Settembre 15th, 2026 Riccardo Fucile
MOSTRARE CHE IL FONDATORE DEL MOVIMENTO 5 STELLE È ANCORA ATTIVO POLITICAMENTE E CHE RECLAMA A SUO DIRE IN MODO LEGITTIMO L’UTILIZZO DEL LOGO)… L’IDEA DI PRESENTARE UNA LISTA ALLE POLITICHE SI SCONTRA, PERÒ, CON TEMPI MOLTO STRETTI E CON L’ASSENZA DI UNA MACRO-STRUTTURA ORGANIZZATIVA
Uno, due, tre. Beppe Grillo conta i passi che lo separano dal suo ritorno sulle scene della
politica. Prima c’è stata la causa per nome e logo dei Cinque Stelle, poi — in pieno agosto — la pubblicazione sul blog di un vero e proprio manifesto. Ora le voci sempre più insistenti di un nuovo soggetto politico.
Una mossa che potrebbe avere un significato anche giudiziario: mostrare che il fondatore del Movimento 5 Stelle è ancora attivo politicamente e che reclama a suo dire in modo legittimo l’utilizzo del logo.
«Beppe in questo modo prenderebbe due piccioni con una fava»: lancerebbe un laboratorio politico e avrebbe al tempo stesso un’arma in più per il processo. L’idea di presentare una lista alle Politiche si scontra, però, con tempi molto stretti e con l’assenza al momento anche di una macro-struttura organizzativa. Ma che qualcosa si muova lo si intuisce anche dai post dei «Figli delle Stelle», la frangia più movimentista rimasta fedele al fondatore.
Il fondatore — scrivono — «ora è tornato più battagliero che mai. Grillo non è Ulisse tornato a Itaca per reclamare un trono ma Sinbad che, tradito dal pesce che credeva isola, ci aiuta a sbarcare su nuovi lidi grazie alle sue idee». E da quello che emerge dai post, per il nuovo fronte politico Grillo sembra guardare ai giovani. Per rompere il silenzio — viene evidenziato — «sceglie uno dei podcast più seguiti dalle nuove generazioni. Una coincidenza?» — il riferimento è alla partecipazione del comico al web show «Pulp» di Fedez.
Intanto più crescono i rumors su un ritorno di Grillo, più si alimenta la polemica e lo scontro con i contiani. «Ben venga Beppe Grillo, non ci fa paura», attacca il vicepresidente del M5S Stefano Patuanelli all’ Huffington Post […] Più categorico Danilo Toninelli: «È infondato che Beppe Grillo voglia costruire una sua lista e un suo partito. È il nulla, è una notizia falsa».
da “Corriere della Sera”
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Settembre 15th, 2026 Riccardo Fucile
LIA QUARTAPELLE LO DEFINISCE “SABOTATORE”, LORENZO GUERINI IMBUFALITO: “CONTE STA CERCANDO LO SCONTRO, CI VUOLE UNA BUONA DOSE DI SPREGIUDICATEZZA A DIRE SIMILI COSE A FINI ELETTORALI CON LA POPOLAZIONE CIVILE UCRAINA SOTTO LE BOMBE”
Elly Schlein cerca di stemperare le polemiche il giorno dopo il botta e risposta sull’Ucraina con Giuseppe Conte: «Lui vuole metterci in difficoltà schiacciandoci su una posizione guerrafondaia che non è la nostra. È entrato in modalità campagna elettorale per le primarie. Non facciamo il suo gioco», spiega ai suoi la segretaria del Pd.
Suppergiù nelle stesse ore Lorenzo Guerini fa un ragionamento analogo con alcuni parlamentari riformisti: «Conte vuole creare una caricatura di dibattito tra pacifisti e guerrafondai. Sta cercando lo scontro, e non dobbiamo assecondarlo, anche se, ovviamente, non possiamo non rispondere a certe uscite. Certo, ci vuole una buona dose di spregiudicatezza a dire simili cose a fini elettorali con la popolazione civile ucraina sotto le bombe».
Insomma, per utilizzare l’analisi che Lia Quartapelle ha fatto con una compagna di partito, Conte, secondo il Pd, «pensa di essere il miglior premier che il centrosinistra abbia mai avuto e che possa ora mettere in campo». Solo che il leader del M5S si è spinto oltre in questi giorni ed è per questa ragione che Quartapelle sostiene che si è ritagliato «un ruolo da sabotatore» e avanza un dubbio: «Viene da pensare che non voglia l’unità della coalizione». Ma i dem non vogliono offrire il fianco a Conte. E nemmeno Renzi che sull’Ucraina fa polemizzare con lui i suoi parlamentari evitando lo scontro diretto.
Il terreno della guerra è quello più ostico per il Pd, perché una parte del suo elettorato la pensa come Conte. Bastava sentire domenica scorsa l’intervento della segretaria dei giovani democratici Virginia Libero, che ha preceduto quello di Schlein alla festa dell’Unità di Reggio Emilia: «Non saremo noi i soldati delle vostre guerre. Se queste destre ci porteranno a un vero conflitto, alle armi andateci voi, perché noi organizzeremo i disertori».
Non si capisce bene di quale conflitto parli la leader dei giovani dem, né si comprende come intenda sostenere la diserzione, ma le sue parole fanno ben capire quale sia lo stato d’animo di un pezzo del Partito democratico. In queste ore, però, l’interrogativo che si pongono al Pd è anche un altro: non è che Conte in realtà stia esibendosi in tutte queste sparate per dimostrare che le primarie sono un errore, che avvelenano il clima, facendo così da sponda a chi, a sinistra, sui gazebo è assai prudente, come Goffredo Bettini, se non proprio contrario, come Massimo D’Alema che le definisce «una follia»?
