Destra di Popolo.net

“PUCCI HA RINUNCIATO SPONTANEAMENTE ALLA CONDUZIONE. ‘LA SINISTRA’ NON LO HA RAPITO E NASCOSTO NELLA FORESTA NERA FINO ALLA PROCLAMAZIONE DEL VINCITORE DEL FESTIVAL”

Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile

SELVAGGIA LUCARELLI RICORDA IL DOPPIOPESISMO DELLA PREMIER E DEI SUOI, CHE IERI SI SONO SCAGLIATI IN DIFESA DELLA LIBERTÀ DI SATIRA: “TOCCA RINFRESCARE LA MEMORIA ALLA PALADINA DEL DIRITTO DI FARE COMICITÀ. PROPRIO MELONI, NEL 2021, HA QUERELATO IL COMICO DANIELE FABBRI CHIEDENDOGLI 20 MILA EURO DI RISARCIMENTO PERCHÉ L’AVEVA DEFINITA SCHERZOSAMENTE ‘PUZZONA’ E ‘CACCOLONA'”

Giorgia Meloni sa quando è il momento di far sentire la sua voce. Non si scomoda per nulla, ma quando la Nazione chiama, Giorgia risponde. Ieri, per esempio, il comico Andrea Pucci ha comunicato che ha deciso di rinunciare al ruolo di co-conduttore di Sanremo con Carlo Conti perché l’annuncio della sua partecipazione è stato accolto non troppo bene.
Strano, le sue battute sui gay a cui i tamponi si fanno nel culo o le foto di Elly Schlein sbeffeggiata per le orecchie e la dentatura promettevano così bene. Tanto per cominciare, Pucci ha rinunciato spontaneamente alla conduzione , non risulta che “la sinistra” lo abbia rapito e nascosto nella foresta nera fino alla proclamazione del vincitore del Festival. Ma soprattutto Giorgia Meloni che difende la satira difendendo Pucci è essa stessa satira.
Infine tocca rinfrescare la memoria alla paladina del diritto di fare comicità. Proprio Giorgia Meloni nel 2021 ha querelato il comico Daniele Fabbri chiedendogli 20.000 euro di risarcimento perché, invitando tutti a non usare insulti sessisti contro di lei, l’aveva definita scherzosamente “puzzona” e “caccolona”. Il processo è ancora in corso.
Nello stesso anno, per la mia battuta “La Meloni ha rispolverato la trousse Deborah dell’85” (ironizzavo su un suo ombretto con i brillantini), fui accusata dal suo partito – da Guido Crosetto a Daniela Santanchè a tutta la stampa di destra – di bodyshaming. Ricevetti circa 18.000 insulti solo su Fb.
Do una notizia: né io né Fabbri ci siamo ritirati frignando. Per fortuna io non sono stata neppure querelata dal suo ombretto che – lo ammetto – avevo offeso in modo imperdonabile. Scusami ancora, ombretto di Giorgia.
Selvaggia Lucarelli
per “il Fatto Quotidiano”

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RAI ALLA DERIVA.DOPO L’OLIMPICA PATACCA-PETRECCA, ARRIVA UN’ALTRA MAZZATA PER TELE-MELONI: RIESCONO NELL’IMPRESA DI PERDERE LE FUTURE PALLETTATE TRA SINNER E ALCARAZ: I DIRITTI IN CHIARO PER LE ATP FINALS DAL 2026, INFATTI, LI HA ACQUISTATI MEDIASET

Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile

DOPO LA MOSSA DI ATP MEDIA (IN CUI LA FITP HA UNA MINIMA PARTECIPAZIONE) DI CEDERE AL BISCIONE DI PIER SILVIO LA PARTE IN CHIARO DELL’EVENTO, BINAGHI SI PREPARA A TOGLIERE DI MEZZO LE MANINE DI “SPORT E SALUTE”, E QUINDI IL GOVERNO MELONI, DALLA GESTIONE DEL TORNEO CHE VALE OLTRE MEZZO MILIARDO DI EURO?

