Marzo 29th, 2025 Riccardo Fucile
L’AUMENTO DEI DAZI SUL LEGNAME DAL CANADA, SALITI DEL 27% HA COLPITO LE IMPORTAZIONI DEL MATERIALE DA CUI SI RICAVANO LA CARTA PER LA TOILETTE, GLI SCOTTEX E I TOVAGLIOLI E LE SALVIETTE… “BLOOMBERG” LANCIA L’ALLARME: COME AI TEMPI DEL COVID, POTREBBERO TORNARE GLI SCAFFALI VUOTI
Dopo la carenza di uova, gli Stati Uniti rischiano di rimanere anche senza carta
igienica. E se la difficoltà a reperire un alimento chiave per il breakfast degli americani deriva in buona parte dall’influenza aviaria, che ha reso necessario eliminare milioni di polli d’allevamento, facendo salire il prezzo delle uova e facendole scomparire da molti supermercati, il deficit di carta igienica è una conseguenza della guerra commerciale lanciata da Donald Trump contro il Canada.
L’aumento dei dazi sul legname importato dal vicino di casa settentrionale, saliti del 27 per cento con la possibilità di ulteriori aumenti che li porterebbero al 50 per cento in più rispetto a prima dell’arrivo di Trump alla Casa Bianca, ha infatti colpito le importazioni negli Usa del legno tenero da cui si ricavano la carta igienica per la toilette, gli scottex e i tovaglioli di carta per la cucina, le salviette da naso
La materia prima per questo genere di articoli arriva in America principalmente dal Canada, da dove l’anno scorso gli Usa ne hanno importate 2 milioni di tonnellate.
Se le aziende del settore non saranno più in grado di produrre la quantità di carta igienica necessaria al mercato statunitense, osserva l’agenzia di informazione
economica Bloomberg, gli americani potrebbero rivedere le scene dei banconi di supermarket e negozi vuoti che hanno accompagnato il periodo della pandemia per il Covid, quando durante i lockdown molti consumatori facevano incetta di acquisti per timore di non potere uscire più di casa o di non trovare più quello di cui avevano bisogno.
Con la differenza che allora il deficit di carta da toilette era un fenomeno temporaneo diffuso in tutto l’Occidente e causato da una psicosi di massa, mentre stavolta è limitato agli Usa ed è provocato dal conflitto commerciale scatenato da Trump.
“Gli americani non comprano il nostro legname perché abbiamo gli occhi belli”, commenta Frederic Verreault, presidente di un’azienda di legname canadese, “bensì perché è il migliore e il più facilmente integrabile nelle loro cartiere”. Il risultato potrebbe essere che l’America rimane senza carta igienica. Se succederà, ogni volta che siedono sulla toilette gli americani dovrebbero dare la colpa a Trump.
(da agenzie)
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Marzo 29th, 2025 Riccardo Fucile
SERVE UNA “DEROGA” DALLA COMMISSIONE UE: NON FACILE VISTO CHE URSULA VON DER LEYEN VIENE ATTACCATA PRATICAMENTE OGNI GIORNO DAL MINISTRO DELLE INFRASTRUTTURE SALVINI
L’iter per l’approvazione del Ponte sullo Stretto va a rilento, per non dire che al momento è al palo. Al di là degli annunci roboanti che il ministero delle Infrastrutture fa ogni mese, il progetto definitivo non ha ancora l’autorizzazione ambientale: e non può andare al Cipess, il Comitato interministeriale per le opere pubbliche, per l’approvazione che consentirebbe l’avvio vero dei cantieri. Il motivo di questa impasse? È saltato fuori un intoppo di non poco conto.
Su alcune aree ambientali le compensazioni previste nel progetto non sono sufficienti e occorre una “deroga” dalla Commissione europea.
Si dovrà aspettare una risposta formale. E adesso c’è anche un risvolto politico: il pallino è in mano alla Commissione Ue guidata da Ursula von der Leyen, attaccata praticamente ogni giorno dallo stesso ministro leader della Lega Matteo Salvini.
Di certo non è un caso che dopo l’ennesimo vertice di giovedì scorso tra il ministro Salvini, il collega dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin e l’ad della Stretto di Messina, Pietro Ciucci, non si è arrivati all’annuncio sull’invio del progetto al Cipess.
