Destra di Popolo.net

TANTO PER CAMBIARE, IL GOVERNO FA UN ALTRO REGALO AI RICCHI: COLORO CHE DETENGONO PATRIMONI NEI FONDI O IN CERTE POLIZZE ASSICURATIVE PAGHERANNO IL 14%, E NON PIÙ IL 26% PREVISTO DALLA LEGGE, SU QUANTO GUADAGNATO CON L’INVESTIMENTO

Dicembre 8th, 2022 Riccardo Fucile

BASTERÀ VERSARE TUTTO ENTRO SETTEMBRE PER ESSERE A POSTO E ASSOLVERE OGNI RICHIESTA DEL FISCO, PRESENTE E FUTURA

L’affannosa ricerca di risorse imprime un cambiamento di fondo, in Italia, alla tassazione dei redditi da capitale. Pur di ottenere entrate sul 2023, la legge di Bilancio offre a risparmiatori e detentori di patrimoni un’occasione che molti coglieranno al volo: pagare subito tasse quasi dimezzate sui redditi da capitale e mettersi a posto una volta per tutte.
Così la manovra apre varie finestre per una riduzione strutturale del prelievo sulle plusvalenze finanziarie, quasi di ogni tipo, purché il contribuente versi fra giugno e settembre dell’anno prossimo ancora prima di liquidare i suoi averi. Se poi su quelli l’investitore guadagnerà ancora di più in seguito, non dovrà versare nulla: lo Stato cerca gettito all’insegna del «pochi, maledetti e subito».
Tassazione dal 26 al 14%
Le novità sono agli articoli 26 e 27 del disegno di legge ora in Parlamento. All’articolo 26 si allarga a una platea molto più vasta l’opzione di rivalutare la consistenza del proprio patrimonio, pagandovi un’aliquota ridotta al 14%. Non potrà farlo più solo chi possiede società non quotate o terreni edificabili — come fino ad oggi — ma anche chi ha azioni, obbligazioni o altri titoli sui mercati finanziari. In sostanza, entro giugno si aggiusta ciò che si possiede al valore attuale più alto. E non si dovrà più pagare il 26% sui redditi da capitale, quando in seguito l’investimento verrà venduto.
In realtà la legge è scritta in modo così contorto che si presta a interpretazioni diverse. Secondo almeno due grandi tributaristi, il contribuente se la caverà pagando il 14% della consistenza dell’intero patrimonio rivalutato.
Per esempio, chi ha investito 100 mila euro in titoli Tesla nel 2019 ha, oggi, un valore dell’investimento da circa 1.400 euro; e si metterebbe a posto pagando il 14% di quest’ultima somma.
La Banca d’Italia ha dato al Parlamento una lettura più generosa: si regolano tutti i conti con il fisco pagando il 14% solo sul guadagno realizzato, non sul totale del valore posseduto.
Versamenti entro settembre
Vince invece senz’altro l’interpretazione generosa per l’articolo 27. Lì si stabilisce una novità che taglia le tasse per chi ha redditi da capitale: coloro che detengono risparmi e patrimoni nei fondi o in certe polizze assicurative assolvono a ogni richiesta del fisco, presente o futura, pagando il 14% — non più il 26% previsto dalla legge — su quanto guadagnato con l’investimento fatto.
La sola condizione è che si versi tutto entro settembre, anche senza vendere le quote proprie di fondi o i titoli in portafoglio. L’obiettivo del governo è appunto raccogliere soldi subito: la Ragioneria stima più di un miliardo di entrate dall’articolo 26 e quasi mezzo miliardo dal 27.
Ma un effetto delle misure è quello di dimezzare o quasi le tasse su chi ha redditi da capitale, benché questi ultimi siano già tassati molto meno dei redditi da lavoro. L’impatto sarà massiccio perché, secondo l’Istat, in Italia nei fondi comuni sono investiti circa 700 miliardi di euro e circa 1.200 miliardi in polizze assicurative.
Ci guadagna chi ha di più
Ma sarà uno sgravio fiscale asimmetrico, in gran parte di fatto a favore di chi ha di più. Simone Pellegrino dell’Università di Torino stima che la metà più povera della popolazione in Italia oggi detiene il 2,5% dei patrimoni, mentre il 10% più ricco ha il 56% di essi. Dunque saranno i più ricchi a beneficiare di più di queste norme. Intanto la spesa per il reddito di cittadinanza, riservato al decimo più povero della popolazione, viene tagliata di 700 milioni nel 2023 e di un miliardo dagli anni seguenti. Tutto il reddito di cittadinanza del resto rimane sganciato dall’inflazione, dunque non si adegua nemmeno in parte all’aumento dei prezzi: in termini reali l’assegno medio cala di ben oltre il 10%. In tutto questo, la legge di bilancio non aiuta certo a ridurre le diseguaglianze in Italia.
(da il Corriere della Sera)

