Agosto 20th, 2013 Riccardo Fucile
L’ANNUNCIO DI BARETTA: “DA SETTEMBRE SERVICE TAX”
Prendete una tassa. Abolitela, almeno a parole.
Createne una nuova, che ne accorpa altre due. Una che non esiste, e una che resta ancora in vita da un’altra parte.
E voilà : il miracolo dell’Imu è compiuto.
Volendo cancellare una tassa, ve ne ritroverete due. O di più.
Il conto alla rovescia è cominciato, entro le prossime due settimane il governo dovrà risolvere, questa volta definitivamente e senza rinvii, il nodo dell’imposta sulla prima casa.
Archiviando una volta per tutto il valzer linguistico di Pdl e Pd, attorcigliati ormai da mesi tra abolizione totale, superamento e rimodulazione.
Il viceministro Baretta oggi ha aggiunto un primo elemento di chiarezza: la prima rata, rinviata da giugno, non si pagherà .
Il governo garantirà i 2,4 miliardi necessari per coprire il provvedimento.
E tra le nove ipotesi prospettate dal ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni per risolvere la questione nel suo complesso, quasi certamente si opterà per la numero otto. Quella che prevede l’introduzione della Service tax.
Una strada destinata, in teoria, a mettere nel cassetto una volta per tutte l’Imu.
“Penso a una tassa unica di stampo federalista, gestita dai Comuni, – ha ribadito Baretta – che inglobi la Tares e che potrebbe essere finanziata strutturalmente con un trasferimento dallo Stato centrale agli enti locali di due miliardi l’anno in modo da assicurare l’esenzione dalla tassazione della prima casa”
Troppo poco per dire addio all’Imu però.
Perchè l’ipotesi messa a punto dall’ex dg di Bankitalia non parla affatto di abolizione. Trasferisce la questione integralmente ai comuni, dà loro la possibilità di azzerare l’aliquota, e quindi l’imposta, compensando il mancato gettito con 2 miliardi.
La metà esatta del flusso di cassa che assicura invece la tassa sulla prima casa.
Nessuna abolizione automatica quindi, ma palla in mano agli enti locali.
Se lo vorranno, potranno diminuirla fino allo zero. A convincere i comuni ad andare in questa direzione (“Ad accrescere l’autonomia finanziaria dei comuni”, dice il documento del Mef), ci penserà la Service Tax.
La nuova imposta che i comuni potranno introdurre, con un gettito potenziale massimo fino a 2 miliardi.
Un tassa di “accorpamento”, si è detto. In realtà , si tratta di una tassa nuova di zecca visto che l’Imu resta in vigore, e i servizi comunali che andrebbe a finanziare oggi sono garantiti dalle casse comunali.
E quindi, anche, dall’Imu.
I conti li ha fatti la scorsa settimana la Uil, su Repubblica.
Tolta tutta l’Imu (in teoria), e introdotta la Service Tax il risparmio per famiglia sarebbe di 115 euro all’anno.
Differenza tra i 225 che oggi in media si paga di Imu e i 110 che si ipotizza si pagherà con la Service Tax.
Fosse finita qui sarebbe quasi un successone.
Peccato che accanto alle imposte già citate potrebbe restare fuori la Tares, inizialmente esclusa dalla Service Tax (ma inclusa oggi da Baretta), e il nuovo balzello sulle case sfitte volto a compensare la deducibilità dell’Imu dal reddito di impresa e da lavoro autonomo.
Cosa significherà in concreto?
Per le imprese, che si potrà scalare l’Imu sui cosiddetti “capannoni” dal proprio imponibile. E quindi pagare meno tasse. Una ottima notizia.
Per tutti i cittadini proprietari di case senza inquilini in affitto, vorrà dire invece ipotizzare un “reddito figurativo”, da aggiungere all’imponibile Irpef.
E quindi pagare più tasse. Una cattiva notizia.
Già , gli inquilini. Sono loro l’unica vera buona notizia per i proprietari.
Perchè l’imposta che di fatto va a rimpiazzare l’Imu, la Service Tax, verrà pagata non più soltanto dagli affittuari, ma da entrambi.
Solo così l’aggravio reale per i proprietari sarà di fatto diminuito.
Calcolatrice alla mano, l’esborso del governo – a parte i 2,4 miliardi per lo stop della prima rata – sarà solo di due miliardi.
Quanti ne metterà a disposizione per garantire i margini di manovra ai comuni per ridurre o eliminare l’Imu.
Tutto il resto – sommate Imu, Service Tax, Tares e nuove imposte – si candida a diventare un gigantesco gioco di prestigio per consentire a tutte le parti politiche di cantare vittoria.
Abolizionisti, superazionisti e rimodulazionisti.
Salvo poi, per i cittadini, trovarsi in tasca a fine dicembre più o meno quanto lo scorso anno.
Nella migliore delle ipotesi.
(da “Huffington post“)
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Agosto 20th, 2013 Riccardo Fucile
FATTI I CONTI, E’ QUESTO IL NUMERO DI SENATORI DEL PDL CHE POTREBBERO GARANTIRE LA SOPRAVVIVENZA DEL GOVERNO ANCHE NEL CASO CHE BERLUSCONI VOLESSE LA CRISI
“Non cade”. Ostentano sicurezza i democratici più vicini al presidente del Consiglio. Il governo va avanti,
nonostante le ultime bordate di Berlusconi, nonostante le ennesime provocazioni dei suoi.
Ma se Berlusconi dovesse veramente sfilarsi, si può continuare senza di lui o fare un Letta Bis?
Il punto di rottura è sempre la condanna, ovviamente, e il voto della giunta del Senato sulla decadenza del Cavaliere.
Renato Schifani l’ha detto a nome di tutti: «Se il Pd vota contro l’approfondimento sulla legge Severino che noi abbiamo chiesto», se cioè il Pd non la tira per le lunghe, anzi lunghissime, garantendo la nota «agibilità politica» del leader del centrodestra, «per noi sarebbe impossibile parlare di un percorso comune».
Si divorzia, insomma.
