Destra di Popolo.net

SONO MIGLIAIA I SOLDATI RUSSI CHE SI RIBELLANO E NON VOGLIONO COMBATTERE

Maggio 13th, 2022 Riccardo Fucile

“NON SIAMO IN STATO DI GUERRA, NON POSSONO COSTRINGERMI AD ANDARE”… PARLA L’AVVOCATO CHE LI RAPPRESENTA

Tanti soldati russi non vogliono combattere. “Molti di noi semplicemente non volevano tornare indietro. Volevo tornare dalla mia famiglia e non in un bara”. Dmitri è un soldato russo. Non vuole rivelare il suo vero nome, ma il Guardian racconta che quando, all’inizio di aprile, è stato detto ai soldati della sua brigata d’élite di prepararsi per un secondo dispiegamento in Ucraina, è esplosa la paura tra i ranghi. Le parole di Dmitri sono l’ennesima testimonianza del fatto che i soldati russi da tempo non hanno più voglia di combattere.
L’unità di cui fa parte Dmitri, di stanza nell’estremo oriente russo in tempo di pace, è entrata per la prima volta in Ucraina dalla Bielorussia quando la guerra è iniziata alla fine di febbraio e ha combattuto largamente con le forze ucraine.
Dmitri ha raccontato che insieme ad altri otto compagni ha detto ai propri comandanti che non voleva ricongiungersi all’invasione. “Erano furiosi. Ma alla fine si sono calmati perché non c’era molto che potessero fare”, ha raccontato.
Dmitri dunque, dopo la sua richiesta, è stato trasferito a Belgorod, una città russa vicino al confine con l’Ucraina, dove da allora è di stanza. “Ho servito per cinque anni nell’esercito. Il mio contratto scade a giugno. Servirò nel tempo che mi rimane e poi me ne andrò di qui” ha affermato. “Non ho nulla di cui vergognarmi. Non siamo ufficialmente in stato di guerra, quindi non possono costringermi ad andare” ha osservato.
Una storia simile a quella di Dmitri è stata raccontata alla Bbc da Sergey Bokov, un soldato di 23 anni che alla fine di aprile ha deciso di lasciare l’esercito dopo aver combattuto in Ucraina. “I nostri comandanti non hanno nemmeno discusso con noi perché non siamo stati i primi a partire”, ha detto Bokov.
L’AVVOCATO CHE LI TUTELA LEGALMENTE
Le decisione politica del Cremlino di non dichiarare formalmente guerra all’Ucraina, preferendo invece descrivere l’invasione come “operazione militare” ha provocato non poche difficoltà militari nell’esercito russo. Secondo le regole militari russe, le truppe che si rifiutano di combattere in Ucraina possono essere licenziate, ma non possono essere perseguite, come ha sottolineato Mikhail Benyash, un avvocato che da mesi si occupa di sostenere i soldati che scelgono l’opzione di ritirarsi. Benyash alcune settimane fa ha affermato che “centinaia e centinaia” di soldati si erano messi in contatto con la sua squadra per avere consigli su come evitare di essere inviati a combattere.
Tra loro c’erano 12 guardie nazionali della città russa di Krasnodar, nel sud della Russia, che sono state licenziate dopo essersi rifiutate di andare in Ucraina.
“I comandanti cercando di minacciare i loro soldati, se dissentono, dicendo che li possono incarcerare, ma noi rassicuriamo i militari e spieghiamo loro che hanno la facoltà di rifiutarsi”, ha spiegato Benyash. L’avvocato ha aggiunto di non essere a conoscenza di alcun procedimento penale contro i soldati che si sono rifiutati di combattere. “Non ci sono basi legali per avviare un procedimento penale se un soldato si rifiuta di combattere mentre si trova in territorio russo”. Ecco perché molti soldati hanno scelto di essere licenziati o trasferiti.
I dati sul numero di soldati russi che si licenziano o si rifiutano di combattere non sono precisi. Ma i governi occidentali ormai da mesi scrivono che il Cremlino ha una grave carenza di soldati di fanteria. Mosca inizialmente ha portato in guerra circa l’80% delle sue principali forze di combattimento di terra – 150.000 uomini – a febbraio, secondo i funzionari occidentali. Ma quell’esercito ha avuto perdite significative, ha dovuto far fronte a problemi logistici, morale scarso e una resistenza ucraina sottovalutata. “Putin deve prendere una decisione in merito alla mobilitazione nelle prossime settimane”, ha osservato al Guardian Rob Lee, analista militare. “La Russia non dispone di sufficienti unità di terra con soldati a contratto per una rotazione sostenibile. Le truppe si stanno esaurendo: non saranno in grado di resistere a lungo” ha continuato.
Un’opzione per il Cremlino sarebbe quella di autorizzare il dispiegamento di unità di leva in Ucraina, nonostante le precedenti promesse di Putin secondo cui la Russia non avrebbe utilizzato alcun soldato di leva in guerra. “I coscritti potrebbero colmare alcune lacune, ma saranno scarsamente addestrati. Molte delle unità che dovrebbero addestrare i coscritti stanno combattendo da sole”, ha detto Lee.
(da Globalist)

