Destra di Popolo.net

LA COPERTA È CORTA, ANZI CORTISSIMA, IL GOVERNO RINVIA PER L’ENNESIMA VOLTA L’APPROVAZIONE DEL DECRETO BOLLETTE PER PROBLEMI DI COPERTURE. LA RAGIONERIA GENERALE DELLO STATO FRENA SUL TAGLIO DEGLI ONERI DI SISTEMA IN BOLLETTA PER LE AZIENDE GASIVORE, TANTO AUSPICATO DAL CENTRODESTRA

Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile

IN LOMBARDIA VOLANO GLI STRACCI SULLA “MANOVRINA”. I SALVINIANI IMPALLINANO L’ASSESSORE REGIONALE AL WELFARE GUIDO BERTOLASO PERCHÉ AVEVA CHIESTO PER LA SANITÀ LE RISORSE CHE LA LEGA VORREBBE DESTINARE ALLA “NUOVA QUOTA 100”

Come già successo la scorsa settimana l’atteso e controverso decreto Bollette con il tetto al prezzo del gas, quello che dovrebbe tagliare con urgenza i costi dell’energia per imprese e famiglie, entra in Consiglio dei ministri ma non viene approvato, dopo che già era pronta una conferenza stampa per raccontarlo agli italiani.
Il rinvio sarebbe solo fine a lunedì, dice il ministero dell’Ambiente guidato da Gilberto Pichetto Fratin, responsabile del provvedimento, e aggiunge che il testo illustrato ieri è quello «definitivo».
I nodi ancora aperti però sarebbero diversi, e non così semplici da sciogliere. Nel resoconto del Cdm si legge infatti che sarà necessaria una nuova interlocuzione con Bruxelles, e poi un’ulteriore verifica da parte del ministero dell’Economia.
Cosa non quadra ancora? Fonti di governo parlano prima di tutto di un problema contabile di disallineamento tra coperture e spese. Non riguarderebbe il famoso tetto, ma un’altra misura contenuta nel decreto, quella che prevede di tagliare gli oneri di sistema pagati in bolletta dalle industrie gasivore, come cemento, carta, acciaio e vetro.
I ricavi per questo intervento sono stati ottenuti vendendo vecchie riserve di metano accumulate durante la crisi del gas russo, e già versati lo scorso settembre all’ente pubblico che gestisce e distribuisce i vari incentivi energetici.
La misura però scatterebbe il prossimo anno e questo, secondo la Ragioneria dello Stato, provocherebbe un entrata nel 2026 e un aggravio di debito pubblico nel 2027. Non un problema di copertura, ma una discrepanza che andrà sanata garantendo che l’impiego delle risorse avvenga nello stesso anno in cui sono acquisite.
L’osservazione della Ragioneria però non è nuova, anzi era già sul tavolo una settimana fa. E questo, insieme al supplemento di interlocuzione con l’Europa, pare sintomo del fatto che nel decreto ci siano anche altri problemi da risolvere.
La grande indiziata è ancora una volta la misura dal maggiore impatto, cioè il tetto che limiterà a 58,9 euro il prezzo del gas pagato dalle centrali termoelettriche, compensando loro la differenza rispetto a quello di mercato, oggi a 90 euro, in modo da ridurre a cascata il prezzo dell’energia prodotta.
È uno dei detonatori del conflitto esploso tra le società elettriche e il resto della Confindustria, con l’associazione Elettricità Futura che ha prima deciso di uscire da Confindustria Energia e poi attaccato il governo per aver trattato il settore come una cassa da cui attingere: l’impatto del solo decreto Bollette, ha stimato, sarebbe compreso tra i 3,5 e i 4,5 miliardi di euro, che salirebbero tra i 6 e i 7 considerando anche l’incremento Irap contenuto in manovra.
Il problema è sempre lo stesso: chi pagherà il costo dell’intervento? All’inizio si pensava sarebbe stato scaricato a valle nelle bollette degli utenti beneficiari, cioè quelli con tariffe variabili, che avrebbero comunque goduto di un risparmio netto.
Poi però Pichetto ha parlato di una ripartizione tra i consumatori e gli stessi produttori. A quel punto la lobby di settore ha reagito alzando i toni e i tecnici del ministero si sono rimessi al lavoro per trovare un meccanismo meno impattante.
FONTANA PROVA A SOCCORRERE GIORGETTI. I SALVINIANI ALL’ATTACCO DI BERTOLASO
La difesa è tutta politica, con il Federale di oggi all’orizzonte. E visto lo scontento che negli ultimi giorni per la manovra serpeggia nel Carroccio, sul fronte di quota 64 e flat tax: per entrambe, per Matteo Salvini e i suoi, si sarebbe fatto troppo poco.
Nella Lega ancora infuocata in barba al congresso che doveva pacificare, sul banco degli imputati ora si ritrova il titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti. Per il quale, allora, scende in campo il governatore lombardo Attilio Fontana, da mesi con l’ormai (quasi) ex capogruppo al Senato Massimiliano Romeo in prima linea per chiedere più attenzione al Nord.
«Chi può negare i meriti del ministro Giancarlo Giorgetti, riconosciuto in tutto il mondo come il miglior ministro del governo?», chiede allora il numero uno di Palazzo Lombardia […].
«In questi anni il governo Meloni ha affrontato sfide inusuali, da guerre e fibrillazioni sull’energia alla crisi di Hormuz, trovando risorse adeguate nonostante la pesante eredità del precedente esecutivo. Gli effetti del reddito di cittadinanza e del Superbonus pesano tuttora sui conti: le politiche demagogiche della sinistra hanno scaricato i costi sulle future generazioni», continua allora Fontana.
Per poi ricordare, con un monito abbastanza netto ai compagni di partito, che «nonostante ciò, qualcuno ha lavorato per proteggere il Paese», e il nome e cognome del titolare del Mef è anche superfluo farlo.
«I risultati sono evidenti: debito pubblico in calo di quasi 5 punti, obiettivo europeo del 3 per cento sfiorato per pochi decimali, spread ai minimi storici, successo dei titoli di Stato e crescente fiducia internazionale — rimarca ancora Fontana — . Questo ha permesso di aumentare i fondi per la sanità, pagare le pensioni, sostenere il manifatturiero e tagliare le tasse».
Attenzione, questo non vuol dire che la Lombardia non sia perplessa per alcuni passaggi della manovra: due giorni fa anche il Pirellone ha firmato la richiesta al governo da tutte le Regioni di rivedere le cifre, con alcuni pronti a paventare un ricorso alla Consulta.
Perché «sul tema sanità, l’obiettivo comune di Regioni e governo è mantenere inalterati i livelli di prestazione ai cittadini, in coerenza con la politica economica prudente dell’esecutivo, che ha aumentato gli stanziamenti dopo quindici anni di tagli della sinistra», sempre Fontana.
E che ci siano fibrillazioni lo dimostrano anche le parole dell’assessore al Welfare dello stesso Fontana, Guido Bertolaso, che al numero uno di Palazzo Lombardia è legato da un patto di ferro. «Leggo che qualcuno ha chiesto quattro miliardi per una questione relativa alle pensioni a 64 anni.
Quei quattro miliardi, se fossero destinati alla sanità, credo che sarebbero un gesto apprezzato da tutti i cittadini», Bertolaso dixit. E via un altro putiferio dentro la Lega, «non si possono depredare i pensionati per finanziare la sanità», replica il salviniano doc Emanuele Monti, che siede nell’aula regionale lombarda e del Carroccio è responsabile della sanità.

