Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile
IL PROVVEDIMENTO CHE INTRODUCE IL TETTO DEL 30% PER GLI ALUNNI STRANIERI NELLE CLASSI, APPROVATO CINQUE GIORNI FA IN CONSIGLIO DEI MINISTRI, HA BISOGNO DI 200 MILIONI DI EURO PER FINANZIARE LE MISURE CARE ALLA DUCETTA… NELLA FOGA DI INSEGUIRE VANNACCI NELLA “CACCIA” ALLO STRANIERO ANCHE TRA I BAMBINI, A PALAZZO CHIGI NON HANNO FATTO BENE I CONTI
A cinque giorni dall’approvazione in Consiglio dei ministri, il decreto Scuola che introduce
un tetto del 30% di stranieri nelle classi (con diverse deroghe) e il divieto di burqa negli istituti non è ancora arrivato al Quirinale per la firma del provvedimento.
Poi, una volta visionato il testo definitivo dagli uffici giuridici della presidenza della Repubblica, il testo dovrà essere firmato da Sergio Mattarella e pubblicato in Gazzetta ufficiale.
Il decreto di 13 articoli è fermo alla Ragioneria Generale dello Stato che ne sta vagliando le coperture economiche: in tutto il decreto stanzia circa 200 milioni da qui ai prossimi tre anni e il ministero dell’Economia deve “bollinare” entrate e uscite prima di mandarlo al Quirinale.
Il decreto prevede stanziamenti in diversi articoli: si va dai 70 milioni per l’orientamento e contro la dispersione scolastica ai 14 per la retribuzione dei dirigenti e per la digitalizzazione dei servizi scolastici, passando per i 17 milioni nei prossimi due anni per i corsi di italiano che devono svolgere gli studenti che eccedono il limite del 30% nelle classi fino a 6 milioni per l’educazione contro la violenza di genere.
Una ventina di milioni invece vengono stanziati per i libri scolastici gratuiti o parzialmente gratuiti. Spese che devono essere “coperte” con altre entrate.
Non è chiaro se ci siano intoppi o mancate coperture nel testo licenziato dal Consiglio dei ministri. Fonti di governo spiegano che la tempistica è la stessa di tutti i decreti: essendo stato licenziato giovedì dal Consiglio dei ministri e con il weekend di mezzo, i tempi sono “pienamente rispettati”.
Una volta che sarà arrivato al Quirinale non ci vorrà molto per essere pubblicato in Gazzetta ufficiale e diventare effettivo: gli uffici del Colle hanno già fatto un lungo lavoro di limatura di alcune norme e dei provvedimenti più contestati.
Questo dopo lo scontro istituzionale proprio tra la presidente del Consiglio e il presidente della Repubblica alla vigilia dell’approvazione del decreto.
Prima Mattarella aveva parlato di una scuola “inclusiva”, “aperta a tutti” che aiuta “a non creare ghetti”, il giorno dopo Meloni gli aveva risposto da Bruno Vespa ricordando la circolare del 1990, quando Mattarella era ministro dell’Istruzione, in cui indicava alle scuole un tetto agli studenti stranieri.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile
IL PRINCIPALE SOSPETTATO È STATO ARRESTATO DALLA POLIZIA NEL SUO DOMICILIO, SITUATO “NEI PRESSI” DELLA CHIESA
Gesù bruciato sulla croce e svastiche sull’altare: questo è ciò che i fedeli hanno visto in una chiesa della Turingia, regione della Germania centro-orientale. Come riporta la Bild, pochi giorni fa la comunità parrocchiale ha reso nota l’entità dei danni di un attacco ai danni della chiesa coinvolta.
“Nelle prime ore del mattino dell’11 settembre si è verificato un grave incidente nella chiesa di Lucka (Turingia). In tale occasione, parte dell’arredo sacro ha subito danni ingenti”, si legge nel comunicato. Il principale sospettato è stato arrestato dalla polizia nel suo domicilio, situato nei pressi della chiesa.
“Abbiamo avviato un’indagine per incendio doloso particolarmente grave”, ha confermato la portavoce della polizia. L’incendio sarebbe avvenuto tra le 00:00 e le 00:45 stando al giornale; alcuni vicini hanno poi notato il bagliore delle fiamme attraverso le finestre della chiesa
(da agenzie)
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Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile
ORA CI SARA’ L’APPELLO PER IL CAPO DI IMPUTAZIONE DI OMICIDIO… LA PARTITA E’ COMPLESSA
La sentenza della Corte d’Assise di Roma ha segnato uno snodo decisivo nella vicenda di
Giulio Regeni: dieci anni di reclusione per tre agenti dei servizi di sicurezza egiziani accusati di sequestro e torture, e l’assoluzione per il quarto imputato. Un verdetto necessario, che tuttavia non mette ancora la parola fine al percorso giudiziario. Nessuno è stato infatti condannato per l’omicidio e, dopo oltre un decennio di depistaggi e muri di gomma, la partita si sposta ora sulle motivazioni dei giudici, sui probabili ricorsi in appello e sul complesso nodo dell’esecuzione della pena sul piano internazionale.
