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GIORGIA MELONI PERDE IL SUO UNICO ALLEATO: MERZ. SUL BILANCIO COMUNITARIO, IL CANCELLIERE TEDESCO VOLTA LE SPALLE ALLA DUCETTA, CHE SOGNA UN BILANCIO GONFIO, E SI ACCODA AL FRONTE DEI PAESI FRUGALI: “DOBBIAMO RIDURLO IN MODO SIGNIFICATIVO”

Ottobre 15th, 2026 Riccardo Fucile

INOLTRE, LA MELONI È SOLA INSIEME A QUEL PUZZONE DI ORBAN A DIFENDERE IL DIRITTO DI VETO… NEL MENTRE, A VIENNA SI SONO RIUNITE LE TESTE D’UOVO DEL VECCHIO CONTINENTE PER INTERROGARSI SUI TERREMOTI POLITICI CHE POTREBBERO SCUOTERE IL MONDO NEI PROSSIMI MESI: DELLE ELEZIONI ITALIANE, ANCORA SENZA UNA DATA, NEPPURE UNA PAROLA. A TOGLIERE IL SONNO AI POTENTONI EUROPEI SONO SOPRATTUTTO TRE APPUNTAMENTI ELETTORALI: ISRAELE, STATI UNITI E FRANCIA

Mentre a Bruxelles va in scena un Consiglio europeo ad alta tensione (tanto da durare due giorni anziché uno), Giorgia Meloni, già in Belgio per il vertice degli “Amici della Coesione”, incassa una doccia gelata.
La prima arriva da Friedrich Merz, l’unico vero alleato della Ducetta tra i leader Ue. Lo spilungone tedesco, che deve fronteggiare una difficile crisi politica interna, sul bilancio comunitario 2028-2034 ha voltato le spalle alla sora Giorgia, e si è accodato al fronte dei Paesi frugali: Olanda, Danimarca, Svezia, Austria e Finlandia.
Altro che portafoglio europeo gonfio, come sogna Giorgia. Il cancelliere tedesco ha messo le mani avanti: “Dobbiamo ridurre in modo significativo il bilancio comune rispetto alle proposte della Commissione. Nessuno Stato membro dell’Unione europea può permettersi di versare contributi all’Unione europea di tale entità”.
Ma le grane per la premier non finiscono qui.
Anche sul superamento del diritto di veto, principale jattura del Continente, e ostacolo principale a un’Unione più rapida ed efficace nelle decisioni, Meloni si ritrova ormai praticamente sola, dopo la batosta elettorale rimediata ad aprile dal suo ex vecchio amico Viktor Orban.
La Ducetta, nonostante l’isolamento, rintigna e non vuole mollare l’arma dell’unanimità: “Non sono d’accordo sul superamento dell’unanimità in Europa.
Credo che l’Europa debba essere inclusiva e non impositiva, credo che esistano degli strumenti migliori che possono creare un equilibrio tra l’efficacia e l’efficienza e l’inclusività rispetto a quello che si propone col superamento del voto all’unanimità”. Insomma, mentre l’Europa cerca di accelerare, Giorgia tiene il piede sul freno, perché teme di veder crollare il suo potere di “ricatto”.
Se i riflettori sono puntati sul vertice di Bruxelles, nel frattempo a Vienna si sono riunite le teste d’uovo del Vecchio Continente per interrogarsi sui terremoti politici che potrebbero scuotere il mondo nei prossimi mesi.
Delle elezioni italiane, ancora senza una data, neppure una parola. A togliere il sonno ai potentoni europei sono soprattutto tre appuntamenti elettorali: Israele, Stati Uniti e Francia.
Il primo incubo risponde al nome di Donald Trump. Se i repubblicani perdessero il controllo del Congresso alle elezioni di metà mandato, il tycoon rischierebbe di trasformarsi in un’anatra zoppa, condannata a starnazzare per gli ultimi due anni alla Casa Bianca. Ma c’è uno scenario ancora più inquietante: che il presidente americano si rifiuti di riconoscere il risultato delle urne, spalancando le porte a una crisi istituzionale dagli sviluppi imprevedibili (l’antipasto ci fu il 6 gennaio 2021, con l’assalto dei “vichinghi” trumpiani a CApitol Hill).
L’altro grande spauracchio arriva da Parigi. La Francia non è un Paese qualunque: è l’unica potenza nucleare dell’Unione europea e l’unico Stato membro con un seggio permanente e diritto di veto al Consiglio di sicurezza dell’Onu.
Un’eventuale conquista dell’Eliseo da parte dell’ultradestra di Marine Le Pen avrebbe l’effetto di una bomba atomica su Bruxelles.
Una prospettiva che fa tremare le cancellerie europee, alle prese anche con l’avanzata dell’estrema destra di AfD in Germania.
Tra l’America imprevedibile di Trump, l’incognita francese e i sovranismi che avanzano, l’Europa rischia di ritrovarsi stretta in una morsa. E proprio mentre avrebbe bisogno di decidere in fretta, Meloni s’aggrappa al diritto di veto, che blocca da sempre ogni decisione in Europa…

