Destra di Popolo.net

“A SALVINI ABBIAMO DETTO: SERVE UNA LINEA, MENO DA CAZZARI”: L’ULTIMATUM DI GIORGETTI E ZAIA

Maggio 19th, 2020 Riccardo Fucile

ABROGARE BORGHI E LE SUE TEORIE ANTI-UE… IL BISOGNO DI RAPPRESENTARE I BISOGNI DEL NORD DIETRO LE PROFEZIE DI GIORGETTI E IL PROTAGONISMO DI ZAIA… DAL SOVRANISMO AL PRAGMATISMO

Quella Cassandra di Giorgetti lo aveva detto in tempi non sospetti, lo raccontano in molti: “In Italia volevano fare accordi coi francesi contro i tedeschi e poi, tac, quelli fanno l’accordo, e ti rendi conto che c’è un europeismo a trazione tedesca”.
Il sottotesto evidente è che i 500 miliardi a fondo perduto che Parigi e Berlino propongono di mettere in campo al posto del Recovery Fund, in proporzione ai bisogni creati dalla pandemia sono una novità  politica.
Lo aveva detto, la Cassandra leghista, che oggi, dopo la lettura dei giornali, ha consegnato una pillola di saggezza a qualche amico che tanto assomiglia a un messaggio a chi vuole intendere: “Vogliamo parlare di nazionalismo? Beh, il nazionalismo è la capacità  di incidere facendo gli interessi nazionali con le regole date”. Il che non fa una piega a livello teorico.
Se il concetto viene poi confrontato con l’intervista data al Foglio da Claudio Borghi sulla necessità  di “abrogare Giorgetti”, posizionare la Lega su una linea anti-europeista, abolire il pareggio di bilancio, nutrirsi di scetticismo rispetto al sistema tradizionale di alleanze atlantiche, allora sì capisce di cosa si sta parlando.
Ecco il punto: va bene la manifestazione del centrodestra, anche se ancora non c’è uno straccio di canovaccio, va bene la piazza a un metro di distanza, il recupero di un minimo di normalità  dopo lo stato di eccezione ma una mobilitazione non basta senza un “progetto politico”.
O meglio, mantenendo una ambiguità  su due progetti politici, la cui convivenza finora, nella Lega, è stata garantita dalla leadership di Salvini nella fase dell’ascesa prima, del potere poi, dell’opposizione facile fino a poco tempo fa: Borghi e Giorgetti, Bagnai e Zaia, la Lega sovranista e la Lega pragmatica dei produttori, il “no euro” e il “sì euro”. Quel che sta accadendo, complice il declino nei consensi, il quadro mutato, il grido di dolore dell’Italia reale più rumoroso del ruggito di qualunque Bestia, è che questa tensione, dentro la Lega, è squadernata.
E c’è un motivo se, negli ultimi tempi, il governatore del Veneto concede un’intervista politica al giorno, anzi sempre più politica, da interprete autentico del nord operoso e realista avvezzo a lavorare con gli imprenditori tedeschi, senza chiacchiere ideologiche sull’Euro, che rivendica l’autonomia perchè “non oso pensare cosa sarebbe stata questa epidemia se tutto fosse stato gestito da Roma”.
In parecchi, fuori e dentro la Lega, hanno interpretato questo protagonismo guadagnato sul campo con una gestione efficiente dell’emergenza, senza polemiche politiche col governo nazionale e senza i disastri lombardi, come una candidatura alla leadership o, se preferite, l’affermazione di una leadership sostanziale, destinata prima o poi a diventare reale.
In verità , il messaggio è tutto in una frase che Salvini ha capito bene. In quel “ma no, io vengo dalla campagna”, professione di finta modestia con cui il governatore del Veneto ha smentito le sue ambizioni.
È un messaggio (per Salvini) che suona più o meno così, detta in modo un po’ sbrigativo, ma che rende l’idea: io non ti vengo contro, non faccio nè conte interne, nè un’Opa ostile, nè scissioni, ma è ora di scegliere una linea, meno improvvisata, meno da cazzari, che tenga conto dell’enorme bisogno di serietà  e di governo che viene innanzitutto dal Nord, dopo la fase degli aperitivi, del “chiudiamo, ma anche no”, “apriamo ma anche no”, collaboro anzi non collaboro, “sosteniamo Draghi” anzi “usciamo dall’euro”.
Perchè è evidente che il Nord è all’opposizione del governo, si capisce anche dalle parole del sindaco di Milano Sala, ma chiede un’alternativa di governo, non persa nell’ideologia del “no euro”: soldi alle imprese, autonomia, una classe dirigente degna di questo nome, visto che dal Po in giù praticamente è inesistente e a fine settembre si vota.
Ci risiamo, Salvini, che questi ragionamenti non li ha appresi dalle pagine dei giornali ma da una serie di confronti diretti, deve scegliere e comunque prima o poi sarà  costretto a farlo perchè quel che vale per il governo, e cioè che prima o poi la ricreazione finirà  perchè lo scenario emergenziale potrebbe diventare drammatico, vale anche per le attuali leadership in campo.
In un recente incontro con un diplomatico Giorgetti si è sentito rivolgere questa domanda: “Ma la linea è quella tua o quella di Salvini?”.
Al momento la risposta non c’è. Ma ogni Cassandra che si rispetti si affida al tempo, sperando che non sia tardi.