Il motivo lo spiega, interpellata, la stessa società Stretto di Messina (Sdm). Manca la parte sulla Valutazione di incidenza ambientale (Vinca): «Per quanto riguarda la Vinca, come evidenziato nello studio di impatto ambientale presentato, risulta un’incidenza negativa su tre siti di interesse comunitario — dicono dalla società — pertanto la commissione Via, al momento del rilascio del parere favorevole, ha richiesto alla Sdm spa di predisporre un piano di maggiore dettaglio delle misure compensative nonché di effettuare le previste comunicazioni alla Ue».
Il risultato è che i tempi si allungano e così il concreto avvio dei cantieri rischia di slittare al 2026. Salvini, in un primo annuncio, aveva detto che li avrebbe aperti nel 2023. E lo stesso ad Ciucci, assicurando l’avvio dei lavori nella seconda parte del 2025, è costretto così a fare riferimento solo alle opere complementari: «I primi lavori riguarderanno la viabilità alternativa e le opere propedeutiche richieste dalle amministrazioni comunali », dice Ciucci, mentre intanto continua anche lo scontro sul tema della sicurezza sismica del progetto del Ponte.
Per Ciucci «diversi ponti sospesi sono già stati costruiti in zone con una capacità di generare terremoti molto più forte rispetto a quella dello Stretto, come ad esempio Turchia, Giappone e California». Ieri dall’Ingv hanno ribadito a Rainews: «Le estremità dello Stretto si stanno allontanando e le faglie sono attive ».
(da agenzie)
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Marzo 29th, 2025 Riccardo Fucile
DOPO IL CONGRESSO CHE LO INCORONERA’ DI NUOVO A CAPO DEL CARROCCIO, IL TIMORE DELLA BASE E’ CHE SALVINI ESASPERI LA LINEA TRUMPUTINIANA (CHE NON PORTA UN VOTO IN PIU’ NEI SONDAGGI) … “IL FOGLIO”: “DOPO LA GERMANIA, SALVINI CHIEDERÀ AI SUOI DI PARLARE MALE DELL’OLANDA, DEL LORO FISCO. NON È PER IL RIARMO, MA BOMBARDERA’ TAJANI CITY”
Per integrare il generale, si perde la brigata. Perché Salvini non smentisce la nomina di
Vannacci, a vicesegretario della Lega? Perché non usa la formula “i soliti retroscena”? Non la usa perché il suo piano è arruolarlo, farlo caporale. Non la usa perché Salvini stesso confessa: “Voglio che si senta a casa, serve parlamentarizzarlo nella Lega”.
Non è un modo di dire. Salvini rischia davvero di arruolare un generale ma mettere in fuga la brigata, i leghisti di Veneto, Lombardia, i soldati semplici che non hanno mai amato Vannacci e che da settimane si domandano: “Ma lo fa sul serio?”. Sono angosciati dall’innesto, e spaventati dal Salvini dopo Salvini, quello che verrà dopo Il sei aprile, quello già si dice “sarà dell’ultimo giro”, il Salvini in versione panamense, l’ananas di Trump.
Quando il Foglio ha raccontato che Salvini si era deciso a nominarlo vicesegretario, cambiando lo statuto, prevedendo quattro vice anziché tre, tutti hanno risposto che “era impossibile, Vannacci non ha la tessera”, come se una tessera sia da ostacolo a Salvini che si fa ancora chiamare “capitano” e all’altro che parla in pubblico come alla scuola cadetti.
Il congresso della Lega, del 5 e del 6 aprile, che, scritto senza spirito, dei congressi non ha nulla ma delle parate tutto, si celebra con un solo candidato e per mozioni, che non sono altro che dichiarazioni di intenti. Non ci sarà il voto, segreto, il segretario eletto potrà dire: “Faccio questa mozione mia”, che è come sostenere, “va bene, questa mi piace, ne tengo conto”. Una mozione l’ha presentata il vicesegretario Alberto Stefani, un’altra l’ha preparata il capogruppo Molinari, che parla di stati federali europei, un’altra ancora Toccalini e ne stanno arrivando di Gava, Siri, dei ministri, insomma, una corsa a segnalare: “Capo, capo! Anche io ho un’idea”.
L’unico modo per capire il peso delle mozioni è studiare le firme, quanti delegati sottoscriveranno quella di Stefani o l’altra, quella di Molinari. La novità è che se ne prepara ancora una, minore, una sorta di emendamento, per consentire al segretario federale di nominarsi il quarto vice, che non deve essere iscritto al partito, un vicesegretario ad personam. E’ il lodo Vannacci e serve, lo spiega Salvini, “perché nessuno scriva più che Vannacci si farà un partito”, “è un modo per parlamentarizzarlo”. Se è così certo che il partito si adeguerà alla sua decisione, su Vannacci, perché non prevedere che “il lodo” possa essere votato a scrutinio segreto? Nella Lega solo Borghi apprezza Vannacci.