Anche perchè, sostengono dal Pdl, la decadenza non è un automatismo e se il Pd vota, è una ‘dichiarazione di guerra’. Berlusconi pare stia già preparando il discorso. Lo leggerà al Senato, prima della fine, e sarà – ricostruisce la Stampa – «un j’accuse contro le toghe rosse». Gli argomenti sono prevedibili. Gli esiti scontati.
Fine dei giochi. Fine della pacificazione. Fine di Enrico Letta.
C’è chi non vede l’ora. Come Daniela Santanchè: «Il governo?», dice dalle spiagge della Versilia, «Fosse per me non ci starei un minuto di più. E’ fatto da gente che non è riuscita nemmeno coi brogli a far fuori Berlusconi».
Dove i brogli sarebbero del Pd, dunque. Neanche dei giudici.
«Letta mi mette angoscia», continua Santanchè, «bisogna abolire l’Imu e lui parla di riforma elettorale. Ma quella non si mangia!».
Forte della protezione del Quirinale, Letta però non sembra preoccupato.
Anzi rilancia e invia avvertimenti: «Gli italiani puniranno tutti quelli che anteporranno gli interessi di parte a quelli del Paese».
Forse pensa già a come sopravvivere senza il Cavaliere.
Uno dei deputati più vicini, al ‘Corriere’, dice: «La forza di Berlusconi sono sempre stati i suoi voti. Ma questi voti, adesso, ce li ha anche perchè sostiene un esecutivo che prova a portare il Paese fuori dai guai. Se prova a staccare la spina, un pezzo di elettorato si staccherà da lui».
E con questo – è dunque il non detto – una pattuglia di parlamentari. Senatori, soprattutto.
Perchè ‘pagherà chi farà cadere il governo’ – è l’idea – soprattutto perchè, con la crisi di questo esecutivo, non ci sarà alcun raccolto facile. Napolitano l’ha detto proprio rispondendo sulla grazia, parlando di «ipotesi arbitrarie e impraticabili di scioglimento delle camere».
E se non si sciolgono le camere, vuol dire che si fa una nuova maggioranza.
Già , ma con chi? Con il Movimento 5 Stelle? Non più impossibile, ma difficile.
Ieri parlando a ‘Repubblica’ Vito Crimi ha lasciato aperta una porticina: «La fine delle larghe intese significherebbe l’arrivo del nostro turno.Mettiamo in fila le cose da fare, poi, con quel pacchetto di proposte ci rivolgiamo ai parlamentari e chiediamo: chi ci sta?».
Ma non è detto che il Pd ci stia. Almeno non la sua componente più ‘lettiana’.
Ad esempio, secondo Francesco Boccia, «con il M5S non avremmo meno difficoltà di quante ne abbiamo oggi con il Pdl, anzi».
E allora ecco l’idea di una nuova maggioranza. Ma con il vecchio governo o un suo bis.
Ma ci sono i numeri? Il problema, come noto, è al Senato.
Lì 108 sono i senatori del Pd e 20 quelli di Scelta Civica.
Dieci in tutto, i senatori autonomisti che stanno insieme al Psi di Nencini.
Si potrebbero pescare i 7 senatori di Sel, certo più disponibili verso un governo senza più Berlusconi (i vendoliani però lasciano intendere che preferirebbero un governo con una guida diversa, magari di Matteo Renzi, «un nuovo governo di scopo», ragiona in pura ipotesi Gennaro Migliore, capogruppo alla Camera, «per poi, riformata la legge elettorale, tornare al voto»).
Poi ci sono i fuoriusciti del M5S: sono tre e vengono dati per ‘interessati’. Ma da convincere.
Certamente più facili da imbarcare sono invece i senatori iscritti al ‘Gal’, gruppo Grandi Autonomie e Libertà , ma non sono di più di 7.
Quindi – anche dando tutti questi per assoldati, in astratto – saremmo a 155 senatori: non lontani dai 159 necessari, ma lontani da una ragionevole stabilità .
Una stabilità che accontenti Napolitano
Chi può allora salvare Letta? Improbabile la Lega Nord, perchè stando a Salvini, loro non ci pensano neanche: «Caro Letta l’autunno sta arrivando», minaccia con l’aria di chi sta per brindare, il vice di Maroni.
E non potrebbe essere altrimenti, ora che lo strappo con B. è ricucito
E allora? Allora servirebbero dei fuoriusciti dal Pdl.
Dei dissidenti, pronti a scommettere sulla durata dell’avventura. Una decina o poco più. Da trovare fra le colombe che oggi dicono «Non possiamo farci dettare la linea dalla Santanchè».
E’ partita la caccia, al motto di «la responsabilità paga».
Ma più della fedeltà a Berlusconi?
Luca Sappino
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Agosto 20th, 2013 Riccardo Fucile
RIFUGIATI E JUS SOLI, I PARLAMENTARI CONTRO GRILLO: “LE SUE SONO OPINIONI PERSONALI, NOI LA PENSIAMO DIVERSAMENTE”… E ALLA CAMERA PRESENTANO UNA PROPOSTA DI LEGGE
Nel programma elettorale non c’è traccia.
Nei post che di tanto in tanto appaiono sul blog di Grillo, qualche accenno.
E le esternazioni del leader sono spesso ambigue
Spiegare la posizione del Movimento Cinque Stelle sul tema immigrazione non è semplice. Cosa ne pensano i grillini della riforma della cittadinanza, del reato di clandestinità e del problema degli sbarchi che ormai è all’ordine del giorno?
Beppe Grillo ha più volte scritto sul suo blog che il tema dell’immigrazione è «un’arma di distrazione di massa», un argomento usato come strumento dalla destra e dalla sinistra per distogliere l’attenzione dai problemi “veri”.
In Parlamento, tra i banchi del M5S, non tutti la pensano come lui.
Anzi, il tema è piuttosto sentito: «Io credo che sia uno di quei temi per cui valga la pena discutere» ammette il deputato friulano Walter Rizzetto, reduce da una “battaglia” per chiedere la chiusura del Cie di Gradisca di Isonzo.
