Destra di Popolo.net

POTERE, POLTRONE E LUSSO: ALLA FINE IL M5S E’ STATO SEDOTTO DAL PALAZZO

Giugno 21st, 2020 Riccardo Fucile

DALLE SCELTE DI DI MAIO ALLE RICHIESTE DI CASALINO: COME E’ CAMBIATA LA CREATURA DI BEPPE GRILLO

Da annotare: chiusi, blindati hanno cominciato. Blindati finiscono.
Loro – quelli dello streaming, della trasparenza – laggiù, dentro lo sfarzo assoluto di Villa Doria Pamphili, distanti e impenetrabili in quel reality dell’economia chiamato Stati generali, e tutti noi, il pattuglione di cronisti, fotografi e cameramen, lasciati fuori dal cancello per una settimana, costretti a cercarci un sentiero che da via Aurelia Antica s’infilasse nella boscaglia, su per lo stesso pratone che nel 1849 risalirono i garibaldini della Repubblica Romana, le camicie rosse con i cannoni da puntare contro i francesi, noi con i teleobiettivi per capire almeno se il premier Giuseppe Conte avesse la pochette.
Ma è poi arrivata anche la polizia a cavallo.
Tutto questo fa molto casta. Proprio quella che Di Maio e Bonafede e tutti gli altri grillini di governo promettevano di combattere. E invece: risucchiati. Dentro fino al collo. Golosi di potere, cacciatori di poltrone, sensibili al lusso.
Eccoli laggiù salire sulle loro auto blu, le scorte armate, i lampeggianti, un corteo dopo l’altro: e quando poi Di Maio l’altro giorno è arrivato a Mendrisio, Svizzera, in visita ufficiale, le autorità  elvetiche hanno pensato bene di allestirgliene uno proprio di prima classe, con sette macchine seguite da tre furgoni.
Informalmente, lo scorso fine settimana Di Maio è invece andato a spiaggiarsi con la fidanzata Virginia Saba da Saporetti, a Sabaudia, sotto gli ombrelloni dello storico stabilimento del generone romano.
Giuseppe Conte, qualche chilometro più in là , al Circeo. All’Hotel Punta Rossa, il preferito dagli oligarchi russi in vacanza.
Gli ultimi segnali di una mutazione ormai compiuta. Da valutare con rigore, senza cedere alla meraviglia, e cominciata forse la mattina in cui Rocco Casalino, entrando a Palazzo Chigi, osservò – lo sguardo che era un miscuglio di delusione e fastidio – la stanza che di solito veniva assegnata al portavoce del premier.
«Ma è troppo piccola!», urlò, dopo lunghi secondi. I funzionari, mortificati, chinarono la testa: ora Rocco siede in una stanza adeguata, grande quasi come un campo da calcetto, adiacente a un ufficio dove alloggiano una ventina di collaboratori, alcuni dei quali si definiscono «sottoproletariato dell’informazione»
Dalla sua scrivania, ogni giorno, Casalino spedisce decine di whatsapp a decine di giornalisti. Rocco allude, promette, blandisce, annuncia, rimprovera, drammatizza, poi perdona e, quasi sempre, viene perdonato (ora vediamo come finisce il bisticcio con il sito Dagospia, «sebbene sia chiaro – diceva perfido un ministro grillino l’altra sera in un salotto con vista su piazza Campo de’ Fiori – che Casalino non conosca la barzelletta del “Cavaliere bianco e del Cavaliere nero” di Gigi Proietti»).
Il rapporto del M5S con i giornalisti è profondamente cambiato. Gianroberto Casaleggio teorizzava che se ne potesse fare a meno. Vito Crimi – ossequioso – esplicitò: «Mi stanno sul cazzo!». Beppe Grillo lanciò una vera fatwa contro i talk show. «Chi vi partecipa sarà  scomunicato».
Vabbè. Era per dire
Ormai, ogni volta che cambi canale, trovi un grillino. Alcuni passaggi restano memorabili. Tipo quello dell’ex ministro per il Sud, Barbara Lezzi, che andò da David Parenzo su La7 a spiegare «come il Pil dell’Italia sia cresciuto grazie ai condizionatori d’aria».
Solo nell’ultima settimana, Alessandro Di Battista è stato ospite sulla Nove e poi due volte a Retequattro. Dalla cronista di Quarta Repubblica ha finto di farsi sorprendere in strada, molto piacione come sempre, dico e non dico, ma poi dice, certo che dice, ormai tutti i cronisti conoscono la debolezza del Dibba, che adora comparire, sia pure in ruoli diversi: dissidente polemico, poi rivoluzionario in Chiapas, scrittore di reportage modesti, quindi aspirante falegname, provocatore e però eccolo subito di nuovo ragionevole e mansueto, non appena ascolta le promesse di Crimi e Patuanelli, Bonafede e Spadafora, tutti perfettamente a loro agio negli abiti scuri, nel caminetto da Prima Repubblica. Dove si decidono strategie, alleanze e – soprattutto – poltrone.
Gli specialisti sono Stefano Buffagni e Riccardo Fraccaro.
Buffagni gira proprio con una cartellina rossa. Dentro ci sono i dossier per decidere, o condizionare. Eni, Enel, Poste, Terna, Leonardo, Alitalia. E Rai.
I vertici del Movimento ormai vengono interpellati anche per la nomina di un caporedattore qualsiasi. Così è ripartita la vecchia liturgia romana inaugurata dai satrapi socialisti al tempo dorato (per loro) che fu. Li trovavi seduti ai Due Ladroni in piazza Nicosia, o da Fortunato al Pantheon. Li salutavi, un sorriso da tavolo a tavolo, c’è gente che ci ha costruito carriere.
Adesso conduttori ambiziosi e showgirl disoccupate sperano di incontrare la nomenklatura grillina nei locali della movida, da Maccheroni o da PaStation, il ristorante del figlio di Denis Verdini, a sua volta suocero di Matteo Salvini.
Incurante delle parentele ingombranti, ci capita anche la senatrice Paola Taverna, quella che si alzava nell’emiciclo di Palazzo Madama e urlava: «Io so’ der popolo e ve lo dico in faccia: a zozzoniiiii!» – vestita come se stesse al Tibidabo di Ostia, zatteroni di sughero e jeans strappati, mentre oggi invece gira tutta in ghingheri, con la sua Louis Vuitton d’ordinanza.
All’inizio, nemmeno entravano alla buvette di Montecitorio. «Noi – dicevano schifati i deputati a 5 stelle – il caffè ce lo andiamo a bere al bar, come cittadini normali». Però dopo qualche settimana erano già  tutti lì al leggendario bancone, perchè il caffè in se è una ciofeca, ma poi le papille iniziano a sentire un certo retrogusto dolciastro e stordente, sorseggi e sai di poter fare cose importanti: per esempio, sistemare nella tua segreteria i vecchi compagni di scuola (Di Maio li fa arrivare quasi tutti da Pomigliano d’Arco e Acerra).
Così adesso nessun parlamentare vuole tornarsene a casa. Secondo il sacro limite dei due mandati, a fine legislatura dovrebbero trovarsi un posto di lavoro in tanti: da Bonafede a Fico, dalla Castelli a Fraccaro, a Di Stefano, Crimi, Ruocco, Toninelli, Taverna e Di Maio. Che infatti ha cercato di scardinare la regola cominciando a introdurre per i consiglieri comunali il «mandato zero».
«Giggino, scusa, ma cos’è?», chiese, ingenuo, Crimi. «Che cos’è? Semplice: il primo mandato non lo contiamo più», rispose Giggino (con freddezza andreottiana).

