Aprile 5th, 2025 Riccardo Fucile
UNA RECESSIONE PROVOCATA DALL’AMICO DAZISTA TRAVOLGEREBBE FRATELLI D’ITALIA NEI SONDAGGI, MENTRE IL SUO GOVERNO VIVE SOTTO SCACCO DEL TRUMPUTINIANO SALVINI… MELONI VUOLE ESSERE LEI A SCEGLIERE IL MOMENTO DEL “VAFFA” (PRIMAVERA 2026). MA PRIMA, A OTTOBRE, CI SONO LE REGIONALI DOVE RISCHIA DI INCASSARE UNA SONORA SCOPPOLA
Un meraviglioso film di Woody Allen, intitolato Zelig, descriveva in modo geniale la figura del camaleonte, un tipo di insicuro e/o paraculo, dotato della lingua più lunga e vischiosa del mondo, che si trasforma a seconda di chi frequenta e incontra, in modo che l’altro non lo consideri un avversario e l’accetti.
Dopo essersi adattato a qualsiasi situazione con estrema naturalezza e con sorprendenti doti mimetiche, una volta che il camaleonte politico raggiunge il potere, il trasformismo diventa un problema. Quel tono di voce, posture, pause, ammiccare degli occhi, cenni di assenso e sorrisi, allo scopo di creare un clima favorevole, non funzionano più. O di qua o di là, non c’è una terza via.
E la difficile situazione in cui, in questi giorni, si sta dibattendo la Reginetta dell’opportunismo transatlantico, Giorgia Meloni. Oggi, la premier che Trump elogiò come “una leader e persona fantastica”, è consapevole del fatto che, se non può smarcarsi dal Caligola della Casa Bianca, nello stesso tempo deve stare attenta all’Unione europea: la discriminante geopolitica ha fatto crollare il suo camaleontismo e non può più permettersi di sgarrare con Macron, Merz, Sanchez, Tusk. Le “due staffe” non reggono più.
E’ altrettanto consapevole che la sua sbandieratissima posizione pro Zelensky e anti Putin non le permette più effetti camaleontici con un Trump che svirgola in amorosi sensi telefonici con “Mad Vlad”. Mentre il padre di Elon Musk, Errol, in un’intervista con la Bbc Russia, ha svelato che in famiglia c’è una certa ammirazione per il desposta russo. “Se guardi Putin come un uomo, e non nel contesto della politica internazionale, è difficile non avere rispetto per lui”.
Alla domanda se quel birichino ketaminico del figliolo Elon la pensi allo stesso modo, babbo Errol ha tranquillamente confermato che le loro opinioni sono simili: ‘’Elon considera Putin un esempio di leader forte’’.Alla faccia degli editoriali staraciani su Rai1 di Bruno Vespa, la Statista della Garbatella è altrettanto cosciente che la geopolitica ha messo l’economia italiana in mutande. Una recessione provocata dall’amico dazista Trump innescherebbe il tracollo nei sondaggi di Fratelli d’Italia, mentre la sua maggioranza di governo vive da mesi sotto scacco del dinamismo sempre più destabilizzante del suo vicepremier, il trumputiniano Matteo Salvini, impegnatissimo nel suo obiettivo di strappare 4/5 punti agli ‘’usurpatori’’ della Fiamma.
Un “nemico” in casa che lei patisce moltissimo, e in privato lo ammette, perché il leader della Lega, più variabile di una nuvola, si sta trasformando in una mina vagante che ogni giorno si diverte a ribattere ogni mossa e giravolta di Meloni e a perculare l’altro vice del governo ed europeista irremovibile, quindi detestato da Salvini, l’imbelle Antonio Tajani.
E la premier teme la prossima visita turistico-pasqualina del vicepresidente di Trump, Jd Vance, a Roma che potrebbe avere effetti dirompenti con un lanciatissimo Salvini in modalità pro-Usa e anti-Ue, come tuona ogni giorno sui giornali, mettendosi a
completa disposizione, tovagliolo sul braccio, al “King Donald” della Casa Bianca. Con il Capitone a stelle e strisce, l’indebolimento politico della “Giorgia dei Due Mondi” sarebbe traumatico.
