LE “DUE STAFFE” NON REGGONO PIÙ. IL CAMALEONTISMO DI GIORGIA MELONI NON PUÒ PIÙ PERMETTERSI DI SGARRARE CON MACRON, MERZ, URSULA, CHE GIÀ EVITANO DI CONDIVIDERE I LORO PIANI PER NON CORRERE IL RISCHIO CHE GIORGIA SPIFFERI TUTTO A TRUMP. UN BLITZ ALLA CASA BIANCA PRIMA DEL CONSIGLIO EUROPEO, PREVISTO PRIMA DI PASQUA, SAREBBE LA SUA FINE
UNA RECESSIONE PROVOCATA DALL’AMICO DAZISTA TRAVOLGEREBBE FRATELLI D’ITALIA NEI SONDAGGI, MENTRE IL SUO GOVERNO VIVE SOTTO SCACCO DEL TRUMPUTINIANO SALVINI… MELONI VUOLE ESSERE LEI A SCEGLIERE IL MOMENTO DEL “VAFFA” (PRIMAVERA 2026). MA PRIMA, A OTTOBRE, CI SONO LE REGIONALI DOVE RISCHIA DI INCASSARE UNA SONORA SCOPPOLA
Un meraviglioso film di Woody Allen, intitolato Zelig, descriveva in modo geniale la figura del camaleonte, un tipo di insicuro e/o paraculo, dotato della lingua più lunga e vischiosa del mondo, che si trasforma a seconda di chi frequenta e incontra, in modo che l’altro non lo consideri un avversario e l’accetti.
Dopo essersi adattato a qualsiasi situazione con estrema naturalezza e con sorprendenti doti mimetiche, una volta che il camaleonte politico raggiunge il potere, il trasformismo diventa un problema. Quel tono di voce, posture, pause, ammiccare degli occhi, cenni di assenso e sorrisi, allo scopo di creare un clima favorevole, non funzionano più. O di qua o di là, non c’è una terza via.
E la difficile situazione in cui, in questi giorni, si sta dibattendo la Reginetta dell’opportunismo transatlantico, Giorgia Meloni. Oggi, la premier che Trump elogiò come “una leader e persona fantastica”, è consapevole del fatto che, se non può smarcarsi dal Caligola della Casa Bianca, nello stesso tempo deve stare attenta all’Unione europea: la discriminante geopolitica ha fatto crollare il suo camaleontismo e non può più permettersi di sgarrare con Macron, Merz, Sanchez, Tusk. Le “due staffe” non reggono più.
E’ altrettanto consapevole che la sua sbandieratissima posizione pro Zelensky e anti Putin non le permette più effetti camaleontici con un Trump che svirgola in amorosi sensi telefonici con “Mad Vlad”. Mentre il padre di Elon Musk, Errol, in un’intervista con la Bbc Russia, ha svelato che in famiglia c’è una certa ammirazione per il desposta russo. “Se guardi Putin come un uomo, e non nel contesto della politica internazionale, è difficile non avere rispetto per lui”.
Alla domanda se quel birichino ketaminico del figliolo Elon la pensi allo stesso modo, babbo Errol ha tranquillamente confermato che le loro opinioni sono simili: ‘’Elon considera Putin un esempio di leader forte’’.Alla faccia degli editoriali staraciani su Rai1 di Bruno Vespa, la Statista della Garbatella è altrettanto cosciente che la geopolitica ha messo l’economia italiana in mutande. Una recessione provocata dall’amico dazista Trump innescherebbe il tracollo nei sondaggi di Fratelli d’Italia, mentre la sua maggioranza di governo vive da mesi sotto scacco del dinamismo sempre più destabilizzante del suo vicepremier, il trumputiniano Matteo Salvini, impegnatissimo nel suo obiettivo di strappare 4/5 punti agli ‘’usurpatori’’ della Fiamma.