Grillo non è nuovo a uscite sul tema e l’altro giorno, criticando la “piaga ipocrita” di chi usa un linguaggio “politically correct”, ha nuovamente sfiorato l’argomento con una serie di termini che vengono “trasformati” in chiave buonista.
«Lo spazzino è un operatore ecologico», «i ciechi sono non vedenti» e «un immigrato clandestino è un rifugiato alla luce del sole».
La distinzione tra clandestino e rifugiato, però, non è certo lessicale, bensì giuridica.
E su questo concorda anche il deputato Manlio Di Stefano, che proprio di rifugiati si occupa all’assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.
«No, clandestini e rifugiati non sono lo stessa cosa — ammette — ma forse Beppe voleva sottolineare come, in base all’appartenenza politica, vengono utilizzati certi termini».
Di Stefano ammette che «purtroppo il nostro programma è molto carente su alcune tematiche, la politica estera e soprattutto l’immigrazione rientrano certamente tra queste. È così perchè siamo una forza giovane e di fatto molte pagine del nostro programma devono ancora essere scritte. Però credo che sia arrivato il momento di coinvolgere i nostri elettori, attraverso la Rete, per sapere cosa ne pensano su questioni come il reato di clandestinità , che io personalmente considero un’aberrazione, o lo ius soli».
Ecco, lo ius soli.
Da quando Cècile Kyenge è diventata ministro dell’Integrazione, quelle due parole sono entrate in maniera dirompente nel dibattito politico italiano.
Beppe Grillo ha già detto come la pensa: «Lo ius soli in Italia è già un fatto acquisito — ha ribadito nel maggio scorso — a 18 anni si può chiedere la cittadinanza».
Quindi la legge va bene così com’è.
Un anno prima, nel gennaio del 2012, scriveva ancor più netto: «La cittadinanza a chi nasce in Italia, anche se i genitori non ne dispongono, è senza senso».
Senza senso? «Parla a titolo personale» mette subito le mani avanti Di Stefano.
E infatti alla Camera è stata depositata una proposta di legge basata sullo ius soli temperato che prevede l’acquisizione della cittadinanza «per chi nasce in Italia da genitori stranieri di cui almeno uno vi risieda legalmente da non meno di tre anni o da genitori stranieri di cui almeno uno sia nato in Italia e vi risieda legalmente da non meno di un anno».
Il primo firmatario è il deputato Giorgio Girgis Sorial, ingegnere nato a Brescia da genitori egiziani. Eletto con il Movimento Cinque Stelle.
Marco Bresolin
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Agosto 20th, 2013 Riccardo Fucile
DAL PROIBIZIONISMO ALLA REGOLAMENTAZIONE: GERMANIA, OLANDA, SVIZZERA, AUSTRIA, GRECIA, REGNO UNITO… CASE CHIUSE E QUARTIERI A LUCI ROSSE: “BENEFICI FISCALI E DI ORDINE PUBBLICO, MA RESTANO I PROBLEMI DELLA CRIMINALITA’ E DELLA TRATTA DELLE SCHIAVE”
Settantamila prostitute, 9 milioni di clienti per un giro d’affari di 5 miliardi di euro. Sono le stime sul
mercato della prostituzione in Italia elaborate dalla Commissione Affari Sociali della Camera nel 2010.
Numeri aleatori e probabilmente in continua mutazione.
Sebbene non ci sia modo di verificarne nel concreto la piena attendibilità , è chiaro che il fenomeno della prostituzione, di strada o al chiuso, ha le proporzioni di una grande industria.
Questo senza contare i fiumi di quattrini che ogni anno se ne vanno verso i paradisi della prostituzione, sempre più vicini e a portata di mano.
Dalla Svizzera all’Austria, passando per la Germania e l’Olanda, l’italiano a caccia di sesso a pagamento non disdegna le scappatelle oltre confine.
Alcuni tra i più grandi bordelli europei sono costruiti strategicamente a pochi passi dal confine italiano, è così in Svizzera dove nel piccolo Canton Ticino operano circa 400 prostitute in una decina di strutture autorizzate.
La più grande sexy spa d’Europa sta aprendo in questi giorni a dieci minuti d’auto da Tarvisio, in Carinzia (dove operano già 40 strutture a luci rosse).
Nel nuovo centro benessere austriaco, che ha richiesto un investimento da 7 milioni di euro, lavoreranno fino a 140 prostitute.
I siti internet degli Fkk tedeschi (centri benessere per soli uomini dove trascorrere del tempo con escort e intrattenitrici) sono quasi tutti tradotti in italiano, in rete si trovano facilmente gli elenchi di quelli meglio raggiungibili dall’Italia, tra Monaco e Francoforte.
Una fetta di mercato che sfugge a qualunque controllo sociale, sanitario e fiscale. Miliardi di euro che, quando non vanno all’estero, finiscono per alimentare gruppi criminali o, più semplicemente, entrano esentasse nelle tasche di prostitute e protettori.
Un fenomeno che in Italia rappresenta un costo umano e sociale incalcolabile.
Non solo. Ogni anno il nostro paese rinuncia al potenziale gettito fiscale che potrebbe derivare dalla regolamentazione di questo settore e, in tempi in cui si parla di rincaro delle aliquote iva e introduzione di nuove tasse, sono in molti a spingere per l’abrogazione della legge Merlin (quella che nel 58 decretò la chiusura delle case di tolleranza in Italia), in tutto o in parte, al fine di permettere a gestire diversamente questo fenomeno.
In tutta Europa ci sono diversi paesi (Austria, Germania, Grecia, Lettonia, Olanda, Svizzera, Regno Unito e Ungheria) che hanno scelto di regolamentare il settore e tassare le prostitute, trattando il mestiere più antico del mondo come una qualsiasi altra professione, o quasi.
COSA SUCCEDE IN EUROPA?
Ma come viene regolamentato il settore nel resto dell’Europa?
Quali sono i modelli che sono riusciti ad interpretare al meglio la questione?
Come cambiano, se cambiano, le condizioni sociali dei sex workers in questi paesi?
È proprio vero che con la regolamentazione la criminalità smette di guadagnare e di sfruttare?