Come assistere oggi allo spettacolo di Musk in video-collegamento con il Congresso leghista a Firenze è stato traumatizzante per l’Underdog. Il “Tesla di minchia” che ieri corteggiava a Palazzo Chigi e abbracciava ad Atrejus, l’ha abbandonata al suo destino, rea di non aver firmato l’accordo per i satelliti a bassa quota in Italia di Starlink. “Mentre Salvini lo difende, pure dalla maxi-multa miliardaria minacciata dall’Ue: “Una follia””, sottolinea “La Repubblica”).
Certo il Musk di oggi non è quello di ieri che oscurava Trump sul palco durante la campagna elettorale e poi nei primi giorni alla Casa Bianca: oggi, una volta entrato in aperto conflitto con l’inner circle trumpiano, è sulla via d’uscita da capoccione licenzia-tutti del Doge. Ma, economicamente e mediaticamente, con il suo social X, ex Twitter, l’uomo più ricco del mondo può fare ancora molto, molto male, vedi i vari endorsement e finanziamenti dello svalvolato in gloria delle svastichelle di AFD, diventato secondo partito tedesco.
Un Carroccio fortificato dai mezzi illimitati di Musk potrebbe logorare il governo ‘’monocolore’’ di Meloni al punto che un banale “chiarimento” della triade Meloni-Salvini-Tajani potrebbe per far ruzzolare l’alleanza di governo e spaccarsi (come già avvenne ai tempi del Papeete)
Un evento che Meloni non gradirebbe assolutamente: il governo non deve saltare in aria per un’intemerata del “Truce” Salvini, viceversa vuole essere lei a dare le carte e a scegliere il momento del “vaffa” e conseguente crisi e voto anticipato (Mattarella permettendo).
Non è mistero che l’idea che ronza nella testa della Thatcher immaginaria miri alla primavera 2026. Finché il partito della Fiamma resta nei sondaggi al 27% non c’è da preoccuparsi, ma se scende sotto il 26, a quel punto, l’allarme è rosso, sostiene il suo factotum Fazzolari
Aspettando la primavera 2026, c’è un altro test importantissimo che attende la Pierina di Colle Oppio il prossimo ottobre, le Regionali, dove vuole tassativamente strappare alla Lega, deprivata di Zaia, il comando in Veneto, e un sindaco di Fratelli d’Italia a Milano (si spiffera il nome di Fidanza che è però indigesto a La Russa).Anche sull’idea di volare alla Casa Bianca prima di Pasqua, quando si riunirà un Consiglio Europeo straordinario che dovrà misurarsi sulle contromisure al 20% sui prodotti dell’Unione annunciati da Trump, la lascia perplessa.
I poteri forti del Vecchio Continente, che già evitano di condividere i loro piani per non correre il rischio che Meloni si attacchi al telefono e spifferi tutto a Trump, u
viaggio del genere lo prenderebbero ovviamente malissimo, come una sonora sberla all’unità europea.
I 27 paesi dell’Ue sono ormai divisi in due schieramenti: da una parte chi è a favore di una politica compatta e condivisa per controbattere alla guerra commerciale Usa, dall’altra gli unici due paesi che puntano i piedi sono Ungheria e Grecia. Con chi vuol stare Giorgia Meloni, con il filo putiniano Viktor Orban?
(da Dagoreport)
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Aprile 5th, 2025 Riccardo Fucile
SE FOSSERO IN BUONA FEDE DOVEVANO ANDARE SOTTO L’AMBASCIATA RUSSA A RECLAMARE LA PACE, SONO GLI AGGRESSORI CHE VANNO FERMATI, NON GLI AGGREDITI… CON CHI SOSTENEVA CHE LA STRAGE DEL TEATRO DI MARIUPOL ERA UN’INVENZIONE DEI MEDIA NON ABBIAMO NULLA DA SPARTIRE
Dice: ma che non vai a una manifestazione per la pace? Chi a parte un fanatico delle
armi, un generale in crisi di astinenza, un necrofilo, un seguace di Pino Chet (cit.) non manifesterebbe per la pace?
