Destra di Popolo.net

SVERGOGNATI E PURE PASTICCIONI.C’È UN ENORME PROBLEMA DI COMPATIBILITÀ NELLA SCELTA DEL GOVERNO MELONI DI AFFIDARE A TRIFONE “NUCCIO” ALTIERI LA PRESIDENZA DELL’AUTORITÀ NAZIONALE ANTICORRUZIONE

Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile

LA LEGGE VIETA ESPRESSAMENTE DI NOMINARE AI VERTICI DELL’ANAC CHI ABBIA RICOPERTO CARICHE DI PARTITO NEI TRE ANNI PRECEDENTI. E ALTIERI, FEDELISSIMO DI SALVINI, DUE ANNI FA È STATO SCELTO COME RESPONSABILE NAZIONALE DEL DIPARTIMENTO DIFESA DELLA LEGA (INCARICO CHE ORA NON RICOPRE PIÙ)… NONOSTANTE TUTTO GIORGIA MELONI RIVENDICA LA SCELTA: “ERA NELLE NOSTRE COMPETENZE FARLO”

C’è un gigantesco problema di compatibilità nella scelta del governo Meloni di affidare a Trifone «Nuccio» Altieri la presidenza dell’Autorità nazionale anticorruzione. E non è soltanto una questione politica, come quella sollevata dalle opposizioni che denunciano l’occupazione degli organismi di controllo da parte della maggioranza.
Una norma che vieta espressamente di nominare ai vertici dell’Anac chi abbia ricoperto cariche di partito nei tre anni precedenti. E Altieri, fedelissimo di Matteo Salvini, appena due anni fa veniva nominato responsabile nazionale del dipartimento Difesa della Lega.
Un incarico che risulta aver mantenuto anche successivamente. E che rischia adesso di rendere incompatibile la sua nomina. Il riferimento è al decreto legislativo 150 del 27 ottobre 2009, articolo 13, comma 3.
La disposizione stabilisce che il presidente e i componenti dell’Autorità non possano essere scelti tra persone che rivestono cariche nei partiti politici o che le abbiano ricoperte nei tre anni precedenti la nomina. E aggiunge un altro principio: non devono avere interessi di qualsiasi natura in conflitto con le funzioni dell’Autorità.
Il 18 settembre 2024 la Lega diffonde un comunicato ufficiale per annunciare la riorganizzazione dei suoi 31 dipartimenti nazionali. Matteo Salvini e Armando Siri riuniscono i responsabili negli uffici del partito alla Camera.
Nell’elenco, accanto ai nomi dei dirigenti incaricati di occuparsi di economia, infrastrutture, giustizia e sicurezza, compare anche quello di Nuccio Altieri: responsabile Difesa. Non un semplice simpatizzante, dunque, ma il titolare di un incarico nell’organizzazione nazionale del partito.
Ancora nel settembre diversi articoli giornalistici segnalavano Altieri come responsabile del dipartimento Difesa della Lega, presente nell’organigramma del partito, alla sua nomina nel consiglio di amministrazione di Leonardo, il colosso pubblico degli armamenti. Oggi il suo nome non compare più nell’organigramma, ma il punto è un altro: anche se avesse lasciato l’incarico, il triennio previsto dalla legge non sarebbe comunque trascorso.
Ciò nonostante, dopo una mattinata di lunghi dibattiti all’interno della maggioranza, Giorgia Meloni ha difeso la scelta. Interpellata oggi durante la visita all’Eicma di Milano, la presidente del Consiglio ha risposto alle domande sulla designazione di Altieri con poche parole: «Cosa devo dire? Perché era nelle nostre competenze farlo». Una rivendicazione delle prerogative del governo che però non risolve la questione. […]
La procedura, del resto, non è conclusa. La designazione dovrà passare attraverso le commissioni parlamentari competenti, chiamate a esprimersi con una maggioranza qualificata dei due terzi, prima della nomina definitiva con decreto del presidente della Repubblica. A questo punto tutt’altro che scontata.

(da agenzie)

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OLTRE AD AVER “PIAZZATO” NUCCIO ALTIERI ALLA PRESIDENZA DELL’AUTORITÀ ANTICORRUZIONE, LA LEGA “INFILA” GIULIO CENTEMERO TRA I COMMISSARI CONSOB, DELL’AUTORITÀ DI VIGILANZA SULLA BORSA E I MERCATI FINANZIARI

Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile

LA DESIGNAZIONE DEL DEPUTATO ED EX TESORIERE DEL CARROCCIO ARRIVA APPENA 23 GIORNI DOPO LA SUA PRESCRIZIONE NEL PROCESSO SULLO STADIO DELLA ROMA A TOR DI VALLE… UN’ALTRA PRESCRIZIONE PER CENTEMERO ERA SCATTATA NELL’AGOSTO 2024, QUANDO LA CASSAZIONE ANNULLÒ LA CONDANNA PER FINANZIAMENTO ILLECITO PER IL CASO DEU 40MILA EURO INCASSATI DALLA SUA ASSOCIAZIONE “PIÙ VOCI”