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ETICA E COTICA: URSULA VON DER LEYEN HA GLISSATO DI FRONTE ALLE DOMANDE SUL SUO ABITO BLU NOTTE. A CHI LE CHIEDEVA CHI FOSSE LO STILISTA, HA RISPOSTO CANDIDAMENTE DI NON RICORDARSI IL NOME

Dicembre 8th, 2022 Riccardo Fucile

GIORGIA MELONI HA SUBITO SBANDIERATO “E’ ARMANI”. LA DIMENTICANZA DI URSULA SIGNIFICA CHE QUEL VESTITO SE L’È COMPRATO. CHI INVECE TENDE A RIVELARE CON ECCESSIVA FOGA (E POCA ELEGANZA) IL MARCHIO DELL’ABITO CHE INDOSSA, DI SOLITO LO FA PERCHÉ SI TRATTA DI UN REGALO

Come ha scritto Alberto Mattioli nella sua cronaca dalla Scala per “La Stampa”, Ursula Von Der Leyen ha glissato di fronte alle domande sul suo abito blu notte. Un giornalista ha chiesto alla presidente della Commissione europea chi fosse lo stilista che l’ha disegnato, e lei ha risposto candidamente di non ricordarsi il nome, a differenza di Giorgia Meloni, che ha sbandierato ai quattro venti di essere vestita in Armani (per la gioia della nipote di Re Giorgio, Roberta, anche lei presente alla Scala).
Quale morale della fava possiamo trarre da questa storia? Semplice: c’è chi ha l’etica, e chi la cotica. Quando Ursula dice sommessamente di essersi dimenticata il nome dello stilista, vuole dire che quell’abito se l’è comprato. Mentre tutti gli altri, che rivelano con poca eleganza il nome della maison dei loro vestiti, lo devono ricordare perché si tratta di un regalo…
(da Dagospia)

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GIORGIA MELONI NON HA ANCORA DECISO CHI SARÀ IL CANDIDATO GOVERNATORE IN LAZIO: I “FRATELLI D’ITALIA” SONO SPACCATI SUL NOME DI FABIO RAMPELLI

Dicembre 8th, 2022 Riccardo Fucile

QUELLO DEL VICEPRESIDENTE DELLA CAMERA, SEPPUR AUTOREVOLE E CONOSCIUTO A ROMA, È UN NOME NON AMATISSIMO (EUFEMISMO) TRA I SUOI