A Roma ce n’è stata una organizzata dal Movimento 5 Stelle, il partito che mandò il futuro sottosegretario agli Esteri Manlio Di Stefano in missione ufficiale al congresso Dice: eh, ma qui ci appigliamo a facili obiettivi per denigrare una piazza che si dice per la pace, non va bene. Giusto.
Allora parliamo dei pezzi grossi. È una piazza per la pace quella dove uno degli ideologi è Marco Travaglio, cavalcatore di tutti i cavalli di battaglia del Cremlino, capace di scrivere che l’invasione russa era una fake news degli americani – lo diceva in quelle ore anche Peskov, portavoce di Putin – dodici ore prima che i carri armati entrassero in Ucraina?
È una piazza per la pace quella dove parlano quelli che ci hanno detto che la guerra l’ha voluta Biden, l’ha armata la Nato e la vuole proseguire la Ue?
È una piazza per la pace quella dove si dispiega la scienza del professor Orsini, filologicamente fondata sulle mail che le mamme di Mariupol gli scrivevano per scongiurare la fine del conflitto ovvero l’immediata resa dell’Ucraina?
Personalmente, mi troverei molto a disagio fianco a fianco con manifestanti convinti, come chi li ha radunati, che l’Unione europea porti la responsabilità dell’incancrenirsi del conflitto, che Ursula von der Leyen sia una guerrafondaia, che la Germania rappresenti una minaccia più pericolosa della Russia.
Proverei fastidio fisico a sentirmi ripetere per l’ennesima volta la falsità del piano di pace fatto e finito nel 2022 ma stoppato da Boris Johnson o le ricostruzioni del “golpe americano a Kiev” come presupposto del conflitto.
Proverei ribrezzo a trovarmi nei pressi di qualcuno che considerava i morti di Bucha una messinscena ucraina o la strage al teatro di Mariupol un’invenzione dei media occidentali.
Farei fatica a non chiedere a molti di quei “pacifisti”, scusate se non è possibile triplicare le virgolette: ma non ci avete detto fino alla nausea che la guerra sarebbe finita in un clic se solo ci fosse stata un’anima pia pronta a imboccare la via della soluzione diplomatica?
Non era quella in Ucraina una guerra per procura, con gli ucraini che si facevano scannare solo per conto degli interessi americani? E come mai va avanti anche ora che Trump si danna per chiuderla, ora che gli Usa stanno staccando la spina degli aiuti?
La risposta è presumibile: direbbero che è colpa della testardaggine di Zelensky. In quel mondo piacciono le semplificazioni, anche per andare incontro alle capacità dell’audience di riferimento.
La guerra non finisce perché c’è Zelensky. Quello che nelle vignette dei bollettini è rappresentato con il naso adunco. Quello su cui gli account social di area insufflano da sempre la tesi che sia cocainomane o corrotto o satanista o pedofilo o massone o tutto insieme.
Naturalmente è solo una coincidenza che anche in questo caso sia lampante la sintonia con le ultime veline dal Cremlino: con Zelensky non si può trattare, toglietelo di mezzo e la pace arriverà in un lampo.
Come si fa a manifestare in una piazza organizzata da chi ha accolto l’elezione di Trump come una manna per la pace nel mondo? Una piazza che, rispolverando i peggiori tic del terzomondismo rossobruno, solo sostituendo Frantz Fanon con Alessandro Di Battista, ogni epoca ha i sussidiari che si merita, considera le democrazie occidentali responsabili del disordine mondiale e le autocrazie baluardi che si oppongono alla tirannia del liberalismo.
Qualche settimana fa, pur di rilanciare la teoria secondo la quale il pericolo globale viene dalle democrazie, il vicepresidente del M5S Riccardo Ricciardi ha detto in aula alla Camera che anche “Hitler era democratico”, in quanto andato al potere vincendo le elezioni.