(da agenzie)

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ANTONIO POLITO: “SE SI GUARDA ALLE DUE PAROLE D’ORDINE CON CUI I DEMOCRATICI HANNO VINTO NEGLI STATI UNITI, SCOPRIREMO CHE SONO LE STESSE CHE HANNO DATO LA VITTORIA A TRUMP DUE ANNI FA: NO AL CAROVITA E ALL’INFLAZIONE, BASTA AVVENTURE MILITARI LONTANO DA CASA. LA DOMANDA DEGLI ELETTORI È RIMASTA PIÙ O MENO LA STESSA, MA HA CERCATO (E TROVATO) RISPOSTE IN UN’OFFERTA POLITICA DI DIVERSO COLORE”

Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile

“QUELLO CHE È CAMBIATO È CHE SI STA STRUTTURANDO UNA NUOVA ‘SINISTRA SOCIALE’, PIÙ ATTENTA ALLE DISUGUAGLIANZE E AL REDDITO”

I repubblicani non prendevano una botta di queste proporzioni dalle elezioni di midterm del 1974, quando si votò tre mesi dopo le dimissioni di Nixon per lo scandalo Watergate.
È vero che tutti i presidenti americani di solito perdono le elezioni a metà mandato; ma così, in queste dimensioni, di rado.
A guardare le cose dall’Europa, viene però qualche dubbio sull’ipotesi di una svolta a sinistra.
Se si guarda alle due parole d’ordine con cui i democratici hanno vinto, scopriremo infatti che sono le stesse che hanno dato la vittoria a Trump due anni fa: no al carovita e all’inflazione, basta avventure militari lontano da casa (soprattutto se perdenti). Se ne deve dunque dedurre che la domanda degli elettori è rimasta più o meno la stessa, ma ha cercato (e trovato) risposte in un’offerta politica di diverso colore.
Molti tra i democratici che hanno vinto possono essere definiti «populisti», seppure di conio diverso rispetto ai Maga: più moderati e rispettosi delle istituzioni repubblicane, ma non meno radicali contro l’establishment. Solo che stavolta è l’altro establishment.
Quello che è cambiato, magari, è che, come a New York, a Londra a Berlino nelle elezioni per il sindaco, si sta strutturando una nuova «sinistra sociale», molto meno interessata ai dilemmi woke e alla cultura gender, e più attenta alle disuguaglianze e al reddito.
Non più dominio incontrastato della destra Maga, il mercato elettorale dei «latinos», dei giovani, dei «forgotten men», i «dimenticati» da una società sempre più diseguale, tecnologica, impersonale, ha trovato dei competitori agguerriti nei democratici.
Se ci fosse davvero una svolta ideale verso sinistra, non si spiegherebbe d’altronde come mai, in base ai dati finora disponibili, in California sia stata bocciata in un referendum la proposta di una patrimoniale del 5% a carico dei super ricchi, presentata dal più di sinistra di tutti, Bernie Sanders. E come mai, all’opposto, in Florida sia passata a furor di popolo una riduzione delle tasse sugli immobili, lanciata dal governatore repubblicano dello Stato.
In ogni caso, vedremo presto se un vento nuovo esiste davvero, e se soffia anche in Europa: oppure se, a fine mese, il partito di estrema destra Vox vincerà le elezioni in Spagna insieme con l’alleato Partito popolare, e nella prossima primavera Marine Le Pen conquisterà l’Eliseo, dopo cinquant’anni di tentativi di famiglia. Può darsi insomma che il voto contro Trump non sia un voto di sinistra. Ma contro Trump.

