Agosto 16th, 2013 Riccardo Fucile
L’ITALIA DELLA SOLIDARIETA’ CONQUISTA LE PRIME PAGINE DEI MEDIA MONDIALI… NAPOLITANO: “IMMAGINI CHE FANNO ONORE ALL’ITALIA”
È successo due giorni fa sulla spiaggia di Morghella, a Pachino (Siracusa), dove il barcone con 160
persone stipate a bordo, si è arenato a pochi metri dalla riva.
Alcuni immigrati si sono tuffati in mare cercando di raggiungere a nuoto l’arenile, ma la maggior parte è stata tratta in salvo dagli uomini della Guardia costiera e dai bagnanti che hanno formato una catena umana.
Le immagini dei bagnanti che si sono «spinti generosamente in mare» per aiutare i profughi «mostrano come prevalga negli italiani un senso di umanità e solidarietà più forte di ogni pregiudizio e paura” ha sottolineato con soddisfazione Giorgio Napolitano.
Tra i 160 migranti erano diverse le donne in stato interessante e oltre cinquanta i bambini, questi ultimi portati a riva dai gommoni della capitaneria.
L’immagine dei bagnanti che si stringono l’un l’altro per aiutare i migranti ha fatto il giro del mondo: quel segno di solidarietà è la foto del giorno del Los Angeles Times.
IL PLAUSO DEL CAPO DELLO STATO
Le immagini della spiaggia di Siracusa «mostrano come – di fronte alla tragedia, quotidianamente vissuta a Lampedusa e altrove, di quanti cercano asilo fuggendo da guerre e persecuzioni – prevalga negli italiani un senso di umanità e solidarietà più forte di ogni pregiudizio e paura. Sono immagini che fanno onore all’Italia», ha detto il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.
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Agosto 16th, 2013 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DELLA GIUNTA PER LE IMMUNITA’ DEL SENATO METTE ORDINE NEL CAOS DI CONGETTURE E IPOTESI SULL’AGIBILITA’ POLITICA DELL’EX PREMIER
Non solo la grazia non potrà incidere in alcun modo sulla legge Anticorruzione (firmata da Cancellieri, Patroni Griffi, Severino e Monti), che fa scattare l’incandidabilità non appena si riporti una condanna definitiva a più di 2 anni di reclusione, a prescindere da come questa si sconti, ribadisce con forza Stefano all’Ansa.
Ma i tempi perchè si scriva una parola fine su questa storia saranno rapidi, perchè la Giunta è già a buon punto.
Stefà no spiega di aver chiesto di alcuni documenti per chiarire il ruolo di Berlusconi in Mediaset: “Sulla base di un impegno assunto con tutti i gruppi presenti in Giunta ho fatto richiesta di una serie di documenti, tra cui gli atti concessori ed autorizzatori del gruppo Mediaset e le visure camerali riguardanti le cariche sociali nelle aziende ad esso riconducibili”
Secondo il senatore di Sel, la nota di qualche giorno fa di Napolitano sull’ipotesi della grazia e sulla richiesta di un ‘salvacondotto’ per Berlusconi avanzata con forza dal Pdl, chiarisce “tutto quello che c’era da chiarire”.
Ma lui ci tiene a ribadire un punto. “Occorre distinguere ed evitare di fare confusione sui ruoli: l’esecuzione della pena detentiva non è competenza della Giunta, trattandosi di sentenza definitiva.
Ciò chiarito, non ritengo opportuno che io entri nel merito di altri aspetti quali la grazia, gli arresti domiciliari o l’affidamento ai servizi sociali di competenza di altri organi dello Stato.
In relazione, invece, a eventuali future competizioni elettorali di Silvio Berlusconi, per i prossimi 6 anni gli Uffici elettorali non potranno ricevere la candidatura a causa dell’ incandidabilità prescritta dal Decreto 235 del 31 dicembre 2012 a meno che non intervenga una riabilitazione, su richiesta dello stesso Berlusconi.
Ma ciò – sottolinea Stefà no – è inimmaginabile, prima di almeno 2 anni. Quanto alla decadenza da senatore della XVII legislatura, invece, la decisione finale spetterà all’Assemblea del Senato, e non potranno esserci “salvacondotti” provenienti dall’esterno”.
Possibili novità in arrivo? “Una possibile novità , – risponde – forse l’unica, potrebbe venire dalla definitività della condanna alla pena accessoria dell’interdizione dai pubblici uffici, che comporta anch’essa la decadenza dal mandato di Berlusconi. Credo, però, che quando arriverà non sarà più di competenza della Giunta perchè questa avrà già concluso il suo operato”.