(da La Repubblica)
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Aprile 5th, 2025 Riccardo Fucile
NON CONDIVIDE I DAZI DI TRUMP ED E’ PREOCCUPATO PER LA PROPRIA CREDIBILITA’
Scott Bessent, segretario al Tesoro degli Stati Uniti ed ex gestore di hedge fund, sarebbe pronto a lasciare l’amministrazione Trump.
Lo sostiene la rivista The New Republic, secondo cui la decisione sarebbe maturata dopo l’annuncio della nuova politica commerciale di Donald Trump, che prevede un dazio base del 10% su quasi tutte le merci straniere. Una mossa che ha già avuto pesanti ripercussioni sui mercati finanziari, con il Dow Jones e il Nasdaq in calo ai minimi dal 2020.
Durante il programma Morning Joe su Msnbc, la giornalista Stephanie Ruhle ha spiegato che Bessent si trova sempre più isolato all’interno del governo e starebbe valutando l’uscita per salvaguardare la propria credibilità, con l’ipotesi di un futuro ruolo alla Federal Reserve.
Bessent avrebbe cercato di dissuadere altri Paesi da eventuali ritorsioni commerciali, temendo un’escalation delle tensioni globali, ma il suo appello è apparso scollegato dalle pressioni politiche cui sono sottoposti i leader stranieri.
Nonostante in passato avesse minimizzato gli effetti dei dazi definendoli semplici “aggiustamenti di prezzo”, Bessent sembrerebbe ora più consapevole del loro impatto negativo, in particolare per le fasce più vulnerabili della popolazione americana, che dipendono da beni d’importazione a basso costo.
Secondo Ruhle, il segretario è ben conscio dei danni provocati dalle politiche economiche di Trump e starebbe cercando una via d’uscita prima che la sua posizione diventi insostenibile.
(da agenzie)
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Aprile 5th, 2025 Riccardo Fucile
ALTRO CHE ETA’ DELL’ORO, TRUMP SI CONFERMA PER IL SECONDO GIORNO CONSECUTIVO IL FLAGELLO DELLE BORSE: WALL STREET BRUCIA 10MILA MILIARDI, PIAZZA AFFARI LASCIA SUL TERRENO IL 6,53%, CROLLANO ANCHE LE QUOTAZIONI DEL PETROLIO … MARTIN WOLF, ECONOMISTA E COMMENTATORE PRINCIPE DEL “FINANCIAL TIMES”: “FOLLE CHE L’ITALIA TRATTI DA SOLA”
«Lo zio Sam se n’è andato, non è più nostro zio. E l’Europa è pigra, grassa e
addormentata. Deve svegliarsi». Parlare con Martin Wolf, economista e commentatore principe del Financial Times, significa confrontarsi con un interprete privilegiato delle dinamiche globali del potere, ma anche ricevere una doccia fredda.
«Che cosa mi ricorda questo periodo? Si può paragonare agli anni precedenti alla Prima Guerra mondiale o all’intervallo tra le due Guerre mondiali, quando enormi sconvolgimenti negli equilibri di potere generarono grandi tensioni sociali, che sfociarono poi in ciò che purtroppo sappiamo».
Non incoraggiante. Ma partiamo dai dazi di Trump. I mercati crollano, il mondo non si capacita di quello che accade. Che gioco sta giocando il presidente Usa?
«Trump è un essere davvero eccezionale. È autodidatta, non legge nulla e non ascolta nessuno. Le sue convinzioni sono del tutto personali, basate sulla sua esperienza di uomo d’affari; inoltre ha la capacità di non imparare nulla dai suoi fallimenti, come dimostra il fatto che ha fatto bancarotta sei volte».
E questo come spiega i dazi?
«Lui parte dall’idea che se fai affari con qualcuno devi avere un surplus. Se invece hai un deficit – come accade per la bilancia commerciale americana – la tua controparte ti sta ingannando, perché nessuno può battere l’America. Ovviamente tutto questo non ha assolutamente alcun senso in termini economici. Ma il messaggio di Trump è che lui è un uomo comune, proprio come i suoi elettori, e non come i professoroni che danno lezioni. Questo porta a follie come applicare i dazi più alti in assoluto al Lesotho».
