Gennaio 30th, 2013 Riccardo Fucile
NEL MIRINO DELLA PROCURA I FINANZIAMENTI DEI COSTRUTTORI AL PARTITO NEL LAZIO
Dopo la Margherita, il Pdl e l’Italia dei Valori, anche il partito di Pier Ferdinando Casini finisce sotto inchiesta.
A seguito della segnalazione della Corte dei Conti, la Procura di Roma ha aperto un fascicolo, di cui è titolare il procuratore aggiunto Francesco Caporale, per chiarire alcuni aspetti sui finanziamenti ricevuti da parte di aziende private per le regionali del 28 e 29 marzo del 2010.
I magistrati contabili nell’ultima relazione, pubblicata ad agosto scorso, scrivono che “Il dott. Vittorio Bonavita, (poi nominato direttore dell’Asl Roma B, ndr), segretario amministrativo dell’Udc Lazio pro tempore, con nota in data 3 luglio 2012 ha trasmesso solo una parte (14 delibere societarie) della documentazione relativa alle società eroganti (in tutto 39 società ) previste dalla predetta legge n. 195 del 1974”.
Ossia su 39 aziende o comunque persone giuridiche che hanno finanziato il partito, in 25 casi non è stata presentata alcuna carta che giustifichi quelle entrate , contabilizzate per un totale di 171mila euro.
Nell’elenco delle società di cui manca documentazione c’è la Todini Costruzioni Generali Spa che ha finanziato quella campagna regionale del 2010 con un bonifico di 20 mila euro.
La società Todini è gestita da Luisa Todini che siede anche tra i consigliere Rai in quota Pdl/Lega.
Altri esempi di società , di cui non è stato presentato alcun documento alla Corte dei Conti, sono poi la Edil C.a.s.a. Edilizia che al partito ha donato 20 mila euro, la Ciaccia appalti srl (altri 20mila). E ancora, la Sales appalti (15 mi-la) e la Di. Bi. costruzioni (5 mi-la), tutte operanti nel settore dell’edilizia.
Il collegio dei magistrati contabili, si conclude nell’ultima relazione, però “non ritiene che la mancata trasmissione della documentazione relativa ai contributi di che trattasi sia, di per sè sola, atta a concretizzare un fumus di sussistenza del reato di cui all’art. 7, ultimo comma, della legge 2 maggio 1974, n. 195 — ossia la legge che regola i finanziamenti privati ai partiti. Tuttavia, il Collegio si è determinato nei sensi dell’opportunità di riferire i fatti, per quanto di rispettiva competenza, alla Procura della Repubblica di Roma”.
Che solo pochi giorni fa ha aperto un fascicolo, per adesso senza indagati nè reati, al fine di chiarire la regolarità o meno di quei 171 mila euro che sono entrati nelle casse della sezione regionale dell’Udc e che sono stati utilizzati per la tornata elettorale del 2010.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 28th, 2013 Riccardo Fucile
LE IPOTESI SUGLI SCENARI POST ELETTORALI
In campagna elettorale, si sa, menarsi fendenti di santa ragione è fisiologico, e prescinde
dai rapporti politici esistenti.
Per questo può succedere che nei giorni in cui la polemica giunge alle vette più alte, i protagonisti della competizione, benchè avversari, si parlino.
Se non altro perchè si conoscono da una vita.
Come Pier Luigi Bersani e Pier Ferdinando Casini.
In campagna elettorale, si sa, la polemica è la norma, ma se si depone il fioretto e non si risparmiano i colpi contro il competitore si può anche arrivare a un punto di non ritorno. È esattamente questo il quadro in cui si gioca la partita tra il Pd e Monti.
Bersani non aveva intenzione alcuna di infilzare il presidente del Consiglio con un colpo a sorpresa: «Gli replicherò solo se insiste, altrimenti parlerò di quello che interessa al Paese».
Però, adesso che il confronto televisivo si avvicina (sarà a febbraio, con tutti i candidati premier, da Monti al segretario del Pd, a Berlusconi, passando per Ingroia, Grillo e Giannino), Bersani minaccia di rispondere pan per focaccia se l’inquilino di palazzo Chigi proseguirà nei suoi attacchi.
Il presidente del Consiglio ogni volta che incontra un esponente del Pd non nega mai la frase di rito: «Dopo le elezioni ci parleremo, ci vedremo».
Nel frattempo però sembra aver imbracciato la katana di Uma Thurman in «Kill Bill».
La super spada dei samurai, per intendersi.
Ed è per questo motivo che, nel pieno degli insulti e delle accuse della campagna elettorale, Bersani e Casini si sono parlati.
Sono entrambi due politici di lungo corso: sanno che dopo la guerra si può anche siglare un armistizio, ma sanno anche che se si va troppo là poi arretrare è più difficile.