(da Corriere della Sera)
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Settembre 15th, 2026 Riccardo Fucile
UN GIUDICE FEDERALE HA ANCHE BLOCCATO LA NORMA CHE AVREBBE LIMITATO A 4 ANNI I VISTI PER GLI STUDENTI E A 240 GIORNI QUELLI PER I GIORNALISTI STRANIERI … NEL FRATTEMPO, IL TYCOON CONTINUA A OFFRIRE “MAZZETTE” DA 5MILA DOLLARI A OGNI ADULTO AMERICANO SE I REPUBBLICANI VINCERANNO ALLE MIDTERM
La Corte suprema americana ha bocciato le restrizioni che Donald Trump voleva imporre sul voto per corrispondenza. In uno dei casi più rilevanti affrontati negli ultimi anni, il massimo tribunale americano ha inferto una dura sconfitto al presidente americano. Solo due giudici conservatori, Samuel Alito e Clarence Thomas, hanno espresso parere contrario.
Nella sua breve sentenza, la Corte ha affermato che è “improbabile che l’amministrazione abbia successo nel merito della sua contestazione” sulla procedura introdotta e bloccata da due tribunali inferiori per imporre agli Stati di compilare un elenco di tutti gli elettori che devono ricevere la scheda per posta.
L’amministrazione Trump aveva presentato la proposta come una modifica “minore” ai regolamenti postali, volta a prevenire le presunte frodi. Tuttavia, per i due tribunali che l’hanno bocciata l’iniziativa era un’acquisizione di potere incostituzionale e che il Servizio postale non era nemmeno pienamente in grado di attuare.
Un giudice federale ha bloccato una nuova norma introdotta da Donald Trump che avrebbe limitato la durata della permanenza negli Stati Uniti per studenti e giornalisti stranieri.
Il giudice distrettuale F. Dennis Saylor, di Boston, si è pronunciato a favore di una coalizione di sindacati e gruppi a sostegno dei college solo un giorno prima che la misura entrasse in vigore. Nella sentenza, Saylor ha spiegato che il dipartimento per la Sicurezza ha adottato la misura basandosi su motivazioni “incredibilmente deboli” stravolgendo un sistema attraverso il quale, per quasi cinquant’anni, gli Stati Uniti hanno rilasciato visti agli studenti stranieri.
Tale sistema, ha osservato, ha permesso a decine di milioni di studenti e ricercatori stranieri di recarsi in America, favorendo “ricerche pionieristiche in campo scientifico, medico e tecnologico, una crescita economica significativa e numerosi altri vantaggi, spesso su vasta scala”.
In base alla norma introdotta a giugno, i visti F per studenti internazionali e i visti J – che consentono ai partecipanti a programmi di scambio culturale di lavorare negli Stati Uniti – avrebbero una durata massima di quattro anni, mentre i visti I per giornalisti sarebbero limitati a 240 giorni. Attualmente circa 1,6 milioni di persone detengono un visto F e altre 500.000 un visto J. Importanti università, come il Massachusetts Institute of Technology e Harvard, contano su un’elevata percentuale di studenti stranieri, in particolare nei corsi post-laurea.
(da agenzie)
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Settembre 15th, 2026 Riccardo Fucile
IL “NEW YORK TIMES”: “LA POLARIZZAZIONE FA VENIRE MENO LA REAZIONE A CATENA ATTRAVERSO LA QUALE, UN TEMPO, I COMPORTAMENTI SCORRETTI PORTAVANO A DELLE CONSEGUENZE. OGGI IL LEGAME TRA RIVELAZIONE DI UNO SCANDALO E LA REAZIONE SI È SPEZZATO E LE IMPLICAZIONI PER LA DEMOCRAZIA POSSONO ESSERE GRAVI. IN CIRCOSTANZE NORMALI, GLI SCANDALI SONO UNA LEVA ESSENZIALE PER GARANTIRE LA RESPONSABILITÀ POLITICA, E PERSINO IL RINNOVAMENTO”
Lo scandalo è stato il tema politico dell’estate. Max Miller, deputato repubblicano al Congresso, è stato accusato dalla sua ex moglie di aver aggredito fisicamente lei e la loro figlia piccola. Ken Paxton, procuratore generale del Texas e candidato repubblicano al Senato, era stato in precedenza incriminato per reati gravi di frode finanziaria e sottoposto a impeachment per una serie di accuse che comprendevano corruzione, inadempienza ai propri doveri, ostruzione della giustizia e abuso della fiducia pubblica.
Graham Platner, candidato democratico al Senato nel Maine, è stato perseguitato per mesi da una serie crescente di accuse relative a comportamenti scorretti tenuti in passato, culminate nella denuncia di una sua ex fidanzata, che ha dichiarato che Platner l’aveva stuprata diversi anni fa. (Tutti hanno negato le accuse mosse contro di loro. Il processo di impeachment di Paxton si è concluso con un’assoluzione e lui ha raggiunto un accordo per evitare un processo penale, pagando 300.000 dollari senza ammettere alcun illecito.)
Tra questi politici, Platner si distingue. È l’unico ad aver subito conseguenze politiche significative: ha abbandonato la sua campagna elettorale. Miller prosegue la sua campagna per la rielezione. Paxton ha vinto le recenti primarie, sconfiggendo John Cornyn, senatore di lungo corso decisamente meno segnato dagli scandali. A quanto pare, gli scandali stanno perdendo il loro potere.
Di fronte a questa litania di scandali, si potrebbe essere tentati di disperarsi per la morte della vergogna nella vita americana. Nel 2015, Ezra Klein definì la spudoratezza di Donald Trump il suo «superpotere», perché si rifiutava di cedere di un millimetro quando veniva messo di fronte a esempi delle sue dichiarazioni politicamente scorrette.
