Giugno 13th, 2022 Riccardo Fucile IL REFERENDUM VOLUTO DALLE REGIONI DI CENTRODESTRA E SENZA FIRME DEGLI ITALIANI HA FATTO LA FINE CHE MERITAVA: QUATTRO ITALIANI SU CINQUE LI HA MANDATI A FARSI FOTTERE
La strana coppia Salvini-Renzi è la grande sconfitta di questa tornata
referendaria. Gli italiani, infatti, hanno deciso di non andare a votare i cinque quesiti abrogativi del Referendum Giustizia, rendendo vano lo scrutinio avvenuto nella notte.
Le urne si sono aperte domenica 12 giugno alle ore 7 e si sono chiuse alle 23 (o giù di lì, visti i problemi riscontrati a Palermo). Ma lo scarso appeal non è dovuto, sicuramente, a questi inceppamenti della macchina elettorale, come confermato dai freddi numeri.
Secondo i dati raccolti dal Ministero dell’Interno (al numero totale e consolidato mancano pochi seggi, compresi alcuni Esteri), in totale ha partecipato al Referendum Giustizia meno del 21% degli italiani (con la forbice che balla tra il 20 e 21% tra i cinque quesiti, con il quorum fissato al 50%+1 degli aventi diritto al voto).
Una vera e propria rinuncia generale su temi, come quelli delle leggi che si volevano abrogare, che non hanno suscitato un grande interesse pubblico. Cinque schede che non hanno coinvolto neanche un quarto della popolazione avente diritto al voto, nonostante la contemporaneità con le elezioni Amministrative che hanno coinvolto i cittadini di oltre 900 comuni.
E i due principali attori che hanno messo il volto sul Referendum Giustizia, Matteo Renzi e Matteo Salvini, sono i grandi sconfitti.
Questa tornata referendaria è la meno apprezzata della storia della Repubblica italiana.
Parlando, infatti, di voto popolare abrogativo, il peggior risultato storico fu toccato nel 2009, quando i tre quesiti (due sul premio di maggioranza alle liste collegate tra loro – sia alla Camera che al Senato – e uno sulla possibilità per un deputato di candidarsi in più di una circoscrizione) non superarono il 24% di affluenza.
Una sconfitta epocale, con un quorum lontanissimo.
(da agenzie)
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Giugno 13th, 2022 Riccardo Fucile IL CAPOLAVORO DI MELENCHON CHE RIMETTE IN GIOCO UNA SINISTRA ECOLOGISTA IN FRANCIA
Emmanuel Macron esce dal primo turno delle elezioni legislative più debole. E questo è sicuro, al di là dello zero virgola che divide il suo partito dalla sinistra unita di Jean-Luc Mélenchon, il grande vincitore del primo turno delle elezioni legislative.
Ma tutto si giocherà tra sette giorni, al secondo turno, quando i voti si dovranno trasformare in seggi.
In ognuna delle 577 circoscrizioni sarà eletto un solo candidato, quello che arriverà in testa. Le proiezioni danno in significativo vantaggio l’alleanza presidenziale Ensemble!. Ma difficilmente Macron potrà disporre di una maggioranza assoluta. È questo gli complicherà terribilmente la vita.
Il senso del voto di ieri è tutto qui. È la prima volta che nelle elezioni legislative seguite a un’elezione presidenziale, l’eletto non ottiene da subito la maggioranza assoluta. Per Macron si aprono cinque anni difficili. Già un’astensione abissale, 52 per cento, segno di un distacco crescente in un paese di forti passioni politiche.
E poi la qualità della sfida che gli ha portato un mese fa Marine Le Pen al ballottaggio per l’Eliseo, e ieri (e per i prossimi sette giorni) gli porterà Jean-Luc Mélenchon.
Sfide di sistema, l’una nazionalista, l’altra antiglobalista ed ecologista che simbolicamente riassumono le angosce di un’epoca.
A Emmanuel Macron tocca il compito di tenere insieme un Paese che è letteralmente spaccato in tre parti non conciliabili, anzi, come dimostrano le dichiarazioni ieri sera, in una competizione feroce. Tutti contro tutti.
La sintesi è difficile. Silenzioso Macron, per il campo presidenziale ha parlato la prima ministra Elisabeth Borne, per la prima volta candidata nel Calvados, dove affronterà il secondo turno in testa e in buona posizione per essere eletta.
Il suo breve discorso è stato durissimo nei confronti del leader della sinistra, che pure non ha mai nominato, con toni da guerra fredda, l’ordine contro il disordine e la sovranità nazionale in gioco. Il progresso sociale – secondo la dottrina Macron – garantito dal modello liberale.
Jean-Luc Mélenchon ha saputo costruire un cartello elettorale con tutte le forze di sinistra, dai socialisti ai comunisti ai verdi agli “Insoumis”. Un miracolo politico, tra forze che hanno posizioni diverse, sull’Europa, la Nato e in politica internazionale. Grande successo tra i giovani, nelle banlieues, in città come Marsiglia, tra i musulmani.
Molti prevedono che alla prova del governo o anche della linea da tenere all’Assemblea l’alleanza esploderà. Ma intanto contende al cartello presidenziale il primato e per Macron già questo rappresenta una cocente sconfitta e designa Mélenchon come il vincitore della tornata.
Destino storico del presidente è quello di toccare numerosi primati, il più giovane, il più contestato, quello che viene eletto “per difetto”. Due volte all’Eliseo per battere l’estrema destra. Oggi per arginare l’estrema sinistra. Mai che venga eletto perché è Emmanuel Macron, il più convinto sostenitore della costruzione europea, il giovane presidente che coltiva l’ambizione di prendere la leadership della Ue lasciata vacante da Angela Merkel e di tenere ostinatamente aperto un filo di dialogo con il Cremlino in questa feroce crisi ucraina. I suoi rivali, sia la Le Pen che Mélenchon, sono entrambi improbabili. Ma il problema è che viviamo tempi improbabili.
(da “la Stampa”)
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