Qual è stato finora l’effetto della campagna pro Trump e pro Vance di Salvini? I sondaggi che hanno in mano i leghisti dicono che non funziona. Meloni, furbissima (che gli sta per mandare ai Trasporti, come viceministro, Salvatore Deidda) non sopporta che qualcuno possa dare a un europeo, e quindi a un italiano del “parassita”.
Quale sarà la linea dei leghisti: “Facciamoci dare dei parassiti così gli americani ci fanno lo sconto?”. Un ministro come Calderoli che nella Lega vale quanto Bossi, per fatica, vita spesa, è rimasto sorpreso dalla decisione di Salvini di intestarsi il logo della Lega. Claudio Durigon che ha sempre detto “seguirò Matteo, fino alla fine” è sempre stato tiepido su Vannacci, rispettoso, certamente, ma mai caldo. Durigon è in battaglia al sud perché quel Bellomo, quel deputato strappato da Forza Italia alla Lega, valeva come Elena per Menelao, era il portatore di voti del senatore Marti, la Lega Frisella, e tutti, al nord, dopo il ratto, hanno capito: “L’idea che al sud i leghisti hanno i voti, sono uniti, da oggi vale meno”
Vannacci e il suo mezzo milione di preferenze, ma in un altro tempo storico (se lasciasse la Lega e facesse il suo partito, chi lo dice che valga ancora mezzo milione?) dicono che faccia iscrivere i suoi fan, quelli dei comitati alla Lega: “Tesseratevi”. Non si può neppure dire che voglia prendersi il partito, per lui fare il vice di Salvini è un demansionamento, un generale sotto un capitano, non una promozione. Sarà solo un dolore della Lega, un altro. Dopo la Germania, Salvini chiederà ai suoi di parlare male dell’Olanda, del loro fisco. Non è per il riarmo, ma chiama alla sua destra un generale, bombarda Tajani city. La sua pace resta la fondina.
(da agenzie)
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Marzo 29th, 2025 Riccardo Fucile
“L’ITALIA E’ IN EUROPA, I DAZI COLPISCONO LA NOSTRA ECONOMIA E NON POTREMMO SFUGGIRE. TRUMP NON LO CONVINCI A CAMBIARE ROTTA. JD VANCE CI DETESTA”
Nathalie Tocci, direttrice dell’Istituto affari internazionali, lei ha capito qual è la strategia di Giorgia Meloni nel rapporto con Trump?
«No. Lei sembra sincera nella convinzione di potergli fare cambiare idea. Ma io penso che in cuor suo sa benissimo che lui alla fine andrà per la sua strada. E allora deve essere molto brava a fingere».
Al Financial Times ha detto che è infantile dover scegliere tra Usa ed Europa.
«E qui mi pare che si stia arrampicando sugli specchi. Perché prima o poi una scelta va fatta. E non potrà che essere pro Europa».
I dazi rischiano di travolgere la nostra economia?
«Perciò l’Europa sarà una scelta obbligata. Lei è ancora convinta di poterla spuntare sul parmigiano o sui nostri vini, ma le scelte di politica commerciale sono di pertinenza europea, e non potremmo sfuggire ad eventuali dazi alla Ue».
«La sua è una posizione molto scomoda. Quello di Trump è il suo campo. Perciò non può smarcarsi. Come hanno fatto altri leader, i quali, da Macron a Zelensky, da Starmer al canadese Carney, ne hanno avuto subito un beneficio in termini di sondaggi. Il loro coraggio ha pagato».
Lei è convinta di poter dialogare con gli Usa.
«Ma Trump non lo convinci!»
Nella freddezza con cui guarda ai volenterosi pesa il fatto che non le viene riconosciuto il ruolo di pontiera?
«Ma anche lì a ben vedere aveva le mani legate. Perché la sua agenda è nazionale. E una pontiera deve tenere conto anche dell’Ucraina, della Groenlandia, insomma mettere in campo una visione europea che a lei alla fine manca».
Insomma, non potrà andare contro la nazione.
«L’Italia è in Europa. I dazi colpiscono la nostra economia. Sarà la geografia a imporle questa scelta».
Fino a quando potrà restare in questo limbo?
«Fino a quando non avrà la pistola puntata sulla testa».
Ieri ha fatto pure l’elogio di Vance.
«Ma Vance ci detesta. La classe dirigente trumpiana dice in privato le cose che poi spara in pubblico. […]».