Abbiamo cercato di capirlo parlandone con esperti, imprenditori e legislatori dei diversi paesi che dal 2000 ad oggi hanno introdotto leggi per la regolamentazione del settore.
L’effetto più visibile delle normative sulla regolamentazione nei diversi paesi è il miglioramento del “decoro” urbano: strade e sobborghi vengono ripuliti dalla prostituzione di strada, inoltre diminuisce il costo sociale di una diffusa e incontrollata attività criminale sul territorio.
Sebbene siano più controllati e confinati, non è provato che si arrivi a una significativa riduzione dei crimini legati alla prostituzione e, soprattutto, a una decina di anni dall’introduzione delle principali leggi in diversi paesi europei, non viene riscontrato un deciso miglioramento delle condizioni delle prostitute che in buona percentuale continuano a rimanere vittime di tratta e sfruttamento, rimanendo spesso nell’ombra.
I numeri sono difficili da determinare, estrapolati da un complesso intreccio di dati e informazioni tra l’ufficiale e l’ufficioso, raccolti da associazioni ed enti che non sempre utilizzano metodi scientifici e soprattutto differiscono, per attendibilità , da paese a paese.
Così anche il quadro tracciato dalle Nazioni Unite, serve a dare un’idea di massima, a delineare un trend.
Il quadro eruopeo parla di un fenomeno distribuito su tutto il territorio, in Austria è stimata una presenza di 20 mila prostitute, in Germania sono fra le 300 e le 400 mila, in Grecia più di 30mila, altrettante in Olanda, in Lettonia circa 10mila, in Svizzera 8mila, in Ungheria 10mila.
I numeri non sono inferiori nei paesi che non regolamentano il settore.
In Italia si è già detto che è stimata una presenza di 90mila prostitute, in Spagna tra le 50 e le 250mila, in Francia circa 40 mila, in Polonia altrettante, 80mila nel Regno Unito.
I numeri crescono, anche di molto, quando si prendono in considerazione le forme di prostituzione occasionale, ovvero gli individui che praticano l’attività per un periodo limitato e non ne fanno la propria attività principale.
Marina Mancuso, ricercatrice e dottoranda presso Transcrime (Joint Research Centre on Transnational Crime) dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, ha spiegato: “Anche nei paesi europei che adottano un approccio cosiddetto regolamentarista (ovvero dove esistono leggi che regolamentano l’esercizio della prostituzione, nda) continua a esistere il fenomeno della tratta ai fini di sfruttamento sessuale dal momento che, al pari di tutti gli altri paesi, offrono opportunità criminali che vengono intercettate dai trafficanti”.
I MODELLI
Restando in ambito europeo gli approcci al fenomeno sono radicalmente diversi da paese a paese.
Si va dal proibizionismo (la prostituzione è vietata per legge, vengono perseguiti i clienti, come in Svezia, Norvegia e Islanda) al regolamentarismo passando dall’abolizionismo (che punisce sfruttamento, reclutamento e favoreggiamento della prostituzione) fino al neo abolizionismo (è il caso di Italia e Francia, dove si colpisce in particolar modo la prostituzione al chiuso, mentre si tollera quella all’aperto), ciascuno con le sue sfumature e le sue eccezioni.
La prostituzione è regolamentata per legge in Germania, Olanda, Svizzera, Austria, ma anche Grecia, Regno Unito, Ungheria e Lettonia.
Ognuno di questi paesi ha scelto la propria formula, dai bordelli statalizzati alla creazione di quartieri a luci rosse, fino alla concessione di specifiche licenze.
Non è facile ottenere dei dati ufficiali, anche contattando fonti governative, spesso si ottengono risposte evasive e numeri aleatori.
È evidente che, anche laddove la prostituzione è formalmente legale e lo Stato incassa la sua parte, rimane un’area grigia. Una zona d’ombra, più o meno vasta, popolata da quella fetta di persone che per varie ragioni non hanno convenienza (o non riescono) ad emergere dall’illegalità .
Il modello proibizionista, specialmente quello adottato in Svezia, poi in Norvegia e Islanda, è quello che sembra dare i maggiori risultati: la prostituzione è vietata sempre sia al chiuso che all’aperto.
Vengono perseguiti i clienti in quanto la prostituzione viene sempre considerata una forma di violenza nei confronti della donna, anche quando questa sia consenziente. Infatti in questi paesi il numero di persone coinvolte nella prostituzione è generalmente molto basso, ma non è escluso che un simile approccio, in paesi più difficilmente sorvegliabili (maggiormente popolati) possa produrre un effetto opposto, favorendo la creazione di un mondo sommerso, dove sarebbe ancor più difficile controllare.
Il modello abolizionista e, in particolare quello neo abolizionista adottato dall’Italia, non considera la prostituzione un attività illegale, ma vengono punite e perseguite una serie di reati correlati, come sfruttamento e favoreggiamento.
Un punto di vista privilegiato sul fenomeno lo fornisce Andrea Di Nicola, professore di criminologia all’Università di Trento, autore di studi per il Parlamento europeo e per la Commissione europea su tratta e prostituzione, compreso quello che ha classificato i diversi modelli sopra descritti.
“Quale sia il modello migliore non lo sappiamo. La panacea non esiste e questo va detto — spiega Di Nicola -. Ogni modello ha i suoi limiti, ma senza ombra di dubbio l’approccio dello struzzo, ovvero di chi mette la testa sotto la sabbia perchè è più facile non vedere che affrontare il problema, non porta a nulla di buono”.
Tralasciando aspetti di carattere etico, la politica per fare le proprie scelte dovrebbe basarsi sui dati.
La raccolta dei dati in questo settore è particolarmente complessa, ma si possono fare anche delle valutazioni in astratto: “Il sistema adottato dall’Italia, ovvero quello di consentire la prostituzione senza regolamentarla, è quello che presenta i maggiori costi”.
E non si parla solo di costi diretti: “Ci sono i costi umani, quelli legati alla criminalità , quelli sanitari, quelli sulla sicurezza percepita (come ad esempio il deprezzamento case nelle zone ad alto tasso di prostituzione). Si può dire che ragionando per astratto il modello italiano ha più costi rispetto a quei paesi che adottano politiche di regolamentazione”.