Antonio Polito
per il “Corriere della Sera”

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STATO MASCHILE: CHE C’E’ DIETRO GLI ALLARMI BOMBA SUGLI AEREI E COSA C’ENTRANO GLI INCEL

Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile

L’IPOTESI DELLA FIRMA USATA DA ALTRI… I CANALI TELEGRAM E GLI 80.000 ISCRITTI IN RUSSIA,,, IL COLLEGAMENTO CON LA WAGNER

Una mail partita dalla Colombia. Intestata a una donna che lavora nell’amministrazione di un’azienda sanitaria. Da lì è arrivata la minaccia ai voli che ha fermato sei aerei in Italia e altri in Europa. A firmarla i «Combattenti dello Stato Maschile», pronti a colpire «il vostro regime femminista».
Ma il sospetto degli investigatori è che la firma possa essere stata utilizzata da altri. Il 19 ottobre scorso la mail che annunciava bombe in alcune scuole italiane e su un volo Ryanair per Gedda era firmata dal «Corpo delle Guardie della Rivoluzione islamica». Le scuole, gli asili, i tribunali, gli ospedali, i centri commerciali. Ieri gli aeroporti. E domani? «Sarà un’escalation», dicono gli investigatori.
Stato Maschile
«Siete tutti complici di un complotto criminale, vogliamo annientarvi per questo», c’era scritto in un italiano approssimativo, nella e-mail arrivata a una dipendente di Aviapartner, una delle tre società di handling che collabora con Aeroporti di Roma, e a una serie di colleghi proprio di Adr. Repubblica fa sapere che sui voli «Helsinki-Italia» e «Dublino-Italia» non c’era nulla. Il collegamento è con «Male State» («Muzhskoye gosudarstvo»), movimento russo estremista, ultranazionalista, razzista, omofobo e misogino fondato da Vladislav Pozdnyakov. Lui è stato condannato per incitamento all’odio contro le donne. La Russia ha dichiarato fuorilegge l’organizzazione nel 2021.
Gli incel
Il collegamento più intuitivo è con gli incel. La parola è un’abbreviazione dell’inglese involuntary celibate (“celibe involontario”). Indica una persona che si trova nell’impossibilità di avere rapporti affettivi o sessuali. Il concetto è nato alla fine degli anni Novanta e con il tempo si è trasformato in una sottocultura quasi esclusivamente maschile e radicata nel web.
La firma usata da altri
Ma il sospetto è che la firma sia stata usata da altri. Oltre a quelle di ottobre, anche la mail che ha fermato un volo Ryanair diretto a Roma era firmata dai «militanti della provincia di Neviansk» (Russia siberiana). Il Corriere spiega che gli allarmi vengono mandati attraverso caselle di posta elettronica hackerate. La pista principale dei falsi allarmi porta alla Russia. Intanto ogni minaccia deve essere considerata credibile: «Non possiamo fare il gioco dell’al lupo, al lupo», spiega un investigatore dell’Antiterrorismo.
Evgheny Prigozhin
La Stampa parla anche di sei canali Telegram e un numero di iscritti tra i 60 e gli 80 mila per i gruppi redivivi di Stato Maschile. Sono diventati feroci sostenitori dell’invasione dell’Ucraina, che salutarono così, sul canale del gruppo: «La vittoria è con noi, gli ucraini sono sotto di noi», «Il cielo è sopra di noi, avanti, fratelli russi». Alcuni dei gestori come Vladimir Ivanov lavoravano con Evgheny Prigozhin, il fondatore del Gruppo Wagner ma anche della troll factory di San Pietroburgo, o collegate a “Tsargrad”, l’impero mediatico dell’oligarca ortodosso (e putiniano) Konstantin Malofeeev.

(da agenzie)

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I MASCHI ALFETTA

Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile

SENTIVAMO LA MANCANZA DEI CAZZARI SOVRANISTI DEI “COMBATTENTI PER LO STATO MASCHILE”