(da “Huffingtonpost”)

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UN SEGNALE SULLA PRESCRIZIONE, COSI’ BONAFEDE LA SFANGHERA’

Maggio 19th, 2020 Riccardo Fucile

INCONTRO BOSCHI-CONTE PER SMINARE IL CAMPO: IL MINISTRO APRIRA’ A MODIFICHE CONCORDATE CON LA MAGGIORANZA

Un segnale sulla prescrizione per sfangarla. L’affaire Bonafede piomba mercoledì in un Senato gravido di attesa e di mascherine.
Maria Elena Boschi è entrata martedì pomeriggio a Palazzo Chigi. Ne è riemersa più di due ore dopo. Per incontrare il capo di gabinetto di Giuseppe Conte, dicono. Per fare il punto sulle proposte di Italia viva – già  discusse una decina di giorni fa e messe nero su bianco in un carteggio nel weekend – sulla ripartenza e sull’agenda prossima del governo, sostengono.
Ma la plenipotenziaria di Matteo Renzi avrebbe incontrato anche il premier. E con lui definito i contorni di una de-escalation dei toni e un punto di caduta politico che permetta al ministro della Giustizia di superare le forche caudine di Palazzo Madama, dove lo attendono due mozioni di sfiducia e una Iv determinante nei numeri.
Un punto di caduta chiamato prescrizione.
Fonti del partito renziano spiegano che lo stallo si sarebbe sbloccato solo quando il governo ha assicurato che il Guardasigilli offrirà  un segnale politico importante, di riconoscimento delle istanze di una delle quattro gambe della maggioranza. Un segnale sulla prescrizione.
Come in un eterno gioco dell’oca si ritorna al punto da cui si era partiti. Il tempo in cui il Covid-19 era poco più di un’influenza, il “vero virus il razzismo” contro i cinesi e si andava a fronte alta a fare l’aperitivo sui Navigli per “sconfiggere la paura”.
Il tempo in cui Renzi avvertiva il governo che lui sul lodo Conte-bis sulla prescrizione non ci stava, minacciava di far cadere tutto, e metteva in agenda un incontro risolutivo (in un senso o nell’altro) con il presidente del Consiglio.
Faccia a faccia mai avvenuto solamente per l’esplosione dell’emergenza sanitaria. Rieccola la prescrizione, le trattative e i lodi.
Bonafede dovrebbe fare nel suo intervento al Senato un’apertura seria e non ambigua su modifiche da concordare con tutte le forze di maggioranza.
Che qualcosa dovesse cedere lo ha capito nelle ultime ore. E il segnale che quel qualcosa fosse la prescrizione è divenuto chiaro quando Andrea Marcucci, capogruppo Pd a Palazzo Madama, ha spiegato che “domani votiamo contro le mozioni di sfiducia perchè non vogliamo una crisi di governo, ma certo il ministro Bonafede in molte occasioni non ci è piaciuto affatto e il caso più noto è quello della prescrizione”.
Certo, nell’ambito di una trattativa più complessiva rientrano il piano shock per i cantieri, la semplificazione e il futuro decreto che la riguarda, il caso Fca e la norma per sollevare i datori di lavoro dalla responsabilità  sugli infortuni Covid.
Ma il segnale politico dirimente arriverà  sulla giustizia. D’altronde segnali di complessiva soddisfazione per un’inversione di rotta erano già  arrivati sulla regolarizzazione di colf e braccianti e sul decreto al posto del dpcm per le riaperture del 18, successi che Iv si è intestata.
Graziano Delrio e Vito Crimi d’altronde hanno messo le cose in chiaro: “Se cade Bonafede cade il governo”. Osservazione non peregrina, mentre una buona metà  del gruppo parlamentare renziano giura che non si voglia arrivare a quel punto.
Sullo sfondo rimane il rimpasto. Il borsino di Palazzo dà  Gennaro Migliore candidato a sottosegretario a via Arenula, Luigi Marattin alla presidenza della commissione Bilancio della Camera.
Ma la mossa del cavallo di Renzi sarebbe quella di imporre la Boschi nella squadra. Sia per il rapporto di fiducia storico con la sua capogruppo, sia come prova muscolare nell’imposizione ai 5 stelle di una figura che hanno sempre osteggiato e visto come fumo negli occhi. Anche se nel Pd c’è chi è certo: “Matteo gioca anche la sua partita. Fare il ministro e fare un po’ di casino è un’eventualità  che non ha mai abbandonato i suoi pensieri”.