Sebbene Trump non abbia messo alla prova la teoria da lui formulata secondo cui avrebbe potuto «mettersi in mezzo alla Fifth Avenue e sparare a qualcuno» senza perdere alcun elettore, le sue fortune politiche sono rimaste solide anche dopo essere stato sottoposto due volte a impeachment, essere stato riconosciuto civilmente responsabile di abuso sessuale e aver accresciuto il proprio patrimonio di miliardi di dollari mentre era in carica.
Ma sebbene nell’era Trump siano stati versati fiumi d’inchiostro sul tema della spudoratezza, si tratta di un fenomeno globale, non soltanto americano. È difficile capire come la spudoratezza americana possa essere responsabile, per esempio, della permanenza in carica del primo ministro socialista spagnolo nonostante un’ondata di scandali che ha investito la sua amministrazione e la sua famiglia.
In realtà, le ricerche di scienza politica suggeriscono che il problema non sia la morte della vergogna, né qualcosa di peculiare degli Stati Uniti. In tutto il mondo, gli studi mostrano che la polarizzazione partitica sta provocando il venir meno della reazione a catena attraverso la quale, un tempo, i comportamenti scorretti portavano a delle conseguenze.
Il politologo Theodore Lowi definisce lo scandalo come «corruzione rivelata» — una violazione di codici morali o giuridici, portata alla luce perché sia sottoposta alla condanna pubblica. In passato, gli scandali comportavano sempre la minaccia che la rivelazione dell’illecito provocasse una reazione dell’opinione pubblica, che a sua volta avrebbe prodotto qualche forma di punizione. Ma oggi il legame tra rivelazione e reazione sembra spesso essersi spezzato.
Questo ha serie implicazioni per la responsabilità politica. Quella reazione a catena era tradizionalmente uno dei modi attraverso cui norme e regole venivano fatte rispettare nelle democrazie. Se il potere dello scandalo scompare, ci ritroviamo allora in un circolo vizioso nel quale le violazioni morali o giuridiche non producono conseguenze, il che mina la fiducia nel governo e nelle istituzioni pubbliche, ampliando a sua volta la polarizzazione e consentendo ulteriore corruzione, ulteriori abusi e violazioni della legge. È un ciclo difficile da spezzare.
Di norma, ci si aspetta che la notizia di un comportamento scandalosamente illecito susciti indignazione tra gli elettori. Questo, a sua volta, crea incentivi per le élite politiche: l’opposizione cercherà di usare lo scandalo come un’arma per ottenere un vantaggio, mentre il partito del responsabile cercherà di prendere le distanze dallo scandalo e da chi lo ha provocato. Se l’interesse dell’opinione pubblica per lo scandalo rimane alto, entrambi i partiti hanno un incentivo a spingere il responsabile alle dimissioni e, forse, a imporre anche altre sanzioni.
Il panorama di oggi appare molto diverso. «Oggi esiste un copione che prima non esisteva», ha affermato Brandon Rottinghaus, politologo della University of Houston che studia gli scandali politici negli Stati Uniti. «Il motivo per cui i politici resistono invece di dimettersi è che, sempre più spesso, in un sistema polarizzato questa strategia funziona». Negli Stati Uniti e in molti altri Paesi, la distanza ideologica — e, in molti casi, culturale — tra sinistra e destra è aumentata.
Numerosi studi hanno rilevato che le convinzioni politiche stanno diventando la base di un’identità personale complessiva, con qualsiasi cosa, da ciò che si indossa a ciò che si mangia, associata alle proprie posizioni politiche. E la «polarizzazione affettiva», per cui le persone provano sentimenti positivi verso i membri del proprio schieramento ma un’intensa ostilità verso gli avversari, può trasformare i disaccordi in profonde fratture emotive.
Questa polarizzazione, affermano gli esperti, sta neutralizzando il potere dello scandalo. Oggi gli elettori hanno meno probabilità di indignarsi per ciò che fanno i politici del proprio schieramento e meno probabilità di abbandonarli se questo rischia di offrire un vantaggio ai loro nemici. Senza la minaccia di una reazione negativa degli elettori, le élite politiche hanno pochi incentivi a imporre dimissioni, impeachment o altre conseguenze.
Sebbene gli scandali portino talvolta a punizioni, ciò è diventato più raro e la soglia è molto più alta. Una ragione è che, quando la politica è polarizzata, tende a esserlo anche l’informazione, affermano i ricercatori. I mezzi d’informazione di parte spesso minimizzano le accuse di comportamenti scorretti riguardanti politici ideologicamente affini e possono presentarle come complotti dell’opposizione.
«In un sistema mediatico parallelo, con organi d’informazione di parte simili a strumenti di propaganda, diventa molto improbabile che gli elettori ricevano informazioni chiare e credibili sia sui politici del proprio schieramento (dove la mancata copertura è lo schema più probabile), sia su quelli dell’altro schieramento (dove diventano possibili l’eccessiva interpretazione di piccoli incidenti e, talvolta, accuse infondate)», ha dichiarato via e-mail Veronika Patkos, ricercatrice senior presso il Center for Social Sciences di Budapest che studia la polarizzazione in Europa.
La Spagna ha un sistema politico multipartitico, ma negli ultimi decenni la polarizzazione tra sinistra e destra è aumentata nettamente, ha affermato Mariano Torcal, politologo spagnolo e autore di «From Voters to Hooligans: Political Polarization in Spain». Oggi, ha detto, gli elettori si comportano come tifosi sportivi irriducibili, sostenendo il proprio schieramento nella buona e nella cattiva sorte. «Tendono a esonerare i leader dalle loro responsabilità e a dire: “Questa è una campagna di manipolazione, orchestrata dai media”», ha affermato Torcal.
Spesso, ha osservato, in questo c’è un fondo di verità. Gli organi d’informazione di parte hanno un incentivo a trattare persino comportamenti scorretti di lieve entità commessi dall’altro schieramento come un grande scandalo, il che può produrre un effetto da «al lupo, al lupo», inducendo gli elettori a presumere che tutti gli scandali siano soltanto narrazioni costruite dai media di parte.