i mancavano i «combattenti per lo Stato maschile» che vogliono annientarci perché il nostro «regime femminista» sta dando troppo spago alle donne. Non bastavano le incognite del clima, della tecnologia e della demografia. Dobbiamo preoccuparci anche di un sedicente gruppuscolo di reazionari al cui confronto Vannacci sembra un attivista del Gay Pride.
Sempre che non recitino una parte, si tratta di persone che considerano Barbablù un progressista e sognano di regnare su un harem di donne sottomesse, nella speranza di trovarne qualcuna che se li fili almeno lì.
Di moderno, purtroppo, hanno solo quella capacità di smanettare sui computer che consente loro di seminare il panico negli aeroporti di mezza Europa, con allarmi-bomba conditi da messaggi inneggianti a un mondo patriarcale che per fortuna non tornerà mai più.
Qualcuno sospetta che siano al soldo di Putin, ma il punto non è nemmeno sapere chi ci sia dietro. Il punto è sapere che cosa ci sia davanti. Come ci attrezzeremo a vivere camminando sul filo dell’allarmismo, tra annunci di attentati e blackout assortiti, circondati da Pierini che urlano continuamente «al lupo» per indurci col tempo ad abbassare le difese, anche quelle emotive, così da farci diventare sempre più cinici e confusi, dunque più malleabili. In attesa di contromisure, qui all’interno del «regime femminista» si cerca comunque di resistere: respinti i «combattenti per lo Stato maschile», ci prepariamo all’imminente urto con i templari.

(da corriere.it)

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ROBERTO VANNACCI A BRUXELLES, QUALI LOBBISTI INCONTRA E COSA FA IN PARLAMENTO

Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile

PRESENTE ALLE SEDUTE MA POCO ATTIVO, HA PRESENTATO IN PROPRIO SOLO 5 CINQUE PROPOSTE IN DUE ANNI

Sono passati oltre due anni dall’elezione di Roberto Vannacci al Parlamento Europeo. All’inizio di febbraio di quest’anno l’ex generale di divisione dell’esercito italiano, ha lasciato la Lega e lanciato il suo partito «Futuro Nazionale» per andare alla conquista del Parlamento italiano alle prossime elezioni del 2027. In questi due anni, come europarlamentare, cosa ha fatto concretamente a Bruxelles?
Presente, ma poco attivo
La presenza di Vannacci in aula al Parlamento europeo è alta. Ha preso parte a 103 sedute plenarie su 104 e 6093 votazioni con appello nominale su 6158 (dato di metà ottobre su mpscore.eu). Ma il lavoro di un parlamentare si misura soprattutto sull’attività che svolge all’interno delle commissioni di cui è membro.
È in queste sedi, infatti, che si prepara il grosso del lavoro legislativo e politico prima di approdare in aula. L’ex generale è membro di quattro commissioni permanenti, due le ha abbandonate il 3 febbraio con l’uscita dalla Lega: quella per gli Affari Esteri (Afet) e quella per l’ambiente, la sanità pubblica e la sicurezza alimentare (Envi).
È invece rimasto membro della commissione Sicurezza e Difesa (Sede), incentrata sulla costruzione di una unione europea di difesa, vigila sulla strategia industriale al fine di creare un mercato unico della difesa, minacce all’integrità territoriale, collaborazione tra Ue e Nato. In due anni ha partecipato solo a 9 riunioni su 24.
Mentre a quella per le libertà civili, giustizia e affari interni (Libe), che si occupa di difesa dello stato di diritto nella Ue, protezione delle minoranze, lotta alle discriminazioni, asilo e migrazione, è andato ancora meno: 7 volte su 28 (mpscore.eu).
L’ex generale ha controfirmato decine di proposte di risoluzione, ma ne ha presentate solo cinque in prima persona (, quattro su cinque a tema migrazioni.
Anche la sua partecipazione attiva ai lavori non è particolarmente elevata: dall’elezione l’ex generale ha controfirmato decine di proposte di risoluzione, ma ne ha presentate solo cinque in prima persona (qui), quattro su cinque a tema migrazioni. La prima, il 23 settembre 2024: chiede all’Unione europea di rivedere gli orientamenti politici in materia migratoria e alla Commissione di presentare un piano d’azione di contrasto. La seconda il 22 novembre è immediatamente successiva all’elezione di Trump, e chiede nuovamente l’abolizione delle politiche migratorie dell’Ue e la ridefinizione delle politiche climatiche in linea con la nuova amministrazione statunitense. Il 12 giugno 2025 chiede alla Commissione di elaborare un piano d’azione per contrastare le infiltrazioni islamiste in Europa. Il 23 settembre propone una risoluzione di condanna degli omicidi della rifugiata ucraina Iryna Zarutska e dell’attivista politico statunitense Charlie Kirk. Infine, il 27 novembre 2025, chiede al Parlamento il divieto di qualsiasi forma di applicazione della sharia nella Ue. Sebbene la sharia non sia nemmeno lontanamente contemplata nelle leggi nazionali e nella Costituzione, esorta gli Stati membri a sciogliere gli organismi di mediazione informale e a confiscare i beni correlati.
Il rapporto con i lobbisti
Il suo rapporto con i lobbisti, che ogni parlamentare europeo ha l’obbligo di rendicontare, è invece decisamente attivo. Ci sono riunioni a cui partecipano solo gli staff dei deputati e altre a cui i deputati vanno personalmente. Si tratta di incontri di varia natura: ragioni istituzionali (perché si è relatore per il proprio gruppo di un progetto di legge), ragioni collegate alle commissioni di cui si è membri e altre liberamente scelte. Su queste ultime abbiamo fatto un confronto tra i capidelegazione, cioè i referenti dei vari partiti italiani all’interno del Parlamento Europeo.
La scheda di Carlo Fidanza (FdI) è aggiornata ad ottobre: su 68 incontri, il 28% non è direttamente attinente alle sue competenze in Parlamento (compagnie assicurative, produttori di armi, aziende farmaceutiche, un circuito di carte di credito). La scheda aggiornata di Nicola Zingaretti (Pd) registra 110 incontri e l’8% fuori dal perimetro delle commissioni di cui è membro (principalmente aziende vinicole italiane). La rendicontazione di Paolo Borchia (Lega) è aggiornata, ma scarna: solo 10 incontri, di cui uno fuori perimetro con una società di consulenza per le relazioni pubbliche. Idem per Fulvio Martusciello (Forza Italia): solo 4, tutte attinenti alle commissioni di cui fa parte, ma l’aggiornamento è fermo a marzo e, soprattutto, è finito nell’inchiesta della magistratura belga sulle presunte attività di lobbying illecite dell’azienda cinese Huawei nelle istituzioni europee, e il Parlamento gli ha revocato l’immunità. Pasquale Tridico (M5S) ha registrato 74 incontri fino a luglio, il 9% fuori dall’ambito diretto.
Vannacci dichiara 37 incontri, al netto di quelli a cui ha partecipato come relatore ombra, di cui il 54% fuori dall’ambito diretto delle commissioni di cui fa parte
Vannacci dichiara 37 incontri, al netto di quelli a cui ha partecipato come relatore ombra, di cui il 54% fuori dall’ambito diretto delle commissioni di cui fa parte: Federacciai (10/9/24), Terna (18/9/2024), Assomela (30/1/2025), Assarmatori (25/3/2025), Enel (20/9/2025), Manifattura Sigaro Toscano (25/11/25). È chiaro che le competenze di un parlamentare europeo sono ampie e può incontrare qualunque portatore di interessi, purché lo dichiari. Ma come facciamo a essere sicuri che poi agisca liberamente e non seguendo le indicazioni dei lobbisti? La certezza non c’è, perché non ci sono resoconti degli incontri, ma si può provare a ricostruire a ritroso, andando a vedere le interrogazioni: lo strumento, scritto o orale, che i deputati usano per fare pressioni sulla Commissione su fatti specifici.
L’intreccio tra attività, lobbisti, finanziatori
Fidanza ha presentato 9 interrogazioni, da solo o come primo firmatario. Nessuna queste appare collegata agli incontri che ha avuto. Lo stesse vale per Zingaretti, che ne ha presentate 11. Tra le 18 di Tridico ce n’è una anti-lobbista: quella di richiesta di maggiore tassazione delle grandi piattaforme digitali. Le 11 di Martusciello non sembrano collegate allo scarno resoconto dei suoi incontri, ma il capodelegazione di Forza Italia è accusato dalla magistratura belga di far parte di un gruppo di 15 deputati che, dietro regali di modesto valore (smartphone, devices e biglietti per partite di calcio) o trasferimenti di alcune migliaia di euro, avrebbero favorito l’azienda cinese Huawei.
Borchia ne ha presentate 28, di cui due a favore di una filiera, con le quali contesta le sanzioni dell’Autorità italiana della Concorrenza a numerose imprese che operano nel nostro Paese nel settore della ghisa, e contro l’aumento delle accise sui prodotti contenenti nicotina.
Vannacci ne presenta 18 come primo o unico firmatario e ne controfirma altre 41. Ed è riscontrabile una certa continuità tra la sua attività politica, i suoi incontri con i lobbisti e i finanziatori di Futuro Nazionale.
Le interrogazioni di Vannacci
Vannacci ha incontrato tre volte Fuels Europe (18/9/24, 27/11/24 e 17/6/26), l’associazione di multinazionali del petrolio e del gas tra cui membri c’è la russa Lukoil che, nonostante le sanzioni, continua in parte a operare in Europa nel settore lubrificanti con impianti di miscelazione in Finlandia, Austria e Romania; e carburanti con impianti di raffinazione e reti di stazioni di servizio in Bulgaria, Romania, Serbia, Croazia, Paesi Bassi. Ebbene, il 31 ottobre 2024 critica la risoluzione del Parlamento di sospendere il memorandum d’intesa con l’Azerbaigian per il raddoppio della fornitura del gas se continua la repressione contro giornalisti e oppositori politici (qui); il 22 gennaio 2025 attacca la Commissione chiedendo conferma dell’esistenza di contratti e finanziamenti destinati a gruppi ambientalisti a favore del Green Deal (qui); l’11 settembre 2025 chiede alla Commissione come valuta il fatto che l’Ucraina acquisti gas russo con finanziamenti europei, mentre viene chiesto agli Stati membri di non acquistarlo (qui); il 16 dicembre 2025 attacca il piano di transizione ecologica REPowerEU perché ha «puntato principalmente sull’abbandono delle forniture russe, senza però garantire un adeguato rafforzamento della capacità interna» (qui).
Il 17 luglio 2024 il suo staff incontra l’associazione dei costruttori europei di automobili, di cui fa parte Stellantis. Il 12 novembre 2024 Vannacci firma con altri un’interrogazione che parte dalle dichiarazioni di Stellantis e finisce col chiedere la riduzione delle sanzioni previste per i costruttori sulle quote tra vetture elettriche ed endotermiche prodotte (qui).
Il 20 febbraio 2025 incontra l’Unic, l’associazione delle concerie italiane, per gli impatti del regolamento Ue (115/2023) sulla riduzione della deforestazione e le emissioni di gas serra, e il 21 maggio presenta un’interrogazione per chiedere la revisione del regolamento stesso (qui).
Il 30 aprile 2025 incontra Federchimica sulle priorità del sistema dell’industria chimica (rientra nella tematica che riguarda la Commissione di cui in quel momento fa ancora parte) e il 29 gennaio 2026 firma, insieme ad altri, una risoluzione che mette in dubbio l’affidabilità scientifica su cui si basa il quadro normativo UE in materia di microplastiche e il loro effetto sulla salute umana (qui). Il 26 febbraio 2026 incontra Confimpresaitalia, di cui fanno parte anche i balneari, e il 27 luglio 2026 chiede alla Commissione l’immediata archiviazione della procedura d’infrazione aperta contro l’Italia per il non rispetto della normativa europea sulle Concessioni balneari (qui).
Dal mondo industriale, d’altronde, arrivano diversi finanziamenti a Futuro Nazionale. In sette mesi, dal 5 marzo di quest’anno a inizio ottobre, il partito ha raccolto 567.786 euro tra donazioni, servizi, comodati e altri contributi: il 64%, cioè 366 mila euro, arriva dal mondo delle imprese. Immobiliari, alimentari, edilizie e soprattutto petrolifere

