Marzo 28th, 2014 Riccardo Fucile
PENA DI UN ANNO AL TESORIERE NARO, COINVOLTO NELL’INCHIESTA SUGLI APPALTI ENAV
Nell’aprile del 2012 Pierferdinando Casini annunciò lo scioglimento del partito. Ma ancora
oggi l’Udc esiste e più che al centro della politica sembra essere nei pensieri di pubblici ministeri, giudici e Guardia di Finanza.
Dopo la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati di Roma di Lorenzo Cesa per finanziamento illecito, per lo stesso reato incassa una condanna a un anno grazie alle attenuanti l’ex tesoriere in uno dei processi per gli appalti Enav.
Quando scoppiò lo scandalo Rocco Buttiglione di lui disse: “Non fa certe cose”.
Oggi però per l’ex segretario amministrativo Giuseppe Naro è arrivato un primo verdetto di colpevolezza per la vicenda della tangente di 200mila euro che l’imprenditore Tommaso Di Lernia, sostiene avergli versato nel febbraio 2010.
Naro ha sempre respinto l’accusa di concorso in finanziamento illecito, ma oggi il Tribunale ha accolto interamente le richieste del pm Paolo Ielo.
”Ribadisco la mia totale estraneità alle accuse che mi sono state formulate. Per questo ricorrerò in Appello contro una sentenza ingiusta, certo che in tale sede — dice Naro – si riuscirà a fare piena chiarezza su questa vicenda”.
Secondo l’accusa fu Di Lernia, responsabile della Print Sistem, società legata ai subappalti del colosso specializzato nella realizzazione di apparecchiature radar Selex (di cui hanno arrestato l’ex direttore operativo Stefano Carlini nell’indagine su Sistri), a versare il balzello al tesoriere dell’Udc.
Ad accompagnarlo nell’ufficio di Naro, in via Due Macelli, in base a quanto ricostruito dagli inquirenti, fu Guido Pugliesi, ex amministratore delegato di Enav.
Per la procura di Roma – che aveva chiuso le indagini nel maggio del 2012 — a confermare tale circostanza era anche il telefono cellulare di Di Lernia, risultato agganciato alla cella della zona in cui lavora Naro, ed il passaggio della sua auto nella zona a traffico limitato.
Sia Naro sia Pugliesi, avevano respinto le accuse, mentre Di Lernia, che con le sue rivelazioni aveva consentito di aprire uno squarcio nel meccanismo degli appalti dell’Enav, avrebbe riconosciuto l’ex segretario amministrativo dell’Udc in una foto durante un interrogatorio.
Naro invece dichiarò che “Di Lernia si propose dicendo che avrebbe voluto finanziare il partito in vista delle elezioni, facendo tutto secondo le regole. Mi era stato presentato da Guido Pugliesi, però non diede seguito a quelle sue intenzioni”.
Il contributo di 200mila euro destinato a Naro, invece secono la tesi della Procura accolta dal Tribunale, fu la conseguenza di un accordo tra Lorenzo Cola (ex consulente Finmeccanica) e lo stesso Di Lernia, su richiesta e attraverso la mediazione di Pugliesi.
Per l’episodio di via Due Macelli hanno già patteggiato la pena sia Cola, sia Di Lernia, mentre Pugliesi sarà giudicato con il rito ordinario a maggio.
Il 31 gennaio scorso Di Lernia durante una delle udienze del processo aveva raccontato che i soldi furono consegnati a Naro perchè non c’era Casini: “Quella mattina (2 febbraio 2010) l’allora Ad di Enav Guido Pugliesi mi disse che non c’era Pierferdinando Casini, ma che la valigetta che conteneva 200mila euro l’avremmo potuta consegnare a un’altra persona“.
Nel corso della sua deposizione Di Lernia ha raccontato che quel giorno “in via dei Due Macelli” una persona si “presentò come Pippo e si scusò per averci ricevuto in una stanzetta perchè nel suo ufficio era in corso una bonifica dopo la scoperta di una cimice“.
L’imprenditore, rispondendo alle domande del pm, aveva aggiunto che “Pugliesi non prendeva mai direttamente, personalmente soldi, ma mi indicava le persone a cui consegnarli. Erano dell’area dell’Udc”.
E ancora: “In prossimità di non so quale campagna elettorale, mi disse che era meglio se Finmeccanica si fosse avvicinata all’Udc, tramite una dazione per sostenere la loro campagna elettorale. Non so se mi disse che era diretta a Casini o al partito di Casini. Quel 2 febbraio venne a prendermi all’ingresso Pugliesi. Dopo alcuni convenevoli, lasciai i soldi a Pippo, come eravamo d’accordo e dissi: ‘Ti lascio questo pensiero, spero vi faccia cosa gradita’”.