Nella partita delle nomine ai vertici delle autorità pubbliche Matteo Salvini pianta due bandierine: Giulio Centemero tra i commissari Consob e Nuccio Altieri alla presidenza dell’Autorità anticorruzione. Il Consiglio dei ministri ieri ha indicato Centemero, deputato ed ex tesoriere del Carroccio, a commissario dell’Autorità di vigilanza sulla Borsa e i mercati finanziari in sostituzione di Carlo Comporti, nominato a ottobre presidente dell’Esma, l’Autorità europea sui mercati finanziari.
Centemero, commercialista laureato a Bergamo e con studi alla Bocconi, era capogruppo per la Lega in commissione Finanze a Montecitorio.
La designazione di Centemero arriva appena 23 giorni dopo la sua prescrizione sancita dalla III sezione della Corte d’Appello della Capitale nel processo sullo stadio mai costruito per la As Roma a Tor di Valle.
Un’altra prescrizione di Centemero, decisa dalla Cassazione nell’agosto 2024 per finanziamento illecito, è scattata quando i giudici hanno deciso che le indagini su un versamento da 40mila euro del 2016 da Esselunga all’associazione Più Voci di Centemero, ritenuta “mero schermo” del Carroccio, andavano fatte a Bergamo e non a Milano, annullando la condanna a otto mesi inflitta in primo grado e confermata in Appello all’ex tesoriere della Lega Nord.
Il 20 ottobre, in un post su X, Centemero si era espresso con una sorta di profezia: “L’Italia è ricca di risparmio, ma troppo povera di capitali per la crescita. Orsini (il presidente di Confindustria, ndr) pone una questione giusta: mobilitare investimenti di lungo periodo per scuola e sanità”.
Ma la nomina di Centemero non va a genio alle opposizioni. Angelo Bonelli, deputato Avs e co-portavoce di Europa verde, attacca il governo e definisce la designazione dell’ex tesoriere leghista un fatto di gravità inaudita che viola l’indipendenza della Consob.
L’indicazione di Centemero arriva dopo lunghe trattative. Anche la Lega ad agosto ha approvato la nomina di Guido Stazi, in quota Forza Italia, a presidente della Consob, dopo che a maggio Federico Freni, sottosegretario leghista alle Finanze e candidato per mesi alla stessa poltrona, si era ritirato per il veto espresso da Forza Italia.
Insomma, l’indicazione di Centemero conferma la grande fuga dei parlamentari leghisti, alle prese col fortissimo rischio di un tracollo elettorale del partito di Salvini e dunque di mancata riconferma, verso poltrone sicure e ben remunerate per anni nelle autorità pubbliche.

(da Il Fatto Quotidiano)

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MEDIA SONDAGGI BIDIMEDIA: CAMPO LARGO 44% CENTRODESTRA 42%

Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile

FORZA ITALIA DAVANTI A LEGA E VANNACCI

Fratelli d’Italia resta il primo partito, ma il centrodestra deve fare i conti con una situazione meno semplice di quanto potrebbe sembrare guardando soltanto il risultato di Giorgia Meloni.
Dall’altra parte, il centrosinistra prova a trovare una strada comune, con Pd e Movimento 5 Stelle che continuano a raccogliere una parte importante dei consensi.
Questo è quanto emerge dalla media dei sondaggi realizzata da BiDiMedia, che contiene tutte le rilevazioni delle ultime due settimane: EMG, Bidimedia, Eumetra, Ipsos, Istituto Piepoli, Lab21, Only Numbers, SWG, Termometro Politico, confrontandole con la media delle due settimane precedenti.
La rilevazione restituisce un quadro piuttosto interessante soprattutto se si guarda alle coalizioni: il Campo largo arriva al 44%, mentre il centrodestra, senza Futuro Nazionale di Roberto Vannacci, si ferma al 42%. Se si aggiungesse anche il partito dell’ex generale, però, la situazione cambierebbe.
Fratelli d’Italia resta primo, ma Forza Italia recupera terreno e supera Vannacci
Il partito di Giorgia Meloni si attesta al 26,6%, guadagnando un decimo rispetto alla precedente rilevazione del 20 ottobre. Un dato che fa notare come questa coalizione ed i suoi equilibri tra gli alleati siano tutt’altro che definiti. Il partito di Antonio Tajani, invece, sale al 7,2%, con una crescita di mezzo punto, e torna davanti a Futuro Nazionale. Il partito di Roberto Vannacci perde invece cinque decimi e scende al 6,7%, la stessa percentuale raggiunta da Alleanza Verdi e Sinistra.
Dopo settimane, anzi mesi, in cui il generale sembrava poter mettere seriamente in difficoltà gli equilibri della destra, adesso il suo partito mostra qualche segnale di cedimento. Proprio in queste ore Vannacci è tornato a parlare del rapporto con Giorgia Meloni,durante una intervista a Luca De Carolis per Il Fatto quotidiano: “Si affidi a Futuro nazionale, altrimenti perderà come Donald. Serve un radicale cambio di rotta”, sostenendo inoltre che la premier rischierebbe di pagare il prezzo di un mancato accordo con Futuro Nazionale. Una posizione che racconta bene il problema politico che ha difronte, il suo partito raccoglie consensi, ma resta fuori dalla coalizione di governo e non ha ancora un posto definito nello schieramento.
La Lega, intanto, rimane al 5,4%. Il Carroccio di Matteo Salvini è quindi dietro sia a Forza Italia sia a Futuro Nazionale. Un risultato che conferma le difficoltà nel ritagliarsi uno spazio autonomo all’interno della maggioranza. Noi Moderati è all’1%, mentre Sud Chiama Nord di Cateno De Luca si attesta all’1,3%.
Il centrosinistra al 44%, il Pd resta primo partito della coalizione
Dall’altra parte, il Campo largo si presenta con un risultato complessivo del 44%, due punti sopra il centrodestra tradizionale. A trainare lo schieramento è ancora il Partito Democratico di Elly Schlein, che raggiunge il 20,6%, in crescita di un decimo. Il Pd resta il principale punto di riferimento dell’opposizione e mantiene un vantaggio piuttosto consistente sul secondo partito dell’area.
Il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte è infatti al 12%, una percentuale che lo conferma come secondo protagonista della possibile alleanza progressista. Il rapporto tra i due leader resta uno dei temi centrali nella costruzione del Campo largo, soprattutto perché nei prossimi mesi bisognerà decidere non soltanto su quali temi presentarsi agli elettori, ma anche chi dovrà guidare la coalizione.
Su questo fronte qualcosa si è mosso proprio negli ultimi giorni. Il 30 ottobre Schlein, Conte, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni si sono confrontati per definire le prossime tappe dell’alleanza. L’obiettivo dichiarato è arrivare a un programma comune entro novembre e organizzare le primarie entro febbraio. Insomma, il tentativo è quello di passare dalle discussioni sull’unità a un percorso politico concreto.
Anche Alleanza Verdi e Sinistra si conferma una componente tutt’altro che marginale. La formazione di Bonelli e Fratoianni è al 6,7%, in crescita di un decimo. Più indietro ci sono Casa Riformista-Italia Viva all’1,9%, Avanti-PSI all’1% e + Europa allo 0,8%. Sono percentuali più piccole, ma il loro peso potrebbe diventare importante quando si arriverà a definire il perimetro definitivo dell’alleanza.
Centrodestra e Campo largo, la partita si gioca sulle alleanze
BiDiMedia analizza il confronto tra i due schieramenti. Se si considera il centrodestra nella sua composizione tradizionale, quindi con Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega, Noi Moderati e le altre forze che ne fanno parte, il risultato è del 42%. Il Campo largo, invece, arriva al 44%.
C’è però un elemento che può cambiare la lettura del confronto, Futuro Nazionale. Se si aggiungesse il partito di Vannacci al centrodestra, la coalizione arriverebbe al 48,7%, con un vantaggio di quasi cinque punti sul Campo largo. Al momento Futuro Nazionale resta fuori dal perimetro della maggioranza e proprio le dichiarazioni di Vannacci degli ultimi giorni mostrano quanto il tema sia ancora aperto. A sinistra bisognerà capire se Pd, M5S e alleati riusciranno davvero a presentarsi insieme, mentre a destra resta da sciogliere il nodo dei rapporti con il generale e del suo eventuale ingresso nella coalizione.

