Agosto 13th, 2013 Riccardo Fucile
DAI SINDACI IN PARLAMENTO AI COLLEZIONISTI DI PRESIDENZE E CDA
«Ma lei non ci dorme la notte?». Rispose così, Vincenzo De Luca, a un cronista che chiedeva al viceministro delle Infrastrutture se mai avrebbe lasciato l’incarico di sindaco di Salerno.
«In Italia nessuno si è turbato della questione della mia incompatibilità , tranne qualche sfaccendato», chiosò.
Non si è appurato se fosse riferito ai giornalisti che avevano sollevato il caso, sottolineando come gli capitassero casualmente sul tavolo da viceministro dossier riguardanti proprio la sua città (tipo la metropolitana leggera di Salerno) o ai politici che lo punzecchiavano fin dal giorno della sua nomina governativa.
Per esempio l’ex guardasigilli berlusconiano Francesco Nitto Palma, che insorse perchè, mentre De Luca se ne stava placidamente seduto sulle due poltrone, il suo Partito democratico presentava in Campania due mozioni contro gli assessori regionali Marcello Taglialatela e Giovanni Romano, rispettivamente deputato del Fli e sindaco di Mercato San Severino, un Comune di oltre 22 mila abitanti
Qualche «sfaccendato» alla Camera e poi al Senato, tuttavia, ha per fortuna fatto secco quell’emendamento malandrino al «Decreto del Fare» (ma perchè da qualche tempo in qua le leggi hanno tutte un soprannome?) che gli avrebbe consentito di conservare il doppio incarico.
Così De Luca dovrà lasciare, e quegli impiccioni della stampa dormiranno tranquilli.
I bei tempi in cui alle polemiche sui doppi e tripli incarichi si replicava con un’alzata di spalle sono ormai lontani.
È finita l’epoca del Parlamento pieno zeppo di sindaci di grandi città , da Palermo a Brescia e Catania, e di presidenti di Provincia, da Napoli a Caserta e Bergamo.
Al massimo si può incontrare il primo cittadino di qualche centro più piccolo, qual è Simonetta Rubinato: deputato Pd e sindaco di Roncade, 14 mila abitanti in provincia di Treviso.
Nel governo, i ministri Flavio Zanonato e Graziano Del Rio non sono più sindaci di Padova e Reggio Emilia.
Il solo sottosegretario agli Affari regionali Walter Ferrazza, arrivato al governo per un irripetibile caso della vita, conserva ancora l’incarico di sindaco.
Il suo paese è Bocenago, 396 anime in provincia di Trento.
Nemmeno un pezzo da Novanta come l’ex governatore della Lombardia Roberto Formigoni, una volta diventato senatore ha potuto conservare l’incarico di commissario generale dell’Expo 2015.
Ha tentato. Ma il vento era cambiato e non c’è stato nulla da fare. Antonio Verro, invece, non ha neppure provato a tenere il piede in due staffe: era una missione impossibile.
Deputato di Forza Italia per due legislature, nel 2008 era rimasto fuori dal Parlamento. Risarcito con un posto da consigliere Rai, a febbraio del 2013 è stato rieletto, stavolta al Senato.
Il bello è che candidandosi non aveva nemmeno dovuto rinunciare alla poltrona.
Così tre mesi dopo le elezioni si è potuto dimettere da senatore annunciando la decisione di voler restare alla tivù di Stato.
Mistero circa i motivi che hanno determinato questa curiosa conversione a U: ma la vicenda, inconcepibile in qualunque altro Paese occidentale sviluppato, è la riprova che la Rai è, e resta, una faccenda privata dei partiti.
Perfino le potenti categorie dei magistrati, cui è stato imposto con fatica l’obbligo del collocamento fuori ruolo per alcune mansioni extragiudiziali, hanno ora difficoltà a mantenere incarichi multipli.
Il segretario generale dell’Antitrust Roberto Chieppa non potrà continuare a fare contemporaneamente il consigliere di Stato.
Nè Gaetano Caputi ricoprire insieme il ruolo di direttore generale della Consob e componente dell’authority per il diritto di sciopero.
Capiamoci: non che il «fuori ruolo» abbia chiuso del tutto la stagione dei centauri. Ci sono sempre gli incarichi «gratuiti», come quello di presidente della Corte di giustizia federale della Federcalcio (Gerardo Mastrandrea, consigliere di Stato).
O altre mansioni istituzionali: il giudice del Tar Calogero Piscitello è presidente del collegio dei revisori dell’Istat.
Per non parlare della messe di incarichi governativi, o di consulenza nelle autorità indipendenti: comitati del precontenzioso, consiglieri giuridici…
E i prefetti? Per ben otto mesi Umberto Postiglione è stato prefetto di Palermo e commissario governativo della Provincia di Roma.
Attualmente somma questo secondo incarico con la direzione degli affari interni del ministero, quella che si occupa di vigilare sugli enti locali.
Come appunto le Province. Stakanovista non da oggi: per dieci anni è stato sindaco di Angri, un Comune di 30 mila abitanti, senza andare in aspettativa dal ministero dell’Interno.
Basta poi che la luce dei riflettori si allontani perchè tutto assuma contorni più impalpabili e sfumati.
Giovanni Romano, per esempio, resiste: assessore all’Ambiente della Campania e sindaco di Mercato San Severino.