Ci pensa oggi il sito Sassate.it, ad annunciare un’altra debacle per la Rai. Dopo l’olimpica Patacca-Petrecca, arriva un’altra mazzata per Tele-Meloni che riesce nell’impresa di perdere le future pallettate tra Sinner e Alcaraz. I diritti in chiaro per le ATP Finals dal 2026, infatti, li ha acquistati Mediaset che ha bruciato viale Mazzini.
Dopo la mossa di Atp Media (in cui la Fitp ha una minima partecipazione) di cedere al Biscione di Pier Silvio la parte in chiaro dell’evento, il presidente della Fitp Angelo Binaghi si prepara a togliere di mezzo le manine di “Sport e Salute”, e quindi il governo Meloni, dalla gestione del torneo che vale oltre mezzo miliardo di euro.
Ma andiamo con ordine, e ricostruiamo l’intricata vicenda. Con la conversione in legge del Decreto Sport, la Federtennis si trova di fronte ad una scelta: condividere con “Sport e Salute”, cioè la partecipata governativa guidata dal melonissimo Marco Mezzaroma, la gestione degli Internazionali di Roma e delle ricchissime Atp Finals di Torino, oppure, in alternativa, rinunciare a oltre 100 milioni di contributi pubblici che erano stati previsti per la manifestazione.
Su Roma è stato già trovato un accordo, su Torino le parti stanno, invece, negoziando sulla “compartecipazione” a livello organizzativo di un evento che la Fitp gestiva prima in completa autonomia. Il torneo è una vera e propria gallina dalle uova d’oro.
Uno studio di Boston Consulting Group ha stimato in 503,4 milioni di euro l’impatto complessivo dell’edizione 2024, tra spesa dei visitatori, indotto e gettito fiscale. Il ritorno per lo Stato è stato di 84,5 milioni, mentre i posti di lavoro generati o sostenuti ammontavano a 3.431.
L’Atp, l’associazione che riunisce i tennisti professionisti di tutto il mondo, ha chiesto garanzie annunciando il rinnovo dell’accordo che manterrà le ATP Finals in Italia fino al 2030.
L’estensione garantisce al Paese l’organizzazione del torneo di fine stagione per altri cinque anni, ma non assegna in modo definitivo la sede a Torino che la organizzerà fino al 2026, mentre per le edizioni successive l’Atp valuterà “diverse opzioni di località in Italia”. In pratica, si dovrà scegliere tra Torino e Milano.
E Binaghi si dice che scioglierà la riserva solo prima degli Internazionali. Qualche mese fa il numero uno della Fitp in una intervista a “La Stampa” ha fissato i paletti:
“Abbiamo firmato il rinnovo del contratto, il governo ne conosce il testo da tanto tempo. Tornare indietro non si può, sarebbe una grave perdita di credibilità per il Paese”
Come ha raccontato “Report”, la Federtennis con Binaghi “è diventata ricchissima, forse persino troppo: ha accumulato un patrimonio di 50 milioni, con cui l’anno scorso ha fatto un investimento senza precedenti. Ha comprato un antico convento in uno dei quartieri più prestigiosi della Capitale, una sede di lusso costata addirittura 18 milioni di euro”.
Il presidente della Federtennis ricorda spesso che quando il tennis non contava nulla, non c’era nessuno che mostrava interesse, adesso che il movimento è ricco e vincente genera gli appetiti del governo che, tramite “Sport e Salute” vuole mettere le mani sul tesoretto delle Finals per ragioni economiche e di visibilità.
Cosa farà Binaghi ora? Rinuncerà ai contributi pubblici e si gestirà le Finals da solo?
(da Dagoreport)

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“DOPO CHE HA PENSATO A SANREMO, MELONI TROVI CINQUE MINUTI PER NISCEMI”: ELLY SCHLEIN PROVA A RICORDARE ALLA DUCETTA QUALI SONO LE PRIORITÀ DI QUESTO PAESE

Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile

“LEI E SALVINI SPIEGHINO COME INTENDONO SOSTENERE LE OLTRE 1500 PERSONE SFOLLATE CHE HANNO PERSO TUTTO E COME VOGLIONO FAR FRONTE AI DUE MILIARDI E MEZZO DI EURO DI DANNI PROVOCATI DAL CICLONE HARRY AL SUD. DI FRONTE A UN’EMERGENZA DRAMMATICA, IL GOVERNO HA RISPOSTO CON QUALCHE TOUR IN ELICOTTERO SOPRA LE ZONE COLPITE”

Elly Schlein attacca il governo dopo la difesa del comico Andrea Pucci che ieri ha deciso di non partecipare come co-conduttore per una serata di Sanremo.
“Mi chiedo se oggi Giorgia Meloni e Matteo Salvini, dopo aver passato il fine settimana a occuparsi della scaletta del Festival di Sanremo, trovino almeno cinque minuti per spiegare come intendono sostenere le oltre 1500 persone sfollate di Niscemi, che hanno perso tutto, e come vogliono far fronte ai due miliardi e mezzo di euro di danni provocati dal ciclone Harry al Sud”.
“Finora, di fronte a un’emergenza drammatica, il governo ha risposto con qualche tour in elicottero sopra le zone colpite e con risorse del tutto insufficienti rispetto alla reale entità dei danni”.
Schlein continua: “Abbiamo chiesto di utilizzare le risorse del Ponte, quel miliardo stanziato per il 2026 che comunque non potrà essere utilizzato per lo stop della Corte dei Conti. Aspettiamo risposte, il Sud aspetta risposte”.
(da agenzie)

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MA MUSUMECI, CHE HA ANNUNCIATO UN’INDAGINE AMMINISTRATIVA SUL DISASTRO DI NISCEMI, INDAGHERÀ SU SE STESSO?

Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile

NON C’È SOLO L’ORMAI FAMIGERATO DOCUMENTO DEL 2022 A ESSERE STATO IGNORATO DALL’EX GOVERNATORE DELLA REGIONE SICILIANA: GIÀ NEL 2019 ERA TOCCATO AL GENIO CIVILE, DIPENDENTE DALL’ASSESSORATO ALLE INFRASTRUTTURE DELLA REGIONE, SEGNALARE LA FRAGILITÀ DEI TERRENI. IMPENSABILE CHE LA PRESIDENZA NON FOSSE STATA AVVISATA

Nello Musumeci, una vita spesa a far ardere la fiamma in Sicilia, ha lasciato la sua amata isola per volare a Roma ormai da quattro anni. L’opportunità del resto era ghiotta: ministro per le Politiche del mare e la Protezione civile nel primo governo dei post missini e così uscire dalle faide e dai successi politici locali.
E’ il ruolo governativo ad avergli ora provocato più di un problema a causa della disastrosa frana di Niscemi, in provincia di Caltanissetta, che ha prodotto 1.600 sfollati.
Lo smottamento lo ha rimandato alle vecchie responsabilità: la gestione delle emergenze e la prevenzione del dissesto idrogeologico. Solo che nelle ore più drammatiche della frana di Niscemi, Musumeci sembrava un passante qualsiasi molto inesperto: ha annunciato l’indagine amministrativa, che per forza di cose lo riporterà agli anni in cui governava la Sicilia. Detta con una battuta dell’opposizione: «Indagherà su sé stesso?».
La storia e i documenti in possesso di Domani confermano che tra delibere, interrogazioni cadute nel vuoto e progetti mai partiti, la situazione a Niscemi era nota all’allora presidente Musumeci, che aveva il compito di vigilare e curare i territori feriti, e ora ministro che scarica le responsabilità. Lui schiva le accuse, e scarica tutto su sindaci, enti, fatalità.
Musumeci team.
Una qualità che non ha smarrito nel trasloco dalla Sicilia a Roma è l’antica abitudine di circondarsi di fedelissimi. In Sicilia ricoprono posti chiave nel contrasto al dissesto idrogeologico. Una figura centrale nella cabina di regia sul maltempo è l’attuale assessore alle Infrastrutture, Alessandro Aricò. Con Musumeci hanno messo in piedi, nel 2014, il progetto politico “Diventerà bellissima” per preparare l’assalto alla regione.
Nonostante il trasloco dell’ex governatore nella capitale, è rimasto protagonista: nominato a guardia delle Infrastrutture nella giunta-Schifani. […] Allo stesso tavolo Aricò ritrova un suo amico, Gaetano Armao, a sua volta già vicepresidente della giunta-Musumeci nonché compagno di Giusi Bartolozzi, capa di gabinetto del ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Di recente Domani ha raccontato che è diventato consulente del presidente della regione, Renato Schifani.
Ma Armao vede ogni mese lo stipendio decurtato: è indebitato con l’ex moglie, non ha onorato le disposizioni della causa di divorzio.
L’ex vicepresidente ha anche perso la causa con l’Amat, l’azienda pubblica dalla quale pretende oltre tre milioni di euro per aver ricoperto un incarico di consulente, aveva ricevuto diverse liquidazioni delle sue parcelle, ma per cifre ritenute insufficienti. Ha perso e ora deve ancora pagare le spese legali.
In regione, comunque, trovano sempre un posto all’avvocato amministrativista. Anche l’attuale assessore alle Infrastrutture Aricò ha avuto un contenzioso. Nel 2021 è stato condannato, insieme ad altri ex assessori e due ex presidenti, a risarcire quasi 9mila euro alla regione di cui oggi è assessore per la scelta del segretario generale. Un risarcimento prontamente pagato.
Alla corte di Musumeci figura pure Salvo Cocina, inizialmente spedito al dipartimento Acque e rifiuti. Dopo tre anni è andato a dirigere il dipartimento regionale della Protezione civile.
Profilo tecnico, molto caro alla destra, oggi riconducibile alla sfera di Musumeci. Anche Cocina siede nella cabina di regia sull’emergenza. Di tanto in tanto deve partecipare pure alle udienze in tribunale: il potente dirigente è imputato in due processi legati a reati ambientali commessi in altrettante discariche dell’isola