Giorgia Meloni, in piena manovra, tra le mille cose a cui deve pensare, ne ha una su cui continua a non decidere. E’ la scelta del candidato governatore nel Lazio. Casa sua. Voto a febbraio. Primo test – a braccetto con la Lombardia – sul governo. Sulla carta un mezzo rigore a porta vuota, visto che Pd e M5s vanno divisi. Secondo i sondaggi, la coalizione di centrodestra è avanti di venti punti.
Eppure la presidente di Fratelli d’Italia non decide. Ascolta. Fa riunioni. Vede i colonnelli del partito romano, che è abbastanza spaccato. L’ombra di Michetti, il rischio di sbagliare candidato, perseguita la premier.
“Dobbiamo puntare questa volta su un profilo conosciuto, soprattutto a Roma, oltre che nel resto del Lazio”, ha detto Meloni la settima scorsa durante una riunione con i vertici locali del partito. Tuttavia il nome continua a non uscire fuori.
Il partito è spaccato su Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera, maestro della premier e iniziatore di una generazione. Custode dell’ortodossia. Autorevole. Il quale però non è amatissimo da una parte del partito che si è allontanata dall’ala del gabbiano (come si chiamava la storica corrente ai tempi di Msi e An che ha poi impollinato FdI).
Rampelli è al momento anche l’unico big del partito, insieme a Giovanni Donzelli, a non aver ricevuto incarichi di governo. Meloni nella riunione della settimana scorsa ha detto una cosa in apparenza scontata: “Fabio è il più conosciuto. A Roma e nel Lazio”. Al che qualcuno dei presenti ha commentato con una punta di veleno: “E’ conosciuto anche per le cattiverie”.
Un ruolo che il vicepresidente della Camera non pensa di avere. Anzi, in cuor suo crede forse ci siano diversi ingrati nel partito che ha contribuito a fondare. Un classico, trasversale. Dunque, non se ne esce. Anche se la premier è consapevole che dovrà chiudere il prima possibile questa partita. E il suo nome al momento è proprio quello di Rampelli.
Gli altri papabili sono l’europarlamentare Nicola Procaccini e il deputato-questore Paolo Trancassini. Più remota la possibilità che alla fine spunti il nome di Chiara Colosimo, deputata in rampa di lancio. Di sicuro Meloni vuole una figura politica. Con il civico ha già dato, nel senso di Michetti.
Pietra di inciampo nella cavalcata della capa della destra italiana, assurto non solo a macchietta ma anche a paradigma di un fatto che faceva infuriare la premier in campagna elettorale: l’accusa di mancanza di classe dirigente. Ora che FdI è razza padrona, quale miglior occasione delle regionali del Lazio (quattro milioni di votanti) per affermarlo?
(da Il Foglio)

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PERCHE’ IL TETTO UE DEL CONTANTE A 10.000 EURO NON DA’ RAGIONE A MELONI E SALVINI

Dicembre 8th, 2022 Riccardo Fucile

L’EUROPA FA UN PASSO AVANTI, NON INDIETRO, FINORA NON ESISTEVA IN MOLTI PAESI… E IN ITALIA, CON L’EVASIONE IVA A LIVELLI RECORD, QUEL TETTO NON BASTA

Nel dibattito rozzo cui spesso il centrodestra ricorre quando si tratta di discutere e affrontare il macigno vergognoso della nostra evasione fiscale, di sicuro entrerà subito la decisione annunciata dal Consiglio europeo di fissare il tetto per l’utilizzo del contante a 10 mila euro.
Ma come? Anche noi volevamo prevedere quella quota – è la più probabile delle reazioni dei sostenitori del governo Meloni – e invece c’è stata una sollevazione, una marea di critiche. Avvertimenti. Richiami. Anche da Istituzioni pubbliche autorevoli come la Banca d’Italia e l’Ufficio Parlamentare di Bilancio. E allora? Allora avevamo ragione noi, sarà la lunga eco di Palazzo Chigi. Già iniziata con un tweet di Salvini: “L’Europa raddoppia il tetto all’uso del contante previsto dal governo italiano. Sinistri e critici in silenzio oggi?”.
No, il governo non ha ragione a portare il tetto al contante a 5mila euro. Per due motivi essenziali.
Il primo: la decisione europea non è un passo indietro rispetto a posizioni già assunte. Quella misura, a livello comunitario, non esisteva. In Germania, ad esempio, non è previsto alcun limite al cash. Averlo adesso inserito in una misura europea, equivale a compiere un primo passo avanti. E’ cioè la dimostrazione che l’Ue considera indispensabile intraprendere quella strada.
Il secondo: l’Italia non è la Germania. E non è nemmeno la Francia. E nemmeno la Spagna. Il nostro tasso di evasione fiscale è il più alto. Basti un dato, appena reso pubblico, a confermarlo: siamo il Paese con la percentuale più alta di Iva non riscossa.
Il 20,8 per cento per un valore di oltre 26 miliardi. Per capirci: con quei 26 miliardi il governo avrebbe potuto scontare il prezzo della benzina almeno fino a settembre 2023. E non fino a marzo. Sarebbe stato un bel risparmio per tutti.
Come hanno spiegato sia la Banca d’Italia sia l’Ufficio Parlamentare del Bilancio, in Italia più contanti uguale più evasione. Alzare la soglia dei pagamenti in contanti o cancellare i pagamenti con il Pos non è il ripristino di una libertà, è una truffa. Che nasce da una impostazione culturale: i soldi allo Stato sono buttati. E per una manciata di voti in più, la destra populista è allora pronta ad assecondare una deriva che sta rovinando il Paese da almeno una quarantina di anni.
Una classe dirigente degna di questa nome, dovrebbe fare il contrario. Riconoscere il contesto in cui opera e lanciare un segnale opposto. E ricordare a tutti coloro che non pagano le tasse: in presenza di una crisi, come quella della pandemia o della guerra in Ucraina, lo Stato può aiutare i cittadini se ha le risorse. Come sta facendo, ad esempio, la Germania che ha messo in campo 200 miliardi. Ma se non le ha, può fare poco o nulla. Le tasse servono anche a questo.
(da La Repubblica)