I prossimi passi legali e l’ipotesi dell’Appello
Depositate le motivazioni della sentenza entro novanta giorni, si aprirà la finestra di un mese e mezzo per presentare ricorso in Appello. Un passaggio quasi scontato per i magistrati romani, pronti a contestare l’assenza di condanne per l’omicidio di Giulio e a pretendere che venga riconosciuta la responsabilità degli imputati anche per la sua morte.
Molto più contorto è il percorso delle difese. Con le recenti norme della riforma Cartabia, un avvocato non può infatti impugnare una sentenza per un imputato giudicato in contumacia se non possiede un mandato speciale firmato di pugno dall’interessato. In altre parole: senza un contatto diretto con i tre agenti egiziani (finora protetti e resi irreperibili dal regime del Cairo) i loro stessi legali hanno le mani legate. Un eventuale rifiuto dei giudici di accogliere un ricorso sprovvisto di firma potrebbe così spingere gli avvocati a sollevare una nuova questione di costituzionalità.
Resta infine un’ultima insidia, del tutto teorica ma giuridicamente esistente: la possibilità per i condannati di riapparire anche tra diversi anni e chiedere l’annullamento del verdetto e un nuovo processo, sostenendo di non essere mai stati a conoscenza delle accuse a loro carico.
L’esecuzione della pena e l’Egitto come “gabbia dorata”
Anche di fronte a una condanna definitiva, l’azione dei magistrati italiani si scontra con un limite giuridico invalicabile: l’assenza di un trattato bilaterale di estradizione tra Italia ed Egitto. La nostra stessa Costituzione stabilisce infatti che, in mancanza di un accordo reciproco firmato tra i due Paesi, l’Italia non ha gli strumenti legali per pretendere la consegna di un cittadino straniero. In termini pratici significa che la Procura di Roma potrà solo diramare un ordine di cattura internazionale attraverso il circuito dell’Interpol. Ma con il regime del Cairo pronto a fare da scudo e a ignorare le richieste romane, gli arresti non scatteranno mai su territorio egiziano. L’effetto reale di questa procedura sarà un altro: trasformare l’Egitto in una prigione dorata per i tre agenti dei servizi segreti. In altre parole, finché resteranno dentro i confini di casa saranno intoccabili; ma al primo passo compiuto all’estero, in un qualsiasi Paese terzo, rischieranno l’arresto immediato.
La partita dei risarcimenti e il dilemma del governo
Accanto al versante penale, la sentenza apre la partita dei risarcimenti civili. La Corte d’Assise ha infatti stabilito che i tre condannati debbano versare un primo anticipo sui danni immediatamente esecutivo: duecentomila euro ai genitori di Giulio, centomila alla sorella e centocinquantamila alla Presidenza del Consiglio, che nel processo si era costituita parte civile. Ed è proprio questa cifra a trasformarsi in una trappola per Palazzo Chigi. Essendosi seduto in aula come parte lesa, lo Stato italiano risulta infatti a tutti gli effetti un creditore nei confronti dei tre agenti egiziani. Per incassare quei soldi e dare valore al verdetto, il governo dovrebbe muoversi formalmente contro gli apparati del Cairo, arrivando a chiamare lo Stato egiziano a rispondere delle azioni dei suoi funzionari. In altre parole, la politica si trova di fronte a un bivio obbligato: da un lato, esigere il pagamento e la consegna dei condannati significherebbe riaprire uno scontro diplomatico con Al-Sisi, proprio mentre si continua a trattare sul fronte dell’energia, delle commesse militari e del controllo dei flussi. Dall’altro, far finta di nulla per non disturbare gli affari certificherebbe che la costituzione di parte civile del governo è stata solo una comparsata formale, destinata a trasformare anche il risarcimento economico in una scatola vuota.
Un bivio che non appartiene al futuro, ma alla cronaca di questi giorni. A inizio settembre il ministro degli Esteri Antonio Tajani è stato al Cairo, e sul tavolo di Giorgia Meloni ci sarebbe già l’invito ufficiale del presidente Al-Sisi per un imminente vertice bilaterale. Quando quella visita prenderà forma, la premier dovrà scegliere se mettere in valigia la sentenza di un tribunale della Repubblica per esigerne il rispetto, oppure lasciarla a casa per non rovinare il clima degli affari. Sarà in quel preciso momento che si misurerà la reale consistenza dei proclami sulla “comunità nazionale” e il peso che questo Paese attribuisce alla vita dei suoi cittadini.
(da Fanpage)
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Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile
IL “CORRIERE DELLA SERA”: “AL DI LÀ DEL VERDETTO RESTA LA LOGICA: SE AL RAPIMENTO SONO SEGUITE LE TORTURE E L’ASSASSINIO, È INEVITABILE DEDURRE CHE PURE QUEI CRIMINI SIANO STATI COMMESSI ALL’INTERNO DELLO STESSO DISEGNO CHE FA CAPO ALLE FORZE DI SICUREZZA DEL CAIRO…”
Le condanne di tre imputati su quattro per sequestro di persona hanno un significato preciso: Giulio Regeni fu rapito da quei tre appartenenti alla National security egiziana che lo hanno «monitorato» prima di farlo sparire. Dopodiché Giulio ricomparve cadavere, con evidenti segni di tortura, ma per le percosse e l’omicidio l’unico accusato anche di quei reati (giudicato colpevole del sequestro) è stato assolto. Vuol dire che le prove raccolte a suo carico, essenzialmente testimoniali, non sono state ritenute sufficienti a condannarlo.