(da Fanpage)

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CON LO STOP AI CERTIFICATI MEDICI PER I MIGRANTI NEI CPR, IL GOVERNO VUOLE SOLO ELIMINARE GLI ULTIMI TESTIMONI SCOMODI

Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile

CANCELLATO L’OBBLIGO DEL CERTIFICATO ASL PRIMA DELL’INGRESSO NEI LAGER DEI CPR… UN DISEGNO POLITICO CHE SANCISCE LA RECLUSIONE SENZA REATO, SOSPENDENDO I PRINCIPI COSTITUZIONALI SUI CORPI DI CHI NON PUO’ DIFENDERSI

I Centri di permanenza per i rimpatri funzionano a una sola condizione: che nessuno possa guardarci dentro, descriverne le condizioni cliniche o certificarne l’incompatibilità con la vita. È lì che finiscono le persone che lo Stato decide di sottrarre allo sguardo pubblico, spingendole oltre il confine della tutela ordinaria, dove la legge arretra e la custodia si fa sopraffazione.
La privatizzazione del controllo
La direttiva con cui Matteo Piantedosi cancella il certificato delle Asl per l’ingresso nei centri risponde esattamente a questa logica: per compiere un arbitrio senza doverne rispondere basta privatizzarne l’esecuzione. Eliminare il vaglio sanitario pubblico prima della reclusione toglie di mezzo l’unico sguardo indipendente capace di attestare che una patologia psichiatrica, un’infezione o una fragilità pregressa sono incompatibili con la cattività. Il Viminale sposta la diagnosi a cose fatte, ventiquattr’ore dopo l’ingresso, affidandola a medici stipendiati dallo stesso ente privato che gestisce la struttura e trae profitto dall’appalto. Controllore e controllato finiscono così sullo stesso libro paga, e il giudice chiamato a convalidare il trattenimento si troverà a decidere sulla base di perizie firmate da chi ha un interesse economico diretto a non lasciare vuoto quel posto letto.
I lager chimici a porte chiuse
Il lavoro documentale condotto dal collega Antonio Musella nell’ultima inchiesta sui CPR per Fanpage.it squarcia qualsiasi alibi consolatorio. I CPR italiani non somigliano a sale d’attesa per rimpatri che non avvengono quasi mai; somigliano a discariche chimiche di esseri umani. Si entra sani sulla carta per ritrovarsi sedati a forza, storditi da una somministrazione massiccia di psicofarmaci usati come manganello biochimico, unico strumento capace di tenere a bada la disperazione e la claustrofobia. I diciannove morti registrati nell’ultimo decennio, le overdose da metadone prescritto a chi non aveva alcuna dipendenza, i suicidi nelle celle di isolamento raccontano una quotidianità concentrazionaria. Non a caso vengono chiamati lager, e non a caso a chi fa informazione viene sistematicamente sbarrato l’ingresso: le telecamere non possono entrare, i taccuini restano fuori dai cancelli, persino le visite ispettive dei parlamentari vengono ostacolate o ridotte a percorsi guidati, perché l’unica condizione che consente a questo orrore di sopravvivere è rimanere invisibile.
La colpa senza reato
In fondo le parole del ministro non fanno che confermare tutto questo. Quando Piantedosi difende a Napoli le fascette ai polsi per chi finisce sulla nave verso l’Albania, o quando dal palco del Foglio dice apertamente che i CPR servono a “sanzionare l’irregolarità” e “contenere la pericolosità”, sta solo rendendo esplicito il vero intento. Tratta un’infrazione amministrativa come se fosse un delitto, chiudendo le persone in una cella fino a un anno e mezzo senza che abbiano commesso alcun reato. E sì, vale la pena ribadirlo punto per punto a chi fa finta di non capire: la semplice irregolarità sul territorio non prevede alcuna pena detentiva nell’ordinamento italiano. Nei CPR non ci sono condanne da espiare né processi da celebrare; la reclusione è formalmente una misura temporanea per eseguire un rimpatrio, non una pena. Scambiare l’irregolarità burocratica per pericolosità sociale serve solo a far digerire all’opinione pubblica la sospensione dell’articolo 13 della Costituzione per chi non ha i documenti in tasca.
La scenografia del fallimento
I dati, del resto, si incaricano di smentire da soli questa impalcatura: i rimpatri effettivi dai centri continuano a scendere, assestandosi appena attorno al venticinque per cento, a fronte di una spesa pubblica che supera ormai i sedicimila euro per ogni singolo allontanamento. È un congegno che assorbe decine di milioni senza restituire alcuna reale efficacia, logorando chi vi resta rinchiuso e lasciando intatte tutte le questioni di fondo. Finisce così per assomigliare a una pura scenografia della fermezza, un ripiego muscolare di chi, non riuscendo a costruire accordi internazionali e canali governati, sceglie la via più sbrigativa: esercitare il controllo materiale sui corpi che non hanno modo di difendersi.
La scelta di campo
Togliere di mezzo il personale medico del servizio pubblico non risolve alcun problema di ordine pubblico, elimina “semplicemente” gli ultimi testimoni scomodi. Rende il perimetro dei centri impermeabile al controllo democratico e trasforma la tutela della salute da diritto inviolabile della persona a fastidio procedurale da liquidare.
Si può continuare a fingere che sia un mero cavillo burocratico sui protocolli d’ingresso; la verità è che questo Paese sta normalizzando l’esistenza di spazi extraterritoriali in cui la dignità umana viene sospesa per decreto. E questa è chiaramente una scelta di campo: dimostrare che contro certi corpi lo Stato può permettersi qualunque cosa, persino fare a meno dei propri princìpi. Ancora una volta.