Non è la prima volta che l’ex parlamentare finisce nei guai.
Nel 1992 Naro, da dimissionario presidente della Provincia di Messina, fu indagato per abuso d’ufficio.
L’ inchiesta era relativa all’acquisto di 462 fotografie, raffiguranti paesaggi del Messinese, costate all’amministrazione provinciale 357 milioni di lire.
Nell’aprile del 1993 Naro era stato arrestato per lo stesso reato, ma per un’altra vicenda. Tutte inchieste da cui era uscito indenne.
E così nel 2005 Naro era diventato segretario amministrativo e nel 2006 era tra i nomi in testa di lista dell’Udc al Senato in Sicilia in cui si trovavano anche Totò Cuffaro e Calogero Mannino.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 4th, 2014 Riccardo Fucile
NEI SONDAGGI IL CENTRODESTRA CON L’UDC È IN VANTAGGIO…. RENZI: “CONQUISTARE I VOTI NON I LEADER”… PER I SUOI PUà’ ANDARE A PALAZZO CHIGI SENZA ELEZIONI
“Non ho condiviso gli attacchi a Pier Ferdinando Casini, il cui ritorno nell’area dei moderati è da sempre stato da me auspicato e del quale non posso che essere lieto. Anche il suo movimento potrà offrire un contributo alla vittoria del centrodestra”. Quello di Silvio Berlusconi è un abbraccio caloroso, entusiasta, ovviamente interessato, che stoppa anche le critiche in casa centrodestra (vedi il Giornale).
Da quando il leader dell’Udc ha annunciato il ritorno alla casa madre il centro è nella più classica delle fibrillazioni e l’attività di sondaggisti, politologi, retroscenisti ha subito un’impennata sensibile.
Se il decaduto, pregiudicato, inibito dai pubblici uffici, riuscisse a superare al primo turno la fatidica soglia del 37% prevista dall’Italicum, persino da non candidato, e si rimettesse al centro della scena politica, dopo essersi cucinato a puntino pure Matteo Renzi?
Il segretario dem risponde su Twitter alle possibili obiezioni di questo tipo: “Molti pensano che per i voti bastino le alleanze tra i leader. Ma non è più così. Vanno conquistati gli elettori, non i leader”.
I numeri remano contro. Se si sta ai risultati delle elezioni del 2013, il rischio c’è.
Il centrosinistra, guidato da Bersani, prese allora il 29, 5%, comprensivo del 3,2% di Sinistra e Libertà (che in questo momento lancia tutti i suoi strali contro il segretario dem, visto che la legge così com’è lo rende una vittima sacrificale) lo 0,5% di Bruno Tabacci (che ora sogna il centro che non c’è) e lo 0,4% del Svp.
La coalizione di Silvio Berlusconi arrivò allora al 29,1% con il 21,6% del Pdl, il 4,1% della Lega, il 2% di Fratelli d’Italia, lo 0,6% de La Destra, lo 0,4% del Mpa, lo 0,2% del Mir, lo 0,2% del Partito pensionati, lo 0,1% dell’Intesa Popolare.
La capacità federativa del Cavaliere è incredibilmente maggiore di quella del Pd.
È un maestro per aggregare, rastrellare, creare liste civetta all’occorrenza.
Alle ultime elezioni un centro, guidato da Monti, c’era e prese il 10,5% di cui l’8,3% fu di Scelta Civica, l’1,8% dell’Udc, lo 0,5% di Futuro e Libertà .
Da allora, molte cose sono cambiate e Scelta Civica si è scissa, dando vita ai Popolari per l’Italia (guidati da Mauro e Dellai).
Se Sc (per ora) guarda al Pd, i Popolari per l’Italia, che pure ora dicono no a un’alleanza di B., sognano un grande centro. Che se dovesse coagularsi intorno a Casini, è chiaro ora dove va.
Spacchettando i voti del centro, il vantaggio sarebbe di B.: attribuendone, per dire, la metà ai Popolari di Mauro e dunque al centrodestra, il Pdl starebbe al 35,3% e il centrosinistra al 33,8%.
Un bel testa a testa.
Se è per stare ai sondaggi, ieri il Corriere della Sera ne pubblicava uno fatto dalla Ipsos: il centrosinistra prenderebbe il 36% e il centrodestra con l’Udc il 37,9%. Sopra la fatidica soglia.
