ALTIERO SPINELLI, L’ERETICO IMPENITENTE SCOMUNICATO DAL PARTITO COMUNISTA
SE A DESTRA CONOSCESSERO LA SUA STORIA, INVECE CHE VIVERE NELL’IGNORANZA, LO AVREBBERO PRESO AD ESEMPIO
“Sono diventato comunista come si diventa prete con la consapevolezza di assumere un dovere e un diritto totali, di accettare la dura scuola dell’obbedienza e dell’abnegazione per ben apprendere l’arte ancor più dura del comando; deciso a diventare quel che il fondatore di quest’ordine aveva chiamato il ‘rivoluzionario professionale”, così, in A. Spinelli, Come ho tentato di diventare saggio, Bologna, il Mulino, 1999.
Camilla Ravera ricordò le parole di Gramsci: “…del fervore di studio, della vivacità di ricerca e approfondimento critico di un fiero e vigoroso studente romano: Altiero Spinelli (…) bisogna fin da oggi dare la possibilità di fare qualcosa di utile: è un lavoratore, bisogna impegnarlo nella collaborazione con noi (…) è un ragazzo serio, maturo e prudentissimo” (C. Ravera, Diario di trent’anni. 1913‐1943, Roma, Editori Riuniti, 1973).
Entrò in clandestinità, ebbe uno stipendio dal partito PCd’I e si fece notare anche fuori dai confini.
Arrestato a Milano, fu condannato a Roma a 16 anni e 8 mesi di reclusione, 2 anni e 8 mesi in più rispetto alla richiesta del pubblico ministero, a causa del comportamento assunto durante il processo. Disse di rispondere solo davanti al suo partito e di non riconoscere l’autorità di quel tribunale.
Aveva 21 anni, studente di legge a Roma.
Il periodico della FGC, “Avanguardia Comunista”, espresse le migliori lodi per quel giovane funzionario impavido di fronte ai rischi e al tribunale che lo condannava dopo 10 mesi di carcere preventivo.
Durante la detenzione a Lucca, lesse Kant, Croce e Marshall, i quali, a suo dire, demolirono le sue convinzioni su certi concetti del comunismo.
Nel 1931 fu tradotto nel carcere di Santa Maria in Gradi, nella Tuscia, dove oggi sorge l’Università degli Studi della Tuscia che ha dedicato a lui la sala dei Consigli di amministrazione.
Comincia a vacillare il rapporto con il PCd’I per lui troppo appiattito verso la linea staliniana. L’espulsione di Trotzkij fu per lui il segnale di una svolta radicale verso posizioni che, per il partito italiano, erano invece dogmi intoccabili.
In quel periodo, Spinelli, crede ancora di poter cambiare il partito troppo allineato a Stalin e alla linea politica dell’Urss. Molti giovani leggono e seguono i suoi scritti e le sue riflessioni. È ancora un faro per buona parte della giovane base comunista italiana.
Il regime fascista decise di dare un giro di vite ai rapporti tra i detenuti e il mondo esterno. Molti reclusi furono trasferiti a Civitavecchia, tra cui, Spinelli.
Nel 1935, iniziò la fase più dura del terrore di Stalin con fucilazioni di massa, deportazioni, arresti, processi farsa a molti che avevano partecipato alla rivoluzione del 1917.
Il PCd’I chiese di appoggiare senza limiti la linea politica di Stalin e le fucilazioni dei “controrivoluzionari”. Termine ignobile, ripreso dalla dirigenza del Pci contro i poveri rivoluzionari ungheresi e cecoslovacchi.
Spinelli fu uno dei pochi a rifiutare.
“E’ la dittatura di Stalin non solo sul proprio paese, ma anche sul comunismo internazionale che Altiero rifiuta, non ritenendola un elemento necessario nella più generale lotta per una società socialista” (P. Graglia, Altiero Spinelli, Bologna, il Mulino, 2008).
Si tentava di spiegare la monolitica posizione del partito comunista italiano così: “il male, anche nel PCd’I (…) stava precisamente nel dogmatismo, che vedeva in ogni disparità di opinioni una deviazione da soffocare, nel nome di una verità unica, infallibile”, così F. Gui, La rivoluzione della libertà, in «Critica Liberale» vol. VIII, n. 73, 2001.
Ed è interessante leggere cosa pensava il partito, la “chiesa” comunista, depositaria della verità assoluta.
