Marzo 27th, 2025 Riccardo Fucile
LA RAGIONERIA DELLO STATO, GUIDATA DALLA FEDELISSIMA DEL MINISTRO DARIA PERROTTA, HA CERTIFICATO CHE I RITARDI NELLA MESSA A TERRA DEL PIANO SONO TROPPO PESANTI: LA SPESA È PARI A 63,5 MILIARDI, POCO PIÙ DELLA METÀ DEI 122 MILIARDI INCASSATI. E SONO A RISCHIO 19 MISURE – LE OPPOSIZIONI PROTESTANO: “MELONI VENGA IN AULA A RIFERIRE SULLO STATO DI ATTUAZIONE DEL PNRR”
Il Pnrr arranca. Accumula ritardi. Ha un passo così lento da mettere a rischio 19 misure. E ora il governo chiederà all’Europa di poter andare oltre il 2026. Ecco l’affanno messo nero su bianco dalla Ragioneria generale dello Stato: la spesa è ora pari a circa 63,5 miliardi. Poco più della metà dei 122 miliardi incassati con le sei rat
Le conseguenze sono pesanti: per quanto nell’ultimo anno abbia dimostrato una crescita apprezzabile – scrivono i tecnici del Mef – l’andamento della spesa non consente di garantire il completo assorbimento entro la scadenza del 2026. Per questo appare difficilmente ipotizzabile spendere i restanti 131 miliardi di euro in poco più di un anno e mezzo.
Al rischio di non conseguire diversi obiettivi legati alle ultime quattro rate del Piano nazionale di ripresa e resilienza (in tutto 72,3 miliardi) si legano effetti sulla finanza pubblica definiti potenzialmente molto negativi. Per questo il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha deciso di rompere gli indugi. Chiederà di prorogare la scadenza del Piano di un anno, al 2027.
Lo rifarà alla riunione dell’Ecofin informale che si terrà l’11 e il 12 aprile a Varsavia. Ai colleghi delle Finanze chiederà più tempo, insieme alla massima flessibilità nel ricollocamento dei fondi. Il secondo punto fa riferimento alla necessità, sottolineata dalla stessa Ragioneria, di apportare alcune revisioni al Piano. Sono collocate all’interno di tre azioni. La prima: adeguare gli obiettivi da realizzare entro l’anno prossimo, riportandoli a una misura effettivamente conseguibile. Per farlo si ricorrerà a strumenti finanziari che consentano l’utilizzo delle risorse oltre la scadenza attuale.
La seconda indicazione ha a che fare con i tagli: le misure che presentano scarsa attrattività o tiraggio potranno contare su meno risorse rispetto a quelle attuali. Infine – è la terza linea d’azione – bisognerà riprogrammare le risorse liberate dal ridimensionamento di queste misure per rafforzare altri investimenti del Pnrr che hanno una capacità di assorbimento entro il 2026. Di fatto un travaso di soldi dai progetti irrealizzabili entro la deadline a quelli che stanno rispettando i tempi.
La revisione è imposta dai ritardi nell’attuazione e nella spesa che, ripete la Ragioneria, sono difficilmente colmabili entro il 2026 o comunque non recuperabili senza modifiche sostanziali agli obiettivi finali. Le cause fanno riferimento a tre casistiche. La scarsa attrattività caratterizza i crediti d’imposta di Transizione 5.0, gli aiuti alle imprese che investono nel digitale, oltre che nell’autoproduzione di energia da fonti rinnovabili e formazione del personale.
(da agenzie)
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Marzo 27th, 2025 Riccardo Fucile
INCREDIBILE ERRORE DEGLI APPRENDISTI STREGONI: C’ERANO FONDI SOLO FINO ALLA FINE DEL 2024
Passo indietro per il ddl Sicurezza, la controversa misura su cui il governo Meloni e la
destra lavorano da tempo, che introduce oltre venti nuovi reati e aumenti di pena, aumenta le tutele per le forze di polizia e i servizi e diminuisce quelle per chi protesta o disturba in qualche modo l’ordine pubblico, oltre a sanzionare la cannabis light. Il ddl è prossimo ad arrivare in Aula al Senato, ma dopo dovrà tornare alla Camera perché c’è un problema tecnico: il testo, scritto lo scorso anno, prevedeva solo le coperture fino a fine 2024. E, come sempre, se un ddl viene modificato in una Camera poi deve tornare all’altra per l’approvazione finale.Esultanza nell’opposizione, anche se per il momento non è chiaro di quanto slitterà l’approvazione con questo rinvio, e se arriveranno altre modifiche. Il ministro Ciriani aveva già anticipato che ci sarebbe potuto essere “qualche piccolo ritocco”, che però “non mette in discussione l’impianto” del ddl.