Resiste anche Mario Mantovani, ex senatore ed ex sottosegretario, oggi vicepresidente della Regione Lombardia, di cui è consigliere e assessore alla Sanità , nonchè sindaco di Arconate.
Di più: alla di lui famiglia fanno capo undici strutture sanitarie convenzionate con la sua Regione, per un totale di 830 posti letto.
Resiste Daniele Molgora, che era arrivato a cumulare la presidenza della Provincia di Brescia al seggio parlamentare e allo scranno da sottosegretario all’Economia: oggi, oltre alla guida della giunta provinciale, ha un posto da consigliere nella società dell’autostrada Brescia-Padova.
Resiste l’ex parlamentare Valentina Aprea, assessore della Lombardia e consigliere di Finlombarda insieme all’ex onorevole leghista, e assessore a sua volta, Massimo Garavaglia.
Si dirà che è normale, in periferia.
Chi deve stare nelle società partecipate, se non gli amministratori?
Poco male se poi i controllori diventano anche controllati…
Questione di punti di vista.
Certo è ancor meno normale che il presidente della Provincia di Varese (oggi commissario), qual è l’ex parlamentare del Carroccio Dario Galli, sia anche consigliere di amministrazione della Finmeccanica, oltre che presidente dell’Agenzia per il turismo provinciale e del cosiddetto «ambito territoriale ottimale» varesino. Oppure che un consigliere regionale della Campania, nella fattispecie Annalisa Vessella, ricopra insieme l’incarico di amministratore delegato della Isa, società controllata dal ministero dell’Agricoltura che distribuisce decine di milioni l’anno.
Ma questa è l’Italia.
Dove in un amen, si può diventare collezionisti di poltrone pubbliche.
Senza che ci sia una scadenza.
Ricordate Andrea Monorchio? Indimenticato ex Ragioniere generale dello Stato, incarico che ha lasciato 12 anni orsono, attualmente è presidente della società assicurativa pubblica Consap nonchè capo dei revisori di Telespazio (Finmeccanica), Fintecna e Fintecna immobiliare (Tesoro).
Ricordate l’espertissimo e potentissimo Vincenzo Fortunato? Negli ultimi 12 anni è stato capo di gabinetto di cinque diversi ministri dell’Economia e di un ministro delle Infrastrutture.
Uscito dalle scene ministeriali, ha avuto subito tre incarichi: presidente di Investimenti immobiliari italiani, la nuova società del Tesoro che dovrà «valorizzare» (parola che fa venire i brividi, visti i precedenti) immobili pubblici per un miliardo e mezzo, liquidatore della Stretto di Messina (quella che avrebbe dovuto fare il famoso ponte) e capo del collegio sindacale di Studiare sviluppo, una società di consulenza del ministero dell’Economia.
Nessuno, tuttavia, potrà mai toccare le vette raggiunte dal presidente dell’Inps Antonio Mastrapasqua.
Quando è stato nominato dal governo di Silvio Berlusconi, nel 2008, occupava una quarantina di poltrone. Pubbliche e private.
Adesso, con tutto quello che ha da fare dopo la fusione fra l’Inps e l’Inpdap, gliene sono rimaste quindici. Ma che poltrone.
C’è, fra le tante, la presidenza della società di gestione di fondi immobiliari Idea Fimit. C’è la vicepresidenza di Equitalia. C’è la presidenza dei collegi sindacali di Adr engineering, Aquadrome ed Eur Tel (Tesoro).
Ci sono gli incarichi da revisore nelle Autostrade, Coni servizi e Loquendo (Telecom). Dulcis in fundo, c’è pure un posto da direttore generale: all’Ospedale israelitico di Roma.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)
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Agosto 13th, 2013 Riccardo Fucile
NON PIACE AI FUNZIONARI LA DECISIONE DELLA BOLDRINI DI PUBBLICARE LE BUSTE PAGA: “NON SIAMO MICA POLITICI”
«E a lei? Le piacerebbe se il suo stipendio finisse on line? ». Montecitorio, pieno agosto.
Transatlantico deserto, buvette chiusa.
L’assistente parlamentare ha un pacco di documenti sotto il braccio: si ferma un attimo per rispondere, poi si gira e fila via rapido un po’ infastidito.
Il clima alla Camera, il giorno dopo l’operazione glasnost voluta da Laura Boldrini, è questo qui: nessuno ha apprezzato gli effetti della pubblicazione della tabella completa con incarichi, retribuzioni e scatti di anzianità dei 1500 dipendenti di Montecitorio.
In generale, la voglia di parlare è poca.
«Rischio un’azione disciplinare, sa?», avverte la signora bionda in uno dei pochi uffici rimasti aperti.
Non vuole dire il suo nome, però si sfoga: «Non siamo mica politici: perchè mettere on line i nostri stipendi? Siamo lavoratori che per stare qui hanno superato un duro concorso».
E ora guadagnano cifre importanti: al di là dei 406 mila euro del segretario generale (il vertice di una piramide che a scendere vede 176 consiglieri parlamentari, 4 interpreti, 288 documentaristi, 377 segretari, 149 collaboratori tecnici, 411 assistenti parlamentari e 59 operatori tecnici) le retribuzioni base sono di tutto rispetto, con un minimo di 30mila euro l’anno per il livello più basso all’ingresso a Montecitorio.
Poi, crescono con l’anzianità : dopo 20 anni di lavoro nessuno guadagna meno di 89mila euro. E via, via a salire.