Anna Laura Bussa
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Agosto 16th, 2013 Riccardo Fucile
L’EX GOVERNATORE PUGLIESE E’ STATO CONDANNATO PER CORRUZIONE, FINANZIAMENTO ILLECITO E ABUSO D’UFFICIO
Il finanziamento di 500 mila euro che l’allora presidente della Regione Puglia, Raffaele Fitto (Pdl),
ricevette per il suo movimento politico La Puglia prima di tutto “prima, durante e poco dopo” la campagna elettorale per le regionali del 2005 dall’imprenditore Giampaolo Angelucci per far assegnare alle aziende di quest’ultimo un appalto settennale da 198 milioni di euro per la gestione di 11 Residenze sanitarie assistite (Rsa), “si connota illecitamente in quanto è stato il prezzo della corruzione del Fitto da parte dell’Angelucci”.
Lo scrivono i giudici del tribunale di Bari nelle 769 pagine di motivazioni della sentenza con la quale il 13 febbraio 2013 Fitto, ex ministro agli Affari regionali ed ora parlamentare del Pdl, è stato condannato a quattro anni di reclusione per corruzione, illecito finanziamento ai partiti e abuso d’ufficio ed interdetto per cinque anni dai pubblici uffici. Fitto è stato assolto dal peculato e da un altro episodio di abuso d’ufficio.
Alla pena di tre anni e sei mesi di reclusione fu condannato il re delle cliniche romane ed editore Giampaolo Angelucci, riconosciuto colpevole di corruzione e illecito finanziamento ai partiti, in concorso con Fitto.
Ad altri undici dei 30 imputati furono inflitte pene comprese tra un anno e quattro anni e sei mesi di reclusione.
Secondo il tribunale, Fitto aveva “un disegno molto più ampio rispetto alla semplice volontà di attivare le strutture sanitarie” Rsa, che dovevano sopperire alla drastica riduzione dei posti letto ospedalieri imposta dalla legislazione nazionale e dal bilancio regionale. Un disegno – scrivono i giudici – che “ha consentito a Fitto di contare su un appoggio economico di rilievo per il suo movimento politico (La Puglia prima di tutto, ndr), che proprio in quel periodo si stava formando”.
Per ottenere i 500mila euro da Angelucci – ricostruisce il tribunale – Fitto compì una “diretta intromissione nelle decisioni spettanti ai direttori generali delle Asl sulla attivazione delle Rsa e sul tipo di gestione da scegliere”, poi accentrò “in una gara unica tutti gli appalti per gestire le Rsa”.
“Ciò – scrivono i giudici – al fine di creare a monte tutti i presupposti perchè venisse espletata una gara di tale portata economica ed impegno organizzativo per i soggetti proponenti” che “solo un unico e importante gruppo imprenditoriale sarebbe stato capace di presentare”.
Nonostante la sconfitta elettorale, il presidente uscente – secondo il tribunale – si attivò per estendere ad altre tre Rsa (ma fu di fatto boicottato da dirigenti e funzionari regionali) l’appalto vinto da Angelucci con il Consorzio San Raffaele in quanto “aveva assunto degli impegni”, che secondo i giudici non erano altro che il corrispettivo degli ultimi finanziamenti che il gruppo Tosinvest di Angelucci doveva elargire al movimento di Fitto.
(da “La Repubblica“)
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Agosto 16th, 2013 Riccardo Fucile
GLI EFFETTI DELLA CRISI: GLI SFRATTI SONO PASSATI DA 40.000 A 70.000 L’ANNO… E LO STATO NON OFFRE ALTERNATIVE AL MARCIAPIEDE
Non siamo ancora ai livelli della Spagna dove, il 17 luglio, un uomo di 62 anni si è sparato alla testa davanti all’ufficiale giudiziario che gli aveva appena notificato un provvedimento di sfratto per morosità , e dove nell’ultimo anno sono stati ben 15 i suicidi di persone che, non potendo più pagare l’affitto, si sono viste mettere per strada.
Non siamo ancora a quei livelli, per fortuna, ma anche da noi la situazione di quanti a causa della crisi non riescono più a pagare l’affitto è pesante, al punto da essere diventata da tempo una vera e propria emergenza nell’emergenza.
I numeri, presentati dall’Unione inquilini, parlano chiaro: su 10 sfratti, 9 ormai sono per morosità . Famiglie che non ce la fanno più ad arrivare alla fine del mese e che, costrette a tagliare sulle spese, alla fine non pagano più l’affitto.
«Una vera emergenza sociale», la definisce il presidente dell’Unione inquilini, Walter De Cesaris. «Anche perchè nella maggioranza dei casi nessuno fornisce mai un’alternativa al marciapiede»
Sono almeno cinque anni che gli sfratti hanno subito un’impennata.
Fino al 2007, infatti, i provvedimenti hanno mantenuto un andamento omogeneo attestandosi sui circa 40 mila l’anno.
Dal 2008, quando la crisi economica ha cominciato a mordere, la tendenza è cresciuta senza più fermarsi, tanto che nel 2012 gli sfratti registrati sono stati 70 mila. «Quasi il doppio.