Perché il ddl Sicurezza dovrà tornare alla Camera
Lo ‘stop’ è arrivato dalla commissione Bilancio del Senato, che era chiamata a dare un parere. Questo non è stato negativo, ma ha sottolineato che c’erano delle mancanze nelle coperture, cioè nei soldi con cui si devono finanziare le misure previste
Dato che il testo del ddl era stato presentato lo scorso anno, la Camera lo ha approvato a settembre ed è arrivato in commissione al Senato a ottobre, le coperture erano previste solo fino alla fine del 2024, e nei passaggi successivi non ci sono stati aggiornamenti. La Ragioneria di Stato, dunque, ha chiesto di modificare i sei articoli che contengono le coperture. Sono articoli della legge in cui si spiega, per le specifiche misure, quanti soldi servono e soprattutto dove andarli a prendere.
Cosa succede adesso al ddl Sicurezza: tutti i passaggi
Oggi i relatori del ddl Sicurezza riceveranno il mandato da parte delle commissioni Giustizia e Affari costituzionali, che ci stanno lavorando. Il testo, così, approderà in Aula a inizio aprile.
Tuttavia, il problema delle coperture fa sì che la legge non potrà essere approvata così com’è. Serviranno nuove modifiche, quelle richieste appunto dalla Ragioneria dello Stato. E questo significa che il testo si aprirà a nuovi emendamenti e nuovi dibattiti, che permetteranno all’opposizione di rallentare i lavori e cercare di portare a casa altre modifiche.
Dopodiché, quando arriverà il voto favorevole dell’Aula del Senato, il ddl Sicurezza non diventerà legge. Dovrà invece tornare un’altra volta alla Camera, in terza lettura. Qui è probabile che il governo cercherà di stringere i tempi, ma ancora una volta la minoranza dovrebbe avere l’occasione di provare a cambiare la norma.
Avs e Pd esultano
“Grazie all’ostruzionismo di Alleanza Verdi-Sinistra e delle altre forze di opposizione il disegno di legge sicurezza tornerà alla Camera”, ha detto Peppe De Cristofaro, senatore di Avs e presidente del gruppo Misto a Palazzo Madama. “Erano talmente convinti di approvare questa legge liberticida entro il 2024 che non avevano previsto il finanziamento per gli anni successivi, ma non hanno fatto i conti con il Parlamento”.
La battaglia in commissione “ha fatto scavallare l’approvazione entro il 2024 e quindi il ddl va modificato in Aula, e poi rimandato alla Camera per essere approvato definitivamente. Avs continuerà l’opposizione anche in Aula presentando centinaia di emendamenti”, ha concluso De Cristofaro.
Andrea Giorgis, capogruppo dem in commissione Affari costituzionali, ha rivendicato “la determinazione del Pd e delle altre forze di opposizione che hanno messo in luce le contraddizioni e i limiti del testo il Ddl Sicurezza”. Il testo ora “sarà modificato e nella discussione riproporremo i nostri emendamenti che cercheranno di rispondere alle preoccupazioni del Presidente Mattarella per migliorare un testo propagandistico e sbagliato”
Come può cambiare il testo con le pressioni del Quirinale
La speranza delle opposizioni è proprio questa. Dovendo aprire il ddl a nuove modifiche, non solo lo scontro parlamentare potrebbe allungare i tempi, ma potrebbe spuntare la possibilità di fare altri cambiamenti al testo.
Come detto, il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani ha non ha escluso oggi del tutto questa possibilità, e parlando ad Agorà su Rai 3 ha citato “piccoli ritocchi”, interventi “chirurgici”. Non è chiaro se si riferisse solo agli aggiornamenti sulle coperture, che in quel momento non erano ancora emersi, o ad altro.
È noto che c’è un’attenzione particolare del Quirinale su questo provvedimento, e soprattutto su alcune norme ritenute particolarmente critiche e potenzialmente incostituzionali. Ad esempio, l’obbligo di mettere in carcere le donne che vengono condannate quando sono incinte o hanno un figlio di meno di un anno (oggi il giudice ha la possibilità di evitarlo). O ancora il divieto di vendere sim telefoniche a persone migranti che non hanno una copia del permesso di soggiorno valido.