La giustizia italiana è arrivata fin qui. Ma al di là del verdetto resta la logica: se al rapimento sono seguite le torture e l’assassinio, è inevitabile dedurre che pure quei crimini siano stati commessi all’interno dello stesso disegno che fa capo alle forze di sicurezza del Cairo. Nonostante non sia stato possibile individuare i responsabili con nomi e cognomi, anche (e soprattutto) a causa dei mille ostacoli frapposti dall’Egitto prima alle indagini e poi al processo.
È questa la sintesi di una sentenza che può essere definita «a metà strada» tra le ragioni di accusa e difesa, tanto da consentire dichiarazioni soddisfatte sia ai pubblici ministeri e ai familiari di Regeni, sia agli avvocati d’ufficio chiamati ad assistere gli imputati-fantasma.
Assenti ieri come sempre. Tuttavia quel traguardo di metà strada rimane certamente un successo per chi non s’è arreso all’impunità di un crimine per il quale è dovuta intervenire la Corte costituzionale a stabilire che non ci si poteva fermare di fronte al boicottaggio di uno Stato estero.
Già arrivare a un dibattimento e portarlo a termine è stata una vittoria insperata e impensabile dieci anni fa, aveva ammonito ieri mattina, prima dell’ultima udienza, l’avvocata della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini.
Perché è stato un processo faticoso, attraverso il quale lo Stato di diritto s’è affermato su un regime che ha eroso ogni forma di separazione dei poteri, con le sue strutture politiche, militari, investigative, di intelligence e giudiziarie dirette da «un’unica regia», come ha spiegato il procuratore aggiunto Sergio Colaiocco nella sua requisitoria.
Un regime che identificò il 28enne ricercatore friulano come potenziale pericolo, trasformandolo in un «bersaglio politico attenzionato» dalle forze di sicurezza. Che l’hanno stretto in una ragnatela fino a soffocarlo, e poi hanno costruito «mattone dopo mattone», dal giorno dopo il ritrovamento del cadavere, un muro a propria protezione.
A partire dall’autopsia eseguita al Cairo, al di fuori dei protocolli internazionali, per sostenere che le lesioni della vittima erano compatibili con una morte da incidente stradale.
Quel muro ha costituto un intralcio costante, e ha interrogato fin dall’inizio i governi italiani che si sono succeduti in questi dieci anni. Perché i rapporti diplomatici, economici e commerciali con il regime di Al Sisi sono (e restano) un problema che ha sempre affiancato la difficile ricerca della verità sulla fine di Giulio.
Dal momento in cui, nell’aprile 2016, da Roma fu richiamato l’ambasciatore al Cairo per via della cooperazione giudiziaria negata e solo successivamente accennata, a quando […] ne fu rimandato uno nuovo in virtù della promessa di un’ulteriore collaborazione.
Rilevatasi del tutto inefficace, se non truffaldina. Preludio all’interruzione definitiva di ogni tipo di relazione tra le due autorità giudiziarie.
A dicembre 2020 la Procura generale della Repubblica araba (con al vertice un magistrato diverso da quello che in precedenza aveva interloquito con i colleghi italiani) redasse un memorandum che accusava i pubblici ministeri romani di avere violato — loro — le regole e i trattati internazionali giungendo a «conclusioni illogiche» e non conformi al diritto.
Un altro mattone del muro eretto per nascondere la verità. Da quel momento la mancata collaborazione egiziana s’è trasformata in aperta ostilità, tesa a impedire il processo, nascosta dietro la tesi di Regeni ucciso da qualche forza oscura che voleva incastrare le forze di sicurezza del Cairo per danneggiare le relazioni tra i due Paesi.
Ora la sentenza emessa da una corte d’assise ha a sua volta rigettato questa ricostruzione, e torna a interrogare entrambi i governi. Facendo gravare su quello italiano la responsabilità di una mossa per provare — almeno provare — a farla eseguire.
A cominciare dai risarcimenti alle parti civili (famiglia Regeni e presidenza del Consiglio) come sottolineato dall’avvocata Ballerini. Nella consapevolezza che se pure sull’altra sponda del Mediterraneo non si dovesse muovere nulla, da questa parte del mare una magistratura autonoma e indipendente ha affermato il principio ribadito ancora dal procuratore Colaiocco nel suo atto d’accusa: «Nonostante dieci anni di depistaggi, omissioni, falsità e protezioni istituzionali, il diritto alla verità e alla giurisdizione non è stato cancellato»
(da Corriere della Sera)
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Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile
E NON DOVREBBE ESSERE DIFFICILE PER UN GOVERNO CHE HA SOSPESO SCHENGEN CON LA SPAGNA IRRIDENDONE IL PRIMO MINISTRO, BATTERE UN PUGNO SUL TAVOLO DI UN REGIME CHE CONFONDE LA NOSTRA ‘AMICIZIA’ E IL GRUMO DI IMPORTANTI E DELICATI INTERESSI GEOPOLITICI CHE CI LEGANO CON UNA CAMBIALE DI IMPUNITÀ”
Converrà ricordarlo a lungo questo pomeriggio del 28 settembre. Perché la sentenza della
Corte di Assise di Roma […] è una boccata di aria limpida. È la dimostrazione che una democrazia fondata sullo Stato di diritto può perseguire e piegare la violenza di un regime che per definizione si pretende impunito senza per questo snaturarsi. Senza finire con il somigliargli e dunque senza negare se stessa.