Ma a preoccupare è il fatto che tra le motivazioni dello sfratto (finita locazione, necessità dell’appartamento da parte del proprietario e mancato pagamento dell’affitto) a crescere è stata proprio la morosità , che nel 2012 è stata la causa di oltre 60 mila sfratti su 70 mila», prosegue De Cesaris.
Altra novità : se in passato gli sfratti riguardavano soprattutto le grandi città , adesso il fenomeno si è allargato fino a coinvolgere anche i centri più piccoli e i paesi.
Con una maggiore concentrazione – come ricorda sempre l’Unione inquilini – al nord
L’autunno che si avvicina per ora non lascia sperare in niente di buono.
E questo anche se alcuni comuni, come Roma e Genova, capita la necessità di correre al più presto ai ripari hanno chiesto di estendere il blocco degli sfratti anche alle cause per morosità (quello deciso dal governo Monti fino al 31 dicembre 2013 riguarda infatti solo le finite locazioni).
Anche il governo, nel frattempo, si muove.
Per il 28 agosto è previsto il consiglio dei ministri in cui verrà discusso il nuovo «Piano casa», che però finora prevede misure solo a favore dei proprietari e poco o niente a favore degli inquilini, nella speranza di ridare ossigeno a un mercato, quello dell’affitto, definito al tracollo.
In particolare si ragiona su un aumento della deducibilità dell’affitto fino al 15% (oggi al 5% in seguito alla riforma Fornero).
La seconda misura riguarda una rimodulazione della cedola secca, in modo da renderla più semplice e meno onerosa. Infine un intervento sull’Imu, fissando al 4 per mille l’aliquota per le case in affitto.
Tutte misure che per l’Unione inquilini non bastano.
Se i provvedimenti annunciati dovessero limitarsi a una aumento degli sgravi fiscali per la proprietà , dice infatti De Cesaris, «saremmo a un’ennesima forma di maquillage che lascia inalterate le contraddizioni del mercato immobiliare: case senza gente (per i prezzi troppo alti) e gente senza case (per i redditi troppo bassi)».
Misure che non aiuterebbero a trovare una risposta alle 650 mila domande inevase di famiglie che sono in graduatoria ma restano in attesa perchè non ci sono case.
Al governo l’associazione chiede quindi il blocco immediato di tutti gli sfratti, compresi quelli per morosità , un intervento per calmierare il mercato degli affitti concedendo sgravi fiscali solo in cambio di un dimezzamento del canone e, infine, la realizzazione di un piano di edilizia popolare che punti non sulla costruzione di nuove case ma sul recupero del patrimonio immobiliare pubblico.
Carlo Lania
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Agosto 16th, 2013 Riccardo Fucile
DOPO QUINDICI MESI DALL’ASTA DI BENEFICIENZA ORGANIZZATA DALLA “FERRARI” PER AIUTARE LE FAMIGLIE VITTIME DEL SISMA, NESSUNO HA AVUTO PIU’ NOTIZIE DELLA FINE DEI FONDI RACCOLTI
1,8 milioni di euro raccolti da Luca Cordero di Montezemolo per le famiglie delle vittime del terremoto.
Ma di quei soldi ancora nessuna traccia.
La manifestazione di beneficenza organizzata un anno fa dal patron della Ferrari aveva messo in vendita, tra gadget vari marchiati Cavallino, anche caschi, guanti e sotto-tute da gara autografati di Fernando Alonso e Felipe Massa, il muso della F60, la tuta da gara di Giancarlo Fisichella.
E soprattutto una 599XX Evo, una berlina sportiva da pista che partiva da 1,35 milioni di euro.
E ora i terremotati denunciano: “Abbiamo chiamato gli uffici ma nessuno ci ha dato risposta”. L’azienda contattata ha rimandato a dopo le ferie ogni tipo di chiarimento in proposito.
Sono trascorsi ormai quindici mesi dai terremoti di maggio 2012, quelli che devastarono l’Emilia e che provocarono la morte di 28 persone.
Eppure, e sotto molti aspetti, la popolazione ferita della bassa, là tra Modena, Bologna, Ferrara e Reggio Emilia, è ancora in attesa.
Si aspettano i rimborsi stanziati dallo Stato, ingolfati in una burocrazia che somiglia più a un imbuto che a un sistema “trasparente ed efficace”, si aspettano i permessi per ricostruire, e la riapertura delle fabbriche per tornare a lavorare.
Ma per le famiglie di quelle 28 vittime, in realtà , l’attesa ha un “valore diverso”: “Significa essere abbandonati proprio quando ti trovi a vivere il momento più difficile della tua esistenza”.
A giugno 2012, pochi giorni dopo la seconda scossa, quella del 29, Luca Cordero di Montezemolo, patron della Ferrari, presentò un’asta di beneficenza: un’iniziativa organizzata allo scopo “di aiutare le famiglie delle vittime in questo momento difficile”. L’asta andò bene, l’ex presidente di Confindustria raccolse circa 1,8 milioni di euro.