(da agenzie)
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Marzo 27th, 2025 Riccardo Fucile
I CREDITI RISCUOTIBILI SONO 567 MILIARDI, MENTRE ALTRI 167 MILIARDI SONO IN BILICO – LA MAGGIOR PARTE DEI CREDITI, 221 MILIONI SU 290, RIGUARDA LA FASCIA FINO A MILLE EURO E PESA PER 59 MILIARDI, IL 4,6% DEL TOTALE. I CREDITI TRA MILLE E 5MILA EURO RAPPRESENTANO IL 12,1% DEL TOTALE, MENTRE QUELLI SUPERIORI A 100 MILA EURO (LO 0,1%) RAPPRESENTANO QUASI LA METÀ DEL VALORE DEL MAGAZZINO (608 MILIARDI DI EURO) – A RIPROVA CHE L’EVASIONE CHE “PESA” E’ QUELLA DI IMPRENDITORI, AZIENDE E RICCONI
Nonostante le rottamazioni e la cancellazione dei piccoli carichi pendenti il magazzino dei crediti affidati alla riscossione continua a lievitare. A fine gennaio scorso tasse, contributi e multe affidate a Agenzia delle Entrate- Riscossione e non pagate sono arrivate a 1.272,9 miliardi di euro, ma gran parte di questi crediti è ormai virtuale.
Secondo la Commissione incaricata dal Governo di analizzare il magazzino dei crediti fiscali, ben 537 miliardi sono tecnicamente inesigibili, cioè non saranno recuperati. Riguardano crediti di persone decedute o nullatenenti, società non più attive o fallite. I crediti potenzialmente riscuotibili, sul totale, sono 567 miliardi, mentre per altri 167 miliardi le possibilità di recupero sono definite incerte.
Tra il 2000 ed il 2024 i carichi tributari ed erariali affidati alla riscossione sono ammontati a 1.874 miliardi di euro dei quali, però, solo 180,3 miliardi sono stati poi effettivamente incassati. A fine gennaio nel magazzino dell’Agenzia c’erano 290 milioni di singoli crediti in riscossione, attraverso 173 milioni di cartelle esattoriali a carico di 21,9 milioni di contribuenti. La maggior parte sono persone fisiche, l’84,3%, ma a questi fa riferimento appena un quarto del valore del magazzino. Al contrario, alle imprese fa capo il 15% dei crediti in
riscossione, ma i due terzi del valore (con 819 miliardi di debiti accumulati e non pagati).
La maggior parte dei singoli crediti, 221 milioni su 290, riguarda la fascia fino a mille euro, con un carico residuo contabile di 59 miliardi, pari al 4,6% del totale. I crediti in riscossione tra mille e 5 mila euro rappresentano il 12,1% del valore totale, mentre i 290 mila crediti di importo superiore a 100 mila euro (lo 0,1%) rappresentano quasi la metà del valore del magazzino (608 miliardi di euro).
Secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, che ha citato i dati della stessa Agenzia delle Entrate, dei 1.272,9 miliardi in riscossione, appena 100,8 miliardi, il 5,4% del carico totale affidato, ha un grado di esigibilità abbastanza elevato. La Commissione incaricata dal governo dovrà definire entro l’anno i meccanismi per sgonfiare il magazzino, compresa l’ipotesi di cancellare i crediti più vecch
In questo quadro sconsolante il Senato sta discutendo il disegno di legge proposto dalla Lega Nord per avviare una nuova rottamazione, la quinta, delle cartelle esattoriali, anche se le prospettive si complicano.
(da agenzie)
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Marzo 27th, 2025 Riccardo Fucile
DA QUANDO “THE DONALD” HA ANNUNCIATO I DAZI DEL 200% SUL PRODOTTO, 135 MILIONI DI BOTTIGLIE ITALIANE SONO FERME, IN ATTESA DI CAPIRE CHE FARÀ IL TYCOON
Circa 135 milioni di bottiglie di Prosecco italiano rischiano di saltare per aria nel mercato
statunitense, a causa dei dazi fino al 200% annunciati dal presidente americano Donald Trump. E così Giancarlo Guidolin, Franco Adami e Michele Noal, presidenti dei tre Consorzi di tutela (Prosecco Doc, Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg e Asolo Prosecco Docg) hanno scritto al ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, denunciando una «grave» situazione, dovuta alle minacce di guerra commerciale.
