Novembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
PER I MELONIANI È UN JOLLY IN VISTA DELLA CAMPAGNA ELETTORALE. MA ANCHE UNA MOSSA PER SCAVALCARE SALVINI, CHE HA FATTO DEI CONDONI SULLE CASE UNO DEI SUOI CAVALLI DI BATTAGLIA
A volte ritornano. Dopo i tentativi andati a vuoto, la destra è pronta a rilanciare il condono edilizio. Subito, non appena a Montecitorio si aprirà il gran valzer degli emendamenti alla manovra
La firma è di Fratelli d’Italia, il partito della premier Giorgia Meloni. I meloniani chiederanno di riaprire i termini della sanatoria voluta dal governo Berlusconi nel 2003. Non solo. La richiesta di regolarizzazione degli illeciti sarà estesa alle piccole difformità: un bagno un po’ più largo, una finestra spostata più in là. Dentro anche la “correzione” delle incongruenze tra le planimetrie depositate al catasto e lo stato di fatto di un immobile.
Vista con la lente d’ingrandimento della politica, quella di FdI è una sfida a Matteo Salvini, che delle piccole difformità, urbanistiche e catastali, ha fatto il pilastro del “suo” decreto Salva-casa e del nuovo Testo unico dell’edilizia. E che ora, con la legge di bilancio appena sfornata dal Consiglio dei ministri, si trova costretto a difendere quello che aveva pensato di blindare con l’etichetta della Lega.
La traccia della contesa è la stessa di quella in corso sulle pensioni. Riguarda sempre la Finanziaria. Registra sempre dissidi e battibecchi tra i meloniani e i leghisti, con i primi a dire che il fondo per il supporto in uscita dal mercato del lavoro serve a sostenere i lavoratori di comparti usuranti o situazioni critiche, e i secondi a dire che i soldi (850 milioni all’anno, dal 2027 al 2029) servono per finanziare una nuova quota 100, per permettere a chi vuole di andare in pensione con 64 anni di età e 36 di contributi.
Non è la prima volta che la destra prova ad approvare il condono edilizio. Già l’anno scorso, proprio in occasione della manovra, i meloniani avevano provato a far passare un poker di emendamenti, tutti tarati sulle sanatorie. In testa c’era la riapertura dell’edizione 2003.
In vista del voto in Campania a novembre, si puntava a sanare, a valle di una legge regionale, sei tipologie di opere abusive. La seconda richiesta si agganciava sempre alla sanatoria adottata 22 anni fa per includere quelle realizzate in assenza o in difformità dal titolo abilitativo edilizio, “ma conformi alle norme urbanistiche e alle prescrizioni degli strumenti urbanistici approvati o adottati al 31 marzo 2003”.
Il terzo emendamento andava più indietro. Alla sanatoria del 1985, per chiedere di chiudere un occhio su portici, tettoie, balconi, logge, opere di ristrutturazione o realizzate senza il titolo abilitativo edilizio.
Alla fine i meloniani decisero di puntare solo sull’emendamento Campania. Ma il muro delle opposizioni costrinse la maggioranza al dietrofront. La proposta fu trasformata in un ordine del giorno, approvato poi dall’aula del Senato. Il testo impegnava il governo ad adottare il condono “nel primo provvedimento utile”.
Un mese dopo, a fine gennaio, FdI, Lega e Forza Italia depositarono tre emendamenti fotocopia al decreto Milleproroghe, chiedendo di riaprire la sanatoria del 2003. Stesso testo, stesso obiettivo. Ma il blitz durò appena qualche ora. Le proposte, infatti, furono ritenute inammissibili perché non compatibili con le materie oggetto del decreto. Ora rispuntano. A volte ritornano.
(da agenzie)
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Novembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
COME FA UNO CHE E’ STATO A CAPO DI UNA DELLE COALIZIONI PIU’ A DESTRA DELLA STORIA REPUBBLICANA A DIVENTARE IL PUNTO DI RIFERIMENTO DEI PROGRESSISTI E’ UNA DOMANDA DA GIRARE SUBITO A GOFFREDO BETTINI, GRANDE SPONSOR DI CONTE
“La prima cosa che faremo quando andremo al Governo è cancellare tutti questi decreti
sicurezza, questi decreti che limitano il diritto di protestare e di esprimere dissenso, che sono il fondamento della democrazia”. Lo ha detto il presidente del M5S Giuseppe Conte parlando con un gruppo di studenti a margine di un evento a Roma.