(da Dagoreport)

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“SI RIMBOCCHI LE MANICHE E VADA A LAVORARE”: BELPIETRO INSULTA UNA GENERAZIONE DI DOCENTI PRECARI E VIENE MASSACRATO SUI SOCIAL. “LA VERA VERGOGNA E’ ARRIVARE A 68 ANNI E NON AVER ANCORA IMPARATO IL RISPETTO PER CHI LAVORA”

Ottobre 15th, 2026 Riccardo Fucile

UN ATTACCO A UN’INTERA GENERAZIONE CHE LAVORA E CHE HA SOLO LA COLPA DI VEDERSI NEGATO UN LAVORO STABILE… QUANTI VOTI HA FATTO PERDERE AL CENTRODESTRA BELPIETRO?

“A 34 anni si deve rimboccare le maniche e andare a lavorare”. Quando essere precari della scuola è una macchia di cui vergognarsi. Il giornalista Maurizio Belpietro, direttore del quotidiano La Verità, con una sola frase è riuscito ad offendere un’intera categoria di lavoratori. Parole così gravi non si sentivano dal 2017, quando a schernire i giovani era il ministro del Lavoro Poletti, che riferendosi ai ‘cervelli in fuga’ si augurava che restassero all’estero, “perché questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi”.
Precedenti simili possono essere rintracciati anche durante i governi precedenti. Come dimenticare l’ex ministro dell’Economia e delle Finanze Tommaso Padoa-Schioppa, che nel 2007 coniò il celebre “bamboccioni” per criticare i giovani disoccupati che restano a casa con i genitori; o i “choosy”, termine con cui l’allora ministra del Lavoro Elsa Fornero nel 2012 invitava i ragazzi a non essere troppo “schizzinosi” nell’accettare le prime offerte di lavoro.
Cambiano le epoche ma la sensibilità di chi sta al potere resta la stessa: uomini anziani che dall’alto delle loro scrivanie d’ebano sotto soffitti affrescati elargiscono giudizi e affibbiano etichette ingiuriose alle generazioni più giovani. Senza mai assumersi le proprie responsabilità.
E così Belpietro non voleva essere da meno, e senza dubbio il suo intervento di giovedì 8 ottobre al programma ‘Dritto e Rovescio’ entrerà nell’olimpo delle occasioni sprecate per stare zitti.
Un po’ di contesto. Un ragazzo prende la parola in studio e dice di essere un giovane insegnante precario di 34 anni. Belpietro lo interrompe e lo incalza: “Quanti anni ha? Ha studiato, come tutti. E quindi? A 34 anni uno si deve rimboccare le maniche e andare a lavorare, grazie”. Il giornalista non poteva trovare un modo più diretto per scaricare la colpa del precariato su chi il precariato lo subisce e non ha altra scelta.
Non è chiaro perché Belpietro abbia deciso di umiliare pubblicamente quel ragazzo. Delle due l’una: o non ha capito che il giovane che stava insultando è già un lavoratore (per cui non aveva senso l’invito a trovare un’occupazione) oppure era consapevole che il suo interlocutore fosse un precario della scuola (e quindi il sottotesto consequenziale è che l’insegnante precario non è un vero mestiere meritevole di rispetto).
Ma in ogni caso il giornalista si è accanito su una categoria svilita e sottopagata, già abbondantemente mortificata dalle politiche sulla scuola. È l’Ocse a dire che quello percepito dai docenti italiani continua a essere uno degli stipendi più bassi in Europa per la categoria.
Se consideriamo le principali economie, osserviamo per esempio che in Italia il guadagno medio annuo per un insegnante è di 32.100 euro, contro gli oltre 50mila euro di Regno Unito e Germania, e i 41.968 euro della Francia.