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LIBERATA BRITTNEY GRINER, LA CESTISTA AMERICANA DETENUTA DA MESI IN RUSSIA

Dicembre 8th, 2022 Riccardo Fucile

BIDEN E PUTIN HANNO SIGLATO LO SCAMBIO: LIBERATO NEGLI USA IL TRAFFICANTE DI ARMI RUSSO BOUT

Brittney Griner, la cestista americana detenuta in Russia da dieci mesi con l’accusa di contrabbando di droga, è stata liberata, grazie ad uno scambio di prigionieri con il trafficante di armi russo Viktor Bout, a sua volte detenuto negli Usa dopo una condanna a 25 anni comminata nel 2012. Lo ha confermato il presidente Joe Biden, dopo le prime indiscrezioni circolate sui media statunitensi. Lo scambo è avvenuto all’aeroporto di Abu Dhabi. §
«Ho parlato con Brittney Griner. È al sicuro, è in aereo, sta tornando a casa», ha scritto su Twitter Biden, condivendo una foto dalla Casa Bianca insieme alla moglie dell’atleta, Cherelle Griner. Anche il ministero degli Esteri russo ha confermato la notizia, riferendo che Bout ha già fatto rientro in Russia. Le trattative per il rilascio di Griner procedevano da mesi riservatamente tra funzionari dei due Paesi – che dall’inizio dell’invasione dell’Ucraina non hanno mai interrotto i rapporti – ma la svolta è arrivata la scorsa settimana, quando, trovato l’accordo, Biden stesso ha dato il via libera definitivo allo scambio di prigionieri.§
Brittney Griner «sta bene e sarà a casa entro le prossime 24 ore», ha confermato poco dopo Biden, parlando brevemente ai cronisti alla Casa Bianca al fianco della moglie della cestista. Biden ha ringraziato gli Emirati Arabi Uniti, dove è avvenuto lo scambio, per aver facilitato l’operazione, e ha rivolto un pensiero a Paul Whelan, altro cittadino Usa detenuto in Russia che non è stato possibile liberare per il momento nonostante gli sforzi profusi.
«Faremo il possibile per riportare a casa anche lui», ha promesso Biden. «È una giornata bellissima per me e la mia famiglia», ha detto intervenendo dopo Biden Cherelle Griner, che ha ringraziato l’amministrazione Usa per l’impegno, e ha assicurato che insieme a Brittney resterà «impegnata per la liberazione di tutti gli americani detenuti, incluso Paul Whelan».
L’arresto e la detenzione
Brittney Griner, 32 anni, era detenuta in Russia dallo scorso febbraio – poco prima dell’inizio della guerra in Ucraina – dopo essere stata fermata all’aereoporto di Mosca in possesso di olio di cannabis. Arrestata con l’accusa di contrabbando di droga, era stata condannato ad inizio a agosto a nove anni di carcere. A metà novembre, dopo aver perso il riesame del caso in appello, era stata trasferita in una colonia penale nella Mordovia. Ma le trattative riservate per la sua liberazione non si erano mai interrotte. Fino all’epilogo ufficilizzato oggi.
(da agenzie)