(da Fanpage)

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NIENTE SCUDO PER L’EX “ZARINA”: IL PROCESSO A GIUSI BARTOLOZZI VA AVANTI. LA CORTE COSTITUZIONALE HA ACCOLTO SOLO PARZIALMENTE IL CONFLITTO DI ATTRIBUZIONI SOLLEVATO DALLA CAMERA CONTRO I MAGISTRATI DI ROMA IN FAVORE DELL’EX CAPO DI GABINETTO DEL MINISTRO DELLA GIUSTIZIA CARLO NORDIO (ORA CONSIGLIERA GIURIDICA DEL MINISTRO DEGLI AFFARI UE TOMMASO FOTI)

Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile

BARTOLOZZI È IMPUTATA PER FALSE DICHIARAZIONI SUL CASO ALMASRI – L’AULA AVEVA SOSTENUTO CHE BARTOLOZZI AVREBBE DOVUTO USUFRUIRE DELLO STESSO SCUDO CHE SPETTAVA AI MINISTRI. LA CONSULTA HA “ESCLUSO UNA LESIONE DELLE PREROGATIVE DELLA CAMERA IN RELAZIONE ALLA MANCATA RICHIESTA DI AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE NEI CONFRONTI DI BARTOLOZZI…”

Giusi Bartolozzi non si salva, per ora, dal processo sul caso Almasri. La Corte costituzionale ha accolto solo parzialmente il conflitto di attribuzioni sollevato dalla Camera contro i magistrati di Roma in favore dell’ex capo di gabinetto del ministro della Giustizia Carlo Nordio (ora consigliera giuridica del ministro degli Affari Ue Tommaso Foti).
Bartolozzi è imputata nella Capitale (il processo è in fase di udienza preliminare) per aver reso false dichiarazioni al Tribunale dei ministri sulla liberazione del generale libico Osama Almasri, per cui erano indagati Nordio, Giorgia Meloni, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano.
La posizione della premier è stata in seguito archiviata, mentre i due ministri e il sottosegretario hanno evitato il processo grazie alla Camera, che ha negato l’autorizzazione a procedere nei loro confronti.
Successivamente, l’Aula ha sollevato il conflitto contro il Tribunale e la Procura di Roma, sostenendo che l’ex “zarina” avrebbe dovuto essere indagata in concorso con i membri del governo, permettendo anche a lei di usufruire dello scudo parlamentare e – soprattutto – non consentendo ai magistrati di sentirla come testimone con l’obbligo di rispondere e dire la verità (da cui l’accusa di false dichiarazioni).
Nella discussione davanti alla Corte (svolta il 6 ottobre) l’avvocato di Montecitorio Vittorio Manes ha sottolineato in questo senso il “ruolo assolutamente protagonistico” avuto nella vicenda da Bartolozzi, che ha partecipato “in prima persona a tutte le fasi valutative e decisionali”.
La Consulta, comunica l’ufficio stampa, ha però “escluso una lesione delle prerogative della Camera in relazione alla mancata richiesta di autorizzazione a procedere” nei confronti di Bartolozzi, ritenendo soltanto che il Tribunale dei ministri “avrebbe dovuto esplicitare le ragioni per le quali non ha ritenuto di configurare una possibile responsabilità per concorso nei reati attribuiti al ministro”. In sostanza, il processo può andare avanti: i verbali con le false dichiarazioni restano utilizzabili.
I magistrati, però, dovranno spiegare ex post alla Camera perché non hanno considerato concorrente l’ex “zarina”, “in modo da porla in condizioni di eventualmente promuovere” un nuovo conflitto di attribuzioni, nel caso in cui ritenga violate le proprie prerogative. La vicenda, quindi, potrebbe non essere chiusa.
La Corte, riferisce l’ufficio stampa, ha respinto anche l’altra argomentazione della Camera, cioè quella “che sussistesse un obbligo di chiedere un’autorizzazione a procedere nei confronti della dottoressa Bartolozzi per il diverso reato di false dichiarazioni“, in quanto “connesso” a quello contestato a Nordio.
“Non è stata infatti condivisa la tesi della Camera, secondo cui l’obbligo di chiedere l’autorizzazione a procedere si estenderebbe anche ai reati compiuti da un terzo e semplicemente connessi a quelli ministeriali, come – in ipotesi – dichiarazioni false realizzate allo scopo di occultare la responsabilità di un ministro”, si legge nel comunicato.
“La Corte ha, in proposito, sottolineato che la specialità della disciplina dei reati ministeriali, con la connessa garanzia dell’autorizzazione a procedere a tutela dell’azione di governo, esclude una interpretazione estensiva della disciplina dell’autorizzazione stessa. Eventuali esigenze di riservatezza istituzionale su circostanze apprese da persone interrogate dal Tribunale che non rivestano funzioni ministeriali possono essere tutelate, ove ne ricorrano le condizioni di legge, attraverso lo strumento dell’opposizione del segreto di Stato“.