Il Tg3 ieri sera dava un testa a testa al 36,5% tra la coalizione di Centrodestra più Udc e quella di centrosinistra più Sc.
E il Mattinale citava Euromedia, che dava in fuga il centrodestra con il 36,3%.
Come notava ieri la minoranza dem con una certa sado-masochista soddisfazione, il Pd la coalizione non ce l’ha, il centrodestra sì.
Tutti pronti a ricordare Veltroni e la vocazione maggioritaria che spinse lui alla sconfitta e l’allora sinistra radicale fuori dal Parlamento.
Esiste un piano B? In questo momento si può identificare con quello che un renziano di chiara fede definisce “il piano inclinato” verso Matteo Renzi a Palazzo Chigi.
Basta leggere le ultime battute dell’intervista del sindaco a Repubblica di ieri. “Il problema non è il nome del premier, che per quel che mi riguarda, si chiama Enrico Letta, ma le cose da fare. Io mi occupo di queste, non di altre”.
Una smentita soft, diciamo. Con una prospettiva che vede la legislatura arrivare al 2018, e dunque derubrica a futuro non preoccupante le scelte di Casini.
Tanto più che in un governo guidato da Letta, il sindaco continua a dire di non volersi impegnare.
Wanda Marra
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 2nd, 2014 Riccardo Fucile
MA I CENTRISTI SI DIVIDONO SULLA SVOLTA
Alfano lo accoglie a braccia aperte: «Bentornato nel centrodestra, insieme batteremo la sinistra».
Pier Ferdinando Casini, che dichiara chiusa la stagione del centrismo e nell’intervista a “Repubblica” dichiara la sua scelta bipolarista, ritrova i compagni di strada di un tempo ma rompe del tutto con gli ex di Scelta Civica («il solito trasformista ») e non convince nemmeno tutti i “suoi” Popolari per l’Italia.
Che infatti al momento non lo seguono, «per ora restiamo dove siamo – dichiarano Olivero e Dellai – e comunque poniamo un confine invalicabile a destra».
Gelide le reazioni di chi invece al progetto centrista ancora crede, come Enzo Carra, «Casini cerca solo un posto da Berlusconi».
L’annuncio che il vecchio sogno di rifare la Dc è andato in frantumi, e che se ne torna perciò nel campo del Nuovo centrodestra e di Forza Italia, viene salutato con grande entusiasmo dai forzisti.
Con il “Mattinale” (la rassegna stampa curata dal gruppo parlamentare) che già fa i conti e prevede con il ritorno di Pier di raggiungere la soglia per il premio di maggioranza: «Il centrodestra così prenderà il 38 per cento e vincerà le elezioni».
Ma il centrosinistra non teme alcun effetto Casini, nè sulla tenuta della coalizione di governo nè sulle future elezioni, tanto che per il segretario pd Renzi è «positivo» che evapori il terzo polo centrista in nome del bipolarismo e della nuova legge elettorale.
Angelino Alfano dà un un benvenuto di cuore all’ex presidente della Camera «tra le forze politiche alternative al centrosinistra ».
Insieme potranno «rafforzare il centrodestra italiano e portarlo a vincere contro la sinistra alle prossime elezioni politiche». Gli fa eco Renato Schifani: «Noi non abbiamo mai cambiato idea, e forse è lui che l’ha cambiata e per questo lo accogliamo con piacere».
Terremoto invece nello schieramento di cui Casini ha fatto parte.
«La sua decisione non è una novità ma una svolta annunciata da mesi ed è la vera ragione della separazione di Scelta Civica», punta il dito Linda Lanzillotta, vice presidente del Senato. Che aspetta di sapere se «i nostri amici Dellai, Marazziti, Olivero si ritrovano oggi portati per mano da Casini sotto la protettiva ala berlusconiana».
Pronta la risposta dei deputati dei Popolari per l’Italia chiamati in causa, che aspettano di conoscere le «intenzioni definitive» di Casini, ma intanto spiegano di voler rimanere dove stanno, «nello spazio, piccolo o grande che sia lo vedremo, del popolarismo»
L’annuncio dell’ex pupillo di Forlani naturalmente non piace ai nostalgici democristiani come Gianni Fontana (associazione Dc) ma nemmeno a quanti ancora vedono uno spazio per un’operazione di centro rispetto ai due poli.
Bruno Tabacci, leader di Centro Democratico, chiama a raccolta i moderati in contrapposizione al capo di Forza Italia.