Trump però dice che così sposterà molte produzioni in America. Ce la farà?
«Chiunque sa che farlo porterebbe a prodotti non competitivi, a causa dei costi troppo alti, e che la cosa potrebbe funzionare solo se il protezionismo durasse per sempre.
Davvero Apple dovrebbe pensare di spostare la produzione di iPhone dalla Cina all’America sapendo che tra quattro anni Trump non ci sarà più e che prima di allora avrà cambiato ancora idea chissà quante volte?».
In Italia si è accarezzata l’idea che un rapporto privilegiato Meloni-Trump ci potesse o ci potrà garantire un trattamento preferenziale da parte degli Usa.
«Sarebbe un colpo terribile per l’Europa, qualsiasi paese lo facesse. E non penso che Meloni possa pensare che per avere un rapporto commerciale preferenziale con Trump valga la pena di mandare gambe all’aria la costruzione europea. E poi l’Italia sarebbe folle a pensare di poter affrontare da sola il mondo globalizzato».-
(da agenzie)
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Aprile 5th, 2025 Riccardo Fucile
I DEM PUNGONO I LEGHISTI CHE NON AVEVANO ESITATO A CELEBRARE L’ELEZIONE DI DONALD TRUMP
Alla conferenza stampa di presentazione della 57esima edizione di Vinitaly, svoltasi il 27 marzo a Roma, presso Palazzo Montemartini, era presente anche il presidente di Coldiretti Verona, Alex Vantini. Durante il suo intervento, Vantini ha anzitutto espresso grande orgoglio per l’evento che si terrà a Verona dal 6 aprile, sottolineando l’importanza della manifestazione per il settore vitivinicolo italiano: «Mai come quest’anno siamo orgogliosi di ospitare nella nostra città una delle più importanti fiere del vino al mondo, quale è il Vinitaly.
Grazie alla grande azione di promozione che Veronafiere sta compiendo, possiamo sperare di affrontare con maggiore coesione e forza uno dei momenti più bui per il settore»
Un velato ottimismo, dunque, in tempi di burrasca. Tra le principali sfide che il comparto deve affrontare, il presidente di Coldiretti Verona ha citato, da un lato, le proposte europee di etichettatura con «messaggi allarmistici paragonabili a quelli dei pacchetti di sigarette», che a suo avviso potrebbero penalizzare il consumo di vino.
Ma la vera minaccia emersa in tutta la sua prepotenza proprio nelle ultime ore è, anche a detta dello stesso presidente di Coldiretti Verona Alex Vantini, quella rappresentata dai dazi statunitensi che, evidenzia Vantini, «potrebbero costare alle cantine italiane fino a 6 milioni di euro al giorno». Secondo Vantini, questa misura rischierebbe da un lato di provocare un danno economico immediato, ma un altro anche a lungo termine, compromettendo la presenza dei vini italiani sugli scaffali statunitensi.
Proprio sul tema dei dazi è intervenuto anche l’europarlamentare di Forza Italia ed ex sindaco di Verona Flavio Tosi, il quale ha criticato la politica commerciale aggressiva degli Stati Uniti nei confronti dell’Unione europea: «I dazi sono solo tasse che penalizzano il consumo. – ha spiegato Tosi – È un modo poco intelligente di far salire l’inflazione e far diminuire il potere d’acquisto dei cittadini. Uno scontro inaccettabile verso cui l’Europa non potrà che reagire. Speriamo sempre che prevalgano la mediazione ed il buon senso».
Qualche proverbiale sassolino dalle scarpe ha deciso di toglierselo Alessio Albertini, ovvero il responsabile sostenibilità e filiera agroalimentare del Partito democratico Veneto, il quale commentando la situazione critica generata dai nuovi dazi statunitensi ha voluto rivolgersi polemicamente ad alcuni esponenti leghisti che, in passato, non avevano esitato a celebrare l’elezione di Donald Trump.