(da “Huffingtonpost”)

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BOOM DI CONSENSI SOCIAL PER CONTE: LA POPOLARITA’ SALITA DEL 79,5%, LA MELONI DEL 6%, SALVINI DI UN TRAGICO 2,3%

Maggio 19th, 2020 Riccardo Fucile

RENZI E DI MAIO PEGGIO DEL LEGHISTA (0,21% E 0,73%)

Si è fermato quasi tutto in questi maledetti mesi segnati dal Coronavirus. Tutto tranne la fame di consenso dei leader politici.
Sulla rete e sui social media abbiamo monitorato le performance dei sei principali leader politici italiani per scoprire chi è sceso e chi è salito nel gradimento dell’opinione pubblica digitale.
Un vincitore c’è e non può essere che il premier Giuseppe Conte. Dalla prima settimana di lockdown fino ad oggi è lui ad aver aumentato maggiormente la propria popolarità  tra gli utenti italiani online.
Tra gli sconfitti sicuramente vanno annoverati i due Mattei. Salvini e la sua bestia hanno avuto una netta battuta di arresto mentre Renzi ha fatto peggio di tutti, dimostrando di essere stato fortemente punito nel dibattito pubblico online durante questi mesi di emergenza.
La nostra indagine parte su Facebook dalla seconda settimana di marzo, nei giorni dell’avvio della fase uno.
Nei primi 30 giorni monitorati (marzo-aprile) abbiamo rilevato un vero e proprio exploit in termini di popolarità  da parte del premier Conte. Su Facebook in questo lasso di tempo è riuscito a conquistare la bellezza di 1.297.412 nuovi potenziali elettori, crescendo del 79,5% in termini di popolarità .
Per capire quanto siano alti questi numeri basti dire che la seconda ad aver fatto meglio, Giorgia Meloni, ha ottenuto 86.359 nuovi potenziali elettori crescendo del 6%. Matteo Salvini aumenta la propria popolarità  soltanto del 2,3% agganciando 94.368 nuovi seguaci.
Matteo Renzi e Luigi di Maio, rispettivamente con lo 0,21% e lo 0,73%, sono i leader politici ad essere cresciuti di meno in questo primo periodo su facebook. Zingaretti fa leggermente meglio crescendo di circa l’1%.
Questo trend si conferma ancora negli ultimi 30 giorni (aprile-maggio) che ci hanno portato all’interno della fase 2. Il premier ottiene 201.043 nuovi potenziali elettori, crescendo del 6,8%, seguito ancora una volta dalla Meloni che aggancia 67.260 nuovi seguaci crescendo del 4,4%.
Chi invece subisce un vero crollo è Matteo Renzi, il senatore fiorentino arriva addirittura a perdere -2.247 potenziali elettori.
L’ex premier è dunque il leader politico che in questa fase è stato maggiormente punito in termini di consenso dagli utenti di facebook.
L’enorme dote di popolarità  ottenuta da Giuseppe Conte su questo social si potrebbe spiegare tecnicamente anche con l’utilizzo della piattaforma per le sue seguitissime conferenze stampa.
Passando a monitorare Twitter il risultato non cambia: il mattatore della rete è Giuseppe Conte. Nei primi 30 giorni analizzati (marzo-aprile) cresce del 38%, conquistando 160.637 nuovi potenziali elettori. Nell’ultimo mese (aprile-maggio) fa più 11,53% in termini di popolarità  ottenendo 66.557 nuovi follower. Segue ancora una volta al secondo posto la Meloni che nel primo periodo cresce del 4,96% (+ 44.920 nuovi follower) mentre nell’ultimo lasso di tempo del 2,17% (+ 20.610 follower).
La leader di Fratelli d’Italia supera anche su questo social il suo avversario di colazione Matteo Salvini che fa più 3,3% e più 1,1%. Perfino sulla sua piattaforma preferita Matteo Renzi rimane il fanalino di coda ottenendo numeri da prefisso telefonico: +0,26% (marzo-aprile)   e più 0,09% (aprile-maggio).
Instagram conferma alcune tendenze già  analizzate nel rapporto tra leader politici e opinione pubblica digitale. Il livello di popolarità  di Conte è quello maggiormente in ascesa con un più 57,91% (450.001 nuovi potenziali elettori tra marzo e aprile)   e un più 15,59% (191.308 nuovi seguaci tra aprile e maggio).
Giorgia Meloni (+13% e +6,3%) supera anche su Instagram   Matteo Salvini (+3% e +5%),   confermando che molti elettori digitali stanno abbandonando il capitano per salire sul carro della leader romana. Per Renzi il coronavirus si è trasformato in un’emorragia di consenso digitale: su tutti i social presi in considerazione è lui leader che perde più elettori e popolarità .