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ECCO COME L’ESERCITO UCRAINO STA BATTENDO L’ARTIGLIERIA RUSSA GRAZIE AD UN’APPLICAZIONE

Maggio 13th, 2022 Riccardo Fucile

L’APP UKROPI INDIVIDUA IL BERSAGLIO E DICE AL CANNONE DI SPARARE IN 30 SECONDI

Ukropì è un’applicazione che sta facendo la differenza nel conflitto. Un’app che individua il bersaglio e in 30 secondi dice al cannone di sparare. Si tratta di Ukropì, una rivoluzionaria tecnologia che sta permettendo all’Ucraina di battere gli artiglieri russi.
Per funzionare, l’app si appoggia al sistema satellitare Starlink, che l’imprenditore americano Elon Musk ha offerto a Kiev ormai nei primi giorni dell’invasione.
“Il sistema permette di vedere che cosa sta succedendo sul campo e di elaborare in tempo reale una quantità enorme di dati da molte fonti”, dice a Repubblica il suo programmatore, Yaroslav Sherstyuk, che è anche un ex ufficiale di artiglieria.
L’applicazione è stata paragonata a Uber perché – spiega il quotidiano – “il sistema smista le priorità e sceglie per ogni bersaglio il pezzo d’artiglieria più vicino proprio come Uber mette in connessione un cliente con la macchina più vicina”.
Essa si sta rivelando molto utile in questa fase della guerra, visto che è in corso “un gigantesco duello di artiglieria e di carri armati, nel quale le batterie di una parte cercano di scovare e colpire le batterie e i carri dell’altra anche a decine di chilometri di distanza”, riporta Repubblica.
Una tecnologia di questo tipo, dunque, riesce ad offrire agli ucraini vantaggio a dispetto della superiorità numerica dell’esercito russo. Il programmatore spiega a Repubblica: “L’app disegna rapidamente una mappa in aggiornamento costante del nemico e dei suoi spostamenti sul terreno davanti agli occhi delle squadre di artiglieri, che condividono tutto e quindi sanno anche che cosa stanno facendo le altre squadre dalla loro parte. Il livello di controllo del campo di battaglia è molto più alto rispetto a prima e anche la capacità di correggere il tiro”.
Grazie alla tecnologia, i colpi vanno a segno con una precisione compresa tra i sei e i venticinque metri il che – spiega il quotidiano – equivale a dire che vanno a segno sempre.
(da agenzie)

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LUGANSK, COME L’ESERCITO RUSSO E’ RIUSCITO A PERDERE MILLE UOMINI E 70 MEZZI

Maggio 13th, 2022 Riccardo Fucile

L’ATTACCO UCRAINO SUL FIUME DONETS HA DISTRUTTO IL PONTE GALLEGGIANTE E UN INTERO BATTAGLIONE

Duro colpo per l’esercito russo. Le forze di Mosca hanno perso fino a 1.000 uomini, l’equivalente di un intero battaglione, e decine di carri armati sotto l’attacco ucraino durante il fallito tentativo di attraversare il fiume Siverskyi Donets nella regione di Lugansk (est): lo riportano i media internazionali.
Le immagini satellitari pubblicate dalla società di intelligence geospaziale BlackSky mostrano che un ponte galleggiante utilizzato principalmente per scopi militari è stato distrutto martedì scorso sotto i colpi dell’artiglieria ucraina.
Le immagini, riporta il britannico Independent, mostrano colonne di fumo che si alzano dal ponte semisommerso, con veicoli blindati distrutti sulle rive del fiume Siverskyi Donets. Il fiume scorre da ovest a est tra le province di Donetsk e Lugansk controllate dai russi nell’Ucraina orientale.
Il capo dell’amministrazione militare regionale di Lugansk, Serhii Gaidai, ha spiegato che l’esercito di Mosca aveva costruito il ponte per trasferire equipaggiamento militare e personale, ma tutti i pontoni sono stati distrutti insieme agli equipaggiamenti, con pesanti perdite di vite umane.
Secondo l’Independent la Russia ha perso nell’attacco circa tre dozzine di carri armati, mentre secondo il magazine statunitense Forbes sono stati distrutti 50 veicoli e fino a 1.000 soldati hanno perso la vita.
(da agenzie)