Peccato che Conte non abbia ricordato i decreti sicurezza varati dal governo con la Lega di cui era premier e che hanno rappresentato la stessa svolta repressiva dii quelli che ora critica.
Gli rinfreschiamo la memoria.
1. Decreto Sicurezza 1 (Decreto-legge n. 113 del 4 ottobre 2018, convertito in Legge n. 132 del 1° dicembre 2018)
• Immigrazione e Protezione Internazionale: Ha abolito la protezione umanitaria (sostituendola con permessi di soggiorno temporanei per casi speciali, come cure mediche o vittime di violenza) e ha limitato i requisiti per il sistema di accoglienza (SPRAR/SIPROIMI), riservandolo solo ai rifugiati e ai minori stranieri non accompagnati.
2. Decreto Sicurezza Bis (Decreto-legge n. 53 del 14 giugno 2019, convertito in Legge n. 77 del 8 agosto 2019)
• Contrasto all’immigrazione irregolare e ONG: Ha attribuito al Ministero dell’Interno il potere di limitare o vietare il transito e la sosta di navi nel mare territoriale italiano per motivi di ordine e sicurezza pubblica (con pesanti sanzioni amministrative e penali per i comandanti delle ONG in caso di violazione).
• Ordine Pubblico e Manifestazioni: Ha inasprito le pene per chi promuove o partecipa a disordini, manifestazioni violente o blocchi stradali, introducendo il cosiddetto “arresto in flagranza differita” basato su documentazione video-fotografica.
Mai una parola di scuse, mai un “ammetto di aver sbagliato”, solo l’ennesimo tentativo di trasformismo senza alcuna autocritica.
Nessuno nega a Conte (e a Renzi) di far parte del campo alternativo ai sovranisti, ma candidato premier mai, c’e’ un limite a tutto.
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Novembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
IL MOTIVO PER CUI MELONI È STATA TAGLIATA FUORI PER L’ENNESIMA VOLTA È EVIDENTE: L’ITALIA NEL 2026 NON HA SPEDITO NEMMENO UNA PARTITA DI MUNIZIONI A ZELENSKY … PD E M5S ATTACCANO L’ARMATA BRANCA-MELONI: “NOI GUARDIAMO, ALTRI DECIDONO”
“Posso confermare che domani la Commissione europea ospiterà un incontro con rappresentanti dell’Ucraina, degli Stati Uniti, della Francia, della Germania, del Regno Unito, della Nato e della Banca mondiale”.
Lo afferma una portavoce della Commissione europea durante il briefing con i giornalisti. L’incontro, ha aggiunto, “farà seguito ai precedenti colloqui tenutisi a Miami con l’Ucraina e gli Stati Unit
In vista di una pace duratura e sostenibile in Ucraina, l’incontro di mercoledì si concentrerà sulla ricostruzione e la prosperità dell’Ucraina nel dopoguerra; da parte nostra, il livello di partecipazione sarà quello dei consiglieri per la sicurezza nazionale, ovvero funzionari di alto livello”.
“Non sono a conoscenza di una visita del presidente Zelensky a Bruxelles, almeno non per incontrare alcun rappresentante della Commissione. Non mi risulta che sia previsto un incontro del genere per questa settimana”, ha sottolineato la portavoce.
Un incontro tra i rappresentanti della Nato con quelli di Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti in settimana a Bruxelles “per discutere la strada da seguire per porre fine alla guerra in Ucraina in modo giusto e sostenibile”, come ha spiegato la portavoce della Nato, Allison Hart. L’Italia non c’è.