(da “il Corriere della Sera”)

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LA RIPARTENZA DELL’ITALIA SI GIOCA AL NORD MA NON C’E’ UNA CLASSE POLITICA ALL’ALTEZZA, NE’ AL GOVERNO, NE’ ALL’OPPOSIZIONE

Giugno 21st, 2020 Riccardo Fucile

SOLO CONFINDUSTRIA HA PRESO A CUORE IL PROBLEMA (A MODO SUO)

Mentre il governo conclude la kermesse degli Stati Generali, avanza a grandi passi nella politica italiana un tema di grande rilevanza, accantonato nei mesi del lockdown, ma destinato ad esplodere nell’autunno economicamente più difficile della storia della Repubblica, cioè il prossimo.
Il tema ha un titolo preciso, cioè “Questione Settentrionale”, uno svolgimento tutto da conoscere e dei protagonisti solo in parte noti al momento.
Cominciamo dal titolo (e quindi dal tema), perchè è di tutta evidenza che questa sarà  la questione più scottante per l’intera nazione.
Dalla fine della Prima Repubblica a oggi il nord ha contato moltissimo, soprattutto a destra. È infatti profondamente, intimamente “nordista” la storia di Silvio Berlusconi e di Umberto Bossi, cioè i due uomini che hanno contato di più da quelle parti tra il 1994 e il 2013, al punto che (non casualmente) per superarne in via definitiva la stagione viene chiamato a guidare il governo il Presidente della Bocconi Mario Monti.
Ma è, tutto sommato, “padana” anche la storia del bolognese Romano Prodi, incrocio di tutti i movimenti che contano a sinistra dal 1995 al 2008 (e forse anche oltre).
Insomma il nord ha contato e, per molti versi, dominato nella Seconda Repubblica, tanto è vero che le istanze di autonomia regionale hanno avuto grande spazio sotto il profilo politico, legislativo e costituzionale.
Siccome però il nord è innanzitutto il motore dell’economia nazionale, ecco che nell’Italia post pandemia da lì si dovrà  ripartire, a meno che si decida di uscire definitivamente dalla “squadra” dei paesi industriali per entrare in quella senza vocazione alcuna, tipo Argentina (per capirci).
Ed eccoci quindi allo svolgimento, che per il momento resta non solo ignoto a tutti ma anche condizionato da segnali poco incoraggianti, compresi gli Stati Generali a Villa Pamphili, luogo meravigliosamente simbolico di un’Italia con lo sguardo al passato che cerca di arrancare nel futuro aggrappandosi alla sua bellezza e non a uno straccio di progetto strategico (con buona pace del Piano Colao).
Qui dobbiamo dirci la verità  con franchezza, pena il fatto di svegliarci l’anno prossimo in condizioni ancora più precarie sotto ogni profilo. La pandemia dell’anno in corso sta rimescolando le carte da gioco del mondo intero e nessuno si troverà  in futuro nella stessa posizione di prima.
In ballo c’è la competitività  di ogni sistema nazionale, in ballo c’è l’esistenza stessa dell’Europa e della sua atipica moneta, in ballo c’è la supremazia planetaria nel secondo quarto del secolo, in ballo c’è la sopravvivenza dei regimi democratici assediati dalle oligarchie plebiscitarie che dominano in Asia, in Africa e nel Medio Oriente. Sotto questo profilo l’Italia rischia più di altri, perchè ha sulle spalle ataviche debolezze (debito pubblico, divario nord/sud, burocrazia micidiale, giustizia lenta) che possono costarci moltissimo: ecco perchè la stagione che sta per aprirsi è per noi decisiva.
Veniamo allora ai protagonisti, anche perchè alcuni di loro hanno preso la parola proprio in queste ore.
Cominciamo da destra, dove Salvini e Meloni hanno grande forza elettorale e solido controllo dei loro partiti. Però sono espressione di un tipo di leadership totalmente diversa da quella del Cavaliere e dell’Umberto: il loro legame (anche sentimentale) con il nord è assai più flebile e politicamente meno rilevante per la loro azione politica.
Poi c’è l’area di governo, che attualmente è dominata da figure che con il nord hanno ben poco a che fare per storia personale e inclinazioni culturali.
Basti considerare che sono (siciliano il primo, campano il secondo e pugliese il terzo) meridionali la prima, la terza e la quarta carica dello Stato, con l’aggiunta della comune formazione giuridica del Presidente della Repubblica e del Primo Ministro.
Sono poi espressione dell’ambiente politico romano il Presidente del Parlamento Europeo Sassoli (pur fiorentino di nascita), il Commissario Europeo Gentiloni, il ministro dell’Economia Gualtieri, così come il segretario del PD Zingaretti, mentre è del tutto a trazione meridionale la leadership del M5S, con evidente preminenza del campano Di Maio e del siciliano Bonafede (con all’opposizione il romano Di Battista).
Ebbene, cosa produce tutto ciò?
Produce che sul lato opposto al governo la bandiera del nord che produce l’ha presa da qualche mese il Presidente di Confindustria Carlo Bonomi (già  alla guida di Assolombarda), anche alla luce del fatto che il Governatore del Veneto Zaia si premura di farci sapere un giorno sì e l’altro pure che lui sta bene dove si trova.
Mentre invece sul fronte PD-M5S produce (proprio in queste ore) due uscite molto interessanti e convergenti, cioè quella del sindaco di Bergamo Gori che contesta a Zingaretti un deficit d’iniziativa e quella del sindaco di Milano Sala che reclama un rapido ritorno al lavoro “normale”, volendo così introdurre “a bomba” l’attualità  economica nell’agenda nazionale.
L’autunno sarà  roba di numeri, statistiche, calo del PIL, posti lavoro (persi), imprese (che rischiano di chiudere), agenzia di rating.
Tutta roba che si gioca al nord, al massimo compresa l’Emilia di Stefano Bonaccini.
Chi non lo capisce resta indietro.