«Il nostro sistema produttivo – si legge nel documento – da alcuni giorni sta assistendo alla sospensione delle spedizioni verso il mercato statunitense. La scelta di congelare gli ordini e stata determinata dall’incertezza che si vive oggi, anche in assenza di un provvedimento dell’amministrazione americana, considerato che i nostri vini – impiegando diverse settimane per giungere negli Usa – potrebbero vedere lievitare i dazi fino al 200% “on the water”, ovvero lungo il percorso tra Italia e America, rischiando di mettere in crisi gli stessi nostri importatori, senza contare le gravissime ripercussioni sulle aziende mittenti».
I tre presidenti, nella missiva a Lollobrigida, tirano fuori i numeri «per far comprendere la gravita della cosa». Il Prosecco Doc esporta negli Stati Uniti circa 130 milioni di bottiglie, pari a circa il 23% dell’export dell’intera denominazione (che nel 2024 ha registrato un nuovo record; ndr). E tali volumi generano un fatturato alla produzione di circa 500 milioni di euro.
Il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Docg esporta oltre 3,5 milioni di bottiglie, che vanno a occupare solo ed esclusivamente il settore piu qualificato di consumo ovvero l’Horeca, garantendo la piu elevata fascia di prezzo. Per la Docg Asolo Prosecco, gli Stati Uniti rappresentano uno dei principali mercati di destinazione, dal momento che la denominazione, nel complesso, esporta circa il 75% della produzione che, nel 2024, è stata di 32 milioni di bottiglie.
(da agenzie)
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Marzo 27th, 2025 Riccardo Fucile
RAPPORTO ISTAT: IL PESO DELL’INFLAZIONE E’ AUMENTATO DELL’8,7% RISPETTO AL 2007… UN ITALIANO SU QUATTRO E’ A RISCHIO POVERTA’
Non solo i salari, anche i redditi di varia fonte delle famiglie italiane non riescono a tenere il passo con l’inflazione, che brucia ogni piccolo miglioramento nominale. E aumentano le diseguaglianze. È quanto emerge dall’indagine Europea su Redditi e condizioni di vita.
Rispetto al 2007, anno precedente la grande crisi finanziaria, Istat stima che in termini reali, ovvero di potere d’acquisto, le famiglie abbiano perso in media l’8,7 per cento, una perdita che tuttavia è diversamente distribuita a seconda della fonte di reddito principale e dell’area territoriale. È stata particolarmente intensa, il doppio (17,5 per cento), per le famiglie la cui fonte di reddito principale è il lavoro autonomo, seguite da quelle con fonte di reddito principale il lavoro dipendente, che hanno perso l’11,0 per cento. Viceversa, le famiglie il cui reddito è costituito principalmente da pensioni e trasferimenti pubblici registrano un incremento pari al 5,5%. Nello stesso arco di tempo, la perdita è stata maggiore, rispettivamente del 13,2 e 11%, nelle regioni del Centro e del Mezzogiorno, minore nel Nord-Est e soprattutto Nord Ovest, dove è stata rispettivamente del 7,3 e 4,4 per cento. Nel periodo più recente, tuttavia, tra il 2022 e 2023, a livello territoriale il trend di perdita, che pure è continuato, ha colpito di più il Nord-Est, dove i redditi reali sono scesi del 4,6 per cento in un anno, seguito dal Centro con una perdita del 2%, mentre nel Mezzogiorno la perdita è stata inferiore a un punto percentuale. Viceversa nel Nord-Ovest si è registrato un piccolissimo miglioramento. Accanto ai redditi da lavoro autonomo, a perdere di più nel 2023 sono stati i redditi derivanti da
trasferimenti pubblici, a causa della riduzione delle misure di sostegno legate ai costi energetici e della revisione dei criteri di accesso al reddito di cittadinanza, che hanno colpito rispettivamente i pensionati con redditi modesti e le famiglie più povere. Queste ultime, secondo una stima dell’Istat pubblicata qualche giorno fa e di cui si è già parlato su questo giornale, risulteranno ulteriormente perdenti nel 2024 a seguito della definitiva abolizione del RdC e la sua, parziale, sostituzione con Adi e Sfl.