Per il Pd interviene il senatore Alessandro Alfieri, capogruppo in commissione Esteri e Difesa a Palazzo Madama: “Il Formato E3 non è sufficiente e non è adeguato a rappresentare la composizione delle diverse posizioni europee rispetto alla questione ucraina. Serve un formato E5 con la partecipazione di Italia e Polonia. Il nostro governo non può stare ai margini delle iniziative diplomatiche europee finalizzate a porre fine al conflitto. È ora che Giorgia Meloni e Antonio Tajani battano un colpo”
(da agenzie)
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Novembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
“‘IL FATTO’ PRETENDE DI DARE LA LINEA AL CENTROSINISTRA CON GLI EDITORIALI E LE PARTECIPAZIONI AI TALK SHOW. PERCHE’ NON REPLICO? LA SFIDA E’ SOLO ALLE PRIMARIE E ALLE ELEZIONI” … IL PARALLELISMO CON LA FRANCIA E L’INVITO AI RIFORMISTI TRANSALPINI A UNIRSI FIN DAL PRIMO TURNO
“Il voto conta in Italia. Il voto, non il veto. Trovo stucchevole la continua polemica de Il
Fatto Quotidiano contro di me. Tutti i giorni sul quotidiano o sulle trasmissioni che ospitino Travaglio, Scanzi e compagnia bella mi attaccano, mi insultano, mi denigrano. “. Lo scrive nella sua enews il leader di Iv Matteo Renzi.
“Credo che non sia mai successo prima perché l’altro editore che entrò prepotentemente in politica si chiamava Silvio Berlusconi e prendeva i voti. Il Fatto Quotidiano invece pretende di dare la linea al centrosinistra con gli editoriali e le partecipazioni ai talk show. Ricevo quotidianamente un centinaio di messaggi di nostri iscritti che mi chiedono: ma perché non replichi?
Perché non reagisci? Perché non rispondi a brutto muso? Perché conta il voto, non il veto. E dunque la sfida oggi è solo quella. Misurarsi alle primarie di febbraio 2027 se saranno primarie con più di due candidati. Misurarsi alle elezioni di primavera 2027 per ottenere una rappresentanza parlamentare tale da incidere in tutte le sfide della prossima legislatura a cominciare dall’elezione del Presidente della Repubblica”, aggiunge.
Renzi crea un parallelismo tra la Francia e l’Italia: “Il sistema francese è semplice: se la giocano al ballottaggio. Le Pen è sicura di andare. Se ci va un centrista (Glucksmann che è un socialista, Attal che è un macroniano o altri oltre ovviamente a Philippe) se la gioca. Se ci va uno della sinistra radicale come Mélenchon, no: la Le Pen vince in carrozza. Per questo i riformisti devono unirsi fin dal primo turno, altrimenti i loro egocentrismi porteranno alla vittoria della Le Pen. Ieri dal palco di Barcellona ho ricordato a Philippe che questo è stato l’errore della sinistra nel 2022 in Italia e che dunque questo ha consegnato l’Italia a Meloni”.
(da agenzie)
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Novembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
IL MODELLO POTREBBE ESSERE QUELLO TOSCANO, DICONO I PENTASTELLATI… PASQUALE TRIDICO, EX PRESIDENTE DELL’INPS E PAPA’ DEL REDDITO DI CITTADINANZA: “IL REDDITO 2.0 DEVE ENTRARE NEL PROGRAMMA DEL FRONTE PROGRESSISTA. LA POVERTÀ IN ITALIA È AUMENTATA”
Parole chiave per il programma e regole per le primarie. Nella coalizione progressista questo è il mese per uscire dal vago e definire le macroquestioni.
Il reddito di cittadinanza, che nel Pd si preferisce declinare con un più neutro «forma di sostegno al reddito per chi non lavora ma anche per pensionati e giovani precari», è uno dei perni della proposta del M5S per il programma di coalizione. Il movimento punta su un modello 2.0.
«C’è stata una evoluzione in questi anni, mettiamo a frutto ciò che abbiamo imparato», spiegano. Tradotto in termini pratici, verrà ribadito il ruolo sempre più cruciale dei centri di impiego, perché «il reinserimento è fondamentale».
E dovranno funzionare meglio che in passato, è il senso. E gli alleati? Avs sposa la causa senza difficoltà. I dem rimandano alla formula inserita nella risoluzione di coalizione allargata sul documento di finanza pubblica: una «proposta di protezione sociale universale».
Insomma, passando anche da una disquisizione semantica, non farla passare come una misura assistenzialista, pure cambiando il nome. I centristi di Italia viva ci stanno, richiamandosi al reddito di inclusione, di renziana memoria. Il modello potrebbe essere quello toscano, dicono i pentastellati.
Il Rdc rischia di diventare uno dei punti di convergenza dirimenti nel lavoro di tessitura che impegna anche Conte personalmente.
«Il Reddito 2.0 deve entrare nel programma del fronte progressista — dice al Corriere Pasquale Tridico, ex presidente dell’Inps oggi capodelegazione del M5S a Bruxelles —. La povertà in Italia è aumentata.