Un regime sequestra, tortura e uccide un innocente senza processo in nome della sua paranoia. Una democrazia processa, condanna e in parte assolve i carnefici di un innocente in nome del principio di uguaglianza di fronte alla legge, della certezza del diritto e del rispetto dell’habeas corpus dell’imputato. Cittadino o straniero che sia.
Hanno dunque ragione la famiglia Regeni e l’avvocato di parte civile Alessandra Ballerini a sostenere di leggere in questo verdetto la conferma di aver “giustamente riposto fiducia nella giustizia italiana”.
E hanno ragione il procuratore Francesco Lo Voi e il suo aggiunto Sergio Colaiocco a leggere nella decisione della Corte la conferma della solidità di un impianto accusatorio costruito con rigore, resilienza e intelligenza nell’arco di dieci anni, sormontando prima l’ostinata manipolazione di prove e testimonianze da parte del regime egiziano e poi il suo ostinato e arrogante ostruzionismo processuale che avrebbe dovuto spegnere il giudizio prima ancora che avesse inizio.
Hanno ragione perché la Corte di assise di Roma consegna la morte di Giulio a una verità cristallina. Che furono uomini degli apparati del generale Al-Sisi a sequestrarlo e a torturarlo per giorni perché confessasse ciò di cui non era e non poteva essere responsabile. E che fu nelle mani di quel regime, in una delle sue fetide galere, che Giulio venne giustiziato per mano di uomini degli apparati che il processo, in questo caso, non è riuscito a identificare oltre ogni ragionevole dubbio.
Con l’approdo a questa verità la magistratura del nostro Paese ha assolto al suo dovere costituzionale, esercitando con responsabilità e misura la sua funzione. E insieme a lei, accanto a lei, una famiglia e un’avvocata hanno dimostrato a un Paese intero come si possa combattere con dignità e integrità per ottenere quella verità. Che Davide può sconfiggere Golia. […]
Per dieci anni, la famiglia Regeni ha chiesto “verità e giustizia per Giulio”. Ora che la verità è stata accertata, perché la giustizia si compia è necessario che chi ne ha il compito — il governo del nostro Paese — metta mano a ogni strumento politico e diplomatico legittimo perché la pronuncia di una corte libera e sovrana non resti lettera morta.
Non dovrebbe essere difficile per una presidente del consiglio e un governo sovranisti impegnarsi pubblicamente, in Parlamento, a pretendere dal generale Al-Sisi la consegna dei responsabili della morte di un cittadino italiano innocente.
E non dovrebbe essere difficile per un governo che ha sospeso Schengen con la Spagna irridendone il primo ministro, battere un pugno sul tavolo di un regime che con tutta evidenza ha confuso e confonde la nostra “amicizia” e il grumo di importanti e delicati interessi geopolitici che ci legano con una cambiale di impunità, rappresentandogli quale sarebbe il prezzo da pagare nel rifiutarsi di riconoscere le proprie responsabilità.
In fondo, basterebbe un po’ di coraggio e un’idea della sovranità non solo come clava identitaria ma come bandiera dei principi inscritti nei primi 54 articoli della nostra Costituzione. Quelli che quotidianamente calpestano regimi come quello egiziano. Quelli in cui credeva Giulio e in cui in questi dieci anni ha dimostrato di credere una parte importante del nostro Paese. Quella che alla famiglia Regeni ha fatto da “scorta”.
Nel Paese in cui — spesso a sproposito — si invoca “il giusto processo” e le sue garanzie c’è oggi una straordinaria occasione. Salutarne uno che si è appena concluso rendendogli piena giustizia. Dimostrando che la sacrosanta autonomia che la politica rivendica rispetto alla giustizia non significa riserva di impunità (propria o altrui), ma, al contrario, garanzia che lì dove la legge penale non può e non deve arrivare è la politica che deve sentire l’urgenza di sedersi a capo tavola.
A dieci anni dalla morte di Giulio, è un’ultima chiamata.
Mancarla, rinviarla, travestirla — come purtroppo lasciano intendere le parole pronunciate ieri sera dal ministro degli Esteri Tajani — sarebbe sì l’ultimo oltraggio non solo a quel ragazzo morto tra indicibili sofferenze al Cairo, ma a quelle migliaia di ragazze e ragazzi come lui che continuano a credere nella forza dei diritti e nella loro capacità di cambiare il mondo. Esattamente come Giulio, non meritavano ieri e a maggior ragione non meritano più ulteriori genuflessioni e foto opportunity nei palazzi di un regime responsabile — oggi possiamo dirlo sostenuti dalla forza di una sentenza — di un delitto di Stato.