«Mi auguro – spiega – che l’annuncio del ritorno di Casini con Berlusconi faccia
aprire gli occhi a quanti, nel sempre più frastagliato arcipelago del centro, finora non si sono posti il problema».
Perchè, come sostiene il presidente del gruppo misto della Camera Pino Pisicchio, «c’è ancora spazio per un centro riformista».
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 1st, 2014 Riccardo Fucile
“IL TERZO POLO E’ EVAPORATO, OCCORRE LAVORARE SULLO SCHEMA DEL PPE”
“Io per costruire il centro ho rischiato, ho rotto con Berlusconi e sono passato all’opposizione. Poi ho combattuto accanto a Monti, mettendoci la faccia da solo, mentre Berlusconi e Bersani, che pure governavano con noi, si sono defilati. Ma la sera delle elezioni ci siamo accorti che il nostro terzo polo era evaporato. Anzi, l’aveva fatto Beppe Grillo”.
Intervistato da Repubblica, il leader dell’Udc Pier Ferdinando Casini dice addio al sogno centrista. “A noi moderati – spiega – spetta il compito di lavorare sullo schema del Ppe” con Ncd e Fi.
“Aveva senso pensare a un terzo polo di centro, e dunque dare battaglia contro uno sbarramento così drastico, quando ancora si poteva immaginare uno schema tedesco, con socialisti, democristiani e liberali. Oggi tuttavia la partita che stiamo giocando è un’altra, quella contro un populismo anti-europeo e anti-istituzionale, che mette a soqquadro il Parlamento e attacca in maniera dissennata il capo dello Stato”, dice Casini, secondo cui “le forze responsabili – centrodestra e centrosinistra – sono chiamate a serrare le file”.
“Non servono a niente le battaglie di retroguardia. Al punto in cui siamo l’unico antidoto allo sfascismo è l’accordo fra Renzi e Berlusconi per fare la riforma elettorale, quella del Senato e del Titolo V”, afferma Casini.
“Io voterò un emendamento sulle preferenze, penso che ci sia ancora spazio per migliorare la legge elettorale, ma vada come vada: meglio l’Italicum che continuare così”.
Su Renzi, “Può sembrare uno smargiassone e io stesso non gli ho risparmiato critiche, ma non voglio mettergli i bastoni tra le ruote”.
La costruzione del Ppe italiano sarà “con Alfano ovviamente. Ma da Toti a Fitto, insieme a slogan del passato, ho sentito anche cose sensate”, dichiara Casini.
Quanto a Berlusconi, “le divaricazioni drammatiche che ci sono state non possono essere ricomposte con una battuta ma con un dibattito politico serio”.
(da “Huffington Post”)
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Ottobre 31st, 2013 Riccardo Fucile
PER IL LEADER UDC SBAGLIATO IL RICORSO ALLO SCRUTINIO PALESE
Senatore Casini, lei voterà per la decadenza di Berlusconi?
«Il problema non è il mio voto. È che questa vicenda è stata costellata da troppi errori: da ultimo, quello gravissimo della votazione palese».
Visto che è palese, ci dica come vota.
«Se ci tiene a saperlo, la mia scelta per la decadenza di Berlusconi è maturata da tempo».
A quali errori si riferisce allora?
«Il primo l’ha commesso la Giunta quando ha disatteso il consiglio, giunto da autorevoli costituzionalisti di sinistra, di togliere ogni dubbio sulla retroattività della legge Severino, ricorrendo alla Consulta. Un errore in particolare per chi in questi anni ha avversato Berlusconi. Prima di votare la decadenza di un avversario politico, ci vuole un’attenzione supplementare. Se si è garantisti, a maggior ragione bisogna esserlo con un avversario politico. Ma l’errore del voto palese è ancora più grave».
Perchè? Ogni senatore si assume una responsabilità .
«È vero, ci sono valutazioni che possono spingere a una pubblicizzazione del voto. Ma c’è prima di tutto il principio sancito nel regolamento e nella prassi: quando si deve decidere in ordine alle persone, a garanzia di uno Stato di diritto c’è la protezione di uno scrutinio segreto. Ci sono stati mutamenti a questa prassi, ma in casi diversi, ad esempio di dimissioni volontarie. La prassi del voto segreto risponde a una concezione garantista a tutela del singolo e della libertà di coscienza dei parlamentari».
Ma in passato consentì manovre come quelle che nel ’93 salvarono Craxi e indebolirono il governo Ciampi.