Meloni ha fatto un’operazione subdola: non potendo eliminare interamente il sostegno per le fasce più deboli, ha cancellato il carattere universalistico della misura dividendo i poveri in categorie. Il nostro obiettivo primario è rafforzarne la parte attiva, rivolta cioè agli “occupabili”».
(da agenzie)
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Novembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
LA CRITICA DELLA EX PRESIDENTE BCE ALLA PROPOSTA DI MÉLENCHON DI CANCELLARE IL DEBITO, SOSTENENDO CHE VIOLEREBBE I TRATTATI EUROPEI
L’uscita anticipata di Christine Lagarde dalla Banca centrale europea riapre nel centro
francese la caccia a un nome capace di competere alle presidenziali del 2027. Ma l’ipotesi che l’ex ministra dell’Economia di Nicolas Sarkozy scenda in campo resta, per ora, soprattutto una speranza di dirigenti e parlamentari: Lagarde ha già escluso più volte di voler correre.
Il retroscena e le reazioni della politica francese sono ricostruiti da Tristan Quinault-Maupoil su “Le Figaro”. Bruno Le Maire ha auspicato che Lagarde torni nel dibattito politico e abbia un ruolo negli anni a venire; altri esponenti del campo centrista vedono in lei una possibile figura di sintesi, mentre Clément Beaune ha definito una sua candidatura potenzialmente valida, pur dubitando che rientri nei suoi piani.
A riaccendere le congetture ha contribuito la popolarità online del video con cui Lagarde ha annunciato il prossimo addio alla Bce: secondo *Le Figaro*, ha raccolto quasi 15 milioni di visualizzazioni su X e 7 milioni su Instagram. Sotto il post, molti utenti le chiedono di candidarsi. Bernard Guetta, eurodeputato macronista, racconta che la domanda gli viene posta sempre più spesso. La preoccupazione per un eventuale ballottaggio tra Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, osserva Marc Ferracci, spinge alcuni a considerare anche scenari finora accantonati.
L’età — Lagarde ha 70 anni — non basterebbe a chiudere la discussione: Mario Draghi diventò presidente del Consiglio italiano a 73. Lagarde, inoltre, aveva già tentato senza successo di candidarsi alle comunali di Parigi nel 2008.
Un altro elemento che alimenta le attese è la sua annunciata uscita dalla Bce, che dovrebbe coincidere con la pubblicazione dell’autobiografia *Lady First*. Lagarde ha detto di voler recuperare libertà di parola su temi estranei alla politica monetaria e di non poter più restare neutrale davanti alla disinformazione. Di recente ha criticato la proposta di Mélenchon di cancellare il debito, sostenendo che violerebbe i trattati europei.
La sua attesa nomina alla guida del Forum economico mondiale potrebbe chiarire quale ruolo intenda assumere. Intanto, Édouard Philippe ha dichiarato di nutrire ammirazione e affetto per Lagarde, mentre Gabriel Attal ha ricordato la sua opposizione a ogni alleanza con La France insoumise e il Rassemblement national. Per Nathalie Loiseau, potrebbe sostenere il candidato della destra e del centro; altri, invece, ipotizzano una sua partecipazione alle primarie. Ma, secondo “Le Figaro”, i rapporti politici di Lagarde con i partiti francesi restano limitati.
Tristan Quinault-Maupoil
per “Le Figaro”
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Novembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
MARCELLO SORGI: “PUR SENZA METTERE A REPENTAGLIO LA COSTRUZIONE DEL PARTITO, MAN MANO CHE S’AVVICINA LA SCADENZA DELLA FORMAZIONE DELLE LISTE PER LE ELEZIONI DEL 2027, L’ENTUSIASMO DEI NUOVI ADERENTI VIENE MENO”
Ai tempi della Prima Repubblica gli andreottiani, corrente del Divo Giulio lo chiamavano «il frusinate inquieto». E nella vecchia Dc, se si può fare un paragone, i fedelissimi del sette volte presidente del Consiglio un po’ somigliavano a quelli del generale Vannacci, nel senso che provenivano da altre correnti e avevano come cemento lo scontento per com’erano stati trattati. Ciò che era diverso era l’attenzione dei vertici verso di loro e l’interlocuzione ai primi segni di nervosismo.