Eppure di quei fondi, i Cavicchi, i Cesaro, gli Ansaloni, i Siclari, i Serra, i Visconti, i Santucci, i familiari di Sandra Gherardi, Anna Abeti, Nerina Balboni, Gabi Ehsemann, Liviana Latini, e con loro le madri e i padri, le mogli e i mariti dei tanti morti per il terremoto, non hanno ancora visto un euro.
“Abbiamo provato anche a chiamare alla Ferrari — racconta Catia Zuccheri, vedova di Gerardo Cesaro, morto sotto le macerie della Tecopress, in provincia di Ferrara — però abbiamo ricevuto solo risposte vaghe. Intendiamoci, non è che pretendiamo quei soldi, è solo che sono stati loro a organizzare l’asta e ci chiediamo quando arriveranno”.
A Catia Zuccheri trema ancora la voce nel ricordare quella notte.
Era il 20 maggio 2012 e suo marito, Gerardo Cesaro, 40 anni di lavoro sulle spalle, papà di due ragazzi, era di turno alla Tecopress di Dosso, in provincia di Ferrara. “Teoricamente avrebbe già dovuto essere in pensione — ricorda Catia — però poi con la riforma Fornero era venuto fuori che avrebbe dovuto lavorare altri 4 anni, quando ormai per lui si prefigurava la mobilità , il prepensionamento e infine, la conclusione della sua carriera lavorativa. Così, improvvisamente esodato, si era rimboccato le maniche e aveva trovato, l’anno prima, un impiego alla Tecopress. Non il massimo, certo, l’azienda era a 40 chilometri da casa, i turni erano diurni e notturni, sabato e domenica compresi, la paga bassa rispetto alla sua qualifica, però che altro si poteva fare? Così quella notte era al lavoro”.
E quanto è arrivato il terremoto, il tetto gli è crollato addosso. E l’ha ucciso. “Come vedova ricevo la sua pensione, ma non ho ancora avuto diritto ad alcun risarcimento per la sua morte. Purtroppo non è stata riconosciuta come infortunio sul lavoro, e l’unica possibilità è che sull’incidente ci sia un processo, e che alla sua famiglia sia riconosciuto, in tribunale, un indennizzo”.
E tuttavia, Catia, più che a sè stessa pensa alle famiglie che nel terremoto hanno perso un figlio.
Ai genitori di Nicola Cavicchi, per esempio, che per la morte del figlio, 35 anni, schiacciato dal crollo delle Ceramiche Sant’Agostino, hanno ricevuto solo quei 1936 euro versati dall’Inail.
Perchè per loro “la legge non prevede un riconoscimento adeguato al ruolo che oggi i figli possono avere nel bilancio famigliare — spiega Catia — la norma è antiquata, oggi i giovani non escono più di casa a 20 anni, si sposano tardi, e spesso contribuiscono, rimanendo a casa con i genitori, al mantenimento della famiglia. Com’è possibile che in Italia chi perde i propri cari sul lavoro sia trattato in questo modo?”.
Una battaglia, quella per la modifica della normativa, il Testo Unico n. 1124 del 1965 in vigore oggi per i “lavoratori assicurati e, in caso di loro morte, per i loro superstiti”, che non risarcisce il ‘danno’, ma offre “i mezzi di sostentamento venuti a mancare con la morte del lavoratore loro familiare”, che Bruno Cavicchi ha fatto sua da quella “maledetta notte del 20 maggio”.
Quando Nicola salutò mamma e papà per andare a lavorare e non fece più ritorno. “Ho intenzione di scrivere al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e chiedergli di essere invitato alla Giornata nazionale per le vittime degli infortuni sul lavoro, per presentare questa proposta — racconta Bruno — per noi quei 1.936 euro sono una vergogna”.
Anche Cavicchi ha provato a contattare la Ferrari per sapere quando arriveranno i fondi. Perchè un progetto su come spenderli ce l’ha già . Vorrebbe aprire un’associazione per i familiari delle vittime di incidenti mortali sul lavoro, per ricordare Nicola.
“In Italia chi perde i propri cari è abbandonato a se stesso, a me invece piacerebbe dare una mano, perchè so che cosa vuol dire”.
“L’altro mio figlio — racconta — ha telefonato più volte alla Ferrari ma non hanno saputo dirgli quanto tempo ci sarebbe voluto ancora. Poi, finalmente, uno degli avvocati ha parlato con un responsabile dell’azienda, è ci è stato detto che forse a settembre si sbloccherà qualcosa. Noi lo speriamo, anche perchè siamo stanchi di sentire promesse”.