«È proprio il ragionamento che respingo. Il legislatore che per paura di manovre stabilisce di cambiare la prassi ha già perso la sua partita. È come se noi pensassimo di non tenere le elezioni perchè il risultato può essere dannoso. Hitler andò al potere con il voto popolare, ma noi dobbiamo difendere i principi e i diritti anche se ne sortiscono effetti negativi».
Ma il voto palese è anche un modo per trarre d’impiccio i senatori, non crede?
«Certo. Per noi è meglio, così tutti vedono come ci esprimiamo. Ma è più importante la manifestazione di un interesse politico, o il rispetto e la tutela del singolo? Io credo sia più importante il rispetto e la tutela del singolo, anche se si chiama Silvio Berlusconi; anzi, a maggior ragione se si chiama Silvio Berlusconi. Dato che a lui sono state imputate troppe leggi ad personam, il modo peggiore di chiudere l’era Berlusconi è dare l’impressione di applicare il regolamento contra personam».
Delle leggi ad personam lei è stato a lungo complice.
«Guardi, ho un illustre avvocato che mi scagiona: Berlusconi stesso mi ha imputato centinaia di volte di non avergli consentito di fare la riforma della giustizia. E, non per essere malizioso, ma temo che la riforma ci avrebbe portato qualche altra legge ad personam».
Linda Lanzillotta, sua collega di Scelta civica, è stata decisiva nella scelta del voto palese.
«Conosco il suo rigore, e sono convinto che questa decisione non sia figlia di ordini di partito ma di una scelta individuale. Resta comunque un errore: è difficile teorizzare che stiamo parlando astrattamente dell’applicazione di una legge. Qui il problema ha un nome e un cognome, e non è quello della Severino».
Ma cos’è successo tra lei e Monti?
«Non rispondo a polemiche. Preferisco ricordarmi il presidente Monti a Palazzo Chigi piuttosto che l’uomo di partito di questi mesi. Abbiamo due modi diversi di stare in questa maggioranza, che già subisce il bombardamento sul quartier generale di Renzi e quello ancora più forte del Pdl. Noi dobbiamo aiutare Letta, non complicargli ancora di più la vita».
Follini ha detto che lei alle scorse elezioni non doveva allearsi con Monti, ma con Bersani.
«È giusto che un politico si rassegni ad ascoltare sempre i maestri del giorno dopo. Sarò Pierfurby, ma la mia disinvoltura non arriva al punto di schierarmi con Vendola. Sono curioso di vedere se lo farà Renzi».
Cosa pensa di lui?
«Oggi come venditore è ancora più bravo di Berlusconi. Temo però che sia meglio come venditore che come uomo di governo. È stato presidente della Provincia di Firenze e vuole abolire le Province, propone spese prive di una copertura seria…».
Ci sarà la scissione nel Pdl?
«Non c’è nulla di più odioso che interferire nei partiti altrui. Ma la scelta di Alfano è la questione delle questioni. La storia di questi anni dimostra che prima o poi viene per tutti il bivio tra perdere la propria dignità restando con Berlusconi o salvarla andandosene. Ora tocca ad Alfano».
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Ottobre 20th, 2013 Riccardo Fucile
LA SPACCATURA DENTRO SCELTA CIVICA E’ SOLO L’ULTIMO TENTATIVO DI RIFARE LA DEMOCRAZIA CRISTIANA
La mamma è sempre la mamma. 
Le braccia calde della Democrazia cristiana, del bel tempo della nostra infanzia, sono le braccia a cui tendiamo le nostre. Non c’è niente da fare: non si diventa grandi, il lavorio attorno a Mario Monti e a Silvio Berlusconi è quello, e gli ultimi rifondatori sono Angelino Alfano e Mario Mauro, Maurizio Lupi e forse qualche esule del Pd — se Matteo Renzi non garba — e come fare a meno di Pier Ferdinando Casini e di Roberto Formigoni, che la ricetta ce l’hanno nello scrigno da tempi imberbi?
Sono venti anni, dalla sepoltura officiata da Mino Martinazzoli, che la Dc è un punto di arrivo. Non ci si rassegna.
Poco più di un anno fa l’allora ministro Andrea Riccardi, di Sant’Egidio, provò a buttare lì qualche ingrediente, il piatto poteva venire fuori ancora appetibile: «Bisogna trovare un linguaggio meno gridato, ma che faccia riferimento a una cultura. Un po’ più colto, un po’ più concreto. Seconda cosa, non possiamo più ragionare parlando soltanto di Italia, ma dobbiamo farlo parlando di Europa».