Quel che invece è mancato ai membri di Futuro Nazionale […] della giunta comunale di Frosinone, che avevano aperto la crisi, provocando la caduta del sindaco, e dopo un po’, in assenza di indicazioni dall’alto, se ne sono tornati al loro posto, consentendo al primo cittadino la più classica delle «rappattumazioni»: la prima, per un partito nato per dimostrare che la destra «senza Vannacci non governa».
E invece… Naturalmente, se si chiede all’ex-generale cosa sta accadendo nel suo partito e cosa ha innestato la retromarcia nei sondaggi (un punto in meno, a favore, sembra a prima vista, della Lega, che era stata la più danneggiata dalla fulminea ascesa di Futuro Nazionale), le risposte sono sempre le stesse: silenzio imposto ai media meloniani sulle iniziative di Futuro Nazionale, e attenzione immutata sulle uscite dell’ex-generale, anche se la tv non ne parla.In Calabria hanno lasciato in cinque, da Cosenza a Castrovillari ad Altomonte. Un’altra mini crisi s’è aperta in Veneto, a Thiene vicino Vicenza. E un’altra ancora nella cintura di Padova.
La fedeltà al generale vacilla infine a Cuneo: insomma, pur senza mettere a repentaglio la costruzione del partito, man mano che s’avvicina la scadenza della formazione delle liste per le elezioni del 2027, l’entusiasmo dei nuovi aderenti viene meno.
Marcello Sorgi
per “la Stampa”
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Novembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
DALLA “RIVOLTA” DI FROSINONE AI CASI DI COSENZA, SALERNO E VICENZA
L’ultimo caso, in ordine di tempo, riguarda Frosinone. E se è vero che i tesserati a
Futuro nazionale continuano a crescere – circa mille alla settimana, stando a quanto dichiarato da Roberto Vannacci, in visita a Milano accanto al candidato sindaco Carmelo Burgio – è altrettanto vero che le defezioni all’interno del partito non conoscono fine.
Ci sono dirigenti che lasciano FnV. Ma anche referenti di comitati che, molto spesso, portano via tutti – o quasi – gli iscritti, che a loro volta restituiscono la tessera. Nelle scorse settimane è successo a Sassari, ma anche in Calabria, a Lamezia Terme, e in provincia di Cuneo.
Come detto, l’ultimo episodio si colloca a Frosinone. Qui il coordinatore provinciale – dunque un dirigente nominato direttamente dal generale e dal numero due del partito, Massimiliano Simoni – ha dato l’addio all’europarlamentare. Si tratta di Antonio Scaccia. Con lui lascia la formazione politica di Vannacci l’intero gruppo dirigente.
La decisione, da quanto si apprende, è conseguenza diretta dell’ultimatum imposto dal sindaco Riccardo Mastrangeli (civico indicato dalla Lega) che nei giorni scorsi aveva azzerato la Giunta e rassegnato le sue dimissioni dopo essersi trovato senza una maggioranza con la quale eleggere il nuovo presidente del Consiglio Comunale.
Continuano le fuoriuscite in Calabria. Dopo quelle di Lamezia Terme, ora la spaccatura si estende anche a Cosenza, poiché cinque referenti di altrettanti comitati hanno annunciato ieri di aver abbandonato definitivamente il partito dopo una preliminare fase di autosospensione.
Ecco i nomi: Eugenio Salerno (Castrovillari), Simona Russo (Cosenza), Francesca Rosito (Morano Calabro), Gianfranco Groccia (Spezzano Albanese) e Vincenzo Borrelli (Altomonte), insieme a Gaetano Falabella, cofondatore del comitato di Francavilla Marittima.
La ragione dell’addio è più o meno sempre la medesima: non vi sono questioni personali, scrivono, “ma divergenze sul metodo, sulla gestione organizzativa e sull’indirizzo politico del movimento”.
In sostanza, si denunciano “dinamiche riconducibili alla vecchia politica: decisioni calate dall’alto, scarsa partecipazione e un crescente distacco dalle comunità locali”. La critica è indirizzata verso una linea politica giudicata “troppo estrema e distante da un centrodestra moderno, equilibrato e responsabile”. La nota punta poi il dito contro la gestione regionale e, in particolare, contro le scelte organizzative legate a Domenico Furgiuele. A Eboli la lite tra la base e i vertici del partito si trascina da giorni. Al centro del malumore c’è la nomina, decisa da Vannacci e Simoni, di Franco Cardiello, ex senatore di Alleanza nazionale, a coordinatore di FnV per la provincia di Salerno. Malumore che la referente del comitato locale, Mariarosaria Andriuolo, già candidata con Casapound alle elezioni del 2018, ha reso pubblico.