Preferibile dunque una regolamentazione del settore: “La regolamentazione farebbe emergere tutta la parte di nero non sfruttato, distinguerebbe inoltre il lecito dall’illecito, eliminando o riducendo quelle zone grigie dove non si capisce bene chi è punibile per quale reato”.
Insomma dove esiste una regola chiara si capisce meglio quello che si può e quello che non si può fare e, di conseguenza, chi va perseguito e chi no.
LEGGE E VIOLENZA
Scendendo nel dettaglio, dalle ricerche di Transcrime è emerso che il ricorso alla violenza nella prostituzione “trafficata” non è direttamente dipendente dal tipo di politica sulla prostituzione: “Sembra essere una componente intrinseca al reato che dipende più da altri fattori, come ad esempio l’applicazione della legislazione — continua Marina Mancuso -.
Quello che è comunque emerso dall’analisi fatta è che nei paesi abolizionisti e neo-abolizionisti (come l’Italia) ci sono livelli di violenza leggermente superiori agli altri. Questo però non può essere attribuito con certezza alla politica adottata.
Fattori come la minore percezione di rischio di essere identificati ed arrestati e la maggior competizione tra diversi gruppi criminali possono sicuramente spiegare questa maggiore violenza”.
Indipendentemente che la prostituzione sia regolamentata o meno, la tratta ai fini dello sfruttamento sessuale è dunque presente in tutti i paesi e le stime elaborati da ECrime dell’Università di Trento, lo confermano: sono 22mila casi stimati ogni all’anno in Germania, 35 mila in Italia, 11500 in Francia, 15 mila in Spagna, 7 mila in Olanda, 4 mila in Polonia e Austria, 3500 in Belgio e 500 in Svezia.
Sono spesso donne prelevate in paesi ad alto tasso di povertà e costrette a prostituirsi con forme di costrizione che sono cambiate nel corso degli anni, con una riduzione dell’incidenza della violenza fisica a favore di una costrizione consenziente, spesso dettata da una reale mancanza di alternative.
PROSTITUZIONE E CRIMINALITA’
Da sfatare, stando alle informazioni fornite da Transcrime, il luogo comune secondo cui a gestire traffici di squillo, in Italia come nel resto d’Europa, sia direttamente la criminalità organizzata tradizionale: “Dalla letteratura emerge come la tratta per sfruttamento sessuale non sia un mercato illegale direttamente gestito dalle organizzazioni criminali tradizionali (Cosa Nostra, Camorra, ‘Ndrangheta) — puntualizza la ricercatrice -. Queste infatti per ragioni culturali tendono ad investire in mercati diversi, che non implicano uno sfruttamento della donna. Il loro coinvolgimento in questo reato sembra essere più indiretto. Ad esempio autorizzare l’uso di un tratto di strada per la prostituzione outdoor in cambio di altri favori”.
E, ancora: “Nel caso dello sfruttamento indoor possono infiltrarsi nei locali pubblici quali night club, richiedere tangenti ed arrivare ad avere un controllo economico sull’attività . In generale comunque sono network criminali di matrice etnica ad investire nella tratta per sfruttamento sessuale. In Italia un ruolo centrale è giocato dai network criminali est-europei e dell’Africa occidentale”.
Alessandro Madron
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 20th, 2013 Riccardo Fucile
LA SICILIA SPENDE IL DOPPIO DELL’EMILIA MA VA PEGGIO… LA VAL D’AOSTA SPENDE 16 EURO A TURISTA, IL VENETO 60 CENTESIMI
Una cosa è certa: i conti non tornano. Almeno, non tornano dappertutto.
Chi pensava che l’attribuzione di competenze sul turismo alle Regioni, avvenuta con la pasticciata e controversa riforma del titolo V della Costituzione voluta nel 2001 da un centrosinistra all’inseguimento della Lega Nord, avrebbe finalmente fatto ripartire quello che dovrebbe essere uno dei principali motori della nostra economia, deve vedersela adesso con i numeri.
Uno innanzitutto: 939 milioni e 600 mila euro.
Secondo uno studio recentissimo della Confartigianato è questa la somma (enorme) che nel triennio 2009-2011 hanno investito in media annualmente per la promozione turistica le 21 Regioni e Province autonome italiane.
Con il risultato che mentre la spesa aumentava quasi ovunque a ritmi impetuosi, non si registrava lo stesso tasso di crescita per arrivi e presenze
Per non dire del paradosso più paradossale. Quello per cui chi più spende, meno turisti ha.
VALLE D’AOSTA IN CIMA
In questo campionato risulta saldamente in testa la Valle d’Aosta.
Grazie alla formidabile autonomia di cui gode, che le garantisce disponibilità finanziarie rilevanti, la Regione presieduta ora da Augusto Rollandin ha impiegato nel sostegno al turismo ben 50,2 milioni di euro in media l’anno.
Occupando però, nonostante le sue meravigliose montagne e una spesa di 16,1 euro per ogni presenza, soltanto il diciannovesimo posto su ventuno nella graduatoria nazionale.
All’opposto geografico c’è da dire che anche la Sicilia si difende bene, quanto a denari gettati nella mischia.
Nel triennio compreso fra il 2009 e il 2011 la Regione che presiede da circa un anno Rosario Crocetta ha investito mediamente 126 milioni e mezzo l’anno.
Ovvero, 9,2 euro per ciascuna presenza.
Una somma inarrivabile anche per chi, come la Provincia autonoma di Trento (quasi 91 milioni), il Friuli-Venezia Giulia (77 milioni e mezzo) e la Campania (76,9 milioni), certo non ha dato esempio di avarizia.
Peccato solo che le presenze turistiche in Sicilia siano un terzo di quelle dell’Emilia Romagna, Regione che ha speso in promozione neppure la metà (56,9 milioni l’anno): addirittura meno di un sesto (un euro e 50 centesimi) se poi si divide la somma complessiva per il numero di presenze.
MOLISE E BASILICATA
Soltanto il Molise e la Basilicata hanno speso come la Sicilia, naturalmente in proporzione ai turisti arrivati nella Regione.