Domenico Affinito e Milena Gabanelli
(da corriere.it)

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IL MARANZA BIANCO E BIONDO

Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile

IL RIPUDIO DI TRUMP DA PARTE DEI SOVRANISTI NOSTRANI CHE HANNO MANDATO AVANTI IL BULLO DEL GRUPPO, IL MARANZA DEI MILIARDARI E ORA CHE E’ TORNATO LACERO E PESTO SI RICHIAMANO ALLA DEMOCRAZIA LIBERALE

È piuttosto divertente il ripudio di Trump da parte di noti trumpisti, anche nostrani, che d’improvviso, come per incanto, si richiamano ai valori della democrazia liberale.
È come se avessero mandato avanti quello manesco, il bullo del gruppo, il maranza dei miliardari (bianco e biondo, così sono i maranza ricchi). E vedendolo tornare a casa lacero e pesto, per darsi un contegno scuotono la testa: benedetto figliolo, non te l’avevamo detto che non è questa la maniera di fare politica?
No, non glielo avevate detto. Esattamente al contrario, vi eravate messi in testa il cappellino Maga, o indossato la tshirt “Dio Patria Famiglia”. E ci avevate spiegato, a noi mediocri benpensanti dem, che l’aggressività, le intimidazioni, gli insulti, la prevaricazione, sono solo una maniera schietta, non ipocrita, di fare politica. Che il popolo non è fatto per le smancerie e i minuetti, il popolo parla dritto e parla chiaro. Che non è razzismo, braccare gli immigrati come prede da snidare: è ordine pubblico. È autodifesa.
E quell’omone volgare che, appena insediato, disse «fanno tutti la fila per baciarmi il culo», lo avete applaudito e lo avete raccontato, sui vostri giornali diretti e schietti, come il campione della Nuova Politica, quella che non sa cosa farsene delle bellurie della democrazia e delle fisime dei radical chic.
Beh, ce ne fosse uno, dei trumpisti italiani, che rivendica di averlo applaudito, e aggiunge di essere dispiaciuto della sua sconfitta. E ce ne fosse uno, dei repubblicani americani che lo hanno blandito e subìto per puro codismo nei confronti del vincente, che adesso, da perdente, ha il buon gusto di difenderlo.

(da Repubblica)

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“RUBIO VALUTA LE DIMISSIONI PER PRENDERE LE DISTANZE DA TRUMP E CANDIDARSI PER LE PRESIDENZIALI

Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile

L’INDISCREZIONE DEL QUOTIDIANO BRITANNICO THE INDIPENDENT CHE CITA FONTI INTERNE AI REPUBBLICANI

La valanga delle midterm ha fatto emergere le crepe tra i repubblicani. L’apparente e formale compattezza prima del voto ha già lasciato spazio alle rese dei conti e alle strategie individuali, tenendo bene in vista la prossima scadenza elettorale. Mancano due anni al 2028, anno in cui Trump lascerà la Casa Bianca. La corsa per la successione è già iniziata. E, secondo quanto scrive il quotidiano, il primo a volere prendere le distanze dal presidente in vista della corsa è il segretario di Stato Marco Rubio. “Ha senso per lui lasciare l’amministrazione – scrive il quotidiano citando alcune fonti, e precisando che già prima dell’esito del voto Rubio non escludeva un passo indietro. – È uno dei papabili candidati alla Casa Bianca e non può correre se è segretario di stato e se è legato a un’amministrazione che potrebbe danneggiare le prospettive”.
Secondo The Independent, già prima dei risultati delle elezioni di midterm fonti di alto livello dei repubblicani negli Usa e figure di spicco del governo britannico avevano riferito al giornale che Rubio avrebbe potuto lasciare il suo incarico di alto livello nell’amministrazione del presidente Usa Donald Trump. Le fonti hanno rafforzato questa previsione dopo che le elezioni di medio termine hanno emesso un verdetto schiacciante sulla presidenza Trump, con i democratici che hanno conquistato roccaforti repubblicane come il Kansas e il Texas. Un insider di Washington citato dal giornale britannico ha dichiarato che Rubio deve “prendere le distanze dalla guerra contro l’Iran e attribuirne la responsabilità a Trump”. “È del tutto logico che si dimetta e lasci l’amministrazione”, ha detto l’alleato di Rubio.
Intanto a Washington, l’attenzione si concentra su chi potrebbe emergere all’interno dell’amministrazione Trump all’indomani della pesante sconfitta subita dai Repubblicani alle midterm. Un nome continua a ricorrere: quello di Sergio Gor, ambasciatore degli Stati Uniti in India. A scriverlo è il Washington Sun citando dieci persone a conoscenza delle dinamiche interne, secondo le quali Gor – già stretto collaboratore di Trump alla Casa Bianca e suo fedelissimo – sta preparando il terreno per un importante avanzamento di carriera in seguito al voto di metà mandato. Grazie ai suoi solidi contatti e all’accesso diretto a Trump, Gor ha assunto un ruolo sempre più rilevante in incontri di alto livello ed è considerato una figura chiave nei rapporti tra Washington e gran parte dell’Asia, nonché un confidente del Segretario di Stato Marco Rubio. Negli ambienti vicini a Trump, il nome di Gor circola ora come possibile candidato a posizioni di vertice per la seconda metà del mandato presidenziale.
Secondo alcune fonti, il nome di Gor è stato fatto in relazione a diversi incarichi di grande peso, tra cui quello di capo di gabinetto della Casa Bianca o di successore di Rubio alla guida del Dipartimento di Stato. Al momento, né Rubio né l’attuale capo dello staff della Casa Bianca, Susie Wiles, hanno manifestato pubblicamente l’intenzione di lasciare l’amministrazione. Ciononostante, negli ambienti del Dipartimento di Stato e in quelli politici repubblicani, c’è chi ipotizza che Rubio possa abbandonare l’esecutivo per prepararsi a una futura candidatura alla presidenza, nel 2028 o nel 2032. Anche la posizione di Susie Wiles è considerata, nell’orbita di Trump, come potenzialmente a rischio. Alcune fonti suggeriscono che Gor potrebbe essere interessato anche a un diverso tipo di promozione all’interno del Dipartimento di Stato, come ad esempio subentrare al vice segretario Chris Landau. Al momento, Gor ha tuttavia smentito di essere interessato a un altro incarico, affermando di non aver mai discusso con nessuno la possibilità di ricoprire un ruolo diverso: “Questa storia è una colossale sciocchezza”, ha dichiarato Gor a The Washington Sun, definendo Rubio “insostituibile” e sottolineando di “non avere alcun interesse per altri incarichi”.

(da Il fatto Quotidiano)

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SOLO IL 22% DEI GIOVANI BRITANNICI E’ DISPOSTO A IMBRACCIARE LE ARMI PER DIFENDERE IL PROPRIO PAESE

Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile

TRA GLI OVER 55 LA PERCENTUALE SALE AL 45%

I giovani britannici sono ben poco disposti a imbracciare le armi per il proprio Paese in caso di guerra, nonostante i tanti appelli da parte del governo e dei vertici delle forze armate per prepararsi a un eventuale conflitto.
Solo il 22% degli under 35 nel Regno Unito considera importante essere pronto “a servire nelle forze armate in caso di necessità”, contro il 43% degli over 55. È quanto emerge dall’ultima edizione del British Social Attitudes Survey (Bsa), una vasta indagine sugli orientamenti sociali e politici, condotta ogni anno dal 1983.
L’autrice del rapporto, Sophia Gaston, ha affermato che i risultati sono “preoccupanti” per l’esecutivo laburista di Andy Burnham, che anche di recente aveva invitato la popolazione alla prontezza davanti alla prospettiva di una guerra, di eventi naturali estremi o di attacchi informatici.
Gaston ha indicato tra le possibili cause un minore senso di appartenenza nazionale dei più giovani.
Il sondaggio contiene anche le indicazioni su tutta la popolazione britannica senza distinzione d’età rispetto ai Paesi che vengono percepiti come una minaccia per la stabilità a livello globale: l’89% ha indicato la Russia, il 78% Israele, seguito dall’Iran (75%) e dalla Cina (62%). Intanto la quota di chi considera gli Stati Uniti come una seria minaccia internazionale è più che raddoppiata, dal 36% del 2024, quando c’era Joe Biden alla Casa Bianca, fino al 74% della primavera di quest’anno con la presidenza di Donald Trump.