«È vero, sono buoni stipendi. Ma mica abbiamo vinto una lotteria o ereditato lavoro: io ho una laurea, due master e un dottorato. Per il concorso ho studiato un anno. Quello che ho me lo sono guadagnato».
Il documentarista (anche lui, rigorosamente senza nome) non ci sta a passare per un privilegiato.
«Mi rendo conto di quello che accade fuori di qui: c’è la crisi, le aziende che falliscono, le cassa integrazioni. So di stare meglio di altri. Ma lo stipendio che prendiamo è commisurato a ciò che facciamo».
Snocciola un lungo elenco di cifre: «Mediamente ogni dipendente ha 108 ore a testa di lavoro in eccesso, 70 giorni di ferie non godute. Lavoriamo senza orari. Quando c’è stato l’ostruzionismo sul decreto “del fare” siamo rimasti 25 ore filate a Montecitorio. E poi non abbiamo diritto di sciopero e non abbiamo straordinari».
Rivendica con orgoglio il suo lavoro: «Siamo indispensabili per il corretto svolgimento dei lavori parlamentari. Senza di noi i deputati non sarebbero in grado ».
«Fino alla metà degli anni ’90 – racconta un assistente parlamentare davanti agli ascensori che portano alle commissioni – c’erano politici esperti che conoscevano il funzionamento della “ macchina” parlamentare. Adesso non è più così».
E poi c’è il problema delle minacce. «La gente se la prende con noi: prima sui siti (su Facebook a fine luglio, ndr), poi è capitato anche a qualche collega uscito in divisa dalla Camera», spiega. «L’avevamo segnalato alla presidente ma lei è voluta andare avanti».
Il rapporto tra i dipendenti e la Boldrini non pare idilliaco: «Lei non si rende conto: c’è una frustrazione nel Paese che si scarica su di noi».
«Non ci sto a fare il capro espiatorio della crisi, noi le tasse le paghiamo tutte», conclude l’assistente.
«E ora basta, le ho detto pure troppo».
All’uscita dalla Camera, verso le cinque di pomeriggio, una famiglia di turisti sbuca davanti a Montecitorio da via in Acquiro: «E in quel palazzo ci stanno i “magnaccioni”: fai una foto, va’».
Mauro Favale
(da “la Repubblica”)
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Agosto 13th, 2013 Riccardo Fucile
SUPER STIPENDI A MONTECITORIO: UNA SQUADRA DI NOVE ACCONCIATORI CHE LAVORA SOLO DURANTE LE SEDUTE
Andrew Mark Cuomo, governatore di New York, lo Stato da quasi 20 milioni di abitanti, non lo saprà mai.
O forse potrebbe, per le origini italiane.
Ma non potrà mai capire perchè il suo stipendio (130.000 dollari) sia inferiore ai guadagni di un barbiere di Montecitorio con un’anzianità di 40 anni: 136.120 euro e 23.994 di contributi previdenziali.
No, la carriera che s’avvicina al pensionamento c’entra poco: con 30 anni alla Camera, la retribuzione supera i 120.000 euro.
I rasatori e acconciatori dei deputati sono qualificati come operatori tecnici, non sono nè privilegiati nè esclusivi: ingranaggio di una macchina possente, pepita di una leggenda che non si smacchia facilmente.
I signori onorevoli pagano dal ’91, prima, cioè Prima repubblica ancora saldamente in piedi, Giulio Andreotti ci passava due volte, al mattino e al pomeriggio.
Perchè il Divo Giulio non tollerava che un pelino nero, ormai grigio, sporcasse il suo volto imperscrutabile e ambiziosamente giovanile.
La notoria parsimonia ne avrebbe sconsigliato un utilizzo eccessivo.
Anche se i deputati trovano piacevoli il rifugio fra le pareti di specchi, le rifiniture dorate, il gelido marmo e quelle poltrone dove ci si aspetta di vedere il broncio di Aldo Fabrizi.
Il responsabile si chiama Marco Margiotta, in servizio dal 1984.
Ha visto sfiorire i baffi di Achille Occhetto e Massimo D’Alema, e con essi la sinistra italiana: ma quei baffi, folti, erano intoccabili.
Occhetto e D’Alema non consentivano a nessuno di intralciare il progetto estetico di cui sono fedeli dal liceo.
Un giorno, a Brontolo di Oliviero Beha, Margiotta raccontò che la tintura per gli uomini era un segreto inconfessabile: nel salone di Montecitorio, che Arnaldo Forlani frequentava per impomatare la chioma prima di intervenire in aula, non si va per i ritocchi fondamentali, esistenziali, ma per le esigenze quotidiane.
Anche Gianfranco Fini, serioso presidente d’opposizione a Silvio Berlusconi, aveva l’abitudine, quasi il vizio, di eliminare la minima traccia di peluria in volto e poi, fresco di acqua di colonia, poteva governare l’emiciclo.
Da Giorgio Stracquadanio a Gianfranco Rotondi, da destra a sinistra, il barbiere a Montecitorio è un’istituzione che s’è fatta casta più della casta per antonomasia: lavorano soltanto nei giorni di seduta, orario continuato otto-venti.
Adesso i nuovi dipendenti sono in ferie sino al 6 settembre, un venerdì, e pazienza se Laura Boldrini dovesse convocare i deputati in anticipo.