(da Il Fatto Quotidiano)

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HEGSETH HA LE ORE CONTATE: SE NON LO CACCIA TRUMP, SARA’ MESSO IN STATO DI ACCUSA DAL CONGRESSO (E MOLTI REPUBBLICANI NON VEDONO L’ORA DI IMPALLINARLO). IL TYCOON LO DIFENDE PERCHE’ SCARICARLO SIGNIFICHEREBBE ANCHE RINNEGARE LA GUERRA IN IRAN

Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile

MA TRUMP E’ STANCO DEL SUO SEGRETARIO ALLA GUERRA DA QUANDO IN ESTATE A CAMP DAVID, NEL CORSO DI UNA RIUNIONE INFUOCATA, LO ACCUSO’ DI AVERGLI NASCOSTO CHE LA GUERRA ALL’IRAN STESSE CONSUMANDO LE RISERVE MILITARI PIÙ RAPIDAMENTE DEL PREVISTO 

Il segretario alla Difesa Pete Hegseth è diventato un problema. I repubblicani lo hanno scaricato. Il vicepresidente JD Vance, che risultò decisivo per far approvare la sua nomina in un Senato spaccato, ha attribuito la sconfitta elettorale alla guerra, quindi di riflesso a colui che a Washington considerano il “principale venditore” del conflitto, quello che ha convinto il presidente Donald Trump a dare il via all’attacco.
Tutti stanno voltando le spalle a Hegseth, tranne Trump. Ma non per affetto: silurare il ministro della Difesa dopo il tracollo elettorale, sarebbe come rinnegare la guerra. «Ho ricevuto lamentele su di lui, ma non capisco il perché», ha dichiarato il presidente. In realtà Trump sarebbe stanco di lui, da quando in estate a Camp David, nel corso di una riunione infuocata, lo aveva accusato di avergli nascosto il fatto che la guerra all’Iran stesse consumando le riserve militari molto più rapidamente del previsto. Il capo del Pentagono aveva scaricato le responsabilità sul vice, Stephen Feinberg, ma ora potrebbe toccare a lui.
Il segretario alla Difesa è accusato di aver condotto una guerra senza autorizzazione delle Camere e non aver tutelato i civili durante le operazioni militari. Una volta presentata alla Camera, la richiesta di impeachment deve essere portata all’esame dell’aula entro due giorni di lavoro.
Se l’aula approvasse gli articoli, Hegseth verrebbe formalmente messo in stato d’accusa. Per rimuoverlo servirebbe la condanna del Senato, con una maggioranza dei due terzi. Secondo la Cnn, oltre ai democratici, tra i sostenitori dell’impeachment ci sarebbero anche alcuni repubblicani, molti dei quali sconfitti alle elezioni. […] alla fine Trump potrebbe salvare il suo ministro e sacrificare il generale Dan Caine, capo degli Stati maggiori riuniti, oppure l’ammiraglio Brad Cooper, che supervisiona la guerra. In ogni caso il presidente deve decidere in fretta: se Hegseth dovesse restare al suo posto, rischia di venire rimosso dal nuovo Congresso, che si riunisce il 3 gennaio, a maggioranza dem, e che poi avrebbe potere di veto sul sostituto.
Hegseth sembra avere i giorni contati, ma se il Senato rappresenta il suo maggiore incubo, lo stesso Senato potrebbe anche diventare la sua via di fuga. Hegseth potrebbe lasciare il Pentagono e diventare senatore del Tennessee: grazie a una normativa dello Stato dove Hegseth risiede dal 2022, la nuova governatrice Marsha Blackburn lo nominerebbe per occupare il suo seggio, rimasto vacante, fino alle elezioni del 2028

(da “la Repubblica”)

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ZELENSKY SORRIDE PER LA DISFATTA DI TRUMP ALLE MIDTERM. IL RISULTATO DELLE ELEZIONI NEGLI USA È UNA PESSIMA NOTIZIA PER PUTIN

Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile

L’AMBASCIATORE STEFANINI: “NEL GIRO DI DUE MESI ZELENSKY E L’UCRAINA AVRANNO DI NUOVO UN CONGRESSO AMICO A WASHINGTON. NELLE PROSSIME SETTIMANE SARANNO SOTTO PRESSIONE, MILITARE DI PUTIN E DIPLOMATICA DI TRUMP, IL SOSTEGNO EUROPEO È FONDAMENTALE PER AIUTARE KIEV A NON ESSERE SCHIACCIATA IN UNA TENAGLIA RUSSO-AMERICANA. ALTRO PERDENTE È BENJAMIN NETANYAHU”

Due anni fa’ l’America scelse Trump. Per due anni il mondo l’ha o abbracciato o subito; assecondato molto, contrastato poco, ma comunque accettato. Ieri l’America l’ha ripudiato. Politicamente non istituzionalmente:r imane Presidente fino al 20 gennaio del 2029, un’eternità nel disordine internazionale regnante, in buona parte causato dallo stesso Trump.
Azzoppato certo, ma con tutti i notevoli poteri in politica estera e nella sicurezza nazionale riconosciutigli dalla Costituzione – e non è certo nuovo ad allargarseli più dei predecessori. Cosa ne farà? La domanda aleggia da Berlino a Pechino, da Mosca a Bruxelles.
Ieri Donald Trump ha ignorato tutto e si è rifugiato nel decantare il rinnovamento architettonico della Casa Bianca. Nello sbalordimento generale. Non sarà così per sempre. Rimane una presenza internazionale dominante, avendo dietro di sé la massima potenza economica e militare. Sa usarla. Può sempre intimorire con missili o con dazi.
Il risultato delle Midterm cancella la forza di soggezione esercitata sugli altri leader, alleati o avversi. Pochi gli hanno apertamente tenuto testa – Xi Jinping fra i secondi, Mark Carney fra i primi. Ora altri se ne scopriranno capaci.
Donald Trump continuerà ad avere l’ascolto di simpatizzanti come Vladimir Putin o Kim Jong-un, nonché di alleati ideologici come Javier Milei. Con più di una punta di delusione, scoprirà di aver credito solo a termine.
Gli interlocutori si domanderanno infatti due cose: quanto può promettere senza vederselo bloccato dal Congresso; chi viene dopo di lui. Non c’è nulla di peggio che parlare con qualcuno che ti guarda dietro le spalle aspettando di parlare con qualcun’altro.
Ieri, l’America si è risvegliata alla rovescia. Maggioranze in Congresso massicciamente invertite, roccaforti espugnate in Texas e nel Sud, il primo senatore dichiaratamente gay, il primo di culto musulmano – e dichiaratamente socialista. Per l’Europa e per il mondo non c’è rovesciamento. Stesso Presidente, presumibilmente stessa, o analoga, politica estera.
Più mitigata dove il Congresso riesce a mettere dei paletti – su un intervento semi-militare su Cuba? Sulle pretese groenlandesi? Forse più aggressiva dove il Presidente ha mano libera magari con qualche simpatia del pubblico, con l’Iran sul programma nucleare di Teheran o con l’Unione europea, rivale commerciale e approfittatore in sicurezza.
Sul piano internazionale ed europeo si possono fare tre ordini di considerazione. Uno, chi ci guadagna e chi ci perde. Fra i secondi Vladimir, fra primi, Volodymir. Nel giro di due mesi Zelensky e l’Ucraina avranno di nuovo un Congresso amico a Washington. Nelle prossime settimane saranno sotto pressione, militare di Putin e diplomatica di Trump, il sostegno europeo è fondamentale per aiutare Kiev a non essere schiacciata in una tenaglia russo-americana. Altro perdente, Benjamin Netanyahu.
In Israele cominciano i negoziati perla formazione del nuovo governo; l’opposizione ha subito detto che con la nuova maggioranza a Washington bisogna che Bibi si faccia da parte. Cercherà di giocare la carta di riprendere la guerra con l’Iran su cui Trump è in mezzo al guado. Altri vincenti i pasdaran.
Se si negozia hanno una mano più forte, aspettando un Congresso che taglierebbe i fondi perla guerra. È stato eletto per porvi fine. Due, cosa succede con l’Europa che Trump non ama. Può accentuare il confronto sul terreno commerciale – nuovi dazi – e della regolamentazione Ue sulle Big Tech. Si ergerebbe così a paladino degli interessi nazionali e dei posti di lavoro americani.
Bruxelles lo sa e non si attende ammorbidimenti da Washington. La Nato tira invece un respiro di sollievo. Il nuovo Congresso sarà un forte freno agli istinti antiatlantici dell’amministrazione.
Tre, la galassia Mega – le forze politiche europee che si ispirano al trumpismo – vede frantumarsi la potente sponda americana. Prendere le distanze – come ha già abbondantemente fatto Marine Le Pen – o rimanere fedeli?