(da “Huffingtonpost)

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IL GOVERNO ANNUNCIA IL BONUS DI 600 EURO PER I LAVORATORI STAGIONALI

Giugno 21st, 2020 Riccardo Fucile

DESTINATO AI LAVORATORI DIPENDENTI A TEMPO DETERMINATO CHE OPERANO NEL SETTORE DEL TURISMO CHE ABBIANO LAVORATO ALMENO 30 GIORNI NEI DUE ANNI PRECEDENTI

“Sto lavorando a un decreto rivolto ai lavoratori del settore turismo che, pur lavorando come stagionali, sono stati assunti con contratti a tempo determinato e per questo non hanno avuto accesso agli strumenti di sostegno al reddito stanziati dal Governo. Non appena questo provvedimento passerà  al vaglio della Ragioneria generale dello Stato e della Corte dei Conti, il bonus di 600 euro per i mesi di marzo, aprile e maggio potrà  essere richiesto e percepito da quei lavoratori dipendenti a tempo determinato che operano nel settore turismo e degli stabilimenti termali che hanno lavorato sia nel 2018 sia nel 2019 per almeno trenta giornate”.
Lo scrive la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo in un post su Facebook.
“Stiamo lavorando a una riforma organica degli ammortizzatori sociali che renda l’istituto più snello e più idoneo a rispondere tempestivamente alle esigenze di imprese e lavoratori. Un ruolo centrale in questo progetto sarà  riservato al profilo della formazione e al potenziamento delle politiche attive del lavoro”. Così la ministra del Lavoro Nunzia Catalfo su Facebook.
“Continuiamo a lavorare con impegno e determinazione per costruire il rilancio del nostro Paese”, ha aggiunto.

(da agenzie)

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CRISANTI: “IL VIRUS SI STA SPEGNENDO? SENZA NUMERI E SENZA MISURA NON E’ SCIENZA, SONO SOLO CHIACCHIERE”

Giugno 21st, 2020 Riccardo Fucile

IL VIROLOGO STRONCA L’INDAGINE SUI RISULTATI DEI TAMPONI DELLA REGIONE

“Chi parla dell’infettività  di questo virus non sa quello che dice, perchè l’infettività  si misura sperimentalmente e sull’uomo non è possibile fare nessun esperimento e non esiste un modello animale. Senza numeri e senza misura non è scienza, sono solo chiacchiere”.
Così il professor Andrea Crisanti, direttore del Dipartimento di microbiologia e virologia di Padova, stronca, sul ‘Corriere Veneto’, l’indagine sui risultati dei tamponi realizzata dalla Regione e presentata ieri dal collega Roberto Rigoli, coordinatore delle microbiologie del Veneto, secondo la quale il Coronavirus si starebbe in sostanza “spegnendo”.
“Siccome non è possibile fare sperimentazioni di infettività  sull’uomo – aggiunge Crisanti -, nessuno sa qual è la dose infettiva di questo virus e non c’è nulla da commentare: non si può commentare con un argomento scientifico una cosa che non è Scienza”.