Tra questi vi fu in particolare l’eurodeputato veronese della Lega Paolo Borchia che, il 20 gennaio, partecipò in presenza a Washington alla cerimonia d’insediamento del nuovo presidente Usa, dichiarando di essere lì «per avere Verona e il Veneto in pole position sui temi chiave per le relazioni transatlantiche per i prossimi quattro anni». Il giorno dopo, 21 gennaio, lo stesso Paolo Borchia scriveva sui social: «Se gli Stati Uniti corrono, la nostra economia e il nostro export ne possono trarre beneficio».
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Aprile 5th, 2025 Riccardo Fucile
IL PRODOTTO INTERNO LORDO DEL LESOTHO, PARI A 2 MILIARDI DI DOLLARI L’ANNO, DIPENDE FORTEMENTE DALLE ESPORTAZIONI DI PRODOTTI TESSILI, IN PARTICOLARE DI JEANS. TRUMP HA ACCUSATO IL PAESE DI ESSERE TRA “I PEGGIORI TRASGRESSORI” NELL’IMPORT-EXPORT CON L’AMERICA STRACCIANDO IL PATTO FIRMATO DAI SUOI PREDECESSORI
La guerra commerciale dichiarata al mondo intero da Donald Trump colpisce tutti,
maun particolare accanimento è riservato ai Paesi più piccoli e più poveri, specialmente in Africa. Tra questi spicca il caso del Lesotho, un minuscolo Stato grande un decimo dell’Italia, con una popolazione di 2 milioni di abitanti, completamente circondato dal Sudafrica, che è stato colpito con dazi del 50 per cento, i più alti annunciati dalla Casa Bianca. Il governo locale ha deciso l’invio “urgente” di una delegazione a Washington per difendere la propria causa.
Altri Paesi africani sono stati colpiti da dazi doganali ben al di sopra della media oscillante fra il 10 e il 20 per cento imposta dagli Stati Uniti al resto del pianeta: 47 per cento per il Madagascar, 40 per Mauritius, 37 per il Botswana, 30 per la Guinea Equatoriale e per il Sudafrica. Ma il Lesotho è in cima alla lista con il 50. “Dobbiamo recarci urgentemente negli Usa per dialogare con i loro leader”, ha dichiarato il ministro del Commercio Mokheti Shelile, dicendosi preoccupato per “la chiusura immediata delle nostre fabbriche e la perdita di posti di lavoro” come conseguenza del provvedimento.
Il prodotto interno loro del Lesotho, pari a 2 miliardi di dollari l’anno, dipende fortemente dalle esportazioni di prodotti tessili, in particolare di jeans. L’industria tessile è il principale datore di lavoro in questo piccolo regno montuoso, accusato da Trump di essere tra “i peggiori trasgressori” nell’import-export con l’America. In realtà, il Lesotho è semplicemente uno dei trenta Paesi dell’Africa subsahariana che hanno accesso al mercato statunitense nell’ambito dell’Agoa (African Growth and Opportunity Act), un accordo commerciale promulgato nel 2000 che consente l’esportazione negli Stati Uniti di alcuni prodotti senza pagare dazi, per favorire la crescita economica e lo sviluppo democratico della regione.
(da agenzie)
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Aprile 5th, 2025 Riccardo Fucile
LA POLITICA PROTEZIONISTICA DI “THE DONALD” È ISPIRATA A QUELLA ADOTTATA DA MCKINLEY NEL 1897, QUANDO PORTÒ LE TARIFFE MEDIE AL 52%… QUELLO CHE TRUMP FINGE DI NON SAPERE È CHE, ALLA FINE DELLA SUA VITA, IL “RE DEI DAZI” AVEVA CAMBIATO RADICALMENTE POSIZIONE, RINNEGANDO IL SUO PROTEZIONISMO
Nella sua bulimia tariffaria, Donald Trump ha un mito, quello di William McKinley, suo predecessore alla Casa Bianca dal 1897 al 1901. «The Tariff King», il re dei dazi lo ha definito in uno dei suoi primi discorsi, annunciando la decisione di ribattezzare Mount McKinley il Mount Denali, in Alaska, la più alta cima degli Stati Uniti.