Il segretario del Pd ritiene che se l’intenzione di Monti è quella di tirare troppo la corda si possa arrivare a un punto di non ritorno.
E lo pensa anche Casini.
Bersani ha chiesto al leader dell’Udc il perchè della «metamorfosi» del premier.
Colpa del guru americano, è stata la risposta, che per far guadagnare al presidente del Consiglio i voti di Berlusconi (ma anche quelli di Bersani) ha suggerito la linea dell’aggressione.
Però così dove si va, è stato l’interrogativo che hanno espresso entrambi. Da nessuna parte, è stata la risposta che si sono dati.
Il segretario del Pd non mente (non è suo costume nè sua abitudine) quando afferma: «Noi rimaniamo aperti a una collaborazione con i moderati».
Però dice la verità anche quando avverte: «Siamo disponibili al dialogo, ma il testimone resterà nelle nostre mani».
Nel senso che, anche nel caso in cui la vittoria del centrosinistra si limiti alla Camera, con un pareggio al Senato, la guida del governo dovrà andare ugualmente al candidato premier della coalizione vincente, ossia allo stesso Bersani.
Casini è in campagna elettorale, ufficialmente dissente, ma da politico intelligente qual è sa che difficilmente potrà essere diversamente.
Monti ne è conscio? Il numero uno del Pd sa che c’è chi vuole «una sua vittoria azzoppata», come si rende perfettamente conto che il successo a questo punto «non è scontato», però non è tipo da mollare come se niente fosse.
E infatti il suo ruolino di marcia lo ha fissato da tempo: anche se si vince si deve collaborare con i moderati «perchè il mito dell’autosufficienza» non esiste. Lo ha già dimostrato Prodi nel 2006.
Ma collaborare non vuol dire necessariamente governare insieme.
«Dipende dalle condizioni», è il ritornello del leader del Pd.
Ossia se la vittoria del centrosinistra sarà piena non ci sarà un «do ut des»: nessun patto di governo con i centristi, piuttosto un patto istituzionale, per varare le riforme importanti, ratificato dall’assegnazione della presidenza di una delle due camere a un esponente del fronte moderato. Non solo.
Anche il presidente della Repubblica verrà scelto con il metodo della «condivisione» con il centro.
Dopodichè potrebbe anche accadere che Bersani decida di inserire nel suo gabinetto un ministro espressione dei moderati (anzi, non è affatto escluso), ma questo non significherebbe siglare una nuova intesa di governo perchè il segretario del Pd non vuole venire meno al patto sottoscritto con gli elettori abbandonando Vendola per il centro.
Ovviamente – e queste sono le «condizioni» da cui dipende ogni scelta come spiega Bersani – se al Senato il centrosinistra non avesse la maggioranza, allora l’alleanza di governo diventerebbe inevitabile.
Ma anche – o proprio per questo – Monti deve mollare la corda, perchè, avvertono al Pd, anche in questo caso la premiership deve andare a Bersani.
Altrimenti? Altrimenti si può sempre «votare di nuovo”
Maria Teresa Meli
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 14th, 2013 Riccardo Fucile
CASINI: “BERLUSCONI VUOL TRATTARE CON IL PD”….FINI CAPOLISTA OVUNQUE TRA CONFERMATI E QUALCHE NOVITA’
Chiusa la faccenda delicata del listone unico al Senato, Udc e Fli stanno facendo gli ultimi ritocchi alle loro liste per la Camera.
Anche qui non manca qualche difficoltà , perchè i nomi devono passare al setaccio delle regole stringenti imposte da Mario Monti e fatte rispettare da Enrico Bondi.
I nomi saranno resi pubblici stamattina dall’Udc e stasera da Fli, ma il più è fatto.
Ieri Monti si è presentato a un gazebo a Milano, per firmare l’elenco dei sottoscrittori della lista dei candidati e si è intrattenuto con i giovani di Italia Futura, parlando di campagna elettorale e di Imu.
L’ultima grana per l’Udc è stata sollevata dal Giornale, che in prima pagina ha titolato «Casini come Fini», spiegando che il leader Udc candida «la moglie del fratello e il genero».
Il riferimento è alla cognata, Silvia Noè, e al fidanzato della figlia Maria Carolina Casini, Fabrizio Anzolini.
Casini replica a «In mezz’ora», da Lucia Annunziata: «Silvia Noè, mia cognata, è la più votata dell’Udc in Emilia-Romagna, in dieci anni ha fatto il consigliere comunale e regionale, non penso possa pagare la parentela all’inverso. Ma se qualcuno conosce una persona con più voti di lei la candido».
Quanto ad Anzolini, «non è mio genero e non lo diventerà »: «Sono stato contestato dai giovani friulani perchè l’ho messo al secondo posto in una regione dove eleggiamo un solo deputato. È un ragazzo molto intelligente e aspirava ad avere un posto».