Erano i giorni in cui Berlusconi ancora pensava di offrire a Monti la leadership del «rassemblement dei moderati» (espressione che precisava il declino), in una non confessata tensione al moroteismo, altro che rivoluzione liberale.
Riccardi poi si è tirato fuori, Monti con Berlusconi non ha condiviso neppure un caffè, e la Dc due punto zero si è dimostrata quasi più una percentuale che un progetto.
Niente da fare, la mamma è sempre la mamma ma ci si va a cena giusto una volta al mese.
Tutti questi inesausti e ripetuti tentativi — sarà oggi quello buono?
Mah — non hanno retto alla prova della strada.
Guardate che davvero è una storia vecchia come il cucco.
Bisogna ritornare a Giovanni Paolo II, che a Loreto esortò all’impegno pubblico dei cattolici — era il 1994 — e l’ottimo professore Rocco Buttiglione, che di Germania ne capisce ma sull’Italia arranca nel pantano, chiamò al raccoglimento: «Un’alleanza politica dei cattolici può portare solo benefici all’unità del paese».
Eh bè, diciannove anni fa, abbondanti.
Diciannove anni lastricati di buone intenzioni, e si sa che le buone intenzioni producono i danni peggiori. In questo caso danni collaterali, viste le gite fuori porta — al contrario: verso il centro — di Casini e Gianfranco Fini, che per liberarsi della dittatura berlusconiana hanno pensato di riagganciarsi a qualche fuoriuscito di sinistra, e nella terra di nessuno.
Magari la colpa è proprio di Berlusconi, lui che la Dc l’ha rifatta davvero, con la sua teoria di essere concavi coi convessi e convessi coi concavi, per cui l’ex democristiano era una campo già arato.
Vista oggi, da qui, è impressionante la miopia di quei freschi nostalgici alla Buttiglione, come Roberto Formigoni, che in quel formidabile 1994 disse: «Un paese non si governa dagli estremi, e quindi emerge la ricerca di uno spazio centrale di governabilità ».
Ci sperava anche Mario Segni, trionfatore del referendum sull’uninominale e poi sbaragliato nel primo tentativo neodemocristiano, proprio quello delle elezioni della primavera 1994 (a proposito, solo i maniaci hanno a memoria il comico Elefantino di Fini-Segni a un giro di Europee di lustri fa).
Mica era finita lì. Anzi.
Ogni due anni rispunta l’ideuzza, il Grande Centro, la Balena Bianca.
Leggete questa del 1997, dal settimanale «Oggi», una rubrica di Antonio Di Pietro: «Mi offro come garzone del nuovo Grande Centro». Uno spettacolo infinito.
Nel 2001 si incarnò direttamente il messia, Giulio Andreotti, con la sua Democrazia europea (oddìo, questa Europa…) messa su con l’ex cislino Sergio D’Antoni. Deputati: zero. Senatori: due col recupero proporzionale.
Eppure si sono scannati per la legittima eredità .
Ci sono stati anni, intorno al 2005, in cui ci si è occupati di liti da ballatoio fra personaggi intraducibili, Giuseppe Pizza e Angelo Sandri, che si disputavano sede e simbolo dello Scudocrociato; il cui significato, per i ragazzi di oggi, equivale alla Stele di Rosetta.
Il resto sono nomi, ambizioni vaporose, da Clemente Mastella a Paolo Cirino Pomicino, da Giuseppe Fioroni a Marco Follini.
Coraggio, è solo un altro round.
Mattia Feltri
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Ottobre 19th, 2013 Riccardo Fucile
NESSUN EFFETTO DIRETTO DALL’INTERDIZIONE PRIMA DI GENNAIO… E SE SULLA DECADENZA AL SENATO ARRIVASSE L’AIUTINO DI CASINI E MAURO…
Sono due gli anni di interdizione dai pubblici uffici comminati oggi dalla terza sezione della Corte
d’Appello di Milano a carico di Silvio Berlusconi.
Nulla di nuovo, a villa San Martino. Silvio Berlusconi ha accolto così i due anni di interdizione decisi dalla Corte d’appello di Milano sulla sentenza Mediaset.
Il Cavaliere da tempo non crede che la magistratura possa ‘salvarlo’, ma conserva ancora flebili speranze sulla partita sulla decadenza.
Tecnicamente il passaggio del tribunale meneghino è formale. L’iter dell’esclusione dal Senato dell’ex premier è infatti già in corso ai sensi della legge Severino, e si concluderà in novembre con il voto dell’aula.
Così l’interdizione calcolata dai giudici di Milano (non sommandosi con gli effetti dell’altra norma) non avrà effetti pratici.