Le disuguaglianze territoriali e tra i gruppi sociali nell’incidenza dell’inflazione si combinano con le disuguaglianze nei livelli di reddito disponibile. Sono le famiglie del Nord-Est a disporre di un reddito mediano più elevato: 34.772 euro annui. Le famiglie del Nord-Ovest, Centro e Mezzogiorno hanno redditi mediani rispettivamente del 5, 8 e 28 per cento più bassi. Queste differenze territoriali sono solo molto parzialmente e non dappertutto, compensate da un diverso costo della vita ed invece acuite, specie nel caso del Mezzogiorno, ma anche delle aree interne delle regioni più ricche, da una minore dotazione di beni pubblici: trasporti, servizi sanitari, servizi per l’infanzia, scuole a tempo pieno, biblioteche ed altro. Da notare che le regioni con redditi familiari mediani più bassi sono anche quelle con il livello di disuguaglianza, misurato dall’indice di concentrazione Gini: 0,339 nel 2023 rispetto allo 0,323 nazionale (in peggioramento rispetto allo 0,315 del 2022), a fronte dello 0,303 del Nord-Ovest e soprattutto lo 0,276 del Nord-Est (l’unica area territoriale che vede un miglioramento), con il Centro vicino alla media nazionale, 0,314. Anche le, consistenti, disuguaglianze di reddito tra italiani e stranieri sono maggiori nelle regioni meridionali. Si configura, così, una situazione simile a quella in molti paesi in via di sviluppo, dove ad una maggiore incidenza della povertà si accompagna anche un più forte divario tra ricchi e poveri.
Un fenomeno non nuovo, ma che non mostra elementi di miglioramento. Questi dati vanno letti anche alla luce di quelli sulle tendenze nel mercato del lavoro: non solo nei livelli di occupazione, che sono un po’ aumentati, ma nell’incidenza del lavoro povero e dei lavoratori poveri, due fenomeni distinti. Il primo riguarda chi ha percepito un reddito da lavoro annuo inferiore al 60% della mediana dei redditi individuali da lavoro. Riguardava nel 2023 il 21% del totale dei lavoratori, rispetto al 16,7 per cento del 2007 e senza variazioni rispetto all’anno precedenti. Si tratta in prevalenza donne di ogni età e giovani
di ambo i sessi e gli stranieri di ogni età e sesso. Nel caso delle donne e giovani autoctoni non sempre si traduce in una condizione di lavoratori poveri rispetto all’accesso al consumo, perché si può trattare di secondi redditi familiari. Ma non riuscire ad avere un lavoro che dia un reddito adeguato costituisce un vincolo fortissimo, per i giovani, all’uscita dalla famiglia di origine e alla formazione di una propria, per le donne e i loro figli se il rapporto di coppia per qualche ragione finisce. L’incidenza del rischio di povertà (relativa) o esclusione sociale, infatti, è molto elevato tra i giovani che vivono da soli. Lo è ancora di più tra le donne mono-genitore. Ma il rischio di povertà nonostante un’occupazione può riguardare anche chi ha un reddito da lavoro superiore al 60 per cento della mediana, se deve bastare per tutta la famiglia. Nel 2024 si è trovato in questa situazione oltre il 10 per cento degli occupati (8,9 e 22,6 per cento rispettivamente degli italiani e degli stranieri), in lieve aumento rispetto all’anno precedente. L’incidenza è maggiore per i lavoratori in famiglie numerose, toccando il 21,7 percento tra i lavoratori in coppia con tre o più figli, rispetto, rispettivamente al 6,6 e 8,1 per cento per i lavoratori in coppia senza figli e con un figlio. Pur avendo bisogni maggiori, le famiglie numerose sono più spesso mono-percettore di reddito, specie se i genitori sono a bassa istruzione e se vivono in contesti dove le politiche di conciliazione famiglia-lavoro e i servizi sono assenti o insufficienti.
Un quadro non incoraggiante, ma che offre elementi utili per valutare criticamente che cosa occorrerebbe fare per migliorare una situazione che sembra irrimediabilmente in stallo, quando non in peggioramento, sul piano delle diseguaglianze ed anche degli effetti di queste sulle scelte riproduttive.
(da La Stampa)
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Marzo 27th, 2025 Riccardo Fucile
UN GOVERNO FONDATO SULL’IMPUNITA’
Ci sono momenti in cui la forza dello svelamento è più forte di ogni dissimulazione. E ieri
è stata una di quelle giornate. Il ministro di Giustizia Carlo Nordio era chiamato in Parlamento ad affrontare la mozione di sfiducia
delle opposizioni (per altro dall’esito scontato) sul caso Almasri, mentre la posizione della ministra del Turismo Daniela Santanchè era all’attenzione del giudice dell’udienza preliminare di Milano che doveva e dovrà decidere sulla sua richiesta di rinvio a giudizio per truffa aggravata ai danni dell’Inps. Sappiamo come è finita.