Ancora Margiotta, che indossa sempre un completo azzurrino con cravatta leggermente più scura su camicia a sfondo bianco, spiegò che gli strumenti del mestiere trasmettono fiducia ai deputati: le guance vengono insaponate col vecchio pennello e la barba viene teneramente spazzata via con l’allume.
In questi anni di repulsioni per il simbolo del palazzo, qualche fustigatore di casta pensò di cancellare la barberia, di rottamare il simbolo della pulizia collettiva: ogni volta che il testo approdava in aula, però, veniva respinto.
E gli stessi presidenti Fausto Bertinotti e Franco Marini esaltarono “l’efficienza, l’altissima professionalità e la dedizione al lavoro dei dipendenti dei Parlamento” .
Di livello europeo, aggiunsero.
Quando fecero l’ultimo concorso per il salone — da dove spesso scappano per andare a votare le deputate con i capelli bagnati e deputati con la schiuma addosso — si presentarono in sessanta per sei posti.
Per poter dire, mentre affilano il rasoio, che la casta non gli torce un capello.
Semmai, il contrario.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 13th, 2013 Riccardo Fucile
IL PDL SI RITROVA CON UN PUGNO DI MOSCHE IN MANO E SI ACCONTENTA DEL “RICONOSCIMENTO DEL RUOLO POLITICO DEL CAVALIERE”… PER LA GRAZIA OCCORRE CHE QUALCUNO LA CHIEDA: MA L’ESAME “RIGOROSO” PORTEREBBE A RESPINGERLA…E POI LA GRAZIA NON CANCELLA LA CONDANNA, L’INTERDIZIONE E IL DECADERE DA SENATORE: A CHE SERVE?
Le frasi importanti del messaggio di Napolitano
“Di qualsiasi sentenza definitiva, e del conseguente obbligo di applicarla, non può che prendersi atto”.
«Fatale sarebbe una crisi del governo faticosamente formatosi da poco più di 100 giorni; il ricadere del paese nell’instabilità e nell’incertezza ci impedirebbe di cogliere e consolidare le possibilità di ripresa economica»
«In quanto ad attese alimentate nei miei confronti, va chiarito che nessuna domanda mi è stata indirizzata cui dovessi dare risposta”
“Ad ogni domanda in tal senso, tocca al Presidente della Repubblica far corrispondere un esame obbiettivo e rigoroso — sulla base dell’istruttoria condotta dal Ministro della Giustizia — per verificare se emergano valutazioni e sussistano condizioni che senza toccare la sostanza e la legittimità della sentenza passata in giudicato, possono motivare un eventuale atto di clemenza individuale che incida sull’esecuzione della pena principale.”
«A proposito della sentenza passata in giudicato va ribadito che la normativa vigente esclude che Silvio Berlusconi debba espiare in carcere la pena detentiva irrogatagli e sancisce precise alternative, che possono essere modulate tenendo conto delle esigenze del caso concreto»
“Toccherà a Silvio Berlusconi e al suo partito decidere circa l’ulteriore svolgimento – nei modi che risulteranno legittimamente possibili – della funzione di guida finora a lui attribuita, preminente per tutti dovrà essere la considerazione della prospettiva di cui l’Italia ha bisogno”
“Non è accettabile che vengano ventilate forme di ritorsione ai danni del funzionamento delle istituzioni democratiche».
Le reazioni di chi non ha capito nulla o fa finta di non capire
Cicchitto
“Quella del Presidente Napolitano è una prima riflessione sul tema drammatico costituito dalla condanna di Silvio Berlusconi e lascia aperti spazi significativi per quello che riguarda il futuro. C’è un esplicito riconoscimento del ruolo politico di Berlusconi . Di conseguenza reputo che bisogna misurarsi con questa prima presa di posizione del Presidente della Repubblica con senso di responsabilità e spirito costruttivo”
Gelmini
“Ci riconosciamo nella nota del Presidente della Repubblica che dimostra come il problema da noi posto dell’agibilità politica di Berlusconi non sia un fatto personale di Silvio Berlusconi ma una questione schiettamente politica. ”
Gasparri
“Il Capo dello Stato dimostra ua grande sapienza politico giuridica. Non a caso è un presidente della Repubblica che è stato eletto due volte. Dal suo comunicato emergono spiragli per un prosieguo positivo della vicenda. Non è una nota di chiusura”.
La reazione di chi ha capito abbastanza
Pittella Pd
“Il presidente Napolitano respinge al mittente ogni indebita pressione escludendo a priori fantasiose quanto incostituzionali azioni dopo il pronunciamento della Cassazione: di una sentenza definitiva non si può che prendere atto e applicarla. Berlusconi se ne faccia quindi una ragione”
La reazione di chi ha capito
Matteo Salvini Lega
“Sento puzza di fregatura”, scrive sul suo profilo Facebook Matteo Salvini, vice-segretario federale del Carroccio.
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Commento del ns. direttore
La nota del presidente Napolitano è un documento di sottile arte politica e nel Pdl solo degli incolti possono dichiararsene soddisfatti.
In pratica Napolitano chiede a Berlusconi di accettare la sentenza (e come conseguenza dimettersi da senatore prima di venire estromesso di autorità ), di non generare alcuna crisi di governo, di rivedere il suo ruolo all’interno del Pdl.