Il movimento ‘Docenti precari esclusi’ ha invocato il diritto di replica, e ha chiesto a Belpietro un confronto televisivo, per denunciare le condizioni dei prof, che spesso restano precari per anni, incagliati tra percorsi obbligati, contorti ed economicamente insostenibili. Speriamo di essere smentiti, ma la sensazione è che questo faccia a faccia tarderà ad arrivare. Fino ad ora Belpietro non si è scusato per il disprezzo mostrato e non ha manifestato l’intenzione di correggere il tiro.
Ma come è possibile che si possa impunemente chiedere di “rimboccarsi le maniche” a chi anno dopo anno, concorso dopo concorso, dopo tante spese e sacrifici, vede allontanarsi sempre di più il miraggio di un posto fisso?
Luigi Sofia, portavoce del movimento ‘Docenti precari esclusi’ ha chiesto al ministro dell’Istruzione Valditara di intervenire e prendere le distanze dalle parole di Belpietro. Il post su Facebook in cui ha denunciato l’episodio, nel momento in cui scriviamo, ha oltre 50mila like. “Lo ripeto, la vera vergogna non è essere precari a 34 anni. La vera vergogna è arrivare a 68 anni e non aver ancora imparato il rispetto per chi lavora”, scrive Sofia.
“Quell’intervento in tv è stato un attacco feroce nei confronti di un’intera categoria, circa 250mila persone che il giorno sono andate comunque a lavorare, senza avere l’opportunità di replicare al giornalista. Sembra che Belpietro non abbia nemmeno ascoltato quel ragazzo e non si sia nemmeno posto il problema di chi avesse davanti. Per questo gli chiediamo un confronto, per capire se il problema è che facciamo un lavoro di mer**, oppure se pensa che noi siamo delle mer** perché non riusciamo ad avere un lavoro stabile”, dice Sofia a Fanpage.it. “Vorrei chiedergli un consiglio, se lui è uno che si è “rimboccato le maniche”, ci spieghi come si fa”.
“C’è una generazione di uomini con i capelli bianchi che spesso si credono migliori di altri, soprattutto se si rivolgono a persone svantaggiate o più giovani, che non ritengono meritevoli di rispetto”.
Cosa chiedono i precari della scuola, offesi durante la puntata di ‘Dritto e Rovescio’
In un documento inviato alla redazione di “Dritto e Rovescio”, i ‘Docenti precari esclusi’ manifestano la loro indignazione e chiedono la possibilità di esercitare formalmente il diritto di replica, in considerazione delle faticose condizioni lavorative in cui sono costretti a operare tanti giovani nella scuola, dove un insegnante su quattro è precario.
Nella lettera si ricorda innanzi tutto il “flagello del caro-affitti”, che si soffre soprattutto nelle Regioni del Nord, quelle in cui si concentrano maggiormente i fuorisede. E si invoca il “diritto alla dignità”, sancito dall’articolo 36 della Costituzione, secondo cui la retribuzione deve garantire un’esistenza libera e dignitosa: “Negare o ridicolizzare le difficoltà di chi, con lo stipendio da insegnante, non può permettersi i costi insostenibili di una locazione significa calpestare questo principio costituzionale”, scrivono i docenti.
Il docente intervenuto in trasmissione per denunciare la sua condizione era naturalmente pronto a ricevere critiche, come chiunque scelga di esporsi in un dibattito pubblico. Eppure il confronto deve rimanere “sul piano delle idee e dei fatti, nel rispetto dei principi di pertinenza e continenza. Quando invece il confronto si traduce nella svalutazione della persona e della sua dignità professionale, violando i principi di cui agli artt. 2 e 3 della Costituzione, non si tratta più di legittima critica”, si legge ancora nella lettera.
E quel che è peggio è che questo atteggiamento violento rischia di scoraggiare altri lavoratori “dal portare la propria testimonianza nel dibattito pubblico, a detrimento del pluralismo che il servizio televisivo dovrebbe garantire”.