Il dirigente è lo stesso che, da responsabile della Protezione civile regionale, ha firmato nel 2023 l’interpello, rivolto ai professionisti anti-dissesto, per il progetto di messa in sicurezza di Niscemi. Iniziativa di cui si sono perse le tracce: i finanziamenti del Pnrr sono finiti altrove in Sicilia.
Non c’è nella cabina di regia, invece, Maurizio Croce, ex commissario al dissesto idrogeologico, nominato da Rosario Crocetta, confermato da Musumeci e poi da Schifani. È uscito di scena dopo aver patteggiato tre anni e sette mesi in un’inchiesta per corruzione nel novembre scorso.
Con queste premesse, il ministro Musumeci ha avuto l’ardire di annunciare l’avvio di un’indagine amministrativa dopo la frana a Niscemi. Un impegno solenne. Ma nei documenti troverà atti che ha firmato durante il mandato, di cinque anni, alla presidenza della regione Sicilia. Oltre all’ormai famosa relazione del 2022, ci sono altre delibere e ordinanze che Domani ha consultato.
Una tappa fondamentale è il dicembre 2019. Niscemi finisce tra le «zone sulle quali si sono abbattute trombe d’aria e forti temporali che hanno provocato allagamenti in aree urbane, frane, esondazioni di corsi d’acqua, crolli di infrastrutture e di alberi e interruzioni nei collegamenti stradali e ferroviari». Musumeci parlava con aria decisa, dimostrando di conoscere il rischio.
Chiedeva di eliminare «ogni ulteriore situazione di rischio per le popolazioni. Si tratta di aree particolarmente vulnerabili per le quali non vanno lesinate risorse: gli interventi dovranno essere tempestivi e risolutivi».
Nei giorni scorsi si è giustificato facendo scaricabarile: «Mi sono chiesto se dal comune fosse arrivata una richiesta di intervento, ma i miei tecnici mi dicono che nulla di tutto questo sia avvenuto». Ma il quadro gli era chiarissimo. Nel 2019 era toccato pure al Genio civile, dipendente dall’assessorato alle Infrastrutture della regione, segnalare la fragilità dei terreni. Impensabile che la presidenza non fosse stata avvisata.
Agli atti risulta poi l’interrogazione su Niscemi del consigliere regionale del Pd, Giuseppe Arancio, dopo l’interruzione di due strade provinciali, la Sp 10 e la 12, sempre a causa di frane, per conoscere le iniziative adottate per ripristinare la
viabilità. L’allora assessore alle Infrastrutture, Marco Falcone, aveva spiegato che gli interventi di riapertura erano di natura temporanea. E ancora: nel novembre 2021, il dipartimento regionale dell’autorità di bacino ha adottato un progetto di aggiornamento del piano per l’assetto idrogeologico.
Fino alla conclusione dell’iter, approvato l’anno successivo, in cui c’è scritto che le disposizioni contenute nel documento assumono «valore di “misure di salvaguardia” fino all’approvazione definitiva». Passa un anno e, come denunciato nei giorni scorsi dalle opposizioni, la regione aggiorna il piano. A pagina due c’è l’intestazione “Regione Sicilia, presidente Nello Musumeci”. L’attuale ministro ha parlato di sciacallaggio: «Gli unici interventi richiesti sono stati relativi al commissariato e alla strada provinciale che risentiva degli effetti della frana del 1997». Ma c’era dell’altro in quella relazione, datata 2022, in particolare un sopralluogo effettuato dall’ente regionale con i tecnici comunali.
«Su segnalazione verbale da parte del tecnico comunale durante il sopralluogo sono stati ampliati i dissesti sempre per erosione accelerata che hanno coinvolto tratti della viabilità locale; in particolare il secondo interessa i piloni del viadotto sulla provinciale», si leggeva. Nella tabella dei dissesti allegata veniva assegnata a quattro punti un peggioramento della pericolosità, al livello massimo. Una situazione allarmante. Ignorata da Musumeci.
(da “Domani”)