“Questi compagni, pochissimi per fortuna, erano tra la migliore promessa della gioventù, esempio tipico, Spinelli (Altiero). Uomini forti, sinceri, preparati, saranno domani pericolosi se la gioia sana della lotta viva, non riuscirà a riprenderli e correggerli. Le meditazioni solitarie, l’approfondimento del problema della conoscenza, una certa tendenza al rigore dell’indagine, ed alla imparzialità scientifica, hanno posto in questi compagni l’urgenza di esigenze spirituali e di problemi morali…”(in, Effetti della reclusione sullo sviluppo politico dei compagni, di Mattia Marino, periodo: 6 gennaio 1933/5 marzo 1933, f. 21).
Il partito si preoccupava dei compagni intelligenti e bravi che, però, ragionavano con senso critico in autonomia e non si lasciavano forgiare, modellare, secondo i canoni dettati dalla segreteria centrale. Andavano ripresi e corretti, secondo una tipica idea comunista perché diventavano, appunto, “pericolosi”.
E qui si potrebbe aprire un ampio discorso sul grave errore di molti, secondo cui, la pena, disciplinata in Costituzione, “debba” rieducare l’internato. Quando, invece, la Costituzione, più mitemente preveda che debba “tendere” alla rieducazione secondo la chiara interpretazione autentica di chi l’ha scritta. Ed è per questo che, in Corea, al tempo di Pol Pot, nelle celle dei pochi detenuti che resistevano a torture e soprusi,
veniva inciso “Devi essere libero”, secondo la teoria dell’uomo nuovo del leader comunista di allora. Ma torniamo a Spinelli.
Cosicché, il partito, volle chiarire la posizione di questo Spinelli che, da bravo compagno, stava deragliando su crinali crociani e lontani dai binari tracciati dall’Urss e dalla segreteria romana.
Ci sovvengono le parole del compagno Pajetta: “…un po’ una conversazione tra amici e un po’ un interrogatorio da inquisizione. L’eretico impenitente, non disposto a sottomettersi, fu in qualche modo scomunicato. Il collettivo non poteva prendere delle misure, ma noi volevamo che fosse chiaro, quando sarebbe arrivato al confino, che a Civitavecchia le sue posizioni ideologiche e politiche erano state ritenute estranee, nel modo più assoluto, a quelle dei comunisti” (G. Pajetta, Ragazzo Rosso, Milano, Mondadori, 1983).
Dalle parole dell’alto esponente del partito comunista Pajetta, Spinelli, era giunto sull’orlo del precipizio. Internato, lontano dalla vita politica, facevano paura le sue idee troppo distanti da quelle del partito. Lo aspettavano al varco. Alla prima mossa lo avrebbero buttato giù dalla rupe.
Inoltre, gli internati potevano leggere i libri comprati con i pochi risparmi che potevano permettersi. Il partito, allora, faceva arrivare in carcere i libri proposti dalla dirigenza e non quelli richiesti dai detenuti. Spinelli, ma guarda che sfrontatezza, invece, chiedeva che fossero i detenuti ad indicare i libri da leggere.
E questo sembrava un affronto alla dottrina del partito.
Fu poi trasferito a Ponza ed aveva la libertà di leggere gli atti dell’Internazionale e discuterne solo con alcuni suoi colleghi di sventura, ma solo quelli indicati dal direttivo.
La discussione si incentrò sui processi a Mosca di molti “dissidenti” finiti sotto le purghe staliniste.
“Mi rifiutavo di considerare Zinoviev, Kamenev, Bucharin, Pjatakov e tutti gli altri come spie, che i processi erano espressione di una grossa crisi politica e che come tali li avremmo dovuti analizzare e giudicare, senza essere obbligati ad accettare in partenza che fosse Stalin ad avere ragione”.
Alcuni detenuti, tra cui Celeste Negarville, scrivevano che Spinelli diventava pericoloso. Ecco un passo: “la posizione di Altiero è pericolosissima: condizione per la rivoluzione in Europa, l’abbattimento della dittatura staliniana”.
L’epilogo era scontato.
Il direttivo chiese l’abiura di tanta eresia.
Spinelli rifiutò orgogliosamente.
Venne espulso con questa motivazione: “deviazione ideologica e presunzione piccolo‐borghese”.
L’ordine fu quello di non parlare e non intrattenere rapporti con il detenuto Spinelli.
Ad onor del vero, Camilla Ravera, Terracini e Amendola gli rimasero vicini.
Inutile aggiungere che, in questi casi, oltre la condanna, senza appello, del partito comunista, vi doveva essere anche una pena accessoria immancabile a giustificazione dell’ortodossia e della giustezza della decisione: Altero Spinelli era una spia e agente provocatore.
Si alzava così un muro, una barriera tra i buoni e i cattivi.
E il silenzio doveva regnare per l’infamia di spia, e a sopire ogni dubbio.
Infine, il Manifesto di Ventotene, basava la sua idea sul federalismo, avversato in modo assoluto dal Pci e visto con sospetto.
(da Infosannio)
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