Per lo meno non immediati, salvo l’esclusione dell’imputato anche dall’elettorato attivo.
Qualora infatti l’Aula del Senato dovesse a sorpresa respingere la non convalida dell’elezione del Cavaliere, i tempi dell’applicazione dell’interdizione non sarebbero brevissimi.
La sentenza sarà ricorribile (anche se non nel merito: il quantum non potrà essere modificato, ma in caso di accoglimento dell’appello dovrà essere nuovamente ricalcolato).
Niccolò Ghedini, il legale del Cavaliere, ha già annunciato che presenterà ricorso, chiedendo la riduzione della sentenza di un anno.
Dunque, dopo il nuovo passaggio in Cassazione – la cui sentenza è attesa non più tardi di gennaio – l’applicazione dell’interdizione dovrà passare da un voto della Giunta e, quindi, dell’emiciclo, proprio come si è verificato per la decadenza.
Il voto sulla decadenza, al contrario, è atteso entro novembre, e sancirà la definitiva uscita del Cav dall’assemblea parlamentare.
Pd e M5s spingono per i primi giorni del mese, mentre il Pdl spera di riuscire a guadagnare altro tempo.
Sulla tempistica la palla è in mano a Pietro Grasso, che per il prossimo 29 ottobre ha convocato la Giunta per il regolamento per dirimere le modalità con le quali si dovrà pronunciare l’aula (voto palese o voto segreto?).
Proprio su questo versante Berlusconi continua a coltivare qualche speranza.
“Sulla base dei precedenti vedremo come compartarci”, dice la montiana Lanzillotta. Il suo voto potrebbe essere decisivo, perchè il senatore della Svp Karl Zeller annuncia che non è d’accordo con il voto palese.
“Io sono per il voto segreto – dice contattato telefonicamente dall’Agi – voglio garantire le regole, sono contrario a cambiamenti in corso”.
I numeri nella Giunta per il regolamento, quindi, sono in bilico (Gal e Lega sono in linea con il Pdl) e potrebbero non bastare le aperture di Pd e Movimento 5 stelle sul voto palese.
“Sarebbe una forzatura assurda, bisogna riconsiderare la Legge Severino”, continua a ripetere il Cavaliere.
Politicamente, l’orientamento dei giudici di Milano rafforzerà il fronte di chi in Parlamento tira dritto sull’esclusione del Cavaliere.
Ma l’esplosione delle truppe centriste ridanno fiato alle aspettative di Arcore. Berlusconi non esclude di giocarsi poi la ‘partita’ sul voto segreto, potendo contare sull’appoggio di tutti i moderati che si riconoscono nel centrodestra.
L’ex premier guarda con interesse alle manovre dentro Scelta civica: se superiamo le nostre divisioni – ha spiegato oggi ad un deputato del Pdl -, emergeranno le spaccature nel Pd e negli altri schieramenti.
Al momento anche gli alfaniani aspettano di capire se ci può essere su un approdo comune con i cattolici di Scelta civica, ma il modello della Casa delle Libertà del ’94 resta un obiettivo.
Che potrebbe passare, anche, attraverso la partita del voto sulla decadenza.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 1st, 2013 Riccardo Fucile
IL PROFESSORE AVEVA DETTO: “SE QUALCUNO TRA I CENTRISTI SI SENTE A DISAGIO PUO’ ANCHE ANDARSENE DA SCELTA CIVICA”… LE REAZIONE: “DILETTANTE, IMPARI L’UMILTA'”
Il feeling politico è finito da mesi, ma ora il rapporto tra l’Udc e Monti degenera.
E sconfina nell’insulto. Il professore viene definito “arrogante, “guastatore” e “dilettante della politica” da esponenti dell’Udc furiosi con l’ex oggi scagliano contro Mario Monti, “colpevole” di aver detto ieri che se tra i centristi c’è gente che si sente a “disagio” di stare nei gruppi di Scelta Civica può anche andarsene.
Queste le parole del senatore a vita che hanno infiammato gli animi: “Se qualcuno dice che l’Udc non esiste più, io questo non lo so. Vorrei dare da qui un messaggio chiaro, a chi si sente a disagio in gruppi unitari che si chiamano Scelta civica alla Camera o al Senato, a essere liberato dall’impegno che pure ha preso di far parte per tutta la legislatura di quel gruppo. Se poi qualcuno non più sufficientemente interessato all’esperienza dell’Udc volesse pensare di formalizzare la propria presenza in Scelta civica è un’ipotesi che si può prendere in considerazione”.