In cambio, a parte il riconoscimento della leadership del partito, non offre un bel nulla: la grazia va chiesta, ma non vuol dire che venga concessa.
Piccolo dettaglio: per ottenere la grazia uno deve assumere l’atteggiamento di chi ammette il reato e cominciare ad espiare la pena, così dice la legge.
Quindi se ne parla a novembre, quando ormai il Cavaliere sarà dichiarato decaduto da senatore e non avrà più alcun scudo contro un eventuale mandato di arresto da parte di altre procure.
Perchè la grazia, fosse anche concessa domani (e Napolitano non lo farà mai) incide sulla espiazione della pena, ma non cancella la condanna e tanto meno l’interdizione o impedisce la decadenza da senatore.
E se si volesse andare subito al voto, Napolitano lo impedirebbe per non creare turbative al Paese e fin quando non verrà cancellato il Porcellum.
Fino all’ultima minaccia: dimettersi e impedire di fatto nuove elezioni.
Gioverebbe al Pdl andare poi al voto con il peso di aver fatto cadere il governo per difendere un condannato in tre gradi di giudizio?
Un partito normale avrebbe già nominato un nuovo Presidente o segretario, ma il Pdl non è notoriamente un partito normale.
In tal senso avranno buon gioco i falchi, a breve, a denunciare la nota di Napolitano come un tentativo di prendere tempo e far rosolare il Cavaliere a fuoco lento.
Ma alternative non ne esistono, salvo la più logica: indire un congresso ed eleggere un nuovo Presidente come accadrebbe in qualsiasi altro partito europeo dove non sono ammessi leader pregiudicati.
E le future sentenze sul caso Ruby e De Gregorio potrebbero prolungare i domiciliari per altri dieci anni ( in caso di condanna infatti verrebbe meno lo sconto di tre anni sul processo Mediaset e andrebbero aggiunti gli attuali sette del caso Ruby e almeno un tre anni per il caso corruzione deputati).
Il Pdl pensa di andare avanti dieci anni così?
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Agosto 13th, 2013 Riccardo Fucile
E SULLA GRAZIA PRECISA: “NESSUNA DOMANDA”
La preoccupazione fondamentale, comune alla stragrande maggioranza degli italiani, è lo sviluppo di un’azione di governo che, con l’attivo e qualificato sostegno del Parlamento, guidi il paese sulla via di un deciso rilancio dell’economia e dell’occupazione. In questo senso hanno operato le Camere fino ai giorni scorsi, definendo importanti provvedimenti; ed essenziale è procedere con decisione lungo la strada intrapresa, anche sul terreno delle riforme istituzionali e della rapida ( nei suoi aspetti più urgenti ) revisione della legge elettorale. Solo così si può accrescere la fiducia nell’Italia e nella sua capacità di progresso. Fatale sarebbe invece una crisi del governo faticosamente formatosi da poco più di 100 giorni; il ricadere del paese nell’instabilità e nell’incertezza ci impedirebbe di cogliere e consolidare le possibilità di ripresa economica finalmente delineatesi, peraltro in un contesto nazionale ed europeo tuttora critico e complesso.
Ho perciò apprezzato vivamente la riaffermazione – da parte di tutte le forze di maggioranza – del sostegno al governo Letta e al suo programma, al di là di polemiche politiche a volte sterili e dannose, e di divergenze specifiche peraltro superabili.
Non mi nascondo, naturalmente, i rischi che possono nascere dalle tensioni politiche insorte a seguito della sentenza definitiva di condanna pronunciata dalla Corte di Cassazione nei confronti di Silvio Berlusconi. Mi riferisco, in particolare, alla tendenza ad agitare, in contrapposizione a quella sentenza, ipotesi arbitrarie e impraticabili di scioglimento delle Camere.
Di qualsiasi sentenza definitiva, e del conseguente obbligo di applicarla, non può che prendersi atto. Ciò vale dunque nel caso oggi al centro dell’attenzione pubblica come in ogni altro.
In questo momento è legittimo che si manifestino riserve e dissensi rispetto alle conclusioni cui è giunta la Corte di Cassazione nella scia delle valutazioni già prevalse nei due precedenti gradi di giudizio; ed è comprensibile che emergano – soprattutto nell’area del PdL – turbamento e preoccupazione per la condanna a una pena detentiva di personalità che ha guidato il governo ( fatto peraltro già accaduto in un non lontano passato ) e che è per di più rimasto leader incontrastato di una formazione politica di innegabile importanza. Ma nell’esercizio della libertà di opinione e del diritto di critica, non deve mai violarsi il limite del riconoscimento del principio della divisione dei poteri e della funzione essenziale di controllo della legalità che spetta alla magistratura nella sua indipendenza. Nè è accettabile che vengano ventilate forme di ritorsione ai danni del funzionamento delle istituzioni democratiche.
Intervengo oggi — benchè ancora manchino alcuni adempimenti conseguenti alla decisione della Cassazione — in quanto sono stato, da parecchi giorni, chiamato in causa, come Presidente della Repubblica, e in modo spesso pressante e animoso, per risposte o “soluzioni” che dovrei e potrei dare a garanzia di un normale svolgimento, nel prossimo futuro, della dialettica democratica e della competizione politica.
A proposito della sentenza passata in giudicato, va innanzi tutto ribadito che la normativa vigente esclude che Silvio Berlusconi debba espiare in carcere la pena detentiva irrogatagli e sancisce precise alternative, che possono essere modulate tenendo conto delle esigenze del caso concreto.