(da “Huffingtonpost”)

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IL M5S PUR DI ATTACCARE CONTE ORA DICE CHE 500 MILIARDI SONO POCHI: “VEDIAMO COSA FARA’ IL PREMIER…”

Maggio 19th, 2020 Riccardo Fucile

SULLO SFONDO SEMPRE L’OTTUSA BATTAGLIA IDEOLOGICA CONTRO IL MES “CHE NON VA ATTIVATO” ANCHE SENZA CONDIZIONALITA’

Troppo pochi. In una parola “insufficienti”.
Neanche gli aiuti del Recovery Fund accontentano del tutto il Movimento 5 Stelle. Servono più soldi, secondo i pentastellati, per evitare di dover ricorrere all’attivazione del Meccanismo europeo di stabilità , visto dai grillini ancora come fumo negli occhi. La proposta franco-tedesca che prevede un fondo di 500 miliardi, da distribuire agli Stati più colpiti dalla crisi dovuta al Coronavirus, non è definitiva.
Servirà  ancora del tempo per un accordo. “Si parla di 100 miliardi per l’Italia ma saranno molti di meno”, è il ragionamento che a livello governativo elaborano i 5Stelle in queste ore per poi arrivare al solito punto: “Vediamo cosa farà  Conte. Si puntava a un fondo complessivo di mille miliardi”.
L’intento di incalzare il premier è sempre qui.
Il più numeroso partito di maggioranza attende Conte alla prova dei fatti: “Ha detto ‘no al Mes, sì agli Eurobond. Vediamo se in Parlamento sarà  di parola, altrimenti dovrà  spiegarci perchè l’Italia ha ceduto”. Da qui dipenderà  lo stato dei rapporti, già  abbastanza logorati, tra Conte e il Movimento 5 Stelle, secondo cui “il Mes è il banco di prova del premier”.
In teoria il Recovery fund, quindi questo trasferimento di denaro a fondo perduto, dovrebbe — sempre secondo i 5Stelle – sostituire i 36 miliardi che metterebbe in campo il Mes. Una simile ipotesi potrebbe porre Conte nelle condizioni di far votare il Parlamento sull’intero pacchetto specificando la non attivazione del Mes e aggirando così la possibile frattura con il Movimento 5 Stelle.
“Ma ciò può avvenire solo se la cifra del Recovery fund sarà  alta e per adesso non lo è”, spiegano le stesse fonti.
Tutto questo è in linea con quanto sostenuto dal ministro dello Sviluppo economico Stefano Patuanelli e dal capo politico grillino Vito Crimi.
Per il primo, l’accordo di ieri tra la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese Emmanuel Macron, “è solo un primo passo ma riteniamo questi soldi ancora insufficienti rispetto alle necessità  di diversi Paesi europei”.
Stesso discorso da parte di Crimi: “Iniziamo da questa bozza di proposta e da lì costruiamo un vero e proprio intervento potente, perchè 500 miliardi sono pochini per quello che serve realmente al nostro Paese”. Tutto è incentrato sul “vediamo cosa Conte riuscirà  a portare a casa”.
Il Movimento 5 Stelle, intento a differenziarsi dal resto della maggioranza, vorrebbe fare la spina nel fianco di Conte, come già  successo sulla regolarizzazione degli immigrati, quando i grilini hanno utilizzato i toni di Salvini e e Meloni, anche se questa volta sono loro i primi ad avere difficoltà  ad attaccare, piuttosto balbettano.
Il resto dei partiti che sostengono il governo sono allineati con il premier, sembra un paradosso, considerato che Conte è frutto delle scelte griline, ma è così.
Per Italia Viva “questa è l’Europa che vogliamo”.
Su Twitter il segretario Nicola Zingaretti scrive che “la proposta di Francia e Germania sul Recovery Fund è un passo avanti importante, così come la riflessione di Lagarde su un nuovo Patto di Stabilità . Gli europei vanno nella giusta direzione”.
Leu con Loredana De Petris chiede che questi fondi arrivino “con tempestività ”.
I 5Stelle, come si è detto, ne vogliono di più e non vogliono il Mes. Se così non sarà  “Conte dovrà  spiegare in Parlamento e sopratutto a noi perchè ha cambiato idea”.
Perchè loro si ostinano a danneggiare l’Italia rifiutando un prestito a tasso zero e senza condizioni invece non sono in grado di spiegarlo.