«Ci ha resi prosperi — ha detto di lui — grazie ai diritti di dogana e ai suoi talenti». Fra questi ultimi, agli occhi di Trump, c’è sicuramente quello di aver costretto la Spagna, dopo una breve guerra, a cedere Cuba, Puerto Rico e le Filippine agli Usa. Ma fu sicuramente il protezionismo il marchio di fabbrica di McKinley, che già da rappresentante dell’Ohio al Congresso aveva fatto votare la McKinley Tariff, aumentando i dazi medi dal 38% al 50%.
Il risultato era stato la disfatta dei Repubblicani nelle elezioni del 1890 e la recessione del 1893. Ignorando la lezione, una volta divenuto presidente, era andato ancora più in là portando le tariffe medie al 52% con il Dingley Act del 1897. Quello che tuttavia Trump non sa o finge di non sapere è che, alla fine della sua vita, McKinley aveva cambiato radicalmente posizione, gettando alle ortiche il suo protezionismo.
William McKinley non poteva saperlo, ma fu il suo testamento politico: meno di 24 ore dopo l’anarchico Leon Czolgosz gli sparò due pallottole nello stomaco. Il presidente morì otto giorni dopo.
(da agenzie)
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Aprile 5th, 2025 Riccardo Fucile
SE GLI USA ANDRANNO IN RECESSIONE, SECONDO IL SENATORE TEXANO TED CRUZ LE ELEZIONI DI METÀ MANDATO SARANNO “UN BAGNO DI SANGUE”… MERCOLEDÌ QUATTRO SENATORI REPUBBLICANI SI SONO UNITI AI DEMOCRATICI NELL’APPROVARE UNA MISURA PER REVOCARE I DAZI SUL CANADA
Il giorno dopo l’annuncio dei dazi, Trump è volato in Florida per un torneo di golf e,
parlando ai giornalisti in aereo, ha mostrato la «Gold Card» (con il suo volto) che garantirà un permesso di soggiorno permanente negli Stati Uniti, alla cifra di 5 milioni di dollari, a ricchi stranieri. Poi venerdì mattina, mentre continuava il calo delle Borse, dal suo club di Mar-a-Lago il presidente americano ha difeso i dazi in una serie di messaggi social, il primo dei quali diceva: «Questo è un gran momento per diventare ricchi».
Su TikTok ha anche condiviso un video che sostiene che «Trump sta facendo crollare le Borse di proposito» come «parte di un piano segreto che può farti arricchire». Il video afferma che l’obiettivo è spingere la Fed a tagliare i tassi di interesse, cosa che Trump ha chiesto esplicitamente più tardi con un post sul social Truth: «Sarebbe il momento perfetto. Taglia i tassi di interesse, Jerome, smettila coi giochi politici!».
«Jerome» è il presidente della Federal Reserve Jerome Powell, che ieri ha detto che i dazi sono «significativamente maggiori rispetto alle attese» ed è «altamente probabile» che faranno aumentare l’inflazione, almeno nel breve termine e potenzialmente nel lungo termine.
Al Congresso si registra preoccupazione tra i repubblicani: temono l’impatto dei dazi sui consumatori e quindi sulla propria poltrona nelle elezioni di Midterm, che saranno «un bagno di sangue» in caso di recessione, ha detto nel suo podcast il senatore texano Ted Cruz, alleato di Trump, in una rara espressione pubblica di dubbio sulle azioni del presidente.
Cruz ha detto che se i Paesi stranieri si piegano sarà ottimo per l’industria e l’agricoltura Usa ma ha anche parlato dei rischi in caso di guerra commerciale e dell’aumento di prezzi temuto dall’industria delle auto Usa a causa dei dazi per l’importazione di componenti.
Quattro senatori repubblicani mercoledì si sono uniti ai democratici nell’approvare una misura per revocare l’emergenza nazionale usata da Trump per giustificare i dazi sul Canada (un voto simbolico: la Camera non voterà la misura). Ma la maggior parte dei repubblicani non contraddice il presidente. Stringono i denti e sperano che la tempesta passi.