Tra chi non si è candidato ci sono Francesco Bosi, Armando Dionisi, Renzo Lusetti e Pierluigi Mantini.
Savino Pezzotta spiega così la sua non ricandidatura: «L’ho comunicata a Casini il 9 novembre. Niente di doloroso, ma una scelta di coerenza, non riuscendo più a ritrovarmi in un certo modo di fare politica».
E sarebbe invece amareggiato Giuseppe Pisanu per il veto che Casini avrebbe posto a una sua candidatura al Senato.
Tanto che alcuni suoi interlocutori parlano di una riapertura del dialogo con Berlusconi.
Tra i capilista ci sono i dirigenti storici, da Lorenzo Cesa a Rocco Buttiglione, fino a Ferdinando Adornato, e altri nomi noti: Gianpiero D’Alia (Sicilia), il giovane Roberto Occhiuto (Calabria), Gian Luca Galletti (Emilia), Enzo Catania (Veneto, Piemonte e Campania).
Tra gli esterni, ci sono Giorgio Guerrini (Confartigianato), Paola Binetti, il vicepresidente di Confindustria di Palermo Rosario Basile.
Arriva anche, in Sicilia, Giovanni Pistorio, che ha mollato Raffaele Lombardo, approdando all’Udc.
È andata male invece ai due liberaldemocratici Tanoni e Melchiorre: l’Udc voleva candidarli in Campania ma i dirigenti locali non li hanno voluti e sono stati esclusi. Ieri si è poi deciso un cambio in corsa: Massimo Ferrarese, ex presidente della provincia di Brindisi, è stato dirottato dalla Camera al Senato: posto altissimo in lista, il numero due. Cesa sarà candidato in varie regioni ma soprattutto in Puglia, dove si spera in una percentuale a due cifre.
Fatte le liste, Casini spiega le strategie: «Non possiamo accettare di fare alleanze oggi: vogliamo vincere». I rapporti con il Pd sono ancora tutti da chiarire: «Tra il mio amico Enrico Letta e Nichi Vendola c’è un abisso».
Il leader di Sel «è un signore rispettabilissimo che però di Monti dice e pensa tutto il male possibile».
Per il premier, Casini ribadisce: «Va a Palazzo Chigi chi avrà la maggioranza al Senato e alla Camera. E se non succede, il presidente della Repubblica deciderà a chi affidare l’incarico. La preoccupazione di Berlusconi è di trattare lui con Bersani. Vedremo se anche Bersani accetterà di trattare con Berlusconi».
Casini parla degli alleati: «Luca Cordero di Montezemolo ha fatto una scelta che rispetto, ma ci darà un contributo in campagna elettorale. Perchè no, anche facendo dei comizi: io lo inviterò». Quanto al Parlamento, «faremo dei gruppi unici sia alla Camera sia al Senato. Passera? Mai litigato».
Per Fli, invece, sarà una sfida dura, visto che la soglia del 2 per cento è a rischio (anche se potrebbe essere ripescato come «miglior perdente»).
Le liste sono quasi pronte e vedranno Fini capolista in tutta Italia.
Numeri due saranno, tra gli altri, Granata, Briguglio, Bocchino, Perina, Barbaro, Moroni, Palmeri, Scanderebech, Raisi, Menia, Artizzu e Toto.
New entry, Angelo Pollina, Luisa Spagnoli, figlia dell’imprenditrice dell’abbigliamento, e Pierangelo Vignati, medaglia d’oro alla Paralimpiade di ciclismo del 2000.
Alessandro Troncino
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 13th, 2013 Riccardo Fucile
QUALCHE MALUMORE PER LE PRETESE UDC… PREOCCUPAZIONE IN FLI PER LO SFALDARSI DELLA PROPRIA STRUTTURA TERRITORIALE
Dopo le elezioni, chiunque ne esca vincitore, dovrà raccogliere i riformisti presenti nei diversi partiti e farli lavorare insieme per portare a termine quelle riforme ostacolate dagli opposti conservatorismi.
Mario Monti parla da Orvieto, davanti a una platea amica, quella dei liberal del Pd riuniti sotto l’insegna Libertà Eguale.
E dalla cittadina umbra sembra rispondere indirettamente a Nichi Vendola che solo ieri lo aveva messo `fuori’ da un eventuale governo a guida Bersani.
Di più: il presidente del consiglio cita il leader di Sel e sembra volerlo mettere tra i cattivi, ovvero quei conservatori che si annidano, non meno dei riformisti buoni, nelle fila di ogni formazione politica.
Ma Vendola non era presente in Parlamento e Monti lo sottolinea per dire che ogni giudizio è sospeso.
Non è sospeso il giudizio su Stefano Fassina, responsabile economico del Pd, che sebbene non sia deputato ha saputo ostacolare il cammino delle riforme del governo Monti.