Ma se la Regione siciliana, pur avendo speso per ogni presenza una cifra seconda solo a quella della Valle d’Aosta, è decima nella classifica del turismo, il Molise e la Basilicata sono invece rispettivamente ultimo e penultimo.
Come per la Valle d’Aosta c’entrano sicuramente anche le dimensioni territoriali, che penalizzano le Regioni più piccole.
È però un fatto (e sorprendente) che alla spesa proporzionalmente più elevata corrisponda il minor numero di presenze.
Altrettanto incontrovertibile è che le sei Regioni e Province a statuto speciale (Sicilia, Sardegna, Friuli-Venezia Giulia, Valle d’Aosta, Trento e Bolzano) assorbano il 46,4 per cento del budget complessivo, contro il 4 per cento del Veneto.
Ma con una spesa di 436,3 milioni riescono a portare appena un terzo in più dei turisti attirati in Veneto, dove l’investimento per la promozione non supera annualmente 37 milioni e 700 mila euro. Somma undici volte e mezzo inferiore.
60 CENT A TURISTA
La conclusione è che la Regione con il numero di presenze più elevato in assoluto è quella che in assoluto spende la cifra minore: 60 centesimi a turista.
E che ci sia una relazione inversa fra la spesa e il numero dei turisti, diciamo la verità , non sembra per niente logico.
Il caso del Veneto, peraltro, non è affatto isolato.
Pare addirittura che questa sia una specie di regola. C’è anche la Toscana, Regione che occupa il secondo posto nella graduatoria turistica pur investendo un euro e 50 a presenza. Esattamente quanto l’Emilia Romagna, terza in classifica.
O quanto la Lombardia, che occupa la quarta posizione e in tre anni ha speso meno della Valle d’Aosta. Mentre la Regione Lazio, quinta, spende un euro e dieci centesimi a presenza, poco più di un nono della Sicilia.
E addirittura un quindicesimo della Valle d’Aosta. Un abisso tale, rispetto ad altre situazioni, da far sospettare all’ufficio studi della Confartigianato «che nelle uscite delle Regioni si annidino inefficienze, diseconomie di scala in particolare per le Regioni più piccole, inappropriatezze e sprechi».
Magari fosse solo un sospetto…
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Agosto 20th, 2013 Riccardo Fucile
SOLO UN DEPUTATO SU SEI PRESENTE A MONTECITORIO… RECORD NEGATIVO PER IL PDL (4 PRESENTI, 93 ASSENTI) E PER I GRILLINI (20 PRESENTI, 86 ASSENTI)… MA LA DIARIA LA PRENDONO TUTTI
La Camera dei Deputati non va in ferie, ma gli onorevoli sì. In occasione della seduta per l’incardinamento
del decreto legge sul femminicidio del 20 agosto, meno di un parlamentare su sei si è infatti presentato a Montecitorio: poco più di cento onorevoli sui 630 eletti che però, anche ad agosto, percepiscono diaria e indennità per il loro lavoro.
La seduta agostana del Parlamento, annunciata pochi giorni fa con lo scarno ordine del giorno che prevedeva solo “Comunicazioni del presidente”, ha scatenato le polemiche di buona parte dei deputati.
Da una parte gli esponenti del Movimento 5 Stelle, infuriati per una convocazione buona solo per far passare il messaggio di un Parlamento al lavoro anche ad agosto, dall’altra la maggioranza e la stessa presidente Boldrini piccate dalle polemiche, definite “artificiose e strumentali”, per “un adempimento espressamente dettato dalla Costituzione o meglio un vero e proprio obbligo costituzionale”.
Messe da parte le polemiche sulla necessità della seduta, più interessante è vedere quanti deputati hanno sentito la necessità istituzionale di interrompere le ferie per tornare a Roma.
Se infatti poco più di cento onorevoli si sono fatti vedere nell’emiciclo, vanno segnalate forti differenze da gruppo a gruppo.
Bocciatura totale, e non è una novità , per i deputati del Popolo della Libertà , sempre presenti alle manifestazioni per Berlusconi e assai meno in Aula: appena quattro su novantasette quelli che hanno preso posto nell’emiciclo.
Fa meglio, ma non molto, il Partito Democratico.
Se il segretario Guglielmo Epifani si è potuto vantare di essere l’unico big presente, dichiarando “eravamo una cinquantina. Più dei grillini”, forse qualcuno avrebbe dovuto fare meglio i conti: i dem erano in effetti oltre 40, ma su un gruppo di quasi 300 persone.
I grillini in Aula erano invece poco più di una ventina, ma su un gruppo di 106 eletti: gli altri avranno risparmiato sulla diaria.
Tra gli altri gruppi spiccano i dodici deputati (su 47) di Scelta Civica e i cinque su venti della Lega Nord che, con ben un eletto su quattro, vincono la palma dei partiti stakanovisti di agosto, superando Sinistra e Libertà che presenta sei onorevoli su 37.
La seduta, che doveva durare pochi minuti per le comunicazioni sul decreto legge, è poi andata avanti circa due ore con continui interventi sull’utilità stessa della convocazione e polemiche assortite.
Interessante notare come tanti tra i deputati presenti si siano prodigati con cellulari e iPad per aggiornare le proprie pagine Facebook e Twitter con foto e dichiarazioni, a imperitura testimonianza della loro ‘eroica’ presenza a Montecitorio.
Chissà se, dall’altra parte, qualcuno degli 500 colleghi assenti si sarà sentito fischiare le orecchie.
Mauro Munafò
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Agosto 20th, 2013 Riccardo Fucile
“LA GRAZIA CHIESTA A NAPOLITANO NON STA IN PIEDI”… “NON SI RENDE CONTO CHE NON ESISTE ALCUNA VIA D’USCITA”
“Capisco la tigna di Berlusconi, sul piano emotivo, umano, psicologico: ma concretamente non lo porterà da nessuna parte. Sarò anche pessimista, ma questa volta credo sia davvero finita”.