(da Corriere della Sera)
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Aprile 5th, 2025 Riccardo Fucile
IN QUEI DUE GIORNI SI È VERIFICATO UN GUASTO ALLA CABINA ELETTRICA DI PORTA MAGGIORE, CHE AVEVA LASCIATO SENZA CORRENTE A CASCATA L’INTERA RETE FERROVIARIA ITALIANA… LA DENUNCIA DEI SINDACATI
Non ci sono elementi per affermare che i guasti avvenuti sul nodo ferroviario di Roma il 14 e il 15 gennaio 2025 siano stati frutto di sabotaggio. Potrebbero, in teoria, essere compatibili con eventi dolosi, ma per ora non esistono prove in questo senso. È una prima conclusione a cui è giunta la Polizia ferroviaria di Roma che ha prodotto una relazione, condivisa con la Digos, cui è allegato un documento tecnico della Doit Roma, la struttura manutentiva di Rfi.
Una relazione – destinata a essere depositata nell’inchiesta della Procura capitolini sui presunti sabotaggi denunciati da Ferrovie dello Stato – che smentisce il racconto governativo di una rete di sabotatori.
L’esposto riguardava cinque episodi che hanno determinato, tra l’11 e il 15 gennaio, caos e ritardi: per Fs non si poteva escludere “in radice l’ipotesi di una situazione connessa ad attività interne e/o esterne volutamente mirate a colpire gli asset aziendali con la finalità di destabilizzare, anche a livello istituzionale e governativo, il Gruppo Fs e il relativo management”.
Tesi condivisa dal ministro dei Trasporti Matteo Salvini, che alla Camera, il 21 gennaio, aveva detto: “Da anni la rete ferroviaria è oggetto di attacchi. (…) Abbiamo un quadro preoccupante di incendi dolosi, guasti, problemi elettrici. Episodi che si sono verificati con sconcertante regolarità”. Ma se è vero che ci sono stati episodi come la catena di una bicicletta lanciata volutamente sui cavi elettrici di un binario a Montagnana (Padova), è anche vero che in alcuni dei casi citati nell’esposto di Fs i primi accertamenti della Polfer tendevano a escludere un atto doloso.
Nella denuncia, per quel che riguarda Roma, si fa riferimento a due episodi, il 14 e il 15 gennaio. Il primo giorno, dalle 18.10 alle 18.57, quando si era verificata una “disalimentazione alla linea di contatto di Roma Termini”: in pratica, un guasto alla cabina elettrica di Porta Maggiore aveva lasciato senza corrente elettrica l’intero nodo della Capitale, problema che ha avuto una ricaduta su tutte le linee ferroviarie.
Problema elettrico che si è ripetuto anche il giorno successivo, 15 gennaio, dalle ore 5.10, stavolta al deposito Mav (Manutenzione Alta Velocità) del nodo di Roma. Quello stesso giorno la decisione di Fs di rivolgersi alla Digos. Per adesso i risultati delle verifiche su questi due episodi vanno in senso opposto al sabotaggio.
Vedremo se saranno confermati nel corso dell’inchiesta o se emergeranno nuovi elementi. E si attendono anche i risultati sugli altri tre casi segnalati nell’esposto di Fs. Per i sindacati dei trasporti, però, il problema è un altro. In una denuncia dell’Usb all’Ispettorato del lavoro il 21 novembre 2024, ad esempio, si parla di “affidamenti di mansioni di particolare responsabilità professionale (…) a lavoratori in apprendistato con scarsa esperienza”, mentre un documento interno di Rfi, datato 10 gennaio, conferma come al settore delle riparazioni manchino 700 capi tecnici.
Intanto i ritardi dei treni continuano. Giovedì un incendio (per i pm di Firenze doloso) vicino alla ferrovia Tirrenica ha creato disagi sulla Roma-Genova. Lunedì invece a generare ritardi è stato un guasto a una cabina elettrica sulla Roma-Avezzano. Il Gruppo FS, contattato dal Fatto, ribadisce che le indagini sono ancora in corso.
(da agenzie)
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