Pensano davvero che siamo dei parassiti?
«Sì, certo, e mi chiedo come Giorgia Meloni non possa non avvedersene».
L’Europa ha delle carte da giocare contro Trump-Putin?
«Certo che sì. Siamo trenta tra i Paesi più ricchi al mondo. L’errore più grande che possiamo fare è quello di avere una mentalità da colonizzati».
(da La Repubblica)
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Marzo 29th, 2025 Riccardo Fucile
AI MINIMI ANCHE LA VALUTAZIONE POSITIVA SUL GOVERNO (40%) E IL GRADIMENTO DI GIORGIA MELONI, (AL 41%, DATO PIU’ BASSO DAL 2022) … LA LEGA AL 9% SUPERAFORZA ITALIA ALL’ 8,4% … M5S AL 13,8% , MENTRE IL PD PAGA LA SCELTA PACIFISTA E SCENDE AL 21,5%.
Il mese di marzo è stato caratterizzato dagli avvenimenti internazionali. La trattativa
Usa-Russia per la pace in Ucraina, con l’esclusione della presenza diretta, almeno per ora, del presidente Volodymyr Zelensky e l’assenza al tavolo dell’Europa; il tentativo dei «volenterosi» capeggiati da Regno Unito e Francia che, al momento in cui scriviamo, non sembra ancora aver trovato un accordo definitivo sui percorsi di peacekeeping ; l’avvio dei dazi, confermato dal presidente Trump per il 2 aprile, che potrebbero avere conseguenze rilevanti sull’economia mondiale e anche sul nostro Paese.
Sulla politica internazionale si sono evidenziate nette differenze nelle coalizioni. In quella governativa le posizioni distanti tra Matteo Salvini e Antonio Tajani, che sembrano sempre più difficili da ricomporre, e le difficoltà di posizionamento di Giorgia Meloni, divisa tra la necessità di mantenere un legame con Trump, che appare sempre più complesso, e di non esasperare le differenze con gli altri paesi europei.
Nel campo delle opposizioni le posizioni paiono altrettanto se non ancora più distanti, tra l’altro con una dialettica sempre più evidente all’interno del Partito democratico. Le manifestazioni di due settimane fa in sostegno dell’Europa, per quanto partecipate
non sembrano aver contribuito a una ricomposizione. Per quel che riguarda la politica interna, solo per sommi capi, vanno ricordate la mozione di sfiducia verso il ministro della Giustizia Carlo Nordio, respinta dalla Camera, la vicenda della ministra del Turismo Daniela Santanchè di cui si allungano i tempi, la polemica sul Manifesto di Ventotene che ha visto toni accesi da entrambe le parti.
Dal punto di vista delle intenzioni di voto continua il calo di Fratelli d’Italia che oggi troviamo al 26,6% (con un calo di qualche decimale rispetto allo scorso mese), il punto più basso sino ad ora registrato nei nostri sondaggi. In crescita invece la Lega, stimata al 9% (+ 0,9%) che torna a sorpassare Forza Italia, accreditata dell’8,4%, in lievissimo calo. Sembra che i distinguo insistiti di Salvini e il suo netto posizionamento filotrumpiano producano qualche risultato.
Nell’opposizione si registra una flessione significativa del Partito democratico, stimato al 21,5%, con una perdita di poco più di un punto nell’ultimo mese. Le difficoltà di posizionamento e le divisioni interne probabilmente pesano, è ipotizzabile che il calo sia dovuto alle perplessità della componente «atlantista» e di quella «pacifista».
Tanto più che cresce, sia pur in misura contenuta (+0,6%), il Movimento 5 Stelle oggi stimato al 13,8%. La netta scelta di campo contro il piano Rearm Europe negli ultimi due mesi ha dato frutti non di poco conto.
La compagine di governo vede le valutazioni dell’esecutivo in lievissimo calo: l’indice di gradimento (la percentuale di valutazioni positive su chi si esprime, esclusi i non sa) è oggi al 40, di un solo punto sotto febbraio, ma il livello più basso registrato dall’insediamento.
Nessun cambiamento invece per la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che però, stimata al 41, conferma il calo dello scorso mese e si colloca anch’essa al livello minimo registrato dal 2022.
È indubbio che continuino a pesare in questa tendenza le divisioni della maggioranza che erodono la percezione della premier come capace di garantire la coesione della coalizione e le difficoltà di posizionamento nel panorama internazionale cui accennavamo in apertura.