In effetti, in ambienti mediatici fortemente polarizzati, gli scandali possono persino aiutare i politici. «Portano loro attenzione», ha affermato Rottinghaus. «Offrono loro la possibilità di reagire contro i “poteri costituiti” e di dire che sono loro a essere sotto attacco da parte di questi misteriosi avversari».
Ha indicato come esempio la vittoriosa campagna di Paxton nelle primarie in Texas. «Ha usato gli scandali che gli sono stati attribuiti, o che sono derivati dai suoi problemi etici, dicendo che si tratta soltanto di questa caccia alle streghe di parte e che ogni attacco contro di lui è un attacco a ciò che rappresenta».
Il primo ministro spagnolo Pedro Sánchez ha analogamente sfruttato un caso di corruzione che coinvolge sua moglie, Begoña Gómez. Sánchez ha descritto le accuse come una caccia alle streghe della destra e i suoi sostenitori sperano che quello che percepiscono come un eccesso da parte di un giudice politicamente motivato possa mobilitare gli elettori di sinistra, il cui entusiasmo è stato smorzato dagli scandali dannosi legati ad alti funzionari del suo Partito socialista. Ha definito gli organi d’informazione che si occupano degli scandali della moglie «nemici della democrazia» e ha lasciato intendere che facciano parte di un oscuro complotto.
I populisti di estrema destra, che costruiscono le proprie carriere facendo appello a uno degli estremi di un elettorato polarizzato, si sono dimostrati particolarmente abili nell’utilizzare questo copione. La leader dell’estrema destra francese Marine Le Pen, condannata per appropriazione indebita e interdetta per cinque anni dalla possibilità di candidarsi a cariche pubbliche, ha definito le accuse contro di lei una «caccia alle streghe» e ha sostenuto che un «sistema» di giudici dello Stato profondo e politici stesse complottando contro di lei e i suoi sostenitori. Recenti sondaggi d’opinione suggeriscono che potrebbe vincere le prossime elezioni presidenziali nonostante la condanna.
E Nigel Farage, leader del partito populista britannico di destra Reform U.K., ha sostenuto che le accuse di illeciti finanziari contro di lui e il suo partito siano un «complotto dell’establishment» concepito per impedirgli di diventare primo ministro. La difesa sembra aver fatto presa sugli elettori: un sondaggio del mese scorso indicava che il suo partito avrebbe probabilmente vinto le prossime elezioni con un margine ristretto.
Quando una nazione è profondamente divisa, per gli elettori è più facile perdonare le trasgressioni dei singoli politici pur di mantenere la supremazia politica, ha affermato Tamar Hermann, ricercatrice dell’opinione pubblica presso l’Israel Democracy Institute. Anche se gli elettori «sono molto arrabbiati per questo o quello scandalo», ciò può passare in secondo piano rispetto alla preoccupazione di consentire all’altro schieramento di conquistare il potere, ha detto.
In Israele, il primo ministro Benjamin Netanyahu è sotto processo da oltre cinque anni con accuse di corruzione, frode e abuso di fiducia. Ha sostenuto che il procedimento penale contro di lui fosse politicamente motivato e che soltanto lui fosse in grado di affrontare i nemici di Israele e impedire la nascita di uno Stato palestinese.
Con l’approfondirsi della polarizzazione, che ha aumentato la distanza — e la sfiducia — tra gli schieramenti politici, gli elettori si sono convinti che la posta in gioco politica fosse troppo alta per estromettere Netanyahu, ha affermato Iddo Porat, professore al College of Law and Business di Ramat Gan, in Israele, che studia la polarizzazione partitica.
Quando il legame tra scandali e conseguenze comincia a spezzarsi, le implicazioni per la democrazia possono essere gravi. In circostanze normali, gli scandali sono una leva essenziale per garantire la responsabilità politica, e persino il rinnovamento.
«Come un incendio boschivo fa germogliare e rinnova un terreno, gli scandali politici possono aiutare l’opinione pubblica e i media a rafforzare la responsabilità, rinnovare la fiducia nel governo e concentrare l’attenzione sulle principali questioni che destano preoccupazione», ha scritto Rottinghaus in «Scandal: Why Politicians Survive Controversy in a Partisan Era». Negli Stati Uniti, osserva, il Watergate «corresse il sistema in molteplici modi», favorendo l’approvazione di leggi che limitarono il potere presidenziale e ampliarono la supervisione del Congresso.
Ma quando prende il sopravvento la logica della polarizzazione, quella leva non funziona più. Uno studio di cui Patkos è stata coautrice ha rilevato che, in 28 Paesi europei, la responsabilità democratica si è indebolita con l’aumentare della polarizzazione. L’effetto sembra essere particolarmente forte quando si tratta di episodi che appaiono di lieve entità o in qualche modo ambigui, ha affermato.
«Uno schieramento comincia a pensare: “Ho sempre saputo che queste persone non sono affidabili”, mentre l’altro pensa: “Andiamo, non è niente, non c’è alcun motivo per ritirare la fiducia”», ha detto.
Questo potrebbe incoraggiare ulteriori comportamenti scorretti. In uno studio del 2014, Andrew Eggers, politologo della University of Chicago, ha rilevato che i membri del Parlamento britannico avevano maggiori probabilità di commettere illeciti finanziari nei collegi fortemente partigiani e contesi — il che suggerisce che sapessero che agli elettori importava più della vittoria del proprio partito che di punire l’uso improprio di fondi pubblici.
Consentire a chi commette illeciti di conservare il potere incoraggia ulteriori comportamenti scorretti, che erodono ancora di più la fiducia degli elettori e ampliano la polarizzazione, mentre mezzi d’informazione di parte richiamano l’attenzione sul fatto che il partito avversario riesca a farla franca nonostante comportamenti scandalosi.