Stefano Stefanini
per “QN – Quotidiano nazionale”

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GAME OVER PER “BIBI”. IL TRADIMENTO DEGLI ULTRAORTODOSSI DEL PARTITO DELL’EBRAISMO DELLA TORAH UNITA RENDE IMPOSSIBILE PER NETANYAHU CREARE UNA MAGGIORANZA PER UN GOVERNO DI DESTRA. L’OPPOSITORE GADI EISENKOT HA I NUMERI CON L’APPOGGIO DEGLI ARABI, MA IL PRESIDENTE, ISAAC HERZOG, PREFERIREBBE UN GOVERNO DI UNITÀ NAZIONALE

Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile

GLI 8 DEPUTATI DELLA LISTA ARABA UNITA SCONFESSANO LA LOTTA ARMATA DI HAMAS E PROMUOVONO IL BOARD PER GAZA, E CONFERMANO L’APPOGGIO A EISENKOT. FANNO LO STESSO GLI ALTRI TRE PARTITI PALESTINESI, CHE HANNO 11 PARLAMENTARI: “NON CHIEDIAMO MINISTERI, CI BASTA CAMBIARE GOVERNO”. L’OBIETTIVO È FAR FUORI “BIBI”, POI SI VEDRÀ – LO STESSO EISENKOT AFFILA LE LAME: LA PRIMA COSA CHE FARÒ DA PREMIER, CONFIDA, SARÀ UNA COMMISSIONE CHE INDAGHI SUL 7 OTTOBRE E SU NETANYAHU

A un certo punto delle consultazioni per il nuovo governo israeliano, quando dalla residenza brutalista del presidente Isaac Herzog esce la delegazione degli ebrei ultraortodossi ed entra quella dei partiti arabi, proprio davanti alle grandi vetrate dipinte da Reuven Rubin s’infila sorridente e sornione «il Cheshire Cat» della politica mediorientale, come lo chiama la stampa londinese: Tony Blair, che su questi rami s’appollaia sempre, uguale allo Stregatto di Alice nel Paese delle meraviglie.
L’ex premier inglese deve vedere Herzog. E parlargli delle meraviglie del Board of Peace for Gaza.
Ma non è giornata e gli concedono solo qualche minuto di cortesia: gli haredim lituani han detto che non sosterranno più Netanyahu, gli arabi han ripetuto che loro ci stanno solo se non ci sarà Netanyahu e insomma perfino le sette vite del gatto Netanyahu, stavolta, sembrano assottigliarsi.
Bibi è più debole. E se non è una fiaba, Gadi Eisenkot vede già la fine del rivale e il lieto fine per sé. Al secondo round di colloqui coi determinanti partiti minori, sotto gli occhi dei familiari di soldati caduti a Gaza e venuti qui a contestare, le posizioni si fan più chiare. 67 deputati sono pronti a votare Gadi, solo 46 per Bibi.
Il colpo basso è arrivato dai rabbini di Ebraismo della Torah Unito, 7 seggi alla Knesset che rappresentano gli ultraortodossi askenaziti: ieri a Herzog non hanno fatto nomi, e dunque si sono sfilati da un possibile incarico a Bibi.
Una botta dura. Temuta, ma inattesa. Che poche ore dopo ha mandato il premier alle corde con l’uno-due degli arabi. Gli 8 deputati della Lista Araba Unita sconfessano la lotta armata di Hamas e promuovono il Board per Gaza, questo sì, ma poi confermano l’appoggio a Eisenkot. Fanno lo stesso gli altri tre partiti palestinesi, che hanno 11 parlamentari: «Non chiediamo ministeri, ci basta cambiare governo»
E dunque. Baciare il rospo e convincere Eisenkot ad allearsi con gli arabi? O investire nell’usato sicuro dell’unità nazionale, con una staffetta Bibi-Gadi? Herzog sembra preferire quest’ultima ipotesi. Anche se le distanze fra il premier e l’ex generale restano enormi
E altre nubi s’addensano: l’ambasciatore israeliano all’Onu, Danny Danon, va in tv a chiarire che Bibi non c’entra col crollo di Trump, «la decisione d’attaccare l’Iran è stata degli Usa, troppo facile dare la colpa a noi». Lo stesso Eisenkot affila le lame: la prima cosa che farò da premier, confida, sarà una commissione che indaghi sul 7 ottobre e su Netanyahu

(da Corriere della Sera)

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LA COPERTA È CORTA, ANZI CORTISSIMA, IL GOVERNO RINVIA PER L’ENNESIMA VOLTA L’APPROVAZIONE DEL DECRETO BOLLETTE PER PROBLEMI DI COPERTURE. LA RAGIONERIA GENERALE DELLO STATO FRENA SUL TAGLIO DEGLI ONERI DI SISTEMA IN BOLLETTA PER LE AZIENDE GASIVORE, TANTO AUSPICATO DAL CENTRODESTRA

Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile

IN LOMBARDIA VOLANO GLI STRACCI SULLA “MANOVRINA”. I SALVINIANI IMPALLINANO L’ASSESSORE REGIONALE AL WELFARE GUIDO BERTOLASO PERCHÉ AVEVA CHIESTO PER LA SANITÀ LE RISORSE CHE LA LEGA VORREBBE DESTINARE ALLA “NUOVA QUOTA 100”