Per quel che riguarda i leader, continua infatti il calo di Antonio Tajani che ha un indice di apprezzamento del 29, il livello minimo registrato da quando è diventato segretario di Forza Italia. Dato che lo colloca vicino a Giuseppe Conte, con un indice del 27, che conferma la ripresa progressiva dal punto minimo registrato nei giorni della assemblea costituente del M5S. A seguire Elly Schlein, stimata al 25, uno dei livelli più bassi registrati dalla vittoria delle primarie quando raggiunse il 34. In piccola crescita Matteo Salvini, oggi al 24.
Nando Pagnoncelli
per il “Corriere della Sera”
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Marzo 29th, 2025 Riccardo Fucile
LA DELEGAZIONE AMERICANA E’ STATA SNOBBATA DA TUTTI: LA PARTECIPAZIONE AD UNA POPOLARE GARA DI SLITTE TRAINATE DA CANI È STATO ANNULLATA, NESSUN ABITANTE HA VOLUTO FARSI FOTOGRAFARE CON LORO E PURE L’AGENZIA DI VIAGGI CHE INIZIALMENTE AVEVA ACCETTATO DI PRENDERSI CURA DELLA SIGNORA VANCE HA FATTO DIETROFRONT
La Groenlandia gela i Vance nel giorno della loro controversa visita alla remota base spaziale Usa di Pituffik, annunciando dopo il voto il nuovo governo di coalizione in chiave anti-Trump. Sarà guidato dal moderato Jens-Frederik Nielsen, leader di Demokraatit, emerso come il partito più grande triplicando la sua rappresentanza a 10 seggi nelle elezioni dell’11 marzo.
Nielsen aveva esortato gli altri partiti a mettere da parte i disaccordi e a formare rapidamente un ampio governo di coalizione per mostrare unità di fronte alla minacciosa campagna del presidente americano per annettere il territorio semiautonomo danese. Il suo appello è stato raccolto da quattro su cinque partiti, che controlleranno il 75% dei seggi, ossia 23 sui 31 dell’Inatsisartut, il Parlamento unicamerale localeen
L’unico a restare fuori sarà il partito Naleraq, i sovranisti più vicini agli Stati Uniti, sostenitori di un referendum indipendentista immediato. Il nuovo governo ha incassato subito le congratulazioni della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, che non ha rinunciato a una velata stoccata verso Washington: “Vi meritate partner che vi rispettino e vi trattino da pari a pari. E l’Unione europea è orgogliosa di essere un partner di questo tipo”, ha scritto su X.
Una visita in salita, quindi, per il vicepresidente JD Vance e la moglie Usha, accompagnati dal consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz – nell’occhio del ciclone per il chat-gate – e da sua moglie Julia Nesheiwat, dal segretario all’Energia Chris Wright e dal senatore dello Utah Mike Lee. Il viaggio è stato peraltro ridimensionato, tagliando la partecipazione ad una popolare gara di slitte trainate da cani, senza alcun invito da parte delle autorità della Groenlandia.
Vance ha però sull’uso della forza minacciato dal commander in chief per prendersi l’isola: “Non pensiamo che la forza militare sarà mai necessaria. Quello che pensiamo accadrà è che i groenlandesi sceglieranno, attraverso l’autodeterminazione, di diventare indipendenti dalla Danimarca, e poi avremo delle conversazioni con loro…e saremo in grado di concludere un accordo nello stile di Donald Trump per garantire la sicurezza di questo territorio e degli Usa”.
Ma nel frattempo, ha spiegato, gli Usa investiranno più risorse, “in ulteriori navi e rompighiaccio militari”. Poco prima Trump era stato più ambiguo: “Abbiamo bisogno della Groenlandia per la sicurezza internazionale: penso che capiranno, altrimenti glielo spiegheremo”, aveva detto con tono intimidatorio, dopo aver ventila
recentemente anche l’uso della forza militare.
Un disegno annessionistico che in fondo ricalca quello di Putin in Ucraina, con l’aggravante che qui si tratta di un Paese Nato alleato. Tant’è che Putin, pur non rinunciando a rafforzare la leadership russa nell’Artico, gli ha dato quasi un via libera, riconoscendo che i piani Usa per la Groenlandia “sono seri” e hanno “profonde radici storiche”. Un po’ come i suoi in Ucraina.