(da “Huffingtonpost)

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FASE 2, AUMENTANO GIA’ I PREZZI DI BAR, PARRUCCHIERI E ALIMENTARI, A MILANO FINO A 2 EURO PER UN CAFFE’

Maggio 19th, 2020 Riccardo Fucile

IL SISTEMA DI SCARICARE SUL CONSUMATORE IL MANCATO GUADAGNO PER LE MISURE ANTI-CORONAVIRUS

Dopo un’attesa durata oltre due mesi, lunedì 18 maggio molte attività  commerciali hanno potuto riaprire i battenti e accogliere i clienti. Bar, ristoranti e parrucchieri hanno finalmente riaperto al pubblico, con le cautele previste in tempo di Coronavirus.
Le regole da rispettare sono molto, a partire dalle sanificazioni che tutti i negozi hanno dovuto effettuare prima di poter riaprire.
Poi c’è il distanziamento da mantenere, i dispositivi di protezione individuale da indossare (e far indossare) e le pulizie da eseguire prima e dopo il passaggio di ogni cliente. Con le difficoltà  del caso dunque, i commercianti stanno lentamente facendo approdo a una nuova normalità .
Ma anche i clienti devono abituarsi a un nuovo tipo di consumo e le preoccupazioni su possibili rincari sui prezzi finali dei beni e dei servizi si fanno consistenti.
Alla riapertura degli esercizi commerciali, in molti casi c’è stata l’amara sorpresa di un ritocco al rialzo dei prezzi per un caffè o per un cappuccino.
Lo denuncia il Codacons che ha ricevuto segnalazioni da parte dei consumatori di rincari dei listini. Al momento si tratta di casi isolati, rimarca l’associazione, con il caffè che, ad esempio, in alcuni locali, sarebbe passato da 0,90 euro a 1 euro, o il cappuccino, da 1,20 a 1,40 euro.
A Milano, un caffè in centro è arrivato a costare 2 euro a tazzina, mentre a Vicenza 50 baristi si sono accordati per alzare il prezzo della tazzina, portando un caffè a 1,30 euro e il cappuccino a 1,80, riporta il Corriere.
A Firenze e Roma un caffè al bancone può costare rispettivamente 1,70 e 1,50 euro.
Molti si giustificano col fatto che il rispetto delle norme igienico sanitarie hanno imposto costi imprevisti che naturalmente vengono scaricati sulla clientela finale.
Altri esercenti non hanno cambiato nulla rispetto al tariffario di prima del Coronavirus sostenendo che il servizio al tavolo è spesso maggiorato e non potendo effettuare servizio al banco per evitare assembramenti, il caffè o il cappuccino servito al tavolo costa di più.
Rincari vengono segnalati anche per i parrucchieri, con costi più alti per tagli, messe in piega, ecc. in alcuni locali.
Vero che gli esercenti devono sopportare maggiori spese, ma è altrettanto vero che i consumatori hanno oggi meno soldi in tasca da spendere rispetto a tre mesi fa.
A Roma, il lunedì eccezionale che ha visto parrucchieri e barbieri aperti nel tradizionale giorno di riposo ha visto un ritocco nei listini di alcuni saloni.
L’agenzia Agi, per esempio, cita quello di piazza Navona, il Salone Sant’Agnese, il cui titolare conferma che ora ci sono “nuovi costi che prima non avevamo come asciugamani monouso, igienizzanti, mascherine, guanti, grembiuli usa e getta. Decideremo se inserire una voce ad hoc nel conto, ma si tratta di pochi euro”.
Ma il rincaro non riguarda solo bar e parrucchieri. Qualche giorno fa, un aggiornamento pubblicato dall’Istat, illustrava il rincaro di frutta e verdura durante l’emergenza Coronavirus.
I prezzi dei beni alimentari, certifica il termometro ufficiale dell’Istituto di Statistica, sono cresciuti del 2,8% ad aprile, molto più di un’inflazione rimasta ferma al palo.
Come spiega Ettore Livini su Repubblica, “il costo delle arance è cresciuto del 24% nel primo mese di lockdown e per l’aumento del 30% dei costi logistici. Il prosciutto cotto è balzato del 13% (dati Ismea) perchè nessuno ha più voglia di accalcarsi ai banchi dei salumi e compra la busta pre-affettata, che è più cara. Il boom della domanda ha mandato alle stelle il prezzo dell’alcol, mentre il costo di cavolfiori (+93%), broccoli, carote e cipolle è stato trainato all’insù dalla richiesta di verdura non deperibile”.