Il professore, anche in questo caso, sembra pronto a citare l’esponete del Pd tra i conservatori, salvo poi `scoprire’ che «Fassina non è deputato. Davvero non è onorevole? Non mi stupisce che abbia comunque fatto sentire la sua voce: i bocconiani riescono a dire la loro anche lì dove non sono presenti», ironizza Monti per poi ridere di gusto.
Da Orvieto a Roma, dalle grane con gli altri partiti a quelle interne alla propria coalizione.
A Montecitorio, prima di chiudere definitivamente le liste con i nomi dei candidati di Camera e Senato, si è dovuto ripetere il rito del vertice con Casini e Fini a cui si è aggiunto questa volta anche il ministro Andrea Riccardi.
Una presenza che ha fatto circolare la voce, all’interno di Fli e Udc soprattutto, di un ripensamento del fondatore della comunità di Sant’Egidio che, stando ai rumors, sarebbe stato prossimo a candidarsi.
Voci smentite dai cattolici dello schieramento montiano.
La presenza di Riccardi, riferiscono le stesse fonti, si sarebbe resa necessaria per mediare tra i centristi e i `civici’, indispettiti per quelle che chiamano `pretese’ da parte del leader dell’Udc.
Oltre al fatto di aver voluto essere candidato in più regioni al Senato, infatti, si rimprovera a Casini di aver voluto `sistemare’ i suoi in posti chiave, come il collegio Campania 1, di fatto `blindandoli’.
Malcontento anche tra le fila di Futuro e Libertà dove si rimprovera a Casini un atteggiamento poco collaborativo: l’ultimo episodio aveva riguardato le liste per le circoscrizioni estero della Camera, dove l’Udc, oltre a presentare propri candidati in lista unica con Monti, ne esprimerà anche all’interno della lista Maie di Riccardo Merlo, fortissima nella circoscrizione Sud America.
Un malcontento quello dei finiani che, stando a quanto riferiscono fonti parlamentari, sarebbe acuito anche dalla consapevolezza che, a urne chiuse, il risultato che si otterrà sarà molto al di sotto delle aspettative: «Sta venendo meno la struttura nei territori», lamenta un esponente di Fli sottolineando come siano ormai in molti gli esponenti locali ad essersi dimessi da incarichi importanti.
Il timore di fare un buco nell’acqua è vivo anche tra le fila di Udc e di Italia Futura che vedono concreto il pericolo di una emorragia di consensi derivante dall’aver concesso troppo alla componente politica.
Per quesa ragione il coro che chiede a Monti una maggiore presenza fisica sul territorio in campagna elettorale si fa di giorno in giorno più forte.
(da “La Stampa“)
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Gennaio 8th, 2013 Riccardo Fucile
CASINI VUOLE 15 SEGGI SU 40 AL SENATO, MONTI NE VUOLE 30… FINI E CASINI VOGLIONO 4 DEROGHE, MONTI INSISTE PER SOLO DUE
Il braccio di ferro, nonostante la massima segretezza imposta dal premier sui contenuti
del vertice, c’è stato e continua ancora.
Non è stato infatti sufficiente il conclave, che ieri ha impegnato a Montecitorio Monti fino a notte fonda con tutti i leader del centro, per venire a capo delle candidature.
Impossibile per ora far combaciare le pretese di rinnovamento del premier con le ambizioni personali e gli appetiti dei partiti.
Se ne riparlerà ancora oggi e la “discovery” delle liste è rimandata a giovedì.
Intanto il grande censore, Enrico Bondi, a cui Monti ha affidato il compito di vagliare i curricula dei pretendenti al seggio, ieri ha dato le sue dimissioni da commissario straordinario sulla spesa pubblica e da commissario per il rientro della spesa sanitaria del Lazio.
Due incarichi di governo che avevano fatto gridare allo scandalo sia il Pd che il Pdl per il contemporaneo impegno del super-tecnico a favore della Lista Monti.
Ieri si è dunque riunito il Consiglio dei ministri (ma senza Monti, già alle prese a quell’ora con Casini e Fini) per prendere atto delle dimissioni del risanatore Parmalat a cui succede il Ragioniere generale Mario Canzio.
La battaglia fra Monti e i suoi nuovi soci ieri si è concentrata sulla lista unica da presentare a palazzo Madama.
L’Udc ha chiesto infatti quindici posti, su un totale di circa 40 senatori che potranno essere eletti.
Troppi per Monti, che per i suoi “civici” pretende uno spazio almeno doppio a quello di Casini. Senza contare la ressa dell’ultima ora di molti politici del Pd che sono stati fatti fuori da Bersani. Oltre a Pietro Ichino e Mario Adinolfi, montiani della prima ora, ieri la lista del Professore si allungava a Umberto Ranieri, Andrea Sarubbi, Alessandro Maran e i costituzionalisti Vassallo e Ceccanti.