(da Fanpage)

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LA SCUSA DEL RAFFREDDORE E DELLE AGENDE ”DIVERGENTI”: COSI’ SCHLEIN E CONTE FANNO DI TUTTO PER NON INCROCIARSI

Ottobre 15th, 2026 Riccardo Fucile

ELLY E PEPPINIELLO SONO ENTRATI IN “MODALITA’ PRIMARIE”: CONTE GIOCA TUTTE LE SUE CARTE SUL FINTO PACIFISMO, SCHLEIN È OSSESSIONATA DALLE PRIMARIE PER LEGITTIMARSI COME LEADER… n NON HANNO CAPITO CHE VINCERE AI GAZEBO NON VUOL DIRE VINCERE LE ELEZIONI

Brutta bestia, il raffreddore: se lo curi in soli sette giorni sarai guarito. Guai invece se lo trascuri, te lo porterai dietro per una settimana intera. E così, per non correre rischi, alla festa del Manifesto, Elly e Giuseppe si tengono a distanza, complici queste città indifferenti dove la gente si sfiora e non si tocca.
Una giura di essere già sotto Tachipirina, l’altro accusa un’influenza conclamata, e per non infettarla si offre in alternativa di abbracciare Nino Luca, l’inviato del Corriere, che vorrebbe tra loro, se non un bacio, almeno una stretta di mano.
Che fatica però, non si può mica stare sempre a svicolare, guardando uno di qua e l’altra di là, dribblando i fotografi, in un’atmosfera fastidiosamente onirica, che pare un verso di Hikmet: «L’assenza è un ponte fra noi/ Anche quando/ di fronte l’uno all’altra i nostri ginocchi si toccano». E allora è molto meglio fare da soli, pur seguendo la stessa agenda, con buona pace di organizzatori e staff, che devono sincronizzare gli orologi, per evitare che Schlein e Conte si incontrino.
Quindi ci vanno, dagli universitari che piantano le tende davanti a Montecitorio per protestare contro gli affitti da tagliagole. Ma prima Elly, e solo poi Giuseppe. Mica puoi rinunciare alla prima del cinema Moderno, dove Susan Sarandon presenta il suo nuovo film. Schlein se le fa due chiacchiere con Susan, Conte arriva dopo, e parla fitto fitto con Bettini nell’ultima fila. E che, non ci vai al Festival Rumore organizzato da Fanpage? Ma pure lì, all’Acquario Romano, nessuna passerella, ognuno per sé, interviste rigorosamente separate.
Il copione si ripete alla Festa del Foglio dove, guarda un po’ il caso, i due si mancano per poco. A Legacoop il giochetto non riesce, eccoli lì tutti e due, ma uno guarda ad est e l’altra a ovest, e quando dal palco scherzosamente dicono che se vogliono parlarsi gli hanno riservato una saletta, eccoli che fischiettano. Va meglio a Milano, a casa della Confesercenti, con uno che va e una che viene.
Primarie. Una festa di popolo, all’esordio, per lanciare l’assalto di Romano Prodi a Silvio Berlusconi. Ora due combattono e uno vive, Mad max-Oltre la sfera del tuono. Kiev è un rompicapo tragicamente irrisolvibile. Conte gioca tutte le sue carte sul pacifismo senza se e senza ma. Schlein è figlia della lezione americana: primarie, chi le vince comanda, alla faccia del Politburo del Pd che «ha cercato di farmi fuori». Pure i dem sono convinti che Elly vincerà quella sfida, ma temono che perderà le elezioni.
Intanto i due si evitano. E non fanno più comunella nemmeno con Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli. Non che sia la prima volta, già in un recente passato, durante la campagna elettorale per le Europee, sono ricorsi alla tecnica collaudata dell’ognuno per sé, ma lì non c’erano le coalizioni, con il voto politico sarà tutto un altro paio di maniche.

(da Corriere della Sera)

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UNA BOMBA SOCIALE, LE PENSIONI DA FAME : SECONDO L’INPS, NEL 2025 OLTRE 4,5 MILIONI DI ITALIANI HANNO RICEVUTO UNA PENSIONE INFERIORE AI 1.000 EURO AL MESE. SI TRATTA DEL 27,5% DEL TOTALE DI CHI È USCITO DAL MERCATO DEL LAVORO

Ottobre 15th, 2026 Riccardo Fucile

SONO INVECE 2,8 MILIONI LE PERSONE CHE HANNO RICEVUTO UN ASSEGNO CHE SI AGGIRA TRA I 1.000 E I 1.500 EURO AL MESE… TIRANDO LE SOMME: IL 45% DEI PENSIONATI HA TRATTAMENTI INFERIORI A 1.500 EURO AL MESE

In Italia ci sono oltre 4,5 milioni di pensionati che nel 2025 avevano un reddito da pensione inferiore a 1.000 euro al mese, oltre un quarto del totale (il 27,5%). Ricevono l’8,6% della spesa complessiva Emerge dall’Osservatorio Inps su Prestazioni pensionistiche e beneficiari secondo il quale sono 2,8 milioni le pensionate che ricevono assegni inferiori a 1.000 euro al mese.
Tra 1.000 e 1.500 euro al mese ci sono 2.871.778 di pensionati, pari al 17,5% del totale quindi il 45% dei pensionati ha trattamenti inferiori a 1.500 euro al mese. I pensionati che hanno almeno 5mila euro al mese sono 477.654, il 2,9% del totale e ricevono il 10,7% della spesa complessiva.
La prima classe di importo mensile quella fino a 500 euro, rappresenta il 10,3% dei pensionati, mentre quella compresa tra 500 e 1.000 euro comprende il 17,2% del totale. I pensionati con un reddito pensionistico superiore a 1.500 euro mensili sono oltre 9 milioni, pari al 55% del totale. L’analisi per sesso evidenzia una maggiore presenza degli uomini nelle classi di reddito pensionistico superiori a 1.500 euro mensili (il 64,3%) mentre la quota corrispondente tra le donne è pari al 46,2%.
Il 53% delle pensioni ha un importo mensile inferiore a 1.000 euro, mentre la quota dei pensionati con un reddito pensionistico al di sotto della stessa soglia scende al 27,5%, principalmente per effetto del cumulo di più trattamenti. Mel Mezzogiorno la quota di pensionati che possono contare con redditi da pensione fino a 1.000 euro è al 35,3% mentre nel Nord è al 20,2% e al Centro a 25,3%. I pensionati con redditi da pensione superiori a tremila euro al mese sono appena l’11,9% nel Mezzogiorno, il 17,2% al Nord e il 17,8 al Centro.
La distribuzione territoriale evidenzia una netta prevalenza dei pensionati di vecchiaia nelle regioni settentrionali, che rappresentano il 54,1% del totale. Al contrario, nel Mezzogiorno si concentra la quota maggiore di beneficiari di pensioni di invalidità previdenziale (47,2%) e di prestazioni assistenziali (48%). Nel Centro le diverse tipologie presentano quote relativamente omogenee, comprese tra il 20% e il 23%