Nordio è uscito dal Parlamento così come ci era entrato. Santanchè ha chiesto e ottenuto con il più consumato degli escamotage (la sostituzione di uno dei suoi avvocati con conseguente richiesta dei “termini a difesa”) un rinvio di due mesi dell’udienza preliminare in cui è imputata, avvicinando di un’altra generosa spanna il suo eventuale processo alla mannaia della prescrizione (il 2027) e dunque all’eutanasia del reato di cui è accusata.
Si dirà: in fondo, nulla di nuovo sotto il sole. Non fosse altro perché sappiamo, ormai, che nel canone della destra di governo il principio di responsabilità – politica innanzitutto, per non dire penale – è semplicemente ignoto.
Convinta infatti che la potestà popolare vinta nelle urne liberi dall’obbligo politico (ed eventualmente penale) di dare conto dei propri comportamenti o delle proprie omissioni, ogni passaggio che metta in discussione questo dogma è vissuto e rappresentato come un’ignobile e intollerabile strumentalizzazione delle opposizioni. O, quando ci si trovi in un tribunale, come un complotto ordito da una giustizia politicizzata. In quanto tale, un’ordalia non in cui difendersi ma da cui difendersi.
Si chiama principio di impunità. Ha una lunga storia nella tradizione politica del Paese e, fino all’insediamento del governo Meloni, si riteneva che avesse avuto un indiscusso e irripetibile campione in Silvio Berlusconi. Ma, appunto, e qui è la novità, è forse davvero arrivato il momento di aggiornare i libri di storia. Il modello di giustizia (penale) di Meloni, Nordio e dei vari Salvini, Santanchè, Delmastro, Donzelli, Costa, la cultura politica che quel modello esprime, fa infatti apparire oggi il ventennio di manomissioni berlusconiane del codice di procedura penale come un giardino di infanzia. Non ha infatti precedenti un ministro di giustizia che, come per il caso Almasri, in aperta violazione del diritto internazionale, non solo disattende un obbligo fissato dal trattato istitutivo della Corte penale internazionale (quello di consegnare il ricercato arrestato in forza di un mandato della CpI) ma, per giunta, in violazione di un principio costituzionale, si erge a giudice di seconda istanza di
decisioni assunte in via giurisdizionale da due diverse corti di merito (la CpI all’Aja e la Corte di appello di Roma). Di più, rivendica quella doppia violazione come legittima, farfugliando citazioni di isolati giuristi pescati nelle rassegne stampa del ministero. Fino all’enormità di accusare le opposizioni e la loro legittima richiesta di convincenti risposte nel merito di essersi trasformate in un “tribunale dell’Inquisizione”. Non è purtroppo dato sapere cosa avrebbe pensato di questa ennesima caricaturale rappresentazione del rapporto tra responsabilità politica e penale, tra politica e magistratura, il professor Franco Cordero, uno dei più grandi studiosi dell’Inquisizione e già implacabile intelligenza giuridica nello smascherare durante il ventennio berlusconiano quale sostanza nascondessero le pose dei sedicenti liberali all’assalto del processo penale. Ma sappiamo al contrario cosa pensino le Nazioni Unite dello spettacolo sin qui offerto dal nostro ministro di Giustizia e dal nostro governo sul caso Almasri (nei confronti dell’Italia è stata avviata un’istruttoria per violazione dello statuto della CpI).
Nel tentativo di Nordio e della maggioranza di trasformare la replica a una mozione di sfiducia delle opposizioni in un processo a quelle stesse opposizioni e alle loro asserite recondite intenzioni (indovinate un po’? La separazione delle carriere dei giudici) è del resto il segno dell’impostura cui il canone di questa destra si acconcia ogni qual volta tocchi il tema della giustizia. La destra racconta debba essere “giusta”. Nella declinazione che ne abbiamo visto dare ieri dalla ministra Santanchè, che di questa destra è uno dei campioni, sarebbe più giusto dire “prescritta”. Incapace dunque di raggiungere un verdetto di responsabilità, quale che sia. Una condizione terribile per chi, innocente, vorrebbe vedere riconosciuta la propria buona fede e restituito il proprio onore politico. Una condizione al contrario formidabile per chi, come Santanchè, non volendo rispondere politicamente dei propri comportamenti, si rifugia nella finzione di volerne attendere “serenamente” il giudizio in un’aula di tribunale sapendo o lavorando affinché quel giudizio non arrivi mai.