Come già successo la scorsa settimana l’atteso e controverso decreto Bollette con il tetto al prezzo del gas, quello che dovrebbe tagliare con urgenza i costi dell’energia per imprese e famiglie, entra in Consiglio dei ministri ma non viene approvato, dopo che già era pronta una conferenza stampa per raccontarlo agli italiani.
Il rinvio sarebbe solo fine a lunedì, dice il ministero dell’Ambiente guidato da Gilberto Pichetto Fratin, responsabile del provvedimento, e aggiunge che il testo illustrato ieri è quello «definitivo».
I nodi ancora aperti però sarebbero diversi, e non così semplici da sciogliere. Nel resoconto del Cdm si legge infatti che sarà necessaria una nuova interlocuzione con Bruxelles, e poi un’ulteriore verifica da parte del ministero dell’Economia.
Cosa non quadra ancora? Fonti di governo parlano prima di tutto di un problema contabile di disallineamento tra coperture e spese. Non riguarderebbe il famoso tetto, ma un’altra misura contenuta nel decreto, quella che prevede di tagliare gli oneri di sistema pagati in bolletta dalle industrie gasivore, come cemento, carta, acciaio e vetro.
I ricavi per questo intervento sono stati ottenuti vendendo vecchie riserve di metano accumulate durante la crisi del gas russo, e già versati lo scorso settembre all’ente pubblico che gestisce e distribuisce i vari incentivi energetici.
La misura però scatterebbe il prossimo anno e questo, secondo la Ragioneria dello Stato, provocherebbe un entrata nel 2026 e un aggravio di debito pubblico nel 2027. Non un problema di copertura, ma una discrepanza che andrà sanata garantendo che l’impiego delle risorse avvenga nello stesso anno in cui sono acquisite.
L’osservazione della Ragioneria però non è nuova, anzi era già sul tavolo una settimana fa. E questo, insieme al supplemento di interlocuzione con l’Europa, pare sintomo del fatto che nel decreto ci siano anche altri problemi da risolvere.
La grande indiziata è ancora una volta la misura dal maggiore impatto, cioè il tetto che limiterà a 58,9 euro il prezzo del gas pagato dalle centrali termoelettriche, compensando loro la differenza rispetto a quello di mercato, oggi a 90 euro, in modo da ridurre a cascata il prezzo dell’energia prodotta.
È uno dei detonatori del conflitto esploso tra le società elettriche e il resto della Confindustria, con l’associazione Elettricità Futura che ha prima deciso di uscire da Confindustria Energia e poi attaccato il governo per aver trattato il settore come una cassa da cui attingere: l’impatto del solo decreto Bollette, ha stimato, sarebbe compreso tra i 3,5 e i 4,5 miliardi di euro, che salirebbero tra i 6 e i 7 considerando anche l’incremento Irap contenuto in manovra.
Il problema è sempre lo stesso: chi pagherà il costo dell’intervento? All’inizio si pensava sarebbe stato scaricato a valle nelle bollette degli utenti beneficiari, cioè quelli con tariffe variabili, che avrebbero comunque goduto di un risparmio netto.
Poi però Pichetto ha parlato di una ripartizione tra i consumatori e gli stessi produttori. A quel punto la lobby di settore ha reagito alzando i toni e i tecnici del ministero si sono rimessi al lavoro per trovare un meccanismo meno impattante.
FONTANA PROVA A SOCCORRERE GIORGETTI. I SALVINIANI ALL’ATTACCO DI BERTOLASO
La difesa è tutta politica, con il Federale di oggi all’orizzonte. E visto lo scontento che negli ultimi giorni per la manovra serpeggia nel Carroccio, sul fronte di quota 64 e flat tax: per entrambe, per Matteo Salvini e i suoi, si sarebbe fatto troppo poco.
Nella Lega ancora infuocata in barba al congresso che doveva pacificare, sul banco degli imputati ora si ritrova il titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Per il quale, allora, scende in campo il governatore lombardo Attilio Fontana, da mesi con l’ormai (quasi) ex capogruppo al Senato Massimiliano Romeo in prima linea per chiedere più attenzione al Nord.
«Chi può negare i meriti del ministro Giancarlo Giorgetti, riconosciuto in tutto il mondo come il miglior ministro del governo?», chiede allora il numero uno di Palazzo Lombardia […].
«In questi anni il governo Meloni ha affrontato sfide inusuali, da guerre e fibrillazioni sull’energia alla crisi di Hormuz, trovando risorse adeguate nonostante la pesante eredità del precedente esecutivo. Gli effetti del reddito di cittadinanza e del Superbonus pesano tuttora sui conti: le politiche demagogiche della sinistra hanno scaricato i costi sulle future generazioni», continua allora Fontana.
Per poi ricordare, con un monito abbastanza netto ai compagni di partito, che «nonostante ciò, qualcuno ha lavorato per proteggere il Paese», e il nome e cognome del titolare del Mef è anche superfluo farlo.
«I risultati sono evidenti: debito pubblico in calo di quasi 5 punti, obiettivo europeo del 3 per cento sfiorato per pochi decimali, spread ai minimi storici, successo dei titoli di Stato e crescente fiducia internazionale — rimarca ancora Fontana — . Questo ha permesso di aumentare i fondi per la sanità, pagare le pensioni, sostenere il manifatturiero e tagliare le tasse».
Attenzione, questo non vuol dire che la Lombardia non sia perplessa per alcuni passaggi della manovra: due giorni fa anche il Pirellone ha firmato la richiesta al governo da tutte le Regioni di rivedere le cifre, con alcuni pronti a paventare un ricorso alla Consulta.
Perché «sul tema sanità, l’obiettivo comune di Regioni e governo è mantenere inalterati i livelli di prestazione ai cittadini, in coerenza con la politica economica prudente dell’esecutivo, che ha aumentato gli stanziamenti dopo quindici anni di tagli della sinistra», sempre Fontana.
E che ci siano fibrillazioni lo dimostrano anche le parole dell’assessore al Welfare dello stesso Fontana, Guido Bertolaso, che al numero uno di Palazzo Lombardia è legato da un patto di ferro. «Leggo che qualcuno ha chiesto quattro miliardi per una questione relativa alle pensioni a 64 anni.
Quei quattro miliardi, se fossero destinati alla sanità, credo che sarebbero un gesto apprezzato da tutti i cittadini», Bertolaso dixit. E via un altro putiferio dentro la Lega, «non si possono depredare i pensionati per finanziare la sanità», replica il salviniano doc Emanuele Monti, che siede nell’aula regionale lombarda e del Carroccio è responsabile della sanità.

(da agenzie)

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