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“SIAMO DI FRONTE ALLA FIGURA PEGGIORE DI SEMPRE”, COSA ASPETTA PETRECCA A DIMETTERSI? DOPO LA TELECRONACA ZEPPA DI ERRORI E GAFFE DELLA CERIMONIA INAUGURALE DEI GIOCHI DI MILANO-CORTINA IL DIRETTORE MELONIANO DI RAISPORT PAOLO PETRECCA VIENE SCARICATO E TUMULATO DALLA SUA REDAZIONE (CHE GLI AVEVA BOCCIATO PER DUE VOLTE IL PIANO EDITORIALE)

Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile

IL CDR DI “RAISPORT”: “DA TRE GIORNI SIAMO TUTTI IN IMBARAZZO, NESSUNO ESCLUSO E NON PER COLPA NOSTRA. DA OGGI E FINO ALLA FINE DEI GIOCHI RITIRIAMO LA NOSTRA FIRMA DA SERVIZI, COLLEGAMENTI E TELECRONACHE. AL TERMINE DEI GIOCHI ATTUEREMO IL MANDATO DI 3 GIORNI DI SCIOPERO”

“Da tre giorni siamo tutti in imbarazzo, nessuno escluso e non per colpa nostra. È tempo di far sentire la nostra voce – si legge nel comunicato dei Cdr di RaiSport, firmato anche dal fiduciario di Milano – perché siamo di fronte alla figura peggiore di sempre di RaiSport all’interno di uno degli eventi più attesi di sempre.
Da oggi alle ore 17 e fino alla fine dei Giochi ritiriamo la nostra firma da servizi, collegamenti e telecronache in attesa che l’azienda prenda finalmente coscienza del danno che il direttore di RaiSport ha recato nell’ordine: ai telespettatori che pagano il canone, alla Rai come azienda e a tutta la redazione di RaiSport che sta lavorando come sempre con passione in questo grande evento.
Questa non è una questione politica, come qualcuno vorrebbe far credere, ma è una questione di rispetto e di dignità per il servizio pubblico. Da oggi alle 17 abbiamo chiesto la lettura di un comunicato sindacale in tutti i tg olimpici e nelle trasmissioni Mattina Olimpica e Notti Olimpiche. Al termine dei Giochi attueremo
il mandato di 3 giorni di sciopero che la redazione ha votato dopo la doppia bocciatura del piano editoriale del direttore”.
(da agenzie)

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TUTTO IL MONDO HA VISTO SAN SIRO FISCHIARE JD VANCE, TRANNE GLI SPETTATORI AMERICANI : LA RETE NBC (TURBO-LIBERAL E CRITICA DI TRUMP) HA CENSURATO I FISCHI DELLO STADIO ITALIANO AL VICEPRESIDENTE, DURANTE LA CERIMONIA D’APERTURA DELLE OLIMPIADI DI MILANO CORTINA

Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile

IL “GUARDIAN”: “IL RISCHIO NON È SOLTANTO CHE GLI SPETTATORI SE NE ACCORGANO. È CHE I TENTATIVI DI GESTIRE LA NARRAZIONE FINISCANO PER RENDERE I BROADCASTER AMERICANI MENO CREDIBILI”