Dallo Stato, “che dopo la ‘sfilata’ di quel giugno 2012” — arrivarono in Emilia quasi tutti i ministri del governo Mario Monti nelle settimane successive al terremoto — “non si è più fatto vivo”, dalla magistratura, “che sta indagando, ma che purtroppo procede a rilento”. “Io ho 74 anni, ormai — precisa Bruno — e non sono per quanto ancora vivrò. Però ho un desiderio: esserci quando verrà fatta giustizia. Nicola era un ragazzo onesto, preciso, generoso, ma mi sembra che tutti lo prendano in giro. Ed è di questo che lo Stato dovrebbe vergognarsi”.
Annalisa Dall’Oca
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 16th, 2013 Riccardo Fucile
LONTANO DAI PALAZZI C’E’ L’ITALIA DELLA CRISI E DELLA DISOCCUPAZIONE
C’è una categoria di lavoratori che non conosce ferie in Italia, in costante crescita.
Sono quelli licenziati o in cassa integrazione, che protestano e presidiano le fabbriche per impedire all’azienda di portare via i macchinari, lasciandoli ad agosto senza più nulla.
Sono tanti e in tutta Italia: dalla Puglia della Om Carrelli ai canavesi della Romi Sandretto, che pochi giorni fa occupavano la Mole Antonelliana.
In Abruzzo e in Emilia, tutti in presidio per vicende diverse ma molto, troppo simili. Delle riconversioni farlocche, che sembrano essere avvenute solo per liberarsi dei lavoratori, è questo il caso della Golden Lady.
Delle fabbriche regalate a compratori poco credibili, e fallite un attimo dopo.
Degli accordi firmati al ministero che non valgono neanche la carta su cui sono stampati: benvenuti nell’Italia dei presidi, il nuovo fenomeno dell’estate.
Di fronte a questo scenario le istituzioni sembrano impotenti: in queste ore va avanti un tavolo al ministero del lavoro sull’azienda Berco, che da tre giorni si protrae fino a notte fonda, e che ha richiesto l’impegno in prima persona del ministro Giovannini.
Con scarsi, scarsissmi risultati finora: l’azienda non vuole cedere sui 611 esuberi.
GOLDEN LADY
Come scritto il 2 giugno su L’isola dei cassintegrati: “Golden Lady, a un anno dalla riconversione il progetto è già fallito”.
Il riferimento è alla Golden Lady di Gissi, e non si può scrivere “ex” perchè la riconversione della fabbrica è stata una grande, incredibile farsa.
A dicembre del 2011 lo stabilimento aveva chiuso i battenti. Poi la riconversione, e sembrava che tutti sarebbero tornati a lavorare: 250 dipendenti alla Silda Invest e altri 115 alla New Trade.
Poi, però, la Silda ne ha occupati solo 160 e la New Trade dieci.
Lo scorso 12 luglio la Silda ha poi licenziato tutti i 160 dipendenti.
Da quel giorno i lavoratori hanno iniziato a presidiare la fabbrica, per impedire all’azienda di portare via tutti i materiali e i macchinari.
«Non siamo ‘ex’ Golden Lady perchè la riconversione non è mai avvenuta», dicono i lavoratori. Nonostante gli accordi firmati che, ormai si sa, non contano mai nulla.
C’è rabbia e delusione per quella che sembra una grande presa in giro, costruita per liberarsi di 250 dipendenti, mentre si delocalizzava in Serbia.
E mentre questa stessa azienda annuncia di voler regolarizzare 1.200 apprendisti tramutandoli in tempo indeterminato, e già alcuni parlano di “nuove assunzioni”, come se fosse la stessa cosa.
Ora l’azienda ha ripreso i macchinari in cambio di una fideiussione bancaria per il pagamento degli stipendi arretrati dei licenziati.
Per la fabbrica abruzzese sembra essere la fine.
ROMI SANDRETTO
Da febbraio gli operai della Romi Sandretto, che produce componenti plastici, sono in presidio in una tenda davanti la fabbrica.
Il 23 luglio, poi, hanno condotto un presidio davanti la Direzione Regionale del Lavoro di Torino, riuscendo ad ottenere la cassa in deroga fino al 13 settembre (il 24 luglio era scaduto il secondo anno di cassa integrazione).
Pochi giorni prima, l’11 luglio, avevano perfino occupato la Mole Antonelliana di Torino, esibendo lo striscione: “Salviamo la Sandretto”.
La Sandretto ha una storia particolare: finita nel 2006 in amministrazione straordinaria dopo che, appena un anno prima, era stata venduta per un euro ad un sedicente gruppo americano.
Dopo l’amministrazione straordinaria, per scongiurare il fallimento, i commissari la regalano alla brasiliana Romi.
Ma anche qui le cose sono andate male: da 300 dipendenti si è passati a 150, oggi tutti in cassa integrazione.
Romi si era inoltre impegnata ad investire nei due anni successivi l’acquisizione 5,6 milioni di euro, per poi limitarsi a spendere circa 3 milioni per favorire l’uscita di lavoratori in mobilità “volontaria”.