“Se voi farete del vostro peggio, noi faremo del nostro meglio”, ha ammonito ieri Nordio in Parlamento rivolgendosi alle opposizioni. Non si capisce se in “quel nostro meglio” ci sia una minaccia o non invece l’involontario umorismo di un ex magistrato che ormai non è più nemmeno la controfigura dell’uomo di diritto che pure un tempo è stato. Forse sia l’una che l’altro.
/da La Repubblica)
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Marzo 27th, 2025 Riccardo Fucile
IL DILETTANTISMO DELLA CASA BIANCA DI TRUMP
Gli alleati degli Stati Uniti hanno dovuto rapidamente adattarsi alle politiche dirompenti e spesso antagoniste della seconda amministrazione Trump. Ma la sorprendente rivelazione che alti funzionari statunitensi hanno discusso di delicate operazioni militari americane nello Yemen su un gruppo Signal che includeva per errore un giornalista rivela qualcos’altro: il puro dilettantismo della Casa Bianca di Trump
La violazione susciterà inquietudine in tutto l’apparato militare e di sicurezza
degli Stati Uniti sui rischi di un simile comportamento per il personale. Gli alleati potrebbero chiedersi quali informazioni sono disposti a condividere con Washington in futuro.
Governare tramite WhatsApp è diventato comune, come hanno scoperto le inchieste sulla gestione della pandemia Covid nel Regno Unito e altrove. Ma gli scambi riservati tra funzionari del governo e della sicurezza avvengono normalmente nella situation room della Casa Bianca o attraverso linee altamente protette, non su Signal.
Sebbene Signal sia considerato più sicuro di WhatsApp, vi erano chiare vulnerabilità potenziali, in particolare se la conversazione avveniva sui telefoni dei funzionari; in passato, hacker e servizi di sicurezza ostili hanno preso di mira tali dispositivi.
La sicurezza delle comunicazioni è fondamentale per proteggere sia i segreti governativi che il personale militare e di sicurezza.
Le discussioni forniscono anche la prova, se mai ce ne fosse bisogno, che il disprezzo per l’Europa espresso dal vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance il mese scorso non era un’esagerazione volta a pungolare i leader europei ad agire. È condiviso da altri funzionari, che discutono in chat di come far pagare gli scioperi agli europei.
L’affermazione di Vance secondo cui la minaccia degli Houthi sarebbe stata principalmente una questione europea, dato che solo una parte del commercio statunitense passava attraverso il Canale di Suez, non tiene conto degli effetti delle interruzioni dei mercati energetici e delle catene di approvvigionamento statunitensi. Ma il tempo in cui gli Stati Uniti consideravano il loro ruolo di poliziotto globale come un modo per proteggere anche i propri interessi, anche indirettamente, è chiaramente finito.
La Casa Bianca ha respinto le critiche alla violazione come uno “sforzo coordinato per distrarre dalle azioni di successo” del presidente. Ma il democratico Mark Warner, vicepresidente della commissione del Senato, ha suggerito che “un comportamento sciatto, negligente e incompetente” dovrebbe portare al licenziamento.
(Financial Times)
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Marzo 27th, 2025 Riccardo Fucile
UNA CONCRETA VARIANTE DEL CELEBRE PERNACCHIO DI EDUARDO
Magari ci sarà un poco di enfasi giornalistica, nella notizia: ma pare che per tre giorni, a
fine giugno, Jeff Bezos abbia prenotato la città di Venezia quasi per intero. Tutti i taxi e cinque tra gli alberghi più confortevoli saranno a disposizione degli invitati al suo matrimonio, che durerà, appunto tre giorni consecutivi. Si ignora se siano comprese nel pacchetto anche le gondole e piazza San Marco. Qualunque sia il contratto, non muore la speranza che un piccione gli caghi in testa (non è una metafora, è la concreta variante veneziana del celebre pernacchio di Eduardo ai danni del duca Alfonso Maria di Santangelo de’ Fornari).
Come i tempi moderni assomiglino sempre di più all’Ancien Règime, è cosa che non smette di meravigliarci. Pochi e riveriti padroni del mondo, masse sterminate di devoti che li venerano, di anestetizzati che non sentono e non vedono, di oppositori a capo chino e con le mani nei capelli: sono seduti su un paracarro, ai margini della strada, mentre passa il cocchio tutto d’oro del Sovrano, d’oro anche i cavalli, lastricata d’oro anche la strada, d’oro le nuvole, e un corteo smisurato di dignitari al seguito.