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LA RITIRATA DELL’ESERCITO RUSSO DA KHARKIV: “E’ LA PIU’ BRUTTA BATTUTA D’ARRESTO PER PUTIN”

Maggio 13th, 2022 Riccardo Fucile

NEW YORK TIMES: “IL CREMLINO ORA CERCHERA’ DI REINDIRIZZARE LE TRUPPE A SUD”

L’esercito russo sta ritirando i propri soldati da Kharkiv, la seconda città dell’Ucraina, dove sta perdendo terreno.
Lo scrive oggi il New York Times, che cita funzionari ucraini e occidentali. Per la Russia si tratta della seconda maggior battuta d’arresto nell’Operazione Speciale di Vladimir Putin dal ritiro da Kiev del mese scorso.
Secondo i funzionari, il Cremlino dovrebbe probabilmente reindirizzare le truppe verso sud-est, dove starebbe rafforzando la propria presenza a Izium, città a due ore da Kiev, catturata un mese fa, alle porte del Donbass.
In nottata il vice ministro degli Interni ucraino Yevhen Yenin aveva accusato i russi di aver aperto il fuoco da un carro armato contro i civili in un villaggio nella regione.
Secondo l’intelligence britannica l’obiettivo principale dei russi è quello di circondare gli ucraini isolandoli dai rinforzi che provengono da ovest. «Le nostre forze armate mantengono le posizioni e respingono il nemico!», scrive su Telegram il governatore della regione nord-orientale ucraina di Kharkiv, Oleh Synyehubov.
«La notte è stata relativamente tranquilla», aggiunge Synyehubov, spiegando che un razzo ha colpito la zona dell’aeroporto senza provocare feriti. Mentre si registrano tre morti e cinque feriti nei villaggi di Saltivka, Dergachi, Zolochiv, Balaklia e Shebelinka.
(da agenzie)

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L’INDEGNA CARICA DELLA POLIZIA ISRAELIANA CHE FA QUASI CADERE LA BARA DI SHIREEN ABU AKLEH

Maggio 13th, 2022 Riccardo Fucile

LA POLIZIA HA CARICATO IL CORTEO FUNEBRE, UNA PAGINA VERGOGNOSA

La polizia israeliana carica con granate stordenti e manganelli il corteo che porta in spalla la bara di Shireen Abu Akleh, la giornalista di Al Jazeera rimasta uccisa in uno scontro a fuoco mentre documentava un’operazione delle Forze di difesa israeliane (Idf) in un campo profughi a Jenin lo scorso 11 luglio.
Il feretro della cronista di cittadinanza americana e fede cattolica veniva trasferito dal Saint Louis French Hospital nel quartiere di Sheikh Jarrah a Gerusalemme Est verso la Porta di Giaffa nella Città Vecchia di Gerusalemme, dove è stata organizzata la cerimonia funebre.
Tutto è iniziato con il lancio di alcune granate stordenti in dotazione alle forze dell’ordine. Immagini diffuse da al Jazeera mostrano gli scontri fra i soldati e la folla: cariche e botte indiscriminate, con la bara contenente il corpo di Shireen Abu Akleh portata a spalla che rischia di cadere a terra.
Nel corso della giornata di ieri la polizia israeliana avrebbe rimosso con la forza la bandiera palestinese dall’abitazione della giornalista.
Polemica verso l’account twitter di RaiNews, che commenta la notizia degli scontri che sono avvenuti al funerale della giornalista Shireen Abu Akleh. Dal video che circola in rete si vede come le forze israeliane hanno caricato i partecipanti al corteo funebre.
Ma RaiNews twitta: “Forze israeliane in campo per sedare le sommosse”. E gli utenti esplodono: “Siete ridicoli” scrive un utente, e un altro fa eco: “MA QUALI SOMMOSSE. Santo cielo, hanno CARICATO i parenti e coloro che portavano la bara di Shireen per togliere la bandiera palestinese che ricopriva la bara stessa. Hanno quasi fatto cadere il feretro, non c’era nessuna sommossa”.
(da agenzie)