(da agenzie)

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COME LE SPIAGGE LIBERE VERRANNO ASSEGNATE AI PRIVATI CON LA FASE 2

Maggio 19th, 2020 Riccardo Fucile

ENTI LOCALI DI CENTRODESTRA PRONTI A FARE UN REGALO AI BALNEARI, ESTENDENDO TRATTI DI SPIAGGIA LIBERA ALLA LORO GESTIONE, COSI’ DIVENTERANNO A PAGAMENTO E CHI NON SE LO PUO’ PERMETTERE IL BAGNO LO FARA’ SOLO NELLA VASCA DI CASA

La Fase 2 dell’emergenza Coronavirus porta con sè in dote le spiagge libere in concessione ai privati.
Il Fatto Quotidiano spiega oggi in un articolo a firma di Lorenzo Giarelli che diversi enti locali stanno pensando di affidare queste aree pubbliche a gestori privati, aumentando le concessioni balneari.
Un modo per venire incontro agli stabilimenti, che per rispettare le distanze di sicurezza dovranno ridurre il numero di ingressi rispetto agli anni scorsi, ma anche una decisione che farà  ricadere i costi sui bagnanti, a quel punto rimasti senza spiagge libere e costretti a rivolgersi a strutture a pagamento.
In Abruzzo l’ipotesi è già  sul tavolo della Regione e dei Comuni: “È possibile, solo per il 2020, l’affidamento di porzioni di spiagge libere ai balneatori e agli albergatori,una sorta di concessione eccezionale”, ha confermato settimana scorsa il portavoce locale di Anci Enrico Di Giuseppantoni, al termine di un incontro con un gruppo di sindaci e con alcuni rappresentanti della giunta di Marco Marsilio.
L’idea è diventata realtà  a Giulianova (Teramo), dove il Comune ha già  pubblicato i bandi per l’assegnazione di dieci tratti di spiaggia libere prevedendo un sistema di punteggi che andrà  a vantaggio “dei titolari di concessioni demaniali confinanti”.
Risultato: i privati sgraveranno il Comune dalla pulizia e dal controllo del rispetto delle norme anti-contagio (il metro di distanza, il divieto per gli sport), ma saranno gli stessi privati a gestire gli ingressi, allineando le tariffe delle ex spiagge libere al loro listino
In Campania già  ad aprile il Mattino aveva riportato la volontà  del governatore Vincenzo De Luca di “abolire le spiagge libere”, prima che il Sindacato italiano balneari esortasse la giunta a “valutare l’affidamento delle spiagge libere solo su richiesta espressa dei concessioni”, in modo da “dare confronto ai Comuni”e, per i gestori, “recuperare spazi erosi dalle prescrizioni Covid”. Si vedrà .
E poi c’è la Sardegna:
In questi giorni a Cagliari si sta discutendo della possibilità  di dare in gestione la nota spiaggia del Poetto, emblema di quel che potrebbe accadere nell’intera Regione. Per scongiurare l’idea, i Progressisti hanno scritto una lettera alla giunta di Christian Solinas: “La necessità  di approntare le necessarie misure di sicurezza non diventi in alcun modo pretesto per estendere in modo incontrollato le concessioni demaniali e assaltare i beni collettivi”.
Stesso appello rivolto dal Movimento 5 Stelle dell’Emilia-Romagna al presidente Stefano Bonaccini: “Chiediamo di non abbassare ulteriormente la quota (già  molto esigua) di spiagge libere per aumentare, anche solo eccezionalmente per la prossima estate, l’affidamento a stabilimento balneari e albergatori come sta pensando di fare l’Abruzzo”. E come potrebbe fare anche la   Calabria, almeno se darà  ascolto al segretario-questore dell’Assemblea regionale Graziano Di Natale: “Occorre intervenire per aumentare, in deroga ai piani spiaggia,la superficie da concedere ai lidi e agli stabilimenti balneari”.

(da “NextQuotidiano”)

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ESPOSTO IN PROCURA SULL’OSPEDALE FIERA DI MILANO: “OGNI PAZIENTE E’ COSTATO 840.000 EURO”

