 90 nell’aprile 2026, contro 144 posti operativi sui mille progettati, al costo di quasi un miliardo di euro.
Sempre la stessa contabilità replicata a distanze crescenti: paghi qualcun altro perché faccia sparire il problema dalla tua vista.
Ma il viaggio non è finito. Non sono finite le guerre, la fame, le persecuzioni, i Paesi in cui nascere significa non avere quasi nessuna possibilità di scegliere. Non sono finite le madri che mettono insieme i risparmi di una famiglia per far partire un figlio con il terrore di non vederlo mai più, né i ragazzi che attraversano il deserto sapendo che davanti c’è il mare perché, dietro di loro, non vedono più niente a cui tornare.
Il viaggio viene semplicemente fermato prima. E questa pressione è destinata a crescere: guerre, crisi climatiche e povertà continueranno a mettere in movimento milioni di persone. Possiamo spostare i confini, alzare muri, pagare altri perché li blocchino. Possiamo fermarli alle frontiere, ma non possiamo fermare ciò che li mette in cammino: la disperazione di chi non ha più nulla da perdere, nulla su cui scommettere. Se non la propria vita. Insieme al desiderio di vederla migliore.
È così che una parte del Mediterraneo è diventata invisibile: non impedendo alle persone di fuggire, ma impedendo loro di arrivare.
Nel frattempo, in Italia, le domande di asilo restano tra 130 e 160 mila l’anno – molte più degli sbarchi ufficiali – e i rimpatri effettivi non superano i 6 mila. Il prezzo umano è quasi 1.900 morti nel Mediterraneo centrale nel 2025 (OIM), migliaia di deportati nel deserto, un numero impossibile da contare di dispersi.
Non è un piano migratorio. È una macchina per far sparire il problema dagli occhi degli elettori. È una macchina di morte che non fermerà il desiderio di vita.

(da Fanpage)

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