(da Repubblica)
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Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile
LA SEGRETARIA E’ IN SCADENZA DI MANDATO E HA BISOGNO DI UNA PROROGA CHE SOLO L’ASSEMBLEA NAZIONALE PUÒ ACCORDARE … LA DIREZIONE DI VENERDI’ SI ANNUNCIA MOLTO AGITATA: I MAGGIORENTI DEM, PUR NON SOPPORTANDO ELLY, NON HANNO LA FORZA DI ROVESCIARLA. E DEVONO NEGOZIARE CON LEI PER ASSICURARSI UN POSTO NELLE LISTE DELLE PROSSIME ELEZIONI
Inizia con un diktat la settimana decisiva del Pd. E stavolta Giuseppe Conte non c’entra. A lanciarlo ci pensa Igor Taruffi, responsabile dell’Organizzazione nonché braccio destro e sinistro di Elly Schlein. È lui che di buon mattino si presenta nel salotto televisivo di Start su SkyTg24 per blindarla. Prima chiude a ogni ipotesi di federatore. «Esistono solo due modi per scegliere la guida di una coalizione: o la esprime il partito più votato, oppure si fanno le primarie».
Quindi dice no ai riformisti dem, che sabato scorso a Prato avevano ventilato la possibilità di schierare Giorgio Gori nella corsa per la leadership dell’alleanza progressista: «Il Pd ha uno statuto che indica con chiarezza chi è il candidato a Palazzo Chigi direttamente, cioè la segretaria del nostro partito, e in caso di primarie, la segretaria del partito», scandisce il numero 2 del Nazareno. «Da questo punto di vista non vedo particolari elementi di discussione. La segretaria ha la grandissima maggioranza dentro il Pd», taglia corto. Schlein è in scadenza (il 12 marzo completa i suoi quattro anni di mandato) e, per gareggiare ai gazebo, ha bisogno di una proroga che solo l’assemblea nazionale può accordare, approvandola con il 50% più uno dei voti espressi dagli oltre 700 aventi diritto. Passaggio che dovrebbe essere formalizzato in direzione. Ma c’è di più. La modifica allo statuto era stata introdotta nel 2012 (il leader era Bersani) per aprire i tornelli pure al sindaco di Firenze Matteo Renzi.
All’epoca, all’articolo 5, fu aggiunto il comma 3, subito rimbalzato di chat in chat: “Qualora il Partito democratico aderisca a coalizioni e si utilizzino le primarie per l’individuazione del candidato alla carica di presidente del Consiglio, l’assemblea nazionale stabilisce le modalità di presentazione e selezione di eventuali altre candidature, in aggiunta a quelle del segretario nazionale, che saranno ammesse e successivamente presentate alla coalizione”.
Insomma, è prevista sebbene con paletti, la discesa in campo di due esponenti dem. Come peraltro è già successo. Le parole di Taruffi mettono in agitazione la minoranza. «La sua è un’interpretazione forzata dello statuto – avverte Lia Quartapelle – tanto più che la segretaria è in scadenza di mandato».
Domani, poi, Schlein riunirà la segreteria per studiare la strategia in vista della direzione di venerdì, che si preannuncia movimentata.
(da Dagoreport)
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Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile
“VIVIAMO IN ITALIA DA 20 ANNI, MAI AVUTO PROBLEMI: CERTI POLITICI INCITANO ALL’ODIO E NOI NE PAGHIAMO LE CONSEGUENZE”
Una frase agghiacciante, pronunciata a pochi passi dalla stazione ferroviaria, capace di
trasformare un normale rientro a casa in un incubo di discriminazione.
È quello che è successo a Fossano, dove la sera di domenica 20 settembre, una ragazza quattordicenne di origine marocchina (regolarmente munita di biglietto) si è vista sbarrare la porta di un autobus sostitutivo di Trenitalia (gestito dalla società Stat di Casale Monferrato) con un secco: «Io faccio salire solo gli italiani, non gli stranieri». A raccontare i dettagli della vicenda è il fratello maggiore, 28 anni: «Ho deciso di trasformare questo sdegno in una battaglia per la giustizia e la dignità, rivolgendomi ai carabinieri e alla rete Antidiscriminazioni di Cuneo».
Facciamo un passo indietro. Cosa è successo quel pomeriggio alla Stazione di Fossano?
«Mia sorella è andata a trovare un’amica a Fossano, dove siamo stati residenti a lungo e doveva rientrare a Cuneo, dove abita e frequenta le scuole superiori. Di solito prende il treno, ma quel giorno i treni non c’erano per lavori sulla linea e Trenitalia aveva attivato il servizio sostitutivo con i bus della società Stat. Alle 18,30 aveva il suo regolare biglietto, come ha sempre fatto. Ma al momento di salire, l’autista le ha detto chiaramente che faceva salire solo gli italiani e non gli stranieri, lasciandola a terra».
Sua sorella come ha reagito?
«È andata in grandissima difficoltà, era spaventata e in preda al panico. Viveva una situazione che non aveva mai subito prima, anche perché lei è nata in Italia, ha sempre vissuto qui con la nostra famiglia – siamo in Italia dal 2006, per quindici anni abbiamo vissuto ad Avellino – e non le era mai successa una cosa del genere. È una ragazza timidissima, tranquillissima, che non dà mai problemi. Non indossa il velo, quindi non dava neanche un “segnale” di essere straniera o musulmana. In quel momento aveva il cellulare quasi scarico, era isolata e pensava che la corsa successiva sarebbe stata alle 20. Ha chiamato i miei genitori, è rimasta bloccata in Stazione fino a quando non sono andato io a prenderla».