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“DA NOI NIENTE CONTANTI”: L’AVANGUARDIA DEI NEGOZI SI’ POS A MILANO

Dicembre 8th, 2022 Riccardo Fucile

SEI PUNTI VENDITA ACCETTANO SOLO BANCOMAT E CARTE DI CREDITO

Non solo No Pos. Nelle scorse settimane abbiamo raccontato la carica dei negozianti che rifiutavano di usare i pagamenti elettronici «per non ingrassare le banche». Il Quotidiano Nazionale parla oggi del fenomeno contrario: a Milano c’è chi non accetta più i contanti. Ma solo le carte di credito e i bancomat. Il giornale ne conta in totale sei. Tra questi c’è Base, un polo ricreativo in zona Tortona con coworking, bar, spazi di esposizione e musica live. Poi il Mare Culturale Urbano in zona San Siro, con bar, ristoranti e spettacoli teatrali. Infine, ci sono le quattro pasticcerie Baunilla, che hanno abolito i contanti a partire da settembre. Quasi tutti senza ripensamenti. Anche se il proprietario delle pasticcerie Vittorio Borgia sottolinea che «qualche cliente forse lo abbiamo perso, ma di sicuro altri ne abbiamo guadagnati». Sui social network, fa sapere Borgia, qualcuno si è lamentato. Annunciando boicottaggi. Ma c’è anche chi in negozio ha chiamato la Guardia di Finanza. Che naturalmente non ha riscontrato alcuna irregolarità.
«Per noi – dice Borgia al quotidiano – il passaggio ha portato solo vantaggi. Innanzitutto gestionali e organizzativi. Senza contanti la contabilità è più semplice, non c’è neanche più bisogno della persona che a fine giornata ritira i soldi e li deposita, con tutti i rischi connessi». Soprattutto per la sicurezza: «Abbiamo subìto quattro tentativi di furto, due dei quali andati a segno. Ora, senza soldi in cassa, siamo più tranquilli». Sulla questione delle commissioni, Borgia dice che «i costi abbattuti pareggiano la spesa, e poi esistono soluzioni come l’app Satispay che è gratuita per transazioni sotto i 10 euro e con commissione dello 0,20% su quelle superiori. E anche per i Pos siamo riusciti ad ottenere condizioni accettabili».
(da agenzie)

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“IO SO’ GIORGIA” E VOI NUN SIETE UN CAZZO

Dicembre 8th, 2022 Riccardo Fucile

LA MELONI NON SI FIDA DEI SUOI ALLEATI E PROVA A “COMMISSARIARE” LA MANOVRA: SARÀ CREATA UNA “CABINA” DI REGIA, COMPOSTA DAI RAPPRESENTANTI DEI GRUPPI DELLA MAGGIORANZA E GUIDATA DA SUO COGNATO, FRANCESCO LOLLOBRIGIDA