Franco Camerlo, operaio, dice che: «Stanno andando avanti delle trattative con dei compratori italiani, speriamo si riesca, noi rimaniamo in presidio».
OM CARRELLI
Continua il presidio degli operai della Om Carrelli di Modugno (Bari), il tavolo al ministero dello sviluppo il 30 luglio non ha portato risultati.
Da un lato l’azienda, proprietà della tedesca Kion, vuole a tutti i costi recuperare i 240 carrelli invenduti, fermi dentro lo stabilimento.
Ad impedirlo un gruppo dei 223 operai in cassa integrazione, che presidia la fabbrica. Sono stati diversi i tentativi di recupero di questi carrelli, per mezzo di tir, ma gli operai lo hanno sempre impedito arrivando anche a degli scontri.
Dal tavolo al ministero si spera, come per ogni vertenza industriale, in una riconversione.
Il sindaco del paese ha perfino proposto all’amministratore delegato della Kion di cedere l’azienda a titolo gratuito al comune, per far partire un progetto cooperativo non meglio definito.
Il 31 luglio, ministero o non ministero, l’azienda ha già annunciato che i tir torneranno a recuperare i carrelli della Om, quei carrelli che valgono 13 milioni di euro.
Si preannuncia una lunga estate calda, al presidio. «E’ molto faticoso ma abbiamo ancora tanta forza. Anche se è dura: prima l’azienda ha detto che non avrebbe richiesto la cassa per il secondo anno, ora dopo averla richiesta minaccia di non anticiparci i versamenti», dice Antonio Pantaleo, dal presidio.
Il presidio dei lavoratori Berco (foto dal twitter di Martina Berneschi) Il presidio dei lavoratori Berco (foto dal twitter di Martina Berneschi)
BERCO
All’azienda metalmeccanica Berco di Copparo (Ferrara) sono in presidio da una settimana in attesa del secondo incontro al ministero dello sviluppo economico.
Questo incontro, iniziato lunedì 29 luglio alle ore 17, si è prolungato fino al giorno successivo e a quello dopo ancora: al momento l’unica cosa certa è che l’azienda non molla sui 611 esuberi.
Allo scorso incontro, il 25 luglio, era accaduto l’imprevisto: politici e sindacati pensavano fosse tutto risolto nelle trattative con l’azienda, e si preparavano alla firma degli esuberi convertiti in cassa integrazione, prepensionamenti e incentivi all’esodo.
Ma dopo nove ore di trattativa saltava tutto, i 611 licenziamenti rimangono, di cui 430 solo nella sede di Copparo, mentre i rimanenti si dividono tra Castelfranco Veneto (Treviso), Imola e Busano (Torino).
La sera stessa è iniziato il presidio dei lavoratori, fuori dalla fabbrica.
La speranza, ribadita anche dal ministro Giovannini, presente al tavolo in queste ore, è che l’azienda, proprietà della Thyssenkrupp, faccia un passo indietro.
Nel frattempo tutto il paese di Copparo, che conta 17mila abitanti, si è mobilitato: «Tutti hanno un parente che lavora alla Berco. Ora per strada le case hanno fuori la bandiera con scritto: “La Berco siamo noi”».
La procedura di mobilità si deve concludere entro la prossima settimana, non ci sono più margini di trattative. A
gli operai emiliani, come ai pugliesi della Om carrelli, alla Romi Sandretto e alla Golden Lady, toccherà protestare per tutto agosto.
Michele Azzu
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Agosto 16th, 2013 Riccardo Fucile
“NAPOLITANO E’ STATO CHIARO: BERLUSCONI DEVE RICONOSCERE LA SENTENZA, LA LEGGE SEVERINO VA APPLICATA, INTERDIZIONE ANCHE”
«Napolitano ha fatto bene a fare la nota, chiarendo l’equivoco in cui l’aveva trascinato il Pdl». E’ sicuro
Stefano Rodotà , che spegne le speranze dei falchi: «le sue parole non sono uno spiraglio verso la grazia. Quelle dette da Napolitano sono anzi ovvietà , semplici procedure».
Sul piano giudiziario, poi, secondo il professore, non cambiarebbe nulla: grazia o non grazia, «Berlusconi dovrà comunque fare i conti con la legge Severino e con la pena accessoria», l’interdizione dai pubblici uffici.
E sulle ripercussioni politiche, però, Rodotà , incita soprattutto il Pd: «non si faccia scudo di Napolitano che difende il governo. Valuti se le pretese del Pdl non sono eccessive».
Anche perchè, senza andare al voto e scontentare Napolitano, volendo, «maggioranze alternative, si possono creare», con il M5S, ovviamente, «e non solo per le legge elettorale».
E lui? Se tutto precipita che fa? Si candida, magari con Landini?
«Non anticipiamo i tempi, abbiamo cominciato un lavoro ma dobbiamo lavorare ancora un po’ in autunno».
Non sembra proprio un no.