(da agenzie)

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I NO-VAX HANNO SBANDIERATO LE LORO IDIOZIE A FIRENZE SENZA ALCUN RISPETTO DELLE REGOLE DI SICUREZZA

Giugno 21st, 2020 Riccardo Fucile

NO VACCINI, NO 5G, NO BANCHE, NO SOROS, NO TUTTO: MA SI’ AL RISCHIO DI CONTAGIARE IL PROSSIMO

Piazza Santa Croce a Firenze è stata invasa dai No-Vax e dalle loro scemenze pericolose, per loro e anche per tutti gli altri dato che non c’era la minima traccia di mascherine o di distanziamento sociale.
Il sindaco Dario Nardella è furibondo: “Una massa di irresponsabili proveniente da tutta Italia ha invaso Santa Croce in spregio ad ogni regola di sicurezza”, ha attaccato il sindaco.
Tra gli obiettivi della manifestazione c’erano la salvaguardia della sovranità  popolare contro la “sospensione della Costituzione”, la difesa del lavoro e della scuola pubblica, ma soprattutto la “libertà  di opinione” e la “libertà  di scelta terapeutica” senza imporre “alcun trattamento sanitario o vaccinale obbligatorio”.
Cosa voglia dire si è capito durante la manifestazione, quando i partecipanti hanno esposto striscioni emblematici: una siringa (simbolo del vaccino) con scritto “Caution, a vostro rischio e pericolo”, oppure “In futuro si vaccinerà  per influenzare l’inclinazione spirituale”.
No vaccini, No 5g, No banche, No Soros, No tutto insomma.
Addirittura No Coronavirus, perchè si sa che imbecilli chiamano altri imbecilli.
E in spregio alle persone che continuano a morire e ai 35.000 che sono già  morti, alcuni manifestanti sostengono anche che la pandemia non sia mai esistita.
Sul palco sono saliti l’ex parlamentare del Movimento 5 Stelle, Sara Cunial, che ha ribadito la sua contrarietà  alla vaccinazione obbligatoria e poi ha detto che “in questi ultimi mesi” sono stati attaccati “i nostri diritti costituzionali, i nostri diritti umani. Ci hanno fatto credere che con la delega possiamo lasciare la sovranità  a questi che ho definito criminali e delinquenti”.
A darle il cambio sul palco il conduttore radiofonico Guido Gheri, condannato per diffamazione nel 2014 e la cui Radio Studio 54 è stata sequestrata per istigazione all’odio razziale, l’esperto di “signoraggio bancario”, Carlo Massaro, ma anche i dottori Maria Antonietta Gatti e Stefano Montanari, punti di riferimento del movimento no-vax che una settimana fa avevano bocciato l’annuncio di Roberto Speranza sull’accordo Ue per 400 milioni di dosi di vaccino: “Questa malattia non è vaccinabile. Gli italiani saranno le cavie per un vaccino che non funzionerà ” hanno scandito.

(da Globalist)

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I 211 ESSERI UMANI SALVATI DALLA SEA WATCH TRASBORDATI SULLA MOBY ZAZA DOVE FARANNO LA QUARANTENA

Giugno 21st, 2020 Riccardo Fucile

LA NAVE DELLA ONG TEDESCA E’ TORNATA A PORTO EMPEDOCLE UN ANNO DOPO DALL’ACCOSTO DI CAROLA RACKETE

Sono già  terminate le operazioni di trasferimento dei 211 migranti arrivati a Porto Empedocle tramite la Ong Sea Watch 3
Da questa mattina, intorno alle 10, la nave tedesca ha iniziato l’operazione di trasbordo dei migranti sulla Moby Zazà , con la Guardia di finanza a sorvegliare il porto.
La Sea Watch ritorna così a Porto Empedocle dopo quasi un anno dal caso del presunto speronamento della nave ong alla guardia di finanza e il conseguente arresto di Carola Rackete, trasportata nella stessa banchina dove oggi sbarcano i migranti, da Lampedusa. Le 211 persone, partite dalla Libia con piccole imbarcazioni, sono state salvate in mare aperto in 3 diverse operazioni, la prima delle quali circa 48 ore fa.
Dopo aver effettuato i salvataggi, il team della Ong tedesca aveva chiesto un porto sicuro, decidendo infine di sbarcare a Porto Empedocle, dove è stata collocata anche la Moby Zazà , la nave scelta dal governo per la quarantena dei migranti che arrivano sulle coste italiane durante l’emergenza Coronavirus.
Intanto il tema migranti è anche al centro di una prossima missione di una delegazione del Comitato Schengen, che proprio martedì sarà  a Porto Empedocle per esaminare il sistema accoglienza siciliano, per recarsi poi nei principali centri di accoglienza dell’isola, compresi anche quello di Lampedusa e di Pozzallo.
Proprio in quest’ultima cittadina portuale è arrivata ieri sera la Mare Jonio, con a bordo 67 migranti soccorsi a 48 miglia da Lampedusa.

(da agenzie)

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LA FAMIGLIA DEL CAMPIONE: LA MOGLIE DANIELA E IL FIGLIO NICCOLO’

Giugno 21st, 2020 Riccardo Fucile

LA MOGLIE DI ALEX NON SI ALLONTANA DALLA CLINICA: “NON LO LASCIO SOLO”