Davanti a una pioggia di emendamenti e alle pregiudiziali dei partiti (in primis quella di Silvio Berlusconi), il governo è costretto a ricorrere a una soluzione di emergenza: una “cabina di regia” composta dai rappresentanti di ogni gruppo della maggioranza per cercare di sciogliere i nodi della manovra.
La proposta, nel corso del vertice fra Giorgia Meloni e i leader della maggioranza, la mette sul tavolo il capodelegazione di Fratelli d’Italia Francesco Lollobrigida.
E probabilmente sarà lui a presiedere il nuovo organismo. Non senza malumori espressi da Forza Italia: alcuni deputati fanno notare che il compito di coordinamento spetterebbe alla commissione Bilancio, presieduta proprio da un esponente azzurro, Giuseppe Mangialavori. Ma la premier non si fida. E prova a “commissariare” la Finanziaria.
FdI può puntare al massimo a 236 emendamenti e ne ha depositati 285, Forza Italia ha una disponibilità di 88 norme aggiuntive e ne ha già trasmesse 135. Ma la scure, è probabile, andrà molto più in profondità.
La coperta è corta, anche dal punto di vista finanziario: ci sono 400 milioni in tutto per gli emendamenti, 240 per l’opposizione e 160 per la maggioranza. C’è però pure un “tesoretto” da 300 milioni, nel budget dei ministeri, cui si può attingere con norme inter-gruppo, ad esempio su proposta di enti e associazioni.§Sullo sfondo, rimangono le divergenze politiche: il braccio di ferro è soprattutto con Berlusconi, che insiste sulle pensioni minime da 600 euro e sulla decontribuzione delle assunzioni dei giovani. Il governo è disposto a passare da 6 a 8 mila euro di sgravi per ogni nuovo addetto, ma Berlusconi ha fatto sapere chiaramente ai suoi che la decontribuzione a favore del datore di lavoro deve essere totale.
(da La Repubblica)

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PUTIN PERDE I PEZZI: IL KIRGHIZISTAN MANIFESTA LA VOLONTÀ DI ALLONTANARSI DALLA CULTURA RUSSA E IL CREMLINO MINACCIA UN INTERVENTO MILITARE CONTRO IL TENTATIVO DI “DERUSSIFICAZIONE”

Dicembre 8th, 2022 Riccardo Fucile

IL PAESE E’ UNA DELLE REPUBBLICHE EX SOVIETICHE DOVE SI PARLA ANCORA RUSSO E FINO A POCO TEMPO FA ERA CONSIDERATO UNO STATO FEDELE A MOSCA

La nuova dottrina Putin, quella secondo la quale la Russia «accorre a protezione» di tutti i russofoni del mondo, è una spina nel fianco delle repubbliche ex sovietiche dove la lingua di Tolstoj è disgraziatamente ancora la più parlata. Ma dove i russi cominciano a essere inquadrati per degli invasori capaci, con la scusa del cirillico, di muovere i carri armati e imporre di nuovo il loro dominio.
Il Kirghizistan è uno di quelli e anche se geograficamente è molto più vicino alla Cina di quanto non sia alla Russia è sempre stato considerato uno Stato fedele a Mosca. Questo almeno si pensava al Cremlino fintanto che i kirghisi non hanno iniziato a pensarla in modo differente, manifestando addirittura la volontà di volersi “derussificare”.