Vittorio Feltri snocciola tutte le opzioni per salvare B. senza trovarne neanche una realistica: “Napolitano non vedo cosa possa fare. La grazia non sta in piedi, perchè esistono procedure particolari e non mi pare che Berlusconi le gradisca: non la chiederebbe mai. L’amnistia è esclusa. Il Parlamento, poi, non si lascerebbe sfuggire l’occasione per togliersi definitivamente dai piedi il nemico di sempre, quindi immagino che la maggioranza dei parlamentari voterà per far sì che Berlusconi decada da senatore”.
Però, direttore, quel voto metterebbe in crisi il governo
Il problema, piuttosto, è che Napolitano non ha nessuna intenzione di sciogliere le Camere: tenterebbe di fare un altro governo, magari basato su cinque punti programmatici — giusto per trovare un pretesto — a cui aderirebbero anche i Cinque stelle. E poi nel Pdl, che in questo periodo di sbandamento non riesce a ricompattarsi, ci sarebbe sicuramente una parte di parlamentari che, facendo appello al solito senso di responsabilità , aderirebbe a un Letta bis.
Il tradimento delle colombe
Sono pensieri che faranno di sicuro. E lo stesso ragionamento passa già per le teste di Letta e Napolitano. La soluzione non c’è: Berlusconi non ne sarà contento, ma la sua frustrazione non cambia gli scenari.
Su Facebook il suo tono è però di sfida: “Non mollerò”, promette
Lui resterà convinto fino alla fine di poter trovare una scappatoia, ma io non la vedo.
E l’ipotesi Marina? Sarebbe pronta a raccogliere il testimone?
Tutto è possibile, ma non credo che questa via darebbe molto sollievo al padre: lui vuole fare tutto personalmente, come ha dimostrato negli ultimi vent’anni. Non ha mai delegato nulla, e quando proprio ha dovuto ha scelto Alfano, che è tutto dire. Magari con Marina farebbe meno fatica, ma oltre al fatto che lei non ha mai fatto politica, c’è anche la questione delle aziende, che in famiglia hanno un bel peso. Insomma, immedesimandomi non saprei dove sbattere la testa.
Cosa farebbe al posto suo?
Sarei scappato quando ancora avevo il passaporto.
Quindi, come sostiene Giampaolo Pansa, il futuro politico del Cavaliere è davvero finito?
Sì, soprattutto considerando che il periodo di detenzione, che sia in carcere o ai domiciliari, è lungo. Dura più di nove mesi. È difficile, poi, rientrare .
Secondo lei come affronterà Berlusconi questa prova?
Il problema di queste esperienze tremende è che finchè non succedono davvero non si riesce a valutarle a pieno. Ricordo Sallusti: prima di essere arrestato non era entrato psicologicamente nel ruolo del detenuto. Vale anche per Berlusconi. Ma dopo tre giorni ai domiciliari uno impazzisce.
Il Cavaliere evoca addirittura il carcere, giura che rinuncerebbe alla gabbia dorata di Arcore
Una volta che non stavo tanto bene — cosa che non mi era mai capitata — non sono venuto al giornale e sono restato a casa: la giornata mi sembrò infinita. Ero da solo, come un cretino. E meno male, perchè avessi avuto qualcuno lì con me ci avrei litigato.
Il Cavaliere, nelle sue ville, di solito si diverte
Mah, solo a pensarci sudo freddo, tremo. Per ora è il supporto popolare a prevenire la disperazione, ma non credo che Berlusconi veda le cose chiaramente. Infatti cambia idea, e umore, ogni due giorni.
Non è l’unico: i quotidiani amici non sono affatto compatti. C’è chi lo dà per morto e chi lo supplica di resistere. Cosa succede?
L’ho notato anche io, ma è normale, perchè questa vicenda è talmente nuova che ciascuno si sente libero di dire la sua. La verità è che non ci capiamo più niente. È il caos totale.
Beatrice Borromeo
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 20th, 2013 Riccardo Fucile
MA CONFALONIERI E DORIS TEMONO CONTRACCOLPI NEGATIVI SULLE AZIENDE
Additata dai compagni di partito come colei che aizza il Cavaliere, ne vellica gli istinti più bellicosi, e forte
della sua protezione si permette di dettare la linea agli stessi ministri, Daniela Santanchè è nella realtà una moderata prudente educata interprete di quanto va uscendo dalla bocca di Silvio.
Silvio, col quale, ormai, la «Pitonessa» vive in simbiosi.
Quando lei definisce la nota di Napolitano sulla grazia come «irricevibile, qualcosa che dall’arbitro istituzionale non mi sarei mai aspettata», si tratta di una rappresentazione (per quanto poco riguardosa sul piano istituzionale) ancora parecchio «chic» del pensiero berlusconiano.
L’uomo rimane politicamente inavvicinabile.
Asserragliato nel bunker di Arcore tra le zanzare, in seduta permanente con gli avvocati, quando forse due passi nella villa in Sardegna avrebbero fatto bene al suo spirito.
Offeso con il Capo dello Stato, che si è guardato bene dal dichiararlo vittima dell’ingiustizia. Determinato a riabilitarsi da sè, attraverso un bagno elettorale, se non vi provvederanno di corsa le istituzioni.
Dunque sempre decisissimo a sfilarsi dalla maggioranza, dal governo, da tutto, qualora il 9 settembre la Giunta delle elezioni al Senato ne chiedesse la decadenza.
Visto il tono pessimo dell’umore, rotto solo da qualche imitazione in accento partenopeo del giudice Esposito che l’ha condannato, figurarsi con quanto scetticismo Berlusconi osservi l’agitazione di queste ore tra le cosiddette «colombe» Pdl.
Le quali di colpo si sono rese conto che il loro leader non scherza, anzi fa disperatamente sul serio.
Per cui escono allo scoperto nel tentativo di scongiurare un patatrac.
Accusano i «falchi» di puntare al martirio giudiziario di Berlusconi, laddove loro viceversa vorrebbero salvarlo.
Invocano un passo ulteriore di Napolitano, uno sforzo in più del Quirinale (sebbene gli stessi avvocati del Cavaliere privatamente riconoscano come il Colle nulla può al fine di impedire la decadenza di Berlusconi e la sua ineleggibilità ).