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ESERCITO COMUNE EUROPEO: “INEVITABILE O NON SIAMO CREDIBILI”

Maggio 13th, 2022 Riccardo Fucile

FINALMENTE EMERGE LA NECESSITA’ DI UN ESERCITO EUROPEO, AUTONOMO ED EFFICIENTE

La ritirata dall’Afghanistan prima, la guerra in Ucraina poi. Nell’ultimo anno in Europa è tornata forte l’urgenza di parlare di difesa comune, un tema storico che accompagna l’Unione fin dalla costituzione del Trattato di Maastricht nel 1993.
Secondo le più alte cariche europee, un fronte comune militare rappresenta la scelta più strategica per il futuro. Ma, come spesso accade, non tutti in Ue la vedono allo stesso modo. Per capire i dubbi e le difficoltà dietro al progetto, sabato 14 maggio si terrà all’auditorium dell’Università di comunicazione e lingue Iulm di Milano lo EUth Debate 2022. Opinionisti ed esponenti delle istituzioni europee accompagneranno la gara finale del Campionato Giovanile Italiano di Debate 2021 – 2022, per approfondire e commentare il tema.
E per rispondere alla grande domanda: i quattro maggiori paesi dell’Unione europea (Francia, Germania, Italia, Spagna) dovrebbero promuovere una cooperazione rafforzata per la politica estera e di difesa comune? Oppure dovrebbero puntare piuttosto su un potenziamento della spesa militare nazionale e riguadagnare terreno nella Nato?
Con il trattato di Lisbona, in vigore dal 2009, arriva in Ue la figura dell’Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza, carica oggi ricoperta da Josep Borrell.
Il trattato prevede anche la possibilità di rafforzare la collaborazione reciproca in materia di difesa (la cosiddetta Pesc), ma malgrado i propositi di creare una visione estera comune, i Paesi membri non sono mai riusciti a finalizzare l’obiettivo. In questi giorni, in occasione della festa europea del 9 maggio e della conclusione dei lavori della Conferenza sul futuro dell’Europa, i maggiori leader europei hanno puntato il dito contro alcuni meccanismi che ostacolano il progetto.
Ursula von der Leyen, Emmanuel Macron, Roberta Metsola e lo stesso Draghi hanno definito necessario il superamento del principio dell’unanimità a favore di una «maggioranza qualificata».
«Il punto dirimente riguarda il diritto di veto in politica estera e di difesa, che bisogna abolire subito, senza alcuna esitazione», spiega a Open la vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno.
«È antistorico che le decisioni debbano essere prese all’unanimità: è un meccanismo procedurale che si scontra con la realtà, perché determina paralisi e rallentamenti quando invece, oggi più che mai, servono decisioni tempestive affinché siano efficaci. Il conflitto in Ucraina è la dimostrazione più evidente e lampante di questa esigenza».
Come spiega Picierno, tra i punti fondamentali della Pesc c’è l’articolo 42 del Trattato sull’Unione europea che, tra le altre cose, prevede che in caso di aggressione armata al territorio di uno Stato membro, gli altri saranno tenuti a prestare aiuto e assistenza.
«Ciò che manca oggi è il passo successivo, cioè la costituzione di forze europee vere e proprie», dice la vicepresidente. Il tema era tornato nelle agende politiche già nell’agosto del 2021, a seguito del ritiro delle truppe Usa dall’Afghanistan e la riconquista di Kabul da parte dei talebani. Una Nato troppo schiacciata sugli Stati Uniti e sui loro interessi nazionali aveva portato in quelle settimane l’Ue a riprendere in mano il discorso. Oggi, con la Nato diventata il pretesto per Putin di riportare la guerra in Europa e un’Unione ancora debole sulla politica estera, i Paesi europei hanno accelerato con il progetto della Bussola Strategica, un piano di cooperazione che lascia aperta l’ipotesi di un esercito comune. L’Ue sta cercando di riguadagnarsi uno spazio per incidere sui negoziati di pace tra l’Ucraina e la Russia – anche a fronte dell’estrema polarizzazione tra Mosca e Washington -, ma costruire una visione comune non è facile.
«Una difesa senza esercito non è più possibile»
Per la vicepresidente del Parlamento europeo, però, non si può più fare un ragionamento sulla difesa comune senza parlare di esercito. Soprattutto non ora, nel momento in cui l’Europa ha bisogno di ritagliarsi uno spazio di incisione diplomatico nella crisi con la Russia. «Non può esistere una difesa comune europea senza un esercito, sia per un assunto logico che pragmatico», dice. «Il termine “esercito” viene spesso utilizzato come spauracchio, ma la verità è che avere una forza di difesa e di pace renderebbe autonoma l’Unione ai tavoli negoziali, renderebbe protagonista la politica estera e avrebbe una capacità di intervento difensivo migliore». La costruzione di una politica estera e quella di una politica di difesa, dice, non possono che andare di pari passo. «Una politica estera non supportata dalla condivisione di alcune strutture e apparati militari rischia di peccare di efficacia e di rivelarsi velleitaria».
I vantaggi
Per Picierno è proprio chi non vuole un esercito comune a voler mettere davanti i tanti interessi particolari dei singoli Stati, soprattutto in chiave anti-europea: «Vedo interessi che vorrebbero un’Europa debole e priva di centralità politica. E Macron è il primo che vuole un’Europa più forte e autonoma».
All’inizio del suo semestre di presidenza al Consiglio Ue, Macron ha lanciato un piano di ristrutturazione delle funzioni e del mandato del Parlamento europeo, che mira a trasferire il potere legislativo e quello strategico dalle singole cancellerie agli organismi europei.
Sul rischio di un settore a trazione esclusivamente francese, Picierno ribatte: «È un falso problema. La difesa comune europea e il suo esercito non saranno un ente autogestito, ma guidato in modo collegiale. Verrà gestito con il metodo comunitario, coinvolgendo Commissione e Parlamento Europeo in modo significativo, andando oltre il metodo del voto all’unanimità in Consiglio».
Il vantaggio, come detto anche da Draghi nel suo discorso al Parlamento europeo del 3 maggio scorso, si percepirà anche in termini economici. «Oggi le spese militari nazionali sono più alte proprio perché su alcune materie manca il meccanismo di interscambio, di acquisti comuni e di razionalizzazione delle risorse», dice Picierno. «La Nato non verrebbe accantonata, ma sarebbe valorizzato il suo asset difensivo e la sua collegialità. Da sempre la centralizzazione dei costi e la gestione collettiva della difesa sono un bene per i singoli Stati, lo vediamo nei settori della giustizia e della lotta al crimine organizzato. Vincono il coordinamento e gli obiettivi comuni».
(da Open)