In quanto ad attese alimentate nei miei confronti, va chiarito che nessuna domanda mi è stata indirizzata cui dovessi dare risposta.
L’articolo 681 del Codice di Procedura Penale, volto a regolare i provvedimenti di clemenza che ai sensi della Costituzione il Presidente della Repubblica può concedere, indica le modalità di presentazione della relativa domanda. La grazia o la commutazione della pena può essere concessa dal Presidente della Repubblica anche in assenza di domanda.
Ma nell’esercizio di quel potere, di cui la Corte costituzionale con sentenza del 2006 gli ha confermato l’esclusiva titolarità , il Capo dello Stato non può prescindere da specifiche norme di legge, nè dalla giurisprudenza e dalle consuetudini costituzionali nonchè dalla prassi seguita in precedenza. E negli ultimi anni, nel considerare, accogliere o lasciar cadere sollecitazioni per provvedimenti di grazia, si è sempre ritenuta essenziale la presentazione di una domanda quale prevista dal già citato articolo del C.p.p.. Ad ogni domanda in tal senso, tocca al Presidente della Repubblica far corrispondere un esame obbiettivo e rigoroso — sulla base dell’istruttoria condotta dal Ministro della Giustizia — per verificare se emergano valutazioni e sussistano condizioni che senza toccare la sostanza e la legittimità della sentenza passata in giudicato, possono motivare un eventuale atto di clemenza individuale che incida sull’esecuzione della pena principale.
Essenziale è che si possa procedere in un clima di comune consapevolezza degli imperativi della giustizia e delle esigenze complessive del Paese.
E mentre toccherà a Silvio Berlusconi e al suo partito decidere circa l’ulteriore svolgimento – nei modi che risulteranno legittimamente possibili – della funzione di guida finora a lui attribuita, preminente per tutti dovrà essere la considerazione della prospettiva di cui l’Italia ha bisogno.
Una prospettiva di serenità e di coesione, per poter affrontare problemi di fondo dello Stato e della società , compresi quelli di riforma della giustizia da tempo all’ordine del giorno.
Tutte le forze politiche dovrebbero concorrere allo sviluppo di una competizione per l’alternanza nella guida del paese che superi le distorsioni da tempo riconosciute di uno scontro distruttivo, e faciliti quell’ascolto reciproco e quelle possibilità di convergenza che l’interesse generale del paese richiede.
Ogni gesto di rispetto dei doveri da osservare in uno Stato di diritto, ogni realistica presa d’atto di esigenze più che mature di distensione e di rinnovamento nei rapporti politici, sarà importante per superare l’attuale difficile momento.
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Agosto 13th, 2013 Riccardo Fucile
“QUEL CHE ACCADE IN ITALIA E’ INCOMPRENSIBILE ALL’ESTERO: IL CAVALIERE E’ UN BUFFONE DELLA COMMEDIA DELL’ARTE”
Agli occhi di un premio Nobel l’Italia di oggi appare come un Paese piccolo piccolo segnato da un
teatrino politico che vede come protagonista “un buffone di corte”.
Lo scrittore peruviano Mario Vargas Llosa, in Sicilia per ricevere il premio Tomasi di Lampedusa, interviene anche sull’attualita.
E i suoi sono giudizi senza appello su una politica degradata a culto dell’immagine e dominata dal populismo.
Vargas Llosa, com’è l’Italia vista da lontano?
“Il fenomeno italiano è incomprensibile per uno straniero. Com’è possibile che uno dei Paesi con la più ricca tradizione culturale oggi sia governata dauna classe politica così mediocre? Berlusconi, per esempio, è un personaggio caricaturale, un buffone da commedia dell’arte. Io sono un liberale di destra ma non mi sento certo rappresentato da uno come lui, semmai potevo identificarmi nella destra della Thatcher. Il fatto è che la gente migliore pensa che la politica sia una cosa sporca e il risultato è la politica che abbiamo adesso. Alle nuove generazioni bisogna trasmettere il messaggio che la politica può essere una cosa creativa, uno strumento per dare soluzioni”.
È altrettanto incomprensibile, per uno straniero, il fatto che il dibattito politico italiano sia centrato sul “salvacondotto” a Berlusconi dopo la condanna della Cassazione?
“Non posso entrare nei dettagli perchè conosco poco le vostre vicende ma è chiaro che in qualunque Paese dopo il terzo grado di giudizio una persona uscirebbe dalla scena politica”.
C’è un germe che ha infettato la politica? Nel suo saggio “La società dello spettacolo” lei analizza la decadenza della cultura…
“Il degrado della politica è una conseguenza della scomparsa della cultura tradizionale che serviva a riconoscere i valori, ciò che era buono, brutto, orribile: oggi l’idea della cultura si scambia con quella dell’intrattenimento. Ed ecco che i politici oggi sono istrioni, buffoni, ma non è casuale: i politici oggi devono superare la prova dell’immagine, non quella dell’idea. E i valori oggi sono determinati da due fattori: il successo o l’insuccesso”.
Insomma, se Tomasi di Lampedusa prevedeva un’epoca di iene e sciacalli, oggi è il tempo di comici e giullari?
“Io credo che la democrazia si basi su certe idee e su certi principi. Oggi l’espressione politica che ha più successo è il populismo, che può distruggere le istituzioni, la democrazia, agendo come un virus interno”.