Chiedono al Pd di non precipitare l’Italia nel caos della crisi se non dopo averci ben riflettuto per tutto il tempo necessario.
La novità di queste ore è proprio il tentativo di stoppare le lancette dell’orologio, di imporre un «time out» che consenta a tutti di recuperare un briciolo di lucidità .
In prima fila si segnalano la Gelmini e Cicchitto, Donato Bruno e lo stesso Schifani, fin qui sempre collocato a mezza via tra i «duri» e i «dialoganti».
L’appiglio è quello offerto da alcune voci autorevoli del diritto come Capotosti, che nella legge Severino scorge «criticità » censurabili sul piano costituzionale.
Secondo il presidente dei senatori Pdl, non sarebbe un’eresia chiedere che si pronunci preventivamente la Corte Costituzionale.
E comunque, nessun verdetto su Berlusconi senza prima avere letto perlomeno le motivazioni della condanna, ascoltato il parere del relatore in Giunta, se necessario l’autodifesa dello stesso imputato… Tutto va bene, pur di guadagnare tempo.
Ciò che non risulta ben chiaro al Cavaliere è cosa serva posticipare.
Se fosse una strada per rimetterlo in gioco, magari tramite un «salvacondotto» presidenziale di cui nessuno vede al momento i presupposti, chiaro che la sinistra non ci starebbe.
Lo stesso Berlusconi, con il giusto realismo, ci spera poco o punto.
Lupi gli ha riferito al telefono delle sue conversazioni con il premier, a margine del Meeting ciellino a Rimini, senza peraltro convincerlo che un rinvio della Giunta sarebbe risolutivo. «Avrebbe soltanto l’effetto di prolungare l’agonia, di farci prendere in giro una volta di più», pare sia il netto pensiero berlusconiano a riguardo.
Per il momento lascia fare, convintissimo però che il tentativo estremo di mediazione «non andrà da nessuna parte e costituirà la prova finale della malafede Pd».
Destino segnato per il governo, dunque? Tutto farebbe ritenere di sì.
A meno che, un attimo prima dell’irreparabile, Berlusconi non abbia un ripensamento. Magari sollecitato da quanti, come Ennio Doris e Fedele Confalonieri, metteranno sul piatto della bilancia l’interesse delle sue aziende.
Che prosperano quando l’Italia va bene, e affondano se qualcuno la trascina nel caos.
Ugo Magri
(da “la Stampa”)
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Agosto 20th, 2013 Riccardo Fucile
TRA RINVII, INTERPELLANZE E ATTESE
Ogni giorno è indispensabile, ogni giorno può essere sprecato.
L’importante è evitare che quella condanna a 4 anni di reclusione per frode fiscale ormai definitiva, diventi anche esecutiva.
È il “temporeggiare” ai tempi di Silvio Berlusconi: cercare sostegno nell’alleato — e il governo Letta in questo potrebbe essere terreno fertile — o al massimo far passare il tempo in attesa che arrivi quel fatidico giorno, a metà di ottobre, quando bisognerà scegliere tra un anno di domiciliari o di servizi sociali.
Fino a quella data, Berlusconi e i suoi potrebbero tentare di rinviare quel destino, legato ai numeri.
Sono i numeri dei voti in Giunta per le autorizzazioni al Senato e quelli in aula.
Nel primo caso, ossia in Giunta per le autorizzazioni al Senato, che dovrà pronunciarsi sulla decadenza del-l’ex premier dal mandato parlamentare — una decadenza prevista dalla legge Severino sull’anticorruzione — Berlusconi potrebbe riuscire a perdere qualche giorno.
Potrebbero infatti essere fissate audizioni a iosa, interpellati i più svariati costituzionalisti e acquisiti sempre nuovi atti.
Il tutto mentre il tempo passa.
Affinchè tutto ciò si realizzi, si ha bisogno però di una maggioranza dei membri della giunta. E qui i numeri sembrano essere poco favorevoli.
Pd e Movimento cinque stelle sarebbero intenzionati a tagliare corto, almeno così assicurano.
E sarebbero addirittura uniti in questo intento.
Di conseguenza, i 4 membri del M5s e gli 8 del Pd, qualora votassero all’unanimità , straccerebbero qualsiasi speranza per B. di ottenere qualsiasi maggioranza in Giunta, essendo 23 i membri in totale.
Ovviamente si tratta di proiezioni.
Ma tutto si vedrà il 9 settembre in Giunta, quando verrà ascoltata la proposta del relatore Andrea Augello (Pdl), e a quel punto sarà avviata la discussione generale, con conseguente voto.
Augello, potrebbe prendersi qualche giorno in più, ma anche su questo punto si è abbastanza chiari. “Se Augello perde tempo, chiederemo di cambiare relatore”, assicura Mario Giarrusso, grillino, membro della Giunta per le elezioni.
A quel punto, il voto si sposta in aula.
E qui potrebbe essere calato l’asso nella manica di chi vuole garantire Berlusconi. Venti senatori potrebbero infatti chiedere il voto segreto.
In tal caso, si proporrebbe l’ennesimo scompiglio governativo. I franchi tiratori, i traditori. Scene già viste e appellativi già dati.
Nel segreto dell’urna convincere una quarantina di senatori di altri partiti a schierarsi dalla sua parte, sarebbe meno difficile per Berlusconi.
Potrebbe essere questa la situazione che si verificherà ai primi di settembre.
Dulcis in fundo, si potrebbe giocare la carta “corte d’appello di Milano”.
La sentenza di cassazione emessa lo scorso primo agosto, oltre confermare la pena ha anche deciso di rinviare alla Corte d’Appello di Milano per la rideterminazione della pena accessoria, ossia l’interdizione dai pubblici uffici.
In questo caso su questa futura decisione si potrà ricorrere in Cassazione.
Di conseguenza se si decide di aspettare questa ulteriore sentenza, i tempi potrebbero allungarsi ulteriormente.
Sono questi i vari espedienti che potrebbero salvare l’ex premier.
Senza dimenticare l’opzione Colle al quale ieri si è rivolto un altro deputato Pdl. à‰ stata la vota di Fabrizio Cicchitto.
Valeria Pacelli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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