Ha un bel dire Tolstoj, nell’incipit di «Anna Karenina», che tutte le famiglie felici si somigliano, mentre quelle infelici lo sono ognuna a modo loro.
Se c’è una famiglia felice è quella di Alex Zanardi.
Lui, l’eroe indomito, l’icona dell’Italia che non vuole arrendersi nemmeno quando ha un «debito» di energia, mai una parola, mai un gesto senza ironia e coraggio.
Lei, Daniela, la bella bionda su cui mise gli occhi trent’anni fa il ragazzo emiliano che sognava la Formula 1; quando gli comunicò, per prima, che avevano dovuto amputargli le gambe per salvargli la vita, disse anche: «Adesso, allora, ti devo amare il doppio».
Niccolò, frutto del loro amore. A 22 anni, felice per aver trovato una fidanzata a Busto Arsizio, incalzato dal coronavirus dice alla sua ragazza: «Perdona, ma sai, il lockdown voglio farlo con i miei».
Mentre lo raccontava, ancora qualche giorno fa, Alex si proclamava contrito per la fidanzata del figlio, «ma non è mica che non le vuole bene», però si vedeva che gli brillavano gli occhi. Una famiglia felice, quella di Zanardi, ecco tutto. Ma se non è una felicità  diversa da tutte le altre questa…
Sorridente e riservato, Niccolò assomiglia molto al suo papà . I due hanno uno splendido rapporto e sono molto uniti, come aveva confessato qualche tempo fa il 22enne su Instagram. In uno scatto postato sul profilo social di Niccolò Zanardi, il ragazzo sorride insieme al padre: “Tutti dicono che mio padre è un esempio di vita in quanto uomo di sport — si legge -. Io penso che lui sia un esempio di vita come padre”.
Daniela ha appena varcato la tenda del triage, dove misurano la febbre, tocca giustamente anche a lei, qui all’Ospedale Santa Maria alle Scotte di Siena, ai piedi di una collina punteggiata di pini marittimi, dove Alex è stato portato in elicottero venerdì sera, una ventina di minuti dopo il drammatico incidente.
Ed è andata bene, perchè dicono che in campo neurologico questa clinica sia davvero un’eccellenza. Si fatica a lanciare lo sguardo oltre i cancelli, presi d’assalto da giornalisti, troupe televisive, gente comune con gli occhi tristi che sbucano dai volti fasciati dalle mascherine.
Madre, figlio e la mamma di Alex, Anna, una donna con lo stesso piglio del figlio, possono vederlo, uno per volta, oltre il vetro, avvolto nel suo sonno farmacologico, dalle 12,30 alle 14,30, proprio ora che il professor Sabino Scolletta scende tra i giornalisti con l’unica buona notizia: la situazione si è stabilizzata, lasciando ben sperare rispetto alle condizioni assolutamente preoccupanti di quando era arrivato. Doveva passare la notte, insomma, e ce l’ha fatta.
Venerdì sera ha subito un intervento neurochirurgico di tre ore, gli hanno dovuto ricostruire tutta la faccia, frantumata nello scontro, dopo di che è stato portato nel reparto di terapia intensiva.
Daniela era lì, con Niccolò e Anna, a rivivere momenti già  vissuti, nella saletta del Pronto soccorso. Con il telefono che riceveva messaggi a raffica da tutto il mondo, da tutti gli amici, finalmente spento.
Alex è piuttosto imbranato con le nuove tecnologie ed è sempre stata lei il tramite tra lui e il mondo digitale. In piedi e seduta, in quella saletta, poteva finalmente avere notizie certe, non quelle che circolavano fin dal primo istante.
Chi l’ha visto, lì sulla strada, è rimasto sconvolto. Ha immaginato e trasmesso impressioni ancora più drammatiche della già  grave realtà . «È fuoriuscita materia cerebrale», diceva qualcuno. E la voce rimbalza. Ma qui alle Scotte lo escludono: «No, assolutamente no».
Il cranio doveva essere ricostruito, quello sì, ma l’operazione è riuscita e il suo corpo cinquantenne, ben allenato, incredibilmente tonico, non ha subito danni significativi.
I medici non nascondono a Daniela cheil fiato resta sospeso per l’aspetto neurologico. Se tutto andrà  come speriamo, la prossima settimana si potrà  verificare se Alex potrà  cominciare, con il tempo che occorre, a costruirsi una terza vita. Se potrà  comunicarglielo Daniela, come la scorsa volta, siamo certi che Alex risponderà : «Beh, passato il mezzo secolo ci sta anche».
Il timore, l’indicibile è che possa toccargli una sorte come quella di Michael Schumacher, a cui Alex ha pensato tantissimo, quasi tormentandosi per non poter fare nulla per lui.
Ieri pomeriggio Anna, la mamma, la più fragile di questa saldissima catena, lei che ha perso anche il marito, lei che ha perso una figlia bambina in un incidente stradale, è tornata a Bologna, dove attende il momento di poter parlare con suo figlio.
Niccolò è chiuso nel suo dolore in una camera d’albergo a qualche centinaio di metri dall’ospedale. Quando accadde l’altra volta era molto piccolo e crescendo visse suo padre come una specie di supereroe. Daniela non si allontana dalla clinica.
Come quasi vent’anni fa è lei a sorvegliare che il marito «riesca nell’impresa». Quando le dicevano, scherzando: «Bel marito che ti sei scelta», lei rispondeva: «Sì, però a lui è andata bene».
Ora, a chi insiste perchè vada a riposarsi, ripete: «Non lo lascio, non lo lascio solo». Resta lì, inchiodata al vetro, per tenere Alex inchiodato alla vita. Una terza vita.

(da “il Corriere della Sera”)

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CONSIGLIERE LEGHISTA DI FERRARA, NONCHE’ ISPETTORE DI POLIZIA, METTE “LIKE” A UN UTENTE CHE INNEGGIA A HITLER

Giugno 21st, 2020 Riccardo Fucile

ILARIA CUCCHI SCRIVE A GABRIELLI: “MI CHIEDO SE QUESTI COMPORTAMENTI SIANO CONSONI AD RAPPRESENTANTE DELLE ISTITUZIONI CHE LEI RAPPRESENTA”… TROPPI NEO-NAZISTI NELLE FORZE DELL’ORDINE, E’ ORA DI FARE PULIZIA