(da agenzie)

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GRAZIE A GIORGIA STA PER SCOPPIARE UNA BOMBA SOCIALE: IN ITALIA 5,4 MILIONI DI PERSONE VIVONO IN POVERTÀ ASSOLUTA. SECONDO L’ISTAT, IL 9.3% DEGLI ITALIANI NON SA COME MANGIARE: SI TRATTA DI 2,1 MILIONI DI FAMIGLIE CON UN’INCIDENZA PIÙ ALTA NEI NUCLEI CON UN ELEVATO NUMERO DI COMPONENTI

Ottobre 15th, 2026 Riccardo Fucile

NEL MEZZOGIORNO LA SITUAZIONE PIÙ CRITICA: LE FAMIGLIE CHE NON RIESCONO A SOSTENTARSI SONO 813MILA, SEGUITE DAL NORD-OVEST (568MILA), DAL NORD-EST (386MILA) E DAL CENTRO (338MILA)

Nel 2025, si stima che siano oltre 2,1 milioni le famiglie in condizione di povertà assoluta, per un totale di 5,4 milioni di individui. Lo rileva l’Istat sottolineando che in termini percentuali, l’incidenza della povertà assoluta tra le famiglie è pari all’8,0%, in lieve calo rispetto al 2024 (8,4%), e al 9,3% tra le persone (9,8% nel 2024). L’incidenza della povertà assoluta per le famiglie composte solamente da italiani è pari al 5,9%, sale al 26,7% tra quelle con almeno uno straniero e raggiunge il 29,4% tra le famiglie composte esclusivamente da stranieri.
L’Istat sottolinea che è stabile l’incidenza della povertà relativa che tra le famiglie si attesta al 10,8%, dal 10,9% del 2024, e tra gli individui al 14,8% (dal 14,9%). Sono oltre 2,8 milioni le famiglie in povertà relativa, per un totale di quasi 8,7 milioni di individui.
L’incidenza della povertà assoluta si riduce in modo significativo nel Mezzogiorno passando dal 10,5% al 9,6% ma cala in tutte le ripartizioni con il Centro che registra la percentuale più bassa (dal 6,5% scende al 6,3%). Nel Mezzogiorno le famiglie povere sono 813mila, seguite dal Nord-ovest (568mila famiglie, 7,7%) e dal Nord-est (386mila famiglie, 7,4%); il Centro mostra, anche nel 2025, i valori più bassi (338mila famiglie, 6,3%).
Tra le famiglie assolutamente povere, il 38,6% risiede nel Mezzogiorno (39,8% nel 2024), il 45,3% al Nord (44,5% nel 2024) e il restante 16,1% al Centro (15,7% nel 2024). L’incidenza di povertà assoluta diminuisce all’aumentare dell’età, passando dal 12,5% fra i minori (per un totale di 1 milione 136mila), al 12,1% fra i giovani di 18-34 anni (quasi 1 milione 198mila), all’8,9% per i 35-64enni e al 6,1% fra gli over 65 (oltre 891mila).
L’intensità della povertà assoluta, che misura in termini percentuali quanto la spesa mensile delle famiglie povere sia mediamente al di sotto della linea di povertà (cioè “quanto poveri sono i poveri”), si conferma stabile a livello nazionale (18,5%), nel Nord (18,2%, con valori pari al 18,5% nel Nord-ovest e 17,8% nel Nord-est) e nel Centro (18,2%), mentre nel Mezzogiorno si segnala un lieve incremento: le stime salgono al 19,0%, dal 18,5% del 2024.
L’incidenza di povertà assoluta si conferma più alta tra le famiglie con un elevato numero di componenti: raggiunge il 19,2% tra quelle che ne hanno cinque o più e il 10,5% tra quelle con quattro, mentre scende all’8,4%, un valore comunque superiore alla media, tra le famiglie di tre componenti. Superiori alla media i valori dell’incidenza per le famiglie monogenitore tra le quali più di una su 10 (11,5%) è in povertà assoluta.
L’incidenza di povertà assoluta diminuisce al crescere del titolo di studio della persona di riferimento: se quest’ultima ha conseguito almeno il diploma di scuola secondaria superiore, l’incidenza è pari al 4,4%; è oltre due volte più elevata (11,9%) se la persona di riferimento ha al massimo la licenza di scuola media e aumenta ulteriormente, salendo al 12,3%, per le famiglie in cui la persona di riferimento ha conseguito al massimo la licenza di scuola elementare.