Sempre nella lista del Senato si doveva trovare posto per gli ex Pdl Pisanu, Mantovano e Cazzola. Altri nomi che filtrano dal tavolo delle candidature montiane sono quelli di due giornalisti.
Non solo Ernesto Auci, ex direttore del Sole24ore, ma anche Giulio Borrelli, ex direttore del Tg1.
Se la lista “Scelta Civica” alla Camera non presenta grandi problemi, visto che le candidature sono di esclusiva pertinenza del Professore (che ieri ha avuto un lungo colloquio telefonico con Luca di Montezemolo, tornato da una vacanza all’estero), altro aceto sulle ferite lo sta aspergendo Enrico Bondi.
Enrico “mani-di-forbice” ha infatti presentato a Monti il suo manuale del candidato pulito e sembra che i criteri, soprattutto per quanto riguarda i conflitti di interesse, siano rigidissimi. Inoltre Monti non si accontenta di avere fedine penali immacolate e zero conflitti di interesse. Pretende che siano rispettati anche dei «criteri politici», come ad esempio un radicale rinnovamento delle liste di Udc e Fli.
Ulteriore motivo di attrito.
Così, ad esempio, Casini e Fini stanno spingendo per ammorbidire il principio di due deroghe al massimo per ogni partito sui parlamentari di lungo corso.
Udc e Fli vorrebbe due deroghe a testa sia per la Camera che per il Senato. Un raddoppio insomma.
Ad alleviare le fatiche del manuale Cencelli per Monti è arrivata comunque una gradita sorpresa. Una telefonata, tra Natale e Capodanno (mentre il premier era ancora Venezia), di Barack Obama.
Nel colloquio – che palazzo Chigi minimizza come un semplice scambio d’auguri – il presidente americano non avrebbe mancato di felicitarsi per la decisione di Monti di candidarsi. Un incoraggiamento insomma, anche se fatto in forma privata e non destinato ad essere reso pubblico.
L’ultima volta si erano sentiti a metà novembre, dopo la rielezione alla Casa Bianca, e Obama si era detto «lieto della prospettiva di continuare la nostra stretta collaborazione ».
Ma ancora non c’era la novità della “salita” in campo di Monti. Il terreno di un possibile impegno in politica del premier italiano era già stato discretamente sondato da Obama in occasione di un colloquio con Monti a New York lo scorso settembre.
Forse non a caso, poche ore dopo quel colloquio, proprio negli Usa, Monti accennò per la prima volta a una sua «disponibilità » a restare a palazzo Chigi per un secondo mandato.
Francesco Bei
(da “la Repubblica“)
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Gennaio 7th, 2013 Riccardo Fucile
SI TRATTA SULLE QUOTE, TRENTA SEGGI PER I MONTIANI
Centinaia di curricula di accademici, imprenditori, quadri aziendali, liberi professionisti e politici di professione stanno passando in queste ore sotto gli occhi del professor Mario Monti che – vista la complessità della selezione – ha chiesto più tempo per chiudere la sua lista civica in corsa alla Camera e il listone unico (montiani, Udc, Fli) previsto per l’elezione del Senato.
Dunque, ha detto il presidente in carica per gli affari correnti nella sua intervista a SkyTg 24, forse si andrà oltre martedì, giornata in cui il Pd renderà ufficiali le sue liste.
Probabilmente – spiegano nella sede di Italia Futura di via Properzio – per la chiusura delle 4 liste del polo di centro (alla Camera Udc e Fli alla fine vanno da sole) se ne riparla mercoledì quando ormai mancheranno solo 12 giorni al termine di legge previsto per la raccolta delle firme in calce alle liste elettorali.
E per meglio gestire questa fase convulsa del procedimento elettorale la squadra di Monti sta preparando il trasloco in una sede più grande e funzionale, affittata al centro di Roma
Per il professore, ma anche per Fini e Casini, il nodo da sciogliere è ancora quello della lista unica al Senato.
Se è vero che alla fine decide tutto Monti, secondo il refrain proposto da Italia Futura, quanto dovranno pesare le «quote» dell’Udc e di Fli?
Simulazioni alla mano – un bottino elettorale del 20% potrebbe corrispondere a una cinquantina di seggi senatoriali – i centristi reclamano «quote fisse» stabilite in partenza: per esempio, 5 senatori a Fli, 15 all’Udc e 30 alla componente civica di Monti che però dovrebbe farsi carico degli ex Pd (Ichino, Merloni, D’Ubaldo) ed ex Pdl (Cazzola, Mantovano, Bertolini, Pecorella, Stracquadanio, Pisanu) schierati con il professore.
Invece i ministri tecnici in carica non «peseranno» allo stesso modo: Andrea Riccardi ha ripetuto che non sarà candidato per restare «nella società civile» mentre Renato Balduzzi e Francesco Profumo verrebbero candidati al Senato in Piemonte.