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LA GAFFE DEL GIORNALISTA AMICO DI PUTIN: “L’ITALIA ESCLUDE I RUSSI DAL PREMIO DANTE”

Maggio 13th, 2022 Riccardo Fucile

QUALCUNO GLI DICA CHE SI CHIAMA PREMIO STREGA, FORSE IL CAZZARO PENSAVA ALL’OLIO DI OLIVA

Francis Scarr del Bbc Monitoring sulla Russia ha pubblicato su Twitter un filmato tratto dalla trasmissione di Vladimir Solovyov, storico amico di Putin. Il conduttore di Canale 1, la tv di Stato di Mosca, se la prende con l’Italia perché avrebbe punito un autore russo: «L’Italia, che sembrava così vicina alla Russia, ha escluso dal “Premio Dante” alcuni eccezionali intellettuali. Perché? Perché erano russi. E gli italiani dotati di una coscienza si sono profondamente vergognati di quello che è successo. Gli italiani mi scrivono per dirmi di far sapere a Putin che non è il popolo italiano, è il governo che ci disprezza».
In realtà nessun russo è stato escluso dal “Premio Dante”.
È invece accaduto che il Comitato di Lettura di Mosca è stato prima escluso dal premio Strega e poi reintegrato dopo il dietrofront del ministero degli Esteri.
Del comitato fa parte anche l’italianista russo Evgenij Solonovich, riconosciuto come uno dei più grandi traduttori della poesia italiana in Russo.
(da agenzie)

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FURIO COLOMBO SOSPENDE LA COLLABORAZIONE CON IL FATTO QUOTIDIANO: “NON VOGLIO ESSERE COMPLICE DI ORSINI”

Maggio 13th, 2022 Riccardo Fucile

UN ATTO COERENTE CONTRO “CHI DISTORCE LA REALTA'”

