ARRIVA LA CASSA INTEGRAZIONE UNIVERSALE
SI TRATTA DELL’ESTENSIONE DELL’AMMORTIZZATORE SOCIALE AD ALTRE TRE MILIONI DI PERSONE, CON L’IDEA DI UN BONUS PER GLI AUTONOMI
L’impronta politica è nel termine che sarà utilizzato per definire la nuova cassa integrazione: universale. Dove per universale si intende che tutti potranno averla.
Un principio che il virus ha imposto durante l’emergenza e infatti il Governo ha dato vita alla cosiddetta cassa Covid, una forma di sostegno generalizzata e senza paletti. Ma poi questo stesso principio è stato ammorbidito per il rischio che la cassa Covid diventasse per le aziende un alibi per non riaprire e per tenere i lavoratori a casa.
Ora però bisogna pensare alla fase 2, cioè all’ordinario. Ed ecco che il principio dell’universalità ricompare. Anzi si vuole far diventare strutturale.
Huffpost è in grado di anticipare il lavoro che una commissione di esperti, nominata dal Governo, sta portando avanti al ministero del Lavoro per mettere nero su bianco la riforma della cassa integrazione.
La nuova cassa integrazione tirerà dentro 3 milioni di lavoratori oggi esclusi, dal negoziante al piccolo ristorante con due dipendenti.
Sarà un ammortizzatore universale, come si diceva, ma non unico. La cassa altro non è che un’assicurazione pagata dalle aziende e dai lavoratori in base al rischio di ridurre o sospendere l’attività lavorativa.
Esistono decine di gestioni diverse, dove ognuna si riferisce a un settore. E ognuno ha un’aliquota da versare. In questo senso la nuova cassa non sarà unica, ma avrà aliquote differenziate in base ai profili di rischio.
Prendiamo ad esempio il caso di un edile, che solitamente ricorre alla cassa per il maltempo, o un artigiano. Hanno un’aliquota bassa. Se si dovesse ricorrere a un’aliquota unica, questa sarebbe mediamente più alta. E questo significa che ricorrere alla cassa integrazione avrebbe un prezzo salato.
L’impronta dell’universalità poggia sulla gamba politica dell’estensione di un diritto che oggi non è per tutti. Perchè la cassa va alle aziende con più di 15 dipendenti, eccezionalmente per quelle tra 5 e 15, ma addirittura non è prevista per quelle con meno di cinque dipendenti. I più piccoli, come i negozi o i ristoranti di piccole dimensioni, ne sono un esempio.
Ma l’impronta dice anche un’altra cosa. E cioè che il Governo sta puntando la leva delle politiche sul lavoro, e quindi della spesa pubblica, ancora una volta verso una misura omnibus e di sostegno. La logica assomiglia a quella del reddito di cittadinanza. E non è un caso se si sta pensando a un sostegno strutturale anche per i lavoratori autonomi. L’idea è quella di un bonus per quando non si lavora.
Ma sia per la cassa integrazione universale che per il bonus strutturale per gli autonomi bisogna fare i conti con i soldi a disposizione.
E qui interviene un altro tema, anch’esso politico ed economico allo stesso tempo, perchè su alcune voci di spesa lo Stato registrerà a fine anno dei risparmi. È il caso, ad esempio, di quota 100.
Cosa si farà con questi soldi? Dove andranno a finire? Il tema è aperto e il cantiere della cassa integrazione universale conta di viaggiare comunque in autonomia rispetto all’esito della partita della redistribuzione dei risparmi. Anche perchè non è detto che una cassa universale significhi necessariamente un esborso maggiore o addirittura monstre per le casse dello Stato. Il tema è un altro e cioè tarare una previsione di copertura, di capire cioè quanto può essere l’appeal potenziale nei confronti di questa nuova misura.
Lo stesso andamento della cassa integrazione sta registrando un andamento ancora ondivago. Perchè le ore di cassa autorizzate dall’Inps nei primi otto mesi di quest’anno sono oltre tre miliardi, di cui 2,8 miliardi legate all’emergenza sanitaria. Un aumento del 988% rispetto all’intero 2019. Ma quelle poi utilizzate dalle aziende nei primi sei mesi sono state solo il 42,2 per cento. E ad agosto le ore autorizzate dall’Inps sono scese del 39,1% rispetto a luglio. Certo sono microtendenze, ma che rompono l’equazione cassa integrazione per tutti e quindi maggior costo. In altre parole: la cassa universale riguarderà tutti, ma non è detto che tutti la utilizzino.
Il disegno del Governo prevede poi di portare la gestione affidata oggi ai Fondi bilaterali piuttosto che al Fondo artigiani sotto un’unica gestione. Questo per evitare asincronie nel processo di erogazione della cassa. La maggior parte delle domande di cassa integrazione che non sono arrivate ancora compimento, infatti, attiene al Fondo artigiani, dove le procedure sono complesse.
In questo intreccio di economia e politica c’è anche un altro tassello che si punta a inserire nella riforma della cassa integrazione: togliere alla Regioni il ruolo che hanno nel complesso meccanismo della cassa integrazione in deroga. Covid ha fatto esplodere questo vulnus e la mancanza di fluidità tra il canale delle Regioni e quello dell’Inps. Migliaia di domande sono arrivate con ritardi anche di settimane al cervellone dell’Istituto di previdenza.
E questo intoppo ha rallentato tutto il meccanismo. L’idea del Governo è portare la cassa integrazione sotto l’egida del ministero del Lavoro e dell’Inps. Un sistema centralizzato che apre a un altro tema politico, quello del ruolo delle Regioni. E al ruolo del ministero che è guidato da una ministra con la casacca 5 stelle. Ecco allora che la cassa integrazione universale potrebbe riproporre le stesse dinamiche che hanno interessato il reddito di cittadinanza. Dinamiche e nuovi equilibri dentro la maggioranza giallorossa.
(da “Huffingtonpost”)
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