Professore, è una gara ad interpretare il testo di Napolitano. Lo spiraglio per la grazia c’è o no?
«La mia opinione è molto netta. Napolitano non poteva non fare riferimento al tema della grazia, ma lo ha fatto dicendo quella che potremmo definire un’ovvietà : ricordando cioè le norme di legge, la giurisprudenza e la consuetudine. Se quelli del Pdl vogliono leggerci uno spiraglio lo facciano pure, ma certamente non è alle loro codizioni. Infatti, Napolitano è stato chiarissimo e il messaggio l’ha mandato, escludendo a priori l’opzione del motu proprio, auspicata invece dal Pdl, cosicchè Berlusconi potesse non passare per il riconoscimento della sentenza».
Insomma, le sentenze si rispettano. E lo spiraglio non è politico ma procedurale.
«Esattamene. Se Berlusconi presenta la richiesta, Napolitano non può ignorarla. Escludendo però di muoversi spontaneamente, ha posto delle condizioni importanti».
Gli ha detto, basta insulti e basta delegittimare la sentenza.
«Dice anche qualcosa di piu: gli attacchi alla magistratura non sono legittimi. La libertà d’opinione non deve e non può superare la divisione dei poteri, impedendo il controllo della legalità che spetta alla magistratura. Nella nota di Napolitano c’è una presa di distanza nettisima».
Poi, comunque, grazia o no, per Berlusconi non cambia molto. La pena accessoria e la legge Severino resterebbero comunque.
«Assolutamente. Tutto ciò che riguarda le pene accessorie, dice chiaramente Napolitano, è fuori da quadro. E ancora, siccome le parole di Napolitano non sono mai poco ponderate, anche rispetto al precedente comunicato, quello con il riferimento alla riforma della giustizia, c’è una distanza: quella che viene considerata dal Pdl la priorita assoulta, viene così fortemente ridimensionata. E la mia è una lettura benevola ma per nulla compiacente»
Sbaglia chi, in caso di grazia, evoca l’impeachment?
«Mi pare che, se ci fosse stato domani un provvedmento di grazia, che prescinde dal cammino invece indicato, si porrebbe certo un problema, ma non direi addirittura di impeachment. L’eventualità , che andrebbe verso le richieste del Pdl, mi pare comunque si stata saggiamente allontanata».
Napolitano, tirato per la giacca dai falchi del Pdl, è vittima del suo protagonismo politico?
«Non direi del protagonismo politico. Semmai, tutto ciò, è la conseguenza del fatto che Napolitano, per debolezza della politica, è diventato garante della situazione che si è determinata. C’è una premessa, però, a questo suo ruolo: tre segretari di tre partiti che un venerdi sera sono andati al Quirinale e hanno detto “siamo incapaci di risolvere un prolema”, un problema che era loro. Ora questi pensano che tuttti i problemi debbano essere sciolti da Napoltiano, anche quelli che invece sono solo di Berlusconi. Chi dice però che Napolitano avrebbe dovuto tacere, sbaglia: avrebbe alimentato un equivoco generato proprio dal Pdl».
Cosa deve fare ora il Pd?
«Il Pd dovrebbe in primo luogo seguire la via costituzionale, e quindi proseguire con l’iter parlamentare, la decadenza e l’incandidabilità , secondo un’interpretazione non severa ma corretta di norme che sono chiarissime».
E con il governo?
«Per quanto rigurda la politica, per loro credo varrà quanto detto da Napoltiano, la necessità di tenere in piedi questo governo. Io però penso che il Pd non possa farsi scudo di Napolitano, e debba invece chiedersi se le pretese del Pdl non siano eccessive. E in caso queste risultino insopportabili, come dovrebbe, io aggiungo che il Pd, senza indisporre Napolitano e sciogliere le camere, dovrebbe esplorare maggioranze alternative, per la legge elettorale ma non solo».
Lei le reputa possibili?
«Le maggioranze di governo non sono un elemento statico. Spesso si creano se si compiono le azioni politiche atte a creare le condizioni».
Insomma, sì.
«Credo che le maggioranze politiche non si desumano dai numeri e dalle dichiarazioni ma si creino ricercandole. Il punto però, ora, è se il Pd può stare o meno a rimorchio del Pdl».
E se poi invece tutto precipitasse e si andasse rapidamente al voto? Lei che fa, si candida?
«Non anticipiamo i tempi. Abbiamo cominciato un lavoro, ma dobbiamo lavorare ancora un po’ in autunno».
Luca Sappino
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Agosto 16th, 2013 Riccardo Fucile
“L’UNICO ASPETTO POSITIVO SAREBBE CHE SE NE ANDREBBE FUORI DALLE SCATOLE DELLA LEGA”… “TRA LUI E MARINA BERLUSCONI VOTEREI MARINA”
Il Senatùr respinge così le ambizioni del sindaco di Verona, che si è detto pronto nei giorni scorsi a primarie per la leadership nel centrodestra.