Un “nemico” in casa che lei patisce moltissimo, e in privato lo ammette, perché il leader della Lega, più variabile di una nuvola, si sta trasformando in una mina vagante che ogni giorno si diverte a ribattere ogni mossa e giravolta di Meloni e a perculare l’altro vice del governo ed europeista irremovibile, quindi detestato da Salvini, l’imbelle Antonio Tajani.
E la premier teme la prossima visita turistico-pasqualina del vicepresidente di Trump, Jd Vance, a Roma che potrebbe avere effetti dirompenti con un lanciatissimo Salvini in modalità pro-Usa e anti-Ue, come tuona ogni giorno sui giornali, mettendosi a
completa disposizione, tovagliolo sul braccio, al “King Donald” della Casa Bianca. Con il Capitone a stelle e strisce, l’indebolimento politico della “Giorgia dei Due Mondi” sarebbe traumatico.
Come assistere oggi allo spettacolo di Musk in video-collegamento con il Congresso leghista a Firenze è stato traumatizzante per l’Underdog. Il “Tesla di minchia” che ieri corteggiava a Palazzo Chigi e abbracciava ad Atrejus, l’ha abbandonata al suo destino, rea di non aver firmato l’accordo per i satelliti a bassa quota in Italia di Starlink. “Mentre Salvini lo difende, pure dalla maxi-multa miliardaria minacciata dall’Ue: “Una follia””, sottolinea “La Repubblica”).
Certo il Musk di oggi non è quello di ieri che oscurava Trump sul palco durante la campagna elettorale e poi nei primi giorni alla Casa Bianca: oggi, una volta entrato in aperto conflitto con l’inner circle trumpiano, è sulla via d’uscita da capoccione licenzia-tutti del Doge. Ma, economicamente e mediaticamente, con il suo social X, ex Twitter, l’uomo più ricco del mondo può fare ancora molto, molto male, vedi i vari endorsement e finanziamenti dello svalvolato in gloria delle svastichelle di AFD, diventato secondo partito tedesco.
Un Carroccio fortificato dai mezzi illimitati di Musk potrebbe logorare il governo ‘’monocolore’’ di Meloni al punto che un banale “chiarimento” della triade Meloni-Salvini-Tajani potrebbe per far ruzzolare l’alleanza di governo e spaccarsi (come già avvenne ai tempi del Papeete)
Un evento che Meloni non gradirebbe assolutamente: il governo non deve saltare in aria per un’intemerata del “Truce” Salvini, viceversa vuole essere lei a dare le carte e a scegliere il momento del “vaffa” e conseguente crisi e voto anticipato (Mattarella permettendo).
Non è mistero che l’idea che ronza nella testa della Thatcher immaginaria miri alla primavera 2026. Finché il partito della Fiamma resta nei sondaggi al 27% non c’è da preoccuparsi, ma se scende sotto il 26, a quel punto, l’allarme è rosso, sostiene il suo factotum Fazzolari
Aspettando la primavera 2026, c’è un altro test importantissimo che attende la Pierina di Colle Oppio il prossimo ottobre, le Regionali, dove vuole tassativamente strappare alla Lega, deprivata di Zaia, il comando in Veneto, e un sindaco di Fratelli d’Italia a Milano (si spiffera il nome di Fidanza che è però indigesto a La Russa).Anche sull’idea di volare alla Casa Bianca prima di Pasqua, quando si riunirà un Consiglio Europeo straordinario che dovrà misurarsi sulle contromisure al 20% sui prodotti dell’Unione annunciati da Trump, la lascia perplessa.
I poteri forti del Vecchio Continente, che già evitano di condividere i loro piani per non correre il rischio che Meloni si attacchi al telefono e spifferi tutto a Trump, u
viaggio del genere lo prenderebbero ovviamente malissimo, come una sonora sberla all’unità europea.
I 27 paesi dell’Ue sono ormai divisi in due schieramenti: da una parte chi è a favore di una politica compatta e condivisa per controbattere alla guerra commerciale Usa, dall’altra gli unici due paesi che puntano i piedi sono Ungheria e Grecia. Con chi vuol stare Giorgia Meloni, con il filo putiniano Viktor Orban?
(da Dagoreport)
Leave a Reply