E anche per una eventuale candidatura del ministro Corrado Passera, Monti ha osservato: «Io spero che per Passera non sia scritta la parola fine».
La questione, come è noto, ha riguardato anche la ferma volontà di Passera di varare una lista comune per il centro sia al Senato sia alla Camera.
Non è andata così.
E ora succede che alcuni ministri di Monti trovino un posto in lista anche con i centristi.
Mario Catania ha confermato a Paolo Festuccia della «Stampa» di aver accettato la proposta di Casini e di Cesa: «Io comunque mi candido con Monti nel senso che siamo tutti nel perimetro del premier».
Sulle liste, i montiani sono abbottonatissimi: «I nomi arriveranno tutti insieme perchè siamo una vera squadra, mica facciamo come il Pd che tira fuori un nome al giorno…».
Eppure su Twitter molti si stanno interrogando sulla notizia (apparsa su «l’Unità ») di una candidatura offerta da Monti al comandante Gregorio De Falco: per intenderci, il capo della Sala operativa della Capitaneria di porto di Livorno che un anno fa («Salga a bordo, cazzo…!») mise in riga il comandante della Costa Concordia Francesco Schettino.
Però Monti sta cercando soprattutto nelle università : sarebbe caldeggiata direttamente dal premier la candidatura di Guido Tabellini, rettore della Bocconi fino a ottobre del 2012, che, interpellato dal «Fatto», non ha confermato ma neanche smentito.
Alla presentazione del simbolo della lista Monti, non è passato inosservato, poi, Ernesto Auci, già direttore del «Sole 24 ore».
Mentre tra i candidati passati al vaglio dal professore ci sono anche il generale Vincenzo Camporini e la professoressa Stefania Giannini, rettore a Perugia.
Dino Martirano
(da “Corriere della Sera“)
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Gennaio 7th, 2013 Riccardo Fucile
GIA’ IN LISTA PROFUMO E BALDUZZI, COMPETIZIONE CON L’UDC… DIFFICILE CHE SI COMPLETI IL QUADRO ENTRO DOMANI
Nessun Cencelli. 
Di percentuali Mario Monti non vuole neanche sentire parlare.
Così, le rivendicazioni di Udc e Fli per i posti nella lista unica del Senato, dove i centristi volevano il 40 per cento e la truppa di Fini il 15, sono state rimandate al mittente.
Il professore sta vagliando personalmente e uno a uno gli oltre 2.200 curricula sul suo tavolo.
Sono quelli che hanno raccolto per lui tra la società civile i promotori di Verso la terza Repubblica: Olivero, Dellai, Montezemolo.
Ma anche le storie di chi si autopropone, o di persone che egli stesso vorrebbe nella sua squadra.
Si fa anche il nome del capitano Giorgio De Falco, diventato l’emblema degli italiani responsabili quando intimò di tornare a bordo al capitano Gennaro Schettino, che aveva abbandonato la Concordia dopo averla affondata con una manovra azzardata davanti all’isola del Giglio.
Le decisioni arriveranno tra stanotte e domani.
Dall’entourage di Monti, sono tutti ben attenti a non lasciarsi sfuggire nulla: «Presenterà un team, una squadra », dice chi gli è vicino. «Non intende distillare nomi giorno per giorno».
E però, alcune certezze già ci sono: Andrea Olivero sarà capolista alla Camera nella circoscrizione Piemonte 2.
Lorenzo Dellai, fondatore della Margherita ed ex presidente della provincia di Trento (si è dimesso il 29 dicembre), guiderà ovviamente in Trentino.
Da Italia Futura, sembrano blindati i nomi dell’economista Irene Tinagli, del manager Carlo Calenda, che lavora con Montezemolo dai tempi della Ferrari, del braccio destro Andrea Romano.
Insieme al generale Vincenzo Camporini e alla rettrice dell’Università per stranieri di Perugia Stefania Giannini.
Ci sono poi Giorgio Santini della Cisl e il portavoce di Sant’Egidio Mario Marazziti (che correrebbe al posto del fondatore Andrea Riccardi).
Oltre agli ex ministri Francesco Profumo (pare respinto dal Pd) e Renato Balduzzi.
E a Pietro Ichino: «Lo avremmo chiamato anche se non fosse già stato parlamentare — ha detto l’ex premier non lo premiamo per aver varcato un confine».
Ma c’è un certo ritardo. La presentazione delle liste «non avverrà necessariamente martedì», ha detto Monti a Skytg24.
I suoi precisano che nessuno aveva mai garantito nulla per domani, e che il tutto potrebbe slittare anche a giovedì.
Anche se liste e firme dovranno essere presentate già il 21 gennaio in Corte d’appello, e quindi, una certa fretta è comprensibile.
Il “tagliatore” Enrico Bondi invierà il suo “codice” ai partiti entro questa sera.