E avete rintracciato l’autista, registrando il confronto in un video.
«Sì, fortunatamente siamo riusciti a ritrovare lo stesso autista alla Stazione, forse di rientro dalla corsa successiva. All’inizio era molto disorientato, in difficoltà, poi ha cercato di giustificarsi dicendo che mia sorella aveva interpretato male le sue parole, arrivando persino a chiedere scusa. Ma non basta. È un episodio gravissimo da denunciare, soprattutto in un periodo storico in cui si parla continuamente di divieti e tensioni nelle scuole. Cose del genere non devono diventare la normalità».
Avete chiamato subito i carabinieri?
«Sì, siamo intervenuti con l’aiuto dei carabinieri. L’autista in un primo momento si era perfino allontanato dal bus, poi alla vista dei militari è tornato indietro e ha parlato con loro. I carabinieri ci avevano consigliato di formalizzare la cosa con una lettera scritta, una sorta di lamentela indirizzata sia a Trenitalia che alla Stat. Ma a me sembrava una soluzione troppo “leggera”. Così ho contattato la stampa locale e, su consiglio dell’avvocato mi sono rivolto allo sportello della Rete Antidiscriminazioni di Cuneo».
I prossimi passi?
«Mercoledì pomeriggio, 30 ottobre, sarò dal maresciallo di Cuneo per depositare ufficialmente la denuncia. Ho già mandato tutte le email e compilato i moduli per il nodo provinciale antidiscriminazioni. Vogliamo andare fino in fondo».
E sua sorella, nel frattempo, si è ripresa?
«Lei andava ogni weekend a Fossano e adesso ha paura di rivivere la stessa cosa, di incontrare di nuovo quell’autista. Per un paio di giorni non è uscita neanche per andare a scuola. Comprensibile, è ancora molto abbattuta. Poi è una ragazza talmente sensibile… Quando ha chiamato mia madre e mio padre aveva il cuore a mille».
L’Italia è un Paese razzista?
«Assolutamente no! Noi siamo in Italia da vent’anni, la mia famiglia si è sempre trovata benissimo. Certo, può capitare qualche piccolo episodio isolato, come in qualsiasi parte del mondo, ma non si può dire che l’Italia sia un Paese razzista. Semmai, a volte la politica e la cronaca alimentano certe derive, parlando in continuazione di islamici, stranieri ghettizzati o limitando i ragazzi, ma la realtà quotidiana è diversa. Quello che è successo a mia sorella, però, non va sottovalutato: serve coraggio per denunciare, perché molti ragazzi in situazioni simili tendono a tenersi tutto dentro per paura».
In politica, c’è chi dice “prima gli italiani”.
«Dalle ultime notizie che si leggono, la politica fa il suo, dal limitare i ragazzi stranieri nelle scuole, a togliere il velo. Ho fatto le Medie e Superiori al Sud, faccio il corriere a Cuneo e non ho mai visto una ragazza col burqa, le musulmane che portano il velo saranno una su dieci. Si propongono certe leggi e si finisce solo per fomentare. Vannacci? Ogni volta che sento o leggo quello che dicono lui, Salvini o la Meloni, cambio canale o scorro la pagina. Sempre notizie di “stranieri qui, stranieri là, non bisogna fare questo o quest’altro”. Ovvio che poi l’italiano medio recepisce messaggi sbagliati e succedono le cose che sono successe a mia sorella».
La vicenda ha sollevato reazioni, con un’ondata di sdegno e mobilitazione politica. La consigliera regionale di Avs, Giulia Marro: «Negare a una ragazza di 14 anni l’accesso a un servizio di trasporto pubblico per la sua origine è una discriminazione gravissima, che non può trovare spazio nelle nostre comunità. Trenitalia e l’azienda che gestiva il servizio sostitutivo chiariscano rapidamente quanto accaduto e, se i fatti saranno accertati, assumano tutti i provvedimenti conseguenti».
L’avvocato e assessore comunale Cristina Clerico: «Una circostanza di questo tipo, se confermata, è di rilievo assoluto. In casi come questi, invito a interessare immediatamente il Nodo provinciale Antidiscriminazioni, che è il primo sportello a cui rivolgersi, prima di valutare eventuali passi in sede giudiziale».
(da La Stampa)
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Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile
LE ACCUSE SONO DI CORRUZIONE, CAPORALATO E FATTURE FASULLE PER OPERAZIONI INESISTENTI – SECONDO I MAGISTRATI LE “MAZZETTE” SAREBBERO STATE NASCOSTE IN ALCUNI PANETTONI REGALATI A NATALE. TRA LE TANGENTI ELARGITE ANCHE PORSCHE E IPHONE. IL SISTEMA MESSO IN PIEDI FACEVA AFFIDAMENTO SU LAVORATORI EXTRACOMUNITARI SFRUTTATI, CON TURNI CHE DURAVANO ANCHE FINO A 20 ORE – E UN ALTRO FILONE RIGUARDA LA QUALITÀ DEL CALCESTRUZZO IMPIEGATO NELLE OPERE, INOLTRE SAREBBERO STATI SMALTITI COME RIFIUTI NON PERICOLOSI MATERIALI NEI QUALI ERANO PRESENTI TRACCE DI AMIANTO
La Gdf di Napoli ha notificato 20 misure cautelari personali nei confronti di imprenditori e pubblici ufficiali nell’ambito delle indagini sui lavori per la realizzazione della linea ferroviaria ad Alta Velocità Napoli-Bari. Corruzione, caporalato e emissione di fatture per operazioni inesistenti i reati contestati.