Fatto, quest’ultimo, che ha portato il partito ha decretare lo scioglimento del comitato di Eboli. Ora la rottura definitiva, con Andriuolo che annuncia la fuoriuscita da FnV insieme ai suoi tesserati: “Un progetto mai nato – ha scritto – un partito nuovo soltanto nel nome e nel simbolo, creato non per i cittadini ma per rimettere in campo vecchi politicanti. Un palcoscenico costruito per permettere a qualche vecchio politico di tornare sulla scena: proprio quelli che negli anni hanno aiutato a distruggere la destra in tutta la provincia di Salerno”.
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Novembre 3rd, 2026 Riccardo Fucile
“DOPO DECENNI DI MILITANZA POLITICA, CAPISCO CHE NON POSSO PIÙ RACCONTARMI FROTTOLE. LA STRAGRANDE MAGGIORANZA DEI VECCHI COMPAGNI DI LOTTA NON MI CAPISCE MA IN FONDO COMUNISMO, COMUNIONE, COMMUNIO, HANNO TUTTE LA STESSA RADICE LESSICALE” … “COSA DIREI AL GIOVANE LUCA CHE MANIFESTAVA A GENOVA? LO ABBRACCEREI SENZA DIRGLI NIENTE”
Dall’autonomia operaia fino agli scontri del G8 di Genova come leader delle tute bianche, Luca Casarini ha passato tutta la vita a combattere “il sistema”. Ma l’esperienza dei salvataggi dei migranti in mare lo mette davanti a una verità alternativa e, infine, lo porta alla conversione. Che ora ha deciso di raccontare, per la prima volta, nel libro “Cosa ti muove” da oggi in libreria.
Come si passa dall’essere cresciuti in una famiglia cattolica all’autonomia operaia?
«Credo che la mia, in realtà, sia la storia di tanti. Il Veneto è stato sicuramente un punto molto importante dei movimenti degli anni ‘70, caldo, generativo. Pensate solo a Scienze Politiche a Padova.
Quando rompe con la Chiesa?
«Prestissimo, a 12 anni, quando mandano via dalla mia parrocchia a Mestre questo parroco che per me era come un padre, un prete molto concentrato sul fare, sui poveri, sulle marginalità di questa città industriale che stava crescendo tumultuosamente. Senza di lui, rimaneva solo la Chiesa-istituzione che non aveva niente da dirmi».
Arrivano i primi centri sociali occupati, a spingerla era l’ideologia?
«Tutte le esperienze che ho fatto, rimettendo insieme oggi i frammenti della mia vita, hanno questo in comune. Non l’ideologia ma la pratica e la vita comunitaria nei centri sociali occupati, che per me inizia nel 1987 e si protrae praticamente fino al 2012. Ma in fondo comunismo, comunione, communio, hanno tutte la stessa radice lessicale no?».
Al di là dell’ideologia comunista, ad accendere la sua rabbia e trasformarla in un giovane ribelle, è stato anche il fatto di venire da due genitori entrambi non udenti?
«Allora venivano definiti con questa parola orribile: sordomuti. Quando mi chiedevano “ma i tuoi genitori?”, io dovevo dire fin da piccolo che i miei genitori erano sordomuti e lì c’era sempre qualche istante di gelo».
n’ingiustizia talmente grande su un bambino ti fa ribellare?
«Da piccolo nelle foto sono sempre imbronciato, dentro di me c’era questo dolore, questa sofferenza per la condizione di figlio di genitori non uguali agli altri. Ma se altri, nella mia condizione, spesso sono portati a chiudersi ancora di più in un guscio, io sono andato dalla parte opposta».
Per molti comunisti la religione era l’oppio dei popoli. Lo pensava anche lei?