Le Olimpiadi moderne si vendono su una premessa semplice: tutto il mondo che guarda lo stesso momento, nello stesso istante. Venerdì sera a Milano, quell’illusione si è incrinata in tempo reale.
Quando il Team USA è entrato a San Siro durante la sfilata delle nazioni, la pattinatrice di velocità Erin Jackson ha guidato la delegazione in mezzo a un muro di applausi. Pochi istanti dopo, quando le telecamere hanno inquadrato il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance e la second lady Usha Vance, ampie porzioni del pubblico hanno risposto con dei fischi. Non fischi sommessi, ma chiaramente udibili e prolungati.
Li hanno sentiti gli spettatori canadesi. Li hanno sentiti i giornalisti seduti nelle tribune stampa dell’anello superiore, me compreso. Ma, come ho capito rapidamente da una chat di gruppo con amici negli Stati Uniti, non li hanno sentiti gli spettatori americani che seguivano la diretta su NBC.
Di per sé, una situazione del genere un tempo sarebbe potuta passare inosservata. Ma il tratto distintivo dell’attuale panorama mediatico sportivo è che nessun singolo broadcaster controlla più il momento. La CBC lo ha trasmesso. La BBC lo
ha raccontato nel suo liveblog. I tifosi lo hanno tagliato in clip. Nel giro di pochi minuti circolavano online più versioni dello stesso episodio — alcune con i fischi, altre senza — trasformando quella che un tempo sarebbe stata una normale scelta di produzione in un caso di studio sull’asimmetria informativa.
NBC ha negato di aver modificato l’audio del pubblico, anche se resta difficile spiegare perché i fischi, così evidenti nello stadio e in altre trasmissioni, fossero assenti per il pubblico statunitense.
Ma, in senso più ampio, sta diventando sempre più difficile — non più facile — curare la realtà quando il resto del mondo tiene in mano le proprie angolazioni di ripresa. E questo solleva una domanda scomoda mentre gli Stati Uniti si avviano a ospitare due dei più grandi eventi sportivi del pianeta: i Mondiali di calcio del 2026 e le Olimpiadi di Los Angeles del 2028.
Se un esponente dell’amministrazione statunitense verrà fischiato alle Olimpiadi di Los Angeles, o durante una partita dei Mondiali in New Jersey o a Dallas, le trasmissioni domestiche americane si limiteranno a silenziare l’audio del pubblico o a evitare di menzionarlo? E che cosa accadrà quando il segnale internazionale, o un’emittente straniera, mostrerà qualcosa di completamente diverso? Che cosa succede quando 40mila telefoni nello stadio caricano in tempo reale la propria versione dei fatti
Il rischio non è soltanto che gli spettatori se ne accorgano. È che i tentativi di gestire la narrazione finiscano per rendere i broadcaster americani meno credibili, non più credibili. Perché oggi il pubblico dà per scontato che esista sempre un’altra angolazione. Ogni volta che un’emittente compie quello scambio — credibilità in cambio di protezione — è uno scambio che, prima o poi, il pubblico nota.
Dietro decisioni di questo tipo c’è anche una pressione strutturale più profonda. L’era Trump è stata definita, in parte, da un’ostilità persistente verso le istituzioni mediatiche. I broadcaster non operano nel vuoto; operano all’interno di contesti regolatori, climi politici e valutazioni di rischio aziendale. Quando i presidenti e i loro alleati minacciano o prendono di mira apertamente le reti televisive, è ingenuo far finta che ciò non abbia effetti a cascata sulle scelte editoriali — soprattutto nelle dirette ad alta posta in gioco legate a diritti miliardari.
Ma c’è una differenza tra pressione contestuale e distorsione visibile della realtà. Quando il pubblico globale può confrontare i feed in tempo reale, quest’ultima inizia ad assomigliare a qualcos’altro: non giudizio editoriale, ma gestione della narrazione. Ed è per questo che i paragoni con i modelli di trasmissione statale in stile sovietico — un tempo esagerazioni retoriche un po’ isteriche — cominciano a sembrare meno iperbolici.
Il dissenso del pubblico non è un fallimento dell’ideale olimpico. Nelle società aperte è parte del modo in cui si esprime il sentimento pubblico. Tentare di cancellarne una metà rischia di appiattire la realtà in qualcosa di cui il pubblico non si fida più. E se Milano è stato un colpo di avvertimento, Los Angeles è l’evento principale.
Dalla prima presidenza di Donald Trump, la copertura politica americana attorno allo sport si è fissata sui micro-momenti: il presidente è stato fischiato o applaudito? La trasmissione lo ha mostrato? Ha partecipato o evitato eventi che potevano generare un pubblico ostile? Il dibattito è spesso sembrato un test di Rorschach, filtrato attraverso interpretazioni partigiane e clip selettive.
Le Olimpiadi di Los Angeles saranno qualcosa di completamente diverso. Non c’è modo per Trump di nascondersi da una cerimonia di apertura. Non c’è modo di evitare uno stadio quando la Carta Olimpica impone che il capo di Stato del paese ospitante dichiari ufficialmente aperti i Giochi. Non c’è modo di controllare come 200 broadcaster internazionali racconteranno quel momento
Se Trump sarà ancora alla Casa Bianca il 14 luglio 2028, un mese dopo il suo 82° compleanno e nel pieno di un’altra accesa campagna presidenziale statunitense, si troverà davanti a un pubblico televisivo globale come parte centrale della cerimonia di apertura.
Lo farà in California, in un contesto politico molto meno amichevole rispetto a molte arene sportive interne che ha frequentato nell’ultimo decennio. E lo farà in una città sinonimo dell’opposizione politica, potenzialmente nel cortile di casa del candidato presidenziale democratico.
Ci saranno applausi. Ci saranno quasi certamente fischi. Ci sarà tutto ciò che sta nel mezzo. E non ci sarà modo di farli sparire. Il vero rischio per i broadcaster americani non è che il dissenso sia visibile. È che il pubblico inizi a dare per scontato che tutto ciò che non viene mostrato sia stato nascosto. In un’epoca in cui la fiducia nelle istituzioni è già fragile, è una posizione pericolosa da cui operare.
Milano potrebbe essere ricordata, alla fine, come un momento minore — pochi secondi di rumore di folla durante una lunga cerimonia. Ma è sembrata anche l’anteprima della prossima fase della trasmissione sportiva globale: una fase in cui il controllo della narrazione è condiviso, contestato e immediatamente verificabile. Il mondo sta guardando. E questa volta, sta anche registrando.
(da www.theguardian.)

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“SE MELONI PERDE IL REFERENDUM, È UNA VERA SCONFITTA POLITICA. DIFFICILE FISCHIETTARE”

Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile

“LA STAMPA”: “IL CONFRONTO SI STA TRASFORMANDO IN UN VOTO POLITICO. IL PUNTO È CHE GIORGIA MELONI HA DATO AI SUOI AVVERSARI L’ASSIST CHE VOLEVANO. AVREBBE POTUTO STARE FUORI DALLA PUGNA E DEDICARSI AL GOVERNO. INVECE OGNI EPISODIO, IN PARTICOLARE SULLA SICUREZZA, VIENE UTILIZZATO IN FUNZIONE ANTI-GIUDICI. E, VEDRETE, DOPO LE OLIMPIADI E SANREMO SARÀ UN CRESCENDO IN PRIMA PERSONA”