(da agenzie)

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L’EMITTENTE TELEVISIVA BRITANNICA “ITV NEWS” HA FILMATO DIVERSI CONSIGLIERI E CANDIDATI DI REFORM UK, IL PARTITO DEL SUPERTRUMPIANO NIGEL FARAGE, MENTRE UTILIZZAVANO ESPRESSIONI RAZZISTE E VIOLENTE

Ottobre 15th, 2026 Riccardo Fucile

UN ATTIVISTA DEL PARTITO DI ULTRADESTRA HA DETTO CHE LA SUA ZONA È “INFESTATA” DA FAMIGLIE ASIATICHE, BOLLATE COME “PARASSITI ASSOLUTI”… L’INCHIESTA DI “CHANNEL 4” SUI FINANZIAMENTI AL PARTITO DI “MR. BREXIT”, CHE HA PORTATO ALLE DIMISSIONI DI DUE DIRIGENTI DI REFORM UK

Nuovo scandalo per Reform UK, il partito trumpiano e anti-immigrazione guidato da Nigel Farage: suoi consiglieri e candidati sono stati filmati mentre usavano espressioni razziste, sessiste e violente in un’inchiesta sotto copertura condotta da Itv News.
In un estratto del programma dal titolo ‘Undercover: A Year in Reform’, bambini neri vengono definiti “animali”, in un altro un iscritto dice che la sua zona è “infestata” da famiglie asiatiche, bollate come “parassiti assoluti”.
Il reportage ha seguito candidati e consiglieri alle elezioni amministrative dello scorso maggio, dove la compagine dell’ex tribuno della Brexit aveva ottenuto un risultato storico, e in quattro suppletive nel 2025 e 2026.
Il partito ha fatto sapere di aver avviato indagini interne nei casi in cui membri, attivisti e consiglieri “si sono chiaramente comportati in modo inappropriato” e che sono scattate alcune sospensioni. “Non c’è posto per il razzismo in Reform UK”, ha sottolineato un portavoce.
Mentre la presidente del Labour, Bridget Phillipson, ha parlato di “razzismo estremo”. “Farage non può liquidare queste ultime rivelazioni come poche mele marce”, ha aggiunto. Il mese scorso un’altra emittente, Channel 4, aveva filmato con telecamere nascoste Farage e alcuni suoi stretti collaboratori mentre discutevano di un’offerta di donazione dall’estero da 500.000 sterline, vietata dalla legge, oltre a tre sondaggi pagati come esca per 32.500 sterline.
Dopo la bufera Scotland Yard aveva formalizzato l’avvio di un’indagine penale sui presunti finanziamenti illeciti a Reform, mentre lo storico assistente di Farage, Dan Jukes, e il responsabile del programma nel partito di destra, James Orr, si erano dimessi. E lo stesso leader della compagine è al centro di un’inchiesta del Parlamento per una donazione non dichiarata da 5 milioni di sterline.

(da agenzie)

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LA SCANDALOSA DOPPIA MORALE DELL’OCCIDENTE. MENTRE CI INDIGNIAMO (A RAGIONE) PER LA FUCILAZIONE ORDINATA DA TRUMP IN DIRETTA STREAMING, L’IRAN CONDANNA A MORTE UNA 23ENNE, NAJMEH AMINI, PER UN POST “BLASFEMO” SUI SOCIAL MEDIA

Ottobre 15th, 2026 Riccardo Fucile

DOVE SONO I GIOVANI EUROPEI CHE NEI MESI SCORSI HANNO INONDATO LE PIAZZE A FAVORE DELLA “RESISTENZA” PALESTINESE? LA VITA DELLA LORO COETANEA NON VALE UNA MANIFESTAZIONE SOLO PERCHÉ I PASDARAN SONO NEMICI DI USA E ISRAELE?