Maggio 19th, 2020 Riccardo Fucile

DENUNCIA DEI COBAS CONTRO LA REGIONE LOMBARDIA

A pochi giorni dall’annuncio della chiusura dell’Ospedale in Fiera a Milano, costruito durante l’emergenza Coronavirus, i Cobas hanno presentato questa mattina un esposto in procura, per denunciare la Regione Lombardia sulla vicenda del padiglione adibito a reparto di terapia intensiva Covid.
Nella vicenda “ha prevalso la necessità  propagandistica sul bene rappresentato dalla salute pubblica. Infatti in quei giorni l’assessore al Welfare, Giulio Gallera, con centinaia di morti e medici allo stremo, lanciava la sua candidatura a sindaco di Milano”, scrivono gli autori dell’esposto.
L’operazione, secondo i sindacati di base, “presenta fronti di criticità , con profili di possibile interesse della magistratura, anche penale, che meritano di essere approfonditi”. Alla costruzione del padiglione hanno contribuito 21 milioni e 153mila euro derivanti da 1560 donatori privati, fra cui 10 milioni di Silvio Berlusconi, ma a detta dei Cobas la vicenda dello “spreco di risorse”, ha “rilevanza per gli interessi anche pubblici tutelati”, ovvero la salute generale in una situazione di pandemia.
“Da una semplice valutazione matematica si può in via empirica affermare che per ogni paziente ricoverato nell’Astronave — così viene chiamato l’ospedale — sia costato la modica cifra di 840mila per ogni singolo paziente”, se “come sembra, non è mai stato superato il numero di 25 pazienti”, scrivono i Cobas.   Secondo loro, si sarebbe potuto costruire un reparto Covid in una struttura già  esistente e specialistica e non in una scollegata dagli altri reparti come la Fiera, usando i padiglioni in disuso dell’ex ospedale di Legnano.
L’assessore al Welfare, Giulio Gallera avrebbe indicato in “3-6 mesi” i tempi per la ristrutturazione dell’edificio legnanese, facendo però “un calcolo al rialzo e sulla base della lavorazione ordinaria standard in periodi normali”, e non secondo le procedure accelerate di emergenza.
“Con la stessa forza lavoro utilizzata per la realizzazione dell’Astronave (150-180 persone al giorno su una base di 24 ore lavorative su una superficie di 24mila metri quadrati)”, il ripristino del nosocomio in provincia di Milano sarebbe stato probabilmente “una questione di ore”.
Come riportato da TPI in un articolo firmato da Lorenzo Tosa, il nuovo ospedale è stato inaugurato e mostrato al mondo intero il 31 marzo come l’emblema dell’efficienza del modello sanitario lombardo. Ma sin dall’inizio si è rivelato un fallimento annunciato.
Quel giorno, a tenere banco sono state le immagini del maxi-assembramento di giornalisti e invitati vari, in barba a ogni principio di sicurezza e senza il rispetto del metro di distanza regolamentare. Sarebbero stati solo 24 i malati Covid che sono stati ricoverati in Fiera.

(da TPI)

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GALLI: “INCONCEPIBILE FARE TEST A PAGAMENTO, E’ LA SCONFITTA DEL SISTEMA SANITARIO PUBBLICO”

Maggio 19th, 2020 Riccardo Fucile

L’INFETTIVOLOGO PRIMARIO AL SACCO DI MILANO: “VERGOGNOSO CHE SI RINUNCI AL PROPRIO RUOLO COSTRINGENDO IL CITTADINO A PAGARE 63 EURO”

“Soprattutto dalle mie parti moltissime persone stanno prendendo appuntamento negli ambulatori privati per fare il test che non sono riusciti ad ottenere dal Servizio sanitario nazionale e questa è una debacle per l’organizzazione della sanità . Perchè la valutazione alla fonte dell’esistenza o meno di persone contagiate sarebbe stata, sarebbe il presidio fondamentale per evitare l’ulteriore diffusione del contagio”.
Lo ha detto ad Agorà  il primario di Malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli, a proposito dei test sierologici.
“E’ inconcepibile – ha proseguito Galli – che il pubblico non sia in grado di dare questo genere di risposta ai cittadini e gli dica che deve andarsi a pagare il test a 63 euro, come se questa fosse una scelta voluttuaria, e fare a sue spese il tampone… ma per favore! Il test è molto piu importante del distanziamento al ristorante, è il sistema fondamentale per ridurre l’ulteriore diffusione dell’epidemia. Scusatemi ma mi è scappato un momento di indignazione”.
Galli ha ribadito che “mascherina e distanziamento sono un tentativo ulteriore di difesa ma non esiste una sperimentazione con dati certi che ci dice che questo è il sistema che funziona. Anche se il buon senso – ha continuato – ti dice che è l’unico sistema per tentare una convivenza basata sulla grande responsabilità  individuale”.

