DA TRUMP A MARINE LE PEN, IL CLUB ANTI-MAGISTRATI
I SOVRANISTI ORMAI SI RITENGONO IMPERATORI SOPRA LA LEGGE
Il tema sarebbe: l’Italia di Silvio Berlusconi ha fatto scuola sulla lotta alla giustizia cosiddetta “politicizzata”, quella dominata dalle correnti di sinistra, ritenuta troppo libera di scatenare le sue inchieste contro chi non gli piace. Ma, guardando all’area che da ieri solidarizza con Marine Le Pen, la storia è andata ben oltre quel tipo di contestazione. Il mondo sovranista ormai attacca la giustizia anche quando porta il suo segno, quando è stata strutturata a sua misura, e davanti a una condanna non c’è organizzazione del terzo potere – carriere divise, unite, parallele, pm liberi o soggetti all’esecutivo, azione penale obbligatoria o no – che accontenti i sostenitori della prevalenza assoluta degli “eletti dal popolo” sulla legge.
In Francia la separazione c’è, il pm è un funzionario che risponde direttamente al ministro della Giustizia, e in teoria i nostri dovrebbero adeguarsi alle decisioni di un modello che rispecchia le loro convinzioni e aspirazioni: ovviamente non succede, anzi raddoppiano i sospetti di una gestione politicamente orientata dei verdetti.
Negli Usa la carica del pubblico accusatore è addirittura elettiva nei sistemi statali e di nomina governativa in quello federale, ma anche lì il sovranismo non è contento e si ribella: ogni freno della magistratura alle ordinanze di Donald Trump è contestato come un atto di malevolenza e insubordinazione al legittimo potere. Persino in Ungheria, dove il premier Viktor Orban controlla l’organo che di fatto decide le promozioni dei giudici, “l’attivismo giudiziario” è costantemente additato al popolo come il vero ostacolo da battere per promuovere il cambiamento e fermare l’immigrazione.
Per vent’anni ci siamo accapigliati (e ancora lo facciamo) sulla necessità di una riforma che riequilibri il rapporto tra politica e magistratura, salvo verificare, oggi, che nessuno schema è ritenuto adeguato, nessuna inchiesta accettabile, nessuna condanna condivisibile, qualunque sia il sistema che le produce.
Pure le assoluzioni diventano elemento di polemica perché, come si è detto di Matteo Salvini al termine del processo Open Arms, se uno è assolto vuol dire che si è esagerato a indagarlo e a rinviarlo a giudizio. E anche il popolo sovrano è elemento accessorio: in Israele le piazze si sono riempite contro Benjamin Netanyahu e la sua decisione di trasformare in organo politico l’ente che seleziona i giudici, apprezzata
solo da una minoranza di israeliani, e tuttavia il premier è andato avanti e l’ha portata all’approvazione. Il popolo vale meno quando si mette di traverso.
Magari è vero che il “caso italiano” del conflitto frontale tra giustizia e politica è stato precursore di una tendenza più larga e preoccupante. E tuttavia sarebbe polemica di retroguardia fermarsi lì, al vecchio scontro tra giustizialismo e garantismo o alla ricerca di connessioni di singoli magistrati coi partiti, perché in tutta evidenza in Europa e in Occidente un pezzo della politica contesta il diritto stesso della magistratura ad occuparsi degli affari suoi. Lo fa in modo obliquo, senza dichiarare i suoi intenti, senza – ad esempio – invocare il ripristino di antiche garanzie come l’immunità o le autorizzazioni a procedere, perché non vuole perdere l’allure anti-casta. Vuole mostrarsi popolo tra il popolo, ma risultare pure legibus solutus come gli antichi imperatori. È un programma sconnesso ma di successo: per i suoi amici Marine Le Pen è già una vittima, tra i suoi nemici cresce il timore che il verdetto si trasformi in un boomerang elettorale, il merito della vicenda non interessa quasi nessuno.
(da lastampa.it)
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