Sulla pagina Instagram di Atreju (Fratelli d’Italia, dunque), compare da ieri un fotomontaggio ove sono immortalati, mentre si danno un tenero bacio sulle labbra, una giovanotta “antifa” – bandana e felpa di un centro sociale – e un canuto giudice della Cassazione, di ermellino vestito. Tecnicamente, una toga di velluto rosso, con evidente gioco evocativo.
Foto accompagnata dal titolo: “Una relazione tossica per l’Italia”. L’immagine riassume il racconto messo in campo, da quelle parti, dopo i fatti di Torino. E ha a che fare col referendum, ove si fa di tutta l’erba un fascio, dai centri sociali ai giudici della Cassazione.
La foto fa il paio col profluvio dichiaratorio degli ultimi giorni e con l’altra immagine, sempre sui social di FdI: incappucciati che picchiano il poliziotto con la scritta «se non sei come loro, vota sì». Poiché il minoritarismo e la propaganda (becera) sono rigorosamente bipartisan, questa, a sua volta, era la risposta alla speculare genialata del Pd: post sulle camicie nere di Casa Pound che «votano sì».
Fossero solo i social, poco male. Il problema è che sono diventati il paradigma di una politica rivolta alla parte più scalmanata delle curve. Sempre “contro” e mai “per”
Pensate alla pazienza di Sergio Mattarella. Da un lato, dopo aver sostenuto che era
giuridicamente ineccepibile la decisione (del governo) di integrare il quesito referendario dopo l’altrettanto ineccepibile pronunciamento della Cassazione, si ritrova da destra toni scomposti sull’Alta Corte.
Ecco, c’è un appuntamento referendario, ma il confronto è su tutto fuorché sui contenuti. Si sta trasformando, malamente, in un voto politico. Il punto è che Giorgia Meloni ha dato ai suoi avversari l’assist che volevano. Avrebbe potuto, come nelle intenzioni iniziali, stare fuori dalla pugna, offrire la riforma al paese e dedicarsi al governo.
Invece ogni episodio, in particolare sulla sicurezza, viene utilizzato in funzione anti-giudici. E, vedrete, dopo le Olimpiadi e Sanremo sarà un crescendo in prima persona, per mobilitare i suoi, dopo che, politicizzando la partita, ha scaldato i cuori degli altri, offrendo un bersaglio più unificante del sorteggio al Csm (che trovava dei favorevoli a sinistra).
Insomma, è cambiata la dinamica. E cambieranno gli effetti. Se la premier vince, lo scacco è micidiale per gli altri (che si inventano dopo l’allarme democratico?). Ma se, su questi presupposti, perde, è una vera una sconfitta politica. Difficile fischiettare.
Alessandro De Angelis
per “La Stampa”

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E QUESTA SAREBBE “L’EGEMONIA CULTURALE” TRUMPIANA? L’IMBARAZZANTE “HALF TIME SHOW” ORGANIZZATO DAL MOVIMENTO DI DESTRA “TURNING POINT” PER SFIDARE QUELLO “UFFICIALE” DI BAD BUNNY, È UN TRISTE SPETTACOLO TRASH DURATO 30 MINUTI

Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile

VANCE E LA MOGLIE USHA IMBARAZZATI SUGLI SPALTI E L’APPELLO DI KID ROCK: “DEDICATE LA VITA A GESÙ!”…. RISULTATO: 4 MILIONI DI TELESPETTATORI CONTRO 195 MILIONI CHE ANNO SEGUITO BAD BUNNY

L’anziano rocker Kid Rock ha concluso l’half time alternativo a Bad Bunny organizzato per far piacere al movimento Maga con un appello agli spettatori che l’hanno seguito in streaming a dedicare la propria vita a Gesu’. Vero nome Robert James Ritchie, l’attempato cantante aveva aperto il concerto dedicato a Charlie Kirk, il fondatore di Turning Point Usa, con il suo successo del 1999 “Bawitdaba”.
La performance, applaudita alla vigilia dal presidente Donald Trump, e’ stata preceduta da una polemica: sono riemerse le parole di una canzone del 2001, Cool, Daddy Cool, che include le parole: “Giovani ragazze, giovani ragazze, mi piacciono minorenni/ per alcuni è sotto l’eta del consenso (‘statutory’) per me è obbligatorio (‘mandatory’).
Mentre 195 milioni di persone guardavano il Super Bowl XL con l’esibizione dell’intervallo della superstar Bad Bunny, un’altra esibizione si svolgeva contemporaneamente e Kid Rock era protagonista. Il programma dell’intervallo dell’organizzazione conservatrice Turning Point USA ha visto anche la partecipazione dei musicisti country Brantley Gilbert, Gabby Barrett e Lee Brice.
Alla fine c’è stato un tributo a Charlie Kirk, con la proiezione di foto e video del defunto fondatore di Turning Point.
Lo spettacolo, della durata di circa 30 minuti, è durato alcuni minuti nel terzo quarto della partita del Super Bowl. Appena 4 milioni di persone lo hanno seguito in diretta streaming su YouTube.
L’All American Halftime Show di Turning Point è stato annunciato dopo che la NFL ha scelto Bad Bunny, che si esibisce in spagnolo, come headliner dell’intervallo del Super Bowl. Alcuni conservatori hanno criticato aspramente la scelta dell’artista portoricano come headliner della partita, con alcuni che si sono rifiutati di guardarla definendo erroneamente il cantante uno “straniero”. Bad Bunny è nato a Porto Rico, che è un territorio degli Stati Uniti.
(da agenzie)