(da agenzie)

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“MIO PADRE MORTO DI COVID E LA MIA FAMIGLIA COSTRETTA A SPENDERE 500 EURO TRA TEST SIEROLOGICI E TAMPONI PRIVATI”

Maggio 19th, 2020 Riccardo Fucile

LA TESTIMONIANZA DI UN AVVOCATO DI SERIATE: “MAI STATA CONTATTATA DALL’ATS LOMBARDA PER ESEGUIRE IL TAMPONE”

Tre volte segnalata all’Ats di Bergamo, un padre deceduto per Covid, un test sierologico positivo agli anticorpi, eppure ancora nessun tampone.
Mentre l’Italia parte con la sua nuova “Fase 2”, c’è ancora chi, dopo aver effettuato tre quarantene e speso quasi 500 euro in clinica privata, cerca ancora di capire insieme ai suoi familiari se può tornare a lavorare e muoversi liberamente.
A raccontarlo a TPI è Consuelo Locati, avvocato di Seriate (Bergamo), che guida il gruppo di legali di “Noi Denunceremo”, un comitato composto da cittadini che chiedono “verità  e giustizia per le vittime di Covid-19”.
Il suo resoconto stride con le notizie sulle riaperture di questi giorni e dà  l’idea di quanto ancora non è stato fatto — soprattutto in Lombardia — per garantire la sicurezza degli italiani.
“Sono stata segnalata la prima volta all’Ats l’11 marzo, perchè un cliente che avevo ricevuto nel mio studio legale di Bergamo il 6 marzo era risultato positivo ed era ricoverato in rianimazione”, racconta l’avvocato. “Per oltre 20 giorni l’Ats non si è fatta sentire, nel frattempo mio padre si è ammalato di Covid-19, è stato ricoverato il 22 marzo ed è morto cinque giorni dopo. Avevo avuto contatti con lui l’ultima volta il 12 marzo”. Nel frattempo, sia Consuelo sia sua madre (che viveva col padre) hanno la febbre, dolori muscolari e altri sintomi legati al Coronavirus, ma entrambe riescono a riprendersi. Non vengono monitorate dall’Ats, ma da amici medici che le sentono ogni giorno e danno loro indicazioni a distanza.
Dopo la morte del padre, l’ospedale invia all’Ats la comunicazione del decesso, affinchè possa tracciare tutti i familiari che erano stati a contatto con lui. Nello specifico si tratta di Consuelo, sua sorella e la madre 72enne. Trascorre un mese, ma nessuna di loro viene contattata dall’Ats o sottoposta a tampone.
“A quel punto ho chiesto al mio medico cosa dovessi fare visto che, essendo io stata a contatto con due persone sicuramente infette, prima di riaprire lo studio avrei dovuto sottopormi a test sierologico o tampone”, dice Consuelo. “Dopo diversi tentativi, l’8 maggio il medico riesce ad aggiungermi all’elenco dei tamponi dell’Ats, ma neanche stavolta vengo contattata”.
Consuelo capisce che per tornare a lavorare deve rivolgersi ai privati, che nel frattempo vengono autorizzati con una delibera della Regione Lombardia ad effettuare test sierologici e tamponi.
“Per eseguire il test su di me, mia madre, i miei due figli e mia sorella, abbiamo speso 40 euro ciascuno”, racconta. “Il test è risultato positivo agli anticorpi IgG per me, per mia madre e per uno dei miei figli, per l’altro mio figlio e per mia sorella è risultato negativo. La delibera della Regione obbliga chi risulta positivo a fare il tampone, ma neanche stavolta l’Ats ci ha chiamati, quindi abbiamo fatto il tampone presso la stessa clinica privata, spendendo altri 92 euro a testa”. Tra test sierologici per 5 persone e tamponi per 3, la spesa totale è di 476 euro.
“Il risultato del tampone arriverà  il 29 maggio, nel frattempo non posso uscire di casa”, si sfoga Consuelo. “Potrei ricominciare a lavorare dal 30 maggio, se va bene e il tampone sarà  negativo. Dopo il 4 maggio si poteva riaprire, ma a chi era stato segnalato non è stata data la possibilità  di essere testato. Tutto è stato lasciato all’autonomia e al senso di responsabilità  dei singoli. Io ho fatto il test per mettere in sicurezza i miei clienti, e chi non lo ha fatto?”, si chiede Consuelo. “Non so neanche se dargli torto a questo punto. Sono ferma con la mia attività  dal 6 marzo, ho fatto tre quarantene”.
“La mia situazione è molto comune, purtroppo è successo a tutti coloro che hanno avuto dei decessi in famiglia”, sottolinea. “Siamo stati abbandonati dall’Ats e ora questo è il risultato della privatizzazione della Sanità . Non si possono obbligare le persone a rivolgersi ai privati per veder tutelato il proprio diritto alla Salute, così si crea solo una distinzione tra classi. Chi può permettersi il tampone lo fa, chi non può esce senza certezze o resta a casa”, conclude amara. “Ora sono terrorizzata: da ieri vedo la gente che esce, che va a fare gli aperitivi, non si capisce più chi ha fatto i controlli e chi non li ha fatti”

(da TPI)

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