L’ampliarsi di questa polarizzazione rende ancora più difficile imporre conseguenze per nuovi scandali. È un devastante circolo vizioso. E a ogni nuovo giro, il sistema diventa più debole.
Amanda Taub
per nytimes.com/
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Settembre 15th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX MAGISTRATO PUNTA A UN SEGGIO COME CAPOLISTA IN VENETO, NELLA SUA REGIONE, MA CON LA NUOVA LEGGE ELETTORALE NEMMENO FDI PUÒ ELARGIRE TROPPO COLLEGI SICURI … DA DIVERSI MESI, PER VOLERE DI PALAZZO CHIGI, NORDIO È COMMISSARIATO DALLA PRESIDENTE DELLA COMMISSIONE ANTIMAFIA, CHIARA COLOSIMO, FEDELISSIMA DI GIORGIA MELONI
Al ministero della Giustizia, dopo la sconfitta referendaria di marzo sulla separazione delle
carriere, si vede sempre meno. Ma in estate invece è tornato a frequentare, soprattutto nel suo Veneto, gli eventi di partito.
Presentazioni, convegni, iniziative politiche. Anche la festa di Fratelli d’Italia del 4 settembre a Bari per festeggiare il governo più longevo della storia repubblicana. Il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha detto più volte che vuole tornare “ai suoi studi”, ma in realtà spera in un seggio in Parlamento anche al prossimo giro. Una sorta di “premio” alla carriera […]
Anche se la premier avrebbe l’obiettivo di ricandidare tutti i ministri di Fratelli d’Italia, nelle ultime settimane i vertici del partito si stanno ponendo il “problema Nordio”: con la nuova legge elettorale, nemmeno Fratelli d’Italia può elargire troppo collegi sicuri e in Veneto il Guardasigilli dovrebbe essere posizionato come capolista visto che non è certo una figura politica che può puntare a prendere le preferenze.
In Veneto c’è molta concorrenza dentro Fratelli d’Italia: non solo puntano alla riconferma tutti i deputati e senatori uscenti (10 in tutto), ma anche consiglieri regionali ed europarlamentari che vogliono trainare le liste con le preferenze. Inoltre Nordio oggi sarebbe visto come una figura in grado di danneggiare il partito nelle liste elettorali più che aiutare Fratelli d’Italia.
Non è un caso che ormai, da diversi mesi, per volere di Palazzo Chigi, il ministro della Giustizia sia ormai commissariato dalla presidente della commissione Antimafia, Chiara Colosimo, che Meloni avrebbe voluto in via Arenula diversi mesi fa.
Da qui l’idea di creare ulteriori attriti con le forze di maggioranza. Così il ministro della Giustizia teme di restare senza un seggio al prossimo giro.
Dai vertici di Fratelli d’Italia si fa sapere che non sarebbe un dramma anche perché il ministro della Giustizia ha fatto sapere più volte di non amare Roma e di voler tornare alle sue letture.
Non solo: quando si voterà nel 2027 Nordio avrà 80 anni e da FdI si fa sapere che, nonostante sia in pensione da magistrato, il Guardasigilli guadagnerebbe molto di più tra fondazioni, think tank e anche i contratti di collaborazione per i giornali su cui scriveva editoriali a cui deve rinunciare da ministro.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Settembre 15th, 2026 Riccardo Fucile
OLTRE ALLA PAURA DEI RAID, PESA LA CRISI ECONOMICA DOPO QUATTRO ANNI E MEZZO DI CONFLITTO, LA PROGRESSIVA RIDUZIONE DELLE LIBERTÀ PERSONALI
Quest’estate, un creatore di contenuti digitali di 28 anni ha fatto le valigie, sigillato gli scatoloni con del nastro adesivo ed è fuggito dalla Russia, lasciandosi alle spalle famiglia e amici e senza sapere quando potrà farvi ritorno.
“È molto triste lasciare la Russia”, ha detto nella città meridionale di Krasnodar prima di dirigersi verso il confine con la Georgia.
Ha attribuito la sua partenza alla “situazione politica” in Russia e alle complicazioni derivanti dalle restrizioni all’accesso a Internet imposte dalle autorità. Altrimenti, “non sarei mai partito per più di qualche mese”, ha dichiarato all’Associated Press, parlando a condizione di anonimato per motivi di sicurezza.
È una delle tante persone che se ne sono andate o stanno valutando di farlo a seguito dei recenti attacchi con droni ucraini in Russia e delle persistenti voci di una prossima mobilitazione delle truppe per la guerra che dura ormai da quattro anni e mezzo.
L’esodo non è neanche lontanamente paragonabile a quello del 2022, quando centinaia di migliaia di persone fuggirono nel primo anno dell’invasione su vasta scala. Ciononostante, un gruppo che aiuta i cittadini che fuggono all’estero ha affermato di aver ricevuto quasi otto volte più richieste il mese scorso rispetto a maggio.
“Questo non significa che al momento ci sia un numero enorme di persone ai confini”, ha affermato Anastasia Bukoba, fondatrice di Kovcheg, che in russo significa “arca”. “Ma stiamo notando che le persone si stanno preparando a emigrare, che stanno valutando le opzioni disponibili”.
Sui social media, i russi parlano di trasferirsi all’estero.
È difficile stimare con precisione i numeri attuali. A differenza del 2022, quando moltissimi uomini fuggirono a seguito di una chiamata parziale alle armi, al momento non ci sono code ai valichi di frontiera né carenza di biglietti aerei per destinazioni senza visto come Armenia, Georgia, Kazakistan e Turchia.
Allo stesso tempo, l’Associated Press ha trovato numerosi video sui social media provenienti da tutta la Russia in cui le persone affermavano di aver deciso di andarsene, citando motivi legati alla guerra. Altri erano preoccupati per il declino dell’economia , un futuro incerto e la progressiva riduzione delle libertà.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy e altri funzionari a Kiev hanno affermato che la Russia sta pianificando un’altra mobilitazione dopo le elezioni della Duma di Stato che si concluderanno domenica, affermazioni che il Cremlino ha ripetutamente e veementemente respinto.