C’è una soluzione?
“Voglio citare Karl Popper che in un saggio scriveva come ai politici si debba chiedere di fare il minor danno possibile. La terribile crisi che sta vivendo l’Europa è la dimostrazione che la politica è enormemente distruttiva”.
Mario Di Caro
(da “La Repubblica”)
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Agosto 13th, 2013 Riccardo Fucile
LA COMPAGLIA AEREA “MERIDIANA” HA REGALATO UN VOLO A/R AL SEGRETARIO NAZIONALE UIL TRASPORTI PROPRIO MENTRE SONO IN CORSO LE TRATTATIVE PER IL RINNOVO DEL CONTRATTO DEI DIPENDENTI
Ferragosto alle Mauritius con il biglietto gratis, pagato da Meridiana, la compagnia aerea sarda con i conti in rosso che lotta per la sopravvivenza e si appresta a chiedere maggiori sacrifici ai suoi dipendenti.
Difficile che possa essere accaduto a sua insaputa (Scajola docet), ma certo il nome del beneficiario desta più di qualche sospetto: a partire per la meta esotica è infatti Marco Veneziani, segretario nazionale della Uil Trasporti, uno dei principali referenti sindacali assieme ai colleghi di Cgil, Cisl e Ugl nelle trattative per la definizione dei nuovi contratti del settore del trasporto aereo.
Documenti (di volo) alla mano, Veneziani risulta essere partito in vacanza nell’esclusivo arcipelago dell’oceano indiano il 4 agosto scorso assieme a un’altra persona.
Il viaggio di andata e ritorno in classe “Business” su un aereo Meridiana è gentilmente offerto dal management della compagnia aerea sarda.
A dimostrarlo è il biglietto aereo originale, inoltrato dalla segreteria dell’amministratore delegato della compagnia aerea, Roberto Scaramella, che prevede due posti per il volo di andata Roma Fiumicino-Mauritius previsto il 4 agosto e quello di ritorno — Mauritius /Roma — del 19 agosto.
Al signor Veneziani, il biglietto costerà solo 221,40 euro di tasse, mentre normalmente i biglietti andata e ritorno per due in prima classe per le Mauritius non costano meno di 2mila.
Abbiamo provato a contattare il sindacalista per chiedergli conferma del biglietto e domandargli se trovasse corretto accettare un omaggio da quella che dovrebbe essere la controparte nelle trattative sindacali.
Il telefono di Veneziani risulta irraggiungibile. D’altronde si trova in vacanza.
Questo per Meridiana è un periodo decisamente caldo, temperature a parte.
I dipendenti sono in fibrillazione: davanti a loro si prospetta un futuro di cassa integrazione e mobilità .
L’azienda ha già mandato in Cig 1.350 lavoratori, fra piloti e assistenti di volo. Mentre aumenta il lavoro per i colleghi della controllata Air Italy, la compagnia entrata a far parte del gruppo Meridiana dopo la fuoriuscita dell’ex ad Giuseppe Gentile.
Air Italy paga piloti e assistenti di volo il 30 per cento in meno rispetto a Meridiana.
Il sindacato Usb da tempo denuncia il travaso di attività da Meridiana ad Air Italy come un’operazione poco chiara e illegittima posta in essere per abbassare il costo del lavoro senza trattare un nuovo contratto con i dipendenti.
Mentre nelle ultime settimane, nel silenzio più totale, sono andate avanti le trattative di Meridiana proprio con i confederali per la ratifica del nuovo contratto di settore. Come minimo, dunque, questo viaggio per il rappresentante nazionale Uil Veneziani capita in un momento poco opportuno: quel Veneziani che nel 2011 fu il protagonista della clamorosa espulsione dell’intera squadra dei rappresentanti territoriali della Uil Trasporti e delle Rsa delle basi Meridiana di Olbia, Verona e Cagliari, 13 persone in tutto fra Rsa e delegati provinciali, che vennero commissariati dallo stesso Veneziani il giorno dopo la data dell’accordo, per non aver voluto firmare il nuovo patto con l’azienda.
La squadra di delegati — tutti eletti dai lavoratori — venne sostituita da persone nominate direttamente dal segretario nazionale.
Sul biglietto aereo omaggio l’ad di Meridiana, Roberto Scaramella, risponde attraverso l’ufficio stampa: “Escludo di aver dato una gratuità , probabilmente si tratta solo di uno sconto. Oggi, lunedì 12 agosto, il personale non è in ufficio e non è possibile fare una verifica. In ogni caso la policy commerciale dell’azienda è privata come il suo azionariato”.
Costanza Bonacossa
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 13th, 2013 Riccardo Fucile
“DI SUCCESSIONI NON ABBIAMO BISOGNO, IL LEADER RIMANE SILVIO”… ANCHE VERDINI E BRUNETTA TRA I CRITICI
Maria Elvira detta Marina Berlusconi, futura Cav., era ormai quasi incoronata futura regina del Pdl
(e d’Italia) dall’intero partito-padronale di papà Silvio, quando ieri dal coro di giubilo s’è levata la bocciatura di Fabrizio Cicchitto.
Che promette di avere eco nella futura rinascente Forza Italia.
“Di successioni al momento non abbiamo bisogno, perchè il leader rimane lui, Silvio”, ha detto a La Stampa l’ex capogruppo alla Camera del Pdl.