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GIORGIA MELONI HA PAURA DI PERDERE: ECCO PERCHE’ I SOVRANISTI STANNO PICCHIANDO SEMPRE PIU’ DURO

Febbraio 9th, 2026 Riccardo Fucile

I DISASTRI DI TRUMP, I SONDAGGI DEL REFERENDUM, IL “TRADIMENTO” DI VANNACCI: GLI ULTIMI ROVESCI SCATENANO ATTACCHI SCONSIDERATI AI GIUDICI E IL SOLITO VITTIMISMO

Gli attacchi scomposti alla sinistra e alla magistratura dopo gli scontri di Torino, i decreti sicurezza presentati in pompa magna con annessi ulteriori attacchi ai giudici, la stretta sulla tv di Stato, con annessa telecronaca del fedelissimo Petrecca alla cerimonia inaugurale delle olimpiadi e relativa censura a Ghali. E per concludere in bellezza, la polemica della presidente del consiglio Giorgia Meloni e del vicepremier Matteo Salvini in difesa di Andrea Pucci, comico di destra che ha rinunciato a partecipare come ospite al Festival di Sanremo perché questa scelta è stata criticata sui giornali e sui social.
Se tutti questi attacchi sono misura di nervosismo, ecco, potremmo dire che dalle parti di Palazzo Chigi sono parecchio nervosi, ultimamente. E i motivi, a ben vedere, non mancano.
Uno: i disastri dell’ICE a Minneapolis, e la rivolta della popolazione locale contro le violenze agli stranieri hanno fatto declinare la popolarità del presidente americano Donald Trump, e di riflesso quella di chi, come la destra italiana, lo sostiene quasi acriticamente. I fischi al vicepresidente Usa JD Vance durante la cerimonia di apertura dei giochi olimpici invernali di Milano e Cortina sono un segnale, in questo senso.
Due: i sondaggi relativi al referendum sulla giustizia, dopo settimane di distacchi oltre i dieci punti, cominciano a essere meno favorevoli per il fronte del Sì. Addirittura ci sono sondaggi che danno meno di un punto di distacco tra i due schieramenti e l’aumento degli indecisi. Altro piccolo segnale: il governo che decide di non cambiare la data della consultazione, 22 e 23 marzo, nonostante la Cassazione abbia ammesso anche il secondo quesito, quello promosso da 15 giuristi e per il quale sono state raccolte 500mila firme.
Tre: il generale europarlamentare Roberto Vannacci ha lasciato la Lega e fondato un nuovo partito, Futuro Nazionale, che si pone come un’alternativa di estrema destra alla coalizione guidata da Giorgia Meloni. Uno spazio politico che prima non c’era
e che ora c’è, e che a quanto pare vale tra il 2% e il 4% dei consensi circa, ora come ora. Abbastanza per riaprire ancora di più la partita delle prossime elezioni politiche, previste per il 2027.
Ormai conosciamo come funziona la propaganda della destra: quando l’aria si scalda cominciano gli attacchi vittimistici per compattare l’elettorato addormentato e deluso: contro i giudici che scarcerano i delinquenti e non marciano assieme al governo. Contro i giovani, tanto più se di origini straniere, che manifestano la loro alterità al pensiero di Giorgia Meloni e compari. Contro i “traditori” come Vannacci, che loro stessi hanno costruito come personaggio simbolo della destra più reazionaria. E che gli si è rivoltato contro come le scope con l’apprendista stregone.
Buon ultima, contro la “spaventosa deriva illiberale della sinistra” – parole e musica di Giorgia Meloni – che impedisce a un comico di esibirsi a Sanremo – ma zitti e mosca su Trump che mette all’indice i libri e maltratta i giornalisti, o sui giornalisti spiati, o sull’occupazione della destra di ogni spazio editoriale o quasi, Rai, Mediaset, quotidiani, tutto.
Preparatevi quindi, che da qui al 22 e 23 marzo l’aria si farà molto pesante. La partita è appena cominciata.
(da Fanpage)

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