Yan Slovizki, attivista per i diritti umani e coordinatore degli aiuti di emergenza per Kovcheg, ha descritto “un’ondata di emigrazione dettata dal panico” a partire da metà luglio, legata ai timori di mobilitazione, alla crisi del carburante e alle restrizioni di internet.
Un diplomatico di stanza a Mosca ha riferito all’Associated Press di “un palpabile aumento dell’ansia pubblica quest’estate” e ha indicato “prove aneddotiche di un numero di russi superiore alla norma che si sono presentati nelle vicine Georgia e Armenia, forse temendo un’altra mobilitazione dopo le elezioni della Duma”. Il diplomatico non era autorizzato a rilasciare dichiarazioni pubbliche e ha quindi parlato a condizione di anonimato.
Il mese scorso, Alen Simonyan, segretario del Consiglio di sicurezza armeno, ha dichiarato al canale televisivo indipendente russo Dozhd che il suo Paese “non interferirà in alcun modo e, se necessario, aiuterà” i russi che si trasferiscono in Armenia per evitare la leva militare.
Ciò ha suscitato una dura reazione da parte del Ministero degli Esteri russo, che ha definito l’osservazione di Simonyan “provocatoria”.
Il parlamentare russo Viktor Sobolev ha dichiarato al canale RTVI che il Paese non ha bisogno di persone che “non amano la loro Patria al punto da andarsene a causa di voci”, aggiungendo: “Che se ne vadano”.
Alcuni emigrati cercano di evitare il servizio militare
Il responsabile marketing dei contenuti digitali, che si definisce pacifista, afferma che questo era il suo secondo tentativo di emigrare.
Ha lasciato la Russia nel 2022 per evitare la parziale mobilitazione di 300.000 nuove truppe, un annuncio del presidente Vladimir Putin che ha sconvolto la nazione.
Ha dichiarato di non essere tecnicamente idoneo al servizio militare in tempo di pace a causa di un problema all’anca, ma di aver ritenuto più sicuro andarsene perché non sapeva cosa aspettarsi dalle autorità.
Nel 2022, alcuni funzionari affermarono che tali uomini potevano essere legalmente arruolati nell’ambito di una mobilitazione, così come alcune organizzazioni per i diritti umani che aiutano i coscritti. Altri, invece, sostenevano che fosse necessaria la dichiarazione della legge marziale affinché la cosa fosse legale. La Russia non ha formalmente dichiarato guerra all’Ucraina e il Cremlino ha imposto la legge marziale solo nelle quattro regioni ucraine che ha annesso illegalmente nel 2022, ma che non controlla pienamente.
Il responsabile marketing dei contenuti digitali è tornato nella sua città natale, Ulyanovsk, nel 2025 e ha lavorato da remoto per clienti in altri paesi. Tuttavia, la continua repressione russa contro migliaia di piattaforme, siti e servizi internet gli ha reso più difficile il lavoro, costringendolo a cambiare server VPN per trovarne uno che gli consentisse di aggirare le restrizioni.
Un altro fattore era la voce di una nuova mobilitazione. “Non si sa mai cosa succederà domani”, ha detto da un appartamento nella capitale georgiana Tbilisi, dove si è stabilito.
Una moscovita di 23 anni, che ha lasciato la Russia il mese scorso, ha citato anche le persistenti voci di mobilitazione e il timore che suo marito possa finire nell’esercito.
(da agenzie)
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Settembre 15th, 2026 Riccardo Fucile
DALLE CAMPAGNE SOCIAL AGLI ARTICOLI DI BISIGNANI SUL “TEMPO”, FINO AI CONTATTI TRA BANCHIERI E GIORNALISTI PER ALTERARE IL TITOLO IN BORSA
Luigi Bisignani è indagato per aggiotaggio dalla Procura di Roma. L’ex faccendiere, oggi
editorialista del Tempo, è coinvolto nell’inchiesta insieme all’ex dg della Rai, Mauro Masi, oggi a capo della Banca del Fucino, e Francesco Maiolini, presidente della stessa Banca abruzzese.
A quanto apprende Il Fatto l’accusa riguarda le proteste contro Claudio Lotito e la campagna del quotidiano Il Tempo per spingere il senatore di Forza Italia a vendere la Ss Lazio.
Gli inquirenti stanno cercando di capire se dietro queste manovre esista una “regia unitaria” ed eventuali “mandanti”. Perquisizioni dei carabinieri in corso che stanno cercando riscontri in email e documenti.
Bisignani aveva dedicato diversi editoriali e interviste nei giorni della protesta più dura della tifoseria («Stadio senza tifosi, Lotito come Nerone? Se il mondo Lazio brucia», e ancora «Laziale alza la voce»), intervenendo su varie radio romane.
I carabinieri avrebbero già riscontrato contatti «non occasionali» negli ultimi due anni tra Maiolini e Bisignani, alcuni contatti tra Masi e lo stesso Bisignani e una serie di telefonate e «insistiti tentativi di chiamata» tra Maiolini e Bisignani
Banca del Fucino ha fornito assistenza alla Fondazione Noi Oltre 365, che si è occupata della raccolta fondi per organizzare le proteste. Fondazione Noi Oltre 365 è quasi omonima della Noi Oltre 365 srl, società legata a Ettore Abramo, ex capo ultrà vicino al boss della camorra romana Michele Senese (circostanza per ora non contemplata nell’inchiesta dei carabinieri).
Perquisizioni ai vertici della Banca del Fucino e al giornalista e faccendiere Luigi Bisignani. Scatta così l’inchiesta sulla campagna per costringere Claudio Lotito a vendere la Lazio.
