LA SFIDA STELLARE TRA LOLLOBRIGIDA E SANGIULIANO SU CHI LA SPARA PIU’ GROSSA E’ DAVVERO AVVINCENTE
SANGIULIANO E GALILEI: DIRE CULTURA DI DESTRA E’ UN OSSIMORO
La sfida tra Lollobrigida e Sangiuliano su chi la spara più grossa è davvero avvincente. Una sorta di Gran Premio Continuo della Bischerata. Il livello culturale di questo governo è quasi sempre imbarazzante, e questi due fenomeni ci tengono proprio a dimostrarcelo. L’ultima (per ora) performance è di Sangiuliano, secondo il quale “Colombo voleva raggiungere le Indie circumnavigando la Terra sulla base delle teorie di Galileo Galilei”. Come no: Galileo nacque nel 1564 e Colombo morì nel 1506. Sangiuliano non ne indovina mezza: tra Times Square a Londra, Dante padre del pensiero di destra, censure preventive su chi osa sfotterlo, interviste con la voce da Donald Duck permaloso e figuracce al Premio Strega, si è perso il conto di quelle che chiamiamo “gaffe” ma che sono in realtà prove reiterate dell’inadeguatezza di una classe dirigente terrificante.
Spostando il mirino dal “particulare” (nota per Sangiuliano: è una citazione da Guicciardini) all’“universale” (nota per Sangiuliano: è una citazione da Machiavelli), il problema qui non è solo un ministro della Cultura improponibile, quanto l’evanescenza culturale della destra al governo. Meloni e i suoi giannizzeri straparlano di “egemonia culturale della sinistra”, ma fanno solo tenerezza. Senz’altro la sinistra ha occupato per decenni ogni anfratto della cultura (“Qualcuno era comunista perché il cinema lo esigeva, il teatro lo esigeva/La pittura lo esigeva, la letteratura anche: lo esigevano tutti”: così cantava Gaber). Tale “egemonia” non fu (è) però quasi mai figlia di una dittatura zdanovista da Minculpop, quanto di un oggettivo strapotere culturale: da una parte quasi tutto, dall’altra praticamente nulla. Fateci caso: quando chiedi a qualche camerata di fare dei nomi di figure italiane culturalmente rilevanti e collocabili a destra, lui non va mai oltre ai nomi di Flaiano e Prezzolini. Okay, d’accordo, va bene: ma dopo Prezzolini? Negli ultimi cinquant’anni cosa ha partorito la destra nostrana? Una beata mazza, al punto che ancora oggi i destrorsi citano come nomi forti (?) Barbareschi, Veneziani e Sgarbi (ciao core). Non solo: se ogni tanto spunta qualche bel nome – tipo Marco Tarchi, Giordano Bruno Guerri o Franco Cardini – viene isolato perché troppo “ingestibile”. Una destra che conquista il potere e affida la Cultura a Sangiuliano ammette in partenza (benché involontariamente) tutta la sua smisurata pochezza. Lo si vede in ogni ambito, per esempio la Rai: è vero che tutti l’hanno sempre occupata e lottizzata, ma questi qua sostituiscono gli Augias con le Hoara Borselli e i Saviano con le Laura Tecce. Loro non occupano: radono al suolo. La loro è una tabula rasa totale, e neanche elettrificata. Sono degli Attila rissosi e analfabeti.
Nei suoi libri oltremodo avvincenti, Meloni ribadisce tutta questa piattezza culturale raccontando di adorare musicisti che con la sua destra nulla c’entrano: De André, Gaber, il Battiato di Povera Patria e addirittura Guccini. Meloni dice di amarlo follemente: può essere, ma non ci ha capito niente. E infatti, quando a inizio carriera saliva sul palco e chiudeva i suoi comizi “parafrasando il Cyrano de Bergerac”, neanche si accorgeva che non stava leggendo Rostand ma la canzone Cirano di Guccini. Siamo a livelli rasoterra, e del resto chi sarebbero i cantautori italiani di destra bravi? (Ho detto “bravi”, quindi Povia non vale). Non ci sono, non esistono (se non due o tre ex comunisti folgorati sulla via dei no vax e di Atreju). Quindi è inevitabile che, per darsi un tono, le Meloni e i Salvini citino Gaber e De André. E lo facciano pure con un bipolarismo infinito, perché la loro idea di mondo è lontanissima da quegli exempla poetici. Proprio Guccini ha detto di recente: “Parlare di cultura di destra è un ossimoro”. Forse esagera, ma a guardare questa mandria (troppo spesso) di analfabeti arroganti al potere, fai parecchia fatica a dargli torto.
(da ilfattoquotidiano.it)
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