(da agenzie)
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Marzo 29th, 2025 Riccardo Fucile
L’ATTACCO A SALVINI E GIORGETTI: “NON CAPISCO COME ALCUNI POLITICI DELLA LEGA NON VEDANO L’ENORME POTENZIALE DEL RIARMO UE PER L’INDUSTRIA DELLA DIFESA ITALIANA: L’ITALIA DIVENTA UNO DEI PRINCIPALI BENEFICIARI”… CHI CERCA DI SEPARARE GLI INTERESSI EUROPEI DA QUELLI NAZIONALI FA SOLTANTO IL GIOCO DEI NOSTRI NEMICI CHE VOGLIONO METTERCI L’UNO CONTRO L’ALTRO E INDEBOLIRCI”
Il piano da 800 miliardi per aumentare le spese militari «è un primo passo» che
«porterà enormi benefici all’industria della Difesa italiana». Per questo Manfred Weber critica l’atteggiamento scettico della Lega che «fa il gioco di chi vuole dividerci per indebolirci».
Il presidente del Ppe chiede però di alzare il livello di ambizione, anche rivedendo il principio dell’unanimità in politica estera, e non chiude la porta al debito comune per finanziare progetti di Difesa congiunti. «Il principio-guida nell’Unione europea è e resta quello di mantenere la pace – premette il leader del Ppe -. Ma la buona politica si fa guardando ai fatti e oggi la realtà è che la Russia è in modalità economia di guerra.
E le minacce sono costanti, non solo in Ucraina: la Romania è stata costretta a rifare le elezioni presidenziali per via delle interferenze russe, le nostre infrastrutture digitali sono quotidianamente sotto attacco. Nessuno sa cosa potrà succedere nella prossima fase in Russia, dunque dobbiamo prepararci per tutti gli scenari. È nostro dovere dire la verità ai cittadini».
L’opinione pubblica, però, è divisa: se a Est i cittadini capiscono le ragioni del riarmo, il concetto è difficilmente dirigibile nei Paesi del Sud. Non trova?
«È comprensibile che i cittadini in Portogallo abbiano una prospettiva diversa da quelli in Lituania, ma in un momento come questo la politica deve mostrare la sua leadership e fornire risposte olistiche. Gli americani ci hanno fatto sapere di non essere più disposti a sopportare i costi della nostra sicurezza e per certi versi hanno ragione. Dobbiamo essere più responsabili e tutti devono contribuire. Se restiamo uniti, nessuno ci sfiderà».
A proposito di unità, la coalizione che sostiene il governo italiano è molto divisa: crede che Meloni si farà trascinare sulla linea della Lega?
«Ci sono due livelli diversi. Uno è quello europeo e lì vedo che il governo italiano sostiene la linea generale, sia per quanto riguarda l’Ucraina, sia per quanto riguarda la necessità di rafforzare la nostra Difesa. Poi ci sono le discussioni interne che riguardano il contributo che l’Italia può dare. […] Sono lieto che il mio amico Tajani segua l’eredità di De Gasperi, che con Adenauer sostenne l’idea di una Difesa europea».
Meloni però dice che gli 800 miliardi del piano Von der Leyen sono virtuali: sbaglia?
«Quel piano è un primo passo , siamo in un momento in cui dovremmo cambiare l’architettura europea e fare davvero le cose insieme. E ridiscutere il nostro processo decisionale per giocare un ruolo più efficace a livello geopolitico, anche rivedendo il principio dell’unanimità per le decisioni in politica estera. Se Trump ci invitasse ai negoziati in Arabia Saudita, chi ci andrebbe? Von der Leyen? Costa? Macron? E il nostro rappresentante sarebbe vincolato dall’unanimità in Consiglio? Questo dimostra che, allo stato attuale, non possiamo ancora giocare un ruolo a livello globale».
Tornando al piano da 800 miliardi, molti in Italia – compreso il ministro delle Finanze, Giancarlo Giorgetti – sostengono che si tratta di un’iniziativa che va sostanzialmente a beneficio della sola Germania: è d’accordo?
«È un falso argomento. non capisco come alcuni politici della Lega non vedano l’enorme potenziale per l’industria della Difesa italiana: se l’Europa e la Germania spendono di più in questo settore, l’Italia diventa uno dei principali beneficiari. Questo dibattito che cerca continuamente di separare gli interessi europei da quelli nazionali fa soltanto il gioco dei nostri nemici che vogliono metterci l’uno contro l’altro e indebolirci. Se i leghisti non capiscono che queste divisioni non fanno altro che danneggiarci, vuol dire che non hanno capito la portata storica di questa missione».
Ma il Ppe è pronto a sostenere l’emissione di debito comune?
«Tutti gli strumenti finanziari vanno presi in considerazione. Tuttavia, siamo ancora in fase di discussione».