«Sì, era una delle cose che mi ero costruito per dire no al cristianesimo. Lo vedevo come una religione che ti impone la sofferenza per guadagnarti il paradiso. Come una pratica con cui il sistema si guadagnava la quiete sociale: non rompere le balle qua in terra che tanto il tuo premio ce l’avrai dopo che sarai morto. Poi ho scoperto che erano tutte bufale pazzesche. Oggi invece abbiamo espunto la sofferenza dal nostro orizzonte, vogliamo continuamente anestetizzarci per non vedere e non sentire la sofferenza. In Veneto i nostri nonni dicevano: ea te fa e spae larghe. Se alla sfiga non soccombi, ti fa crescere, ti fa le spalle larghe».
E i suoi vecchi compagni di lotta?
«La mia grande fortuna è avere tantissimi compagni e compagne che mi vogliono bene. Ovviamente la stragrande maggioranza non mi capisce, il libro l’ho scritto anche per loro. Lo sentivo anche come dovere, il dovere di dire la verità».
Qual è la verità di Luca Casarini?
«Che l’uomo è pieno di trascendenza, che il grande errore dell’illuminismo e della sinistra è l’aver pensato che l’uomo coincidesse con i suoi bisogni economici. Ma non è così. Noi a sinistra abbiamo approfondito molto il tema dell’eguaglianza e quello della libertà, ma ci siamo dimenticati della fraternità, che non può essere solo la cittadinanza. Allora cos’è questo sentire l’altro come fratello? È ovvio che ti serve la trascendenza per poterlo capire».
La sua conversione quando avviene?
«Dopo la mia prima missione in mare. Inizia con Mediterranea, con il mio trasferimento dal profondo Nord-Est a Palermo. Dopo decenni di militanza politica, capisco che non posso più raccontarmi frottole».
C’è stato un momento San Paolo, chiamiamolo così, oppure è stato un processo?
«È successo che la prima volta sono rimasto in mare tre mesi di seguito a cercare di salvare vite. Il primo soccorso è stato come una scossa elettrica. Io non c’ero mai stato, sono un veneto di terra, e questa esperienza mi segna profondamente perché mi dà un tempo rallentato e dilatato per pensare. Il mare è vuoto, è silenzio, come il deserto».
Anche Gesù inizia con il deserto.
«Ci ho pensato. Gesù inizia la sua predicazione pubblica e decide di farla a 30 anni, dopo aver trascorso 40 giorni nel deserto a meditare. È lì che si interroga fino in fondo sul senso di ciò che dovrebbe fare».
Nel suo libro racconta un episodio preciso, la prima confessione con l’arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice. E arriva quella domanda che diventa anche il titolo del libro: cosa ti muove?
«È una domanda che mi fulmina. Ho provato a rispondere quel giorno, forse non risponderò mai del tutto. Ma finalmente non mi sono avvalso della facoltà di non rispondere, come facevo prima con la polizia e con me stesso».
Papa Francesco sapeva della sua conversione?
«L’aveva vista arrivare».
Ricorda il primo incontro con il Papa?
«Certo, voleva conoscere questi matti di Mediterranea, l’unica nave di ong con a bordo un prete, don Mattia Ferrari. Arriviamo a Santa Marta in tredici, ci sediamo ma evitando il suo divanetto. E lui rompe il ghiaccio così: “Si vede che non siete cattolici, perché altrimenti sgomitavate per sedervi qua vicino a me”. Papa Francesco è stato l’altro grande motore per trovare la forza di dire la verità a me stesso».
Lei oggi si definisce cristiano o cattolico?
«Cristiano. Nella Chiesa, come in tutte le istituzioni umane, ci sono ovviamente un sacco di problemi. Tra i cattolici, per dire, ci sono quelli che sono d’accordo nel far morire la gente in mare e quelli che proteggono le vite. Io mi sento più un seguace di Gesù Cristo. Sa cosa diceva il cardinal Ravasi, una delle mie guide spirituali?».
Cosa?
«Che se oggi Gesù pronunciasse il discorso delle beatitudini in una piazza, arriverebbe la polizia, la Digos, gli darebbero istigazione a delinquere. Ecco, io credo che il cristianesimo non è una dimensione che si può addolcire più di tanto. In fondo è la più grande rivoluzione della storia dell’umanità».
Se potesse parlare con quel giovane che manifestava al G8 di Genova, che cosa gli direbbe?
«Lo abbraccerei senza dirgli niente. Noi vecchi diciamo anche tante cazzate ai giovani, ci ergiamo a maestri e guardate che mondo gli stiamo lasciando. Invece di dare lezioni, forse dovremmo prima ascoltare».
(da Repubblica)
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