Questo è quanto apprende Repubblica. I carabinieri del nucleo investigativo di via In Selci, su disposizione della Procura di Roma, cercano telefoni, computer, chat, mail e documenti di Mauro Masi, presidente dell’istituto, Francesco Maiolini, amministratore della banca, e il giornalista e faccendiere Luigi Bisignani, collaboratore del quotidiano Il Tempo.
L’obiettivo è capire se dietro la lunga offensiva contro il patron biancoceleste — dalle false notizie sulla vendita del club fino alla pressione esercitata attraverso social e mezzi di informazione — ci sia stata una «regia unitaria» e, scrivono i magistrati l’aggiunto Giuseppe Cascini e i pm Lucia Lotti e Lorenzo del Giudice, individuare gli eventuali «mandanti». L’indagine è per manipolazione del mercato: la Lazio è una società quotata in borsa.
Non è più soltanto l’inchiesta sugli striscioni «Lotito libera la Lazio», sulle telefonate minatorie o sui post contro il presidente. Le indagini hanno imboccato un’altra strada quando dai dispositivi già sequestrati ai coindagati è emerso, secondo il decreto, che alcune delle «attività di denigrazione e di diffusione attraverso social network» sarebbero state «in tutto o in parte finanziate» proprio da Maiolini.
Pochi giorni dopo, annotano gli investigatori, sul Tempo iniziano a comparire scritti che seguono «il medesimo filone» delle precedenti pubblicazioni apparse su canali di minore rilievo. Il 31 maggio 2026 Bisignani firma «Stadio senza tifosi, Lotito come Nerone? Se il mondo Lazio brucia». Nell’articolo viene rilanciata quella che la Procura considera una falsa notizia: l’esistenza di una fantomatica offerta di JP Morgan da 450 milioni di euro per acquistare la Lazio.
Ma agli investigatori interessa anche un altro particolare. Nello stesso articolo a Lotito viene suggerito di rivolgersi a uomini della finanza per aprire un nuovo corso nella gestione della società. Tra quelli indicati ci sono «Masi e Maiolini della Banca del Fucino».
Non finisce lì. Bisignani torna sulla Lazio sul Tempo il 12 giugno e il 2 luglio e cura l’iniziativa editoriale «Laziale alza la voce». I carabinieri, intanto, incrociano le pubblicazioni con i tabulati telefonici. Trovano contatti «non occasionali» negli ultimi due anni tra Maiolini e Bisignani, alcuni contatti tra Masi e lo stesso Bisignani e una serie di telefonate e «insistiti tentativi di chiamata» tra Maiolini e Bisignani proprio a ridosso della preparazione e della pubblicazione degli articoli.
Le date finiscono nell’annotazione investigativa: 31 maggio, primo giugno e 11 giugno 2026. Il giorno successivo, 12 giugno, esce un altro articolo di Bisignani.
E c’è un altro incrocio temporale. Il 9 e il 10 giugno Stefano Greco aveva pubblicato su Millenovecento due articoli dai titoli eloquenti: «Gli ultimi giorni dell’era Lotito!» e «Habemus Papam! Anzi, due…». Anche lì, secondo la Procura, veniva rilanciata «l’ennesima falsa notizia» dell’imminente cessione della Lazio.
È su questa trama di rapporti che ora gli investigatori vogliono fare luce.
Perché l’ipotesi della Procura è che da giugno 2024 sia stata alimentata una campagna basata sulla diffusione di notizie false: Lotito pronto a cedere il pacchetto di controllo della Lazio, le sue società in stato di decozione (talmente in crisi da non poter più sostenere i pagamenti verso i debitori), fino all’accusa di voler deliberatamente portare la squadra in una serie inferiore per incassare il cosiddetto paracadute da 35 milioni di euro.
La Lazio è però una società quotata. E per i magistrati quelle informazioni false erano concretamente idonee a provocare «una sensibile alterazione del prezzo delle azioni». Da qui l’ipotesi di manipolazione del mercato contestata in concorso agli indagati.
Dietro c’è poi l’altra metà dell’inchiesta: la pressione esercitata su Lotito perché lasciasse la Lazio.
Il presidente aveva cominciato a denunciare tutto il 30 giugno 2025. Raccontava di essere da circa un anno bersaglio di una campagna volta a danneggiarne la reputazione e a costringerlo a vendere. Gli striscioni erano comparsi anche davanti alla Camera e vicino agli uffici di Forza Italia. Poi erano arrivati post, mail, adesivi sotto casa, telefonate a ogni ora.
Il 17 luglio 2025 la pressione aveva assunto un tono ancora diverso. Lotito denunciò di aver ricevuto una chiamata da un uomo con accento romano che lo avrebbe minacciato di morte se non fosse andato via e non avesse lasciato la Lazio. Altre telefonate dello stesso tenore sarebbero arrivate nei mesi successivi.
Contemporaneamente sui social e su Millenovecento continuavano a circolare notizie su presunti compratori pronti a rilevare la società. Prima un gruppo estero, poi un fondo qatariota. Fino alla storia della presunta offerta di JP Morgan da 450 milioni comparsa sul Tempo.
Ora i magistrati cercano il punto di congiunzione. La partecipazione di Masi, Maiolini e Bisignani alle manifestazioni pubbliche dei tifosi contro Lotito, mette nero su bianco il decreto, è «ovviamente legittima». È ciò che eventualmente accade dietro quella protesta che interessa alla Procura: i rapporti tra i protagonisti, il finanziamento emerso dalle precedenti acquisizioni, la circolazione delle stesse notizie e la coincidenza tra telefonate e pubblicazioni.
Per questo sono scattate le perquisizioni. I magistrati vogliono trovare conversazioni, messaggi ed e-mail capaci di confermare o smentire il quadro costruito finora. E soprattutto rispondere alla domanda che ormai attraversa l’intera indagine: se dietro azioni diverse, compiute da persone diverse e attraverso strumenti diversi, ci fosse qualcuno a tirare le fila.