Le organizzazioni per i diritti umani hanno lanciato l’allarme per il crescente numero di condanne a morte ed esecuzioni in Iran, in seguito alla notizia che a una donna di 23 anni, Najmeh Amini, è stata comminata la pena capitale per blasfemia a causa di un post sui social media.
Amini, studentessa di contabilità, è detenuta nel carcere di Vakilabad, nella città nord-orientale di Mashhad. È stata condannata a oltre 12 anni di carcere e alla pena capitale in due procedimenti distinti, tenutisi rispettivamente davanti a un tribunale rivoluzionario e a un tribunale penale ordinario.
Una fonte vicina alla famiglia di Amini ha riferito che la giovane è stata condannata a morte con l’accusa di “sab ol-nabi” (insulto al profeta). La ragazza sarebbe stata arrestata in seguito a un’attività di monitoraggio online da parte della polizia informatica iraniana (Fata). Il contenuto esatto dei suoi post non è stato reso pubblico.
Nel secondo procedimento, Amini è stata condannata a 12 anni, sei mesi e un giorno di reclusione con accuse che includono l’aver agito contro la sicurezza nazionale e la diffusione di “propaganda” contro il regime.
Amini è stata arrestata dalle forze di sicurezza durante le proteste nazionali di gennaio, represse con un giro di vite sanguinoso. Si stima che migliaia di persone siano state uccise, mentre l’agenzia di stampa dell’Hrai, Hrana, ha riferito di oltre 50.000 arresti.
In una registrazione audio diffusa il mese scorso e attribuita ad Amini, la giovane ha chiesto un intervento internazionale, esortando l’Onu, gli avvocati e le organizzazioni per i diritti umani a indagare sul suo caso. “Non voglio passare per un’eroina oggi. Voglio solo una cosa: siate la mia voce”, è stato l’appello di Amini.
Le organizzazioni per i diritti umani denunciano che le autorità iraniane stanno ricorrendo sempre più spesso alla pena capitale per incutere paura e reprimere il dissenso. Secondo l’organizzazione “Iran Human Rights” (Ihrngo), con sede a Oslo, quest’anno sono già state eseguite oltre 600 condanne a morte.
“Condannare a morte una giovane donna per ciò che ha pubblicato sui social media rischia di normalizzare l’uso della pena capitale contro forme di espressione pacifica e di estendere ulteriormente i confini di tale pena”, ha dichiarato Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore di Ihrngo.
Sebbene le esecuzioni in Iran siano aumentate vertiginosamente negli ultimi anni, raggiungendo il livello più alto degli ultimi tre decenni, le condanne a morte per blasfemia rimangono relativamente rare. L’ultimo caso documentato risale all’8 maggio 2023, quando Yousef Mehrad e Sadrollah Fazeli-Zare sono stati giustiziati dopo essere stati condannati per reati legati alla blasfemia e connessi alla loro attività sui social media.

(da agenzie)

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“LA FRANCIA È VITTIMA DELLA SUA SREGOLATEZZA FISCALE”. MARIO DRAGHI STRIGLIA PARIGI (E DI CONSEGUENZA IL SUO CARO AMICO EMMANUEL MACRON, PRESIDENTE DA DIECI ANNI): “LA COSA IDEALE DA FARE SAREBBE ACCORDARSI SU UN SENTIERO DI RESTRIZIONE DEL BILANCIO NEL MEDIO TERMINE. LO STESSO FATTO CHE LA BCE POSSA O NON POSSA INTERVENIRE È DIVENTATO UN ARGOMENTO DI DISCUSSIONE POLITICA IN FRANCIA E QUESTO RENDE UN INTERVENTO ANCORA PIÙ COMPLICATO”

Ottobre 15th, 2026 Riccardo Fucile

DRAGHI È SPERANZOSO DI UN RITORNO DEL REGNO UNITO IN UE: “È STATA UNA GRANDE PERDITA QUANDO HA LASCIATO L’EUROPA. E PENSO CHE VALGA ANCHE IL CONTRARIO”