«I requisiti andranno al di là delle attese», dicono nel quartier generale del professore. Fli e Udc sanno già cosa attendersi: «È chiaro che chi ha problemi con la giustizia o palesi conflitti di interesse con concessioni pubbliche non sarà della partita», dice il finiano Benedetto della Vedova, pronto per un seggio al Senato.
Insieme a lui, trasmigrerà a Palazzo Madama anche Giulia Bongiorno, che per i montiani correrà anche come governatore nel Lazio.
Restano a Montecitorio invece Flavia Perina, Fabio Granata, Italo Bocchino: «Da combattenti», dice quest’ultimo, che però avvisa sui tempi: «La lista del Senato — quella unica — arriverà tra stanotte e domattina. Solo dopo potremo presentare le nostre a Montecitorio».
L’Udc punta a un rinnovamento tutto suo, in competizione con Monti.
Tra i centristi hanno già rinunciato Renzo Lusetti e Francesco Bosi, con troppe candidature alle spalle.
Non si chiederanno deroghe per Mario Tassone, che in Parlamento ci sta da 34 anni, e che pure ci sperava.
In più, sotto il simbolo con il nome di Casini bene in vista correrà il ministro Mario Catania.
Il leader sarà quasi certamente al Senato, Buttiglione è derogato alla Camera.
Infine, gli ex pdl e pd.
Monti non aveva preclusioni su chi ha lasciato Berlusconi per tempo, come Beppe Pisanu, Mario Mauro, Franco Frattini (che però ha fatto sapere di non essere interessato).
Molto più incerto il destino di Pecorella, Bertolini, Stracquadanio, Sacconi, Mantovano.
Del Pd, oltre Ichino e altri transfughi, c’è un insistente corteggiamento nei confronti di Marco Follini.
Che per ora, resiste.
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 6th, 2013 Riccardo Fucile
FACENDO CAMPAGNA PER MONTI, SPINGERANNO LA LISTA DELLA SOCIETA’ CIVILE
Per mettere finalmente ordine nella babele delle sue liste, il Prof ha tirato una riga sulla
lavagna: di qua espressioni e movimenti della società civile, di là politici e partiti.
La cesura tra «nuovo» e «vecchio» appare a questo punto talmente netta, la distinzione così radicale, da far pensare a un cordone sanitario teso da Monti per evitare contaminazioni reciproche.
Quasi che la partitocrazia sia radioattiva e richieda una quarantena.
La differente dignità balza agli occhi.
I protagonisti della società civile troveranno posto sotto il simbolo «Per Monti presidente – lista civica», e sempre più saranno il cuore dell’alleanza: con loro il premier si impegnerà a fondo, su di loro riporrà le speranze di scardinare il bipolarismo Pd-Pdl.
Gli altri, invece, saranno confinati sotto le insegne di Casini (Udc) o di Fini (Fli). Guai a effigiarli come la «bad company», precisa Monti, salvo aggiungere che «la lista civica non includerà parlamentari».
I politici vittime dell’«apartheid» la vivono in chiave zen.
Quello che conta, argomentano, è guardare avanti: «ora incomincia la campagna elettorale» per cui «si parte con entusiasmo».
Però è giudizio unanime che la formula decisa per la Camera (al Senato la lista unica non ha avuto mai alternative) penalizzi i due partiti tradizionali dell’alleanza, esposti all’«effetto risucchio».
Se vorranno spingere la coalizione oltre il 10 per cento, e garantirsi una rappresentanza parlamentare quale che sia l’esito delle urne, Udc e Fli dovranno gridare forte «viva Monti».
Sennonchè in questo modo faranno propaganda proprio alla lista civica concorrente, l’unica che nel simbolo recherà il nome del Professore.
Un po’ come aggrapparsi alla corda che ti sta soffocando… «Non avevamo alternative», allargano le braccia Fini (e Casini).
Colpa della legge elettorale, che vieta di spendere il nome di Monti su tutte e tre le liste collegate per la Camera. «Siamo andati al ministero dell’Interno, ma ci hanno dato conferma che proprio non si può».
A quel punto, o lista unica (ma con ecatombe di «politici» a vantaggio di personaggi fuori del Parlamento), oppure ognuno per sè (e il richiamo a Monti solo sulla «sua» lista civica).
È prevalsa la seconda ipotesi in quanto «male minore», «scelta necessitata», e al tempo stesso «atto di generosità » dei tanto bistrattati partiti nei confronti del premier.
Non risultano scontri dietro le quinte.
Anzi, clima operoso nel comitato operativo di via Properzio, da dove tutto si dipana. Si compone di Romano e Calenda per Italia Futura, più Alfonso quale regista della comunicazione; di Libè e De Poli in rappresentanza dell’Udc, con Rao più che mai nella sua veste di «spin doctor»; di Della Vedova un po’ per conto di Fini e un altro po’ proiezione dello stesso Monti; infine, vi partecipano collaboratori strettissimi del premier e del ministro Riccardi, sempre meno impacciati dal doppio ruolo politico e istituzionale ma tuttora poco inclini al protagonismo.