È polemica a Ferrara per un like su Facebook del consigliere comunale leghista Luca Caprini. “Ma quei signore coi baffi che adoperava i forni non c’è più?” è il messaggio un utente.
La frase è scritta a commento di uno scatto di Sergio Sylvestre mentre canta l’Inno nella finale di Coppa Italia.
Caprini ha messo “mi piace” e il suo apprezzamento virtuale è stato notato dalla consigliera del gruppo misto Anna Ferraresi. ”È inquietante e per niente rassicurante che un consigliere della Lega del Comune di Ferrara, e per di più appartenente alla Polizia di Stato, condivida il pensiero dell’utilizzo dei forni crematori, per chi esprime un gesto simbolico, che peraltro in questo caso non è riferito al comunismo. Un atleta come lui dovrebbe sapere che è un gesto molto utilizzato nell’ambito sportivo” commenta – si legge Estense.com, Ferraresi.
Ilaria Cucchi, venuta a conoscenza della vicenda, si è rivolta al capo della Polizia, Franco Gabrielli: “Mi è stato segnalato della consigliera comunale di Ferrara, Anna Ferraresi, questo sconcertante post su Facebook dove si inneggia a Hitler ed ai forni crematori. Ciò che mi allarma come cittadina è l’apprezzamento e la condivisione di tale pensiero, tramite un “like”, di tale Luca Caprini, agente della polizia di Stato, sindacalista del Sap, e consigliere comunale ferrarese della Lega di Salvini, noto per aver difeso ed applaudito coloro che hanno ucciso Federico Aldrovandi. Mi chiedo se questi comportamenti siano consoni ad un appartenente all’Istituzione che Lei rappresenta”.

(da agenzie)

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INTERVISTA AL SOCIOLOGO LUCA RICOLFI: “STIAMO RIACCENDENDO L’EPIDEMIA PER SALVARE IL TURISMO”

Giugno 21st, 2020 Riccardo Fucile

“IN 15 PROVINCE LA CURVA DEL CONTAGIO STA RISALENDO, L’ITALIA E’ UN GRANDE LUNA PARK”… “LA POLITICA ANNACQUA LA VERITA’ PER PRESERVARE LA MACCHINA DEI CONSUMI”