Sul sostegno all’Ucraina e sui dazi, il governo italiano spinge per non rompere con Trump: questa linea non rischia di indebolire l’unità europea?
«I contatti tra Meloni, Tajani e l’amministrazione americana sono un asset per l’Europa. È bene avere costruttori di ponti […] Sui dazi, per esempio, siamo tutti sulla stessa barca e la nostra unità sarà la nostra forza».
Tra una settimana lei sarà a Roma per un evento di Forza Italia in vista del congresso del Ppe di fine aprile che dovrebbe confermarla per un secondo mandato: l’Italia è al centro dei vostri eventuali progetti di espansione?
«Mentre i populisti strillano, noi siamo la voce seria delle politiche di centrodestra».
(da agenzie)
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Marzo 29th, 2025 Riccardo Fucile
L’EX MEMBRO DEL BOARD BCE, BINI SMAGHI: “QUESTA È L’EUROPA CHE CREA FRUSTRAZIONI, PERCHÉ NON DECIDE. PERCHÉ GLI STATI MEMBRI NON TRASFERISCONO LE LORO COMPETENZE ALL’UE, ACCETTANDO DI DECIDERE A MAGGIORANZA E NON PIÙ ALL’UNANIMITÀ?”… PREVALE LA PAURA DI PERDERE SOVRANITÀ MA QUESTA È L’EUROPA CHE NON FUNZIONA. GLI STATI MEMBRI PENSANO ANCORA DI ESSERE SOVRANI NELLA NUOVA CONCORRENZA GLOBALE CON STATI UNITI E CINA”
Di fronte all’attivismo di Trump, che ogni giorno annuncia nuove misure, magari ritirandole o sospendendole subito dopo, non può non sorprendere l’apatia europea. L’Europa, Non riesce a decidere. Ci si può chiedere allora, legittimamente, se l’Europa non decide, a cosa serve? In realtà, ci sono due Europe ben diverse tra di loro. Una che decide e una che invece stenta a decidere, e tende a rinviare.
Non bisogna confondere le due, altrimenti si commette un grave errore […] Cominciamo dall’Europa che decide. Si tratta dell’Unione europea e delle sue istituzioni che ogni giorno prendono misure rilevanti per la vita dei cittadini europei. La Banca centrale europea, ad esempio, decide sul tasso d’interesse che guida la politica monetaria unica dell’area euro per contrastare l’inflazione.
La Bce adotta inoltre misure che riguardano il rifinanziamento al sistema bancario europeo, la struttura del sistema dei pagamenti o la dimensione del proprio bilancio. Decreta in tema di vigilanza sul sistema bancario europeo e concede autorizzazioni per operazioni di fusioni e acquisizioni.
La Commissione europea decide sulle questioni di concorrenza e di protezione del consumatore, avviando anche procedure di infrazione. Promuove azioni commerciali, di apertura di nuovi mercati o restrizioni, incluse tariffe e ritorsioni a paesi terzi. Il Consiglio dei ministri europei agisce su proposta della Commissione su tutta una serie di tematiche.
In sintesi, c’è una Europa – che possiamo definire federale – che decide sulle materie di sua competenza. C’è poi una seconda Europa – che possiamo definire confederale – nella quale è difficile decidere e perciò spesso rimanda. In questa Europa i capi di governo dei 27 stati si riuniscono per discutere di questioni che sono principalmente di loro competenza, e non di competenza europea. Come la difesa, la sicurezza, l’immigrazione, la tassazione, la regolamentazione dei mercati finanziari.
Sono materie sulle quali si decide insieme solo se tutti sono d’accordo. Il che è molto difficile perché ciascun paese può mettere un veto. Questa è l’Europa che crea frustrazioni, perché non decide o è assente. Ma la responsabilità dell’immobilismo non è dell’Europa stessa, ma degli stati che la compongono. La colpa risiede nella natura confederale di questa seconda Europa.
Perché gli stati membri discutono in ambito europeo di materie che in realtà spettano a loro stessi? Anche se sono materie di competenza nazionale, le decisioni dei singoli paesi sono spesso irrilevanti, o addirittura controproducenti, se prese senza alcun coordinamento con gli altri stati. Vista la necessità del coordinamento, perché gli stati membri non trasferiscono queste competenze all’Unione europea, accettando di decidere insieme, a maggioranza e non più all’unanimità, visto che ciascuno stato, da solo, conta poco o nulla? Qui risiede la principale contraddizione che vive da sempre l’Europa.