Su richiesta del Pm Henry John Woodcoc), Il gip ha disposto anche il sequestro preventivo del profitto dei reati di corruzione. Secondo gli inquirenti sarebbe stato usato per una tratta calcestruzzo di scarsa qualità, circostanza di straordinaria gravità per il gip. Le mazzette nascoste nei panettoni regalati a Natale.
Al centro dell’indagine in particolare i lavori connessi alle tratte Napoli-Cancello, Apice-Hirpinia e Frasso Telesino-Telese-San Lorenzo-Vitulano. Complessivamente sono stati notificati 10 arresti domiciliari, 7 obblighi di dimora e di presentazione alla polizia giudiziaria, in due casi accompagnati dalla sospensione dall’esercizio del pubblico servizio, e tre sospensioni.
Secondo la ricostruzione dei finanzieri e della Procura partenopea, accolta dal giudice, sarebbe emerso un sistema di rapporti corruttivi tra imprenditori e pubblici ufficiali o incaricati di pubblico servizio che, in ragione delle responsabilità tecniche, amministrative e di cantiere esercitate, avrebbero agevolato determinate imprese nell’ottenimento delle commesse, nell’esecuzione e contabilizzazione dei lavori, nonché nei controlli e nei pagamenti. In cambio dei favori accordati sarebbero stati corrisposti denaro e altre utilità, tra cui somme in contanti, anche occultate in confezioni e box natalizi, orologi di pregio, telefoni cellulari, soggiorni, vacanze e altri beni e servizi.
Un ulteriore filone investigativo ha riguardato l’impiego irregolare e lo sfruttamento di lavoratori extracomunitari. In particolare, sarebbe stata documentata la presenza nei cantieri di lavoratori di origine egiziana sottoposti a condizioni lavorative particolarmente gravose, con turni protratti, in alcuni casi, sino a 20 ore, reiterate violazioni dei periodi di riposo, retribuzioni inferiori ai minimi contrattuali e inosservanza delle disposizioni in materia di igiene e sicurezza. Sarebbero inoltre emerse irregolarità relative ai permessi di soggiorno e alla documentazione attestante l’assolvimento degli obblighi di formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro.
Turni di lavoro che duravano anche 20 ore, riposi di qualche ora, retribuzioni inferiori ai minimi contrattuali e violazioni delle norme sulla sicurezza.
È il filone sul caporalato e lo sfruttamento di lavoratori extracomunitari emerso nell’indagine sulle presunte irregolarità nei lavori per la linea ferroviaria ad Alta Velocità/Alta Capacità Napoli-Bari, che ha portato all’esecuzione di 20 misure cautelari personali e interdittive emesse dal gip di Napoli su richiesta del pm Henry John Woodcock.
In particolare, nel cantiere di Grottaminarda sarebbe stata documentata la presenza di 34 lavoratori egiziani sottoposti a condizioni particolarmente gravose, con turni anche di 10, 12, 14, 16 e fino a 20 ore e, in alcuni casi, appena tre o quattro ore di riposo. Contestate anche retribuzioni inferiori ai minimi contrattuali e violazioni delle disposizioni in materia di igiene e sicurezza. Sarebbero inoltre emerse irregolarità nei permessi di soggiorno e nella documentazione relativa alla formazione sulla sicurezza.
Un altro filone riguarda la qualità del calcestruzzo impiegato nelle opere. I carotaggi effettuati su opere non ancora ultimate avrebbero evidenziato, in alcuni casi, valori di resistenza inferiori a quelli previsti dal progetto. In un’occasione furono rilevati valori di 30, 29 e 32 N/mm², che portarono al blocco dei lavori.
Tra le possibili cause indicate negli accertamenti figurano l’aggiunta di acqua, l’errato dosaggio degli additivi e anomalie nella preparazione e nel trasporto del calcestruzzo.
Le indagini hanno riguardato anche la gestione dei materiali di scavo: sarebbero stati smaltiti come rifiuti non pericolosi materiali nei quali erano presenti tracce di amianto. Sarebbe stato infine ricostruito un sistema di fatture per operazioni inesistenti utilizzato per creare disponibilità di denaro contante, parte del quale sarebbe poi confluito anche nelle dazioni corruttive.
Denaro contante nascosto nei panettoni e tra i biscotti dei box natalizi, ma anche vacanze, auto di lusso e orologi. Sono alcune delle tangenti che, secondo l’accusa, gli imprenditori avrebbero corrisposto a pubblici ufficiali e incaricati di pubblico servizio in cambio di favori nelle commesse per i lavori della linea ferroviaria ad Alta Velocità/Alta Capacità Napoli-Bari.
Durante un servizio di osservazione in occasione delle festività natalizie, i finanzieri del Nucleo di polizia economico-finanziaria di Napoli trovarono in due box 10mila e 4mila euro in contanti, occultati tra panettoni e biscotti e destinati a soggetti coinvolti nella gestione delle commesse.