Le vere tensioni si scateneranno nel momento di stilare le liste.
Il criterio deciso da Monti è di escludere quei parlamentari con più di tre legislature alle spalle, vale a dire eletti nel precedente millennio.
Saranno ammesse due eccezioni per ogni partito.
Oltre a se stesso, Fini potrà salvare Bocchino.
E Casini lanciare una ciambella di salvataggio a Buttiglione (a Cesa no, perchè non ne ha bisogno essendo giovane di Parlamento).
Specie tra i fuggiaschi dal Cavaliere, lunga sarà la lista dei delusi…
Ugo Magri
(da “La Stampa“)
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Gennaio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
I CENTRISTI DIFENDONO CESA E BUTTIGLIONE… CASINI: “NON ROTTAMO”… IN FORSE LA LISTA DI FINI
Il nuovo anno del centro montiano si apre all’insegna della tensione, con l’Udc in rivolta sotterranea e Pier Ferdinando Casini in grande freddo con il premier in carica.
A gelare i rapporti è il ruolo che il Professore ha affidato a Enrico Bondi, commissario del governo per la spending review.
L’incarico di supervisore dei curriculum innervosisce gli aspiranti parlamentari, che si sentono osservati, studiati, giudicati e temono di essere respinti col bollino di «impresentabili».
Tanto che i centristi hanno preso a paragonare Bondi a Torquemada, il grande inquisitore spagnolo dell’epoca dei re cattolici.
Casini, in un’intervista ad Avvenire – oltre a gelare le aspettative del Pd mandando a dire a Bersani che «sarà premier solo se avrà la maggioranza alla Camera e al Senato» – chiarisce la definizione delle liste: «Ci sarà un rinnovamento profondo ma non la rottamazione di persone onestamente impegnate in politica».
La tensione è alta, al punto che l’Udc due giorni fa avrebbe minacciato lo strappo, nel tentativo di smussare le forbici del commissario.
Per dire del clima, il 31 dicembre sul sito Formiche.net – rivista fondata dal giornalista Paolo Messa, consigliere «pro tempore» del ministro Corrado Clini ed ex portavoce di Marco Follini quando era segretario dell’Udc – è spuntato un articolo che parla di Bondi come di un «tagliatore di teste» e definisce «giacobina» l’idea di «consegnare il potere di decidere chi deve sedere in Parlamento a un soggetto terzo».
Quel che i centristi non accettano è il veto sul nome del segretario Lorenzo Cesa per i suoi trascorsi guai giudiziari, risolti in prescrizione.
Nè intendono cedere alla richiesta di Bondi, e dunque di Monti, di convincere al passo indietro il presidente Rocco Buttiglione, sulle cui spalle gravano ben più di tre lustri di Parlamento.
Il braccio di ferro va avanti da giorni, con Bondi che insiste e Casini che resiste, determinato a non cedere sovranità al punto da farsi imporre le candidature da fare e quelle da evitare.
Il punto, per via Due Macelli, è che non sono chiari i criteri di selezione e che il partito «è sì disposto ad accettare il vaglio di Bondi, ma non può lasciar passare il fatto che alcuni nomi siano considerati tabù».
Giorni fa al tavolo delle trattative si era pensato di confinare al Senato indesiderati, naufraghi e riciclati del Parlamento, ma con la lista unica il Professore ci ha ripensato: i nomi più discussi, sempre che riescano a scampare alla ghigliottina di Bondi, dovrebbero dunque finire nelle liste dei rispettivi partiti alla Camera.
È il caso ad esempio di Italo Bocchino: Monti non ha dimenticato la dichiarazione un po’ avventata con cui, un anno fa, il vicepresidente di Fli rischiò di far saltare il suo governo sul nascere proponendo un esecutivo Monti senza il Pdl per il 2013.
Alla Camera il premier non intende schierare politici, se non nella lista Udc e in quella di Fli.
Ma nulla è ancora deciso, non si sa ancora se Gianfranco Fini riuscirà a presentare la sua lista… Le ragioni che tengono i finiani col fiato sospeso sono diverse, non ultimo il fatto che lo stesso leader teme una conta dolorosa nelle urne.
Nel listone del Senato finirebbero dunque quei parlamentari uscenti rimasti apolidi, come Mario Mauro o Pietro Ichino.
Oltre a Casini, che ha «prenotato» uno scranno a Palazzo Madama, traslocherebbe al Senato anche il capogruppo di Fli Della Vedova, tra i più accesi sostenitori della lista unica.
Monica Guerzoni
(da “il Corriere della Sera“)
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