Nonostante l’irrilevanza delle decisioni prese singolarmente da ciascun paese, prevale la paura di perdere sovranità, o piuttosto di riconoscere apertamente di non avere più sovranità. Questa è l’Europa che non funziona e che non esiste, l’Europa confederale nella quale gli stati membri pensano ancora di essere singolarmente sovrani nella nuova concorrenza globale con gli Stati Uniti o la Cina.
Lorenzo Bini Smaghi
per “il Foglio”
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Marzo 29th, 2025 Riccardo Fucile
HA UNA CARATTERISTICA CHE LA RENDE PIÙ PERICOLOSA DELLE ALTRE: ACCUMULA ENERGIA PER LUNGHI PERIODI PRIMA DI RILASCIARLA IN GRANDI E POTENTI SISMI… IL TERREMOTO ERA 316 VOLTE SUPERIORE RISPETTO A QUELLA DEL SISMA DI AMATRICE E DI 8 VOLTE LA MAGNITUDO MAGGIORE MAI REGISTRATA IN ITALIA
C’è una linea rossa che divide in due Myanmar. È la faglia Sagaing, una delle più attive
del Sudest asiatico e del Pianeta intero. Corre, quasi in linea retta da Nord a Sud per circa 1200 chilometri, collegando la città settentrionale di Myitkyina con la costa meridionale del Paese, per poi tuffarsi nel Mare delle Andamane. E proprio lungo questa linea sorgono alcuni dei principali centri urbani di Myanmar: la capitale Naypyidaw, e poi Mandalay, Taunggyi, Bago e Yangon. Il che rende ancor più devastanti gli effetti dei terremoti che Sagaing innesca.
Per capire cosa ha generato la faglia e le sue periodiche fibrillazioni, bisogna zoomare all’indietro sulla mappa di Myanmar. A ovest compare prima il Bangladesh, poi il Buthan e il Nepal, infine eccolo: il gigante indiano con la sua corona di montagne, l’Himalaya.
«La tettonica del Myanmar comporta la subduzione della placca tettonica indiana», spiega Rebecca Bell, esperta di Tettonica all’Imperial College di Londra. Uno scivolamento laterale della placca, al di sotto del Paese asiatico, che avviene alla velocità di 3-4 centimetri l’anno. «Per adattarsi a tutto questo movimento laterale, si sono formate delle faglie che consentono alle placche tettoniche di scivolare lateralmente. La faglia di Sagaing è una di queste».
Una caratteristica che distingue Sagaing da altre faglie del genere è il suo essere diritta, riconoscibile come una linea retta nord-sud anche nelle immagini da satellite consultabili sul web. «Questa sua forma fa sì che i terremoti possano investire grandi aree», continua Bell. «E più grande è l’area della faglia, più forte è il terremoto. Non a caso ci sono stati sei terremoti di magnitudo 7 o superiore in questa regione nell’ultimo secolo».
La scossa di ieri è stata la più forte ad aver colpito Myanmar in epoche recenti, se si esclude il terremoto del 1912: magnitudo 7.9. Ma nel 1931 ci fu una scossa di 7.5, 15 anni dopo un 7.3 e un 7.7, nel 1976 un terremoto di magnitudo 7, nel 1991 e 2012 due magnitudo 6.9. Sulla violenza e la frequenza dei terremoti lungo la faglia Sagaing
si sono interrogati gli scienziati thailandesi dell’Unità di ricerca sulla geologia tettonica e sui terremoti presso l’Università di Chulalongkorn e della Divisione di monitoraggio dei terremoti e degli tsunami del Dipartimento meteorologico.
Sono arrivati alla conclusione che la faglia di Sagaing ha un’altra caratteristica distintiva: accumula energia per lunghi periodi prima di rilasciarla in grandi e potenti terremoti, piuttosto che in frequenti scosse più piccole.
Ci si chiede cosa accadrà ora, dal punto di vista geologico. Non è detto che l’energia accumulata si liberi tutta in un colpo, quello che gli esperti chiamano main shock. Ieri per esempio, la scossa principale da 7.7 è stata seguita da una 6.4. Uno o più che siano, finiti i main shock si assisterà a una sequenza che seguirà la “legge di Omori”, dal geofisico giapponese che all’inizio del secolo scorso descrisse come dopo un grande evento sismico ci sia un decadimento della magnitudo e del numero di scosse nel corso dei giorni e dei mesi. Finché l’orologio non si sarà riazzerato. E la faglia Sagaing riprenderà a ticchettare, accumulano energia. In attesa del prossimo big one.
(da a Repubblica)
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