È uno degli episodi emersi dall’inchiesta coordinata dalla Procura di Napoli con il pm Henry John Woodcock, che ha portato alla notifica di 20 misure cautelari personali e interdittive emesse dal gip.
Tra le altre tangenti contestate figura un bonifico di 18.300 euro, utilizzato in parte per il pagamento di un appartamento a Roccaraso, che sarebbe stato corrisposto in cambio di un trattamento preferenziale nei pagamenti. In un altro episodio furono trovati 5mila euro in contanti nella disponibilità di uno dei soggetti coinvolti. Denaro sarebbe stato occultato anche in plichi consegnati con confezioni di prodotti caseari: su uno era stata apposta, per dissimularne il contenuto, la dicitura “Durc – regolarità contributiva”.
Tra le altre utilità figurano una Porsche Macan per una vacanza, un trattore tagliaerba da 3.722 euro, l’assunzione di un familiare, soggiorni, un iPhone, cuffie Bluetooth e un’imbarcazione con skipper.
Tra le regalie natalizie anche orologi di pregio, cinque dei quali per un valore complessivo di 19.900 euro. Denaro e altre utilità sarebbero stati la contropartita dei favori assicurati agli imprenditori nella gestione delle commesse, nella contabilizzazione dei lavori e nei pagamenti.
(da agenzie)
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Settembre 29th, 2026 Riccardo Fucile
TUTTE LE SPERANZE DELLA DUCETTA SONO NEL “MELONELLUM”: CON LA NUOVA LEGGE ELETTORALE, CHE INCENTIVA LA SFIDA A DUE, LA SORA GIORGIA RITIENE DI ESSERE FAVORITA DALLA SFIDA DIRETTA CON ELLY SCHLEIN (E SE INVECE IL SUO SFIDANTE FOSSE UN ALTRO?)
Poteva andare peggio? Certo, sostengono dalla stretta cerchia di Giorgia Meloni, «tiriamo un sospiro di sollievo». Poteva finire molto peggio, con Futuro nazionale sopra il 15% – questo era il timore, soprattutto domenica pomeriggio a urne aperte – e un centrosinistra diventato di conseguenza competitivo in una roccaforte del centrodestra.
È finita con 15 punti di scarto tra i due poli, rendendo vana l’opera di disturbo di Fn. Eppure, prevale una certa cautela dalle parti di Palazzo Chigi. Perché quella percentuale di Roberto Vannacci non va comunque sottovalutata: l’11% in una regione e un comune governati da Forza Italia con un consenso galattico resta un campanello di allarme. Non basta a insidiare l’egemonia della premier sulla destra, ma proiettato su scala nazionale – in fondo, la Calabria non rappresenta neanche un punto di forza dell’ex generale – resta un dato sufficiente a ridurre le chance di successo alle Politiche.
Poteva finire peggio, ma anche meglio. Dicono adesso dal vertice meloniano che Vannacci ottiene solo un 3-4% di voti d’opinione, mentre il resto sarebbero preferenze difese con le unghie da un consigliere regionale in carica. E però, questo 11% resta comunque la percentuale di riferimento con cui fare i conti nei prossimi mesi.
Non sono programmate altre suppletive e potrebbero non esserci altri passaggi elettorali a precedere le urne per il nuovo Parlamento. E dunque, per Vannacci quel dato non rappresenta certo la “Sassonia d’Italia”, ma garantisce almeno un bottino a due cifre. Non che Meloni pensi di allearsi per questo con lui, ma comunque: dovrà farci seriamente i conti.
Da giorni, non è un mistero, l’atmosfera nella maggioranza è come sospesa. Entro il 9 ottobre l’Aula di Montecitorio voterà a scrutinio segreto sulla nuova legge elettorale. Senza quel passaggio, nulla si può calcolare: non l’effetto Vannacci – che cambia in base al sistema di voto in vigore – e neanche la strategia di Meloni in vista delle Politiche.
A Palazzo Chigi confidano nel fatto che il “Melonellum” cambi lo scenario. Se adesso il centrodestra subisce l’effetto Fn e la somma dei partiti di centrosinistra sembra garantire la vittoria al Campo largo, la nuova legge – è la tesi – imporrebbe un altro campo di gioco, con le due leader a fronteggiarsi. In questo schema, Meloni ritiene di essere favorita nella sfida con Elly Schlein. Così favorita da volere accettare eventuali duelli televisivi con la segretaria dem.
La presidente del Consiglio ha pregato gli alleati di blindare i gruppi della Camera: pensa che il nuovo meccanismo elettorale possa ancora ribaltare una sfida in salita. E sempre ai suoi vice ha illustrato l’obiettivo che si è data e che intende continuare a perseguire, in vista dei prossimi mesi: colpire, appunto, il nemico a destra, coprirsi su quel fianco con Vannacci. Come? Pensa di averlo fatto al meglio con il decreto sulla scuola e il burqa. E ipotizza di farlo con maggior vigore nelle prossime settimane. L’altro tassello del piano prevede di insistere su alcune misure contro il caro energia, buco nero del consenso meloniano. L’accordo con Eni e Ip ha dato primi riscontri. E la premier già si interroga su come dare “copertura” per i primi mesi del 2027, in piena campagna elettorale.
(da agenzie)
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