Professor Ricolfi, l’ultimo post che ha pubblicato sul sito della Fondazione Hume – di cui è Presidente e Responsabile scientifico – è abbastanza preoccupante. Sulla base dell’analisi dei dati della Protezione Civile, vien fuori che ci sono ben 15 province in cui ci sono segnali di ripresa dell’epidemia. In altre 7 la curva dei contagi fa fatica a convergere a zero. Cosa sta succedendo?
Che cosa stia esattamente succedendo, in realtà , non lo sa nessuno. Oggi è uscito un paginone del Corriere della Sera con i pareri di una decina di autorevoli esperti, chiamati a commentare le tesi rassicuranti del prof. Remuzzi, secondo cui la maggior parte dei positivi non sarebbe contagiosa: ne sono venute fuori almeno 4-5 interpretazioni diverse della situazione. Quel che posso dire io, che non sono un virologo e mi occupo di analisi dei dati, è che i segnali delle ultime due settimane non sono per niente rassicuranti. Se guardiamo quel che succede a livello nazionale, possiamo anche non accorgerci di quel che sta accadendo, perchè il dato nazionale è una media, in cui le curve epidemiche dei vari territori si mescolano e giocano a rimpiattino fra loro, nascondendo quel che succede nei territori critici. Ma se si scende al livello più basso consentito dai dati della protezione Civile, ossia a livello provinciale, si riesce a vedere quel che a livello nazionale si intravede appena, e cioè che sono una quindicina le province in cui la curva epidemica, anzichè continuare a scendere, ha invertito la sua corsa e ha iniziato a risalire.
Quali sono queste 15 province?
Molte (8) sono in Lombardia, e fra esse c’è Milano. Ma molte (7) sono in altre regioni del Nord o del Centro: Alessandria, Vercelli, Bologna, Arezzo, Rieti, Roma, Macerata. Se poi consideriamo anche un secondo gruppo di province, in cui i segnali di ripresa dell’epidemia ci sono ma sono meno nitidi, se ne devono aggiungere altre 7, fra cui Padova, Firenze e persino una provincia del Sud (Chieti). In tutto fa ben 22 province (su 107) in cui dovrebbero scattare piani per evitare che il contagio torni a dilagare.
A maggio i dati invece sono stati positivi nonostante le prime riaperture, quelle degli esercizi commerciali. Il problema quindi riguarda gli spostamenti della popolazione? Il turismo?
Ha toccato il punto chiave, non solo della situazione attuale, ma di tutta la storia del Covid-19. Il turismo, o meglio la pretesa della politica di proteggere il turismo a qualsiasi prezzo, ci è costato prima (nelle 2 settimane a cavallo fra febbraio e marzo) un imperdonabile ritardo nelle chiusure, a partire dalla tragica vicenda di Nembro e Alzano. E rischia di costarci ora una ripartenza dell’epidemia, perchè nessuno vuole vedere che il famigerato parametro Rt (che dovrebbe stare sotto 1) potrà  pure essere ancora sotto 1 a livello nazionale, ma quasi certamente è tornato sopra a 1 in molti territori: i nostri grafici provinciali lo mostrano chiaramente, ma sono convinto che se avessero la benevolenza di farci accedere ai dati comunali, scopriremmo delle curve di risalita ancora più ripide, anche se più circoscritte. E’ perfettamente verosimile, infatti, che l’aumento dei contagiati in una provincia sia concentrato solo in alcuni comuni, che sarebbe fondamentale individuare, anche per non chiudere tutta la provincia o addirittura tutta la regione.
Quel che stiamo scoprendo, in queste settimane, è che la riapertura delle attività  economiche, avvenuta essenzialmente a maggio, ha provocato conseguenze molto meno gravi di quelle che sta producendo la riapertura delle attività  “ricreative”, che è in corso in questo mese di giugno.
Lei vuole dire che il ritorno al lavoro dei produttori ha fatto meno danni (sanitari) dell’andata in vacanza dei loro familiari?
Sì, fondamentalmente voglio dire proprio questo. Fino a che le scuole sono rimaste chiuse e i ragazzi sono stati tenuti in casa, fino a che sui mezzi di trasporto sono state in vigore limitazioni strettissime (e raccomandazioni asfissianti), fino a che i flussi turistici da e verso l’estero sono rimasti bloccati, finchè alle famiglie è stato impossibile muoversi fra regioni per i fine settimana, finchè la ristorazione, le spiagge e tutta l’industria del divertimento sono state tenute in stand-by, il Covid-19 ha avuto vita dura, ed è stato costretto a rallentare la sua corsa. Il ritorno al lavoro di milioni di persone, attentissime a non contagiarsi vicendevolmente e sorvegliate da datori di lavoro preoccupati di incorrere in sanzioni, ha avuto un impatto minore del “ritorno alla vita” (possiamo chiamarlo così?) dei protagonisti di quella che io chiamo la “società  signorile di massa”. Anche grazie all’arrivo della bella stagione i tavolini dei bar, i parchi cittadini, i locali della movida, le spiagge (specie nei weekend) si sono improvvisamente animati. Finite le scuole, i giovani hanno cominciato a sciamare per le città , le mamme hanno cominciato a portare al mare e nei centri vacanze i loro pargoli, i tifosi hanno finalmente potuto riprendersi il calcio e gli altri sport più popolari, e l’Italia tutta è tornata — quasi di colpo — ad essere luogo di attrazione turistica, sia dall’interno che dall’estero.
Insomma, dopo il 2 giugno siamo tornati ad essere il gigantesco luccicante lunapark che da qualche decennio siamo sempre stati. Il Covid ringrazia.
Chi governa l’epidemia, dal premier Conte fino ai vertici dell’Iss, è consapevole di questo andamento? A me non sembra che finora sia stato inviato questo messaggio “prudenziale” agli italiani. Anzi, la comunicazione delle istituzioni è ormai molto rilassata.
Difficile essere nella testa del premier. Una persona che, dopo aver commesso errori tragici, dalle mancate o tardive chiusure fino alla scellerata lotta contro i tamponi, ha la faccia tosta di dire “rifarei tutto”, sfugge alla mia personale capacità  di comprensione e immedesimazione nella mente altrui. Quindi sul premier le rispondo: non ne ho la minima idea, può persino darsi che creda sinceramente di aver fatto bene. La psicologia e le scienze umane insegnano che le vie dell’autoinganno e della falsa coscienza sono infinite.
E sulle autorità  sanitarie?
Diverso è il discorso sui membri del Comitato tecnico-scientifico e sul ministro Speranza. I primi hanno detto chiaramente che Conte ha ignorato le loro raccomandazioni sull’opportunità  di chiudere Nembro e Alzano ai primi di marzo. Il secondo ha avuto un sussulto di onestà  intellettuale, o forse semplicemente di pudore, quando, in un’intervista, ha lasciato intendere che, con l’esperienza maturata fino a oggi, forse non rifarebbe le scelte che fece allora. La mia impressione è che, avendo molti più dati di chiunque, sappiano perfettamente che la situazione si sta deteriorando e che, con le ultime riaperture e la scelta di chiudere un occhio sulle violazioni delle regole, il premier sta facendoci correre il rischio di una seconda ondata epidemica. Il loro problema è che, come chiunque ha accettato di condividere incarichi di governo, non sono liberi di dire la verità .