Oligarchie e riccanze, monopoli planetari, la privatizzazione del cosmo, nuove Versailles diffuse — non serve più costruirle, basta ordinare Venezia a la carte — macerie di guerra che diventano la materia prima di resort lussuosissimi (dunque cafonissimi), dove prima c’era un cratere con i suoi morti, ecco un tycoon con il suo drink in mano. Non resta che sperare nel piccione.
(da La Repubblica)
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Marzo 27th, 2025 Riccardo Fucile
RISCHIO PRESCRIZIONE, IL PASSO INDIETRO DELL’INPS E DIMISSIONI RIMANDATE
Il tentativo naufragato di spostamento del procedimento da Milano a Roma. Il team legale di Daniela Santanchè che cambia a pochi giorni dall’udienza preliminare. E il trasferimento del giudice titolare del procedimento, già previsto, che allunga ulteriormente i tempi.
Davvero non si può dire che la ministra del Turismo non le provi tutte. In questa strategia del caos, il primo risultato è arrivato: l’udienza preliminare del procedimento sulla presunta truffa all’Inps di Visibilia, che secondo l’accusa avrebbe indebitamente usato la cassa Covid, è slittata al 20 maggio. E non solo. Esce di scena uno degli attori protagonisti: l’istituto di previdenza.
Uno dopo l’altro, infatti, si aggiungono capitoli narrativi di quella che si candida a diventare la sceneggiatura di perfetta serie tv sulla ministra del turismo e la capacità di trovare i modi per allungare i tempi. La nuova parte della storia è appunto la rinuncia dell’Inps, guidato da Gabriele Fava, a costituirsi parte civile. Ha ottenuto tutte le somme richieste.
Visibili ha provveduto a risarcire la parte del danno patrimoniale, quantificato in 126mila euro, fatto all’Inps. L’accordo, confermato dall’istituto, copre anche i danni di «disservizio» oltre che d’immagine per un totale che arriva tra 150mila e 200mila euro, stando alle cifre fatte trapelare.
In questo caso a pagare sono stati gli imputati, il compagno di Santanchè, Dimitri Kunz, e il manager Paolo Concordia. La comunicazione al giudice è stata fatta e, secondo quanto risulta a Domani, «si attendono solo i bonifici».
È così decaduto il presupposto principale dell’Inps per costituirsi parte civile. Resta una valutazione ulteriore sul punto: «Il risarcimento da parte della ministra Santanchè all’Inps è una ammissione di colpa. Lo sapevamo che non era innocente. Ora si dimetta », dice a Domani Pasquale Tridico, eurodeputato del Movimento 5 stelle ed ex presidente dell’Inps.
Mossa salva poltron
La soluzione garantisce in ogni caso l’uscita di scena dal processo dell’istituto di previdenza, rimuovendo uno dei macigni sulla strada legale nel procedimento che potrebbe costare l’inizio di un processo ma soprattutto la perdita della poltrona per Santanchè. Il capogruppo alla Camera di Fratelli d’Italia, Galeazzo Bignami, era stato chiaro come non mai sulla vicenda: «Con il rinvio a giudizio, lascerà». Ha indicato la porta nell’auspicio di una rapida soluzione.
Solo che la ministra non è intenzionata a cedere, anzi sta trovando mille strade per allungare i tempi, sebbene il nuovo legale abbia smentito: «È una semplice richiesta di rinvio come si fa in mille processi, magari questo ha una rilevanza mediatica particolare e viene vista così».
Il rinvio dell’udienza preliminare è stato osteggiato dalla pm di Milano, Marina Gravina. La procura ha evidenziato che le prime ipotesi di reato sono avvenute nel 2020 e la prescrizione scatterebbe dopo 7 anni e mezzo. Quindi a metà del 2027, tra due anni circa.
La tela di Santanchè continua a essere tessuta con rara sapienza, intrecciando stratagemmi legali e a quelli politici. Con la certezza di aver guadagnato altro tempo nonostante la vicenda stia assumendo tratti farseschi.
In ogni caso, infatti, resterà nella squadra di governo fino a maggio, a dispetto della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che da tempo avrebbe gradito un passo indietro mai arrivato. Anche grazie alla tutela del presidente del Senato, Ignazio La Russa, che non ha mai mollato l’amica Santanchè.
(da agenzie)
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