La Francia deve cercare in Parlamento la risposta alle tensioni sul suo debito. Per Mario Draghi, la strada passa da un accordo sul risanamento dei conti che dia ai mercati una prospettiva credibile di medio termine.
«La Francia è vittima della sua sregolatezza fiscale che è venuta a coincidere con un periodo in cui i tassi d’interesse sono in rialzo ovunque», ha dichiarato l’ex presidente del Consiglio e della Bce, intervistato in chiusura del New Economy Forum in India, trasmesso da Bloomberg. Una diagnosi severa, accompagnata da una ricetta precisa: «La cosa ideale da fare sarebbe accordarsi su un sentiero di restrizione del bilancio nel medio termine».
«Penso che la Francia debba fare questo e che è questo che vedremo nel corso dei prossimi giorni durante la discussione parlamentare», ha aggiunto Draghi. Il punto è trovare un’intesa capace di sostenere un percorso di correzione dei conti, mentre l’aumento dei tassi rende più oneroso finanziare il debito.
L’indicazione sposta il baricentro della risposta dalle banche centrali alla politica fiscale: la fiducia dipenderà dalla capacità delle istituzioni francesi di concordare impegni e mantenerli nel tempo. Le tensioni sui titoli pubblici rendono questo accordo più urgente, perché il costo del finanziamento incide progressivamente sul margine disponibile per le altre voci di spesa.
Resta aperta la questione di un eventuale intervento della Banca centrale europea attraverso il Transmission Protection Instrument, il Tpi, lo strumento contro le tensioni ingiustificate e disordinate che minacciano la trasmissione della politica monetaria. Per Draghi, nel caso francese «l’asticella è più alta».
A complicare il quadro interviene però la politica. «Lo stesso fatto che la Bce possa o non possa intervenire è diventato un argomento di discussione politica in Francia e questo rende un intervento ancora più complicato», ha avvertito Draghi. L’attesa di un sostegno da Francoforte entra così nel confronto nazionale proprio mentre Parigi deve costruire un consenso sul bilancio.
Dai conti francesi lo sguardo si allarga al futuro dell’Europa. Draghi si è detto «molto speranzoso» che il confronto con il Regno Unito favorisca un riavvicinamento all’Unione: «È stata una grande perdita quando il Regno Unito ha lasciato l’Europa. E penso che valga anche il contrario».
Sull’Ucraina, invece, il giudizio resta legato agli sviluppi diplomatici: «Bisognerà vedere come si svilupperà la discussione sulle garanzie di difesa e sull’adesione all’Unione europea dopo un eventuale accordo di pace». Due nodi dai quali dipenderanno la sicurezza di Kiev e il suo futuro ancoraggio europeo.

(da MilanoFinanza)

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“ANDREA BOCELLI QUI NON LO VOGLIAMO”: IL BOICOTTAGGIO CONTRO IL TENORE IN INDONESIA PER I SUOI LEGAMI CON ISRAELE

Ottobre 15th, 2026 Riccardo Fucile

IL PAESE A MAGGIORANZA MUSULMANA NON DIMENTICA LA SUA PARTECIPAZIONE ALLA RACCOLTA FONDI A FAVORE DELL’ESERCITO ISRAELIANO E IL SUO CONCERTO A TEL AVIV

Andrea Bocelli rischia di vedere saltare le due date indonesiane del suo tour. A chiederlo è il Consiglio degli Ulema (Mui), considerato il massimo organo di studiosi islamici del Paese, che contesta al tenore il sostegno espresso in passato a Israele, giudicato incompatibile con la posizione di una popolazione a maggioranza musulmana e fortemente solidale con la causa palestinese. I live fanno parte del tour mondiale per i trent’anni dell’album Romanza e sono in programma il 31 ottobre al tempio di Borobudur, patrimonio dell’Unesco a Magelang, nella Giava Centrale, e il 3 novembre a Giacarta.
Perché il Mui vuole fermare i concerti di Bocelli
Stando alla ricostruzione dell’Associated Press, il consiglio ha reso nota la sua opposizione lo scorso 10 ottobre. Nel mirino ci sono due episodi: nel 2010 il tenore, oggi 68enne, partecipò a una raccolta fondi a Los Angeles per le Forze di difesa israeliane (Idf), mentre nel 2022 si è esibito in un concerto a Tel Aviv. In una nota il Mui ha spiegato che «dare spazio a una figura che ha finanziato o sostenuto azioni militari legate ad abusi umanitari a Gaza è contrario ai valori della nazione indonesiana e alla guida religiosa del Mui». Non è la prima volta che Bocelli viene contestato per questo motivo: nei giorni scorsi alcuni gruppi pro-Pal hanno chiesto il boicottaggio anche del concerto previsto il 27 novembre nell’antica città di Petra, in Giordania.
Come si sta muovendo il governo indonesiano
Il segretario del ministero del Turismo, Bayu Aji, ha riferito che sono in corso colloqui con il Mui per trovare un punto d’incontro e consentire gli spettacoli. «La posizione del governo è chiara: sosteniamo la Palestina», ha affermato, aggiungendo però che «se il Mui ha già rilasciato una dichiarazione, ci allineeremo certamente alla sua decisione». L’Indonesia è il Paese a maggioranza musulmana più popoloso al mondo e la sua popolazione sostiene in larga parte la nascita di uno stato palestinese. Nel frattempo, in attesa di chiarimenti sulle date, è stata ritirata la raccomandazione di rilasciare il permesso per il concerto al complesso di Borobudur. Sempre secondo AP, finora né Bocelli né gli organizzatori hanno commentato.

(da agenzie)

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