Di qui la contraddizione insanabile della comunicazione nella fase 3. Per evitare una nuova esplosione dell’epidemia veniamo ancora, ma sempre meno convintamente, invitati alla prudenza, al distanziamento sociale, all’uso delle mascherine. Nello stesso tempo, assistiamo a un continuo rilassamento delle regole, che veicola il messaggio opposto: se ci lasciano salire sui treni e sugli aerei senza rispettare i 2 metri di distanza, se sui mezzi pubblici e nei negozi non ci sono controlli, se gli assembramenti sono sistematicamente tollerati, la gente non può non pensare che il peggio è passato. E quindi abbassa la guardia, e si autorisarcisce del periodo di lockdown riappropriandosi delle vecchie abitudini. Inutile girarci intorno: il rilancio del turismo e dell’economia del divertimento (ristorazione, calcio, sale giochi, eccetera) è incompatibile con un discorso di verità  sull’andamento dell’epidemia. E la politica ha scelto: in questo momento meglio annacquare la verità , se no la macchina dei consumi non riparte, e la società  signorile di massa implode.
Il problema di questa fase mi sembra più puntuale che generale: gestire i singoli focolai sul territorio più che seguire l’andamento nazionale. Il caso di Roma, con i suoi due focolai a Garbatella e al San Raffaele, insegna. Bisognerebbe quindi monitorare l’epidemia partendo dai dati comunali e non da quelli aggregati per regione?
Sì, è quello che, implicitamente, suggerisce il prof. Crisanti, quando denuncia che stiamo perdendo l’occasione di debellare il virus, e che così facendo esponiamo l’Italia al rischio di una seconda, potenzialmente catastrofica, ondata epidemica in autunno. L’idea è che, se vogliamo sconfiggere il virus, dobbiamo approfittare della brevissima stagione in cui è debole, che è esattamente questa. Poi, quando arriverà  il freddo, se avremo consentito che in Italia circolino ancora migliaia di soggetti contagiosi, sarà  troppo tardi per fermare la valanga.
Forse però c’è anche un problema di lettura dei dati più complessivo. Lei che è uno studioso e docente proprio di questa materia, che ne pensa?
Penso che dei dati è stato fatto un uso folle, per non dire demenziale. Già  la qualità  dei dati della Protezione Civile è pessima, ma proprio per questo ci sarebbe voluta una grande attenzione, un grande rigore, una grande pazienza nello spiegare correttamente il loro significato.
Ci fa un esempio di uso improprio dei dati?
Gliene potrei fare almeno una decina, dal più banale al più sofisticato. Un esempio banale è questo: per settimane ci si è compiaciuti che certe regioni avessero zero morti, e ancora oggi ogni sera si sente dire che un certo numero di regioni ha zero morti o zero contagi, dimenticando di osservare che, quasi immancabilmente, le regioni esenti sono semplicemente quelle più piccole (Valle d’Aosta, Molise, Basilicata ecc.).
E l’esempio sofisticato?
Il numero di guariti o dimessi. Immancabilmente presentato come una buona notizia, è invece per lo più anche, se non soprattutto, una pessima notizia.
Perchè mai?
Provo a spiegarlo a partire da un dato di questi giorni, ovvero il fatto che il numero di pazienti in terapia intensiva è pressochè costante. In una situazione di costanza degli ospedalizzati, un alto numero di guariti implica logicamente un elevato numero di ingressi in ospedale, perchè — se il numero di ricoverati resta costante — vuol dire che i pazienti che escono (guariti Covid) sono sostituiti da pazienti che entrano (nuovi malati Covid). L’ospedale è come un lago, con un fiume immissario e un fiume emissario: se il livello delle acque del lago è costante, e ci dicono che c’è un emissario che lo sta svuotando (i guariti o dimessi), allora deve per forza esserci a monte un immissario che lo alimenta (i nuovi pazienti).
Insomma: per mesi ci hanno inondato di buone notizie sui guariti, che a ben guardare tanto buone non erano.
Un’ultima domanda: anche in altri paesi, penso alla Cina e alla Germania, si nota una certa recrudescenza del virus. In Italia nota lo stesso trend o abbiamo una nostra specificità ?
Chi si occupa di dati non dà  alcuna importanza alle cifre che vengono comunicate dalle autorità  di paesi totalitari (Cina) e/o troppo arretrati (Iran, Brasile). Diverso il discorso sui circa 30 paesi avanzati e più o meno occidentalizzati, come la Germania e l’Italia. Come Fondazione Hume abbiamo un dossier, non ancora pubblicato, che compara l’andamento delle curve epidemiche di 30 paesi avanzati con la curva epidemica dell’Italia. Ebbene, il risultato della comparazione è impressionate, e mortificante per l’Italia.
Cominciamo dalla Germania. In realtà  la recrudescenza è stata solo una piccola fluttuazione, e il numero di morti per abitante è 5 volte più basso di quello dell’Italia. Quanto agli altri paesi, se si eccettuano 4 casi (Usa, Regno Unito, Belgio, Svizzera), tutti gli altri hanno avuto una curva epidemica molto più rassicurante, o perchè sistematicamente più “bassa” di quella dell’Italia, o perchè più rapidamente convergente verso la meta degli zero contagi. Soprattutto, colpisce il fatto che, pur avendo subito l’epidemia dopo di noi, quasi tutti gli altri paesi avanzati ne siano usciti prima, e molti di essi abbiano già  oggi un numero di morti vicinissimo a zero. Fra questi paesi già  sostanzialmente liberati dal Covid troviamo Spagna, Germania, Austria, Danimarca, Lussemburgo, Portogallo, Grecia, Norvegia, Israele, Finlandia, Slovenia, Repubblica Ceca, Ungheria, Estonia, Lituania. Bisognerebbe studiarli a fondo, questi casi a lieto fine, per capire come hanno fatto a debellare il virus, e provare a imitarli.
Lei mi chiede se l’andamento dell’Italia abbia una sua specificità , rispetto a quello degli altri paesi. Tenderei a rispondere che sì, la curva epidemica dell’Italia è molto diversa da quella della maggior parte dei paesi occidentali, ma non è un unicum. Almeno altri due paesi hanno una curva epidemica simile: gli Stati Uniti, che però presentano un picco più basso del nostro, e il Regno Unito, che ha un profilo quasi identico a quello dell’Italia.
E’ casuale questa somiglianza con Stati Uniti e Regno Unito?
Forse è casuale, o meglio è frutto di un complesso di fattori, che insieme hanno prodotto il medesimo risultato. Ma potrebbe anche non essere del tutto accidentale, se riflettiamo su un punto: Italia, Stati Uniti e Regno Unito, fra i paesi di tradizione occidentale, sono i soli con un governo populista.
E almeno una cosa la abbiamo imparata, in questa pandemia: il primo istinto dei governi populisti è negare o minimizzare la realtà , il secondo è tardare a prenderne atto, il terzo è rassegnarsi al lockdown quando è troppo tardi. E’ questo che è successo negli Stati Uniti, è questo che è successo nel Regno Unito, è questo che sta succedendo in Brasile.
L’Italia non fa eccezione: quando è arrivato il momento delle decisioni difficili, a partire dalla chiusura di Nembro e Alzano, si è preferito temporeggiare, perdendo settimane preziose, e così fornendo al virus un insperato vantaggio.   Ora stiamo ripetendo il medesimo errore. Per sostenere il turismo, e risarcire gli italiani della lunga quaresima imposta nei lunghi giorni della segregazione, stiamo mettendo a repentaglio i sacrifici di ieri, e facendo correre a tutti il rischio di una nuova ondata, che non solo farebbe altri morti, ma — per ironia della sorte — infliggerebbe il colpo di grazia all’economia, ovvero precisamente al bene che la dottrina della riapertura presume di proteggere.
Che Dio ce la mandi buona!

(da agenzie)

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