(da agenzie)

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LA BATOSTA ELETTORALE DEL “GOP” HA MANDATO NEL PANICO IL CREMLINO, CHE SPERAVA IN UNA VITTORIA DEI TRUMPIANI PER COSTRINGERE KIEV ALLA RESA E MAGARI OTTENERE PERSINO L’USCITA DEGLI STATI UNITI DALLA NATO

Novembre 6th, 2026 Riccardo Fucile

IL MEGAFONO DI PUTIN VLADIMIR SOLOVYOV, CHE CHIAMAVA AFFETTUOSAMENTE IL TYCOON “IL NOSTRO TRUMP” O “TRUMPUSHKA”, ERA DISPERATO PER LA VITTORIA DEI DEM: “TRUMP HA PERSO TUTTO. DOVREBBE PREGARE DI NON ESSERE SOTTOPOSTO A IMPEACHMENT”

La disfatta di Donald Trump alle elezioni di metà mandato getta nello sconforto i propagandisti del Cremlino, che fino all’ultimo avevano sperato in una vittoria dei repubblicani. L’ondata democratica che ha travolto gli Stati Uniti, consegnando all’opposizione il controllo di entrambe le Camere del Congresso, ha colto completamente di sorpresa i commentatori della televisione di Stato russa, abituati a chiamare affettuosamente il presidente americano «il nostro Trump» o «Trumpushka».
I propagandisti di Mosca erano convinti che i repubblicani avrebbero potuto perdere la Camera, ma non il Senato. Speravano soprattutto che una vittoria di Trump gli consentisse di imporre la capitolazione dell’Ucraina, favorire gli interessi russi e magari arrivare persino a ritirare gli Stati Uniti dalla Nato.
A esprimere tutta la delusione è stato Vladimir Solovyov, uno dei più influenti conduttori della propaganda televisiva russa. Durante la trasmissione radiofonica Full Contact, mercoledì, è apparso incredulo davanti ai risultati: «La notte di Trump è stata molto peggiore della mia. Trump ha ammesso la sconfitta, che non può essere definita altrimenti che clamorosa e devastante. È una disfatta totale». Poi ha rincarato la dose: «Per Trump è stata una notte terribile. Ha perso tutto. Ha perso ogni cosa».
A sconvolgerlo è stato soprattutto il risultato del Texas, dove il democratico James Talarico ha sconfitto Ken Paxton, il candidato sostenuto dal presidente. «È incredibilmente doloroso per Trump, oltre ogni immaginazione. L’onda blu lo ha travolto», ha commentato Solovyov, aggiungendo un avvertimento: «Trump dovrebbe pregare di non essere sottoposto a impeachment».
Il propagandista ha espresso anche il timore che il presidente americano possa fare marcia indietro sull’accordo per il diesel russo, sul quale Mosca aveva riposto grandi aspettative. «La mia speranza che il vecchietto riuscisse a rimettere insieme i pezzi non ha portato a nulla. Il vecchietto non ce l’ha fatta», ha ammesso, riferendosi a Trump.
Ma la preoccupazione maggiore riguarda la guerra in Ucraina. Con un Congresso controllato dai democratici, secondo Solovyov, Trump potrebbe essere costretto ad abbandonare la linea accomodante nei confronti di Putin, aprendo la strada a un’ulteriore escalation del conflitto. Il conduttore è arrivato a evocare uno scenario apocalittico: «Questa guerra durerà a lungo. Ci sono soltanto due possibili conclusioni: o vinciamo noi, oppure il mondo intero sarà ridotto in cenere».
Solovyov ha poi cercato di attribuire parte della responsabilità della sconfitta repubblicana a Volodymyr Zelensky, sostenendo che gli attacchi ucraini alle raffinerie russe avrebbero contribuito a far aumentare il prezzo dei carburanti negli Stati Uniti. Una ricostruzione avanzata dal propagandista, che ha accusato il presidente ucraino di essersi vendicato dell’umiliazione subita nello Studio Ovale.
«Riuscite a immaginare quanto stia festeggiando Zelensky? Si è vendicato di Trump e ha vinto. Zelensky ha sconfitto Trump, gli ha restituito il colpo. Quella falena verde sta festeggiando», ha dichiarato.
Secondo Solovyov, Trump avrebbe commesso un errore decisivo anche con la guerra contro l’Iran, sottovalutandone le conseguenze sui prezzi della benzina e, quindi, sul consenso elettorale. «I democratici si sono divorati Trump. Ha commesso un errore colossale con l’Iran, senza considerare quanto avrebbe fatto aumentare il prezzo alla pompa. Se fosse riuscito a ottenere successi in Iran e Venezuela e a costruire un’amicizia con noi, facendo crollare i prezzi dei carburanti, avrebbe vinto. È l’economia, stupido».
Il conduttore ha ironizzato anche sui risultati concreti delle operazioni americane: «Trump ha cercato di tirare fuori il coniglio dal cilindro e ha fallito per una ragione molto semplice: il coniglio non c’era. Con il Venezuela, dov’è il suo petrolio? Con l’Iran, che cosa è successo ai prezzi della benzina?».
Per Solovyov, il presidente americano avrebbe potuto evitare la disfatta soltanto ottenendo vittorie internazionali indiscutibili, compresa una riconciliazione con Mosca che passasse attraverso una punizione dell’Ucraina e dell’Europa. «Trump ha sopravvalutato se stesso. Non sa giocare di squadra», ha osservato, accusandolo anche di aver danneggiato i candidati repubblicani insistendo perché gli elettori considerassero le elezioni di metà mandato come un referendum sulla sua presidenza.
Infine, Solovyov si è interrogato sulle conseguenze della sconfitta per Elon Musk, del quale in passato aveva addirittura ipotizzato un trasferimento in Russia. La conclusione è stata impietosa: «È stata una campagna elettorale nella quale le spese più folli hanno prodotto i risultati più miseri».

(da agenzie)

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