Cicchitto auspica l’intervento di Giorgio Napolitano, per un atto di clemenza che salvi Re Silvio dalla condanna definitiva a 4 anni di reclusione.
Del resto, ricorda il deputato che spicca tra le colombe del partito di Arcore, anche Napolitano “è stato oggetto di un attacco da Palermo (trattativa Stato-mafia, ndr), da cui si è potuto mettere al riparo per le guarentigie di cui giustamente gode il Presidente della Repubblica”.
Quindi, ricordando al Capo dello Stato e agli alleati del Pd della stravagante maggioranza, che per mantenere “in vita questo Governo è tuttora indispensabile proprio Berlusconi”, Cicchitto boccia la successione a Marina come un “errore qualunque di surrogazione di tipo familiare; darebbe una sensazione di ripiego, laddove l’uomo è saldamente in campo. Semmai il problema è un altro: costruire un partito che sia veramente capace di sostenere il suo leader”.
Insomma Berlusconi deve rimanere al suo posto.
A Cicchitto si uniranno altre colombe.
Nel partito, infatti, l’incoronazione di Marina è più un’idea di alcuni che una decisione collegiale nè soprattutto necessaria.
Già il solitamente riservatissimo (e fedelissimo) Denis Verdini è stato critico: “Il passaggio a Marina? Deve dirlo Berlusconi, ma deve dirlo anche il partito, visto che siamo un partito”.
Mentre l’altrettanto fido Renato Brunetta ha definito l’ipotesi come monarchica, bocciandola decisamente.
“Non mi piacciono le dinastie, nè quelle monarchiche nè quelle repubblicane”.
Ma il capogruppo della Camera ha forse timore che con l’avvento di Marina gli equilibri di potere interni possano cambiare così radicalmente da metterlo in ombra.
Come lui molti.
Un ex ministro che conosce a fondo Silvio, Arcore, Marina e il partito fotografa in forma anonima la situazione: “Ne parla Giuliano Ferrara e ne parlano i giornali, ma è prematuro affrontare l’argomento nel partito perchè l’argomento non esiste”, confida l’oggi senatore del Pdl.
“Il problema si affronterà quando Silvio deciderà cosa fare in futuro. Se ci sarà la necessità di individuare un suo successore, uomo o donna che sia, se ne parlerà . E posso garantire che Cicchitto dà voce a una ampia parte di partito che vorrebbe il tema fosse affrontato con maggior collegialità e non limitato allo squittire di qualche presunta amica di Marina”.
Individuare quale tra le presunte amiche squittisce è difficile, considerato che le donne del Pdl sembrano tutte a favore dell’ascesa della Zarina Marina o la “principessa di ferro”, come l’ha ribattezzata la Frankfurter Allgemeine Zeitung.
La più entusiasta pare la pitonessa Daniela Santanchè, che ancora ieri ha ripetuto (ormai in trans) “ora tocca a Marina”.
La bionda robotica Laura Ravetto ha invece inserito nel suo personale copione televisivo la frase “Marina è l’erede”.
Imitata da Mara Carfagna, seppur con scarsi risultati vista la fuga cui è stata costretta dagli studi del Tg3 incalzata da Bianca Berlinguer.
Più distaccata Lara Comi (“sarebbe un’ottima prospettiva”) mentre Michaela Biancofiore si è spinta in un improbabile paragone tra Marina e il sindaco di Firenze concludendo che la primogenita del Cavaliere “è la nostra Matteo Renzi”.
Da chi comincia a rottamare nel Pdl?
Sicuramente non sarà uno scontro di genere. Almeno non lo è per Cicchitto che confida nell’intervento di Napolitano.
E, dice, “se nessuno può farci nulla” per graziare Silvio allora “prepariamoci al peggio”.
E il riferimento non è a Marina.
(da “Huffingtonpost”)
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Agosto 13th, 2013 Riccardo Fucile
SCARICA DI INSULTI SUL GIORNALISTA CHE GLI HA RICORDATO LA CONDANNA PER TRUFFA AGGRAVATA E CONTINUATA E FALSO AI DANNI DELLO STATO CHE GLI ERA COSTATA UNA CONDANNA A SEI MESI DI CARCERE
Puntata di ‘In Onda Estate’ su La7 dal titolo ‘Fenomenologia di Silvio Berlusconi’, ospiti: Vittorio Sgarbi, David Perluigi (“Il Fatto Quotidiano) e Marianna Aprile (Oggi).
Il critico parte subito con una filippica a difesa di B. e dei suoi fedelissimi, Fede tra questi, tirando dentro in paragoni, a dir poco arditi, persino Pasolini e Biagi.
Il cronista de “il Fatto” replica sottolineando come quella di Sgarbi per B. sia una “solidarietà tra pregiudicati”, vista la condanna per truffa aggravata e continuata e falso ai danni dello Stato inflitta al critico nel ’96. In pratica per tre anni l’ex funzionario ha disertato il suo ufficio alla Soprintendenza di Venezia con false certificazioni.
La pena? Sei mesi e 10 giorni di reclusione e 700 mila lire di multa.
In pratica per tre anni ha disertato il suo ufficio alla Soprintendenza di Venezia con false certificazioni.
Tanto è bastato all’ex deputato liberale per farlo delirare e scaricare insulti verso il giornalista.
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