Durante il comizio Bossi poi rincara la dose: «Tosi premier? O è con noi, oppure vaff…».
Quindi dal pubblico – almeno 400 persone, tra cui diversi veneti in trasferta, «bossiani» dichiarati – si sono levati alcuni cori («fuori, fuori») all’indirizzo del sindaco di Verona e segretario nazionale veneto.
Bossi è poi tornato sul tema delle espulsioni bloccate da lui stesso, ribadendo che «sono sbagliate, è sbagliata la frammentazione» e smentito le voci che lo vorrebbero in allontanamento dal Carroccio.
«Io sono leghista e resto leghista. Sono storie tutte le altre. Anzi, voglio recuperare i vari partitini frutto di divisione perchè la Lega deve stare unita».
E sulla conduzione del Carroccio da parte di Roberto Maroni: «Era meglio la Lega dell’indipendenza».
Gli chiedono: con Maroni è diventata la Lega delle cravatte? «È lì da vedere», risponde Bossi. Nessun commento invece su Giancarlo Giorgetti come possibile segretario di pacificazione del Carroccio.
Mentre il Senatùr non crede all’ipotesi che Silvio Berlusconi accetti di uscire dalla scena politica in cambio della grazia: «Non accetterebbe mai, questo governo non sta facendo niente».
Mentre Bossi parla dal palco, un gruppo di militanti lancia insulti al ministro dell’Integrazione: «Kyenge, Kyenge vaff…».
Ma il senatùr li ferma: «No, non sono d’accordo con gli insulti».
Infine, in risposta alle indiscrezioni che lo volevano in partenza per il Cadore, dove avrebbe dovuto incontrare l’ex ministro Giulio Tremonti per lavorare a «qualcosa di nuovo», ha tagliato corto: «In Cadore non ci andrò».
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Agosto 16th, 2013 Riccardo Fucile
NELLA VILLA DI ARCORE STUDIA COME USCIRE DALL’ANGOLO
Triste, solitario y final. In ambienti del Pdl si prende in prestito il romanzo di Osvaldo Soriano per
descrivere il Ferragosto di Silvio Berlusconi.
Chiuso nella sua villa di Arcore, circondato solo dai membri della famiglia, dalla fidanzata, Francesca Pascale, e da alcuni fidati amici, ha staccato il telefono e ha fatto presente ai collaboratori di non passargli il cellulare.
Un Ferragosto passato a disintossicarsi, con la testa proiettata al ponderoso dossier che contiene le sorti della sua salvezza personale e quelle del governo.
Chi l’ha sentito riferisce di un Berlusconi determinato ma estremamente preoccupato. È partito il countdown, l’orologio fa tic-tac correndo verso l’ora X, quella che lo porterà alla privazione della libertà personale.
Il Cavaliere è proiettato a quella data. “Occorre una decisione rapida sul da farsi — ha ripetuto ai suoi collaboratori — dobbiamo giocare d’anticipo”.
Anche per questo non è partito per l’amata Sardegna.
Sono lontani gli anni delle feste a villa Certosa, del relax fra amici e conoscenti. “Che ci vado a fare?”, ha ripetuto ai suoi con insistenza. Berlusconi si è preso qualche giorno, probabilmente fino a domenica, per decidere quale strada intraprendere. Davanti a lui tre possibili strade: imboccare lo stretto sentiero della richiesta della grazia — con la conseguente accettazione della condanna -, far saltare il banco oppure tornare al voto o decidere di defilarsi dalla guida del partito.
Proprio la nuova Forza Italia è fra i grandi dilemmi discussi ad Arcore in queste ore. Che fare della macchina organizzativa ormai pienamente avviata?
Come non disperdere un capitale che, se non venisse speso nei primi mesi dopo il lancio, potrebbe andare disperso?
Ma gli occhi restano soprattutto insistentemente puntati sulla nota del Quirinale, e sulle impervie strade che delinea per il futuro personale e politico del Cavaliere.
Che sarebbe irritato non poco con l’ala morbida del partito, che, a botta calda, gli aveva offerto una lettura edulcorata di quelle che sono in realtà parole dure. Berlusconi si sente messo all’angolo, fatica a vedere una via d’uscita, non capisce i suggerimenti di chi gli aveva prospettato una grande apertura da parte di Giorgio Napolitano.
Così, complice il periodo vacanziero, ha silenziato i suoi, ridotto al lumicino le dichiarazioni che erano proliferate nei giorni scorsi.
Il partito nel frattempo si acconcia a dare battaglia sui tempi della decadenza del proprio leader.
Una melina che non risolverà politicamente la questione, utile al massimo per guadagnare un po’ di tempo.
In attesa che Berlusconi, insieme al pool di avvocati e consiglieri, tiri fuori il coniglio dal cilindro.
Un coniglio che, questa volta, sarà complicato da afferrare.
(da “L’Huffingtonpost“)
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