Evidentemente i tono del professore non sono piaciuti a molti che, dopo una notte di riflessione, sono partiti all’attacco.
Comincia Lorenzo Cesa: “Ho letto le dichiarazioni del presidente Monti e mi trovo d’accordo con lui: questo è il momento della chiarezza. E, per essere chiari, finchè sarò segretario dell’Udc questo partito continuerà a esserci”.
Gli animi si scaldano. “Leggo con sconcerto le parole di Monti. Così come non ho dubbi sul fatto che il professore sia stato una eccellenza nel campo universitario in eguale maniera non ne ho sul fatto che come politico sia un dilettante assoluto”, attacca Antonio Pedrazzoli.
Poi è la volta di Maurizio Ronconi: “Il presidente Monti sembra molto più impegnato a fare il guastatore dell’alleanza con l’UDC che a definire un orizzonte di impegno per i moderati.
Per l’europarlamentare Gino Trematerra, “quando parla dell’Udc, Monti dovrebbe imparare il termine umiltà “.
Per il deputato Angelo Cera, “le parole di Monti sono un cazzotto sui denti per chi è in cerca di una verginità perduta e di future poltrone”.
Decisamente, tra Monti e l’Udc, un amore finito male.
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Giugno 22nd, 2013 Riccardo Fucile
FINISCE DOPO DUE ANNI L’ALLEANZA CENTRISTA TRA RECIPROCHE ACCUSE…LE RISPETTIVE STRATEGIE FUTURE
L’incontro tra Casini e Monti è ad alta tensione. 
All’insegna della «delusione personale» che i due si rinfacciano a vicenda.
Finisce così la storia di un’alleanza politica nata nel novembre 2011, quando il presidente della Bocconi sbarcò a Palazzo Chigi, rinvigoritasi man mano che il governo tecnico procedeva ma riempitasi di crepe dopo le elezioni dello scorso febbraio.
Il tradimento è ormai consumato, il divorzio è inevitabile. Ma i tempi non sono ancora stati decisi. Per ora si vive da separati in casa.
Quando fare le valigie probabilmente lo deciderà Casini.
Di buon mattino Casini e Cesa si recano a Palazzo Giustiniani per incontrare Monti, Olivero e Dellai.
Chi ha una vaga dimestichezza con il linguaggio della diplomazia racconta di un incontro «franco».
Gli altri parlano di «scontro durissimo» con reciproche recriminazioni.
È stato Cesa ad aprire le danze. Il segretario dell’Udc ha ricordato a Monti il ruolo del suo partito nel far cadere Berlusconi, nel sostenere il governo tecnico, l’assenza di lamentele di fronte alle scelte su nomine e linea politica che dopo le elezioni Monti ha preso senza mai consultare l’alleato.
«Più leali di così non potevamo essere, chiedevamo la fusione tra Udc e il tuo partito, era girata una road map ma poi ci hai scaricati accusandoci di volere quote di potere».
Con Casini che a quel punto non ha esitato a dire: «Mario, questa è una delusione personale». Fredda la reazione di Monti, che ha invitato tutti a essere razionali, ha ricordato il sostegno che lui ha dato a Casini, parlando anch’egli di delusione, ma ribadendo che Sc non è pronta alla fusione.
Lo scontro viene nascosto in un comunicato di maniera che parla di «ritorno all’autonomia» dei due partiti «in attesa di una riflessionesu un possibile progetto comune» da fare più avanti «visto che ora i toni sono troppo esasperati».
La verità la racconta con disincanto un pontiere tra il mondo cattolico e quello montiano.
Monti e i suoi non si sentono pronti alla fusione con i centristi perchè se in Parlamento hanno più uomini, sul territorio non sono radicati quando l’Udc.
«Sarebbero i centristi ad annettere i montiani, non viceversa ». Per questo Monti punta a strutturare e rilanciare (congresso e tesseramento in luglio) un partito in crisi di consensi e di visibilità apparentandosi a mondi della società civile, dell’associazionismo cattolico e, perchè no, agli ex adepti di Oscar Giannino.
Casini non vuole aspettare che i rapporti di forza si ribaltino e se deve preferisce prendere il largo subito. I centristi come prima cosa chiederanno che i gruppi unici in Parlamento non si chiamino più Scelta Civica ma Sc-Udc.
Poi cercheranno di rubare quanti più parlamentari a Monti.
Infine, quando il momento sarà ideale per riposizionarsi politicamente, l’addio.
Alberto D’Argenio
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