«Cominciamo dalle strade e dai quartieri della nostra cara capitale Bishkek», hanno suggerito vari politici tra i quali il presidente del Parlamento locale Nurlanbek Shakiev. Quartieri che ancora portano i nomi sovietici, come se nulla fosse successo alla fine degli anni ’80, come Pervomaisky, chiamato così per il Primo Maggio, o Oktyabrsky per la Rivoluzione d’Ottobre. Oppure Leninsky in onore ovviamente a Lenin e Sverdlovsky, in quello primo capo di Stato bolscevico Jakov Sverdlov.
La stessa Bishkek prima del 1991 si chiamava Frunze, così battezzata per ricordare il comandante militare Michail Vasilevic Frunze. I politici kirghisi sostengono che i nomi di tali distretti e di vari altri villaggi del Paese sono addirittura diventati “moralmente obsoleti” e che per tale motivo vanno cambiati. La reazione di Mosca è stata scomposta, esagerata se si pensa che quasi tutte le altre repubbliche ex sovietiche tale lavoro di pulizia lo hanno già fatto da decenni.
Dmitry Novikov, il primo vice capo della commissione per gli affari internazionali della Duma, ha avvertito che «i processi negativi molto seri spesso iniziano con tali sciocchezze, ed è meglio fermarli subito prima che sia troppo tardi».
Il commento di Novikov è stato ripreso da un’altra parlamentare russa di alto livello, Svetlana Zhurova, che ha affermato che la rimozione dei nomi sovietici «è il primo piccolo passo per eliminare completamente la lingua russa», aggiungendo minacciosa che «anche in Ucraina è iniziata così». La Zhurova in effetti non è poi andata così lontano dal dire la verità. Lo stesso Bishkek ha recentemente sostenuto che ogni cittadino del suo Paese dovrebbe cercare di dimenticare il russo e di parlare il kirghiso.
Ma soprattutto lo scorso anno a novembre in Kirghizistan si sono tenute le elezioni e perla prima volta nella storia del Paese da quando ha raggiunto l’indipendenza non è stato eletto neanche un deputato russo. Tutte le minoranze hanno ottenuto i loro rappresentanti, i tagiki, gli uzbeki e perfino i “dungan”, termine russo per indicare una minoranza musulmana di origine cinese hui. Ma non loro, i russi.
A Mosca l’hanno presa molto male e hanno spinto i partiti a loro più vicini a contestare il risultato sulla base di un “incidente” che si sarebbe verificato durante lo spoglio automatico dei voti. Inutilmente. L’anno successivo, cioè un paio di mesi fa, visto anche la brutta piega presa da tutte le altre repubbliche aderenti al Otsc, Vladimir Putin in persona si è recato in visita nella remota repubblica a marcare il territorio.
E per far presente in particolare quanto il “sostegno” di Bishkek alla Russia sia “la base fondamentale per lo sviluppo delle relazioni bilaterali in molte altre aree”. Il presidente russo ha ricordato che la Russia è il «più grande fornitore di risorse energetiche per il Kirghizistan» e che Bishkek riceve le sue forniture a condizioni particolarmente favorevoli.
Se ancora il ricatto non fosse abbastanza chiaro Putin ha ringraziato il presidente Japarov per il suo «sostegno alla lingua russa» e per l’apertura di nuove scuole russe e l’assunzione di insegnanti dalla Russia per le istituzioni educative. Come dire, “visto che tutte queste cose non le hai fatte sei pregato di muoverti”.
(da Libero)