Nel decreto la Procura lo scrive chiaramente. L’obiettivo prioritario è verificare «l’esistenza di una regia unitaria» e arrivare, «in ultima analisi», alla «individuazione dei mandanti».
(da Il Fatto Quotidiano)
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Settembre 15th, 2026 Riccardo Fucile
L’ANALISI IMPIETOSA IN UN REPORT, ALTRO CHE “SCORTE INFINITE”
Il primo rapporto ufficiale dell’Ispettore Generale del Pentagono sulla guerra con l’Iran rivela che il conflitto ha causato una seria carenza di munizioni nell’arsenale statunitense e generato colli di bottiglia nelle catene di approvvigionamento. Il documento, diffuso da Nbc News e richiesto dal Congresso, copre le operazioni dal 28 febbraio al 30 giugno. Per far fronte all’emergenza, il dipartimento della Difesa sta cercando di velocizzare la produzione e snellire i processi di approvvigionamento. Le conclusioni confermano le indiscrezioni giornalistiche dei mesi scorsi e smentiscono le dichiarazioni del presidente Donald Trump e del segretario alla Difesa Pete Hegseth, che avevano parlato di scorte «infinite».
I primi 4 mesi di guerra con l’Iran sono costati 33,4 miliardi di dollari
Nel report si attesta inoltre che l’Iran ha preso di mira con droni e missili la principale base logistica della Marina USA in Bahrain. Vengono poi dettagliati i costi: i primi quattro mesi di guerra guidati da USA e Israele sono costati circa 33,4 miliardi di dollari (escluse le riparazioni delle strutture). La somma include 22,3 miliardi in munizioni impiegate, 3,7 miliardi in equipaggiamenti persi — tra cui la distruzione di almeno 30 grandi droni americani — e 7,4 miliardi per altre spese operative.
(da agenzie)
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Settembre 15th, 2026 Riccardo Fucile
LE SOCIETA’ CHE FINANZIANO FUTURO NAZIONALE: I 415.000 EURO RACCOLTI E LE PROVENENZE NON CHIARISSIME
Nessuno conosceva il suo soprannome che gli avevano affibbiato i colleghi a Modena. E
chissà se il generale Roberto Vannacci sarà contento di risentire quel “Super Fetecchia”. La parola, dal napoletano, indica in origine una piccola flatulenza. All’epoca, ricorda oggi Lirio Abbate sul Giornale, i commilitoni ricordano le sue «strabilianti avventure», le «accese discussioni» che riusciva a provocare e soprattutto una «dote non comune di rompiscatole». Ma nell’articolo si parla soprattutto di associazioni, finanziatori e soldi di Futuro Nazionale.
Tutti i soldi del Super Fetecchia
C’è da segnalare che il Giornale degli Angelucci oggi vede il generale come il fumo negli occhi e nel centrodestra sostiene il governo di Giorgia Meloni. Che dopo aver fatto votare la sua legge elettorale dovrà trovare un accordo per il voto proprio con il generale. Nella prima puntata dell’inchiesta si parla dei 415 mila euro di contribuzioni che ha ricevuto Futuro Nazionale tra denaro versato e beni o servizi valorizzati. Nella tabella del quotidiano il maggior finanziatore del partito è il Mac, ovvero l’associazione Mondo al Contrario. Nell’ordine i contributi riguardano:
83 mila euro che arrivano dal Mac;
40 mila da Esicompany;
30 mila da Compagnia Petrolifera Piemontese;
30 mila da Ecoholding;
20 mila da Archemide;
18 mila 500 da Patto Italia;
15 mila ciascuno arrivano da Ecolattanzio e Stabilia Italia;
12 mila da Domenico Santoro;
10 mila da Jacopo Ricciotti
La provenienza del denaro
Ma, dice Abbate, c’è un’anomalia. Nel registro del Mac 13.300 euro di servizi risultano forniti il primo marzo e classificati come contributo indiretto. Altri 70 mila arrivano il 5 marzo come donazione. Nel registro di Futuro Nazionale quei 13.300 euro compaiono il 5 marzo come «contributo diretto», pur essendo descritti come servizi, mentre i 70 mila euro risultano registrati il 9 marzo. Il contributo diretto è il denaro che entra, quello indiretto sono beni e servizi.
Un mistero riguarda Esicompany, che dona 50 mila euro. Una verifica nel Registro delle imprese non ha portato a trovare in Italia una società con quella denominazione.
Ecoholding, Ecolattanzio e Stabilia Italia
Le tre società Ecoholding, Ecolattanzio e Stabilia Italia invece sono dello stesso proprietario, la famiglia Cieri. E donano 60 mila euro complessivi. Poi c’è l’imprenditore Santoro. I 12 mila euro che dona vengono indicati come comodato gratuito. Di lavoro Santoro è legato al settore della progettazione e della realizzazione di impianti di segnalamento ferroviario. E Vannacci al parlamento europeo è stato relatore ombra sul dossier della mobilità militare, che riguarda anche la capacità di trasferire rapidamente uomini e mezzi attraverso infrastrutture strategiche, comprese le reti ferroviarie.
Ricciotti e Archemide
Poi c’è la donazione di Ricciotti e i 20 mila euro da Archemide. Il primo non è identificabile con certezza. La seconda è indicata solo come denominazione societaria. Ed è difficile distinguerla viste le omonimie esistenti nel registro della Camera di Commercio. Infine, c’è Super Fetecchia. È il soprannome dato dai compagni dell’Accademia Militare. Che del generale ricordano la fantasia e le strabilianti avventure. La goliardia presto però cederà il passo ai giudizi dei superiori. Ma questa, avverte Il Giornale, è un’altra storia.
(da agenzie)
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