Le intenzioni le aveva messe nero su bianco sul suo quotidiano, stamattina: “Non capisco più il mio giornale!”. Adesso i dubbi di Furio Colombo diventano certezze: “Comunico che non continuerò la mia collaborazione al ‘Fatto quotidiano’ fino a quando ci sarà questa posizione sulla guerra in Ucraina, sul divieto, si presume costituzionale, di mandare armi all’Ucraina e sulla celebrazione di un personaggio di cui non ho stima, che è il professor Orsini. Penso che il prof. Orsini sia stato over-celebrato dalla serata che ‘Il Fatto’ ha organizzato per lui e non voglio apparire in alcun modo lo sponsor di un simile personaggio”. L’editorialista del giornale, fondato da Antonio Padellaro e Marco Travaglio, dice che sì “Travaglio e Padellaro, gentilmente, mi hanno chiesto di non interrompere. Ma, purtroppo, non è possibile, perché è un ‘Fatto quotidiano’ che non conosco…”.
Insomma il professore più divisivo che c’è, quello che fa aumentare l’audiece dei talk show, quello accusato di filo putinismo continua ad alimentare polemiche.
E anche nella redazione di via Sant’Erasmo le polemiche divampano da giorni. E sulle pagine del giornale Colombo, che in passato è stato anche direttore dell’Unità, oggi ha dato sfogo a tutto il suo disappunto. Convinto di dover “respingere le visioni di Orsini, basate su informazioni distorte: dopo di lui niente è più come sembra. Non sono il solo in Italia a sapere che gli studi di Alessandro Orsini falsificano fino ai dettagli la storia di questo Paese e del contesto politico e umano di cui facciamo parte”. Insomma una super celebrazione del professore, alla serata organizzata a teatro nei giorni scorsi, inaccettabile.
Dal Fatto però prendono tempo e lasciano la porta aperta: “Furio Colombo interrompe la collaborazione con noi? Ribadisco: ‘Il Fatto quotidiano’ è il giornale di Colombo e attendiamo i suoi prossimi commenti come in questi ultimi, quasi, 13 anni – dice Travaglio all’Adnkronos – . Come ho scritto, la linea del quotidiano non la dà Orsini né Colombo, ma è il frutto di un’opera collettiva, anche se convenzione vuole che la linea la dia il direttore”
E con Colombo, che negli anni è stato anche senatore e deputato prima per i Ds e poi per il Pd (con il più alto numero di voti “ribelli”, ovvero contro il suo partito secondo Openparlamento), Travaglio rivendica “la diversità delle opinioni espresse” da diversi collaboratori, “anche perché su questi temi ciascuno deve essere libero di dire ciò che ritiene”.
(da agenzie)

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A RIMINI NON ERA IN PROGRAMMA UN CONCERTO DI VASCO ROSSI CON SPINELLO AL SEGUITO, MA LA STORICA PARATA DEL CORPO DEGLI ALPINI SOTTO IL PATROCINIO DEL MINISTERO DELLA DIFESA E DEL QUIRINALE

Maggio 13th, 2022 Riccardo Fucile

NON SI POSSONO TOLLERARE SFILATE IN CUI UOMINI IN DIVISA (E IN BORGHESE) ESPONGONO CARTELLI CON “VIVA LA GNOCCA”, “FIGA AL NASTRO” O INTONANO “SIAMO SEMPRE SULLE CIME, MA QUANDO SCENDIAMO A VALLE ATTENTE RAGAZZINE”… CHI HA DEI PROBLEMI, SI CURI

A Rimini non era in programma un concerto di Vasco Rossi con spinello al seguito, ma la tradizionale e storica parata del corpo degli Alpini sotto il patrocinio del ministero della Difesa e del Quirinale. Non una gita goliardica o la sagra del capriolo. Bensì un evento ufficiale
Ogni anno le amministrazioni che ospitano, con orgoglio, stima e affetto il raduno delle penne nere, si prodigano nel facilitare l’ospitalità ai vecchi e nuovi soldati delle montagne oggi impegnati anche in missioni di pace.
Allora, non si possono tollerare sfilate (o trovare alibi diversivi) in cui uomini in divisa (e in borghese) prima di passare ai fatti espongono cartelli con “Viva la gnocca”, “Figa al nastro” o intonano “Siamo sempre sulle cime, ma quando scendiamo a valle attente ragazzine”.
Certe ostentate dichiarazioni maschiliste in questi anni sono sfuggite (o peggio tollerate) anche dagli organizzatori dell’Associazione nazionale Alpini?
Il problema riguarda soprattutto il corpo delle penne nere inquadrato nell’Esercito e non qualche pecora nera sfuggita a chi dovrebbe controllare il gregge senza proteggere il lupo infoiato. E non basta il Figliuolo (prodigo), il generale chiamato a gestire l’emergenza Covid, a cancellare una pagina di storia disonorevole per le penne nere.
(da Dagonota)

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