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LA CRONACA DELLA PRIMA “PRIMA” ALLA SCALA DEI SOVRANISTI AL POTERE CON L’ABITO FIRMATO, MA GLI APPLAUSI SONO TUTTI PER SERGIO MATTARELLA

Dicembre 8th, 2022 Riccardo Fucile

NELLA TONNARA DEL FOYER, SEMBRANO TUTTI SODDISFATTISSIMI. VIENE IN MENTE LEONE X, CHE DIVENTÒ PAPA DICENDO: ‘DIO CI HA DATO IL PONTIFICATO, GODIAMOCELO”

«Spero che l’abito sia all’altezza delle aspettative. Sono incuriosita, è la mia prima volta», sorride Giorgia Meloni a favor di telecamera nel foyer della Scala, e scattano subito reminiscenze operistiche: ecco la giovin principiante di Da Ponte oppure, per restare al Boris Godunov di Musorsgkij, una zarina per l’opera su uno zar.
Nella frase c’è tutto il sapore della prima «prima» dei sovranisti al potere, un frullato di orgoglio, emozione e preoccupazione per essere entrati finalmente nel salotto buono, e dall’ingresso principale.
I barbari hanno espugnato il Tempio e si capisce che intendono restarci, con una disinvoltura un po’ impacciata però sorridente. In platea, la già deprecata élite della Ztl non sembra ostile: un’educata indifferenza magari incuriosita ma non negativa, e in ogni caso senza contestazioni, mentre gli applausi sono tutti per Sergio Mattarella.
L’abito scelto dalla premier, del resto, è un Armani blu con le spalle scoperte, che fa sobrietà chic molto milanese, e va benissimo. È con il compagno, Andrea Giambruno: «Ogni tanto cerchiamo di frequentarci».
Fra le due muraglie di fotografi, nella tonnara del foyer, i suoi sembrano tutti soddisfattissimi. Viene in mente Leone X Medici, quello che diventò Papa dicendo: «Dio ci ha dato il pontificato, godiamocelo».
E infatti. Mai visti o quasi risalire da Roma con orgogliosa sicurezza tanti nuovi potenti: già è inusuale che il presidente del Consiglio venga alla Scala se c’è quello della Repubblica (unico precedente a memoria di cronista nel 2011, con l’accoppiata Napolitano-Monti), ma poi sono arrivati anche quello del Senato, Ignazio La Russa, peraltro milanese, e quattro-ministri-quattro, Gennaro Sangiuliano, Elisabetta Casellati, Anna Maria Bernini e Adolfo Urso.
Visto che è a Milano anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, il palco reale risulta affollato come la metropolitana all’ora di punta. Alla fine, il cerimoniale trova la soluzione: al centro ovviamente Mattarella con la figlia Laura, sempre molto signora, scusate la parolaccia; alla loro destra, von der Leyen e il sindaco Beppe Sala padrone di casa; a sinistra, La Russa e, appunto, Meloni. Tutti sorridenti.
E dire che c’era stato un momento di panico last minute quando si è scoperto che il rubinetto della toilette presidenziale non funzionava, problema pare risolto in un baleno dalle sempre affidabili maestranze scaligere.
Sta di fatto che tante erano le presenze istituzionali che è stato dilatato l’intervallo perché tutti potessero andare nei camerini per le felicitazioni di rito agli artisti, da Riccardo Chailly in giù: 40 minuti, un’eternità, però apprezzata come occasione di parata in un foyer abbastanza preoccupato per Musorgskij. E qui, meravigliosi due reperti assiro-milanesi che alla prima battuta del coro si sono voltati l’uno verso l’altra esclamando all’unisono: «Ma è in russo!». Eh, già
La star delle prime della Scala, non certo a partire da questa, è però Mattarella. Quest’ anno l’applausometro ha segnato poco più di quattro minuti, meno dell’anno passato, certo, ma stavolta non c’era bisogno di chiedere il bis, insomma il secondo mandato. E poi è stato lui a far cessare l’ovazione indicando che si poteva attaccare con gli Inni.
Si sono sentite anche le solite urla indistinte, indecifrabili perché, com’ è noto, non ci sono più le voci di una volta, nemmeno fra i loggionisti: inconfondibili però un paio di «Grazie, Presidente!» a pieni polmoni.
Quanto a Giorgia, appariva contenta e anche cantante in «Fratelli d’Italia», insolitamente accennato anche in platea, sarà il nuovo clima sovranista. Silenzio invece sull’Inno europeo in omaggio a von der Leyen, a sua volta elegante in un lungo blu notte con paillettes di stilista ignoto, perché il nome ha candidamente ammesso di non ricordarselo.
Per essere una debuttante, comunque, Meloni è assai disinvolta. Va a salutare Chailly, chiede dove si può fumare, le spiegano che alla Scala accendere una sigaretta è come bestemmiare in chiesa e se ne va, sola soletta, a fumare in cortile. Poi si fa un selfie con l’orchestra, incassa quello di un fan che le urla «sei la migliore del mondo» e alla fine approva lo spettacolo: «Un’opera avvincente, e non era facile».
Sala, sobriamente meneghino, faceva intanto notare che nel palco reale del «suo» teatro c’erano «due delle sette donne più potenti del mondo» e che anche von der Leyen era rimasta molto colpita dal «tributo» a Mattarella.
Al quale i sindacati hanno consegnato una lettera contro i tagli alla cultura, alla Scala perfettamente bipartisan fra Comune di centrosinistra e Regione di centrodestra (però recuperabili, annuncia il governatore Fontana). Quanto alle temutissime contestazioni, non ci sono state, o meglio ci sono state fuori dal teatro, dietro le transenne che ogni anno vengono piazzate più lontane dalla Scala e dagli happy few.
Qui hanno sfilato i centri sociali e una ventina di ucraini con cartelli contro Putin e il basso Ildar Abdrazakov, l’ipercarismatico Boris, attaccato come «solista del regime».
Ma il paventato sabotaggio dentro il teatro non c’è stato. Così in sala, tredici minuti di applausi e incasso di due milioni e mezzo a parte, tutta l’attenzione è stata per la strana coppia Mattarella-Meloni. Ma «siamo in democrazia, e va benissimo così», chiosa saggia la senatrice Liliana Segre.
(da La Stampa)

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